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Full text of "Principi di scienza delle finanze"

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ENZA  DELLE  I 


EDIZIONE 


pÀKDAU  frano      i 


Presented  to  the 

LIBRARY  o/r/ie 

UNIVERSITY  OF  TORONTO 

from 

the  estate  of 

GIORGIO  BANDINI 


*% 


J  &? 


MANUAIJ    PIERRO 

ni     SCIENZE     GIURIDICHE     E     SOCIALI 

Pubblicati  : 

1.  Francesco      Nitti,     professore     ordinario     di    scienza 

delle    finanze  nella   R.    Università  di   Napoli:   Scienza   delle 
finanze    (5*  ediz.).  L.   35-  — 

2.  Camillo  Supino,    prof,    ordinario    di    economia   politica 

nella  R.  Univ.  di  Pavia:  Economia  politica  (4*  ediz.)  L.  25. — 

3.  Napoleone    Colajanni:    professore  ordinario  di  sta- 

tistica nella  R.  Univ.  di  Napoli:  Statistica  (3*  ed.),  {esaurito). 

4.  —  Demografia  (2»  ed.).  L.  12. — 

5.  Giulio     D  i  e  n  a  ,     professore    ordinario  nella   R.    Univer- 

sità di   Torino  :    Diritto    Internazionale'. 

Volume  Primo.  Diritto  Internazionale  Pubblico.      L.   25.^ — 

6.  —  \'olume  Secondo.  Diritto  Internazionale  Privato.  L.    75. — 

7 .  Bernardino  A  1  i  m  e  n  a,  prof,  ordinario  di  diritto  penale 

nella  R.  Univ.  di  Modena:  Diritto  penale,  voi.  I.      L,    25. — 

8.  -—  Diritto  penale,   voi.    11.  L.    25. — 

9.  —  Principi  di  Procedura   Penale  (voi.    I.).  L.    25. — 

10.  Oreste  Ranelletti,  professore  ordinario  di  diritto 
amministrativo  nella  R.  Università  di  Napoli:  Diritto  ammi- 
nistrativo (voi.    I).  {esaurito) 

11.  Bartolomeo  D  u  s  i,  professore  ordinario  nella  R.  Uni- 
versità di  Torino:  Istituzioni  di  diritto  civile,  voi.  I.  L.  25. — 

///  preparazione  : 

1 .  Bartolomeo   D  u  s  i  ,    professore   ordinario  nella  R.  Uni- 

versità  di   Torino  :  Istituzioni  di  diritto  civile,    (voi.    H.). 

2.  Bernardino    Aiimena,   prof,  ordinario  di   diritto  pe- 

nale nella   R.  Università  di  Modena:    Principi  di  Procedura 
Penale  (voi.    11.). 
4.   Oreste     Ranelletti,     professore    ordinario    di    diritto 
amministrativo   nella   R.    Università  di  Napoli  :  Diritto  am- 
ministrativo   (voi.    11). 


PRINCIPI 


DI 


SCIENZA  DELLE   FINANZE 


DI 


FRANCESCO    NITTI 


PROFESSORE    ORDINARIO    DI    SCIENZA    DELLE    FINANZE 

NELLA  R.  Università  di  Napoli 


QUINTA    EniZIONK    KM  ATI  A 


NAPOLI 

LmGi  PiERRo,  Libraio-Editore 

Piazza  Dante,  76 

1922 


Tutti  i  diritti  di  traduzione,   riduzione  e  riproduzione  sono  riservati. 


CTli  esemplari  ìion  muniti  della  seguente   firma  sono  falsificati. 


/^>A^^.    /  L 


DELLO  STESSO  AUTORE 


Il  socialismo  cattolico,  Torino,  Roux,  1891,  pag.  418,    2  edizioni  italiane: 
traduzione  in  francese  (editore  Guillamnin)  ;  inglese  (editori     Swan 
Sonnenschein   and  Co.)  ;  spagnuola   (traduttore  :  Dorado  Monterò) 
polacco,    ecc.    ecc. 

La  popolazione  e  il  sistema  sociale,  Torino,  Roux,  1894,  pag.  214  :  traduzioni 
in  inglese  (editori  Sonnenschein  and  Co.)  ;  francese  (Giard  et  Briére); 
spagnuolo  (editorial   Miner\'a)  ecc.  ecc. 

Uora  presente,  Torino,  Roux,  1893. 

U emigrazione  italiana  e  i  suoi  avversari,  Torino,  Roux,  1889. 

Poor  relief  in  Italy,  London,  1892. 

La  légtslation  du  travati  en  Italie,  Paris,  1892,  pag.  60. 

Die  Bankfrage  in  Icalien,   Wien,   1894. 

V alimentazione  e  la  forza  di  lavoro  dei  popoli,  Torino,  1894. 
(tradotto  in  inglese  e  in  russo). 

La  misura  delle  variazioni  di  valore  della  moneta,  Torino,  1895. 

Il  lavoro,  Torino,'  1895. 
(tradotto  in  francese). 

L'economia  degli  alti  salari,  Torino    1896. 
(tradotto  in  russo  e  in  spagnuolo). 

La  nuova  fase  della  emigrazione  italiana,  Torino,  Roux    1899. 

//  saggio  dello  sconto,  Napoli,  1898. 

(tradotto  in  francese  e  in  spagnuolo). 

Nord  e  Sud,  con  47  incisioni,  Roux  e  Vi  arengo,  1900. 

//  bilancto  dello  Stato  dal  1862  al  1896-97,  100  esemplari  in  gran  formato  a 
lire  25  ciascuno,  Napoli,  1900  (con  oltre  200  grandi  tavole  statistiche, 
diagramiii  e   cartogrammi). 

L'Italia  all'alba  del  secolo  XX,  Torino,  1901,  Roux  e  Viarengo. 

La  città  di  Napoli,  studi  e  ricerche  su  la  situazione  economica  presente  e  la 
possibile  trasformazione  industriale  (edizione  in  gran  formato  di  100 
esemplari),  Napoli,  1902. 

Napoli  e  la  questione  meridionale,  Napoli,  1902. 

Le  forze  idrauliche  dell'Italia  e  la  loro  utilizzazione,  Napoli,  1902,  (edizione 
di    100   esemplari). 

Nuove  ricerche  sulle  forze  idrauliche  dell'Italia  e  la  loro  utilizzazione,  Na- 
poli, 1903  (edizione  di  100  esemplari  in  4°  grande). 

La  ricchezza  dell'Italia,  un  grosso  voliune  in  40  grande  (edizione  di  100  esem- 
plari a  lire  20  ciascuno),  Napoli,  1904. 

La  ricchezza  dell'Italia,  Torino,  Roux,  1905. 

La  conquista  della  forza,  Torino,  Roux,  1906. 

Il  partito  radicale  e  la  nuova  democrazia  industriale,  Torino-Roma,  Casa 

editrice  nazionale,   1907. 
//  porto  di  Napoli,  Napoli,  19 io. 


Basilicata  e  Calabria.  Relazione  della  Inchiesta  parlamentare  sulle  con- 
dizioni dei  contadini  nelle  province  meridionali  e  nella  Sicilia,  Roma, 
1910,  I  voi.   pag.  236  in   formato  grande;  Il  volume,  pag.  822. 

//  capitale  straniero  in  Italia,  Bari,  Laterza,  191 5. 

La  guerra  e  la  pace,  Bari,  Laterza,  1916. 

L'Europa  senza  pace,  Firenze,  Bemporad,  1921,  seconda  edizione,  1922  ; 
tradotto  in  inglese  :  edizione  britannica  ;  Peaceless  Europe,  London, 
Cassel,  1922,  ed  edizione  americana  :  The  ureck  of  Europe,  Indiana- 
polis -  New- York,  Bobbs  Merrill  Company,  1922  ;  in  tedesco  :  Das 
friedlose  Europa,  Frankfurt  am  Main,  Frankfurter  Soci  età  ts  Drucke- 
rei,  I  edizione  1921  e  seconda  edizione  1922;  in  spagnuolo  :  Europa 
sin  paz,  Buenos  Ayres,  Editerà  Intemacional,  1922  ;  in  russo  :  Eu- 
ropa Bez  Mira,  Wolga  Verlag,  1922;  in  finnico  :  Eurooppa  vailla  rau- 
haa,  Hameenlinna,  Arvi,  A,  Karisto  Osakeyhtio,  1922  ;  in  bulgaro  : 
Evropa  bes  mir,  Sofia,  1922  ;  in  svedese  :  Det  Friedlosa  Europa, 
Stockholm,  CheUus  &  Co,  1922  ;  in  francese  :  V Europe  sans  paix, 
Paris,  librairie  Stock,  1922;  in  olandese:  Europa  zonder  Wrede,  Rot- 
terdam, Niigh  &  Ven  Ditmar,  1922  ;  in  ungherese  Nincs  Beke  Euro- 
paban,  Budapest,  Pallas  Irokodalmi  es  Nyomdai  R.  T,  Kiadaia,  I 
edizione  1922,  2  edizione  1923  ;  in  danese  Det  Fredforladte  Europa, 
Copenhaghen,  Levin  &  Mtmksgaard  1923  ;  in  greco  :  /  Evropa  xoris 
Eirinin,  Atene,  Ekdolikas  Oikos  F.  J,  Basileion,  1922  ;  in  serbo  croato 
Europa  bez  mira,  Zagrab,  Zabavne  Biblioteke  ;  ecc.  Altre  traduzioni 
e  riduzioni  in  turco,  portoghese,  persiano,  giapponese,  arabo. 

La  Decadenza  dell'Europa,  Le  vie  della  ricostruzione  ;  Firenze,  Bemporad, 
1923.  Tradotto  in  inglese  :  edizione  britannica  The  decadenu  of  Eu- 
rope, London,  T.  Fisher  Unwin,  1923,  e  second  edition,  third  im- 
pressione 1923 ,  edizione  americana  The  decadence  of  Europe,  New 
York,  Henry  Holt  &  Co.  1923,  in  tedesco  :  Der  Niedergang  Europas. 
Die  wege  zum  Wiederaufbau,  Fremkfurt  a  M.,  Frankfurter  Società  ts 
Druckerei,  1923,  in  ungherese  :  Europa  Hanyablaia,  Budapest,  Pallas, 
Irodalmi  es  Nyomdai  R.  T.  Kiadesa,  1923,  in  russo  Europa  nad  Be- 
zdnoi,  Wolga  Verlag,  1923;  in  spagnuolo  La  decadencia  de  Europa,  Bue- 
nos Ayres,  Editoria  Intemacional,  1923;  in  olandese:  Het  ver  vai  van 
Europa,  Leiden,  B.  W.  Sijthoft,  1923;  in  bulgaro:  Upadgka  na  Euro- 
pa, Sofia,  1923.  Traduzioni  e  riduzioni  in  stampa  in  portoghese,  da- 
nese, serbocroato,  turco,  arabo,  finnico,  persiano,  svedese,  greco,  espe- 
ranto ecc. 

Europa  am  Abgrnnd,  Volksansgabe,  Frankfurt   a.  m.   1923. 

ecc.  ecc.  ecc. 


VII 


A  Vincenzo  Nitti,  mio  padre 
E  A  Vincenzo  Nitti,  mio  figlio 

Con  queste  poche  parole,  pubblicando  per  la  prima  volta  i 
Principi  di  scienza  delle  finanze,  io  avevo  voluto  ricordare  la 
gratitudine  per  mio  padre  ed  esprimere  le  speranze  nel  mio  primo 
figliuolo.  Son  passati  venti  anni  dalla  prwta  edizione  e  tutto 
intorno  a  me  è  mutato. 

Il  mio  povero  padre  è  morto  dopo  una  lunga  vita  di  lavoro. 
Discendente  di  una  famiglia  in  cui  da  secoli  era  il  culto  della 
libertà  e  la  fede  della  democrazia,  antico  milite  della  Falange 
Sacra  di  Mazzini,  antico  soldato  di  Garibaldi  nelle  guerre  del- 
l'Indipendenza,  avea,  nelle  vicende  non  sempre  liete  della  sua 
vita,  conservato  la  immutabile  fede  nella  patria  e  un  amore  della 
libertà,  ch'era  quasi  insofferenza  di  ogni  vincolo.  Suo  padre, 
medico  insigne  e  umanista  sapiente,  era  stato  trucidato  nella  rea- 
zione borbonica  dell'aprile  1861  e  dalla  terra  nostra  ai  piedi  del 
Vulture,  da  Venosa,  s'era  iniziato  con  la  sua  uccisione  quel  mo- 
vimento che  per  cinque  anni  funestò  largamente  il  Mezzogiorno 
d'Italia.  Era  un  antico  carbonaro  :  avea  voluto  che  nel  1848  due 
suoi  figliuoli  fossero  condannati  a  morte,  piuttosto  che  servire 
sotto  le  bandiere  borboniche.  Avea  mandato  egli  stesso  mio  padre 
nelle  schiere  garibaldine.  Viveva  dei  suoi  studi  e  del  suo  aposto- 
lato ;  confinato  dalla  violenza  del  Governo  nella  sua  piccola  città 
nativa,  avea  sotto  tutte  le  persecuzioni,  aumentato  il  suo  fervore. 
Era  uomo  virtuoso  e  religioso  :  nelle  piccole  chiese  della  mia 
terra  si  cantano  ancora  i  siioi  inni  sacri.  Fu  trucidato  perchè, 
di  fronte  agli  invasori,  che  volevano  costringerlo  a  gridare  evviva 
al  Re  di  Borbone,  gridò  :  Viva  l'Italia  !  Il  suo  cadavere  venerando 
fu  fatto  a  pezzi  e  l'antica  casa  dove  molte  generazicmi  si  eran  se- 


I 


vili 

guite,  tutte  intente  al  lavoro  e  finite  raccolte  nello  stesso  spinto 
religioso,  fu  incendiata.  Ho  riunito  dopo  molti  anni  solo  pochi 
libri  scampati  alla  distruzione.  Visse  come  un  savio  e  morì  come  un 
eroe  e  di  niuna  cosa  sono  più  grato  a  mio  padre  che  di  avermi 
imposto  il  suo  nome. 

Quando  questo  libro  apparve,  il  mio  primo  figliuolo  avea  ap- 
pena quattro  anni.  Egli  ha  saputo  rinnovare  la  tradizione  degli 
avi,  e  quando  nessun  obbligo  di  servizio  militare  pesava  su  di  lui, 
é  stato  come  volontario,  forse  il  più  giovane  di  tutti  i  soldati  d'  I- 
talia,  che,  ancora  fanciullo,  ha  partecipato  alla  guerra.  Tre  volte 
decorato  al  valore,  ferito  in  combattimento  con  i  tedeschi,  prigioniero 
per  quindici  mesi  in  Germania,  nelle  più  dure  sofferenze,  egli  ha 
conservata  la  stessa  serena  e  composta  dignità  dei  suoi  avi.  Serberò 
fra  i  più  grati  ricordi  le  relazioni  delle  sue  tre  medaglie  al  valore. 
Una  di  esse,  quella  per  l'azione  di  Boscomalo  sul  Carso,  23-24 
maggio  igiy,  è  semplice  e  breve  :  «  Vincenzo  Nitti,  da  Napoli, 
sottotenente  di  complemento 3 g  Reggimento  Fanteria.  Giovanissimo, 
volontario  di  guerra,  spinto  da  alto  sentimento  del  dovere  e  ani- 
mato da  vivo  entusiasmo,  durante  un'avanzata,  lasciato  il  co- 
mando di  brigata  cui  era  addetto,  risolutamente  assumeva  il  co- 
mando di  un  plotone  e  lo  trascinava  alla  conquista  di  una  diffi- 
cile posizione,  validamente  contribuendo  col  suo  valore  personale 
e  con  la  sua  nobile  iniziativa  al  buon  esito  dell'azione.  Già  di- 
stintosi in  precedenti  pericolosi  servizi  di  informazioni  e  di  ri- 
cognizioni ».  Così  per  l'azione  di  Selo  Korite  sul  Carso  {21-24 
maggio  igiy)  rimasto  comandante  di  compagnia  per  la  morte 
dei  suoi  compagni,  dava  con  atti  di  eroismo  «  prova  costante  di 
alto  senso  del  dovere,  di  calma  e  di  valore  ».  E  dopo  Caporetto, 
nell'azione  di  Monte  Ragogna  :  «  Vincenzo  Nitti,  da  Napoli, 
sottotenente  di  complemento  3g  Reggimento  Fanteria.  Aiutante 
maggiore  in  seconda,  in  una  critica  situazione,  sotto  V intenso 
fuoco  nemico  di  artiglierie  e  mitragliatrici,  con  grande  sprezzo 
del  pericolo,  percorreva  la  prima  linea,  mantenendo  il  collega- 
mento fra  i  vari  reparti  e  validamente  coadiuvando  l'azione  del 
proprio  comandante.  In^un  momento  in  cui  i  nuclei  avversari 
provvisti  di  mitragliatrici  attaccavano  a  tergo  il  comandante 
del  battaglione,  prontamente  riuniva  i  pochi  uomini  disponibili 
e,  condottili  risolutamente  in  acconcia  posizione,  li  incitava  col 


IX 

pfoprio  mirabile  contegno  a  strenua  lotta,  costringendo  gli  assa- 
litori a  ritirarsi.  Già  distintosi  in  precedenti  azioni  per  devozione 
al  dovere  e  per  ardimento  ».  A  mio  padre  fu  negata  la  suprema 
gioia  di  vedere  che  il  fanciullo,  nella  cui  tenera  anima  avea  istil- 
lato l'ardente  amore  della  patria  e  il  culto  della  libertà,  avea  sa- 
puto mostrare,  nell'ora  del  pericolo,  che  quegli  insegnamenti  non 
erano  andati  perduti.  Ma  io  spero  che  dagli  insegnamenti  del 
suo  avo  il  mio  figliuolo  e  quelli  della  mia  stirpe  che  verranno  dopo 
di  lui  conservino  la  fede  profonda  nella  democrazia,  senza  di 
cui  non  è  grandezza  di  popolo,  il  culto  della  libertà,  che  è  fine  a 
sé  stessa,  la  passione  per  le  classi  sociali  che  vivono  di  lavoro. 

10  spero  anche  che  abbiano  e  conservino  immutata  la  stessa  pas- 
sione per  il  popolo,  l'odio  per  ogni  privilegio  sociale,  la  convin- 
zione che  tutti  gli  sforzi  di  una  società  civile  devono  essere  diretti 
a  creare  una  grande  democrazia  del  lavoro,  in  un  regime  di  pace 
interna  e  di  libertà  e  in  una  convivenza  internazionale,  basata 
sul  rispetto  del  diritto  e  della  giustizia. 

Breve  passaggio  è  la  vita  e  solo  a  traverso  lunga  serie  di  ge- 
nerazioni un  popolo  può   compiere  opere  grandi   e  immortali. 

11  fuoco  sacro  della  tradizione  familiare  è  soltanto  durevole  e 
costituisce  la  forza  delle  democrazie  libere. 

E'  nel  ricordo  del  passato  che  si  prepara  l'avvenire. 

Breve  è  la  vita,  ha  detto  Marco  Aurelio  Antonino,  nei  suoi 
inmortali  Ricordi,  e  l'unico  frutto  di  questa  esistenza  terrena 
e  la  santa  disposizione  dell'anima  e  l'opera  indirizzata  al  comun 
bene. 

Tutto  il  resto  è  poca  cosa  e  la  lode  e  ti  biasimo  non  contano. 

Acquafredda  in  Basilicata,  2  maggio  1923. 

NlTTI 


PREFAZIONE  ALLA  QUINTA  EDIZIONE 

La  stampa  delia  quinta  edizione  è  cominciata  in  aprile  ig2i 
ed  è  finita  in  maggio  1923.  Durante  questo  periodo  molte  leggi 
sono  mutate,  molti  gravi  avvenimenti  si  sono  svolti,  il  disordine 
finanziario  è  cresciuto  quasi  dovunque.  Sotto  la  pressione  tor- 
mentosa in  cui  si  trovano  quasi  tutti  gli  stati,  obbligati  ad  aumen- 
tare comunque  le  loro  entrate,  le  buone  regole  della  scienza  finan- 
ziaria cadono  in  oblio.  Le  leggi  sono  mutate  e  rimutate  come  bozze 
di  stampa.  E'  quasi  impossibile  seguire  la  legislazione  finanzia- 
ria. Le  cifre  dei  bilanci  non  hanno  altro  valore  che  di  indicazioni 
approssimative  :  molti  paesi  vivono  in  larga  parte  sul  debito, 
in  alcuni  gli  abusi  della  circolazione  hanno  profondamente  di- 
sordinata tutta  la  vita  economica  e  finanziaria. 

Mai  come  ora  è  necessario  tornare  ai  buoni  principi  e  alle 
buone  pratiche.  Ma  la  politica  finanziaria  brancolerà  ancora 
parecchi  anni  incerta  ed  è  assai  difficile  che  un  ritorno  alla  vita 
normale,  nella  maggior  parte  dei  beni  di  Europa,  avvenga  per 
ora. 

In  molti  stati  europei  è  incerta  la  finanza,  in  molti  è  incerta 
la  vita  economica,  in  altri  è  incerta  la  sicurezza.  I  Parlamenti 
non  hanno  ripreso  la  loro  normale  funzione  e  senza  il  ritorno 
al  controllo  parlamentare  non  vi   sarà  mai   una  finanza  seria, 
e    seriamente   durevole. 

La  libertà,  con  tutti  i  suoi  inconvenienti ,  è  ancora  Veleterio  di 
ogni  progresso  ;  i  parlamenti,  con  tutti  i  loro  difetti,  sono  il  pre- 
sidio di  ogni  società  civile. 

Umana  libertà  come  sei  cara,  ha  detto  uno  dei  più  grandi 
geni  della  nostra  stirpe,  Leonardo  da    Vinci. 


Senza  libertà,  senza  democrazia,  non  vi  è  vero  progresso,  né 
scienza,  né  altezza  di  vita  e  non  vi  è  né  meno  la  ricchezza. 

La  guerra  ha  dimostrato  che  i  popoli  i  quali  si  sono  prima 
accasciati,  e  che  poi  sono  caduti  nella  rivoluzione  sono  anche 
quelli  che  aveano  l'assolutismo  e  in  cui  non  erano  né  libertà,  né 
tradizioni  parlamentari.  I  popoli  anglosassoni,  in  cui  più  antico 
è  il  rispetto  della  libertà  e  più  antica  e  gloriosa  la  vita  dei  parla- 
menti, non  solo  hanno  avuto  la  più  grande  resistenza  e  sono  stati 
fattore  decisivo  della  vittoria  ;  ma  anche,  come  la  Gran  Bretta- 
gna, dopo  la  guerra,  si  sono  imposti  i  più  duri  sacrifizi  per  avere 
il  risanamento  della  finanza  e  il  risanamento  della  vita  economica. 

Questo  libro  è  necessariamente  incompleto  e  contiene  molte 
lacune.  Non  è  possibile  che  questo  tumultuoso  periodo  della  vita 
economica  dei  popoli,  che  speriamo  abbia  a  finire  in  tempo  non 
troppo  lontano,  sia  in  ogni  paese  descritto,  né  che  tutti  i  fenomeni 
che  si  sono  prodotti  da  un  decennio  nel  campo  economico  e  fi- 
nanziario siano  largamente  illustrati.  Ma  ho  cercato  tenerne 
conto  nella  maggior  misura  possibile. 

Io  mi  auguro  che  quando  si  pubblicherà  una  nuova  edizione 
di  questi  Principi,  io  possa  scrivere  delle  leggi  e  degli  ordina- 
menti di  un'  Europa,  unita  nei  vincoli  della  solidarietà  econo- 
mica, nel  sentimento  della  pace  e  nel  rispetto  della  libertà  dei 
popoli. 

Maggio  ig23. 

NlTTI 


XIII 


PREFAZIONE  ALLA  PRIMA  EDIZIONE 

Sono  in  questo  libro  esposti,  il  più-  semplicemente  che  mi  sia 
riescilo,  i  principi  della  finanza  pubblica:  niuna  cosa  ho  omessa 
perchè  V esposizione  riescisse  chiara  e  completa.  Il  piic  che  possi- 
bile ho  seguito  le  tracce  della  legislazione:  ogni  giudizio  ho  voluto 
che  vestisse  fuori  dai  fatti.  Forse  l'amore  della  osservazione  stati- 
stica parrà  i?i  qualche  caso  eccessivo:  ma  io  rite?igo  che  nelle  scienze 
sociali  non  si  faccia  vtai  uso  a  bastanza  delle  ricerche  positive.  I 
fatti  valgono  piii  delle  opinioni;  l'esaìne  dei  risultati  più.  che  l'ana- 
lisi delle  previsioni;  la  osservazione  diretta  dello  svolgersi  di  un 
fenomeno  è  sempre  preferibile  alla  piti  ardita  speculazione  astratta. 
Il  mar  di  tutto  il  senno,  com,e  direbbe  Dante,  è  oramai  l'espe- 
rienza. 

Ho  desiderato  sopra  tutto  in  questo  libro  la  precisione  e  la 
chiarezza. 

Dov'  è  chiara  la  lettera 
Non  fare  oscura  glosa, 

avvertì  il  santo  monaco  di  Todi.  E  io,  piuttosto  che  dire  solen- 
nemente le  cose  setnplici,  ho  voluto  quando  potevo,  dire  sempli- 
cemente anche  le  cose  più  oscure. 

Napoli  4.  marzo  1903. 


F.    NlTTI 


XV 


PREFAZIONE  ALLA  TERZA  EDIZIONE 

Questo  libro  ha  avuto  una  fortuna  che  io  non  osavo  augurargli.  In  meno  di 
tre  anni  due  edizioni  sono  state  esaurite.  Poco  tempo  dopo  eh'  era  uscita  la 
prima  edizione  italiana,  1'  editore  russo  S.  Sabachnikoff  ne  ha  pubblicata  una 
traduzione  fatta  da  J.  Schreider,  curata  e  adattata  al  pubblico  russo  dal  dottore 
A.  R.  Svirtscevski,  professore  a  laroslaw,  e  a  cui  il  grande  economista  russo  A. 
TchouprofF  ha  voluto  premettere  una  prefazione  molto  interessante.  Dopo  qualche 
mese  gli  editori  francesi  Giard  et  Brière  ne  han  pubblicato,  nella  Bibliothéque 
zìiternaiionale  de  droii  public  (diretta  da  Boucard  e  Jéze),  una  traauzione  assai 
nitida,  per  cura  del  professore  T.  Chamard,  insegnante  nella  Università  di  Cler 
mont-Ferrand  e  per  cui  ha  scritto  una  splendida  prefazione  il  professore  A.  Wahl, 
decano  della  università  di  Lille  e  uno  dei  maggiori  finanzieri  e  giuristi  di  Francia. 
Di  questi  PHncipi  parecchie  traduzioni  sono  in  corso;  uscirà  presto  a  Tokio  una 
edizione  giapponese  a  cura  del  professore  Yoshimasa  Ishikama.  Io  attribuisco 
questa  accoglienza  larga  e  onorevole  a  un  sol  fatto:  alla  imparzialità  scientifica, 
vorrei  dire  alla  sincerità,  cui  questo  mio  libro  è  ispirato. 

La  terza   edizione  è  stata   da   me   riveduta   e  resa   completa  ;  ho  cercato  di 
riparare  a  molte  deficienze  e  di  togliere  ciò  che  poteva  parere  superfluo. 

Napoli,  febbraio  1907. 

F.    NlTTI 


PREFAZIONE  ALLA  QUARTA  EDIZIONE 

Questa  quarta  edizione  fu  cominciata  a  stampare  nei  primi  mesi  del  191 1  ;  la 
stampa  è  finita  solo  ora.  Nominato,  alla  fine  di  marzo,  Ministro  di  agricoltura 
industria  e  commercio,  e  non  avendo  tempo  sufficiente  per  curare  questa  pubbli- 
cazione, ne  ho  dato  incarico  al  professore  Adolfo  Musco,  Voglio  ora  ringraziarlo 
vivamente  della  sua  opera. 

Roma,  gennaio  1912. 

F.    NlTTI 


ELENCO  DELLE  ABBREVIAZIONI 


Alcune  opere  più  frequentemente  citate,  alcune  riviste  e  alcuni  dizionari  nelle 
note  sono  stati  indicati  con  semplici  abbreviazioni,  di  cui^si  dà  quindi  spiega- 
zione : 


Ricca:  Istituz. 
Oraziani:  Istituz. 
C  o  s  s  a  :  Finanz. 
Einaudi:  Studi 
P  i  e  r  s  o  n  :  Problemi 

Leroy  Beaulieu:   Traité 
G  a  r  n  i  e  r  :   Traité 
S  t  o  u  r  m  :  Budget 
Boucard  et  Jèze:  Finance 

B  a  s  t  a  b  1  e  :  Finance 
S  e  1  i  g  m  a  n  :  Incidence 

S  e  1  i  g  m  a  n  :  Essays 

S  e  1  i  g  m  a  n  :  Progress,  tax 

C  o  h  n  :  Finanz. 

Conrad:  Finanz. 
Wagner:  Finanz. 

R  o  s  e  h  e  r  :  Finanz. 
Schaeffle:  Steuern 


G.  Ricca  Salerno:  Istituzioni  di  scienza  delle 
finanze,  Firenze  i888. 

A.  Oraziani  :  Istituzioni  di  jscienza  delle  fi- 
nanze, 2.  ediz.,  Torino,  1911. 

L.  Cossa:  Istituzioni  di  scienza  delle  finanze, 
IO.  ediz.,  Milano  1909. 

L.  Einaudi:  Studi  sugli  effetti  delle  imposte, 
Torino,  1902. 

N.  O.  rierson  :  Problemi  odierni  fondamen- 
tali dell' economia  e  della  finanza,  tra- 
duzione dall'  olandese  del  dott.  E.  Ma- 
lagoli,  Torino,  190 1. 

Leroy  Beaulieu:  Traité  de  science  des  finan- 
ces,  Paris,  1906,  7.  ediz. 

F.  Garnier:  Traité  de  finances,  4.  ediz.,  Pa- 
ris, 1883. 

René  Stourm:  Le  budget,  4. me  edit.,  Paris, 
1900. 

Max  Boucard  et  Oaston  Jèze  :  Éléments  de 
science  des  finances  et  législation  finan- 
cière  francaise,  Paris,  2. me  edition,  1902. 

Bastable:  Public  finance,  London,  1894. 

Seligman:  On  the  shiftìng  and  incidence,  of 
taxation,  New-York,  1899,  2.  ediz. 

Seligman  :  Essays  in  taxation,  New -York, 
1895. 

Seligman  :  Progressive  taxation,  New- York, 
1905.  5-  ediz. 

G.  Cohn  :  System  der  Finanzwissenschaft 
Stuttgart,  1899. 

F.  Conrad:  Finanzwissenschaft,  Iena,   1899. 

A.  Wagner:  Finanzwissenschaft,  Leipzig, 
1901. 

W.  Roscher  :  Finanzwissenschaft,  Iena,  1899. 

Schaeffle  :  Die  Steuern,  Leipzig,  1895. 


XVIII 


D.  C.I.B.  GuyotetRaffalovich:    Dictionnaire 

du  Commerce  de  V  Indtistrie  et  de  la  B an- 
gue, Paris,  Guillaumin. 
D.  of  P.  E.  R,  H.  I  n  glis  P  algr  a  ve  :   Dictionary  qf 

Politicai  Economy,    London,  Macmillan. 
B.  d.  E.  Biblioteca  dell'  Economista. 

Val.  mob.  Congrés  internalional  des  valeurs  mobilières, 

Paris,  1900,  4.  voi. 
B.  S.  L.  C.  Bollettino  di  statistica  e   legislazione  compa- 

rata,  pubblicato   dal    Ministero  delle  fi- 
nanze a  Roma. 
R.  S.  ^o.  Riforma  Sociale,  rassegna  di  scienze  so- 

ciali e  politiche  diretta   da  Roux  ,    Nitti 
ed  Einaudi. 

Giornale  degli  Economisti. 

Revue  d' Economie  politique. 

Revue  politique  et  parlementaire . 

/oumal  des  Économistes. 

Bullettin   de    statistique    et    lègislation    com- 
parèe  (Ministère  des  Finances). 

V  Economiste  Francais. 

Bulletin  de  l'  Institut  International  de  Stati- 
stique. 

Journal  de  la  Società  de  statistique  de  Paris. 

Revue  de  science  et  de  lègislation  financières. 

The  economie  journal. 

The  Economist. 

The  North  American  Review. 

Journal   of  the    Royal    Statistical   Society, 
London. 

Finanz  Archiv.  Stuttgart. 

Conrad' s  lahrbùcher,  Jena. 

Zeitschrift  fùr   die   gesammte    Staatsivissen- 
schaft. 

fahrbiìcher  fùr  NationaWkonomie. 

Jahrbiìcher  fùr    Gesetzgebung,   Verwaltuvg 
und  Volkswirthschaft  in  deutschen  Reich. 


G. 

d. 

E. 

R. 

d. 

E.  P. 

R. 

P. 

P. 

J. 

D. 

E. 

Bull. 

S.  L.  C. 

E. 

F. 

B. 

I. 

S. 

J. 

S. 

R. 

s. 

1.  f. 

E. 

J. 

Econ. 

N, 

,  A 

.  R. 

J. 

R. 

SS. 

F. 

A. 

c. 

I. 

Zeit. 

J. 

N. 

G. 

J. 

f. 

VALORE  IN  LIRE 


DELLE  PRINCIPALI  MONETE  STRANIERE 


Nel  testo  le  notizie  relative  a  stati  esteri  sono  espresse  assai  spesso  nelle  mo- 
nete dei  rispettivi  stati,  che  equivalgono  in  monete  d'  oro. 


Germania 

Inghilterra 

Argentina 

Austri  a-Ungheria 

Brasile 

Chili 

Stati  scandinavi 

Stati  Uniti  di  Araer. 

Giappone 

Olanda 

Portogallo 

Russia 


I  marco  =  ice  pfennings 
I  lira  sterlina  =  20  scellini 
I  peso  =  100  centesimi 
I  corona  =  100  hellers 
I  milreis  =  1000  reis 
I  peso  =100  centavos 
I  corona  =  100  cere 
I  dollaro  =  100  cents 
I  yen  =  100  sen 
I  fiorino  =  100  centesimi 
I  milreis  ^1000  reis 
1  rublo  =  Vió  rubli 


lire 


1-235 

25.221 

5.000 

1.05 

2.832 

1.891 

1.389 

5.181 

2.58 

2.08 

5.60 

2.666 


Gli  stati  dell'  unione  monetaria  latina  dal  23  dicembre  1865  hanno  le  stesse 
unità  monetarie  dell'  Italia  e  sono  :  Francia,  Belgio,  Svizzera  (franco),  Grecia 
(drachma)  ;  equivalgono  alla  lira  italiana  la  peseta  in  Spagna,  il  markha  del  gran 
ducato  di  Finlandia,  il  ley  in  Romania  e  il  divar  in  Serbia. 

Nel  disordine  enorme  dei  cambi  attuali  queste  indicazioni  servono  solo  per 
riferimento. 


INDICE 

Dedica pag.      vii 

Prefazione  alla  V  edizione       »  xi 

Prefazione  alla  I  edizione      »  xiii 

Prefazioni  alla  III  e  alla   IV  edizione      »  xv 

Elenco  delle   abbreviazioni      »  xvii 

Valore  in  lire  italiane  delle  principali  monete  straniere  »  ,   xix 

Indice       »  xxi 

Nozioni   generali 

I.  La  scienza  delle  finanze    pag.   1-18 

I  La  esistenza  dello  Stato  e  la  pubblica  finanza.  2  Diffi- 
coltà di  sviluppo  delle  scienze  sociali.  3  Molteplicità  dei  ten- 
tativi per  la  costruzione  di  una  scienza  sociale.  4  II  principio 
della  solidarietà  sociale  :  come  derivi  da  un  maggiore  sviluppo 
di  rapporti  una  più  grande  solidarietà  sociale.  5  Inutilità  delle 
controversie  preliminari  nelle  opere  di  scienze  sociali  ;'  come  la 
più  gran  parte  delle  discussioni  sui  limiti  di  arte  e  di  scienza  e 
sull'origine  storica  delle  varie  teorie  siano  inutili,  6  Come  la 
pratica  finanziaria  abbia  preceduta  la  dottrina. 

U.  L'azione  economica  dello  Stato  e  degli  enti  locali  pag.   19-39 

7-9  Le  forme  di  attività  dello  Stato.  Bisogni  individuali  e 
bisogni  collettivi.  Lo  Stato  non  ha  scopi  propri,  non  è  al  di- 
sopra e  al  di  fuori  di  coloro  che  lo  compongono  ;  non  è  l'anti- 
tesi dell'individuo  ,  non  è  mai  tutta  la  società.  Esagerazioni 
sullo  Stato  etico,  io  Lo  Stato  e  le  esagerazioni  dell'individua- 
•ismo  economico.  11  Come  lo  sviluppo  della  solidarietà  au- 
menti i  rapporti  d'interdipendenza  senza  ridurre  la  libertà. 
Esagerazioni  ed  errori  sulla  natura  dello  Stato.  12  Ciò  che 
lo  Stato  può  o  non  può  fare.  13  Dove  l'azione  dello  Stato  è 
necessaria,  dove  è  dannosa.  14  Funzioni  che  lo  Stato  abban- 
dona e  funzioni  che  assume  :  errori  del  materialismo  storico. 
15  I  servizi  pubblici  e  i  servizi  di  utilità  pubblica. 

ni.  Teorie  generali  relative  ai  fenomeni  finanziari  .  .pag.  39-49 

16  II  principio  regolatore  della  finanza  pubblica.  17  Teo- 
ra  del  consumo,   ragione  stòrica  di  essa.    18  Teoria  dello 


XXII  SCIENZA  DELLE   FINANZE 

scambio  :  esagerazioni  sulla  natura  dello  scambio.  19  Teorie 
sulla  produzione  :  lo  Stato  come  produttore  di  pubblici  ser- 
vizi. 20  Teoria  del  valore  :  come  si  presti  meglio  a  intendere  i 
fenomeni  J&nanziari.  21.  Le  forme  coattive  della  imposizione. 
22  Natura  permanente  dei  bisogni  collettivi. 

IV.  L'azione  dello  Stato  e  raumento  delle  spese  pub- 
bliche    pag.  49-65 

23  Se  le  spese  dello  Stato  aumentino  indefinitamente  : 
importanza  dell'osservazione  storica  e  statistica.  24  II  bilan- 
cio francese  dal  1234  a  ora.  25  II  bilancio  inglese  dal  1691  a 
ora.  Le  spese  locali  della  Gran  Brettagna.  26  Aumento  delle 
spese  pubbliche  nei  piccoli  stati  ;  in  Belgio  dopò  il  1851,  in 
Svizzera  dopo  il  1850,  in  Olanda  dopo  il  1851,  in  Svezia  dopo 
il  1877.  27  II  bilancio  della  Germania  dopo  il  1874,  della  Rus- 
sia dopo  il  1803.  28  Come  i  paesi  nuovi  non  sfuggano  all'au- 
mento :  il  bilancio  degli  Stati  Uniti  dal  1791  ad  ora  ;  il  bilan- 
cio del  Giappone.  29  Un  secolo  di  finanza  municipale  :  Pa- 
rigi e  Torino.  30  Le  spese  pubbliche  in  Italia,  dalla  costitu- 
zione del  nuovo  Regno. 

V.  Se  raccrescimento  delle  spese  pubbliche  sia  reale  pag.  65-78 

31  L'accrescimento  delle  spese  pubbliche  è,  secondo  Say, 
una  malattia  universale.  È  reale  e  fino  a  qual  punto  ?  Un 
fatto  universale  può  dipendere  da  un  errore  generale  ?  32 
Elementi  che  bisogna  tener  presenti  nella  comparazione  : 
variazioni  nel  territorio  degli  Stati.  33  Aumento  della  popo- 
lazione. 34  Sviluppo  della  ricchezza.  35  Variazioni  avvenute 
nel  valore  della  moneta.  36  Cause  effettive  dell'aumento 
delle  spese  pubbliche  nel  secolo  XIX. 

VI.  La  comparazione  in  materia  finanziaria pag.  78-82 

37  Usi  e  abusi  della  comparazione  in  materia  finanziaria, 
come  spesso  siano  violati  i  principi  della  logica  statistica. 

38  Difficoltà  dei  confront  :  norme   che  si  devono  seguire. 

39  Cause  più   frequenti  di   errore   nella    comparazione. 

VII.  La  misura  delle  variazioni  di  valore  della  moneta 

e  il  calcolo  della  ricchezza  delle  nazioni,  .pag.  82-107 

40  Alcuni  procedimenti  più  in  uso.  41  La  misura  delle  varia- 
zioni di  valore  della  moneta.  42  Metodi  adoperati  dopo  Lowe 
e  Scrope  per  eseguire  tale  misura.  Gl'index  numbers.  43  Le 
variazio^ii .  dei  valori  doganali.  Il  metodo  delle  monografie  di 
famiglia.  44  Se  si  possa  misurare  la  ricchezza  di  una  nazione 


INDICE  XXIII 

in  epoche  differenti  e  d'  differenti  nazioni  nella  stessa  epoca.  45 
Ricchezza  pubblica,  ricchezza  privata,  ricchezza  nazionale  : 
metodi  seguiti  per  calcolare  la  ricchezza  privata.  46  II  reddito 
nazionale  e  la  capitalizzazione  annuale  di  ciascun  paese.  In 
che  senso  deva  essere  intesa  la  capitalizzazione.  47  Cause 
della  capitalizzazione. 

Vili.  La  ricchezza  privata  e  l'onere  dei   contribuenti 

nei   paesi   moderni    ". pag.  107 -113 

48  Calcoli  più  recenti  sulla  ricchezza  privata  nei  vari 
paesi.  Come  si  misuri  la  pressione  tributaria.  49  Situazione 
dei  principali  paesi  dal  punto  di  vista  della  pressione  tributaria 

IX.  Le  spese   e  le   entrate   pubbliche pag.  113-124 

50  Come  l'argomento  delle  pubbliche  spese  interessi  tutta 
la  finanza.  51  Classifica  delle  pubbliche  spese  secondo  gli 
scopi,  la  durata  e  la  forma.  Come  le  leggi  di  Engel  trovino 
riscontro  nella  vita  degli  stati.  52  Le  entrate  originarie  e 
derivate.  53  Classifica  delle  pubbhche  entrate. 

X.  La  ripartizione  della  ricchezza  e  le  forme  della  im- 

posizione  pag.  124-150 

54  L'ammontare  della  ricchezza  privata  determina  i  li- 
miti della  imposizione  :  la  distribuzione  ne  determina  la 
forma.  Ipotesi  della  distribuzione  :  la  curva  dei  redditi.  55  Di- 
stribuzione della  ricchezza  in  Svezia,  Nor%-egia  e  Olanda. 
56  La  distribuzione  della  ricchezza  in  Francia  :  ripartizione 
dei  va  ori  mobiliari.  57  Indagini  più  precise  fatte  in  Prussia 
e  in  Sassonia.  58  I  risultati  déil'Einkofnmgnsteuer  in  Prussia. 
59.  La  ripartizione  della  ricchezza  in  Inghilterra  e  negli 
Stati  Uniti.  60  Calcoli  sull'Italia.  61  La  crisi  del  reddito:  con- 
dizioni presenti  delle  classi  medie.  Tendenze  a  una  più  larga 
ripartizione.  62  Come  non  si  verifichi  un  processo  di  accen- 
tramento, ma  ima  elevazione  dei  redditi  inferiori  e  imo  sv  i- 
luppo  continuo  dei  redditi  medi. 

LIBRO  I. 

Le  spese  dello  Stato 

I.  Le  spese  nei  vecchi  e  nei  nuovi  bilanci pag.  150-159 

63  Come  la  natura  delle  pubbliche  spese  non  abbia  molto 
variato.  Prevalgono  le  spese  necessarie  all'esistenza.  64  Le 


XXIV  SCIENZA   DELLE   FINANZE 

spese  pubbliche  in  Italia  per  quaranta  anni.  65  Le  spese 
pubbliche  in  Francia  per  un  secolo.  Altri  confronti.  Nota  : 
Spese  dello  Stato  nella  Gran  Brettagna  dopo  il  1841. 

II.  Le  spese  per  la  costituzione pag.  160-167 

66  Quali  siano  le  spese  per  la  costituzione.  Le  spese  per 
la  sovranità  nel  passato.  La  hsta  civile  dei  sovrani  moderni. 

67  Le  spese  per  le  camere  legislative  e  per  le  alte  magistratiure. 

68  Spese  per  il  debito  pubblico  e  per  le  pensioni  :  rapido  au- 
mento di  tali  spese. 

III.  Il   costo  della  difesa    pag.  168-177 

69  Grande  sviluppo  delle  spese  militari.  Costo  delle  guerre 
moderne  ;  costo  della  pace.  70  Carattere  generale  dell'au- 
mento delle  spese  militari.  Nota  :  Statistica  e  storia  delle 
spese  militari  nei  maggiori  e  nei  minori  stati. 

IV.  Le  spese  di  giustizia  e   le  spese  di  sicurezza  in- 

terna  pag.  177-181 

71  Le  spese  per  la  giustizia  e  per  la  sicurezza  :  importanza 
nuova  e  crescente  di  tah  spese.  Come  queste  spese  sieno  essen- 
ziali. 72  Le  spese  per  la  magistratura. 

V.  Le  spese  per  la  istruzione  e  le  spese  per  la  educa- 

zione  pag.  181-187 

73  Le  spese  per  la  istruzione,  per  la  educazione  e  per  la 
religione  :  differente  sviluppo  di  esse.  Effetti  della  istruzione 
primaria  obbUgatoria.  74  L'istruzione  media  e  superiore 
non  può  esser  gratuita.  L'istruzione  tecnica.  75  Le  spese  per  i 
culti . 

VI.  Le  spese  per  i  lavori  pubblici pag.  188-191 

76  I  lavori  pubblici  nel  secolo  XIX.  Quali  lavori  lo  Stato  ha 
assunti.  Differente  legislazione  dei  paesi  moderni. 

VII.  Le  spese  per  sviluppare  la  produzione pag.  191-194 

77  Spese  di  conservazione  del  territorio  nazionale.  Spese  ne- 
cessarie allo  sviluppo.  Funzioni  nuove  determinate  dalle 
forme  attuali  di  produzione. 


INDICE  XXV 

Vili.  Le  spese  per  la  legislazione  sociale  e  la  pubblica 

assistenza    pag.  194-200 

78  La  legislazione  sociale  nei  suoi  risultati  finanziari.  Il 
costo  dell'assistenza  pubblica.  L'assistenza  pubblica  e  lo  Stato 
nei  paesi  protestanti  e  nei  paesi  cattolici.  79  Quali  spese  sieno 
produttive  :  abuso  della  classifica  di  spese  improduttive . 

IX.  Le  spese  dello  Stato  e  le  spese  degli  enti  locali  pag.  200-202 

80  Attribuzioni  dello  Stato  e  degli  enti  locali.  Proporzione 
fra  le  spese  dello  Stato  e  quelle  degli  enti  locali  in  alcuni  paesi. 

LIBRO    II. 

Le  entrate   ordinarie  dello   Stato 

Parte  i  :  il  demanio  e  le  tasse. 

I.  Il  demanio  fiscale    pag.  205-215 

81  Differente  funzione  del  demanio  pubblico  e  del  demanio 
fiscale.  I  beni  demaniali.  L'antico  e  il  nuovo  demanio.  82  II 
demanio  fondiario,  forestale,  minerario  e  industriale  in  al- 
cuni paesi.  83  Nuove  cause  che  determineranno  sviluppo  di 
nuove  forme  demaniali.  Le  acque  pubbliche  e  la  loro  naziona- 
lizzazione. 84  Aumento  della  ricchezza  comune  e  indivisa. 

II.  Le  tasse     pag.  215-225 

85  Definizione  della  tassa.  Servizi  pubblici  che  devono 
essere  pagati  con  tasse  :  servizi  i  quah  possono  essere  pagati 
solo  con  imposte.  86  Come  ai  servizi  pubblici  di  utihtà  spe- 
ciale corrispondano  le  tasse.  87  I  contributi  di  miglioria 
{betterment  taxes) 

III.  Le  pubbliche  imprese  e  i  monopoli  sociali .  . .  .pag.  225-258 

88  Sviluppo  di  alcune  pubbliche  imprese  negli  Stati  mo- 
derni. I  monopoli.  I  prezzi  di  concorrenza  e  di  monopoHo.  89 
Le  tariffe  dei  monopoU.  Tariffa  proporzionale,  differenziale, 
graduale,  unica.  90  La  monetazione,  assunta  dovunque  dallo 
Stato.  91  La  moneta  convenzionale,  la  moneta  divisionale 
e  lo  Stato.  92  L'emissione  dei  bigUetti  di  banca  come  pubbMco 
servizio.  Pericoli  delle  imposte  sulla  circolazione  bancaria.  93 
Come  la  partecipazione  dello  Stato  ai  benefizi!  delle  Banche 


XXVI  SCIENZA  DELLE  FINANZE 

di  emissione  sia  preferibile  alle  alte  imposte.  94  La  Posta  come 
servizio  pubblico.  La  posta  durante  im  secolo.  95  Quali  ser- 
vizi assume  la  Posta.  La  Po^ta  come  Banca  intemazionale. 
96  II  telegrafo  :  ragione  del  monopolio  di  Stato.  97  Tendenza 
del  Telefono  al  monopolio  di  Stato.  98  I  grandi  mezzi  di  tra- 
sporto: le  Ferrovie  e  lo  Stato.  Tendenza  al  monopolio.  99 
Come  la  concorrenza  non  sia  spesso  né  possibile  né  conveniente 
100  Le  tariUe  ferroviarie  :  quali  siano  preferibili.  loi  La  tra- 
zione elettrica  suJle  ferrovie,  nuove  cause  che  determinano 
l'esercizio  di  Stato. 

PARTE   II  :    NOZIONI    GENERALI    SULLE   IMPOSTE. 

IV.  Natura   e   forma   delle  imposte pag.  258-270 

I02  Definizione  dell'imposta.  Come  sia  necessaria  per  i 
servizi  pubblici  non  divisibili.  103  Gjme  le  imposte  abbiano  o 
scopo  finanziario  o  scopo  economico  ;  ma  come  abbia  impor- 
tanza fondamentale  lo  scopo  finanziario.  104  II  criterio  di  ri- 
partizione della  imposta.  Principio  della  capacità  contributiva 
e  principio  della  uguaglianza  di  sacrifizio.  Principio  del  sa- 
crifizio minimo.  105  I  due  principi  fondamentali  :  la  uniformità 
e  la  generalità.  Illusioni  tributarie  :  come  i  bilanci  modem  i  si 
basino  tutti  sulle  imposte  indirette. 

V.  Imposta  unica  e  imposte  molteplici.   Classifica  dei 

redditi  e  delle  imposte v pag.  270-286 

106  Imposta  unica  e  imposte  molteplici.  Impossibilità  di 
un'imposta  unica.  107-108  Le  classi  sociali,  la  distribuzione 
del  reddito  e  la  diversificazione  delle  imposte.  Redditi  fondati 
e  non  fondati.  Classifica  delle  imposte.  Imposte  dirette  ed 
indirette,  reali  e  personali.  109,  Se  le  imposte  devono  colpire 
il  capitale  o  il  reddito.  Come  la  questione  sia  messa  male. 
Il  reddito  o  il  capitale  come  misura  e  non  come  fonte  continua- 
tiva della  imposizione.  Come  non  esistano  vere  imposte  esclu- 
sive sul  capitale.  Le  imposte  sul  patrimonio  in  America  e  in 
Europa.  Discussioni  teoriche,  no  La  generalità  delle  imposte 
e  le  sue  eccezioni. 

VI.  Le  imposte  dirette  e  le  imposte  indirette  nei  bi- 

lanci moderni pag.  286-299 

ni  Diversa  funzione  delle  imposte  dirette  e  delle  imposte  in- 
dirette nei  bilanci  moderni.  Prevalenza  delle  imposte  indirette 
in  tutti  gli  Stati.  112  Situazione  relativa  delle  imposte  di- 
rette e  delle  imposte  indirette  ne'  vari  bilanci.  113  Caratteri 
economici  e  finanziari  delle  imposte  dirette  e  indirette.  Nota  : 
Entrate  della  Gran  Brettagna  dopo  il  1841. 


INDICE  XXVII 


VII.  Le  imposte  dirette  reali  e  personali pag.  300-308 

114  Le  imposte  reali  e  le  imposte  personali  :  loro  produt- 
tività. L'arbitrio  nelle  imposte  personali.  Caratteri  de  Uè  im- 
poste reali.  115  II  metodo  di  quotità  e  il  metodo  di  contin- 
genza 

Vili.  La  progressività   e   la   proporzionalità  delle  im- 
poste      pag.  308-333 

116  Imposte  con  saggi  proporzionali  o  progressivi  :  impo- 
ste degressive.  117  Teorie  contro  e  in  favore  della  progressi- 
vità. Esagerazioni  sui  danni  del  a  progressività.  Esempi  di 
progressione  nella  storia  tributaria.  118  Se  la  progressività 
della  imposta  sia  contraria  allo  sviluppo  della  produzione,  se 
tenda  ad  assorbire  il  reddito  e  intaccare  il  capitale  se  sia  im- 
praticabile, se  scoraggi  il  risparmio.  Altre  obiezioni.  119 
Principi  che  giustincano  dal  punto  di  vista  economico  e  so- 
ciale le  aliquote  progressive  nelle  imposte  dirette  personali 
e  nelle  imposte  di  successione.  120  Temperamenti  con  cui 
è  applicata  la  progressività  delle  imposte.  Dove  esistono  im- 
poste progressive.  La  progressione  in  Europa  e  in  America.  121 
Vari  metodi  seguiti  in  Svizzera,  in  Austria,  ecc.  Nota  :  Formula 
di  Vauchier.  La  progressività  delle  imposte  in  Italia. 

IX.  Esenzioni  e  limitazioni  nei  sistemi  tributari  mo- 

derni   pag.  333-34^ 

122  Le  esenzioni  da^^e  imposte  :  quando  siano  giustifica- 
c abili.  Se  esista  un  minimo  di  esistenza  e  se  i  redditi  minimi 
vadano  esenti  dalle  imposte  dirette.  Cause  di  esenzione.  Nota  : 
L'esenzione  dei  redditi  minimi  nella  pratica  tributaria  .  In- 
ghilterra, Prussia,  Austiia,  Sv  zzerà.  Olanda,  Danimarca,  Nor- 
vegia Francia,  Italia,  Australia,  Giappone  123  La  famiglia 
nelle  leggi  d.  imposta.  A^ote;La  situazione  della  famiglia  e  'im- 
posta in  a  cune  legislazioni  tributarie  :  Inghilterra,  Prussia, 
Austr  a.  Francia,  Svizzera,  Norvegia,  Tasraatia.  124  La  detra- 
zione dei  debiti  dalie  imposte  sul  reddito  e  dalle  mposte  di  suc- 
cessione. Nota:  La  detrazione  de'  debiti  nella  pratica  tribu- 
taria :  Prussia,  Svizzera. 

X.  La  ripercussione  delle  imposte    pag.  348-355 

125  La  ripercussione  delle  imposte  come  problema  fonda- 
mentale  della  finania.    Percussione,    traslazicne,    incidenza, 


XXVIII  SCIENZA  DELLE   FINANZE 

evasione  delle  imposte.  Casi  di  traslazione.  126  La  traslazione 
delle  imposte  in  monopolio  e  in  concorrenza  ;  con  imposte 
tenui  o  gravi  ;  secondo  la  varia  mobilità  dei  capitali  ;  con  do- 
manda elastica  o  non  elastica  ;  con  prodotti  a  costi  decre- 
scenti, crescenti  o  costanti  ;  ecc. 

XI.  Alcune   regole   alle  imposte pag.  356-365 

127  Le  quattro  regole  classiche  di  A.  Smith  :  i  principi 
di  giustizia,  di  certezza,  di  comodità,  di  economicità.  Come 
implichino  :  accertamento  dello  imponibile,  determinazione 
dell'ammontare  del  tributo,  modo  e  tempo  del  pagamento. 
128  Regole  di  Sismondi,  Gamier,  Wagner,  ecc.  Come  le  impo- 
ste non  devano  mai  ostacolare  la  produzione  ;  come,  a  parità 
di  condizioni,  siano  preferibili  le  imposte  vecchie  alle  nuove 
come  la  imposta  deva  avere  una  funzione  essenzialmente 
fiscale. 

XII.  Alcuni  sofismi  relativi  alle  imposte  :  i  limiti  della 

imposizione pag.  366-372 

129  Pericolosi  sofismi  :  se  l'imposta  induce  all'economia  e 
spinge  a  una  maggiore  produzione  ;  se  l'imposta  è  un  investi- 
mento ;  ecc.  130  I  limiti  della  pressione  tributaria.  Elasticità 
positiva  e  negativa  delle  imposte  dirette.  La  legislazione 
della  Nuova  Zelanda. 

PARTE   III  :   LE   IMPOSTE  DIRETTE. 

XIII.  Le  imposte  personali  e  familiari  non  in  rapporto 

con  il  reddito  :  le  imposte  di  capitazione  ;  e  le 
imposte  sulle  manifestazioni  esteme  della  ric- 
chezza  pag.  376-383 

131  Natura  delle  imposte  di  capitazione.  La  funzione  di 
esse  nelle  democrazie  moderne.  L'imposta  personnelle  in 
Francia.  Le  imposte  gerieraU  non  in  rapporto  con  il  reddito  nei 
cantoni  svizzeri.  Le  imposte  di  capitazione  in  America  e  nelle 
finanze  coloniali.  132  Le  imposte  sulle  manifestazioni  esterne 
della  ricchezza.  La  contribution  mobilière  e  Vimpòt  sur  les 
portes  et  fenftres  in   Francia. 

XIV.  La  imposta  fondiaria  sui  terreni pag.  383-418 

133  Carattere  e  forma  della  imposta  fondiaria.  Natura 
del  reddito  fondiario.  134  Incidenza  della  imposta  fondiaria. 
Teorie  e  ipotesi  sulla  consolidazione  o  ammortamento  della 


INDICE  XXIX 

imposta  fondiaria  :  se  questa  imposta  incida  solo  il  proprie- 
tario prò  tempore.  La  riforma  di  Pitt  in  Inghilterra.  Ragioni 
di  prevalenza  delle  imposte  reali  di  contingente.  135  Se  sia 
possibile  un'imposta  unica  sulla  terra.  Esagerazioni  sulla 
rendita  fondiaria.  La  conservazione  dell'agricoltura  come 
ima  necessità  demografica  dell'Europa.  136  Esenzioni  delle 
minori  quote  immobiliari.  Piccola  e  grande  proprietà  nella 
pratica  tributaria  :  Australia,  Germania,  Danimarca,  Inghil- 
terra, Romania,  Serbia,  Svizzera.  La  progressione  nella  im- 
posta fondiaria  in  Austraha  e  in  America.  Uact  Torrens  e  la 
mobilizzazione  della  proprietà  fondiaria.  I  centesimi  addi- 
zionali. L'imposta  fondiaria  in  alcuni  Stati  :  Prussia,  In- 
ghilterra. 137  I  sistemi  di  accertamento  del  reddito  fondiario. 
Il  catasto  :  forme  delle  operazioni  catastali.  138  L'imposta 
mineraria.  L'imposta  sui  redditi  minerari  in  Prussia,  in  Fran- 
cia, nel! 'Alsazia-Lorena  in  Austria,  in  Inghilterra.  Nota  :  Lai 
imposta  fondiaria  in  Italia. 

XV.  La  imposta  sul  reddito  edilizio pag.  418-434 

139  Carattere  dell'imposta  sui  fabbricati.  L'urbanismo 
ùei  paesi  moderni.  Importanza  del  reddito  edilizio.  140  Va- 
rie fasi  dell'imposta  sul  prodotto  dei  fabbricati.  Elementi 
che  formano  il  reddito  edilizio.  L'elasticità  nella  domanda  di 
case.  Fenomeni  di  traslazione  e  d'incidenza.  141  Gli  aumenti 
di  valore  delle  aree  edilizie.  Di  una  imposta  sugli  incrementi 
futuri  del  valore  del  suolo.  142  Esenzioni  e  limitazioni.  Mezzi 
di  accertamento  del  reddito  edilizio.  L'imposta  sui  fabbricati 
in  Italia,  Francia,  Inghilterra,  Prussia,  Sassonia,  Austria.  Da- 
nimarca,  Nota  :  L'imposta  sul  reddito  edilizio  in   Italia 

XVI.  Leimpostesui  plus  valori  immobiliari pag.  434-455 

143  Incrementi  di  valore  non  guadagnati.  Stuart  Mi  11, 
Wallace,  George  e  gli  incrementi  non  guadagnati.  La  sopra - 
■  valutazione  dei  suoli  nelle  città.  Come  si  giustifica  l'imposi- 
zione dei  plus-valori  non  guadagnati.  Che  s'intende  per  plus- 
valore non  ^iuadagnato  In  qual  momento  e  come  calcolare  i 
plus-valori  non  guadagnati.  Applicazioni  pratiche  del'e  im- 
poste sui  plus-valori.  L'imposta  sui  plus-valori  nel  possedi- 
mento Asiatico  di  Kiao-Tcheou  L'imposizione  dei  plus-valori 
nelle  città  germaniche.  L' imposta  federale  germanica  del 
1911  sui  plus-valori  immobiliari  :  suo  ordinamento  L'impo- 
sta inglese  del  igio  sui  plus-valori  :  come  è  ordinata  Le  al- 
tre imposte  immobiliari  inglesi  del  1910  :  reverston  du'.y,  unde- 
veloped  land  duty.  minerai  rigkts  duty.  Le  imposte  sui  plus- 
valori in  Italia. 


XXX  SCIENZA   DELLE    FINANZE 

XVII.  Le  imposte  sulla  ricchezza  mobiliare  e  sui  red- 

diti   del    lavoro    pag.  455-497 

I.  144  Importanza  crescente  della  ricchezza  mobiliare. 
Calcoli  sulla  importanza  rispettiva  della  ricchezza  mobiiare 
e  immobiliare  in  vari  paesi  durante  il  secolo  XIX  Varie  forme 
dei  redditi  mobiliari.  II.  145  Le  imposte  sui  redditi  del  capi- 
tale. Forme  molteplici  dei  redditi  derivanti  da  interesse.  146 
Se  la  rendita  pubblica  deva  essere  colpita  da  imposta.  Ra- 
gioni invocate  per  la  esenzione.  Avversione  dei  finanzieri  pra- 
tici ail'imposta  sulla  rendita  :  esagerazioni  di  essi  L'imposi 
zione  dei  plus-valori  mobiliari.  Ili  147  L'imposta  sui  redditi 
industriali.  Vari  tipi  di  imposte  industriali  con  carattere  reale 
e  personale,  148  Ordinaxaento  delV itnpot  des  droiis  de  patente  in 
Francia.  149  Ordinamento  della  imposta  industriale  [Gewerhe- 
steuer)  in  Prussia  L'imposta  sui  grandi  magazzini  in  Prus- 
sia. Le  imposte  industriali  in  Austria,  nel  Belgio  :  in  Russia 
in  Baviera,  in  Svizzera,  in  Inghilterra.  IV.  150  L'imposta  sui 
redditi  personali  :  per  quali  cause  questi  ultimi  non  devano 
essere  esclusi  oltre  un  minimo  di  esenzione.  I  redditi  delle 
professioni  iberali  e  degli  operai.  Differente  azione  dell'im- 
posta sui  vari  redditi  personali.  L'imposta  sui  maggiori  as- 
segni in  Austria.  V.  151  Un'imposta  generale  su  tutti  i  redditi 
mobiliari  e  del  'avoro  :  la  imposta  di  ricchezza  mobile  ita- 
liana. Ordinamento  di  questa  imposta  :  importanza  storica 
ch'essa  ebbe.  Come  abbia  un  proprio  speciale  indirizzo.  Esen- 
zione del  minimo  e  la  discriminazione  dei  redditi  nella  imposta 
di  ricchezza  mobile.  Deduzioni  dall'imponibile.  L'accertamento 
del  reddito.  Evasioni.  Accenni  di  progressione.  Il  sopraprezzo 
delle  azioni  di  nuova  emissione. 

XVIII.  Le  imposte  generali  sul  reddito pag.  497-542 

I.  152  Carattere  delle  imposte  generali  sul  reddito  :  tipo 
dell'tncowte  tax  inglese ,  tipo  déiX' Einkotnmensteuer  prussiana. 
II.  153  Vincome  tax.  Storia  di  questa  imposta.  Le  riforme 
del  1898,  del  1907  e  del  1910.  Minimo  di  esenzione.  Dedu- 
zioni dell*'mponibile.  La  discriminazione  del  reddito  e  Vincome 
tax  :  riforme  di  George.  Redditi  guadagnati  e  non  guadagnati. 
Uincotne  tax  si  trasforma  in  un  im  posta  globale.  L'accertamen- 
to del  reddito  Le  dichiarazioni  del  contribuente  e  le  evasioni. 
U income  tax  e  la  progressione.  L'vicome  tax  e  la  situazione 
della  famiglia  Effetti  della  riforma  del  191  o  III.  154  LHncome 
tax  e  g  i  Stati  Uniti.  La  general  property  tax  è  un'imposta  sul 
capitale.  IV.  155  L'  Einkommensteuer  della  Repubblica  impe- 
riale tedesca.  V.  156  L'imposta  personale  sul  reddito  austriaco. 
VI.  157  Le  imposte  sul  patrimonio  e  sul  reddito  in  Olanda. 
\'II.  159  L'imposta   complementare  sul  reddito  in  Francia. 


INDICE  XXXI 

Vili.  i6o  L'imposizione  sul  reddito  in  Italia.  IX.  i6i  L'im- 
posizione sul  reddito  nella  Svizzera.  X.  162  L' imposta  ce- 
dolare  nei  redditi  e  complementare  sul  reddito  nel  Beigio. 
XI.   163  Le  imposte  sul  reddito  in  altri  stati. 

XIX.  Le  imposte  sul  capitale ,  .  pag.  542-549 

165.  Le  imposte  sul  capitale  dopo  la  guerra  1914^18  e 
le  spese  della  guerra.  166  Le  proposte  di  capital  levy  e  di 
coscrizione  delle  fatture.  Imposte  straordinarie  sxil  capitale. 

PARTE  V  :  LE  IMPOSTE  INDIRETTE. 

XIX.6ÌS  Imposte  sulla  circolazione:  registro  e  bollo  pag.  551-560 

168  Varie  forme  delle  imposte  indirette.  La  loro  impor- 
tanza in  tutti  ì  bilanci  moderni.  169  II  registro  e  il  bollo. 
Natura  di  queste  imposte  sulla  circolazione.  170  II  tipo  ing  ese 
di  imposte  sulla  circolazione  (solo  il  bollo) ,  il  tipo  francese 
(registro  e  bollo).  Le  imposte  sulla  circolazione  bancaria.  Nota  : 
Il  registro  e  il  bollo  in  Italia. 

XX.  L'imposta  di  successione   pag.  560-572 

171.  Fondamento  economico  e  giuridico  della  imposta 
di  successione  Come  tenda  sempre  più  ad  assumere  il  carat- 
tere di  imposta  complementare  delle  imposte  dirette.  I  si- 
stemi ereditari  vigenti  e  le  imposte  di  successione.  Le  riforme 
più  recenti.  La  riforma  inglese  del  1894  e  quella  del  1910. 
L'imposta  federale  germanica  sulle  successioni  del  1906.  L'im- 
posta sulle  successioni  in  Francia  (tariffe  del  1910),  e  in  Ita- 
la. 172  Come  l'imposta  di  successione  tende  a  esentare  le  for- 
tune minori  e  i  lasciti  a  scopo  sociale  ;  a  colpire  diversamente 
secondo  il  grado  di  parentela,  l'età  di  chi  eredita,  l'ammontare 
della  successione,  la  data  dell'ultima  successione,  ecc.  Preva- 
lenza dei  saggi  progressivi.  L'imposta  di  manomorta. 

XXI.  I    dazi    doganali     pag.  572-631 

173  Dazi  di  importazione,  di  esportazione  di  transito. 
Crescente  importanza  della  legislazione  doganale  I.  174  I 
dazi  di  esportazione.  In  quale  caso  soltanto  possano  essere 
ammessi  e  con  quale  funzione  I  dazi  di  esportazione  in 
alcimi  Stati.  Nota  :  I  dazi  di  esportazione  in  Italia.  IL  175 
I  dazi  di  importazione.  Dazi  fiscali  e  dazi  economici.  Preva- 
lenza dei  dazi  economici.  Le  limitazioni  del  libero  scambio  nella 
fase  moderna  di  produzione.  In  quali  casi  possa  essere  ani- 
messa  la  protezione  doganale.  La  formazione  delle  industrie 


XXXIV  SCIENZA  DELLE  FINANZE 

di  un  prestito  ne  agevoli  o  contrasti  il  collocamento.  Azione 
dei   prestiti   pubblici   sull'economia   nazionale. 

III.  Stipulazione,    conversione,     ammortamento     dei 

debiti  pubblici pag.  717 

209  Forme  di  accensione  del  debito  stipulazione  diretta, 
stipulazione  indiretta.  210  II  Gran  Libro  del  debito  pub- 
blico. Varie  forme  di  titoli,  ^'affidavit.  211  Corso  della  rendita 
pubblica  :  cause  che  lo  determinano.  L'arbitraggio.  212  Con- 
versione della  rendita  :  quali  condizioni  siano  necessarie 
perchè  una  conversione  possa  riescire.  Varie  forme  di  conver- 
sione. 213  Ammortamento  del  debito  pubblico.  Illusioni 
sull'interesse  composto.  Come  non  vi  sia  altro  modo  di  am- 
mortizzare i  debiti  che  di  pagarli.  Le  casse  di  ammortamento. 
Nota:  I  Alcune  questioni  riguardanti  i  debiti  pubblici.  II  Al- 
cune valutazioni  dei  debiti   pubblici. 


LIBRO    IV. 
L'ordinamento  del  bilancio  dello  Stato. 

I.  Nozioni  generali.  La  preparazione  del  bilancio  pag.  749-761 

214  Nozioni  del  bilancio.  Il  diritto  al  bilancio,  come  pri- 
mo segno  di  indipendenza.  215  A  chi  spetti  la  preparazione 
del  bilancio.  L'iniziativa  in  materia  di  spese  :  pericoli  della 
iniziativa  parlamentare.  216  Ordinamento  dei  ministeri  fi- 
nanziari :  il  Treasury  inglese.  217  L'anno  finanziario  in  Eu- 
ropa e  in  America.  L'esposizione  finanziaria. 

II.  Struttura  del  bilancio.   Preparazione  e  discussione 

nelle  Camere  legislative     pag.    762-773 

218  Requisiti  di  un  bilancio  moderno  dal  punto  di  vista 
finanziario  e  dal  punto  di  vista  contabile.  Bilancio  di  cassa  e 
bilancio  di  competenza.  219  Le  quattro  divisioni  del  bilan 
ciò  italiano.  220  Preparazione  e  discussione  del  bilancio.  Co- 
mitati aperti  e  comitati  chiusi.  Sistemi  seguiti  nelle  Camere 
legislative  in  Inghilterra,  negli  Stati  Uniti,  in  Francia,  in 
Italia.  221  Bilancio  di  previsione,  bilancio  di  assestamento 
o  di  rettifica,  bilancio  consuntivo.  222  II  fondo  consolidato, 
la  parte  statica  del  bilancio  inglese.  Se  tutte  le  spese  e  tutte  le 
entrate  devano  andare  ogni  anno  in  discussione. 


INDICE  XXXV 

IH.  Il  rifiuto  del  bilancio  e  l'esercizio  provvisorio.  Il 

controllo  del  bilancio    pag.  773-780 

223  Se  esista  il  diritto  di  rifiutare  il  bilancio.  Come  si 
tratti  di  un  espediente  rivoluzionario.  224  L'esercizio  provvi- 
sorio per  dodicesimi.  225  La  legge  del  bilancio.  Controllo 
parlamentare  e  controllo  preventivo  del  bilancio.  La  Corte 
dei  conti.  226  Riscossione  delle  imposte.  Il  Tesoro  dello  Stato. 
Nota  :  Ordinamento  della  Corte  dei  Conti  in  Italia.  Il  si- 
stema di  riscossione  italiano. 

LIBRO  V. 

La  finanza   locale. 

I.  Il    Governo   locale    pag.  783-789 

227  Natura  del  governo  locale.  Funzione  essenzialmente 
economica  del  governo  locale.  Il  comune  e  gli  enti  intermedi. 
Finanza  di  Stato  e  finanza  locale.  228  Linee  generali  del  go- 
verno locale  in  Inghilterra.  229  Cenni  sul  governo  locale  in 
Francia  e  in  Italia. 

II.  La  finanza  locale     pag.  789-806 

230  Le  entrate  della  finanza  locale.  Entrate  originarie  ed 
entrate  derivate.  La  mimicipalizzazione  dei  pubblici  servizi. 
Vantaggi  di  essa:  esagerazioni  sulla  sua  importanza,  231  Si- 
stemi di  finanza  locale.  Le  imposte  dirette  reali  come  più 
adatte  aUa  finanza  locale.  Le  imposte  indirette.  Le  dotazioni 
e  le  sovvenzioni.  232  Linee  generali  della  finanza  locale  in- 
glese. La  finanza  locale  in  Francia,  in  Russia  e  in  Italia.  233 
Altre  imposte  locali  o  speciali.  Nota  :  L'  ordinamento  della 
finanza  locale  in  Italia  :  entrata  e  spese  delle  province  e  dei 
comuni. 

Appendice  I.    I  sistemi  di  imposte pag.  807-819 

Appendice  II.  Notizie  sommarie  sul  bilancio  dello  Stato 

in  Italia pag.  820-834 


NOZIONI    GENERALI 
I. 

La  scienza  delle  finanze. 

I ,  La  scienza  delle  finanze  ricerca  in  qiial  modo  lo  Stato 
e  gli  enti  locali  si  procurino  le  ricchezze  materiali  necessarie 
alla  loro  esistenza  e  al  loro  funzionamento,  e  in  qual  modo  le 
impieghino  ;  studia  dunque  l'attività  economica  dello  Stato  e 
rlegli  organi  collettivi*  minori,  come  i  comuni  e  gli  enti  inter- 
medi (nei  vari  paesi:  province,  dipartimenti,  contee,  ecc.).  È 
quindi  una  disciplina  che  ha  un  campo  assai  vasto  ;  poiché 
entrano  nel  suo  esame  tutti  i  rapporti  che  vengono  a  stabilir- 
si, a  causa  della  riscossione  e  dell'  impiego  di  ricchezze  date 
dai  cittadini. 

La  esistenza  dello  Stato  e  degli  enti  amministrativi,  giudicata 
nel  suo  insieme,  non  ha  nulla  di  arbitrario:  è  il  risultato  necessa- 
rio di  ogni  convivenza  sociale.  Vi  può  essere  un'azione  più  o  meno 
intensa  da  parte  degli  enti  collettivi,  a  seconda  le  differenti  con- 
dizioni di  esistenza  o  di  sviluppo  ;  mai  però  gli  uomini,  usciti 
da  una  fase  primitiva,  sono  vissuti  senza  un  governo  e  quindi 
senza  una  funzione  collettiva.  Le  ricerche  della  preistoria,  se 
anche  dimostrassero  il  contrario,  non  avrebbero  da  questo  punto 
di  vista  alcuna  importanza,  poiché  proverebbero  anzi  che  gli 
uomini,  a  pena  fuori  dal  primitivo  stato  barbarico,  hanno  avuto 
bisogno  di  unirsi,  non  essendo  possibile  a  ciascun  uomo  alcuno 
sviluppo  in  solitudine.   In  qualsiasi   grado  di  civiltà  i  popoli 

Nitti.  I 


2  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [CAP.    1. 

hanno  avuto  dunque  forme  di  cooperazione  politica  per  scopi  di 
difesa  o  per  le  necessità  stesse  della  vita  sociale.  Anche  la  co- 
stituzione fisiologica  rende  l'uomo  quasi  incapace  di  vivere  in 
solitudine  e  di  produrre  da  solo  quanto  è  necessario  all'  esi- 
stenza. Il  romanziere  inglese,  che,  storia  o  leggenda,  ha  parlato 
di  Robinson  Crosuè,  vivente  in  solitudine,  non  ha  potuto  sup- 
porlo veramente  solo.  Robinson,  nel  naufragio  della  nave,  rie- 
sciva  a  salvare,  oltre  al  grano  e  ai  vestiti,  anche  le  armi,  cioè 
tanti  capitali  che  rappresentavano  il  risultato  del  lavoro  e  del- 
l'esperienza di  migliaia  di  generazioni.  La  narrazione  non  avreb- 
be avuto  seguito  se  il  naufrago  fosse  scampato  solo,  senza  armi, 
senza  capitali.  E  se  anche  fosse  scampato  solo  e  nudo,  egli 
avrebbe  avuto  sempre  nella  sua  mente  il  risultato  del  lavoro 
delle  generazioni  precedenti. 

La  difesa  dell'esistenza,  la  sicurezza,  la  tutela  dei  beni  sono 
bisogni  comuni  a  tutti  gli  uomini  :  non  è  possibile  soddisfarli 
con  mezzi  individuali.  Quali  bisogni  collettivi  derivino  dalle 
forme  di  vita  sociale,  particolari  di  ciascun  gruppo,  è  argo- 
mento assai  discusso  ;  è  evidente  però  che  forme  più  progre- 
dite di  coesistenza,  implicano  necessariamente  maggiore  con- 
nessità  di  rapporti.  È  negli  organismi  superiori  che  i  rapporti 
di  mutua  dipendenza  delle  singole  parti,  e  la  subordinazione 
di  tutte  alla  vita  e  allo  sviluppo  dello  insieme,  sono    maggiori. 

Noi  abbiamo  attualmente  paesi  la  cui  popolazione  supera  di 
gran  lunga-i  più  grandi  imperi  dell'antichità  :  l'impero  romano, 
nel  tempo  della  sua  maggiore  espansione,  non  ebbe  forse  la 
popolazione  attuale  della  Russia.  Agglomerati  umani  copie  la 
Germania  con  63  milioni  di  abitanti,  gli  Stati  Uniti  di  Ame- 
rica con  106,  la  Gran  Brettagna  con  45,  l'Italia  e  la  Francia 
con  oltre  38,  costituiscono,  per  il  loro  numero  e  per  la  loro 
importanza,  fatti  nuovi  nella  storia  della  civiltà.  La  costitu- 
zione dei  grandi  stati  moderni  e  1'  accrescimento  rapido  della 
loro  popolazione  rispondono  senza  dubbio  alle  forme  rapide  di 
produzione  e  di  scambio  :  stati  che  a  noi  sembrano  formati 
di  piccole  società  (come  il  Belgio  con  oltre  7  milioni  di  abitan- 
ti) hanno  anch'essi  una  popolazione  superiore  a  quella  di  tutta 
l'Italia  durante  il  tempo  in  cui  Roma  conquistatrice  spingeva 
già  le  aquile  vittoriose  assai  oltre    i  confini    del    Lazio.   La 


GAP.    I.]  NOZIONI    GENERALI  3 

guerra  combattuta  in  Europa  fra  il  1914  e  il  19 18  ha  avuto 
per  conseguenza  la  creazione  di  molti  nuovi  stati.  Ma  i  pic- 
coli stati  sorti  dopo  la  guerra  hanno  già  molte  difficoltà  di 
esistenza  e  saranno  costretti  per  il  loro  sviluppo  a  forme  di 
unione,  o  almeno  a  forme  d'intesa  economica.  Quando  si  tratti 
di  grandi  agglomerati  umani,  di  società  o  di  stati  composti 
di  diecine  e  di  centinaia  di  milioni  di  uomini,  il  soddisfaci- 
mento dei  bisogni  collettivi,  presenta  una  complessità  assai 
grande.  E  le  ricerche  dirette  a  indagare  in  qual  modo  lo  Stato  e 
gli  enti  amministrativi  si  procurino  la  ingente  massa  di  ric- 
chezze necessarie  alla  loro  esistenza  e  al  loro  sviluppo,  sono 
per  necessità  assai  più  difficili  e  complesse. 

2.  Come  tutte  le  discipline  relative  alle  società  umane,  la 
finanza  presenta  notevoli  difficoltà  di  sviluppo  :  essa  infatti 
studia  fenomeni  che  agiscono  e  reagiscono  gli  uni  sugli  altri  e 
la  cui  complessità  è  spesso  grandissima. 

In  tutte  le  scienze  sociali  la  indagine  presenta  difficoltà  più 
grandi  che  nelle  scienze  fìsiche  e  matematiche  :  non  solo  per 
la  complessità  dei  fatti,  ma  anche  per  i  rapporti  di  mutua  di- 
pendenza in  cui  essi  sono  *,  E  anche  perchè,  mancando  spesso 
ogni  possibilità  di  sperimento,  ed  essendo  l'osservatore  assai 
di  frequente  interessato  nei  fatti  che  deve  giudicare,  l'indagine 
è  soggetta  ad  errori  e  deviazioni. 

Nella  Introduzione  alla  scienza  sociale,  Herbert  Spencer  ha 
fatto  già  da  gran  tempo  notare  che  le  concezioni  di  cui  la 
scienza  sociale  si  occupa,  sorpassano  tutte  le  altre  in  complessità 
ed  è  impossibile  intenderle  senza  una  corrispondente  comples- 
sità delle  facoltà  f.  Ha  soggiunto  anche  che,  sciaguratamente, 
sono  le  persone  le  quali  più  mancano  delle  qualità  necessarie, 
quelle  che  credono  poter  risolvere  questioni  le  quali  non  in- 
tendono. 

L'anatomia  e  la  fisiologia,  poiché  vi  sono  moltissimi  uomini 
e  le  osservazioni  ripetute  sono  possibili,  arriveranno  forse  a  un 
grado  culminante  del  loro  sviluppo.  Ma  noi  non  conosciamo  che 

*  '<  L'oubli  de  la  luutuelle  dépendance  des  phénomènes  sociaux  donne 
lieu  à  un  nombre  extrémement  considérable  d'erreurs  ».  Pareto: 
Couts  d^ economie  politìque,  §  605, 

t   Spencer:  Introduction  à  la  sciencc  sociale  (ed.  frane.)  pag.  135-36. 


4  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [^AP.    1. 

una  sola  umanità:  di  cui  le  origini  ci  sono  ignote,  la  infanzia 
mal  nota.  Se  un  solo  uomo  fosse  esistito  sulla  terra,  egli  non 
avrebbe  mai  potuto  conoscere  la  propria  fisiologia  e  la  propria 
anatomia.  A  noi  mancano  molti  termini  di  confronto  :  e  quelli 
di  cui  disponiamo  sono  spesso  di  una  tale  complessità,  che  non 
sempre  si  riesce  a  penetrarne  la  natura. 

È  proprio  per  queste  ragioni  che  la  sociologia  generale  ha  pro- 
gredito pochissimo,  mancando  di  elementi  comparativi  :  e  vice- 
versa hanno  avuto  più  rapido  sviluppo  le  discipline  sociali  che 
studiano  solamente  alcuni  rapporti  concreti  :  come  la  demo- 
grafia, che  indaga  le  leggi  della  popolazione  ;  o  la  finanza,  che 
indaga  solamente  alcuni  fatti  relativi  agli  uomini  viventi  in 
società.  È  anche  assai  dubbio  se  esista  e  se  possa  esistere  una 
sociologia.  Augusto  Comte  considerava  come  vana  e  dannosa 
ogni  distinzione  che  abbia  per  scopo  la  separazione  fra  le 
scienze  che  studiano  le  società  umane,  e  non  ammetteva  che  una 
scienza  unica,  destinata  a  studiare  i  rapporti  sociali  sotto  tutti 
gli  aspetti  :  questa  scienza  unica  è  quella  eh'  egli  chiama  socio- 
logia. Ogni  studio  isolato  dei  diversi  elementi  sociali,  scriveva 
Comte,  per  la  natura  della  scienza  è  profondamente  irrazio- 
nale e  deve  rimanere  sterile  *.  A  quasi  un  secolo  di  distanza  si 
cade  spesso  negli  stessi  errori  :  e  la  così  detta  sociologia  vaga 
anche  oggi  fra  pretese  leggi  e  incertezze  evidenti,  rimanendo 
indeterminata  nei  suoi  scopi  e  nel  suo  indirizzo.  Se  qualcuno 
pretendesse  assurdo  studiare  i  fenomeni  della  natura  sotto 
diversi  aspetti  e  volesse  una  scienza  unica,  una  fisica  generale, 
che  li  abbracciasse  tutti,  parrebbe  a  noi  un  uomo  di  altri  tempi 
e  nessuno  gli  darebbe  retta.  Pure,  se  nelle  scienze  fisiche  è 
giustificata  la  nuova  tendenza  di  riattaccare  le  leggi,  scoperte 
con  lunghe  indagini,  ed  alcune  cause  fondamentali,  ogni  ten- 
tativo di  costruzione  unitaria  delle  scienze  sociali  rimane  as- 
surdo, essendo  queste  discipline  ancora  allo  inizio.  La  socio- 
logia, come  scienza  generale  delle  società,  è  destinata  a  rima- 


*  Toute  étude  isolée  des  divers  éléments  sociaux  est  dono  par  la  nature 
de  la  science,  profondémente  irrationelle  et  doit  demeurer  essentielle- 
ment  stèrile,  à  l'exeinple  de  notre  economie  politique  «Comte:  Cours 
de  philosophic  positive,  XXVIII  le9on. 


GAP.    I.]  NOZIONI   GENERALI  5 

nere  sterile  :  le  così  dette  leggi  di  cui  essa  abbonda,  non  luiuno 
punto  carattere  scientifico  e  le  ricerche  eseguite  da  Gumplo- 
wicz,  da  Giddings,  da  Simmel  sopra  tutto,  tendono  piut- 
tosto a  dimostrare  l'inutilità  di  ogni  tentativo  diretto  a 
formare  una  scienza  generale  della  società.  Ancora  adesso, 
le  leggi  che  regolano  le  società  umane  nella  loro  esistenza 
e  nel  loro  sviluppo  ci  sono  in  gran  parte  ignote:  e,  ciò  che 
è  peggior  male,  nella  ricerca  di  esse  noi  non  portiamo,  ne 
ci  è  possibile  portare,  quella  serenità  che,  sola,  permette  la 
ricerca  del  vero.  Quando  Hermite  e  Kroneker  ricercavano  i 
rapporti  nelle  più  profonde  proprietà  fra  le  funzioni  elittiche  e 
le  forme  aritmetiche,  si  può  esser  sicuri  che  portavano  nelle 
loro  indagini  uno  spirito  più  sereno  che  non  abbian  portato 
tutti  i  teorici  i  quali  hanno  ricercato  le  origini  e  le  funzioni  del 
capitale.  Del  pari,  quando  Schiaparelli  facea  le  sue  grandi  sco- 
perte sul  pianeta  Marte,  non  temeva  in  alcuna  guisa  che  le 
sue  ricerche  potessero  giustificare  o  condannare  le  forme  po- 
litiche o  sociali  dell'Italia.  Nello  studio  dei  fatti  sociali  assai 
spesso  si  parte  dal  preconcetto  di  giustificare  forme  e  rapporti 
che  esistono  ;  o  peggio  di  condannare  in  vista  di  ideali  più  o 
meno  assurdi  quelle  forme  e  quei  rapporti,  che  non  derivano 
nel  loro  contenuto  essenziale  dal  caso  o  dall'abuso,  bensì  dalla 
necessità    stessa. 

3.  Le  discussioni  sull'individualismo  e  sul  socialismo,  sulla 
estensione  e  sui  limiti  dell'azione  dello  Stato,  sulla  libertà  eco- 
nomica e  sulle  limitazioni  ad  essa  necessarie,  sono  state  e  sono 
innumerevoli  Ma  fuori  alcune  verità  fondamentali,  quasi  gene- 
ralmente riconosciute,  si  è  ben  lungi  dal  venire  a  un  accordo. 
René  Descartes,  che  sotto  certi  aspetti  è  stato  uno  dei  più  gran- 
di precursori  dell'indirizzo  attuale  delle  scienze,  nei  suoi  Discours 
de  la  méthode,  consigliava  :  non  date  mai  il  vostro  assentimento 
a  una  proposizione  di  cui  la  materia  non  sia  talmente  chiara, 
talmente  distinta,  che  non  vi  sia  modo  di  dubitarne*.  In- 
vece ,  troppo  facile  assentimento  noi  prestiamo  ad  afferma- 
zioni le  quali  non  hanno  se  non  un  valore    assai  discutibile   e 

*  RenéDescartes:  Discours  de  la  niHìwdc  in  Ocuvres,  ed.  Cousin, 
Paris,  1824,  voi.  I. 


6  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [CAP.    I. 

Spesso  costituiscono  altrettante  difficoltà  messe  sul  nostro 
cammino.  Ciò  che  importa  maggiormente  in  tutte  le  scien- 
ze sociali  è,  quanto  è  più  possibile,  essere  moderati  nelle  affer- 
mazioni :  niente  sotto  questo  aspetto  è  anzi  più  strano,  che  so- 
pra pochi  elementi  costruire  leggi  e  pretendere  che  alcune  con- 
statazioni, spesso  controvertibili,  siano  leggi  generali.  Sono  so- 
pra tutto  i  sociologi  che  abusano  di  questi  procedimenti.  E  il 
dubbio  operoso,  come  dice  Goethe  *,  lo  scetticismo  attivo,  il 
cui  solo  scopo  è  di  conquistare  sé  stesso,  anche  nella  ricerca 
dei  fatti  sociali  può  arrecare  maggior  vantaggio. 

Molti  scrittori  di  scienze  sociali  concentrano  tutti  gli  sforzi 
nel  ricercare  i  principi  fondamentali  delle  loro  discipline  :  il  prin- 
cipio fondamentale  della  finanza  teorica  è,  per  esempio,  ragione 
di  controversie  vivissime.  In  un  campo  assai  più  largo  i  principi 
generali  della  economia  sono  ragioni  di  controvei  sie  anche  mag- 
giori. Ora  gli  sforzi  diretti  in  questo  senso  spesso  rimangono 
sterili  e  sono  d'ordinario  eccessivi.  Del  resto,  anche  nelle  scienze 
fìsiche,  i  principi  fondamentali  sono  in  gran  parte  controversi  e 
si  basano  su  ipotesi  non  comprovate.  Noi  non  sappiamo  ancora 
con  precisione  che  cosa  sia  la  elettricità f  :  ma,  dopo  le  grandi 
scoperte  di  Pacinotti,  di  Herz,  di  Ferraris,  di  Edison,  la  elet- 
trotecnica ha  meravigliosamente  progredito  ;  e  la  forza  elet- 
trica, data  dai  fiumi  o  prodotta  dal  combustibile,  alimenta  già 
migliaia  di  industrie,  ilhmiina  le  città  e  semplifica  la  locomo- 
zione. I  progressi  della  chimica,  sono  così  prodigiosi ,  che 
hanno  qualche  cosa  di  fantastico  :  e  pure  le  leggi  fondamen- 
tali della  materia  ci  sono  in  gran  parte  ignote.  La  chimica 
si  fonda  principalmente  sulla  teoria  atomica  :  si  può  dire 
che  questa  teoria  sia  vera  ?  si  può  essere  sicuri  che  sarà  ac- 
colta domani  ?    Graham  ha  già  emesso  l'ipotesi   che   gli  atomi 


*  In  Massime  e  riflessioni  cap.  VII. 

t  L'energia  elettrica  si  spedisce  a  grandi  distanze  senza  sapere  il  mec- 
canismo della  propagazione.  «  Quale  sia  il  meccanismo  di  questa  propa- 
gazione dell'energia  elettrica  rimane  ancora  oggidì  un  problema  a  risol- 
versi ».  S.  P  a  g  1  i  a  n  i  :  Gli  odierni  problemi  della  elettrotecnica,  Palermo, 
1902,  pag.  7.  N  a  q  u  e  t  nei  Principes  de  la  conservation  de  V  energie 
dice:  Toutes  les  forces,  toutes  les  causes  du  mouvement  se  rcsument  dans 
un  principe  unique,  inconnu  dans   la  nature,  l'energie. 


CAP.    T.]  NOZIONI  GENERALI  7 

siano  composti  da  particelle  più  piccole  che  egli  chiama  gli 
ultimati  ;  queste  particelle  sarebbero  tutte  identiche  e  gli  a.to- 
mi  non  differirebbero  fra  essi  che  per  il  numero  degli  ultimati, 
il  loro  aggruppamento  e  la  direzione  dei  loro  movimenti. Si  sup- 
ponga una  forza  nuova  che  porti  in  chimica  una  potenza  at- 
tualmente ignota  e  noi  potremo  metterla  in  combinazioni  nucv 
ve.  E  niente  si  opporrà  allora  alla  formazione  artificiale  di 
quei  corpi,  che  ora  riteniamo  semplici  e  irriduttibili. 

La  ipotesi  fondamentale  su  cui  si  basa  attualmente  la  chimi- 
ca può  essere  dunque  erronea  :  ciò  non  ha  impedito  lo  sviluppo 
meraviglioso  di  questa  scienza.  Cosi  la  ipotesi  della  esistenza 
dell'etere  atmosferico  o  la  dottrina  della  evoluzione  sono  an- 
cora allo  stadio  di  ipotesi  non  verificate  ;  ma  ciò  non  ha  ostacolato 
lo  sviluppo  grandissimo  di  alcune  scienze  fisiche  e  naturali.  Ac- 
cade qualche  volta  che  una  teoria  errata  possa  anzi  servire  di 
base  a  una  solida  costruzione.  Le  teorie  sono  assai  spesso  pure 
ipotesi  :  e  non  vi  è  rapporto  necessario  tra  esse  e  i  fatti  alla 
cui  scoverta  hanno  contribuito.  Ciò  che  occorre  è  riportarsi  al 
più  grande  numero  possibile  di  fatti.  Poiché  allora,  se  anche 
le  conseguenze  che  se  ne  inducono  sono  inesatte,  i  fatt  i  che 
sono  serviti  di  base  rimangono  come  base  ad  altre  costruzioni. 
Ipotesi  e  sistemi  possono  anche  essere  oggettivamente  erronei 
e  condurre  da  altra  parte  a  conclusioni  vere  :  le  scienze  natu- 
rali riboccano  di  esempi  che  provano  tutto  ciò.  Le  grandi  ri- 
cerche di  Pasteur  e  dei  suoi  scolari  sulla  sieroterapia  sono  par- 
tite da  una  ipotesi  erronea  :  cioè  dalla  ipotesi  che  l'adatta- 
mento degli  organismi  ai  veleni,  conosciuto  già  da  gran  tempo, 
dipendesse  dalla  produzione  spontanea  di  un  contro  veleno, 
di  una  antitossina. 

Nella  scienza  sociale  le  ipotesi  generali  possono  essere  er- 
ronee, senza  che  questo  fatto  sia  particolare  ad  essa,  né  che 
noccia  allo  sviluppo  delle  singole  discipline.  Ciò  che  ad  esse 
nuoce  è  lo  spirito  dommatico  che  vi  predomina  spesso,  il  pre- 
tendere di  possedere  le  verità  essenziali  e  l'enunciare  come  verità 
indiscutibile  ciò  che  dovrebbe  esser  più  controverso.  I  tenta- 
tivi per  costruire  una  scienza  generale  delle  società  sono  an- 
cora incerti,  forse  sono  ancora  prematuri  ;  la  stessa  opera  di 
Spencer  non  dà  ai  fatti  economici  la  importanza  che  essi  hanno 


8  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [CAP.    I. 

e  rimane  tentativo  non  riescito  e  manchevole.  Sarà  solo  lo 
sviluppo  delle  ricerche  particolari,  che  permetterà  in  seguito 
una  costruzione  più  solida.  Ed  è  appunto  perciò  preferibile 
discutere  meno  sui  metodi,  sugli  indirizzi,  sui  principi  fonda- 
mentali; e  lavorare,  sia  pure  per  diverse  vie,  su  elementi  con- 
creti. La  deduzione  presenta  senza  dubbio  grandi  vantaggi 
nelle  ricerche  particolari  e  limitate  :  se  ne  abusa  però  assai 
largamente,  e  alcune  ipotesi,  la  cui  verità  è  assai  discutibile, 
servono  spesso  per  intiere  costruzioni*.  J.  S.  Mill  ha  mostrato 
assai  bene  nella  sua  Logica**  le  difficoltà  di  applicare  il  metodo 
sperimentale  alle  scienze  sociali.  La  più  grande  difficoltà,  egli 
ha  detto,  è  nel  tentare  esperimenti  :  anche  se  fosse  possibile 
organizzarli,  sarebbe  impossibile  assicurarsi  di  tutti  i  fatti  di 
ciascun  esperimento  e  di  prenderne  nota:  e  poi  i  fatti  sono  di 
una  tale  mobilità,  che  prima  di  passare  il  tempo  necessario 
per  la  esperienza,  vengono  a  mutare  non  poche  circostanze 
essenziali. 

Questa  e  altre  osservazioni  sono  senza  dubbio  vere.  Ma  non 
è  a  negare  che,  se  non  è  in  nostro  potere  produrre  i  fatti  e  iso- 
lare artificialmente  i  fenomeni  che  vogliamo  studiare,  noi  pos- 
siamo basare  le  nostre  osservazioni  sui  fatti  che  si  producono 
e  non  ritenere  mai  come  sicura  ninna  affermazione  che  i  fatti 
stessi   non   provino  t- 

Non  si  può  negare  che  ora  i  mezzi  di  osservazione  dei  fatti 
sociali  sono  assai  più  poderosi  che   ai  tempi  di   Mill  :   e   come 

*  «  Toute  généralisation  est  une  hypothèse:  1'  hypothèse  a  donc  un  róle 
nécessaire  que  nul  n'a  jamais  conteste.  Seulement  elle  doit  étre,  le  plus 
tòt  possible,  et  le  plus  souvent  possible,  soumise  à  la  vérification.  Il  va 
sans  dire  que,  si  elle  ne  supporte  pas  cette  épreuve,  on  doit-l'abandonner 
sans  arrière-pensée.  C  est  bien  ce  qu'  on  fait  en  general,  mais  quelque 
fois  avec  une  certaine  mauvaise  humeiu"  ».  H.  Poincaré:  Sur  les 
rapports  de  la  physique  expérimentale  et  de  la  physique  mathématique, 
Paris,  1900,  pag    8. 

**  J.  S.  M  i  11  :  Logic,  libro  VI;  cap.  VII. 

t  «  Gràce  à  la  généralisation,  chaque  fait  observé  nous  en  fait  prévoir 
un  grand  nonibre  ;  seulement  nous  ne  devons  pas  oublìer  que  le  premier 
seul  est  certain,  que  tous  les  autres  ne  sont  que  probables.  Si  solidement 
assise  que  puisse  nous  paraìtre  une  prévision,  nous  ne  sommes  jamais 
sùrs  ahsolument  que  1'  expérience  ne  la  démentira  pas,  si  nous  entrepre- 
nons  de  la  vérifier  pratiquement  ».    Poincaré:  ^of.  <^ii.  pag.  3. 


CAP.    I.]  NOZIONI    GENERALI  g 

Io  studio  dei  fenomeni  sociali  trova  una  base  sostanziale  nelle 
ricerche  della  psicologia,  le  scienze  economiche  trovano  un  po- 
tente ausilio  nei  procedimenti  sempre  meno  imperfetti  della 
statistica  e  nei  risultati    della    legislazione. 

La  questione  se  convenga  applicare  saggi  progressivi  o  saggi 
proporzionali  d'imposta,  dal  punto  di  vista  dottrinale,  è  stata 
discussa  almeno  cento  anni  con  assai  pochi  risultati.  Tutte  le 
volte  che  si  abusava  di  procedimenti  deduttivi  non  era  possi- 
bile arrivare  a  conclusioni  accettabili.  Quando,  per  esempio,  si 
enunciava  come  un  postulato  sicuro,  che  il  metodo  della  pro- 
gressività tendeva  a  distruggere  le  fonti  stesse  del  reddito  e 
queste  affermazioni  erano,  con  ragionamenti  astratti,  origine  di 
una  serie  di  proposizioni,  si  poteva  discutere  senza  venire  mai 
a  un  accordo.  Ora,  esaminando  le  statistiche  del  reddito  e  cin- 
quanta anni  di  legislazione  in  senso  progressivo  in  alcuni  fra 
i  principali  paesi  di  Europa,  noi  vediamo  cadere  tutte  le  preoc- 
cupazioni di  Min.  Senza  negare  dunque  che  sperimentare  nello 
scienze  sociali  sia  assai  difficile  e  senza  negare  che  quello  che 
Min  chiama  il  metodo  chimico  di  ricerca  non  si  possa  applicare 
se  non  in  poca  parte  alle  ricerche  riguardanti  i  fatti  sociali,  bi- 
sogna, quanto  più  è  possibile,  considerare  come  pericoloso  l'a- 
buso del  metodo  deduttivo  esatto.  Fortunatamente  cresce  ogni 
giorno  la  massa  degli  elementi  che  abbiamo  a  nostra  disposi- 
zione :  le  ricerche  della  statistica  diventano  sempre  più  larghe 
e  complete  ;  la  legislazione  si  occupa  spesso  di  fare  ciò  che 
nessun  osservatore  potrebbe.  La  massa  di  elementi  reali  di  cui 
gli  osservatori  dispongono  è  ora  dunque  infinitamente  più 
grande  che  ai  tempi  di  Mill. 

Le  leggi  che  è  possibile  formulare  da  coloro  che  ricercano  i 
fatti  sociali  non  hanno  nessun  carattere  di  immanenza  come 
le  leggi  fisiche,  le  quali  appariscono  costanti,  assolute  e  neces- 
sarie. Le  leggi  che  regolano  la  materia  sono  oggi  quelle  che 
furono  ieri,  quelle  che  saranno  domani.  In  qualunque  epoca, 
date  le  condizioni  del  nostro  pianeta,  una  pietra  lanciata  in 
aria,  è  caduta  a  terra  :  cadrà  domani  come  oggi.  Nelle  leggi 
sociali  non  ve  n'è  alcuna  la  quale  agisca  allo  stesso  modo  : 
esse  sono  tutte  limitate  e  valgono  per  le  osservazioni  di  un  dato 
tempo  e  di  un  dato  luogo.  Non    esprimono  dunque  necessità. 


IO  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [CAP.    I. 

ma  rapporti  di  regolarità  e  di  probabilità.  Quando  i  vècchi  eco- 
nomisti parlavano  di  leggi  eterne  della  economia  politica, 
confondevano  rapporti  di  probabilità  e  di  regolarità  con  rap- 
porti  di   necessità. 

Spesso  l'abuso  della  deduzione  nelle  scienze  sociali  ha  spinto 
a  errori  non  pochi  e  ha  fuorviato  dalla  indagine  positiva. Molte 
discussioni  sembrano  anche  adesso  far  risorgere  le  contro- 
\-ersie  della  scolastica  :  baroco  e  baralipton  ritornano  in  voga. 
Accade  non  di  rado  che  su  una  premessa  errata  (per  esempio  : 
la  ipotesi  di  Marx  che  la  ricchezza  tenda  nella  società  odierna 
a  concentrarsi)  si  sieno  scritte  centinaia  di  opere  e  si  sia  lun- 
gamente disputato.  Un  esame  dettagliato  della  questione, 
fatto  sul  più  gran  numero  possibile  di  statistiche  economiche 
e  finanziarie,  ci  mena  a  dire  che  questo  progresso  di  concentra- 
mento non  sia  punto  vero,  né  inevitabile.  Allora  che  cosa  ri- 
mane di  tutte  le  deduzioni,  sia  pure  ingegnose,  che  l'affermg,- 
zione  avea  determinato  ?  Da  dieci  anni  a  questa  parte  in  In- 
ghilterra, in  Germania,  in  Francia,  negli  Stati  Uniti  di  America, 
per  mezzo  dei  rispettivi  dipartimenti  o  uffici  del  lavoro,  sono 
stati  pubblicati  migliaia  di  volumi  che  contengono  ricerche 
sul  salario.  Queste  immani  raccolte  di  elementi  di  fatto  mostra- 
no quanta  poca  utilità  abbiano  avuto,  nella  più  gran  parte, 
le   innumerevoli  discussioni  teoriche  sul  salario.  ' 

Ciò  che  bisogna  evitare  negli  studi  sociali  è  l'abuso  del  ragio- 
namento astratto.  Molte  elucubrazioni  dottrinali  (anche  fra 
le  più  in  voga)  non  sono  dissimili  dalle  esercitazioni  logiche 
dei  vecchi  filosofi,  o  estetici,  o  eruditi.  Si  discuteva  per  gran 
tempo  se  la  pittura  fosse  più  nobile  della  scultura  e  in  che 
simili  e  in  che  differenti  i  poeti  e  i  pittori.  Messer  Benedetto 
Varchi  studiava  la  questione  :  se  i  morti  possono  amare  a  essere 
amati.  E  studiava  anche  più  profondamente  il  quesito  :  se  l'a- 
more può  star  fermo  in  un  medesimo  sito  senza  crescere,  ne  sce- 
mare. Quante  discussioni  si  basano  su  elementi  anche  più  fra- 
gili !  Forse  il  più  grande  benefìzio  per  le  scienze  sociali  sarà 
quello  di  sbarazzarsi  di  una  serie  di  questioni  preliminari,  che 
spesso  intralciano  ogni  cammino. 

Si  discute  da  gran  tempo  sul  socialismo  e  sull'individuali- 
smo :  se  cioè  il  maggior  sviluppo  delle  società  umane  sia  compa- 


CAP.    I.]  NOZIONI    GENERALI  II 

tibile  con  l'un  sistema  o  con  l'altro,  e  poiché  i  principi  fonda- 
mentali sono  tuttavia  controversi  e  i  fatti  sociali  sono  in  rap- 
porto di  mutua  dipendenza,  è  assai  diffìcile  che  per  via  di  dimo- 
strazione si  provi  l'assurdità  di  quei  sistemi  che  ora  sono  più 
contrari  alla  nostra  civiltà  e  alle  nostre  credenze.  Invece,  ciò 
che  è  certo,  è  che  ogni  giorno,  in  un  maggiore  sviluppo  della 
vita  sociale,  aumenta  la  solidarietà  :  e  che  essa,  pur  rendendo 
più  stretti  i  rapporti  tra  gli  uomini,  permette  uno  sviluppo 
di  libertà  che  altrimenti  non  sarebbe  possibile.  La  solidarietà 
è  un  fatto  naturale,  che  dipende  dalla  vita  dell'insieme  e  che 
cresce  man  mano  che  questa  si  sviluppa  *. 

4.  Le  forme  attuali  della  produzione  hanno  determinato 
una  divisione  del  lavoro  sempre  crescente  e  una  più  grande 
specializzazione  delle  funzioni.  Le  quali,  alla  loro  volta,  hanno 
agito  su  tutti  i  rapporti  sociali,  determinando  una  più  grande 
solidarietà.  I  rapporti  di  scambio  hanno  da  parte  loro  contri- 
buito non  poco  a  sviluppare  questa  solidarietà  sempre  più 
grande.  Lo  stesso  Spencer  aveva  già  riconosciuto  che  i  rap- 
porti economici  di  mutua  dipendenza  vanno  crescendof.  Se- 
parate, egli  avea  detto,  le  popolazioni  che  lavorano  alle  miniere 
di  carbon  fossile  dalle  popolazioni,  vicine,  che  fondono  i  metalli 
o  fabbricano  a  macchina  le  stoffe,  ed  esse  morranno  prima  so- 
cialmente, poiché  le  loro  funzioni  si  arresteranno  ;  e  poi  mor- 
ranno individualmente.  La  guerra  europea  ha  dimostrato  ora 
questa  verità.  Tutta  1'  Europa  era  una  vivente  unità  econo- 
mica: la  linfa  vitale  correva  a  traverso  tutti  gli  stati.  Rotta 
dalla  guerra  l'opera  dei  secoh,  tutta  l'Europa  è  in  un  pro- 
fondo disagio.  È  ritornato  in  Europa  un  personaggio  che  molte 
generazioni  non  avevano  conosciuto,  la  fame;  e  le  condizioni 
della  vita  sono  profondamente  turbate.  La  idea  che  la  solida- 
rietà tra  gli  uomini  cresca,  a  causa  della  più  grande  comples- 
sità dei  rapporti  economici,  dovuta  all'aumento  della  divisione 
del  lavoro  e  allo  svolgersi  degli  scambi,  è  stato  soggetto  di 
numerose  e  importanti  ricerche. 

*  Cfr.  W  u  n  d  t  :  Ethik  ;  G  i  d  e  in  R.  d'  E.  P.  ottobre  1893  ;  D  u  r- 
k  h  e  i  m  :  La  division  du  travati  ;  Bourgcois:  La  jolidartté  ;  Ma- 
rion: La  solidarité  morale,  Paris,  2.  ed.,  1893;  ecc. 

t  Spencer:  Sociology,  tom.  II,  cap.  V. 


12  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [CAP.    I. 

L'apologo  di  Menenio  Agrippa  ha  un  profondo  significato 
sociale. 

Nelle  nostre  società,  dove  risorge  lo  spirito  corporativo,  cia- 
scuna classe,  ciascun  ceto  tende  a  esagerare  la  sua  importanza. 
Si  potrebbe  vivere  senza  gli  agricoltori  ?  si  potrebbe  produrre 
e  scambiare  senza  le  ferrovie  e  la  navigazione  ?  La  così  detta 
macchina  dello  Stato  se  si  arrestasse,  tutte  le  attività  si  arre- 
sterebbero. Di  ciò  si  valgono  spesso  i  ferrovieri,  gl'impiegati, 
gli  agenti  delle  imposte  per  ricattare  lo  Stato  e  pretendere  rimu- 
nerazioni più  alte,  per  avere,  come  si  dice,  prezzi  politici  e 
non  prezzi  economici.  Ma  la  esagerazione  sta  appunto  a  di- 
mostrare come  ancora,  dopo  migliaia  d'anni,  Menenio  Agrippa 
abbia  parlato  invano. 

Nel  linguaggio  giuridico  si  chiamano  solidali  le  persone  ob- 
bligate le  une  per  le  altre  e  ognuna  per  tutte  ;  cosi  i  membri 
di  una  società  sono  solidali  allorquando  ognuno  è,  per  esempio 
tenuto  al  pagamento  del  debito  di  tutti.  È  una  spiegazione  un 
po'  ristretta  e  che  non  dà  la  idea  di  ciò  che  sia  la  solidarietà 
sociale.  I  fisiologi  danno  alla  idea  di  solidarietà  un  altro  signi- 
ficato. Essi  chiamano  solidarietà  organica  il  rapporto  neces- 
sario di  un  atto  dell'economia  con  atti  differenti  che  si  com- 
piono in  altre  parti  dell'organismo:  in  altri  termini  l'idea  di  so- 
lidarietà organica  implica  quella  di  una  relazione  costante,  anzi 
di  una  mutua  dipendenza,  tra  le  parti  e  il  tutto. 

La  divisione  del  lavoro,  resa  necessaria  dall'aumento  della 
popolazione,  non  solo  ha  permesso  la  esistenza  di  gruppi,  che 
altrimenti  non  avrebbero  potuto  formarsi  e  durare,  ma  ha  de- 
terminato la  coesione  di  essi,  i  rapporti  di  mutua  dipendenza  e 
quindi  di  mutua  unione  e  solidarietà.  Nei  gruppi  primitivi  le 
rassomiglianze  tra  gli  individui  che  li  componevano  erano  as- 
sai maggiori  che  oggi  non  siano  :  la  divisione  del  lavoro  e  lo  svi- 
luppo della  civiltà  hanno  determinato  una  differenziazione 
crescente,  la  quale  ha  reso  necessaria  una  coesione  più  grande. 
Questi  rapporti  di  maggiore  coesione  non  sono  determinati, 
come  si  pretende,  da  un  fatto  contrattuale,  ma  da  un  fatto  di 
ordine  naturale,  che  a  sua  volta  è  causa  di  un'azione  sociale 
positiva    più    larga. 

Le  forme  generali  della  produzione  sono  divenute  tali  che  i 


CAP.    t.]  N02tONt    GENERALI  I3 

mercati  sono  gli  uni  agli  altri  legati  strettamente.  In  passato 
ciascuna  regione  produceva  per  sé  la  più  gran  parte  degli  og- 
getti di  cui  abbisognava  :  le  distanze  avevano  una  grandissima 
importanza,  i  prezzi  erano  diversissimi  da  paese  a  paese.  La 
facilità  grande  dei  mezzi  di  trasporto  ha  permesso  a  tutte  le 
industrie, a  tutte  le  culture,di  concentrarsi  nelle  zone  dove  mag- 
giori sono  le  condizioni  di  sviluppo  :  vi  sono  intere  regioni  che 
lavorano  alla  produzione  di  materie  prime,  altre  vivono  della 
fabbricazione  di  alcune  merci.  Intere  città,  assai  più  popolose 
di  Atene  antica  nel  maggiore  sviluppo,  si  basano  soltanto  o 
quasi  su  una  industria  :  la  lavorazione  del  ferro,  dell'acciajo, 
del  cotone,  della  lana,  ecc.  Anzi  la  specializzazione  è  giunta  a 
tal  punto  che  si  lavora  spesso,  anche  dalle  maggiori  fabbriche, 
a  costruire  parti  di  una  macchina.  Così  molte  grandi  case  non 
fabbricano  biciclette,  ma  soltanto  parti  di  esse.  Il  rialzo  del 
prezzo  del  carbone  inglese  agisce  sui  costi  di  produzione  di 
quasi  tutte  le  industrie  di  Europa  :  un  mancato  raccolto  di 
grano  in  Argentina  o  negli  Stati  Uniti  di  America  agisce  sulle 
condizioni  dei  salariati  di  gran  parte  di  Europa.  I  rapporti  di 
interdipendenza  sono  giunti  a  tal  punto  che  le  condizioni  di  cia- 
scun mercato  interessano  quasi  tutti  gli  altri  ;  che  nessuna 
guerra,  per  quanto  lontana,  rimane  indifferente  ai  principali 
mercati  finanziari:  così,  nello  svolgersi  d'interessi  spesso  op- 
posti, aumentano  i  legami  che  uniscono  fra  di  loro  le  società 
civili.  I  grandi  trusts  di  capitali,  i  grandi  irusts  di  uomini  costi- 
tuiti dalle  unioni  operaie  in  tutto  il  mondo  civile,  sono  la  con- 
seguenza di  questa  solidarietà  ;  e,  non  ostante  tutte  le  esagera- 
zioni e  gli  errori,  non  cessano  dal  rappresentare  un'azione  utile 
allo  sviluppo  e  alla  regolarità  della  produzione. 

Ogni  giorno  la  scienza  scopre  l'intimo  legame  che  unisce 
gli  uomini.  Si  credeva  una  volta  che  la  maggior  parte  delle 
malattie  dipendesse  da  colpe  o  da  sventure  individuali  :  la 
igiene  e  la  demografia  si  accordano  ora  nel  riconoscere  che  con- 
tro la  più  gran  parte  dei  morbi  non  bastano  i  mezzi  di  difesa 
individuali.  I  mali  infettivi  o  diffusivi  costituiscono  tuttavia 
la  base  della  morbilità  ;  e  anche  molte  malattie,  che  noi  cre- 
diamo dipendere  da  disposizioni  individuali,  sono  determinate 
da  mancanza  di  prevenzione  sociale. 


14  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [CAP.    I. 

Non  si  può  negare  che  la  morale  pubblica  sia  cresciuta  quasi 
dovunque  in  Europa  ;  poiché  la  sensibilità  è  cresciuta.  Molte 
istituzioni  per  i  poveri  sono,  senza  dubbio,  effetto  di  questi 
sentimenti.  Ma  non  si  può  negare  del  pari  che  i  lavori  di  risa- 
namento, le  frettolose  costruzioni  di  case  operaie,  i  ricoveri 
bene  aerati  sono  stati  voluti  di  più  e  in  maggior  misura,  quando 
si  è  saputo  che  i  microbi  dei  quartieri  poveri  non  hanno  nes- 
suna educazione  e  penetrano  senza  riguardo  nei  quartieri  dei 
ricchi.  È  una  solidarietà  anche  questa  ed  è  imposta  dalla 
natura. 

Quando  parliamo  dell'uomo,  ci  formiamo  il  concetto  del  ge- 
nere umano  come  di  un  tutto,  e  solo  in  questo  senso  possia- 
mo applicare  i  metodi  scientifici  all'investigazione  allo  studio 
dei  fatti  sociali.  Noi  non  possiamo  dubitare  che  ciascuna  so- 
cietà costituisca  una  entità.  Benché  liberi  di  pensare  e  di  agire, 
siamo  gli  uni  uniti  agli  altri  da  vincoli  non  definibili,  ma  che 
possiamo  sentire.  Il  sentimento  di  solidarietà  ci  rende  con- 
sapevoli di  far  parte  di  un  tutto.  E  se  questo  sentimento 
proclamato  da  secoli  dalla  religione  in  modo  differente,  non  è 
dimostrato  ancora  dalla  scienza,  è  perchè  la  conferma  speri- 
mentale non  può  esser  data  se  non  da  mezzi  di  investigazione 
assai  più  potenti  di  quelli   che   abbiamo. 

Lo  sviluppo  delle  forme  di  solidarietà,  che  sono  una  conse- 
guenza stessa  dell'accrescimento  della  produzione  e  degli  scam- 
bi, determinano  una  vita  collettiva  più  intensa.  Ciò  spiega  il 
fatto  che  in  tutte  le  società  moderne,  quale  che  sia  la  loro  for- 
ma politica,  si  destinano  alla  vita  collettiva  masse  ingenti  di 
ricchezza  ;  e  vi  é  anche,  con  l'aumento  di  vincoli  di  solidarietà, 
una  tendenza  sempre  crescente  a  destinare  una  quantità  mag- 
giore di  ricchezze  alla  vita  dell'insieme. 

Studiare  quanta  ricchezza  in  ciascuna  società  vada  ogni 
anno  destinata  alla  vita  dell'insieme,  in  qual  forma  queste  ric- 
chezze vadano  riscosse  e  in  qual  forma  impiegate,  quale  sia  il 
modo  più  conveniente  per  le  economie  private  di  contribuire 
alla  vita  dell'insieme,  quali  effetti  porti  l'estensione  del  sacri- 
fizio che  ciascuna  economia  privata  deve  compiere  sullo  svilup- 
po della  produzione  :  ecco  il  nucleo  delle  quistioni  che  cadono 
nel  campo  delle  ricerche  della  scienza  delle  finanze. 


CAP.    I.]  NOZIONI    GENERALI  I5 

E  poche  discipline  sociali  hanno  come  questa  un  campo  di 
attività  sempre  crescente.  È,  per  esempio,  un  continuo  spe- 
rimento che  le  legislazioni  di  tutti  i  paesi  civili  fanno  delle 
forme  più  diverse  d'imposizione  :  studiare  gli  effetti  di  ciascuna 
e  vagliarli  ai  principi  teorici  già  acquisiti,  è  opera  in  continua 
rinnovazione. 

La  parola  finanza  (da  finis  termine  di  pagamento  e  anche 
transazione  nel  latino  medioevale)  ha  avuto  nel  passato  signifi- 
cati diversissimi  ;  anche  adesso  è  usata  in  casi  molteplici  per 
esprimere  cose  assai  differenti.  La  scienza  delle  finanze,  secondo 
il  suo  indirizzo  attuale,  è  un  ramo  della  economia  pubblica,  che 
si  propone  di  indagare  i  modi  di  acquisto  e  di  impiego  delle  ric- 
chezze necessarie  alla  vita  dello  Stato  e  degli  enti  locali.  Smith 
considerava  a  dirittura  l'economia  come  un  ramo  della  scienza 
politica  (0/  statesman  or  legislator),  che  aveva  due  scopi  prin- 
cipali, il  secondo  e  più  importante  dei  quali  era  di  provvedere 
lo  Stato  del  reddito  sufficiente  per  i  pubblici  servizi  *. 

Quali  problemi  studia  la  scienza  finanziaria  ?  Edgeworth  li 
riduce  a  due  fondamentali  :  a)  quali  sono  i  primi  principi  in 
base  a  cui  deve  essere  distribuito,  fra  i  cittadini  l'onere  dei  tri- 
buti ?  b)  qual  sono  gli  effetti  delle  imposte  ?  La  prima  indagine 
interessa  dunque  i  principi  fondamentali  della  imposizione  :  la 
differenza  fra  tasse  e  imposte,  la  proporzionalità  o  progressività 
di  queste  ultime,  i  criteri  di  distribuzione  del  carico  tributario 
secondo  il  criterio  della  capacità  contributiva  dei  cittadini,  o 
secondo  il  criterio  della  eguaglianza  di  sacrifizio:  ecc.  La  se- 
conda indagine  riguarda  lo  studio  della  traslazione,  della  inci- 
denza, e  in  generale  gli  effetti  delle  imposte  f-  Questa  ultima 
indagine  parve  già  a  Davide  Ricardo  la  maggiore  e  più  impor- 
tante   fra    tutte. 

*  \.  Smith  (in  Wealth  of  Nations,  libro  IV,  Introduction)  considera 
scopo  principale  della  politicai  economy  di  studiare  il  modo  più  conve- 
niente to  supply  the  State  or  commonwealth  with  a  revenu  sufficieni  far 
the  public  services.  Finance,  dice  Littré,  «  vient  de  l' ancien  verbe  finer, 
qui  signifiait  finir,  terminer,  conclure,  en  general  et  dans  un  sens  re- 
streint  finir  une  affaire,  terminer  un  différend  moyennant  argent  ». 

tF.  y.  Edgeworth:  The  Pure  Theory  of  taxation  in  E.  J.  del 
1897  e  in  Memoranda  chiefly  relating  to  the  classification  and  Incidence 
of  Imperiai  and  Locai  Taxes,  pag.   127. 


l6  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [CAP.    1. 

È  fuori  di  dubbio  che  i  problemi  fondamentali  della  finanza 
sono  quelli  indicati  :  ma  alla  soluzione  di  essi  occorrono  altre 
indagini.  Il  fenomeno  delle  spese  pubbliche,  per  esempio,  è  in 
stretta  relazione  con  quello  delle  entrate  e  non  si  può  non  stu- 
diarne le  cause  che  ne  determinano  le  variazioni. 

5.  Una  delle  questioni  preliminari  di  ogni  insegnamento  è 
se  la  disciplina  che  si  studia  sia  un'arte  o  una  scienza,  e  nel 
caso  che  sia  una  scienza,  sui  contatti  che  ha  con  le  altre  scien- 
ze. Sono  due  questioni  che  danno  luogo  a  un  grandissimo  nu- 
mero di  dissertazioni  più  o  meno  dottamente  noiose,  che  non 
sempre  hanno  il  mèrito  della  utilità  :  anzi  d'ordinario  servono 
piuttosto  a  produrre  confusione  che  a  eliminarne*.  Le  scienze 
le  quali  sono  giunte  a  un  relativo  grado  di  sviluppo  hanno  già 
abbandonato  queste  discussioni  sterili.  Nessuno  dei  recenti  trat- 
tati di  chimica  si  occupa  di  esaminare  la  quistione  se  la  chi- 
mica sia  o  non  una  scienza  e  quali  siano  i  rapporti  suoi  con 
le  altre  scienze.  E  del  pari  la  storia  di  ciascuna  teoria  è  ab- 
bandonata a  speciali  opere  di  erudizione  ;  non  essendo  neces- 
saria alla  conoscenza  teorica  di  una  disciplina  la  storia  della 
sua  formazione.  È  assai  probabile  che  i  più  grandi  chimici  di 
Europa  ignorino  i  primi  tentativi  fatti  per  spiegare  le  trasfor- 
mazioni chimiche  della  materia  ;  e  il  Timoteo  di  Platone  e  le 
M etere ologiche  di  Aristotile  sono  loro  ignoti  anche  di  nome. 
Forse  anche  i  più  grandi  matematici  ignorano  la  vera  posi- 
zione rispettiva  di  Descartes,  di  Cardano,  di  Galileo,  di  Leibnitz 
e  di  Napier  nello  sviluppo  della  scienza  matematica. 

Lo  spagnuolo  Raimondo  Lullo  è  stato  forse  il  più  vario  e 
strano  intelletto  che  la  storia  delle  scienze  ricordi  ;  fu  vera- 

*  Ciò  non  toglie  che  lo  studio  della  storia  della  cultura  sia  molto  in- 
teressante e  che  la  storia  delle  singole  discipline,  come  una  parte  di 
essa  e  della  storia  delle  scienze,  abbia  molta  importanza.  Anzi  la  storia 
si  avvantaggia  molto  di  tali  ricerche,  il  cui  sviluppo  è  desiderabile,  ben- 
ché quasi  del  tutto  indifferente  alle  attuali  ricerche  scientifiche.  La  più 
completa  e  bella  Storia  delle  dottrine  finanziarie  in  Italia  ecc.  è  del 
Ricca  Salerno,  Palermo  1898  ;  notevole  per  la  storia  degli  ordi- 
namenti finanziari  nelle  province  meridionali  la  notissima  opera  di 
Lodovico  Bianchini  su  la  Storia  delle  finanze  del  reame  di 
Napoli.  Cfr.  anche  S  t  o  u  r  m  :  Bibliographie  historique  des  finances  de 
la  France,  Paris,  1895  ;  L.  C  o  s  s  a  in  G.  d.  E.  marzo  1895. 


GAP.  i.]  Ì^OÉiONt  GfeNEiRAtt  t7 

mente,  come  lo  dissero,  il  doctor  illuminatus.  Questo  monaco 
di  Majorca  che  cercò  nella  piena  notte  del  medio  evo  pene- 
trare i  misteri  della  chimica,  che  quasi  in  ogni  scienza  lasciò 
la  sua  traccia,  che  scrisse  forse  quanto  nessun  uomo  mai  scrisse, 
è  ignorato  ora  dagli  stessi  chimici.  Né  alcuno  che  scriva  un 
trattato  di  chimica  sente  il  bisogno  di  cominciare  la  sua  espo- 
sizione enumerando  le  opere  di  Lullo  ed  esaminandone  la  im- 
portanza, relativamente  alle  opere  dei  chimici  antichi  e  mo- 
derni. Tutto  ciò  è  anzi  indifEerente  ai  chimici  e  può  solo  for- 
mare oggetto  della  storia  della  scienza,  o  della  storia  della  cul- 
tura o  della  storia  in  generale.  Così  le  quistioni  generali  riguar- 
danti il  metodo,  i  limiti  e  le  tendenze  di  ciascuna  disciplina, 
nelle  scienze  in  cui  si  è  progredito,  sono  in  generale  neglette. 
Nelle  scienze  sociali  troppo  spesso,  in  ogni  quistione,  si  co- 
mincia dal  diluvio  e  ciò  non  è  piccola  causa  di  confusione  e  di 
errore.  La  scienza  è  impersonale  :  così  che  le  sapienti  discus- 
sioni su  chi  prima  abbia  enunciata  una  teoria  o  una  ipotesi, 
servono  più  alla  vanità  accademica  che  al  progresso  degli  studi. 

Scienza  è  un  sistema  di  verità  generali  riguardanti  un  dato 
ordine  di  fenomeni  :  l'arte  ha  una  funzione  puramente  precet- 
tiva. È  stato  detto  che  stanno  come  l'indicativo  e  l'imperativo. 
Vi  è  un  po'  di  esagerazione  forse  neL paragone  :  ma  l'idea  so- 
stanziale è  vera.  Tranne  quanto  riguarda  i  suoi  principi  fon- 
damentali, che  si  collegano  ai  principi  generali  della  economia, 
la  finanza  è  sopra  tutto  un'arte. 

Recenti  tentativi  sono  stati  fatti  per  la  costituzione  di  una 
scienza  finanziaria  pura  ;  sopra  tutto  dopo  il  1887  quando  E. 
Sax  pubblicò  la  sua  opera  sui  principi  fondamentali  di  una 
economia  finanziaria  teoretica,  opera  il  cui  valore  più  grande 
non  è  già  nell'aver  discusso  solamente  le  questioni  del  valore, 
ma  nell'aver  determinato  un  largo  movimento  di  studi  teorici, 
se  non  sempre  utili  allo  sviluppo  della  disciplina  finanziaria, 
non  privi  d'interesse  da  un  punto  di  vista  più  largo  *. 

In  quanto  ai  rapporti  che  la  finanza  può  avere  e  ha  con 
altre  scienze  è  forse  inutile  soffermarvisi.  I  rapporti  di  affinità 
e  di  connessità  sono  tanti  che  è  impossibile  precisarli.  Vi  è 

*  E.  S  a  X  :  Grundlegung  der  Theoretischen  Staatsic'irlschaft,  Wien,  1887. 
N  i  1 1  i.  2 


l8  SCtENZA   DELLE   FINANZE  [cAP.  1. 

Ogni  giorno  un  processo  di  specializzazione  delle  singole  disci- 
pline ;  ma  nello  stesso  tempo  ciascuna  ricerca  ha  oggi  bisogno 
di  uscire  il  maggior  numero  delle  volte  fuori  del  campo  della 
scienza  cui  appartiene.  Ghi  studi,  nei  suoi  effetti,  una  imposta 
sul  sale,  avrà  bisogno  di  ricorrere  alla  chimica,  alla  fisiologia, 
airigiene,ecc.;  una  ricerca  sulle  imposte  può  contenere  tutta  una 
serie  di  problemi  di  psicologia  e  di  matematica.  Non  è  possi- 
bile concepire  barriere  entro  cui'  ciascuna  disciplina  deva 
rinchiudersi.  Spesso  anzi,  si  move  per  una  via  e  si  giunge  a 
un'altra;  e  ai  ricercatori  accade  assai  di  frequente  ciò  che  ac- 
cadde a  Cristoforo  Colombo.  Egli  cercava  la  via  delle  Indie  e 
trovò  l'America;  è  spesso  per  vie  incerte  che  si  giunge  meglio 
alla  ricerca  della  verità. 

6.  In  principio  era  l'azione,  dice  il  personaggio  di  Goethe: 
si  stabilirono  imposte  prima  che  si  fosse  pensato  a  fare  una 
teoria  sulle  imposte:  si  prelevarono  dazi  quando  mancava  ogni 
nozione  teorica  sul  protezionismo  e  sulla  libertà  degli  scambi. 
Allo  stesso  modo  che  si  fabbricò  la  birra  prima  delle  teorie  di 
Pasteur:  e  che  non  si  segui  per  mare  la  via  diritta,  anche  prima 
delle  teorie  di  Maury.  La  pratica  finanziaria  è  forse  antica 
quanto  la  civiltà:  anche  le  prime  tribù  che  dovettero  adempiere 
a  bisogni  collettivi  ebbero  pratiche  e  consuetudini  finanziarie 
quando  pagarono  tributi  ad  altre  genti  vincitrici;  o  quando 
prelevarono  parti  della  ricchezza  prodotta  per  destinarle  a  scopi 
di  utilità  generale.  Ma  lo  studio  delle  discipline  finanziarie, 
la  ricerca  delle  leggi  che  regolano  i  fenomeni  finanziari  costi- 
tuiscono un  fatto  del  tutto  recente  *. 


*  I  trattati  di  finanza  sono  oramai  numerosissimi.  Si  possono  studiare 
più  utilmente  C  o  s  s  a  :  Scienza  delle  Finanze,  io.  ediz.  Milano,  1909  , 
Ricca  Salerno:  Scienza  delle  finanze,  Firenze  1888  ;  Oraziani; 
Istituzioni  di  scienza  delle  finanze,  Torino,  Bocca,  1897  ;  Flora:  Ma- 
nuale di  scienza  delle  finanze,  3.  ediz.  Livorno,  1903,  ecc.  ;  M  a  e  C  u  1- 
1  o  e  h  :  Taxation  and  the  funding  system,  London  1846  (edizione  riveduta 
1863)  ;  B  a  s  t  a  b  1  e  :  Public  fi)uince,  London,  1894  ;Thorold  Ro- 
ger s  :  articolo  Finaìice  nella  E-ncyclopedia  Britannica;  R  o  s  e  h  e  r:  Fi- 
nanzwissenschaft,  5.  ediz.  Stuttgart  1901  ;  E.  Cohn  Finanzwissen- 
schaft,  Stuttgart,  1889;  Wagner:  Finanzwissenschaff ,  Leipzig,  1885- 1901 
3.  ediz.  L  Conrad:  Finanzwissenschaft,  Iena,  1899,  (nel  Grundris  zum 
Studium  der  poliiischen  Oekonomie   dritter   teil);   V  o  e  k  e  :  GrundzUge  der 


GAP.    II.]  NOZtONI   GENERALI  Ì9 

II. 

L'azione  economica  dello  stato  e  degli    enti  locali. 

7.  Su  pochi  argomenti  si  è  scritto  tanto  quanto  su\Vazw7ie 
dello  Stato;  sopra  tutto  da  Bentham  in  poi  si  può  dire  che  la  di- 
scussione non  sia  stata  mai  chiusa.  Può  parere  ancora  superfluo 
discuterne  in  una  esposizione  dei  principi  della  finanza  pub- 
blica. Infatti,  nelle  indagini  finanziarie  non  occorre  ricercare 
ne  quale  sia,  né  quale  deva  essere  l'azione  dello  Stato.  Tutto 
al  più  questa  ultima  indagine  può  essere  utile  quando,  esami- 
nate le  contribuzioni  che  si  prelevano  ai  cittadini  per  le  funzioni 
dello  Stato  e  degli  enti  collettivi,  e  studiati  gli  effetti  di  tali 
contribuzioni,  si  trova  che  esse  agiscono  in  una  guisa  o  in 
un'altra  sulla  produzione  *.  Allora,  dal  punto  di  vista  finan- 
ziario, si  può  dire  che  alcune  funzioni  sono  utili,  o  dannose, 
che  alcune  imposte  sono  più  o  meno  accettabili  di  altre.  Le  ri- 
cerche finanziarie  però  presuppongono  sempre  l'esistenza  dello 
Stato  e  degli  enti  collettivi,  come  presuppongono  sempre  che 
vi  siano  bisogni  di  ordine  sociale,  cui  non  sia  possibile  adem- 
piere  con   mezzi   individuali. 

Nondimeno,  se  qui  si  accenna  ad  alcune  questioni  riguar- 
danti i  limiti  delle  attribuzioni  dello  Stato,  è  meno  perchè  ciò 
sia  necessario  a  una  trattazione  finanziaria,  quanto  per  liberare 
il  cammino  da  alcune  difiìcoltà.  Molti  errori  in  materia  finan- 
ziaria dipendono  da  giudizi  non  veri  o  addirittura  da  precon- 
cetti sull'azione  dello  Stato. 

D'ordinario  si. è  inclinati  a  credere  che  lo  Stato  sia  qualche 
cosa  al  di  fuori  e  al  di  sopra  degli  individui  :  si  parla  di  fini 
dello  Stato,  di  scopi  che  lo  Stato  deve  raggiungere.  Ora  lo  Stato 

Finanzwissenschaft,  Leipzig,  1894;  I.  K  a  i  z  1  :  Finanzwissenschaft,  Wien, 
1900;  K.  T.  Eheberg;  Finanzwissenschaft,  7.  ediz.  Leipzig,  1903  ; 
G  a  r  n  i  e  r:  Traité  definances,  Paris,i872,  4.  ediz.;  LeroyBeaulieii: 
!  raité  de  science  des  finances,  Paris,  1906,  7.  ediz,  ecc.;  Gastonjéze: 

iiirs  élémentaire  de  science  des  finances  et  de  légtslation  financière  fran- 
caise,  nouvelle  édition,   Paris,   19 io,  4.    ediz.;  ecc. 

*  E  i  n  a  u  d  i  :  Studi,  Introduzione. 


2ò  Sciènza  delle  finanze  [cap.  tt. 

non  ha  scopi  suoi,  poiché  esso  non  è  altra  cosa  se  non  ciò  che 
sono  coloro  che  ne  fan  parte,  o  per  dir  meglio,  è  il  risultato 
di  necessità  e  di  condizioni  sociali  differenti.  Lo  Stato  non 
è  che  una  organizzazione  sintetica  della  unità  politica  ;  e  quindi 
ha  per  base  o  una  nazione,  o  un  popolo,  o  un  aggregato  storico*. 

Si  parla  spesso  dello  Stato  come  di  qualche  cosa  di  perma- 
nente o  qualche  volta  come  di  cosa  al  di  fuori  degli  individui. 
Ora  lo  Stato  non  ha  missioni  da  compiere,  né  è  al  di  sopra 
degli  individui,  né  è  al  di  fuori  di  essi  ;  né  é  l'antitesi  dell'in- 
dividuo, né  infine  é  mai  una  formazione  arbitraria.  Lo  Stato  è 
una  forma  naturale  di  cooperazione  sociale  :  nessuno  sviluppo 
degli  individui  é  possibile  anzi,  senza  questa  forma  prima  e  più 
importante    di   cooperazione. 

Vi  sono  bisogni  collettivi  al  cui  soddisfacimento  non  possono 
mai  adempiere  gli  individui  da  sé  stessi  :  l'azione  dello  Stato  e 
dei  minori  enti  di  diritto  pubblico  subentra  quindi  all'azione  in- 
dividuale. Ma  i  bisogni  di  uno  Stato  non  sono  altra  cosa  se 
non  il  risultato  di  forme  di  convivenza  sociale.  È  una  verità 
elementare:  eppure  gran  parte  degli  errori  di  coloro  che  attri- 
buiscono allo  Stato  una  missione  deriva  appunto  dal  discono- 
scerla. Da  gran  tempo  anzi,  questa  idea  che  lo  Stato  abbia  una 
missione  superiore  da  compiere,  è  diffusa  negli  scienziati,  è  dif- 
fusa sopra  tutto  nel  pubblico  :  e  le  esagerazioni  della  scuola 
storica  hanno  contribuito  non  poco  a  questa  diffusione. 

Ora  sarà  bene   precisare  alcuni  concetti  t- 

*  «  Le  gouvernement  (avea  già  detto  con  profonda  penetrazione  Augusto 
Comte  nel  suo  Cours  de  philosophie  positive)  l' uni  verselle  ré  action  né- 
cessaire, d'abord  spontanee,  en  suite  régularisée  de  l'ensemble  sur  les 
parties  ». 

t  Suir  azione  economica  dello  Stato  e  sui  limiti  di  essa  sono  state 
scritte  migliaia  di  opere.  Cfr.  nel  senso  più  spiccatamente  individualista, 
Spencer:  The  man  versus  the  State  (tradotto  in  italiano)  e  anche 
Principles  of  sociology  e  le  altre  opere;  Wordsworth  Doni- 
s  t  h  o  r  p  e  :  Law  in  a  free  Sfate,  London,  1895  ;  ecc.  Nel  senso  inter- 
venzionista  oltre  le  opere  di  Dupont-Withe,  Laveleye,  cfr. 
C.  F.  Ferraris:  //  materialismo  storico  e  lo  Stato,  Palermo,  1887  e 
Socialismo  e  riforma  sociale  nel  morente  e  nel  nascente  secolo  nella  R.  S. 
del  1900.  Una  larga  letteratura  della  questione  si  trova  nelle  opere  di 
Ahrens,  Green,  Stein,  Gneist,  Leroy  Beaulieu  {UÉtat 
moderne  et  ses  fonctions),   David  G.    Ritchie   {Principles  of   State 


GAP.    II.]  l'azione     dello     STATO  21 

Lo  stato  non  è  al  di  sopra  e  al  di  fuori  di  coloro  che  formano 
il  gruppo  politico  e  sociale  da  cui  emana,  quindi  non  è  da  con- 
siderarsi come  un  organismo  che  abbia  scopi  propri  ;  bensì 
come  risultante  storica  degli  interessi  generali  di  ciascun  grup- 
po. Senza  dubbio,  poiché  lo  Stato  non  ha  la  fuggevole  durata 
degli  individui,  può  avere,  ed  è  preferibile  che  abbia,  vedute 
prospettive  :  ma  non  si  può  nemmeno  in  questo  caso  parlare 
di  missione,  poiché  è  la  durata  stessa  che  determina  l'azione, 
e  non  già  un  potere  superiore,  la  cui  natura  ci  sia  ignota. 

Poiché  è  la  maggior  forma  di  cooperazione  sociale,  lo  Stato 
può  avere  sullo  sviluppo  della  società  un'azione  grandissima  :  le 
più  grandi  opere  collettive  sono  compiute  solo  mediante  esso 
ed  è  solo  il  suo  potere  coercitivo  che  può  rendere  possibili  le 
mutazioni  più  profonde  nella  vita  della  società  *.  Ma  nessuna 
attività  collettiva  può  prodursi  senza  che  si  svolgano  tante  atti- 
vità individuali;  le  ricchezze  di  cui  lo  Stato  dispone,  che  servo- 
no alla  sua  esistenza  e  al  suo  funzionamento,  sono  prodotte  da- 
gli individui. L'opera  dello  Stato  è  in  certa  guisa  il  prodotto  della 
opinione  pubblica  e  della  coscienza  media  dei  gruppi  prevalenti. 

La  sua  azione  può  essere  profondamente  utile  :  può  essere  dan- 
nosa ;  può  lo  Stato  provvedere  ai  bisogni  del  presente  e  ai  bi- 
sogni dell'avvenire  con  utile  impiego  di  attività  e  di  ricchezza 
prodotte  dal  gruppo  cui  sovrasta  ;  ma  da  sé  stesso  non  produce 
nulla,  poiché  esso  non  é  un  organismo  astratto,  nelle  mani  o 
di  una  oligarchia  prevalente  nella  società,  o  dei  rappresentanti 
della  nazione  intera.  Ma  lo  Stato  non  é  la  nazione  ;  e,  comun- 
que organizzato,  non  rappresenta  se  non  interessi  o  idee  dei 
gruppi  sociali  prevalenti  che  possono  essere  anche  i  migliori 
o  i  più  convenienti  ma  non  sono  quelli  della  società  intera. 

Lo  Siato  non  è  l'antitesi  dell'individuo  :  questa  idea  che  esi- 
sta un'antitesi  fra  l'attività  dello  Stato  e  quella  degli  individui  è 

interference,  London    1891);    C.    Supino:  Individualismo  economico, 
Torino,    1892;    ecc.   ecc. 

*  «  Où  en  serions-nous,  si  l'Ètat  s'était  remis  complètement  à  l'action, 
des  intéréts  individuels  et  à  l'influence  de  l'assoaiation  uniquement  vo- 
lontaire  ?  Pour  le  saisir  voyez  ce  qu' était  la  société  dans  son  enfance, 
avant  que  les  esprits  se  fussent  développés,  avant  que  les  intelligences 
se  fussent  ouvertes,  avant  que  cette  grande  vérité,  la  puissance  de  l'As- 
sociation,  eùt  été  seutie  ».  Rossi:  Cours,  tom.  IV,  pag.  210. 


22  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [CAP.   II. 

stata  ed  è  sostenuta  con  molto  calore  dai  vecchi  e  dai  nuovi 
teorici  dell'individualismo.  La  tesi  di  Spencer  dell'individuo 
contro  lo  Stato  {The  man  versus  the  State)  non  è  giustificata 
Y>GVÒ  da  alcuna  osservazione  larga  dei  fenomeni  sociali.  Lo 
Stato,  lungi  dall'essere  l'antitesi  degli  2W£?m^m,  va  considerato 
come  la  sintesi  di  essi,  per  dir  meglio,  come  la  forma  più  alta  di 
cooperazione  sociale.  Non  è  che  ogni  forma  di  attività  dello 
Stato  sia  una  diminuzione  di  libertà  individuale  :  anzi  vi  sono 
alcune  libertà,  le  quali  non  sono  possibili  se  non  mediante  lo 
sviluppo  delle  forme  superiori  della  cooperazione  sociale.  Tutte 
le  idee  più  alte,  tutte  le  pratiche  più  elevate  non  nascono  se 
non  in  una  piccola  ^727^;  ora  l'associazione  libera  è  spesso  inef- 
ficace a  diffonderle  e  rischiano  di  andare  disperse  se  un  potere 
coattivo  non  ne  determini  l'applicazione  spesso  in  forma  coer- 
citiva*. In  questo  caso  lo  Stato,  lungi  dall'  attentare  alle  libertà 
individuali,  ne  rende  possibile  l'applicazione.  In  ogni  modo  lo 
Stato  e  l'individuo  sono  due  elementi  variabili  e  non  già  op- 
posti :  forme  più  complete  di  cooperazione  sociale  possono  coin- 
cidere con   un  più  grande  sviluppo  di  libertà  individuali. 

Lo  Stato  non  è  mai  tutta  la  Società,  benché  sia  la  forma  su- 
periore di  organizzazione  :  la  idea  di  patria  e  la  idea  di  nazione 
derivanti  da  ragioni  di  sentimento  e  di  storia,  di  razza  e  di  ci- 
viltà, non  vanno  confuse  con  la  nozione  dello  Stato.  È  per- 
ciò che  questo  ha  limiti  non  solo  nella  unità  politica,  ma  nel  bi- 
sogno di  fare  che  le  minoranze  possano  difendere  le  loro  ten- 
denze e  i  loro  interessi  nelle  forme  e  nei  limiti  consentiti  dalle 
idee  morali  di  ciascun  gruppo.  Lo  Stato  nel  passato  significa- 
va assai  spesso  una  piccola  oligarchia  :  solo  adesso,  mediante 
lo  sviluppo  della  civiltà  e  della  cultura  e  la  unione  delle  classi 
popolari,  rappresenta  un  più  grande  numero  d'interessi.  Non- 
dimeno, neanche  ora  lo  Stato  rappresenta  tutta  la  società  :  si 

*  Vi  sono,  scrive  S  t  u  a  r  t  M  i  1 1  (libro  V,  cap.  XI,  §  17),  tempi  e  paesi 
in  cui  non  vi  sarebbero  né  strade,  né  bacini,  né  porti,  né  canali,  né  lavori 
d'irrigazione,  né  ospizi,  né  scuole,  né  tipografie,  se  il  Governo  non  fa- 
cesse tutto  ciò  ;  perché  la  massa  del  pubblico  è  troppo  povera  per  tro- 
vare i  fondi  necessari,  o  troppo  poco  illuminata  per  apprezzare  l'impor- 
tanza dei  risultati,  o  troppo  poco  abituata  all'associazione  per  trovare 
il  mezzo  di  fare  queste  cose. 


GAP.    II.]  L  AZIONE    DELLO    STATO  23 

può  essere  contro  di  esso  pure  avendo  ideali  umanitari*  L'idea 
anarchica,  qualunque  giudizio  si  voglia  darne,  anche  da  coloro 
che  la  ritengono  del  tutto  irrealizzabile,  è  basata  sulla  ipotesi 
che  non  sia  conveniente  alle  società  umane  qualunque  forma 
di  esistenza  dello  Stato.  Ora  si  può  dire  che  gli  anarchici  sono 
contro  lo  Stato,  si  può  anche  dire  che  i  loro  fini  non  sembrano 
a  noi  realizzabili  o  sembrano  a  dirittura  condannevoli,  ma 
non  si  può  dire  che  gli  anarchici  siano  contro  la  società. 

Non  vi  è  nulla  di  costante  nelle  relazioni  tra  lo  Stato  e  i  cit- 
tadini :  essi  non  sono  che  i  risultati  dei  bisogni  singolarmente 
mutevoli  in  ciascun  periodo  di  civiltà.  Da  prima  lo  Stato  avea 
nel  campo  politico  e  religioso  una  importanza  assai  più  gran- 
de che  ora  non  abbia,  e  adesso,  non  ostante  le  apparenze  in 
contrario,  ha  nel  campo  economico  e  sociale  importanza  assai 
maggiore  che  prima  non  avesse  f- 

Lo  Stato  etico  che  ha  una  missione  da  compiere,  una  con- 
cezione di  cui  si  è  tanto  abusato  dai  teorici  tedeschi,  come  ab- 
biamo visto,  non  è  che  un'astrazione  la  quale  non  ha  riscontro 
nella  realtà  ;  allo  stesso  modo  che  il  dire  che  lo  Stato  e  le  so- 
cietà sono  governati  dalle  stesse  leggi,  le  quali  regolano  gli 
organismi,  non  può  essere  che  wri  analogia.  Può  essere  utile 
qualche  volta  ricorrere  ad  analogie  o  ad  astrazioni  di  tale  na- 
tura :  l'abusarne  però  induce  in  una  serie  di  errori.  Tutte  quel- 
le teorie  le  quali,  mettendo  a  base  la  rassomiglianza  fra  la  so- 
cietà, e  gli  organismi  viventi,  fanno  derivare  da  questa  ras- 
somiglianza leggi  e  rapporti  relativi  allo  sviluppo  e  all'avvenire 
della  società  non  solo  non  hanno  alcun  fondamento,  ma  si  può 
dire  che  spesso  abbiano  contribuito  ad  accrescere  il  disordine. 
Che  le  forme  economiche  primitive  delle  società  umane  ab- 
biano in  qualche  cosa  rassomiglianza  con  quelle  delle  società 
animali  ;  che,   secondo  ha  provato  sir  John  Lubbock,   si  tro- 

*  Secondo  il  nostro  modo  di  vedere,  antagonismo  fra  Stato  e  Società 
non  può  esistere,  potendosi  riguardare  lo  Stato  come  quella  parte  della 
società  che  disimpegna  la  funzione  politica.  Mosca:  Principi  di  scienza 
politica,    Torino    1896,    pag.  172. 

tDupont  White  scriveva  :  «  À  plus  de  vie  il  faut  plus  d'  orga- 
nes,  à  plus  de  forces,  plus  de  régles  ;  or  la  règie  et  l'organe  d'une  Societé 
c'est  l'Etat  ». 


24  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [cAP.    II. 

vino  fra  le  formiche  i  tipi  di  società  corrispondenti  ai  popoli 
cacciatori,  pastori  e  agricoltori,  è  senza  dubbio  interessante 
sapere.  Ma  a  illustrare  i  rapporti  sociali  fra  gli  uomini  e  a  in- 
dagare le  leggi  che  regolano  la  società  umana  giova  poco  sapere 
come  si  comportino  in  casi  analoghi  la  formica  fusca  e  il  lasius 
flavus.  Di  poche  cose  si  è  abusato  come  del  così  detto  organi- 
cismo :  sopra  tutto  dopo  Shaeffle,  le  esagerazioni  qualche  volta 
hanno  assunto  carattere  grottesco*.  Alcuni  scrittori  hanno 
preteso  perfino  che  la  scienza  sociale  sarà  organica  o  non  sarà  : 
e  un  eminente  scrittore  russo,  ha  detto  non  senza  solennità  : 
nemo  sociologus  nisi  biologus.  Si  tratta  di.un  latino  che  Cicerone 
non  avrebbe  compreso  :  ma  si  tratta  pure  di  una  idea  che  gli* 
studiosi  moderni  comprendono  anche  meno.  L'  analogia  tra 
la  società  e  l'organismo  può  essere  ammessa  quando  si  limiti 
a  esprimere  il  concetto  che  la  vita  degli  individui  è  legata 
alla  vita  dell'insieme  :  e  anche  che  vi  sia  interdipendenza 
funzionale  tra  l'una  e  l'altra.  Ma,  come  riconoscono  anche 
gli  scrittori  positivisti  più  intelligenti,  la  società  è  bensì  una 
formazione  naturale,  ma  differenziandosi  dall'istinto  origi- 
nario, diventa  un  fenomeno  nuovo  con  caratteri  specifici  e 
propri.  L'analogia  tra  società  e  organismo,  essendo  puramente 
allegorica,  non  può  dunque  servire  di  base  alle  indagini  delle 
scienze  sociali:  tanto  meno  può  autorizzare  quei  precetti  di  arte 
sociale,  che  spesso  sono  stati  con  estrema  facilità  derivati.  Del 
resto  il  concetto  stesso  di  organismo  è  ancora  assai  oscuro  :  le 
leggi  generali  della  vita  non  sono  meno  ignote  di  quelle  della 
società.  Le  abusive  analogie  servono  solo  a  dichiarare  ignohtm 
per    ignotius. 

I  fatti,  è  stato  detto,  valgono  più  delle  opinioni.  Mentre, 
sopra  tutto  dal  principio  del  secolo  non  si  fa  che  discutere  da 
un  punto  di  vista  o  dall'altro  dei  limiti  e  della  natura  delle 
funzioni  dello  Stato,  in  quasi  tutti  i  paesi  civili  si  è  verificato 
un  processo  storico  identico.  Nella  lotta  delle  idee  è  sopra  tutto 
di  questo  fatto  che  bisogna  tener  conto.  Lo  Stato,  cori  la  par- 
tecipazione a  esso  di  un  numero  sempre  maggiore  d'individui, 

*  Cfr.  Annales  de  VItntilut  International  de  Sociologie,  tom.  Ili,  Paris, 
1898;  L.  Stein:  Wesen  und  Aufgabe  der  Sociologie,  Berlin,  1898; 
Ritchie:  op.  cit.   pag.   13  e  seg. 


CAP.  II.]  l'azione  dello  stato  25 

per  effetto  della  solidarietà  crescente,  ha  aumentato  le  sue  fun- 
zioni economiche  sociali.  Viceversa,  riconosciuta  l'eguaglianza  po- 
litica e  religiosa  di  tutti  i  cittadini  che  ne  fanno  parte  ha  perduto 
alcune  funzioni  che  avea  conservate  fimo  a  tempi  recenti.  Allo 
stesso  modo  per  effetto  non  solo  dei  bisogni  nuovi,  ma  delle 
nuove  conquiste  della  scienza,  lo  Stato  tende  a  sostituire  il 
principio  della  prevenzione  sociale  a  quello  della  repressione. 
IO.  I  libri  come  Paris  en  Amériqiie  di  Laboulaye,  The  man 
versus  the  State  di  Spencer  e  quelli  cosi  numerosi  di  Doni- 
sthorphe,  di  Wemys  e  di  altri  non  sono  stati  scritti  se  non 
astraendo  dalle  condizioni  di  fatto*.  Il  nichilismo  ammini- 
strativo, come  dice  Huxley  t,  non  è  mai  esistito  né  potrebbe 
esistere  in  una  fase  di  civiltà  progredita.  Migliaia  di  pensatori 
da  Aristotile  in  qua,  non  avrebbero  logorata  la  mente,  se  la 
soluzione  di  tutti  i  problemi  sociali  fosse  nel  non  fare.  Se  il 
massimo  scopo  da  raggiungere  fosse  l'astensione  da  ogni  in- 
tervento, da  ogni  vincolismo,  come  si  ama  di  dire  da  qualcuno, 
quasi  non  vi  sarebbe  bisogno  di  ricercare.  Basterebbe  ridurre 
lo  Stato  al  minimo  e  assicurare  il  massimo  di  libertà  economica. 
Invece  si  nota  in  tutta  la  civiltà  moderna  una  tendenza  in- 
teramente diversa  :  la  quale  per  il  suo  carattere  di  quasi  com- 
pleta universalità  non  può  esser  considerata  come  un  fatto  tran- 
sitorio. Sorpassata  la  prima  fase  di  concorrenza  industriale 
ciascun  paese  tende  a  organizzarsi  nel  modo  più  conveniente  al 
suo  sviluppo.  Nessun  paese  di  Europa  e  di  America  ha  avuto 
una  completa  libertà  commerciale;  se  si  tolgano  pochissimi  (In- 
ghilterra, Olanda)  i  quali  per  ragioni  storiche  o  naturali  ri- 
traggono il  maggior  vantaggio  da  una  politica  di  libero  scam- 
bio. Ma,   viceversa,  quasi  tutti  i  paesi  si  organizzano  nel  modo 

*  «  M.  de  Laboulaye  nous  enseignait  alors  que  le  raeilleur  gouverne- 
luent  est  celui  qui  travaille  à  se  rendre  inutile.  Dans  un  livre  qui  fut  le 
gi'and  succès  de  1'  epoque  :  Paris  en  Amèrique  :  et  où  la  première 
chose  qu'  admire  le  héros  à  son  réveil,  e'  est  un  pays,  qui  n'  a  point  de 
gendarmes  ni  de  sergents  de  ville,  1'  auteur  nous  proposait  cornine 
idéal  ce  qu'  il  appelle  lui  raéme,  dans  la  derniére  ligne  du  livre  «  la  folie 
de   la  liberté  ».   G  i  d  e  :  Uécole  nouvelle. 

t  Evolution  is  the  substitution  of  consciously  regulated  coordination 
among  the  units  of  each  organismi,  for  blind  anarchie  competition.  H  u- 
X  1  e  y  in  Contemporary  Review,  febbraio  1888. 


26  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [CAP.  II. 

più  conveniente  alla  loro  produzione  e  al  loro  consumo.  Le 
lotte  fra  il  capitale  e  il  lavoro  hanno  a  loro  volta  perduto  la 
forma  individuale  :  esistono  quasi  dovunque  grandi  organiz- 
zazioni di  capitali  di  fronte  a  grandi  organizzazioni  di  lavoro. 
Gli  stessi  trusts,  trascurando  ogni  questione  intorno  alla  loro 
natura  giuridica,  si  rivelano  come  la  espressione  di  un  bisogno 
nuovo  verso  una  produzione  più  ordinata,  *.  D'altra  parte  vi 
sono  nella  società  nostra  conflitti  d'interessi,  i  quali  determi- 
nano pratiche  dannose  allo  sviluppo  di  tutta  la  società  ;  e 
in  cui  è  evidente  la  necessità  di  un  intervento  del  potere  col- 
lettivo per  impedirle,  o  per  limitarle,  e  per  cui  quindi  l'azione 
individuale  è  del  tutto  insufficiente. 

II.  L'individualismo,  considerato  come  principio  unico  o 
prevalente  della  organizzazione  economica,  non  è  più  ammis- 
sibile. La  scuola  individualista,  la  quale  pretendeva  che  il  sem- 
plice agire  delle  forze  economiche  tenda  a  stabilire  l'equilibrio 
tra  la  produzione  e  il  consumo,  a  far  coincidere  il  prezzo  e  il 
costo  dei  prodotti,  ad  attuare  nella  vita  economica  la  legge  del 
.minimo  mezzo,  vede  assai  spesso  in  regime  individualista  av- 
venire il  contrario.  Oramai  i  suoi  teorici  rimangono  inquieti 
dinanzi  all'effetto  degenerativo  di  quei  principi  che  parevano 
destinati  a  portare  la  pace  nel  mondo  :  e  l'aver  creduto  che 
gl'individui  potessero  essere  tanti  atomi,  uniti  solo  da  rapporti 
di  scambio,  senza  che  né  meno  i  loro  movimenti  si  riperco- 
tessero  e  determinassero  unioni,  dominate  a  loro  volta  dalla 
vita  dell'insieme,  si  manifesta  ogni  giorno  più  assurdo. 

Come  bene  è  stato  avvertito,  ai  tre  principi  individuali- 
stici della  responsabilità  individuale,  della  concorrenza  sfre- 
nata tra  i  vari  elementi  economici,  della  lotta  fra  individui  e 
classi  sociali,  si  devono  sostituire  e  si  sostituiscono  ogni  giorno, 
tre  altri  principi  di  natura  affatto  diversa.  Il  principio  della  re- 

*  Secondo  i  dati  ufficiali  del  Census  BuUetin  (30  dicembre  1901)  alla 
line  del  1901  i  trusts  costituiti  negli  Stati  Uniti  erano  già  migliaia  :  molti 
superavano  il  capitale  di  50  milioni  di  dollari,  non  pochi  aveano  più  di 
150  milioni  di  dollari,  e  parecchi  (acciaio,  oli  minerali,  ecc.)  supera- 
vano anche  questa  cifra  ;  attualmente  il  processo  di  concentrazione  è 
assai  più  grande  Che  cosa  diventano  le  lotte  dell'  individualismo  eco- 
nomico com'era  concepito  cinquanta  anni  or  sono  ? 


CAP.  II.]  l'azione  dello  stato  27 

sponsahilità  sociale  mira  ad  ottenere  dalle  varie  classi  e  dagli 
enti  collettivi  Tadempi mento  di  quei  doveri  la  cui  trascuranza 
(anche  non  criminosa)  sarebbe  di  danno  alla  collettività.  Il 
principio  della  giustizia  sociale  si  esplica  nella  creazione  e  con- 
servazione di  pubblici  istituti,  che  oJEErono  a  tutti  il  modo  di 
esplicare  la  propria  personalità,  e  nella  esplicazione  di  equità 
nel  ripartire  gli  oneri  che  derivano  ai  cittadini  dalle  spese  pub- 
bliche. Il  principio  (ieW arbitrato  sociale  fa  in  modo  che  (senza 
impedire  che  individui  che  hanno  interessi  simili  si  associno 
per  lottare  con  quelli  che  hanno  interessi  contrari)  le  vertenze 
fra  gli  interessi  coalizzati  si  risolvano  con  mezzi  di  concilia- 
zione, che  diventano  tanto  più  necessari  quanto  più  le  organiz- 
zazioni si  sviluppano  e  le  lotte  assumono  carattere  gigantesco. 

In  tal  guisa  la  produzione  continua  ad  essere  opera  degli 
individui  e  la  forma  collettivista  non  soffoca  le  iniziative  indi- 
viduali. Ma  tra  le  innumerevoli  lotte  degli  uomini,  nelle  agi- 
tazioni di  interessi  spesso  cozzanti  fra  loro,  si  determina  un'or- 
ganizzazione la  quale  regola  il  movimento  e  coordina  le  azioni 
dei  singoli  allo  sviluppo  dell'insieme. 

Gli  scrittori  individualisti  si  compiacciono  spesso  di  descri- 
vere un  paese  che  non  è  mai  esistito  :  che  non  esisterà  mai 
forse.  L'Inghilterra,  ch'era  da  essi  presa  ad  esempio,  è  vice- 
versa il  paese  in  cui  l'intervento  legislativo  in  materia  econo- 
mica e  sociale  è  stato  ed  è  forse  più  largo  *.  Dai  tempi  di  Eli- 
sabetta le  leggi  sui  poveri,  buone  o  cattive,  sono  applicate  con 
una  rigidezza  di  cui  non  è  esempio  sul  continente.  In  materia 
industriale  la  protezione  dei  lavoratori  è  circondata  di  norme 
dettagliate.  Il  pagamento  del  salario  ha  una  regolamentazione 
che  non  s'incontra  altrove.  E  in  materia  di  industrie  e  di  com- 
merci i  progressi  della  legislazione  diventano  a  lor  volta  ogni 
giorno  maggiori.  Dunoyer  nel  1855  segnalava  già  la  nuova  ten- 
denza e  se  ne  doleva  come  di  una  modificazione  profonda  dello 
spirito  individualista  inglese  :  Spencer  non  ha  fatto  che  doler- 

*  G  i  d  e  nota  nella  conferenza  su  1'  École  nouvelle  :  «  De  1870  à  i8go 
on  ne  compte  pas  moins  de  220  lois  ou  projets  de  lois  [acts  ou  hills)  pour 
s'occuper  des  logements,  de  l'alimentation,  du  transport,  de  l'éduca- 
tion...  ».  Ma  è  dopo  il  1890  sopra  tutto  che  la  più  grande  mutazione  nello 
spirito    pubblico    è    avvenuta. 


28  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [CAP.   II. 

sene  .a  sua  volta.  Che  importa  ?  Queste  limitazioni  della  libertà 
individuale  in  vista  dello  sviluppo  dell'insieme,  cioè  per  ef- 
fetto della  solidarietà,  non  si  palesano,  appunto  per  la  loro  ge- 
neralità,  come  necessarie  ? 

Dopo  la  guerra  le  grandi  organizzazioni  operaie  inclinano 
sempre  più  verso  il  socialismo.  La  conseguenza  di  tutte  le 
grandi  guerre  è  quella  di  determinare  rivolgimenti  sociali  pro- 
fondi. Ma  dove  la  produzione  capitalista  è  stata  sostituita 
dalla  produzione  comunista,  la  miseria  più  profonda  si  è  de- 
terminata e  la  produzione  si  è  arrestata. 

Se  l' individualismo,  com'era  concepito  dai  vecchi  teorici, 
non  può  coincidere  con  le  forme  attuali  di  produzione  e  di  vita, 
il  comunismo  non  è  compatibile  con  lo  sviluppo  della  produ- 
zione e  con  la  esistenza  stessa  della  civiltà. 

In  regime  comunista  cessano  tutti  i  moventi  dell'attività  in- 
dividuale e  la  produzione  si  arresta  e  decade.  Noi  non  rie- 
sciamo  a  concepire  forma  di  produzione  comunista  senza  la 
rovina  dei  popoli  moderni. 

Ma  le  forme  stesse  della  produzione  moderna  e  degli  scambi 
determinano  una  crescente  solidarietà. 

Senza  negare  che  la  libertà  individuale  deva  considerarsi 
come  la  base  di  ogni  futuro  sviluppo  della  umanità,  bisogna 
riconoscere  che  ognuno  deve  arrestarsi  dove  la  libertà  tende  a 
degenerare  :  dove  la  libertà  si  trasforma  in  assolutismo  indi- 
viduale,  deve  essere  regolata. 

Non  si  può  negare  d'altra  parte  che  il  massimo  sviluppo 
della  produzione  coincide  assai  spesso  con  il  massimo  di  libertà 
individuale  ;  ma,  oltre  che  spingere  la  produzione  a  un  limite 
massimo  non  è  il  solo  scopo  della  umanità,  in  regime  individua- 
lista può  anzi  accadere  e  accade,  che  per  effetto  della  libertà 
si  limiti  la  produzione  :  esempio  notevole  si  ha  nel  caso  di  molti 
sindacati  il  cui  solo  scopo  è  appunto  quello  di  limitare  la  produ- 
zione. Il  contratto  di  lavoro  dev'essere  senza  dubbio  libero. 
Ma  appunto  perciò,  mentre  deve  esser  permesso  alle  coaUzioni 
operaie  di  vendere  insieme  il  loro  lavoro  alle  condizioni  che  cre- 
dono più  vantaggiose,  si  devono,  mediante  forma  di  arbitrato 
impedire  o  attenuare  lotte  (non  più  individuali,  ma  di  individui 


CAP.    IÌ.5  l'  azione    dello    StAtO  ^9 

numerosissimi    contro  organizzazioni    potenti  )  che  si  risolve- 
rebbero in  danno  di  tutta  la  società. 

12,  L'azione  dello  Stato,  e  in  generale  l'opera  degli  enti  col- 
lettivi, non  può  essere  quindi  giudicata  al  lume  del  vecchio  indi- 
vidualismo: e  si  può  anche  dire  che  essa  oramai  risponde  ai  bi- 
sogni nuovi  della  produzione  e  che  non  ha  nulla  di  arbitrario*. 

Le  illusioni  e  gli  errori  vigenti  dipendono  spesso  dal  fatto 
che  coloro  i  quali  credono  l'azione  dello  Stato  deva  ridursi  a 
un  minimo,  cioè  a  provvedere  alla  difesa  e  alla  sicurezza,  non 
tengono  conto  che,  dato  il  carattere  della  produzione  moderna 
e  data  la  vita  delle  società  moderne,  questa  concezione  è  ir- 
realizzabile. 

Ciò  non  deve  menare  allo  errore  contrario:  cioè  a  quella  fi- 
ducia nello  Stato  di  cui  si  abusa  cosi  spesso  nei  parlamenti  dei 
paesi  moderni.  Il  25  settembre  1848  Bastiat  enunciava  la  sua 
celebre  proposizione:  L' Ètat  c'est  la  grande  fiction  à  travers  la 
quelle  tout  le  monde  s'ef force  de  vivre  de  tout  le  monde.  È  una  bella 
frase:  molto  spesso  si  può  applicare  anche  giustamente.  Ma  non 
ha  e  non  può  avere  alcun  valore.  Il  dire  che  in  tutti  i  tempi  vi 
sono  stati  individui  che  invece  di  produrre  direttamente  la 
ricchezza  hanno  trovato,  per  mezzo  dello  Stato,  più  conve- 
niente spogliare  coloro  che  l'hanno  prodotta,  non  significa 
niente.  Ai  tempi  di  Bastiat,  il  bilancio  dello  Stato  in  Francia 
era  appena  la  terza  parte  del  bilancio  prima  della  guerra  eu- 
ropea. Si  può  credere  che  col  crescere  della  civiltà  la  grande 
fiction  aumenti  ?  Peggio:  gli  Stati  Uniti  di  America,  l'Inghil- 
terra, la  Svizzera,  i  paesi  in  cui  Bastiat  avrebbe  avuto  mag- 
giore fiducia,  presentano  lo  stesso  fenomeno. 

Spencer  e  i  suoi  seguaci,  in  conclusione,  hanno  fatto  un  lun- 
go elenco  di  colpe  dello  Stato,  una  specie  di  requisitoria  da 
pubblico  ministero  ;  in  cui  sono  enumerati  tutti  gU  impieghi 
antieconomici  di  ricchezza  fatti  dallo  Stato.  Una  enumerazione 
lunga,  che  rassomiglia  ad  un  atto  di  accusa.  E  bene,  cento, 

*  E  I  y  :  Introduction  to  politicai  economy,  pag.  102  dice  :  The  «  Is  » 
includes  what  was  once  the  «  Ought  to  do  »...  The  «  Is  »  embraces  the 
future  Ought The  two  cannot  be  separated  ».  Le  attuali  forme  in- 
dustriali preparano  e  contengono  in  sé  società  in  cui  la  solidarietà  sarà 
sempre  più  grande.  Cfr.  W  e  b  b  :  Industriai  Democracy. 


30  Scienza  Celle  finanze  [cap.  ii. 

mille  errori  che  cosa  dimostrano  ?  Bisognerebbe  fare  la  dimo- 
strazione contraria,  cioè  che  gl'individui  privati  avrebbero 
fatto  meglio;  e  anche  in  questo  caso  la  dimostrazione  rimane 
valevole  per  tempi  e  individui  determinati.  D'altra  parte  lo 
stesso  procedimento  di  Spencer  si  può  seguire  benissimo  in 
senso  contrario;  dimostrare  tutti  gli  errori  delle  società  commer- 
ciali, gli  sperperi  di  ricchezza  delle  grandi  anonime,  gli  atti 
di  corruzione  da  esse  compiuti,  le  distruzioni  di  ricchezza  fatte 
dai  trusts,  è  relativamente  assai  facile*.  Certo  è  assai  più  facile 
per  lo  Stato  che  abita  in  una  casa  di  vetro;  che  pubblica  i  suoi 
bilanci,  che  sottopone  tutte  le  sue  azioni  a  controlli  preventivi 
e  controlli  posteriori;  che  è  sottomesso  quasi  dovunque  al  sin- 
dacato parlamentare.  Gli  errori  che  si  rilevano  sono  spesso  in- 
granditi, e  sovente  assumono  per  ragioni  politiche  un*  appa- 
renza di  gravità,  che  è  ben  lontana  dal  rispondere  al  vero. 

Prendendo  in  esame  una  grande  società  di  trasporti,  che  im- 
pieghi 50  a  60  mila  individui,  non  è  difficile  trovare  in  essa 
molti  dei  mali  e  delle  colpe  attribuiti  allo  Stato.  Gli  errori  di 
una  società  privata,  che  lavora  sempre  nell'ombra,  si  cono- 
scono solo  quando  sono  troppo  gravi  per  essere  nascosti.  Si  ri- 
pete sempre  che  gl'impiegati  dello  Stato  non  sono  mossi  dall'in- 
teresse personale  :  ma  sono  forse  gl'impieghi  di  una  grande  so- 
ciet«à  per  azioni  ?  La  mancanza  di  zelo,  la  mancanza  di  onestà, 
il  poco  spirito  di  disciplina,  la  lentezza  nel  lavoro  sono  fatti 
che  dipendono  dallo  stato  morale  di  un  paese,  piuttosto  che 
dallo  svolgersi  dell'attività  dello  Stato  e  degli  enti  collettivi.  Si 
fa  spesso  contro  lo  Stato  lo  stesso  ragionamento  che  si  fa  contro 
la  Chiesa  dagli  spiriti  settari.  Tutte  le  colpe  dell'Inquisizione, 
tutti  i  roghi,  tutte  le  torture,  vengono  imputati  alla  Chiesa, 
come  se  essa  soltanto  ne  fosse  responsabile.  Basta  invece  stu- 
diare le  forme  procedurali  dei  tempi  passati  per  intender  come 
si  trattava  di  criteri  di  procedura  penale,  che  la  giustizia  laica 
applicava  in  egual  modo  e  spesso  peggiore.  La  tortura  era  un 


*  Leroy  Beaulieu:  L'  État  moderne  et  ses  fonctions,  lib.  II,  cap. 
Ili,  nega  che  le  grandi  società  anonime  presentino  spesso  nell'ammini- 
strazione gli  stessi  inconvenienti  dello  Stato  ;  ma  gli  argomenti  che  in- 
voca non  sono  ben  scelti. 


CA1>.    II.]  L  AZIONE    DELLO    STATO  3I 

complemenlo  della  prova  testimoniale  ;  il  rogo  o  la  forca  erano 
forme  di  condanna  riseibati  sovente  per  delitti  non  gravi. 

Molti  rubano  ora  all'ombra  dello  Stato  :  è  verissimo.  Ma  quan- 
ti rubano  all'ombra  delle  società  private  e  piuttosto  che  produrre 
ricchezza,  consumano  la  ricchezza  prodotta  da  altri  ?  Senza 
disconoscere  in  nessuna  guisa  che  l'interesse  personale  sol- 
tanto può  dare  in  quasi  tutte  le  intraprese  industriali  il  massimo 
sviluppo  della  produzione,  bisogna  però  ammettere  che  l'inte- 
resse personale  in  molte  intraprese  è  contrario  a  quello  collet- 
tivo e  che  riesce  in  non  pochi  casi  a  limitare  la  produzione 
con  danno  di  tutta  la  società.  Vi  sono  adunque  intraprese,  e 
il  loro  numero  diventa  ogni  giorno  maggiore,  che  sono  più  util- 
mente esercitate  dagli  enti  collettivi  e  dallo  Stato,  che  non  dai 
privati. 

In  senso  contrario,  bisogna  osservare  che  coloro  i  quali  nei 
fenomeni  economici  e  sociali  desiderano  un  più  largo  inter- 
vento del  potere  collettivo,  spesso  senza  misurare  la  conve- 
nienza economica  della  sostituzione  dello  Stato  ai  privati  im- 
prenditori, non  tengono  presente  che  l'azione  dello  Stato,  in 
qualunque  senso  diretta,  non  si  esplica  se  non  mediante  con- 
sumo di  ricchezze  materiali  prodotte  dai  cittadini. Troppo  spesso, 
quando  si  tratti  di  lavori  pubblici,  o  di  provvedere  ai  bisogni 
di  una  regione,  s'invoca  l'intervento  dello  Stato.  Ora  bisogna 
tener  presente  che  lo  Stato  non  può  dare  a  una  regione,  se  non 
togliendo  ad  altre  ;  non  può  provvedere  a  gruppi  di  cittadini, 
che  chiedono  particolare  aiuto  o  difesa,  senza  che  altri  citta- 
dini sopportino  un  sacrificio  corrispondente.  Spesso  anzi  può 
accadere  (e  gli  esempi  sono  numerosissimi  in  tutti  i  paesi,  ne 
occorre  la  mente  di  Spencer  per  trovarli)  che  lo  Stato  impieghi 
in  modo  antieconomico  ricchezze  che  i  privati  avrebbero  forse 
impiegate  meglio,e  che  la  spesa  determinata  dal  suo  intervento 
sia  di  molto  superiore  ai  benefizi  che  questo  intervento  arreca. 

Lo  Stato  può  agire  utilmente  sostituendo  le  iniziative  pri- 
vate quando  esse  siano  incapaci  ;  aiutandole  quando  siano 
insufficienti  ;  ordinando  come  servizi  pubblici  intraprese,  le 
quali  per  la  loro  natura  non  si  prestino  a  essere  esercitate  dai 
privati. Ma  la  fiducia  cieca  che  le  moderne  democrazie  hanno  so- 
vente in  esso  è  del  tutto  irrazionale.  Quando  Luigi  XVI  rien- 


^2  éCÌÉNÉA    DELLE    FINANZE  [CAP.    li. 

trava  a  Parigi,  allora  tormentata  dalla  mancanza  di  pane,  le 
donne  gridavano  a  lui,  alla  regina  e  al  delfico  :  Vive  le  houlan- 
ger,  la  houlangère  et  le  petit  mitron.  Credevano  che  la  presenza  del 
re  bastasse  a  portare  il  pane.  Oramai  la  fede  del  pubblico  non 
prende  la  forma  personale  :  il  cesarismo  è  stato  sostituito  dai 
parlamenti  ;  ma  dove  prima  era  l'adorazione  del  feticcio,  la 
fiducia  diventa  più  indeterminata  e  tutto  si  concentra  in  quella 
entità  astratta  che  è  lo  Stato.  I  parlamenti  contribuiscono  non 
di  rado  ad  eccitare  le  illusioni,  e  la  mediocrità  degli  uomini 
che  in  prevalenza  li  compongono  rende  possibili  alcuni  errori 
che  altrimenti  non  sarebbero.  Tutto  ciò  è  vero  :  ma  subordi- 
nare l'azione  dello  Stato  nella  vita  economica  e  sociale  a  criteri 
teorici  estremamente  discutibili  e  non  al  principio  di  conve- 
nienza, significa  andare  necessariamente  incontro  all'errore. 
Non  si  può  infatti  in  linea  generale  risolvere  casi  di  politica 
economica  e  finanziaria  con  massime  assiomatiche  :  come  sa- 
rebbe quella  che  è  a  base  dei  libri  di  Spencer  e  di  tutti  i  suoi 
numerosi  seguaci.  I  rapporti  liberi  e  volontari,  che  esistono 
ora  tra  gli  uomini,  sono  stati  spesso  determinati  da  forme  di 
coazione.  Wundt  ha  dimostrato  che  tutto  ciò  che  era  incoscien- 
te si  trasforma  spesso  in  un  fine  voluto  e  cosciente.  L'individuo, 
si  libera  poco  a  poco  dalla  solidarietà  primitiva  e  forzata,  ma 
per  tornarvi  in  seguito  con  una  coscienza  più  larga  della  fun- 
zione cui  egli  deve  adempiere  nell'ordine  sociale.  La  solida- 
rietà, che  la  natura  stessa  impone,  e  di  cui  ci  avvediamo  ogni 
giorno  più,  rende  necessaria  un'opera  crescente  di  prevenzione 
sociale. 

13.  Contro  le  esagerazioni  degli  scrittori  del  suo  tempo. 
Pellegrino  Rossi  riconosceva  che  lo  Stato  è  un  agente  attivo 
di  progresso  e  che  l'associazione  volontaria  da  sola  è  del  tutto 
insufficiente.  Senza  dubbio,  diceva  Rossi,  la  storia  offre  molti 
esempi  di  dispersioni  di  ricchezza  determinate  dallo  Stato  :  ma 
ne  offre  assai  più  numerosi  di  progressi  generali  compiuti  me- 
diante l'efficace  cooperazione  dello  Stato.  È  preferibile  senza 
dubbio  che  questo  non  deprima  gli  sforzi  individuali  ma  che 
li  secondi  ;  che  cerchi  di  promuoverli  piuttosto  che  di  far  la 
-oro  concorrenza  ;  e  che  si  sotituisca  ai  privati  solo  quando  vi 
sia  utilità  evidente.    Ma  quante  cose  oramai,  allo  stato* attuale 


cAt>.  II  ]  l'azione  Dello  stato  33 

delle  conoscenze,  ci  avvediamo  di  non  poter  fare  con  i  mezzi 
individuali,  in  quanto  sentiamo  che  essi  sono  insufficienti  o  a 
dirittura  incapaci  di  reagire  ai  pericoli  che  ci  circondano.  Ogni 
giorno  le  ricerche  della  microscopia  e  dell'igiene  dimostrano 
che  la  più  gran  parte  delle  malattie  ha  carattere  infettivo  o 
diffusivo,  o  si  riattacca  a  causa  contro  cui  nessuna  prevenzione 
individuale  è  valevole.  Non  è  in  questo  caso  necessario  un  in- 
tervento del  potere  collettivo  ?  I  flagelli  e  le  pestilenze  del  pas- 
sato aveano  forme  di  una  intensità  che  non  sappiamo  né  meno 
più  concepire.  Venti  anni  di  battaglia  o  venti  della  guerra  più 
accanita,  dice  Littrè,  erano  nulla  in  paragone  delle  stragi  ca- 
gionate da  quei  flagelli.  Il  colera  ha  fatto  morire  in  Francia  in 
pochi  anni  più  uomini  che  tutte  le  guerre  della  rivoluzione.  11 
vajolo  è  stato  per  otto  secoli  così  diffuso,  che  si  è  perfino  cre- 
duto, secondo  le  parole  di  un  vecchio  medico  italiano,  che  fosse 
«  un  tributo  che  ciascun  individuo  pagar  dovesse  alla  natura  ». 
Ora,  dopo  la  scoverta  di  Jenner,  mediante  la  pratica  della 
vaccinazione  obbligatoria,  il  vajolo  è  quasi  scomparso  da  al- 
cuni stati.  In  Germania  le  morti  per  vajolo  sono  appena  poche 
diecine  ogni  anno.  Ancora  pochi  anni  fa  il  vajolo  uccideva  in 
Europa  centinaja  di  migliaja  di  persone  e  ne  attaccava  milioni: 
adesso  le  morti  per  vajolo,  con  un  po'  di  prevenzione  maggiore, 
sono  in  diminuzione  continua.  In  alcuni  paesi  il  vajolo  è  anche 
scomparso,  e  sono  discesi  a  centinaia,  anche  a  diecine  d'individui 
nell'ultimo  decennio  i  casi  di  vaiolo  nei  paesi  più  civili  di  Europa 
e  di  America.  Ora,  nessuna  prevenzione  individuale  ci  mette  in 
grado  di  difenderci  contro  la  diffusione  del  vajolo.  E  poiché, 
dopo  le  ricerche  della  scienza  moderna,  l'efficacia  del  vaccino 
non  é  da  mettere  in  dubbio,  si  può  non  riconoscere  la  necessità 
della  vaccinazione  obbligatoria?  È  vero  che  costringere  un  uomo 
a  vaccinare  i  figliuoli  significa  violare  la  sua  libertà.  Ma,  poi- 
ché i  bambini  non  possono  né  volere  né  rifiutare,  è  possibile 
non  proteggerli?  che  cosa  possono  fare  essi  se  il  vajolo  o  li  ucci- 
de o  li  deturpa  ?  vi  é  forse  un'azione  di  danno  ?  e  a  che  cosa 
serve  un'azione  di  da'nno  se  la  malattia  ha  deturpato  o  ucciso  ? 
È  bastata  una  prevenzione  un  po'  più  attenta  per  diminuire 
prima  della  guerra  in  tutta  Europa  in  pochi  anni  la  mortalità 
per  morbi  infettivi  o  diffusivi.  La  moitalilà  per  alcune  ma  la t- 
N  i  1 1  i.  3 


34  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [CAP.    II. 

tie  è  discesa  di  trenta  o  quaranta  volte;  alcuni  morbi  infettivi 
e  diffusivi  sono  anche  scomparsi. 

Per  alcuni  paesi  come  1'  Italia  il  problema  della  malaria  ha 
un'importanza  che  nulla  serve  ad  attenuare:  la  malaria  lieve, 
grave  o  gravissima,  è  sparsa  sulla  pivi  gran  parte  del  territorio 
nazionale.  L'Italia  meridionale,  sopra  tutto,  ne  è  profonda- 
mente infetta  :  e  ciò  è  causa  prevalente  della  sua  povertà.  Ora 
recenti  studi  hanno  dimostrato  che  la  malaria  è  una  malattia 
contagiosa:  che  la  diffusione  di  essa  va  dovuta  a  una  zanzara, 
un  anofele.  Dopo  gli  studi  fatti  finora  si  può  conchiudere' che  la 
trasmissione  della  infezione  avviene  direttamente  per  mezzo  degli 
anofeli,  e  l'uomo  malato  contagia  l'anofele  soltanto  nelle  stagio- 
ni in  cui  la  temperatura  è  relativamente  elevata.  L'uomo  in- 
fetto da  malaria  è  quindi  contagioso,  in  condizioni  di  tempera- 
tura idonea,  come  qualunque  individuo  affetto  da  altre  malat- 
tie già  contagiose.  Ora,  per  risolvere  questo  grandissimo  e  vitale 
problema  che  cosa  possono  gli  sforzi  individuali  ?  Quando 
una  soluzione  definitiva  dovrà  essere  tentata,  occorrerà  sem- 
pre un  grande  sforzo  collettivo.  Senza  dubbio,  in  materia 
come  questa,  non  bisogna  esagerare  e  gli  igienisti  sono  propensi 
alla  esagerazione.  Ma  non  si  possono  negare  i  risultati  della 
esperienza. 

La  istruzione  obbligatoria  è  certo  una  violazione  di  libertà  : 
poiché  lo  Stato  subentra  ai  genitori,  limitando  i  loro  poteri.  È 
stato  detto  che  è  una  pretesa  ingiusta,  poiché  l'amore  dei  ge- 
nitori fa  molto  meglio.  E  può  anche  darsi  che  ciò  sia  in  mol- 
tissimi casi  :  ma  non  vi  sono  genitori  che  tormentano  i  figliuoli  ? 
non  vi  sono  altri  che  li  abbandonano  ?  E  possiamo  noi  ammet- 
tere che  un  uomo,  sol  perchè  é  ignorante  e  non  comprende  e  non 
può  giudicare  i  vantaggi  della  istruzione,  abbia  il  diritto  di 
fare  che  i  suoi  nati  rimangano  nella  ignoranza  più  tenebrosa  ? 
e  che  cosa  diventeranno  essi  per  la  società  ? 

Tutti  questi  argomenti  hanno  una  importanza  ben  più  gran- 
de in  materia  di  legislazione  sociale.  Assicurare  norme  igieni- 
che per  i  lavoratori  ;  proteggere  l'infanzia  da  forme  di  sfrut- 
tamento dannose,  evitando  che  si  uccidano  nel  bambino  le 
forze  che  può  sviluppare  da  adulto,  allo  stesso  modo  che  il  pru- 
dente coltivatore  impedisce  il  raccolto  di  frutta  acerbe  ;  garan- 


CA  P.    II.]  L  AZIONE    DELLO    STATO  35 

tire  con  norme  speciali  il  lavoro  femminile,  nell'interesse  della 
razza  ;  imporre  per  tutti  giornate  di  riposo,  ecc.  ecc.,  può  avere 
in  apparenza  l'aspetto  di  limitare  la  libertà.  In  realtà,  è  solo 
impedendo  la  decadenza  fisica  di  una  popolazione  ed  elevan- 
done la  cultura  intellettuale  e  la  sanità  fisica,  che  si  può  far  par- 
tecipare il  più  grande  numero  di  uomini  ai  beni  della  civiltà. 
La  teoria  dissolvente,  che  considera  gli  uomini  come  tanti 
atomi  disgregati,  non  ha  compreso  che  la  libertà  non  è  mai  un 
fine,  ma  un  mezzo  :  e  che  il  fine  è  la  più  grande  elevazione  della 
specie.  Dove  la  libertà  può  assicurarla,  è  benefica  ;  dove  rag- 
giunge lo  scopo  opposto  è  dannosa  e  riesce  a  ridurre  sé  stessa, 
nessuna  libertà    giovando  a  popolazioni  povere  e  degradate. 

È  assai  curioso  però,  vedere  alcuni  teorici  usare  verso  lo 
Stato  gli  stessi  argomenti  che  si  adoperavano  due  secoli  or 
sono  ;  quando  nella  più  gran  parte  dei  paesi  l'imposta  era  un 
dovere  assoluto  verso  l'autorità,  che  poteva  disporne  a  suo  pia- 
cimento ,  il  principe  non  dovendo  dar  conto  delle  sue  azioni  ai 
sudditi,  ma  solo  a  Dio.  Le  innumerevoli  discussioni  sulle  fun- 
zioni dello  Stato  sono  dunque  spesso  sterili,  poiché  i  fatti  di- 
mostrano che  la  vita  della  società  non  può  essere  subordinata 
ai  principi  assoluti  di  libertà  invocati  da  Spencer  e  dai  suci 
seguaci.  Se  dovunque  la  tutela  igienica  é  affidata  allo  Stato  e 
agli  enti  collettivi  ;  e  quasi  dovunque  la  istruzione  obbliga- 
toria è  sancita  dalle  leggi  ;  se  la  legislazione  operaia  si  estende 
dovunque  e  i  principi  di  previdenza  sociale  si  sviluppano  e  l 'as- 
sistenza si  sostituisce  alla  carità  ;  vuol  dire  che  vi  sono  alcune 
necessità  le  quali  determinano,  più  che  il  movimento  delle 
idee,  l'azione    collettiva. 

È  evidente  che  lo  Stato  non  deve  compiere  se  non  quei  ser- 
vizi che  i  privati  non  potrebbero,  o  non  potrebbero  se  non  con 
maggiori  sforzi  e  con  risultato  minore,  non  solo  per  gì'  indivi- 
dui che  lo  compongono,  ma  per  i  bisogni  nuovi  che  si  determi- 
nano: esso  quindi  è  di  sua  natura  variabile.  La  sua  azione  di  oggi 
non  può  essere  quella  di  domani,  né  è  quella  ch'era  ieii.  Non 
vi  possono  essere,  dunque,  entrate  fisse  ;  né  tanto  meno,  fuori 
che  in  linea  molto  generale,  si  possono  segnare  dei  limiti  all'a- 
zione dello    Stato. 

È  assai  difiìcile  dire  quali  siano  i  bisogni  collcttivi,  in  quanto 


36  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [cAP.  II. 

la  loro  valutazione  dipende  dal  criterio  che  ne  hanno  le  classi 
politicamente  prevalenti. 

14.  La  scuola  del  materialismo  storico  ha  sostenuto  per 
molto  tempo  che  la  struttura  economica  della  società  sia  la 
base  reale  di  tutti  i  fenomeni  giuridici  e  politici,  e  che  il  modo  di 
produzione  determini  in  generale  il  processo  sociale,  politico 
ed  intellettuale  della  vita.  Lo  Stato  non  sarebbe  altra  cosa 
che  l'organo  della  classe  economicamente  dominante  in  vista 
di  assicurare  la  propria  esistenza  e  il  proprio  dominio.  Ma 
queste  affermazioni  infondate,  che  per  molti  anni  hanno  avuto 
larga  eco,  cominciano  01  a  ad  essere  abbandonate,  almeno  nella 
loro  forma  dommatica,  anche  da  quelli  che  se  ne  facevano 
banditori.  Come  la  complessità  dei  fatti  sociali  sfugge  a  queste 
semplificazioni  e  non  è  mai  possibile  riattaccarli  a  una  causa 
unica,  per  quanto  importante  essa  sia,  cosi  nella  storia  delle 
istituzioni  politiche  non  è  possibile  vedere  una  causa  unica, 
che  ne  determini  la  trasformazione  e  la  vita. 

Nella  vita  dei  popoli  moderni  lo  Stato  abbandona  sempre 
più  le  funzioni  politiche  e  religiose  e  sviluppa  qu?lle  di  carat- 
tere economico  e  sociale  :  cosi  la  opera  di  prevenzione  assume 
una  importanza  àempre  più  grande  di  fronte  a  quella  di  re- 
pressione. Lo  Stato  non  impone  la  religione,  si  come  avveni\^a 
in  passato,  ma  fa  ch3  la  libertà  religiosa  sia  rispettata  ;  dunque 
la  sua  azione  è  diventata  in  questa  materia  non  più  imperativa, 
ma  conciliativa.  Viceversa,  in  tutti  i  paesi  più  civili,  poiché 
l'accattonaggio  è  vietato,  è  proclamata  obbligatoria  l'assi- 
stenza, è  obbligatoria  la  istruzione,  è  obbligatoria  la  legisla- 
zione sanitaria,  è  obbligatoria  la  viabilità,  ecc.  Ecco  dunque 
un  grande  numero  di  casi  in  cui  l'azione  dello  Stato  che  prima 
era  scarsa,  o  appena  serviva  a  proibire  qualche  abuso  più  gra- 
ve,  è  diventata    imperativa. 

In  alcuni  casi  lo  Stato  e  gli  enti  locali  sussidiano  l'azione 
privata,  che  è  deficiente  (bonifiche,  beneficenza,  ecc.)  :  in  altri 
dove  essa  è  tarda,  riescono  a  spingerla  e  a  completarla  (legi- 
slazione sanitaria,  istruzione  obbligatoria)  ;  in  altri  raffrenano 
l'attività  privata  dannosa  a  classi  di  popolazione  e  sopra  tutto 
in  quella  parte  che  può  meno  difendersi  (legislazione  operaia)  ; 
in  altri  intervengono  per  impedire  che  alcune  industrie,  le  quali 


CAP.  II.]  l'azione  dello  stato  37 

tendono  a  trasformarsi  in  monopolio,  siano  sfruttate  da  priva- 
ti (mezzi  urbani  di  comunicazione,  ferrovie,  ecc.)  o  alcuni 
servizi  i  quali  hanno  carattere  di  utilità  generale  siano  sfruttati 
solo  con  criteri  industriali  (poste  e  telegrafi,  ecc.).  Questi  di- 
\'ersi  criteri  talora  s'intrecciano  e  concorrono  variamente  a 
determinare  le  modalità  dell'intervento,  il  quale  può  e  deve 
essere  diverso,  secondo  le  condizioni  di  tempo,  e  di  luogo  e  di 
cultura  e  secondo  le  tradizioni  storiche,  e  le  difficoltà  finan- 
ziarie ;  o  le  ragioni  tecniche,  che  impongono  di  agire  in  un  modo 
o  in  un  altro. 

L' intervento  o  il  non  intervento  dello  Stato  non  si  possono 
far  dipendere  da  teorie  di  ordine  generale,  né  si  può  dire  a 
priori  che  siano  utili  o  dannosi.  Poiché  qualunque  azione  dello 
Stato  e  degli  enti  collettivi  non  si  produce  senza  un  corrispon- 
dente consumo  di  ricchezza,  e  questa  non  è  fornita  se  non  dagli 
individui  che  la  producono  ;  occorre  di  volta  in  volta  sapere  se 
si  tratti  o  non  di  un  utile  impiego.  In  altri  termini  occorre  sa- 
pere :  il  consumo  di  ricchezze  che  fa  lo  Stato  è  determinato  da 
necessità  della  vita  sociale  (  sicurezza,  difesa,  ecc.  )  ?  E  se  non 
è  determinato  da  esse,  occorre  indagare  se  ciascun  impiego  di 
ricchezze  abbia  un  corrispondente  benefìcio,  presente  o  av- 
venire, tale  che  ne  giustifichi  l'uso. 

15.  È  evidente  che  quanto  si  è  detto  dello  Stato  s' intendo 
anche  vero  per  gli  enti  locali,  la  cui  vita  é  dominata  dalle  stesse 
leggi  e  che  rispondono  più  o  meno  a  bisogni  della  medesima 
natura.  Vi  sono  stati  unitari,  come  la  Italia  o  la  Francia  ;  e 
stati  federali,  come  gli  Stati  Uniti,  la  Germania,  la  Svizzera  ;  e 
vi  sono  forme  costituzionali  intermedie  di  confederazioni  di 
stati.  La  diversità  di  ciascuna  forma  agisce  non  poco  nel  detei- 
minare  le  attribuzioni  rispettive  dello  Stato  e  degli  enti  minori. 
Ma  si  può  dire  che  generalmente  vi  siano  alcuni  servizi  pub- 
blici o  alcune  funzioni  che  sono  quasi  dovunque  di  competenza 
dello  Stato  (sicurezza  esterna  o  interna,  rappresentanza  all'e- 
stero, giustizia,  moneta,  grandi  mezzi  di  comunicazione  e  di 
trasporto,  ecc.)  ;  altri  che  sono  di  competenza  degli  enti  locali 
(acqua  potabile,  illuminazione,  nettezza  urbana,  mezzi  urbani 
di  comunicazione,    ecc.)  ;  altri  che  sono  o  dello   Stato  o  degli 


38  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [CAP.  II. 

enti  locali,  o  in  varia  misura  di  entrambi  (servizi  di  assistenza 
pubblica,  di  istruzione,  d'igiene,  di  previdenza  sociale,  ecc.). 

I  servizi  pubblici  sono  organizzazioni  create  e  sostenute  dallo 
Stato  o  dagli  enti  locali  in  vista  della  soddisfazione  di  un  biso- 
gno collettivo  ;  i  servizi  di  utilità  pubblica  sono  invece  organiz- 
zazioni create  e  sorrette  da  un  istituto  di  utilità  pubblica,  in 
vista  della  soddisfazione  di  un  bisogno  collettivo.  Differiscono 
questi  ultimi  dai  primi  in  quanto  non  sono  creati  e  sorretti  dallo 
Stato,  ma  da  una  istituzione  corporativa,  che  riceve  soltanto  il 
riconoscimento  di  pubblica  utilità.  Il  diritto  amministrativo 
studia  appunto  l'insieme  delle  regole  che  presiedono  all'  orga- 
nizzazione e  al  funzionamento  dei  servizi  pubblici  e  alla  sorve- 
glianza dei  servizi  di  utilità  pubblica.  Bisogna  distinguere  fra 
i  servizi  pubblici  che  consentono  e  quelli  che  non  consentono  il 
concorso  di  industrie  private.  La  sicurezza  esterna  e  interna, 
la  giustizia,  la  monetazione,  ecc.  sono  grandi  servizi  pubblici, 
da  esercitare  necessariamente  in  forma  monopolistica.  Altri 
servizi  pubblici  sono  esercitati  dallo  Stato  o  dagli  enti  locali 
in  concorrenza  con  i  privati  :  così  la  istruzione  elementare.  In 
generale  i  servizi  pubblici,  organizzati  in  vista  di  un  interesse 
di  ordine  sociale,  assumono  la  forma  di  monopoli. 

Perchè  una  intrapresa  diventi  pubblico  servizio  occorrono  al- 
cune condizioni  :  la  posta  è  generalmente  un  pubblico  servizio  ; 
non  può  esser  tale  invece  la  industria  del  pane.  Un  monopolio 
di  Stato  (  quando  non  si  riattacchi  a  principi  generali  di  giusti- 
zia o  di  ordine  o  viceversa  non  abbia  carattere  veramente  fi- 
scale) può  essere  determinato  da  cause  di  varia  natura.  Essen- 
ziali tra  esse  sono  la  mancanza  di  attività  individuali  sufficien- 
ti al  bisogno  collettivo:  oppure,  anche  data  la  esistenza  di  tali 
attività,  il  trattarsi  di  intraprese  che  per  la  loro  natura  non  pos- 
sono essere  abbandonate  all'attività  individuale*. 

Una  funzione  esercitata  dall'  industria  privata  si  trasforma 
in  servizio  pubblico  quando  la  produzione  dello  Stato  è  più  eco- 
nomica di  quella  privata.  Ciò  può  accadere,  infatti,  tutte  le  volte 
che  una  industria  assume  carattere  di  monopolio;  come  tutte  le 
volte  che  i  privati  non    riescano  a  produrre    senza  troppa  di- 

*   Cfr.   Sax:   Grundlegung  der  theoretischen  Staatswirtschaft,  p.   393. 


CAP.    III.]  TEORIE  GENERALI  39 

spersione  di  ricchezze.  Deriva  quindi  da  questa  considerazione 
che  le  intraprese  le  quali  assume  lo  Stato  sono  in  generale  quelle 
che,  lasciate  all'industria  privata,  si  trasformerebbero  in  mono- 
poli o  perchè  la  concorrenza  è  impossibile,  o  perchè  è  antiecono- 
mica. Occorre  infine,  perchè  un'intrapresa  privata  diventi  pub- 
blico servizio,  ch'essa  riguardi  un  bisogno  generale  risentilo 
dalla  coUettivitàf.  Tutte  le  volte  che  si  assume  un  servizio  pub- 
blico, è  la  società  intera  la  quale  fornisce  il  capitale  :  ora  non 
si  può  ammettere  che  i  servizi  pubblici  riguardino  interessi  o 
bisogni  di  una  minoranza,  e  non  della  grande    maggioranza. 

Quasi  tutte  le  imprese  pubbliche  sono  diventate  dopo  la 
guerra  passive  in  quasi  tutti  i  paesi  di  Europa.  L'  aumento 
del  prezzo  delle  materie  prime  è  venuto  a  coincidere  con  au- 
menti enormi  del  salari  e  con  una  minore  energia  di  lavoro. 
È  uno  stato  transitorio,  ma  che  rappresenta  nella  fase  attuale 
un  vero  e  grande-  pericolo.  Infatti  le  finanze  di  tutti  gli  stati 
europei  usciti  dalla  guerra  risentono  questa  condizione  di  di- 
sordine. 

Quasi  tutti  i  servizi  pubblici  sono  in  molti  paesi  esercitati 
con  prezzi  politici,  invece  che  con  prezzi  economici  e  la  diffe- 
renza non  è  pagata  dalle  tasse,  ma  dai  debiti. 

Oltre  quelle  che  sono  attribuzioni  essenziali  dello  Stato  e 
che  vanno  considerate  da  un  punto  di  vista  più  alto  che  non 
sia  quello  semplicemente  economico  :  sicurezza  interna  ed 
esterna,  giustizia,  ecc.  ;  oltre  quelle  attribuzioni,  lo  Stato  ne  as- 
sume altre  esercitando,  per  le  ragioni  già  dette,  alcuni  servizi 
pubblici. 

III. 

Teorie  generali  relative  ai  fenomeni  finanziari. 

i6.  Si  è  lungamente  disputato  sulla  natura  dei  fenomeni 
finanziari  :  e  non  pochi  teorici,  per  semphcità  di  trattazione  o 
per  convenienza  logica,  hanno  cercato  di  riattaccarli  a  un  solo 
principio  :  molte  teorie  generali  sono  dunque  sorte.  Alcune  di 
esse  sono  già  state  abbandonate  :  altre  ancora  rimangono  in 
campo.  I  fenomeni  della  finanza,  per  quanto  siano     complessi. 


40  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [CAP.  ITI. 

si  riattaccano  ai  principi  primi  dell'economia.  I  bisogni  collet- 
tivi derivano  dai  bisogni  individuali:  e  possono  essere  appagati 
solo  mediante  un  consumo  di  ricchezze  materiali,  determinato 
dal  funzionamento  degli  organi  della  collettività  :  lo  Stato  e  gli 
enti  locali.  Vi  sono  bisogni  comuni  a  tutti  o  alla  maggior  parte 
dei  componenti  il  consorzio  politico  :  ciascuno  diversamente  ne 
ha,  ma  vi  è  una  media  generale.  È  questa  media  generale  che 
determina  l'ammontare  complessivo  delle  entrate  e  delle  spese 
pubbliche. 

Ogni  anno  masse  enormi  di  ricchezza  sono  prelevate  dallo 
Stato  e  dagli  enti  locali  ai  cittadini  e  sono  spese  per  servizi 
pubblici  o  in  ogni  modo  per  scopi  collettivi.  Sono  nei  mag- 
giori Stati  parecchi  miliardi.  Da  che  è  determinato  questo 
grandioso  prelevamento  ?  Con  quali  procedimenti  e  con  quali 
leggi  avviene  ?  Lo  Stato,  che  è  la  maggiore  espressione  della 
volontà  collettiva,  ha  scopi  di  sicurezza,  di  civiltà,  di  giusti- 
zia, di  benessere.  In  quale  forma  vengono  raggiunti  ?  esiste 
una  legge  fondamentale  della  finanza  pubblica  ?  esistono  rap- 
porti che  permettano  risalire  a  un  principio  fondamenta- 
le di  tutti  i  fenomeni  finanziari  ?  La  ricerca  di  questo  prin- 
cipio fondamentale  è  stata  fatta  da  ijiolti  scrittori.  Le  loro 
conclusioni  però  si  aggirano  o  intorno  alla  idea  del  consumo, 
o  alla  idea  dello  scambio,  o  a  quella  della  produzione  :  o  in- 
fine si  liattaccano  alla  idea  del  valore.  Queste  teorie  hanno  in 
gran  parte  carattere  storico  e  vanno  considerate  come  la  espres- 
sione dei  bisogni  e  delle  idee  dell'  ambiente  in  cui  sorsero.  Non 
potrebbero  ora  essere  discusse  se  non  tenendo  conto  delle  cir- 
costanze che  le  produssero. 

Adamo  Smith,  il  quale  riteneva  che  nessuna  società  ordinata 
fosse  possibile  senza  governo,  e  che  contrariamente  alle  esage- 
razioni di  molti  dei  suoi  seguaci,  ammetteva  che  il  governo  non 
dovesse  aver  solo  ufficio  di  sicurezza  interna  ed  esterna,  ma 
anche,  sebbene  non  essenziali  e  in  misura  variabile,  scopi  di 
civiltà  e  di  benessere,  non  formulò  alcuna  teoria  su  questo 
proposito. 

17.  Fu  più  tardi,  che  esagerando  o  a  dirittura  mutando  le 
idee  politiche  di  Smith,  i  suoi  continuatori  collegarono  i  feno- 
meni finanziari  alla  teoria  del  consumo:  secondo  cui  la  finanza 


CAP.   III.]  TEORIE  GENERALI  4I 

pubblica  è  un  semplice  consumo  improduttivo  di  beni  materiali, 
un  consumo  che  è  inevitabile,  ma  che  occorre  limitare  al  mi- 
nimo. Come  la  grandine  per  un'azienda  agricola,  cosi  le  spese 
degli  enti  collettivi  per  la  società.  J.  B.  Say  usa  a  dirittura 
immagini  di  tal  genere.  Dal  momento,  egli  dice,  che  un  va- 
lore è  pagato  dal  contribuente,  è  perduto  per  lui  :  dal  mo- 
mento che  è  pagato  dal  governo,  è  perduto  per  tutti  e  non  si 
riversa  punto  nella  società*. 

Ciò  sarebbe  vero  se  il  governo  buttasse  le  ricchezze  fornite 
dai  cittadini  nel  mare  :  ma  dal  momento  che  le  impiega,  è  sol- 
tanto la  utilità  dello  impiego  che  bisogna  misurare.  Dire  che 
si  tratta  di  ricchezza  perduta  per  tutti  non  è  né  meno  un  pa- 
radosso, è  un'assurdità.  Come  si  può  concepire  che  un  paese 
civile  spenda  molti  miliardi  di  lire  all'anno  per  scopi  che  cre- 
de di  utilità  generale,  quando  non  si  tratta  se  non  di  consumi 
improduttivi  ?  E  come  si  può  concepire  che  consumi  di  tale 
natura  crescano  rapidamente  ?  È  una  spiegazione  del  tutto  er- 
ronea e  artificiale,  e  non  guarda  che  al  fatto  esterno.  È  come 
dire  che  la  civiltà  stessa  determini  una  crescente  dispersione 
della  ricchezza  :  anzi  che  tale  dispersione  sia  conseguenza  ine- 
vitabile della  civiltà.  J.  B.  Say  vivea  in  un  tempo  in  cui  opi- 
nione diffusa  era  che  i  bilanci  avessero  decisa  tendenza  alla 
diminuzione  e  che  scopo  dei  sovrani  e  degli  statisti  fosse  quello 
di  ridurre  le  spese  pubbliche.  Ora  questa  idea  è  smentita  dai 
fatti  dopo  un  secolo.  Non  si  può  parlare  di  diminuzione  dove 
esis'te  un  aumento  vertiginoso  e  dove,  come  vedremo,  l'aumen- 
to si  è  svolto,  nella  stessa  forma  quasi  dovunque  :  in  paesi  li- 
beri e  in  paesi  a  regime  assoluto,  in  paesi  bene  e  in  paesi  male 

*  J.  B.  S  ay  :  Traile,  libro  III,  cap.  VI  e  Cours,  libro  III,  cap.  IX, 
Ma  Say  avea  scritto  assai  più  giustamente  :  «  Si  les  consomniatious 
faites  par  les  nations  ou  par  leurs  gouvernements,  qui  les  représentent 
bien  ou  mal,  occasionnent  une  perte  de  valeurs  et  par  conséquent  de 
richesses,  elles  ne  sont  justifiables  qu'autant  qu'il  en  résulte  pour  la  na- 
tion  un  avantage  égal  aux  sacrifices  qu'elles  lui  coùtent.  Tonte  l'habilité 
de  r  adrainistration  consiste  à  comparer  perpetuellement  et  judicieuse- 
ment  l'étendue  des  sacrifices  imposés  avec  l' avantage  qui  doit  en  reve* 
nir  à  l'Etat  ;  et  tout  sacrifice  disproportionné  avec  cet  avantage,  je  n'hé- 
site  pas  à  le  dire,  est  une  sottise  ou  un  crime  <^e  l'administr^^tion  ».  Ciò  è 
sempre  vero. 


42  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [CAP.  TU, 

amministrati.  Un  così  enorme  e  sempre  crcvSCente  impiego  di 
ricchezza  privata  per  scopi  collettivi  non  può  avvenire  per 
cause  accidentali  o  perturbatrici  :  ma  riveste  carattere  di 
regolarità. 

Questa  interpretazione  dei  fatti  finanziari  è  più  che  altro  un 
latto  storico  e  transitorio  :  si  potrebbe  non  tenerne  conto,  rele- 
gandola nella  storia  delle  idee  economiche,  che  può  formare 
argomento  di  altre    disciphne. 

i8.  Rappresenta  anche  una  fase  storica  ormai  finita,  la 
idea  che  un  fenomeno  di  scambio  sia  base  di  ciascun  ordina- 
mento finanziario,  cioè  che  vi  sia  scambio  di  servizi  pubblici 
con  ricchezze  private, 

È  una  idea  uri  po'  più  larga  :  in  quanto  motivo  dell'imposta 
è  in  essa  non  già  l'arbitrio,  ma  un  fatto  di  ordine  naturale,  la 
necessità  di  una  funzione  collettiva,  al  cui  mantenimento  i 
cittadini  concorrono,  scambiando  ricchezze  materiali  contro 
servizi.  Le  idee  di  libera  concorrenza,  che  sono  state  per  tanti 
anni  la  base  della  economia  politica,  hanno  ancora  il  loro  peso  : 
e  ciò  spiega  come  tanti  si  ostinino  a  considerare  i  rapporti  fra 
lo  Stato  e  i  cittadini  e  i  motivi  della  imposta  del  punto  di  vista 
assai  angusto  dello  scambio.  Anche  adesso  non  pochi  insi- 
stono sulla  necessità  che  taluni  servizi  dello  Stato,  se  anche 
perfettamente  non  divisibili,  siano  pagati  con  imposte  speciali 
e  transitorie*.  Lo  Stato,  secondo  alcuni  teorici,  è  dunque  un 
produttore  di  servizi  pubblici  :  questi  servizi  vengono  scam- 
biati con  i  cittadini  che  ne  hanno  bisogno.  Vi  sarebbe  nien- 
te altro  che  una  permuta.  Questa  dottrina  non  è  meno  anti- 
scientifica della  precedente.  Come  può  esservi  scambio  quando 
vi  è  coazione  ?  Non  vi  è  scambio  senza  un  rapporto  di  equiva- 
lenza ;  non  vi  è  permuta  che  non  sia  consensuale.  E  d'altra 
parte  si  può  considerare  tutta  l'opera  dello  Stato  come  un 
insieme  di  servizi  pubblici  permutabili  ?  Credere  che  i  fun- 
zionari pubblici  si  adoperino  per  soddisfare  i  bisogni  collet- 
tivi dei  contribuenti,  e  che  questi  a  loro  volta  lavorino  per  prov- 
vedere al  mantenimento  de'   funzionari  pubblici,  e  che  secondo 

*  B  a  s  t  i  a  t  :  Oeuvres  choisies,  pag.  112;  Cfr.  Ricca:  Isiituz.,  pag. 
12   e  seg. 


CAP.    in.]  TEORIE  GENERALI  43 

Bastiat,  rimangono  immutati  da  ambo  le  parli  in  tutti  i  casi 
i  principi  dello  scambio,  è  concezione  quasi  puerile.  Ciò  che  lo 
Stato  e  gli  enti  collettivi  danno  ai  cittadini  non  è  in  equivalen- 
za con  ciò  che  questi  ultimi  restituiscono  :  le  imposte  non  ri- 
spondono a  servizi  particolari  e  sono  esse  la  base  dei  bilanci  ; 
or,  poiché  non  si  può  stabilire  un  rapporto  di  equivalenza  fra 
ciò  che  dà  ciascuno  e  ciò  che  a  sua  volta  riceve,  bisognerebbe 
stabilirlo  viceversa  fra  ciò  che  tutti  danno  e  ciò  che  tutti  ri- 
cevono in  corrispettivo.  E  che  cosa  vien  mai  a  significare  que- 
sto rapporto  così  generale  ?  * 

Lo  Stato,  poi  che  contempla  più  largamente  l'avvenire,  im- 
piega invece  larga  massa  di  ricchezza  per  scopi  estranei  al  be- 
nessere attuale  e  personale  di  chi  gli  fornisce  i  mezzi  di  esi- 
stenza. Lo  scambio  non  è  che  una  forma  della  produzione,  uno 
dei  fenomeni  che  derivano  dall'associazione  e  dalla  divisione 
del  lavoro,  cioè  da  una  forma  di  cooperazione  semplice  e  da 
un'altra  di  cooperazione  complessa.  Ora,  ciò  che  lo  Stato  scam- 
bia non  è  dato  che  da  una  produzione  precedente  di  ricchezze 
materiali  ed  è  fornito  dai  cittadini. 

19.  Queste  due  ipotesi,  messe  a  base  dei  motivi  della  im- 
posta, dovevano  riescire  egualmente  ingrate  agli  scrittori  te- 
deschi, che  la  filosofia  di  Hegel  e  una  lunga  tradizione  avevano 
abituati  a  una  assai  diversa  idea  delle  funzioni  dello  Stato. 
Troppo  lungamente  lo  Stato  era  apparso  staccato  dagli  indi- 
vidui, quasi  come  un  essere  divino,  come  il  più  grande  stro- 
mento  della  Idea  attuantesi  nella  storia,  perchè  si  potesse 
ammettere  che  i  motivi  speciali  degli  individui  dovessero  pre- 
valere. Cosi,  in  generale,  i  teorici  tedeschi  si  sono  mostrati 
sempre  ostili  a  vedere  nella  imposta  il  corrispettivo  di  un  servi- 
zio ;  o  peggio  una  dispersione  di  ricchezza,  un  male  da  limitare 
il  più  che  possibile,  come  pretendeva  Say.  Perciò  molti  scrit- 
tori, anche    adesso,  in  Germania,    aderiscono   a    un    concetto 

*  In  ogni  modo  le  tasse  rispondono  a  servizi  particolari,  ma  non  rap- 
presentano né  meno  un  esatto  corrispettivo  del  servizio  reso.  Basta  in- 
fatti domandarsi  quale  sarebbe  il  costo  di  produzione  di  quel  servizio 
per  il  consumatore  (contribuente)  per  intendere  che  la  tassa  pagata  non 
è  mai  proporzionale  alla  soddisfazione  soggettiva  ottenuta  ;  è  sempre 
inferiore  o  superiore  ad  essa. 


44  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [CAP.    III. 

essenzialmente  diverso  dai  precedenti  :  mettono  a  base  dei 
fenomeni  finanziari  un  fenomeno  di  produzione.  Partono  in 
generale  dal  concetto  che  lo  Stato,  emanazione  della  società, 
sia  un  produttore  di  ricchezze  immateriali;  che  le  ricchezze  ma- 
teriali fornite  dai  cittadini  siano  da  esso  trasformate  in  beni  di 
giustizia,  di  sicurezza,  di  civiltà.  Questo  concetto  ha  assunto 
molte  forme  e  ha  preso  molte  denominazioni  :  Storch  e  Dietzel 
parlano  a  dirittura  di  una  produzione  capitalistica  ;  Stein,  con 
più  precisione  e  larghezza,  di  una  riproduttività  indiretta  ; 
Wagner  di  una  produzione  diretta.  Or  questa  concezione  della 
scuola  etico  storica,  che,  secondo  Stein,  è  l'assioma  di  tutto  il 
sistema  finanziario,  non  è  meno  erronea  delle  precedenti. 

Lo  Stato,  secondo  coloro  che  accettano  il  principio  della  pro- 
duzione, è  un  grande  trasformatore  ;  anzi  un  grande  produt- 
tore di  beni  immateriali  e  di  servizi.  Stein  parla  a  dirittura  di 
riproduttività.  Come  ciascuna  economia  individuale,  per  vi- 
vere, deve  riprodurre  le  condizioni  della  propria  esistenza,  così 
ogni  spesa  pubblica,  per  essere  riproduttiva,  deve  offrire  come 
risultato  la  ricostituzione  dei  costi  e  un  guadagno  ulteriore. 
Il  valore  delle  ricchezze  che  costituiscono  le  spese  pubbliche, 
ricompare  intiero  nel  valore  dei  beni  prodotti. 

Le  numerose  teorie  che  si  rallegano  a  un  concetto  di  produt- 
tività o  di  riproduttività  hanno  un  fondamento  erroneo  comu- 
ne :  poiché  mettono  a  base  di  fatti  economici  principi  etici  o 
giuridici.  11  credere  allo  Stato  etico,  o  attribuire  allo  Stato  una 
missione,  sono  due  concetti  egualmente  erionei.  Chi  può  stabi- 
lire un  rapporto  fra  costo  e  prodotto  ?  chi  può,  sia  pure  per 
ipotesi,  concepire  che  in  un  paese  poco  civile  lo  Stato  sia  un 
produttore  di  servizi  e  che  tutto  ciò  che  toglie  ai  cittadini  ri- 
compaia sotto  forma  di  servizi  pubblici  non  solo  in  quantità 
eguale,  ma  in  quantità  maggiore  ?  Senza  dubbio  gli  indigeni 
del  Marocco  pagano,  relativamente  alla  loro  ricchezza,  assai 
più  imposte  degli  inglesi  e  dei  francesi  :  ma  si  può  dire  che  le 
ricchezze  le  quali  essi  forniscono  al  Sultano  siano  destinate  a 
un  fenomeno  di  produzione  ?  Molte  tribù  le  forniscono  anzi  a 
chi  tenta  il  loro  sterminio.  Nell'economia  finanziaria  è  impos- 
sibile qualunque  calcolo  fra  costo  e  prodotto  trattandosi  di 
elementi  eterogenei  ;  e  il  confronto  utilitario  che  si  stabilisce 


CAP.    III.]  TEORIE   GENERALI  45 

non  è  fra  il  costo  e  la  produzione,  ma  fra  la  soddisfazione  dei 
bisogni  collettivi  e  la  soddisfazione  dei  bisogni  individuali,  se- 
condo la  relativa  loro  importanza  fra  i  vari  modi  di  uso  della 
ricchezza.  Perchè  il  principio  di  uno  Stato  produttore  potesse 
avere  una  rispondenza  qualsiasi  nella  realtà,  occorrerebbe  che 
il  costo  dei  servizi  e  l'utilità  che  ne  ricavano  i  consociati 
uti  singuli  o  uti  universi  avessero  a  loro  volta  una  rispon- 
denza costante. 

20.  Tutte  queste  teorie  dunque  risentono  dell'ambiente  in 
cui  nacquero  :  sono  anzi  derivazioni  dirette  di  concetti  politici 
in  gran  parte  sorpassati,  in  parte  ancora  sopravviventi.  Drjvea 
quindi  derivare  il  bisogno  di  spiegare  i  fenomeni  finanziari  al 
di  fuori  dei  concetti  politici  ed  etici,  che  riducevano  la  finanza 
a  un'arte  messa  in  servizio  dei  legislatori. 

Gli  scrittori  socialisti,  che  spesso  inclinano  ad  esagerare  il 
carattere  di  reazione  alle  teorie  ottimiste,  hanno  forse  a  lor 
volta  troppo  insistito  nel  dimostrare  la  connessità  tra  l'ordina- 
mento della  finanza  e  lo  stato  economico  di  ciascun  popolo  : 
questa  insistenza  non  è  stata  però  senza  vantaggio,  poiché, 
facendo  discendere  lo  Stato  dai  cieli  in  cui  di  solito  veniva  col- 
locato, fino  agli  abissi  della  denigrazione,  si  è  potuto  assai  me- 
gho  studiarne  la  natura.  L'affermare  ripetutamente  che  l' im- 
posta sia  nelle  società  moderne  assai  spesso  uno  stromento  con 
cui  la  classe  capitalista  riesce  ad  assicurare  a  sé  stessa  un'esi- 
stenza oziosa  o  parassitaria  e  un  mezzo  di  depressione  del  sa- 
lario, potea  essere  facilmente  oppugnato,  poiché  generalmente 
non  è  vero,  ma  induceva  anche  a  una  reazione  salutare. 

Nello  stesso  tempo,  un  vantaggioso  risultato  sull'indirizzo 
della  disciplina  finanziaria  e,  in  generale,  su  tutti  gli  scrittori 
di  scienza  sociale,  aveano  le  ricerche  delle  scienze  naturali  ; 
da  cui  derivava  il  concetto  che  la  vita  della  società  presenti  una 
solidarietà  più  grande,  per  effetto  stesso  della  elevazione  di 
coloro  che  la  compongono  e  appariva  del  pari  manifesto  che  l'o- 
pera degli  individui  abbia  solo  un  valore  limitato  per  la  vita  dello 
insieme. 

Come  lo  Stato  si  era  dunque  spogliato  del  suo  carattere  quasi 
ieratico,  di  ente  superiore,  attuante  una  missione  propria  ; 
come  d'altra  parte  era  troppo  evidente  che  la  vita  dell'insieme 


46  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [CAP.   Ut. 

non  potesse  considerarsi  alla  stregua  ristretta  della  vecchia 
concezione  individualistica  ;  occorreva  spiegare  i  motivi  della 
imposta  ben  diversamente  che  non  si  fosse  fatto  prima. 

21.  La  indeterminatezza  e  la  incompiutezza  delle  idee,  che 
abbiamo  riassunto  o  anche  la  loro  erroneità,  hanno  spinto  i 
teorici  a  ricercare  fuori  dei  principi  giuridici  o  politici  e  a  in- 
dagare nel  campo  più  strettamente  economico.  Infatti  la  fi- 
nanza pubblica,  che  studia  i  modi  di  acquisto  e  di  impiego  delle 
ricchezze  che  occorrono  alla  vita  dello  Stato  e  degli  enti  col- 
lettivi, ha  per  base,  i  principi  stessi  della  economia  :  sono  prin- 
cipi identici  a  quelli  che  determinano  la  produzione  della  ric- 
chezza. Le  spese  e  le  entrate  pubbliche  appaiono  non  altri- 
menti che  come  spese  di  entrate  dei  cittadini  messe  in  uso  pei 
bisogni  collettivi.  E  Sax  ha  meglio  degli  altri,  e  senza  dubbio 
prima  di  ogni  altro,  riattaccato  ai  fenomeni  del  valore  i  prin- 
cipi generali  della  finanza*. 

Secondo  Sax,  i  bisogni  collettivi  non  sono  cosa  altra  se 
non  bisogni  individuali,  poiché  risentiti  da  singoli  individui  e 
in  rapporto  ai  beni  materiali,  mediante  1'  uso  a  cui  possono 
soltanto  essere  applicati.  Ora  la  finanza  è  un'  applicazione  di 
ricchezza  per  V  appagamento  di  bisogni  determinati  ;  è  il  valore 
subiettivo  quindi  che  ne  determina  le  leggi.  Ciascuno  attribuisce, 
secondo  la  sua  situazione  (ricchezza  posseduta,  intensità  di 
bisogni)  una  valutazione  subiettiva  differente  ai  bisogni  pub- 
blici ;  ma  è  questo  insieme  di  valutazioni  differenti  che  forma 
una  media  generale,  che  determina  le  pubbliche  spese  e  le  pub- 
bliche entrate.  Così,  mentre  non  può  dirsi  nulla  relativamente 
all'  ammontare  assoluto  dei  tributi,  si  può  dire  invece  che 
r  ammontare  relativo  è  in  rapporto  con  la  utilità  finale  della 
ricchezza  posseduta  dai  contribuenti  f. 

La  finanza  e  1'  economia  sociale  avrebbero  dunque  un  nesso 
intimo:  anzi  studierebbero  fenomeni  della  stessa  natura:  solo 
che  mentre  l'economia  studia  fenomeni  che  si  rallegano  preva- 
lentemente ai  bisogni  individuali,  la  finanza    studia  fenomeni 

*  E.  S  a  X  :  Grundlegung  der  theoretischen  Staatswirtschaft,  Wien,  1887. 

t  «  Le  contribuzioni  collettive  sono  processi  collettivi  di  valutazione, 
i  quali  trovano  la  loro  piena  spiegazione  nell'assenza  generale  del  feno- 
meno del  valore».  Sax:  op.  cii.  pag.  302. 


CAP.   III.]  TEORIE   GENERALI  47 

che  si  rallegano  prevalentemente  ai  bisogni  collettivi.  Cosi 
l'imposta  risulterebbe  dal  fatto  che  il  contribuente  rinun- 
zia ad  alcune  ricchezze  per  la  soddisfazione  dei  bisogni  indi- 
viduali ,  destinandole  a  bisogni  collettivi,  ritenuti  più  im- 
portanti. La  teoria  del  Sax,  esposta  in  forma  dommatica 
e  spesso  troppo  verbosa,  è  stata  oggetto  di  critiche  numerose 
da  parte  degli  avversari  :  e  da  parte  dei  seguaci  e  degli  ade- 
renti di  riduzioni  o  di  mutazioni.  Ma  si  può  dire  che  se  questa 
teoria,  considerata  nelle  sue  linee  generali,  è  accettabile  come 
una  tendenza,  le  applicazioni  numerose  di  cui  si  è  abusato  non 
hanno  fatto  assai  spesso  che  determinare  confusioni  ed  errori. 
Ciò  che  va  sopra  tutto  notato  è,  che  i  motivi  della  imposi- 
zione non  possono  avere  basi  esclusivamente  razionali,  se 
non  attribuendo  per  ipotesi  alla  massa  dei  contribuenti  o  alla 
più  gran  parte  di  essa  bisogni  che  non  risentono  e  valutazioni 
che  non  hanno  mai  fatto.  Infatti,  per  il  grandissimo  numero  dei 
contribuenti,  che  pure  valuta  i  bisogni  individuali  con  piena 
coscienza,  i  bisogni  collettivi  esistono  in  forma  assai  limitata  : 
e  la  più  gran  parte  non  ha  ancora  una  nozione  elementare  dello 
Stato,  che  vede  traverso  1'  agente  delle  imposte  e  i  funzionari 
preposti  ali 'ordine  pubblico.  La  complessità  della  vita  degli  stati 
moderni,  resa  maggiore  dal  crescente  spirito  di  solidarietà,  non  è 
intesa  che  da  un  piccolo  numero  di  uomini  :  e  d'altra  parte,  la 
grandezza  territoriale  e  il  numero  enorme  di  abitanti  dei  maggio- 
ri stati  moderni  fanno  si,  che  non  sia  più  possibile  per  ciascun 
contribuente  stabilire,  come  che  sia,  un  rapporto  tra  ciò  che  dà 
per  ciascuna  imposta  e  ciò  che  riceve.  Ogni  individuo  considera 
diversamente  i  servizi  pubblici  e  li  valuta  in  diverso  modo: 
vi  sono  anche  molti  i  quali  ritengono  che  lo  Stato  debba  avere 
funzioni  puramente  negative.  E  pure  costoro  pagano  le  imposte 
e  le  pagano  anche  senza  rendersi  conto  preciso  del  risultato 
della  loro  contribuzione.  D'altra  parte,  non  si  può  negare  che 
lo  Stato,  pur  rappresentando  la  società,  riesca  particolarmente 
proficuo,  in  ciascuna  costituzione  politica,  alle  classi  e  ai  ceti 
prevalenti.' A  questi  ultimi  assai  sovente  va  attribuita  una  mag- 
giore massa  di  benefizi  nelle  spese  pubbliche,  che  a  tutto  il  re- 
sto delia  società.  Onde  ogni  teoria  che  consideri  gli  sforzi  dei 
contribuenti  come  volontari  e  voglia  stabilire  un  rapporto  qual- 


4^  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [CAP.   III. 

siasi  fra  l'intensità  dei  bisogni  individuali  e    1  intensità  dei  bi- 
sogni collettivi,  è  fuori  della  realtà. 

È  vero  invece  soltanto  che  gli  enti  collettivi  che  provvedono 
al  soddisfacimento  di  bisogni  collettivi  per  mezzo  di  imposte, 
risultano  da  un  bisogno  comune  a  tutte  le  società  :  che  il  pro- 
blema della  ragione  della  imposta  non  è  mai  esistito  in  forma 
reale,  poiché,  in  una  guisa  o  in  un'  altra,  imposte  e  contributi 
personali  sono  esistiti  fin  dalle  prime  forme  di  civiltà  :  che 
quindi  la  tradizione  storica  e  l'abitudine  han  fatto  sì  che  nes- 
suna società  si  sia  messo  il  problema  che  noi  discutiamo. 

22.  Le  pubbliche  spese  sono  in  conclusione  determinate  da 
bisogni  di  ordine  collettivo,  risentiti  in  varia  misura  dai  singoli 
individui  di  ciascun  consorzio  e  che  non  possono  essere  appa- 
gati se  non  dallo  Stato  e  dagli  enti  minori  della  cooperazione 
sociale.  Ciascuna  forma  di  attività  di  questi  ultimi  determina 
uso  di  ricchezze,  fornite  da  un  numero  più  o  meno  grande  di 
individui. 

Che  esistano  bisogni  collettivi,  diveisi  dai  bisogni  individuali 
e  che  siano  nello  stesso  tempo  risultato  e  causa  nella  vita  del- 
l'insieme, è  fuori  di  dubbio*.  La  necessità  di  coesistere,  e  quindi 
il  sacrifizio  relativo  di  ciascuna  individualità  al  gruppo  sociale, 
è  di  ogni  forma  di  associazione,  naturale  o  volontaria  :  la  fa- 
miglia, il  comune,  lo  Stato.  Ammesso  dunque  che  vi  siano  bi- 
sogni collettivi  diversi  dagli  individuali,  la  soddisfazione  di 
essi  non  può  avvenire  se  non  con  ricchezze  o  prestazioni  for- 
nite dai  cittadini  a  quegli  organi  (Stato,  enti  locali)  che  produ- 
cono i  servizi  e  le  opere  necessari  alla  vita  collettiva.  Vi  sono  stati 
bene  ordinati,  stati  male  ordinati  :  ma  l'esistenza  di  organi  col- 
lettivi è  una  necessità  di  tutti  i  popoli  usciti  dalle  forme  pri- 
mitive. Le  entrate  pubbliche  sono  determinate  dalle  spese, 
come  dicevano  già  i  vecchi  finanzieri  ;  ma  le  spese  sono  in  ra- 
gione dei  bisogni,  delle  tendenze  politiche  e  delle  forze  econo- 
miche di  ciascun  paese.  La  soluzione  dei  problemi  più  essen- 
ziali della  finanza  e  della  politica  finanziaria  consiste  nel  sapere 

*  Le  definizioni  dei  bisogni  collettivi  sono  differenti.  R  o  d  b  e  r  t  u  s: 
Das  Kapital  pag.  73  dice  che  derivano  dalla  società  come  tale:  Sax  che 
sono  stati  di  coscienza  della  collettività  per  il  raggiungimento  di  suoi  fini 
concreti  di  vita  e  m  dipendenza  dell'ambiente. 


GAP.    IV.]  L*AUMENTO   DELLE  SPESE  49 

se  il  sacrifizio  imposto  alle  economie  individuali  con  la  sottra- 
zione di  una  parte  del  patrimonio  privato  sia  compensato  dai 
beni  che  lo  Stato  e  gli  enti  collettivi  producono;  nell'  indagare 
i  rapporti  che  determinano  queste  forme  differenti  di  attività, 
sopra  tutto,  a  causa  dei  tributi  ;  nel  ricercare  se  i  servizi  che  lo 
Stato  offre  siano  minori  o  maggiori  dei  beni  che  sarebbero 
derivati  alla  collettività,  qualora  i  privati  avessero  avuto  a  di- 
sposizione le  ricchezze  che  hanno  dato,  e  avessero  potuto  prov- 
vedere, mediante  associazioni  in  forma  non  coattiva,  ai  biso- 
gni cui  lo  Stato  e  gli  enti  minori  hanno   provveduto*. 

Molti  scrittori  ostentano  di  considerare  i  fenomeni  finanziari 
come  transitori  e  relativi  ad  alcune  forme  di  società.  Invece, 
essi  sono  di  ciascuna  società  che  abbia  raggiunto  un  qualsiasi 
grado  di  sviluppo.  Infatti,  supponendo  (  ipotesi  non  probabile 
e  forse  non  verificabile  )  uno  Stato  completamente  comunista  : 
invece  di  applicare  le  imposte,  lo  Stato  preleverebbe  le  spese  di 
amministrazione  sociale  dalla  produzione  del  reddito  di  ciascun 
individuo  o  di  tutta  la  società.  Mutatis  nmtayidis,  la  differenza 
non  sarebbe  grande. 

IV. 

L'  AZIONE   DELLO    StATO   E   l' AUMENTO    DELLE 
PUBBLICHE   SPESE. 

23.  Le  numerose  controversie  sulla  natura  e  sui  limiti 
dell'azione  economica  dello  Stato  si  basano  spesso  non  sola- 
mente su  concezioni  erronee,  ma  su  fatti  erronei.  Une  società 
progressive  porte  plus  de  gonvernement,  diceva  Dupont  White; 
e  senza  dubbio  il  progredire  della  civiltà  accresce  l'opera  di 
prevenzione  dello  Stato  e  ne  aumenta  l' importanza  sociale 
ed  economica.  È  evidente  che  le  interminabili  discussioni, 
spesso  cosi  sterili,  quasi  sempre  cosi  noiose,  sui  limiti  e  sulle 
funzioni  dello  Stato,   possono  meglio  che  in  altra  guisa  essere 

*  Cfr.  anche  W  i  e  s  e  r  :  Naturliche  Werth,  pag.  214  e  seg.  ;  K  u  n  z 
Wickseil:  Finnztheoretische  Untersuchungen  nebst  Darstelhmg  und 
Kritic  des  Sfeuenvesens  Schwedens,  Iena,  1896,  pag,  no  e  seg.  ecc.  Per 
più  larga  bibliografia:  L.    C  o  s  s  a  in  G.  d.  E.  marzo  1896. 

Nitti.  *  A 


50  SCIÈNZA  DELLE  FINANZE  [cAP.   tV. 

eliminate  dall'osservazione  dei  fatti.  Quando  fosse  general- 
mente constatato  che  lo  Stato,  dovunque  e  sotto  i  più  diversi 
regimi  di  politica,  tende  ad  assumere  alcune  funzioni  e  a 
smetterne  altre,  si  sarebbe  autorizzati  a  considerare  questa  ten- 
denza come  una  legge  sociale. 

L'expèrience  seule  doit  nous  diriger:  elle  est  notre  criterium 
unique,  diceva  Claude  Bernard.  Se  non  il  criterio  unico, 
poiché  vi  sono  tante  cose  che  sfuggono  alla  esperienza,  è 
però  sempre  il  criterio  più  importante.  Se  dovunque  lo  Stato 
aumenta  le  sue  spese,  vuol  dire  che  questo  fatto  non  ha 
nulla  di  arbitrario  ;  sono  piuttosto  arbitrarie  tutte  quelle  teo- 
rie che  vorrebbero  ridurne  le  attribuzioni.  Ora  accade  che  i 
bilanci  si  sono  aumentati  dovunque  rapidissimamente,  al- 
meno in  apparenza.  Il  bilancio  francese  è  cresciuto  quasi  quin- 
dici volte  da  Luigi  XIV  al  1901  ;  oltre  settanta  volte  è  cre- 
sciuto il  bilancio  della  Gran  Brettagna  dalla  pace  di  Riswj^ch 
al  1897-98  ;  il  bilancio  italiano  è  assai  più  che  triplicato  dal 
1871  alla  vigilia  della  guerra  europea.  L'  aumento  è  appa- 
rente? o  è  reale  ?  e  fino  a  quale  punto?  Vi  sono  stati  alcuni 
autori  tedeschi  che  hanno  parlato  perfino  di  una  statificazione 
progressiva  :  è  un  errore  di  osservazione  o  è  veramente  una 
tendenza  ?  Se  presso  tutti  i  paesi  in  condizioni  differenti,  in 
regime  assoluto  e  in  regime  di  libertà,  in  paesi  ove  il  parla- 
mento esiste  e  ove  non  esiste;  dove  il  governo  è  nelle  mani 
di  una  oligarchia  e  ove  vi  contribuiscono  le  masse  popolari; 
se  dovunque  si  determina  un  aumento  delle  pubbliche  spese, 
vuol  dire  che  il  fatto  risponde  a  un  bisogno  di  ordine  gene- 
rale, e  se  le  teorie  sono  contro  i  fatti,  non  è  a  questi  ultimi 
che  bisogna  dar  torto. 

La  grande  guerra,  che  ha  devastato  l'Europa  tra  il  191 4  e 
il  1918,  ha  distrutto  masse  enormi  di  ricchezza;  tutto  il  la- 
voro paziente  delle  generazioni  precedenti  che  ha  reso  pos- 
sibile r  accumulazione  di  capitali,  è  stato  rovinato.  L'Eu- 
ropa intera,  vincitori  e  vinti,  è  stata  ridotta  in  molta  parte 
in  povertà.  I  debiti  sono  cresciuti  in  forma  imp  re  veduta,  per 
centinaia  di  miliardi.  La  finanza  di  quasi  tutti  gli  Stati  è 
in  grande  disordine.  L'  Europa,  nel  suo  complesso,  da  conti- 
nente creditore  degli  altri  continenti,  si  è  trasformata  in  de- 


CAP.   IV.]  L  AUMENTO  DELLE  SPESE  5I 

bitore.  In  varia  misura  i  paesi  belligeranti  di  Europa  sono 
ricorsi  a  tutte  le  possibili  forme  di  debito  :  peggiore  fra  tutti 
il  debito  sotto  la  forma  di  carta  moneta. 

Come  vedremo  in  seguito,  i  debiti  pubblici  di  alcuni  stati 
sono  cresciuti  di  sette,  di  otto,  di  dieci  volte.  I  bilanci  de- 
vono sopportare  non  solo  l'onere  degli  ini  eressi,  ma  anche  le 
spese  dipendenti  dalla  guerra.  Vi  sono  milioni  di  persone  o  di 
famiglie,  che  hanno  diritto  a  pensioni,  per  invalidità  dei 
combattenti  ritornati  dalla  guerra,  o  per  sussidiare  i  su- 
perstiti. 

Durante  la  guerra,  lo  Stato  in  ogni  paese  si  è  dovuto  so- 
stituire al  commercio  privato  per  i  bisogni  fondamentali  del- 
l'alimentazione, per  le  stoffe,  per  le  calzature.  Lo  Stato  non 
si  è  limitato  a  una  funzione  di  controllo;  ha  esercitato  diret- 
tamente il  commercio,  sotto  la  pressione  della  necessità,  ma 
con  sperperi  enormi  di  ricchezza. 

La  carta  moneta  ha  aumentato  i  prezzi  quasi  dovunque  ed 
è  venuta  a  coincidere  con  una  grande  diminuzione  della  ca- 
pacità di  lavoro. 

Uno  dei  fatti  più  caratteristici  che  ha  seguito  la  guerra  è 
un  minore  sforzo  di  produzione.  Come  dopo  tutti  i  grandi 
cataclismi  che  devastano  l'umanità,  terremoti,  pestilenze,  ecc. 
la  guerra  ha  avuto  per  effetto  di  determinare  negli  animi  un 
minore  senso  del  risparmio,  una  minore  energia  di  lavoro,  una 
più  viva  smania  di  godimenti. 

Le  classi  operaie  e  gli  agricoltori  hanno  preteso  dovunque 
più  alte  remunerazioni.  Quasi  tutte  le  pubbliche  imprese  sono 
diventate  passive:  ferrovie,  telegrafi,  telefoni  ;  non  ostante 
gli  aumenti  di  tariffa  il  pubblico  paga  ancora  prezzi  politici 
e  non  prezzi  economici, 

Tutta  una  bufera  è  passata  sugli  ordinamenti  finanziari:  si 
accrescono  le  vecchie  imposte  e  s'introducono  nuove  imposte. 
Per  parecchi  anni  le  entrate  ordinarie  non  saranno  sufficienti 
quasi  in  nessun  paese  di  Europa  e  bisognerà  ricorrere  ai 
debiti. 

L'  Europa  è  minacciata  per  gli  alti  cambi  di  soffrire  per 
parecchi  anni  le  più  dure  privazioni  :  alcuni  paesi  sono  mi- 
nacciati dalla  fame. 


5Ì  SCIENZA  DELLE  FINANZE  {cAP.  IV. 

In  questa  situazione  parlare  di  diminuzione  di  spese  pub- 
bliche è  semplicemente  assurdo.  Si  può  prevedere  che,  quando 
si  uscirà  dall'attuale  disordine,  i  bilanci  si  consolidereranno  in 
quasi  tutti  i  paesi  di  Europa  in  una  cifra  che  sarà  almeno 
quattro  o  cinque  volte  superiore  all'anno  che  precedette  la  guerra 

Il  sogno  di  alcuni  scrittori  individualisd,  che  avrebbero 
voluto  le  spese  dello  Stato  diminuissero  piuttosto  che  aumen- 
tare, esaminato  alla  stregua  dei  fatti,  appare  assurdo.  Il  re 
d'Yvetot  esiste  solo  nella  canzone  dove  lui  méme  à  tahle  et 
sans  suppòt  —  Par  chaque  muid  levait  U7i  poi  —  D'impót.  Se 
il  buon  re  penetrasse  nella  realtà  si  troverebbe  a  disporre 
non  di  briciole,  ma  di  grandi  somme.  Sono  infatti,  i  piccoli 
stati,  e  spesso  i  più  pacifici,  quelli  in  cui  le  spese  pubbliche 
presentano  un  aumento  più  grande. 

Sarà  utile  osservare  il  processo  storico  che  hanno  avuto  le 
spese  pubbliche,  piuttosto  che  discutere  indefinitamente  sulle 
opinioni  contraddittorie  dei  vari  autori. 

24.  Storicamente  è  incontestabile  che  i  bilanci  di  tutti  i 
paesi  sono  in  aumento  continuo.  La  Francia  è  il  paese  più 
anticamente  unitario  di  Europa  e  alcune  mutazioni  si  possono 
meglio  in  essa  che  altrove  seguire  ;  ora  il  bilancio  francese  si 
è  accresciuto  continuamente.  I  redditi  ordinari  dello  Stato 
convertiti  in  milioni  di  franchi  sono  aumentati  di  assai  più 
che  cento  volte  dal  secolo  decimo  terzo  alla  fine  del  secolo 
decimo ttavo  *. 

*  L'aumento  è  avvenuto  in  Francia  secondo  dati  di  relativa  precisione 
questa  forma  : 


Epoche 

Entrate  dello  ! 

Stato 

Sotto  S.  Luigi. 

1242 

milioni 

3-7 

Sotto  Filippo  il  Bello 

1300 

5,5 

All'avvento  di  Carlo  V. 

1364 

8,1 

»             -  Carlo  Vn. 

1422 

13.6 

Sotto  Carlo  VIIL 

1491 

44.8 

All'avvento  di  Francesco  I.- 

1515 

72.8 

»              Carlo  IX. 

1560 

84 

Sotto  Enrico  IV. 

1607 

90.8 

»       Luigi  XIV. 

1648 

184 

»       Luigi  XIV. 

1683 

229 

All'avvento  di  Luigi  XV 

1714 

266 

Sotto  Luigi  XV. 

1756 

253 

»      Luigi  XVI. 

1789 

475 

CAp.  IV.]  l'aumento  delle  spese  53 

Vedremo  fino  a  qual  punto  questo  aumento  sia  reale  e  fino 
a  qual  punto  sia  apparente.  Ora  occorre  constatare  che  un 
aumento  notevole  è  indicato  dalle  cifre  e  che  assume  un 
aspetto  assai  più  grave  dopo  il  1789.  Continuando  infatti  il 
calcolo  sui  documenti  ufficiali  francesi,  noi  osserviamo  che 
l'aumento  più  straordinario  è  avvenuto  appunto  nel  secolo 
XIX  :  da  755  milioni  nel  1798  si  è  passati  a  2084  milioni  nel 
1860,  a  3343  nel  1892,  a  circa  5  miliardi  nell'anno  precedente 
la  guerra  *. 

Nel  1828  ai  deputati  francesi,  che  si  mostravano  sbigottiti 
dell'aumento  del  bilancio,  sorpassante  il  miliardo,  il  ministro 
delle  finanze  Villèle  diceva  :  Messieurs,  saluez  ce  chiffre  :  voits 
ne  le  reverrez  plus.  Senza  dubbio  Villèle  aveva  ragione,  ma 
solo  dando  alle  sue  parole  una  interpretazione  del  tutto  op- 
posta ;  i  deputati  francesi  non  rividero  infatti  giammai  il 
bilancio  di  meno  di  un  miliardo;  poiché  il  bilancio  si  trasfor- 
mò, s'ingrandì.  Il  miliardo  crebbe  fino  a  due  nel  1870  per 
arrivare  a  3  miliardi  dopo  la  guerra,  per  raggiungere  4  mi- 
liardi e  mezzo  più  tardi:  quanto  nessun  paese  del  mondo 
avea  mai  speso  prima  per  il  tramite  dello  Stato.  Decisamente 
se   Villèle  non  era,  come  l'abate  Gioacchino   di  Dante  di  spi- 

De  F  o  V  il  1  e  :  La  Franco  èconomique,  Paris,  1890,  pag.  408.  Cfr. 
Nicolas:  Les  budgets  de  la  France  depuis  le  commencement  du  dix- 
neuvième  siede,  Paris.  1882  ;  Felix  Fan  re:  Les  budgets  de  la  France 
de  i8yo  à  i88y,  Paris,  1889  e  il  Compie  general  de  finances  del  1887  e  del 
1900  ecc. 

*  Le  spese  sono  cresciute  in  Francia  nel  secolo  decimonono  forse  più 
rapidamente  che  in  altri  stati  : 

Anno  1798  milioni         755 

»       i8io  »  1.007 

»       1830  »  1.095 

»       1850  »  1.473 

»       1860  »  2.084 

»       1880  »  2.760 

•'       1892  »  3.343 

1896  ,,  3.554 

»       1901   (senza    l'Algeria)  «  4.185 

»       1914  »  5191 

La    previsione  delle  spese  ordinarie  nel    191 9  era    di    10.789    milioni; 

ma  le  spese  effettive  sono  almeno  da    tre  a  quattro  volte  superiori  ! 


54  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [CAP.     IV. 

rito   profetico  dotato,  non  era  né  meno  dotato  di  un  grande 
spirito  di  osservazione. 

25.  Si  è  dato  l'esempio  della  Francia,  non  perchè  il  fatto 
sia  limitato  ad  essa  ;  ma  perchè  si  è  potuto  per  essa  risalire 
più  lontano,  quale  che  sia  il  valore  delle  cifre  riportate;  tali 
cifre  infatti  devono  essere  soggette  a  esame  attento  e  bene 
vagliate  nei  loro  elementi. 

L'Inghilterra,  per  la  sua  posizione  geografica,  per  vicende 
storiche,  per  diversità  nella  indole  degli  abitanti,  ha  avuto 
forme  di  governo  assai  differenti  da  quelle  della  Francia  e 
un  più  largo  prevalere  della  vita  locale.  Ma  nella  Gran  Bret- 
tagna, l'aumento  delle  spese  pubbliche,  cosi  dello  Stato,  come 
degli  enti  locali,  ha  avuto  una  progressione  assai  rapida. 

Nel  1691  le  spese  dello  Stato  erano  3  milioni  di  sterline,  78 
nel  1809  e  quasi  200  milioni  di  sterline  nell'anno  precedente 
la  guerra  *. 

Ma  assai  eloquenti  sono  le  cifre  posteriori  al  1904-905,  da 
quando,  diminuite  in  gran  parte  le  spese  di  guerra,  perman- 
gono molti  aumenti  permanenti  di  spesa. 

*  Le  spese  della  Gran  Brettagna  sono  cresciute  rapidamente  anch'esse: 


rei  1691 

milioni  di  sterline 

3 

»   1697 

2 

»   1747 

II 

»  1797 

58 

»    1809 

72 

»     18 14  (guerre) 

112 

»     1865-66 

65 

»     1874-75 

74 

»     1881-82 

85 

»     1891-92 

89 

»     1897-98 

102 

»     1898-99 

108 

»     1899-900 

133 

^     1901-902 

183 

»     1904-905 

141 

»     1913-914 

» 

197 

Bisogna  tener  conto  che  gli  anni  posteriori  al  1898-99  sono  stati  anni  di 
guerra  ;  non  però  l'aumento  rimane  meno  rapido. 

Questi  dati  non  sono  del  tutto  comparabili,  poiché  prima  è  esclusa, 
poi  è  compresa  l'Irlanda,  Cfr.  De  F  o  v  i  1 1  e  :  toc.  cit.  e  per  dati  recenti 
G  i  f  f  e  n  :  A  financial  retrospect  in  J.  R.  SS.  marzo  1902. 


GAP.    IV.]  l'aumento   delle    SPESE  55 

Il  cancelliere  dello  scacchiere,  sir  Michael  Hicks  Beach,  nella 
seduta  del  19  aprile  1901,  non  nascondeva  le  sue  preoccupa- 
zioni, e  dopo  aver  constatato  che  negli  ultimi  cinque  anni 
le  spese  si  erano  aumentate  di  28  milioni  di  sterline  e  le  entrate 
di  16,  dichiarava  di  essere  inquieto  per  l'avvenire.  «  Cinque 
anni  or  sono,  egli  diceva,  quando  per  la  prima  volta  io  ebbi 
l'onore  di  presentare  un  bilancio  alla  Camera  dei  Comuni, 
io  mi  sono  azzardato,  meglio  che  mi  era  possibile,  a  fare 
un'  avvertenza  al  Parlamento  e  al  paese.  Io  ho  preso  la  sto- 
ria di  venti  anni  precedenti  e  ho  mostrato  che  durante  quei 
venti  anni  1'  aumento  delle  nostre  spese  è  stato  assai  più 
grande,  proporzionatamente  a  quello  delle  entrate  e  io  ho 
espresso,  il  meglio  che  potevo,  i  miei  dubbi  sulla  possibilità 
per  il  nostro  sistema  finanziario  attuale  di  sopportare  un  si- 
mile fardello  se  continuasse  a  crescere  ».  Le  spese  dell'  In- 
ghilterra durante  la  guerra  hanno  raggiunto  cifre  non  mai 
prevedute,  tendono  ora  a  consolidarsi  in  un  bilancio  di  oltre 
un  miliardo  di  sterline. 

Né  questo  è  in  Inghilterra  un  fatto  particolare  dello  Stato. 
In  misura  non  meno  rapida  sono  cresciute  le  spese  degli 
enti  locali,  che  danno  prova  di  una  vitalità  grandissima.  Dal 
1868  al  18 14  le  spese  degli  enti  locali  sono  aumentate  anzi 
più  rapidamente  di  quelle  dello  Stato  e  ora  sorpassano  quelle 
di  molti  grandi  stati  *. 

Si  può  dire  che  un  accrescimento  delle  spese  inglesi  locali 
ha  forma  quasi  vertiginosa,  come  non  vi  è  esempio  altrove 
e  che  è  spiegato  dall'enorme  numero  di  leggi  nuove  che  at- 
tribuiscono non  pochi  servizi  agli  enti  locali. 

Cosi  dunque,  il  paese  di  Europa  che  presenta  il  maggiore 
sviluppo  della  vita  locale,  1'  Inghilterra,  e  quello  che  presenta 


*  Le   spese  degli  enti .  locali  inglesi    sono  negli  ultimi  anni    aumentate 
nel  seguente  modo  : 


Nel  1868 

milioni 

di 

sterline     36.5 

»     1880 

» 

»          62.9 

«     1890 

» 

69.3 

a     1903-04 

)) 

133-6 

»     1912-1913 

» 

»       158.4 

56  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [CAp.   IV. 

il  maggiore  sviluppo  delle  forme  accentratrici,  la  Francia, 
non  differiscono  notevolmente  per  l'aumento  straordinario 
delle  spese  pubbliche.  Non  differiscono  né  meno  gli  altri 
paesi,  che  hanno  un  regime  politico  o  situazione  economica 
differente. 

26.  Ma  r  Inghilterra  da  oltre  un  secolo  ha  riempito  il 
mondo  di  guerre;  ha  combattuto  Napoleone,  ha  combattuto 
per  il  suo  impero  coloniale  in  America,  in  Asia,  in  Africa. 
La  Francia  stessa  ha  avuto  grandi  vittorie  e  grandi  cata- 
strofi e  ha  molto  combattuto.  È  forse  diversa  la  situazione 
dei  paesi  più  pacifici  di  Europa  ?  di  quelli  che  per  la  loro 
piccolezza  o  per  la  loro  situazione  geografica  meno  hanno 
avuto  bisogno  di  difendersi,  meno  hanno  osato  di  offendere? 
La  Svizzera,  la  Svezia,  ecc.  piccoli  per  popolazione,  grandi 
centri  di  cultura  e  di  civiltà,  da  lungo  tempo  immuni  da 
guerre,  sono  iors?  in  condizioni  diverse  dall'  Inghilterra  e 
dalla  Francia  ? 

E  pure  le  spese  del  Belgio  sono  cresciute  più  rapidamente 
di  quelle  della  Francia  e  dell'  Inghilterra:  in  Belgio  le  spese 
dello  Stato  che  erano  intorno  ai  100  milioni  sessanta  anni  fa 
hanno  sorpassato  i  600  milioni,  cioè,  in  proporzione  degli  abi- 
tanti,   più  dei  maggiori  Stati   *. 

*  Aumento  delle  spese  dello  Stato  nel  Belgio  : 


Anno  1835 

milioni  di  franchi 

87 

»   1841 

» 

114 

»   1851 

118 

»   1861 

163 

»   187 1 

222 

»   1881 

402 

»   1891 

402 

»   1895 

410 

»   1900 

574 

»   1903 

628 

»   19H 

689 

Ministére  des  Finances:  Statistique  generale  des  recettes  et  des 
depenses  du  Royaume  de  Beìgique  1840-1895,  1900,  p.  203  e  seg.  Bisogna 
però  tener  conto  che  in  Belgio  le  ferrovie  sono  esercitate  dallo  Stato.  Così  il 
Ministero  dei  lavori  pubblici  (con  decreto  16  gennaio  1884,  si  chiama  Mini- 


CAP.  IV. J  l'aumento  delle  spese  57 

Le  spese,  dopo  la  guerra,  benché  in  proporzione  assai  mi- 
nore che  nei  maggiori  stati,  sono  nel  Belgio  in  grande  aumento. 

La  Svizzera  che  non  ha  avuto  guerre,  che  può  per  la  sua 
piccolezza  essere  uno  Stato  neutro,  ma  che  per  la  sua  situa- 
zione geografica  è  un  centro  notevole  di  attività  e  di  scambi, 
avendo  forme  politiche  assai  democratiche,  presenta  Io  stesso 
fenomeno  di  accrescimento  delle  pubbhche  spese.  Dal  1850  le 
spese  della  Confederazione  Svizzera  sono  cresciute  in  propor- 
zione non  minore  :  da  6  milioni  nel  1850  a  158  nel  1909,  a 
236  nel  191 7  *. 

Né  diverso  è  il  caso  della  pacifica  Olanda,  dove  in  mezzo 
secolo  le  spese  dello  Stato  si  sono  più  che  raddoppiate  f. 

stère  des  chemins  de  fer,postes  et  télégraphes)  spendeva  nel  1835  milioni  di 
lire  4,2,  ne  spendeva  nel  1899  milioni  147.8.  Nondimeno  tolte  anche,  le 
spese  di  riscossione  e  di  amministrazione,  l'aumento  del  Bilancio  del 
Belgio  è  enorme. 

*   Ecco  le  spese  della  Confederazione  Svizzera  : 

Anno    1850  franchi      6          milioni 


1850 

franchi 

6 

1860 

21 

1870 

30 

1873 

23 

1876 

43 

1880 

41 

1890 

66 

1896 

79 

1899 

98 

1900 

102 

1909 

158 

I9I7 

236 

Ma  più  ancora  che  le  spese  della  confederazione,  sono  aumentate  quelle 
dei  cantoni.  Dal  1886  al  1896,  secondo  documenti  ufficiali  svizzeri,  le 
spese  sono  cresciute  nel  cantone  di  Vaud  del  33  per  °/„,  del  40  per  °/o 
a  Ginevra,  del  57  «/o  a  Bàie-Ville,  del  91  **/o  Zurigo;  ecc.  Dal  1896  al 
1900  tutte  le  spese  dei  cantoni  sono  cresciute  da  100  a  121    milioni. 

Ci.  M.  de  Cerenville:  Le  impòts  en  Suisse,  Lausanne,  19 18  in- 
troduzione. 

t   Spese  dello  Stato  in  Olanda. 

Anno  185 1  spesa  in  milioni  di  fiorini     73 

»        186 1  »  »         97 

»        1871  »  »         94  , 

»        188 I  »  »       123 

»       1892  »  »       130 

»       19H  »  »       194 

»        1920  (previsione)  »  »       454 


58  SCIENZA   DELLE    FINANZE  [CAP.   IV. 

La  Svezia,  che  è  generalmente  nota  per  le  solidità  dei  suoi 
ordinamenti,  per  la  cultura  dei  suoi  abitanti,  per  lo  spirito  di 
progresso  che  vi  domina,  ha  visto  le  spese  pubbliche  più  che 
raddoppiarsi  dal  1866  a  ora  *. 

In  pochi  anni,  la  spesa  media  per  ogni  abitante  è  passata 
da  11,67  corone  a  25.08:  ora  è  assai  più  che  doppia. 

Un'altro  paese,  che  presenta  un  accrescimento  rapidissimo 
e  che  a  sua  volta  è  in  profonda  trasformazione  economica,  è 
l'Ungheria.  Le  spese  dello  stato  ungherese  (a  parte  quelle  co- 
muni al  bilancio  austriaco)  sono  passate  dal  1868  al  1894  da 
147  milioni  di  fiorini  a  487,  cioè  sono  aumentate  del  270  "|o; 
sono  ora  in  aumento  minaccioso  t. 

Dunque  si  può  constatare  :  lo  sviluppo  staordinario  delle 
spese  pubbliche  non  è  un  fatto  caratteristico  dei  grandi  stati: 
ma  sembra  anche  estraneo  a  molte  cause  politiche,  cui  è  stato 
finora  attribuito. 


*  Da  una  pubblicazione  ufficiale  del  governo  svedese  risulta  che  il 
movimento  delle  spese  dello  Stato  si  è  venuto  svolgendo  nella  seguente 
guisa  : 

Totale  delle  spese  dello  Stato       Spesa 
Media  degli  anni     Popolaz.  media       in  migliaia  di  corone     per  abitante 


1866-70 

4.166.000 

48.637 

11.67 

1871-75 

4.274.000 

56.684 

13.27 

1876-80 

4.500.000 

76.850 

17.08 

1881-85 

4.605.000 

81.222 

17.64 

1886-90 

4,742.000 

91.153 

19.22 

1891-95 

4.832.006 

102.497 

21.21 

nel  1898 

5.036.000 

126.608 

25.08 

nel  1904 

5.429.600 

203.511 

La  Suède,  pubblicazione  fatta  dal  Governo  svedese  per  l'esposizione  di 
Parigi  del  1900.  Nel  1917  le  spese  ordinarie  della  Svezia  sono  state  di 
183  milioni,  le  straordinarie  di  no;  nel  1920  le  spese  ordinarie  erano 
preventivate  in  259  milioni,  le  straordinarie  in  104. 

t  Dalla  pubblicazione  ufficiale  V  État  hongrois  tnillénaire,  Budapest 
1896.  Le  spese  dall'Austria  e  quelle  comuni  della  monarchia  austro-un- 
garica per  il  19 IO  erano  previste  in  2477  milioni  ordinarie  e  302  stra- 
ordinarie, in  tutto  2780  milioni  di  corone  ;  lo  stesso  dell'  Ungheria  in 
1555  corone. 


CAP.   IV.]  l'aumento  delle  spese  59 

27.  Dove  più,  dove  meno,  lo  stesso  accrescimento  è  av- 
venuto in  tutti  i  paesi  di  Europa  e  di  America  ;  è  un  fatto 
generale,  sopra  tutto  dal  principio  del  secolo  a  ora. 

La  Germania,  costituitasi  a  impero  appena  nel  1871,  riserba- 
va al  bilancio  comune  solamente  alcune  spese  riguardanti  so- 
pra tutto  la  rappresentanza  all'estero,  le  poste  e  i  telegrafi, 
l'amministrazione  militare  e  della  marina:  le  altre  spese  erano 
fatte  in  generale  dai  singoli  stati.  Ebbene  il  bilancio  dell'im- 
pero ha  visto  crescere  le  spese  in  misura  ancora  più  rapida 
di  stati  antichi  *, 

Secondo  un  calcolo  recente  tutte  le  spese  degli  stati  confe- 
derati e  dell'  Impero  ascendevano  prima  della  guerra  in  Ger- 
mania a  circa  io  miliardi  di  marchi.  È  vero  che  questa  spesa 
era  per  oltre  un  terzo  destinata  ad  alcune  grandi  aziende  indu- 
striali,  fra  cui  le  ferrovie  :  era  però  sempre  grandiosa. 

Quale  è  ora  il  bilancio  della  Germania  ?  Dopo  i  rovesci  mi- 
litari il  credito  germanico  ha  avuto  un  grande  turbamento;  le 
finanze  risentono  di  questa  condizione.  Nel  1919-20  le  previ- 
sioni delle  spese  ordinarie  erano  di  13  miliardi  di  marchi;  ma 
nel  complesso  spese  ordinarie  e  straordinarie  si  calcolavano  in 
58  miliardi   di  marchi. 

*  Le  spese  della  Germania,  sono  cresciute  nella   seguente  forma  : 

Anno  1874              milioni  di  marchi  672 

»  1880-81  »  »  500 

»  1885-86  »  »  637 

»  1888-89  »  »  1.020 

»  1891-92  »  »  1.245 

»  1893-94  »  »  1.269 

»  1896-97  »  ,  1.255 

»  1899-900  »  »  1.960 

»  1900-901  »  »  2.197 

»  1908-909  »  »  2.850 

Un  accrescimento  addirittura  vertiginoso  tanto  più  se  si  pensi  che 
sono  aumentati  moltissimo  anche  i  bilanci  della  Prussia  (previsione  del 
191 1  milioni  di  corone  3728,  di  cui  però  2287  per  spese  di  riscossione 
e  gestioni  delle  ferrovie,  delle  miniere  ecc.)  della  Baviera  (626  milioni 
per  il  1910-11)  della  Sassonia  (369  milioni  per  il  1910-11)  e  di  tutti  gli 
Stati  che  formano  1'  impero. 

Dallo  Statistiches  lahrbuch  fiir  das  Deutsche  Reich. 


6o  SCIENZA  DELLE    FINANZE  [CAP.    IV. 

È  stato  detto  che  sono  le  democrazie  le  quali  hanno  più 
potentemente  contribuito  a  determinare  forme  costose  di  go- 
verno :  ma  questa  affermazione  non  paie  che  abbia  un  valore 
assoluto;  perchè  i  governi  dispotici  od  oligarchici  non  sembrano 
nella  società  moderna  meno  costosi  dei  governi  democratici. 
Secondo  dati  ufficiali,  le  spese  ordinarie  dello  Stato  nella  Rus- 
sia hanno  avuto  aumento  sotto  il  regime  assolutista  e  prima 
della  rivoluzione,  che  ha  così  profondamente  ammiserita  la 
Russia,  non  meno  rapido  di  quello  degli  stati  liberi  *. 

L'aumento  delle  spese  dunque  è  stato  in  Russia  straordi- 
nario; esse  sono,  almeno  in  apparenza,  cresciute  in  un  secolo 
di  oltre  venti  volte. 

Non  solo  quindi  non  si  può  dire  che  negli  stati  a  regime, 
assoluto  vi  sia  tendenza  a  diminuire  le  spese  o  a  frenarle,  co- 
me troppo  spesso  si  è  ripetuto  ;  ma  si  deve  ammettere  che 
essi  presentino  a  dirittura  una  tendenza  opposta. 

28.  Né  i  paesi  nuovi  sfuggono  a  questo  fatto,  il  quale  rap- 
presenta una  tendenza  generale  :  pare  anzi  corrisponda  a  un 
bisogno  di  carattere  universale  dei  popoli  moderni. 

*  Spese  dello  Stato  in  Russia  : 

Anno  1803  milioni  di  rubli  109 

»  1820                           »  »  499 

»  1840                           »  »  187 

y>  1860                                 »  »  438 

»  1870                                  »  »  563 

»  1880                           »  »  793 

Ma  dopo  il  1880  r accrescimento  delle  spese  ordinarie  è  stato,  secondo 
cifre  ufficiali,  ancora  più  rapido,  anzi  quasi  vertiginoso  : 


Anno  188 1 

milioni  di  rubli     840 

»        1885 

»       913 

»        1895 

«    1.520 

1898 

»    1.772 

1907 

»    2.449 

»       1912 

»    3.309 

Dati  del  Ministero  delle  finanze,  Cfr.  anche  De  Bloch:  Les  finances 
de  la  Russie  au  XIX  siede,  Paris  1899.  Naturalmente  i  dati  posteriori 
alla  guerra  con  il  Giappone  rappresentano  un  aumento  eccezionale. 


CAV.    IV.Ì  L*AUMENTO  DELLE  SPESE  6t 

Le  spese  ordinarie  e  straordinarie  del  governo  degli  Stati  U  - 
niti  *  (non  tenendo  conto  dei  singoli  stati,  che  hanno  spesso  bi- 
lanci altissimi)  sono  aumentate  anche  pili  rapidamente  di 
quelle  degli  stati  europei.  Si  può  risalire  un  po'  lontano  anche 
per  gli  Stati  Uniti  e  allor?  1'  accrescimento  è  anche  più  evi- 
dente. 

Entrati  ora  nella  via  dell'  imperialismo,  con  la  violenza  di 
espansione  che  spesso  hanno  i  paesi  nuovi,  gli  Stati  Uniti 
sembrano  a  dirittura  invasi  da  una  febbre  di  prodigalità  e  di 
espansione.  Coloro  i  quali  contrapponevano  (o  fatuità  delle 
previsioni  !)  alla  vecchia  civiltà  guerriera  dell'Europea  lo  spi- 
rito mercantile  della  nuova  civiltà  americana,  seno  ora  imba- 
razzati dinanzi  alla  febbre  imperialista  ed  espansionista  degli 
Stati  Uniti. 

E  sé  la  vecchia  Europa  presenta  un  grande  aumento  di 
spese  pubbliche  e  l'America  nuova  presenta  fenomeno  iden- 
tico, gli  stati  dell'Asia,  nuovissimi  alla   civiltà  europea,  anzi 


*  Il  bilancio  federale  degli  Stati  Uniti  è  cresciuto  nel  seguente  modo: 

Spese  del  governo  federale  degli  Stati  Uniti 
Spese  per  abitante 


milioni  di  dollari 

in  do 

Anno 

179 1 

3 

— 

i8oo 

IO 

2.04 

1820 

18 

1.90 

1840 

24 

1.42 

1860 

63 

2.01 

1870 

102 

7.61 

1880 

264 

5.28 

1890 

297 

4.75 

1900 

487 

6.39 

»       I908-I909  865  •  — 

Fra  spese  ordinarie  e  straordinarie  nel  1912-1913  erano  loio  milioni 
di  dollari.  Dato  la  guerra  l'aumento  è  stato  enorme. 

Bull.  S.  1.  e.  maggio  1902  e  C.  T.  Bui  look  nel  Politicai  science 
quaterly  di  marzo  1903.  Per  il  19 17-9 18  le  sole  spese  ordinarie  sono 
state  di  9291  milioni  di  dollari. 


62  SCIENZA    DELLE   FtNÀNzE  [GAP.    IV. 

da  pochi  anni  appena  aperti  ad  essa,  come  il  Giappone,  pre- 
sentano  lo  stesso  fenomeno  *. 

È  un  aumento  assolutamente  eccezionale  :  ma  non  è  men 
vero  che  l'essere  il  Giappone  entrato  di  un  tratto  nella  civiltà 
europea  spiega  appena  la  violenza  deiraccrescimento. 

Nessun  paese  è  sfuggito  dunque  a  questo  accrescimento  :  né 
coloro  che  hanno  più  progredito,  né  quelli  che  hanno  meno; 
né  i  paesi  vecchi,  né  i  nuovi;  né  i  paesi  che  hanno  avuto  una 
politica  di  espansione  più  larga,  né  quelli  che  si  sono  rinchiusi 
in  sé  stessi. 

29.  E  né  meno  é  a  dire  che  questo  fatto  sia  particolare 
dello  Stato  :  i  comuni  e  gli  enti  locali  di  ogni  natura  hanno 
visto  rapidamente  aumentare  le  loro  spese  :  più  rapidamente 
forse  dello  Stato. 

Nel  Belgio  le  spese  delle  province  sono  passate  da  5.773.680 
nel  1840  a  16.593.020  nel  1899;  quelle  dei  comuni  da  90  milioni 
nel   1865   a   179  nel  1892  t- 

Abbiamo  già  notato  che  in  Inghilterra  le  spese  degli  enti 
locali  sono  passate  da  26  milioni  di  sterline  nel  1868  a  197  nel 
1913-14.  Se  prendiamo  il  bilancio  comunale  di  qualche  grande 
città,  noteremo  lo  stesso  fatto.  La  città  di  Parigi,  che  è  come 
un  piccolo  stato  (più  popoloso  della  Danimarca,   della  Grecia 


*  Le  spese  del  Giappone  sono  aumentate  nel  seguente  modo  : 


Anno  1868 

spese  effettive  milioni  di 

ygn     30 

»      1878 

»      60 

«      1888 

»      81 

»      1897-98 

»    223 

»      1900-1901 

«    292 

»      1903-1904 

»    249 

»      1913-1914 

»    426 

»      1918-1919 

»    823 

Nel  1910-11  erano  previsti  anche  116  milioni  di  yen  di  spese  straor- 
dinarie, in  tutto  534  milioni. 

Cfr.  M.  M  a  t  s  u  k  a  t  a  (ex  Presidente  dei  ministri  del  Giappone)  : 
Financial  System  of  Japan  in  N.  A.  R.  maggio  1902.  Naturalmente  le 
spese  di  guerra  sono  in  fuori.  Le  spese  di  guerra  con  la  Russia  sono 
state  calcolate  in  1356  milioni  di  yen, 

t  Annuaire  statistique  de   la  Belgique  1901,  pag,  263, 


CAP.  IV.]  l'aumento  dèLlè  spèse  63 

della  Norvegia,  ecc.)  spendeva  a  sua  volta  prima  della  guerra 
più  che  il  Portogallo  e  la  Grecia  uniti  insieme  *. 

Ma  Parigi  è  la  capitale  del  più  ricco  stato  dell'Europa  con- 
tinentale. Se  non  è  più  oramai,  come  è  stata  per  lungo  tempo, 
la  più  popolosa  città  di  Europa,  è  sempre  uno  dei  centri  mag- 
giori di  attività  ed  è  sempre  mirabile  per  la  sua  potenza  di 
espansione  e  per  la  sua  vitalità  economica  ed  intellettuale. 
Ma  anche  città  assai  minori,  centri  d'importanza  assai  più  mo- 
desti, antiche  capitali  che  non  sono  più  tali,  presentano  lo 
stesso  fenomeno. 

Noi  possediamo  una  storia  finanziaria  accurata  del  comune 
di  Torino,  pubblicata  nel  190 1  percento  della  stessa  ammini- 
strazione municipale  ;  ebbene  a  Torino,  come  in  tutte  le 
grandi  città,  il  fenomeno  dell'  aumento  si  presenta  sotto  la 
stessa  forma  f. 


*  Ora  l'accrescimento  delle  spese  della  città  di  Parigi  dopo  il  181 3  è 
stato  il  seguente  : 

Anno  1813  spesa  effettiva  23  milioni  di   franchi 

»       i86g     »              »  168          »                   i) 

»       1887     »              »  257          »                   » 

»        i8g6      »               »  397           a                   » 

Gaston  Cadoux:  Les  finances  de  la  ville  de  Paris  de  1 600  à 
1900  Paris,  1901.  Le  cifre  posteriori  alla  guerra  sono  addirittura 
enormi. 

t  Risulta  da  tale  indagine  che  le  spese  sono  cresciute  dal  1797  al 
\i)<)o  nel  seguente  modo  : 


Anni 

Popolazione 

Spese 

Spesa  media 

per 

abitante 

1797 

93-076 

547-330.30 

5.88 

1825 

107.338 

1.024.814.98 

II. 21 

1855 

157.896 

5.266.418.65 

31-36 

1875 

217.806 

IO  696.981.26 

49.11 

1906 

329.444 

15.912.872,80 

48.40 

L'accrescimento  posteriore  è  assai  più  grande. 

Dunque  le  spese  pubbliche  locali  sono  cresciute  quasi  di  otto  volte  : 
mentre  è  fuori  di  dubbio  che  la  ricchezza  privata  dei  cittadini  non  è 
cresciuta  in  proporzioni  identiche. 

È  notevole  constatare  che  dal   1797  al  1900  le  spese  di  polizia  e  igiene 


64  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [CAP.    IV. 

30.  L'Italia  non  potea  a  sua  volta  sfuggire  a  questo  fatto 
di  ordine  generale  :  anzi  si  può  dire  che  abbia  spinto  le  sue 
spese  eccessivamente,  rasentando  qualche  volta  i  limiti  della 
pili  alta  pressione  tributaria*. 

Noi  non  possiamo  far  risahre  le  nostre  indagini  a  un  pe- 
riodo anteriore  al  1860.  Vi  erano  allora  tanti  bilanci  quanti 
erano  gli  stati;  e  siccome  gli  stati  mutarono  di  frequente  non 
solo  di  dinastie,  ma  di  territorio  e  mancò  un  grande  nucleo 
centrale,  cosi  ogni  ricerca  è  per  ora  vana.  Si  aggiunga  che, 
anche  dal  principio  del  secolo  a  ora,  ogni  tentativo  riesce 
inutile.  Anche  aggruppando  i  bilanci  dei  singoli  stati  (e  non  sa- 
rebbe lieve  difficoltà  poiché  i  bilanci  non  erano  allora  pubbli- 
cati dalla  più  gran  parte  dei  governi)  non  si  riescirebbe  a  sta- 
bilire un  confronto  esatto.  La  Lombardia  e  il  Veneto,  per 
esempio,  dipendevano  dall'Austria  e  non  avevano  un  bilancio 
autonomo. 


per  ogni  abitante  sono  pa<5sate  da  lira  1,10  a  lire  6,44;  quelle  di  sicu- 
rezza e  giustizia  da  0,12  a  6,44;  quelle  per  opere  pubbliche  da  0,7  a  3,08; 
per  l'istruzione  pubblica  da  0,7  a  7,74.  Son  cresciute  poco  le  spese  per 
la  beneficenza,  passando  da  0,84  a  1,23;  sono  diminuite  quelle  per  il 
culto  da  0,16  a  0,05.  E  queste  cifre  indicano  meglio  di  ogni  altra  cosa 
le  tendenze  che  si  son  venute  determinando. 

G.  Depanis:  Attraverso  ad  un  secolo  di  vita  amministrativa:  Torino 
1797- 1900,  Torino,  1901. 

*  Le  spese  effettive  dello  Stato  e  degli  enti  locali  in  Italia  sono  aumen- 
tate nel  seguente  modo: 


Stato 

Province 

Comuni 

1863 

930.4 

25.7 

236.4 

1867 

903.6 

62.9 

323.3 

I87I 

I059-2 

74.6 

325.3 

1877 

1265.5 

90.5 

402.9 

1884-85 

1481.4 

98.7 

451.6 

1891-92 

1654.4 

109.5 

— 

1899-900 

1654.2 

131.6 

642.0 

1907-908 

1884.6 

— 

656.6 

I9I3-I4 

2556.8 

230.0 

— 

1914-15  (guerra) 

5395.3 

259-4 

— 

Le  spese  dei  comuni  nel  1912  erano  valutate  in  1.339  milioni. 
Dopo  la  guerra  le  spese  dello  Stato  e  degli  enti  locali  sono    straordina- 
riamente aumentate. 


CAP.  TV.]  l*aumt:nto  delle  spese  65 

Limitando  ogni  ricerca,  per  le  ragioni  anzidette,  agli  anni 
dopo  il  1860,  si  ha  che  anche  in  Italia  l'aumento  delle  pubbli- 
che spese  è  stato  continuo,  così  per  lo  stato,  come  per  le  pro- 
vince e  i  comuni  ;  in  meno  di  mezzo  secolo  il  bilancio  dello 
Stato  è  assai  quasi  triplicato  e  in  proporzione  maggiore  sono 
cresciute  le  spese  locali  *. 

In  Italia  l'aumento  delle  spese  è  stato  assai  rapido,  anzi  si 
può  dire  che  non  vi  sia  stato  arresto  per  circ?  trent'anni,  e  che 
solo  dopo  che  le  spese  sono  state  spinte  a  un  limite  estremo, 
vi  è  stata  una  lermata  brusca  da  prima  e  una  lenta  discesa  da 
poi.  Ma  da  qualche  anno  le  ^pese  sono  in  aumento. 

Senza  dubbio  l'aumento  delle  spese  pubbhche  è  un  fatto  ge- 
nerale; ma  bisogna  vedere  fino  a  qual  punto  sia  reale,  sopra 
tutto  vedere  se  le  cifre  riportate  abbiano  un  valore  assoluto;  e 
se  non  l'hanno,  di  quali  altri  elementi  si  deve  tener  conto  per 
metterle  nella  loro  vera  luce^ 

V. 

Se  l'accrescimento  delle  spese  pubbliche  sia  reale. 

31.    Leon    Sa3^  in   un  suo    opuscolo,  che   nel  1866  ebbe 
grande  eco,   dedicò  alcune  pagine,  assai  interessanti,  a  dimo- 

*  I  dati  precedenti  non.  sono  del  tutto  comparabili.  Quelli  relativi 
alle  spese  dello  Stato  sono  stati  desunti  dalla  pubblicazione  fatta  dalla 
Ragioneria  generale  del  Regno  su  II  bilancio  del  Regtio  d'Italia  negli  eser- 
cizi finanzian  dal  1862  al  igoy-go8  Roma  1909,  e  àdW  Annuario  Stati- 
stico; le  cifre  relative  alle  spese  dei  bilanci  comunali  e  provinciali  sono 
state  prese  dalle  pubblicazioni  della  direzione  generale  di  statistica.  La 
quale  non  ha  raccolto  i  dati  relativi  ai  bilanci  locali  nel  1890,  1892,  1894 
e  1896  e  per  parecchi  anni  non  li  ha  raccolti  per  i  bilanci  provinciali. 
Nel  1884  fu  introdotto  il  nuovo  anno  finanziario  che  va  dal  i.  luglio 
al  30  giugno:  però  per  i  comuni  e  le  provincie  rimane  l'anno  solare  come 
anno  finanziario.  Si  è  quindi  per  semplicità  messo  le  cifre  l'una  al  fianco 
dell'altra,  non  tenendo  conto  della  diversità  dell'anno.  E  così  di  seguito. 
Fino  al  1890  le  spese  dei  comuni  e  delle  province  appaiono  più  grandi 
che  non  furono,  poiché  contengono  le  contabilità  speciali  e  le  partite  di 
giro  le  quali  sono  state  tolte  dopo  il  1871.  Sulla  storia  del  bilancio  ita- 
liano cfr.  Plebano:  Storia  della  fittcmza  italiana,  Torino,  1899  e 
N  i  1 1  i  :  //  bilancio  dello  Stato  dal  1862  al  iSgò-gj,  Napoli,  1898;  ecc. 
Nitti.  5 


66  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [CAJ>.    V. 

strare  che  la  progressione  delle  spese  è  un  male  universale  *; 
e  certo  non  potea  destare  poca  inquietudine  1'  aumento  che 
era  avvenuto  rapidamente  nel  periodo  in  cui  egli  scriveva. 
Le  spese  degli  stati  di  tutta  Europa,  che  erano  nel  1865  nove 
miliardi  e  novecento  milioni;  erano  passate  già  nel  1879  a  14 
miliardi  e  641  milioni.  Due  terzi  di  questi  aumenti  erano 
stati  assorbiti  dallo  sviluppo  delle  spese  per  i  lavori  pubblici 
e  di  quelle  per  la  istruzione.  La  malattia  sembrava  al  Say 
generale  :  ed  egli  non  esitava  a  credere  che  si  trattasse  di 
vera  malattia,  anzi  di  malattia  più  pericolosa  nei  paesi  de- 
mocratici. Se  i  confronti  fatti  a  pochi  anni  di  distanza  spa- 
ventano, assai  maggiore  deve  esser  la  sorpresa  guardando  alle 
spese  pubbliche  dei  secoli  passati  e  paragonandole  alle  attuali. 
Qualche  scrittore,  sopra  tutto  quei  teorici  tedeschi,  che  al- 
l'azione dello  Stato  attribuivano  (attribuiscono  ancora  ?)  un 
carattere  etico,  dall'aumento  delle  spese  pubbliche  hanno  cre- 
duto si  possa  far  derivare  la  conseguenza  che  l'azione  dello 
Stato  sia  sempre  crescente.  Anzi  questo  accrescimento  delle 
funzioni  dello  Stato,  che  si  manifesta  con  l'aumento  delle  pub- 
bliche spese,  ha  fatte,  come  abbiam  già  notato,  dire  al  Blun- 
tschli  e  a  qualche  altro,  che  vi  sia  una  tendenza  storica  verso 
una  statifìcazione  progressiva.  Niente  di  meno  vero.  L'aumento 
delle  '^pese  pubbliche  è  più  un  fatto  apparente  che  reale, 
quando  si  guardi  al  passato:  solo  dal  principio  del  secolo  a  ora 
vi  è  un  aumento  vero,  ma  assai  minore  che  non  si  creda. 

Le  cifre  riportate  possono  indurre  in  errore  :  vi  è  come  di- 
ceva Bastiat,  ciò  che  si  vede,  e  vi  è,  nei  fatti  economici,  ciò 
che  non  si  vede:  almeno  a  prima  vista.  E  in  materia  di 
spese  pubbliche,  di  bilanci,  non  bisogna  mai  fermarsi  alle  ap- 
parenze esteriori. 

Per  vedere  se  l'azione  dello  Stato  sia  maggiore  ora  che  nel 
pa.ssato  e  se  l'appagamento  dei  bisogni  collettivi   richieda  ora 

*  L.  Say:  Les  finances  de  la  France  sous  la  troisième  répuhlique, 
Paris,  1900,  tom.  III.  Ivi  è  riprodotto  l'opuscolo.  Comrnent  nos  contri- 
butions  ont  ètè  dèpensées  depuis  qnatre-vingt  ans  de  1800  a  1886  :  «  La 
progression.  des  dépenses  budgétaires  est  véritablement  effrayante,  si  on 
compare  au  présent  1'  avenirqui  nous  ménage  une  politique  iudifféreute 
à  l'équilibre  des   budgets  ». 


Cap.  v.]  l*aumè:nto   delle  st'fest;  67 

proporzionalmente  una  maggior  somma  di  ricchezza,  il  calcolo 
deve  essere  fatto  in  guisa  da  evitare  gli  errori  in  cui  si  cade 
di  frequente.  Confrontando  i  bilanci  del  passato  bisogna  in- 
fatti tener  conto  :  i  della  quantità  delle  prestazioni  perso- 
nali o  in  natura  ;  2  della  estensione  territoriale  che  avea  lo 
Stato  nelle  epoche  differenti  che  si  confrontano  ;  3  della  po- 
polazione ;  4  dell'ammontare  della  ricchezza  privata  ;  5  delle 
variazioni  nel  valore  della  moneta.  Così  solo  riescono  possibili 
quei  confronti  che  altrimenti  rimangono  sterili  e  senza  ri- 
sultato. 

32.  Non  si  può  per  esempio  paragonare  la  finanza  dei  re- 
gimi feudali  a  quella  moderna;  la  prima  era  basata  sulle  con- 
tribuzioni in  natura,  sulle  prestazioni  personali,  sulle  entrate 
demaniali;  la  finanza  odierna  è  basata  essenzialmente  sulle 
entrate  di  diritto  pubblico,  tasse  e  imposte,  anzi  su  queste 
ultime  sopra  tutto.  La  quantità  delle  prestazioni  personali  è 
ora  quasi  minima;  in  passato  rappresentava  il  maggior  con- 
tributo in  pace  e  in  guerra.  Le  opere  pubbliche  non  erano  in 
generale  fatte  altrimenti.  In  guerra  nel  periodo  feudale,  cia- 
scun feudatario  mandava  al  sovrano  un  certo  numero  di  ar- 
mati. Vi  erano  forme  diversissime  di  prestazioni:  ma  dovun- 
que erano  numerose.  Ora,  tranne  il  servizio  militare,  che  è 
breve  e  che  tende  sempre  più  a  ridursi  a  brevissimo  tempo, 
tranne  la  giuria,  non  vi  è  quasi  altra  forma  di  prestazione 
personale  *. 


*  Cfr.  fra  i  molti  V  a  i  t  z  :  Deutsche  Verfassungs  geschichie,  2.  edizione 
voL  II,  pag.  246-336;  Schupfer:  Manuale  di  storia  del  diritto  italiano 
2.  ediz.  pag.  367,  410;  Veritzy  :  Elude  sur  le  regime  financier  de  la 
France  avant  la  revolution  de  i/Sg,  Paris,  1878;  ecc.  Salvie  li:  Sto- 
ria del  diritto  italiano,  3.  ediz.,  pag.  194  scrive  :  «  Presso  i  Longobardi, 
come  poi  presso  i  Franchi,  l'esercito  nulla  costava  al  Re  né  allo  Stato:  i 
liberi  doveano  equipaggiarsi  e  mantenersi,  far  le  scufie  o  guardie,  prestar 
angarie  e  vetture,  e  in  seguito  i  possessori  del  suolo  furono  tenuti  a  equi- 
paggiare e  a  mantenere  i  loro  uomini  ;  i  grandi  lavori  di  strade,  ponti, 
canali,  ecc.,  erano  a  carico  dei  proprietari  ;  la  giustizia  non  costava  al 
re,  invece  fruttava  sotto  forma  di  ammende:  la  burocrazia  non  era  pa- 
gata; i  messi,  per  lo  più  grandi  ecclesiastici,  viaggiavano  a  loro  spese;  la 
beneficenza  era  messa  a  carico  dei  privati.  Restavano  poche  spese  per- 
sonali e  nemmeno  complete,  perchè  il  re  e  il  palatium  in  viaggio  aveano 


68  SCIENZA   DELLE   FÌNAN2E  [CAP.    V. 

D'altra  parte  noi  parliamo  spesso  di  una  Italia,  di  una 
Inghilterra,  di  una  Francia,  come  se  avessero  rappresentato 
sempre  le  stesse  grandi  unità  territoriali.  Invece  la  formazione 
dei  grandi  stati  è  un  fatto  recente,  che  coincide  con  le  grandi 
scoverte  geografiche  e  con  le  nuove  forme  del  commercio  in- 
ternazionale. È  stato  un  processo  unitario  lento,  che  ha  deter- 
minato la  formazione  territoriale  degli  stati  odierni.  La  Francia 
di  Enrico  IV  non  era  la  Francia  di  ora;  tanto  meno  quella  di 
Filippo  il  Bello.  E  né  meno  la  Gran  Brettagna  attuale  è  quella 
che  era  ai  tempi  di  Cromwell.  E  non  solo  la  distribuzione 
degli  stati  e  la  rispettiva  posizione  di  ciascuno,  ma  la  distri- 
buzione delle  lingue  e  delle  razze  sono  singolarmente  mutate 
da  qualche  secolo  a  questa  parte:  i  popoli  di  lingua  tedesca 
non  seno,  per  esempio,  soltanto  relativamente  più  numerosi 
ora  che  in  passato,  ma  occupano  un  territorio  assai  diverso 
da  quello  che  occuparono. 

33.  E  sopra  tutto  ciò  che  è  mutato  è  il  numero  degli 
uomini  :  il  secolo  decimonono  rappresenta  forse  un  periodo 
di  accrescimento  come  mai  vi  è  stato  altro  nella  storia  del 
mondo.  La  popolazione  attuale  è  di  gran  lunga  maggiore  di 
quella  del  passato  :  e  mai  forse  il  mondo  ha  sopportato  la 
metà  di  questo  immane  numero  di  uomini  che  calca  ora  la 
terra.  L'Europa  avea  al  principio  del  secolo  XIX  la  metà  de- 
gli abitanti  che  ebbe  alla  fine  :  e  chi  più  e  chi  meno  tutti 
i  paesi  che  la  compongono  sono  cresciuti  assai  per  numero 
di  abitanti. 

I>'  Inghilterra,  per  esempio,  non  è  solo  molto  più  ricca  ma 
è  molto  più  popolosa  che  nel  passato.  Verso  il  mille  proba- 
bilmente tutte  le  isole  britanniche  non  aveano  tre  milioni  e 
mezzo  di  uomini  *.  L'Inghilterra  e  il  Paese  di  Galles  non  a- 
veano  che  5  milioni  e  mezzo  di  abitanti  nel  1688,  6  milioni 
nel  1740,  poco  meno  di  9  milioni  nel  180 1  f- 

il  diritto  di  prendere  per  sé  e  per  la  corte  quello  che  volevano;  e  poi  le 
spese  personali  si  confondevano  colle  pubbliche,  per  la  stessa  ragione  che 
mancava  una  distinzione  fra  imposta  pubblica  e  reddito  regio  ». 

*  P  ar  e  t  o  :  op.  cit.  §  211. 

tG.  King  in  Davenant:  Politicai  and  commercial  works,  H,  184 
J.  R.  SS.  XLIII,  462;  Cunningham:  The  growth  of  englishindustty 
and  commerce  in  modem  times,  Cambridge,  1872,  pagina  699. 


CAP.  V.]  l'aumento  delle  spese  6g 

Ora,  secondo  i  dati  più  recenti,  al  30  giugno  19 17  la  po- 
polazione della  Gran  Brettagna  è  di  46,2  milioni  di  abitanti 
e  quella   della  sola  Inghilterra  e  del  Paese  di  Galles  di  33,4. 

La  Svezia  ha  visto  senza  dubbio  aumentare  le  spese  pub- 
bliche; ma  la  popolazione  è  aumentata  a  sua  volta  rapida- 
mente. Avea  appena  900  mila  abitanti  nel  1570:  ma  nel  1700 
aveva  quasi  raggiunto  i  miUone  e  mezzo,  2  milioni  e  mezzo 
nel  1819,  5,815,000  nel  1918.  La  popolazione  della  Norvegia 
è  passata  dal  1800  al  1910  da  885  mila  abitanti  a  2.391,782; 
la  popolazione  della  Prussia  da  13,707,000  abitanti  nel  1800 
a  38  milioni  nel  1910;  la  popolazione  dell'Italia  da  17  milioni 
nel  1800  a  36,5  nel  1918  *.  La  Francia  che,  nel  1904  avea 
38,2  milioni  di  abitanti,  ne  avea  20  al  principio  del  secolo 
decimottavo  e  meno  che  25  al  tempo  della  rivoluzione  ha 
ora  con  i  territori  annessi  dopo  la  guerra  una  popolazione  di 
poco  superiore  all'Italia  **. 

Vi  è  qualche  nazione  in  Europa  che  ha  più  abitanti  che 
non  abbia  avuto  l'Europa  intera  ai  tempi  di  Carlomagno. 

34.  Ma,  se  la  popolazione  è  cresciuta,  è  cresciuta  assai 
più  la  ricchezza.  Il  reddito  annuale  di  ogni  nazione  si  è  au- 
mentato in  Europa  straordinariamente,  in  forma  quasi  impre- 
vedibile, durante  il  secolo  decimonono  negli  Stati  Uniti  di 
America  e  nei  paesi  più  ricchi  di  Em'opa.  Ancora  forse  nessun 
paese  ha  raggiunto  quell'alto  grado  di  ricchezza  bastevole  ad 
assicurare  un  livello  elevato  di  esistenza  alla  grande  mas.,a  dei 
cittadini;  ma  benché  questi  raffronti  siano  molto  difficili,  si 
può  dire  che   un  inglese  t  è  ora  assai  più  ricco  che  due  secoli 

*  Suède,  voi.  I;  Norvège  (pubblicazione  per  l'esposizione  di  Parigi  del 
1900). 

**  Levasseur  nell'  Histoire  de  la  population  frangaise  ritiene  che 
la  Gallia  avesse  ai  tempi  di  Cesare  da  6  a  9  milioni  di  abitanti. 

t  II  reddito  annuale  dell'Inghilterra  è  variato  nel  seguente   modo: 

Nel  1700  (secondo  Dudley  Baxter)  era  milioni         55  di  sterline 

»  1774  »  »  »  150  » 

»  1815-10  »  »  »  350  » 

»  1868-79  »  B  »  •  360  » 

»  1891  (secondo  A.  L.  Bowley)  »  161 1  » 

Secondo  i   dati  forniti  dalla  statistica  ufficiale  svedese  dal  1866  al  1898 


70  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [GAP.    V. 

or  sono.  La  ricchezza  di  tutti  i  paesi  di  Europa,  durante 
il  secolo  XIX,  è  cresciuta  in  proporzione  che  non  ha  ri- 
scontro nel  passato.  Sono  stati  tali  i  progressi  compiuti,  prima 
del  1914,  nella  tecnica  industriale  cheli  basso  prezzo  dei  pro- 
dotti coincideva  con  più  alta  retribuzione  del  lavoro.  Qual- 
che paese  dove  l'aumento  della  ricchezza  è  stato  più  grande, 
come  la  Svezia,  ci  presenta  a  dirittura  il  caso  di  vedere  au- 
mentata la  ricchezza  di  ciascun  abitante  più  che  il  suo  con- 
tributo alle  spese  dello   Stato  e  degli  enti  collettivi. 

Il  reddito  dei  cittadini  francesi  è  venuto  smgolarmente  a 
crescere.  Secondo  le  indagini  della  Direzione  generale  delle 
imposte  dirette,  'il  reddito  della  ricchezza  immobiliare  è  pas- 
sato da  1,440  milioni  nel  1791  a  4,671  nel  1879.  Il  reddito 
mobiliare,  calcolato  da  Dèlai  d'Agier  a  1,050  milioni  nel  1791, 
era,  secondo  Wolowski,  di  circa  6  miliardi  nel  1881.  I  calcoli 
posteriori  hanno  indicato  un  aumento  rapidissimo;  il  signor 
Peytral,  in  un  progetto  di  legge  presentato  il  30  ottobre  1888 
alla  Camera  dei  deputati,  calcolava  il  reddito  nazionale  in  16 
miliardi  :  de  Foville  più  tardi  in  circa  20  miliardi;  A.  Coste  in 
22  miliardi  e  mezzo;  ora  è  di  gran  lunga  più  elevato. 

L'  accrescimento  della  ricchezza,  dunque,  nei  paesi  che 
hanno  più  progredito  è  tale  che,  quantunque  vertiginoso,  l'au- 
mento delle  spese  pubbliche  non  lo  supera  molto.  Senza  dub- 
bio ciò  che  si  è  detto  della  Svezia  e  che  può  esser  detto  della 
Gran  Brettagna,  degli  Stati  Uniti  di  America,  della  Germa- 
nia, della  Svizzera  e  del  Belgio  e  dei  paesi  più  ricchi,  non  può 
esser  detto  di  altri  paesi,  dove  è  accaduto  in  realtà  che  le  spese 
pubbhche  sono  cresciute  più  rapidamente  della  ricchezza  de- 
gli abitanti. 

le  spese  dello  Stato  avrebbero  avuto  in  confronto  della  entrata  media  di 
ciascun   abitante   il  seguente  sviluppo  : 

Reddito  medio  Spesa  dello  Stato 

per  abitante  (media  per  abitante) 

in  corone  11 

17 

19 

»  21 

25 


I866-I870 

66 

1876-1880 

97 

I886-I890 

118 

I89I-I895 

134 

1898 

167 

CAP.  V.]  l'aumento  delle  spese  71 

33.  Il  problema  dell 'accrescimento  delle  spese  pubbliche 
va  studiato,  dunque,  non  già  nel  suo  aspetto  esterno,  ma  nella 
sua  realtà  economica.  Proporzionalmente  alla  loro  ricchezza  i 
cittadini  di  uno  Stato  danno  più  ora  o  davano  più  in  passato  ? 
Ecco  la  questione  che  va  esaminata;  poiché  non  importa  affatto 
sapere  se  la  quantità  di  monete  che  i  cittadini  danno  sia  ora 
maggiore  o  minore  che  in  passato. 

Ora  tutti  i  calcoli  sono  concordi  nel  dimostrare  che  la  mo- 
neta ha  perduto  non  poca  parte  della  sua  potenza  di  acqui- 
sto :  l'oro  non  vale  ora  quanto  in  passato,  poiché  con  una 
quantità  identica  di  monete  si  può  adesso  comprare  meno 
che  in  passato  non  si  potesse.  Non  si  può  dire,  ancora,  come 
il  favolista,  comment  en  un  plomb  vii  l'or  pur  s'est  changé;  ma 
certo  la  discesa  è  stata  rapida. 

Per  molti  secoli  i  principi  e  i  governi  non  hanno  fatto  che 
riduzioni  continue  delle  monete,  nel  senso  di  diminuire  la 
quantità  di  metallo  che  era  in  esse,  pretendendo  mantenere 
intatto  il  valore.  La  livre  di  Carlo  Magno  era  una  vera  libbra 
d'argento  ed  é  solo  per  riduzioni  successive  che  si  è  ridotta 
alla  lira  francese  e  italiana  di  5  grammi.  De  Foville  e  D'Ave- 
nel  hanno  mostrato  come  la  livre  tcurnois  francese  abbia  avuto 
366  variazioni  dal  1258  al  1793-  La  livre  che  valeva  20.26 
franchi  nel  1258- 12 78,  valeva  appena  0,99  nel  1785- 1795  *. 

Ma  queste  modificazioni  possono  essere  studiate  e  calcolate 
senza  difficoltà:  ciò  che  é  più  grave  è  che  non  solo  assai  spesso 
le  monete  sono  venute  a  contenere  una  minore  quantità  di 
metallo,  anche  serbando  lo  stesso  nome  :  ma  che  il  valore  di 
acquisto  del  metallo  é  diminuito.  Ai  tempi  di  Carlo  Magno 
una  stessa  quantità  di  metallo  valeva  nove  volte  più  di  ora. 


*  D  e  F  o  V  1  1  1  e  :  o^.  cit.,  cap.  XXII  :  è  classico  il  lavoro  di  N.  de 
V  a  i  11  y  :  Mèmoire  sur  les  variations  du  livre  fournois  depuis  Saint  Louis, 
Paris  1857.  «  Au  fond,  les  princes  du  moyen  àge,  gros  et  petits,  clercs 
ou  laiques,  s'  estimaient  maitres  du  numéraire,  comme  d'une  portion  de 
leur  domaine,  se  livraient  sans  scrupule  à  la  pratique  des  deux  sortes 
de  fausses  monnaies  que  je  viens  de  dire  ».  D'A  vene!  Histoire  écono- 
mique  de  la  proprietà  des  salaires,  des  denrèes  etc,  Paris,  1894  volume  I, 
pag.  51.  Le  due  forme  preferite  di  falsificazione  riguardavano  1'  uno  la 
natura  del  metallo,  l'altra  il  valore  che  si  attribuiva. 


72 


SCIENZA    DELLE    FINANZE 


[GAP. 


cioè  poteva  essere  scambiata  con  una  quantità  di  cose  nove 
volte  maggiore  :  valeva  sei  volte  più  a'  tempi  di  Carlo  Vili; 
tre  volte  più   a  mezzo  del  secolo  decimottavo  *. 

I  cittadini  francesi  che  ai  tempi  di  Carlo  Vili  davano,  dun- 
que, apparentemente  un  franco  in  moneta  attuale,  davano  in 
realtà  6  franchi. 

E  poi,  non  solo  i  metalli  preziosi  aveano  un  assai  maggior 
valore,  ma  in  alcuni  periodi  la  scarsità  estrema  di  essi  deter- 
minava un  accrescimento  straordinario  del  tasso  dell'interessa. 
Cosi  tenendo  presente  ciò  che  rendeva  il  danaro,  si  vede  che 
in  realtà  chi  dava  looo  lire  allo  Stato  facea  sacrifizio  quasi 
non  paragonabile  a  chi  ne  dà  ora  506  mila. 

Durante  e  dopo  la  grande  guerra  europea  del  1914-1918, 
tutti  gli  stati,  sia  pure  in  diversa  misura,  hanno  abusato  della 
emissione  di  carta  moneta.  La  carta  si  è  dunque  svalutata.  1 
prezzi  sono  saliti  in  alcuni  paesi  soltanto  del  250  al  300  per 
cento,  in  altri  fino  al  600  a  700  per  cento,  anche  senza  tener 
conto  della  situazione  di  quasi  completa  rovina  di  alcuni  dei 

*  Secondo  L  e  b  e  r  {Appréciation  de  la  fortune  privée  au  Moyen  àge, 
Paris,  1847),  dall'anno  850  al  1890  le  variazioni  di  valore  della  moneta 
sono  state  le  seguenti  ; 


Anno  850 

valore 

della 

moneta  9 

»   1375 

»     3 

»   1500 

6 

»   1600 

»     2 

«   1750 

3 

.)   1890 

))     I 

112 


Secondo  d'  x\  v  e  n  e  1  ,  supposto  eguale  a  i  il  valore  attuale  della  mo- 
neta {Histoire  économique  de  la  propriétè,  des  salaires,  des  denrées  eie, 
tora.  I.  pag.  32)  le  variazioni  avvenute  dal  1600  al  1800  sono  esatta- 
mente le   seguenti  : 


Dal 


1601  al  1625 

3.00 

1626  »  1650  ■  . 

2.50 

165 1  »  1675 

2.00 

1676  »  1700    .    , 

2.33 

1701  »  1725 

2.75 

1726  »  1750 

3.00 

1751  »  1775 

2.33 

1775  »  1790 

2.00 

CAP.   v.J  l'aumento  delle  spese  73 

paesi  vinti.  Cosi  la  nostra  moneta  attuale  rende  quasi  impos- 
sibili i   confronti   con  il  passato. 

Ma  il  tasso  dell'  interesse  era  nel  passalo  tale  che  chi  era 
costretto  a  prendere  in  prestito  per  pagare  le  imposte,  potea 
spesso  ritenersi  rovinato;  qualche  volta  prima  del  secolo  XV, 
sopra  tutto  per  i  valori  mobiliari,  era  difficile  avere  a  prestito 
a  meno  del  20  e  anche  del  25  ^Jo'.  e  anche  frequentemente  vi 
erano  prestiti  ritenuti  non  usurari  a  interesse  assai  sui)e- 
riore  *. 

Ecco  un  altro  fatto  che  viene  a  spostare  quei  risultati  che 
pareva  derivassero  dal  confronto. 

Se  dunque  si  bada  a  tutte  queste  cose,  se  si  guarda  all'en- 
tità delle  entrate  demaniali;  se  si  tien  conto  dei  servizi  per- 
sonali; se  si  osservano  le  variazioni  territoriali;  se  nel  confron- 
tare i  bilanci  passati  a  quelli  attuali,  si  dividono  questi  ultimi 
o  si  moltiplicano  i  primi,  per  il  rapporto  che  intercedeva  nei 
periodi  che  si  confrontano  in  materia  di  popolazione,  di  ric- 
chezza, di  potenza  d'acquisto  della  moneta;  si  vedrà  allora  che 
noi  diamo  allo  Stato  e  a  tutti  gli  organi  della  vita  collettiva 
non  assai  più  che  in  passato,  come  si  è  detto,  ma  qualche  volta, 
anzi  meno. 

Non  vi  è  dunque,  non  si  è  mai  verificato  un  processo  di 
statificazione  progressiva,  come  alcuni  hanno  preteso:  non  potea 
né  meno  un  simile  processo  verificarsi  progressivamente.  Forse 
anche  vi  sono  alcuni  paesi  dove,  tenendo  conto  di  tutto  ciò 
che  si  è  detto,  i  cittadini  danno  ora  allo  stato  proporzional- 
mente meno  che  in  passato:  benché  quasi  dovunque  si  paghi 
assai  più  ora  che  prima.  In  ogni  modo,  se  è  assai  difficile  sta- 
bilire confronti  con  società  assai  lontane,  si  può  bene  stabilire 
con  quelle  prossime  a  noi.  E  bisogna  allora  riconoscere  che 
da  un  secolo  a  questa  parte  tutte  le  spese  pubbliche,  spese  di 
Stato,  spese  locali,  sono  cresciute  assai  più  che  in  passato,  per 
aumento  della  solidarietà  che  si  va  determinando,  per  cause  di 


*  «  L'intérét  mobilier  a  varie  au  moyen  àge,  en  France,  autant  qu'on 
en  peut  juger  par  un  assez  grand  nombre  d'exemples  choisis  dans  diver- 
ses  provinces,  de  io  à  45  010;  en  moyenne  il  osci  Ile  entre  20  et  25  010; 
mais  plus  près  de  20  que  de  25.  ».  D'  A  v  e  n  e  1  :  op.  cit.,  voi.  I.,  pag.  81 . 


74  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [CAP.    V. 

natura  assai  differente.  Gli  aumenti  del  secolo  XIX  sono  ve- 
ramente reali  e  in  qualche  guisa,  non  ostante  lo  sviluppo  stra- 
ordinario della  ricchezza,  i  cittadini  sopportano  carico  sempre 
più  grave. 

36.  Né  le  variazioni  del  valore  della  moneta,  né  le  varia- 
zioni dei  redditi  spiegano  sufficientemente  gli  aumenti  che  si 
sono  verificati  da  mezzo  secolo  in  qua.  I  bilanci  della  Francia, 
dell'Inghilterra,  della  Russia  aumentano  da  un  anno  all'  altro 
di  diecine,  qualche  volta  di  centinaia  di  milioni.  Ora  questi 
aumenti  sono  reali  :  in  quanto  ninna  delle  condizioni  limita- 
tive indicate  innanzi  ha  importanza,  o  ne  ha  assai  trascurabi- 
le *.  Che  cosa  determina  dunque  questi  accrescimenti  che  sono 
cause  di  inquietudini  vive,  che  rompono  spesso  l'equilibrio  dei 
bilanci  meglio  ordinati  ?  Gli  aumenti  avvenuti  durante  il  se- 
colo XIX,  e  sopra  tutto  nella  seconda  metà,  sono  reali  e  de- 
rivano principalmente  : 

a)  dall'aumento  continuo  e  incessante  delle  spese  militari.  Le 
cifre  raccolte  e  pubblicate  con  tanta  cura  da  de  Bloch,  nella 
sua  famosa  opera,  che  provocò  l'iniziativa  dello  Czar  in  fa- 
vore della  pace,  sono  veramente  preoccupanti.  In  cinquanta 
anni  le  spese  militari  sono  cresciute  dovunque  con  una  rapi- 
dità quasi  fantastica  :  e  l'accrescimento  é  stato  egualmente  ra- 
pido nei  paesi  repubblicani  come  nei  paesi  monarchici.  Nei 
paesi  più  liberi,  anzi,  in  Inghilterra,  in  Svizzera,  in  Svezia,  ecc. 
la  progressione  ha  assunto  forme  che  non  si  trovano  né  meno 
nei  paesi  a  regime  assoluto.  In  passato  si  faceano  molte  più 
guerre  :  ma  si  spendeva  molto  meno,  a  cominciare  dalle  armi 
fino  all'equipaggiamento  dei  soldati.  Un  pezzo  di  ferro  sopra 
un'asta  di  legno    era  una    lancia:    le   armi   e  gli  strumenti   di 

*  Anche  nei  paesi  dove  la  ricchezza  è  maggiormente  cresciuta,  le  spese 
pubbliche  sono  negli  ultimi  anni  aumentate  anche  di  più.  Secondo  B  u  1- 
1  ock  :  loc.  cit.  negli  Stati  Uniti  vi  è  stato  il  seguente  accrescimento  in 
dieci  anni  : 

1890 
Ricchezza  65.037.900.000 

Spese  297.736.000 

Ricchezza  per  abitante  1.036 

Spese  per  abitante  4.75 


1908 

Aument 

94,000.000.000 

44  «/o 

487.713.000 

63-0  % 

1.232 

109.  »/o 

6.39 

34.5  7o 

1 


CAP.  V.]  l'aumento  delle  spese  75 

guerra  erano  generalmente  semplici.  Le  armi  moderne  sono 
quasi  sempre  costosissime  :  un  grande  cannone  di  acciajo  costa 
spesso  più  che  l'armamento  di  un  grosso  stuolo  di  soldati  an- 
tichi. La  più  grande  flotta  militare  di  Atene  costò  forse  meno 
di  una  sola  nave  da  battaglia  moderna.  E  poi,  fino  alle  grandi 
guerre  napoleoniche,  gli  eserciti  permanenti  quasi  non  esiste- 
vano. Le  armi  erano  il  mestiere  di  una  minoranza:  1'  educa- 
zione militare  d'altronde  si  facea  più  facilmente.  Dunque  le 
spese  erano  poche  in  rapporto  alla  loro  continuità;  si  guerreg- 
giava di  più  ma  si  spendeva  di  meno;  mentre  ora  è  la  pace 
stessa  che  costa  ai  grandi  stati  ogni  anno  quanto  non  costò  la 
più  grande  guerra  dell'antichità.  La  guerra  europea  del  1914- 
1918  rassomiglia  piuttosto  a  un  cataclisma  sociale.  Ha  scon- 
volta tutta  l'Europa,  deprimendone  per  lungo  tempo  tutte  le 
condizioni  della  esistenza. 

b)  dai  grandi  lavori  pubblici.  È  proprio  da  mezzo  secolo 
che  l'impiego  del  vapore  e  dell'elettricità,  nome  forze  motrici; 
l'introduzione  su  vasta  scala  del  telegrafo  elettrico,  hanr ode- 
terminato  spese  pubbliche  ingenti.  Il  mondo  non  avea  esem- 
pio di  una  trasformazione  che  anche  lontanamente  si  potesse 
rassomigliare  a  quella  eh'  è  avvenuta.  Cosi,  non  ostante  l'enor- 
me sviluppo  della  ricchezza  in  alcuni  paesi,  il  prezzo  del  capi- 
tale si  mantiene  ancor  alto  per  gli  investimenti  continui  in 
lavori  pubblici,  oltre  che  per  gli  investimenti  industriali,  i  quali 
tendono  a  prendere  forme  sempre  più  svariate.  In  molti  paesi 
lo  Stato  ha  costruito  per  suo  conto  oltre  le  strade  pubbliche, 
che  in  generale  al  principio  del  secolo  XIX  erano  quasi  do- 
vunque scarsissime,  anche  diecine  di  migliaia  di  chilometri  di 
ferrovia  e  dovunque  diecine  o  centinaia  di  migliaia  di  chilo- 
metri di  telegrafi  elettrici; 

e)  dall'aumento  dei  debiti  pubblici.  È  vero  che  i  debiti  si 
fanno  perchè  si  devono  fare  le  spese;  ma  è  anche  vero  il  con- 
trario, cioè  che  molte  spese  non  si  potrebbero  fare  se  non  vi 
fossero  i  debiti  pubblici.  E  di  quanto  son  cresciuti  i  debiti 
degli  stati  !  Il  23  settembre  1800  il  capitale  nominale  del  de- 
bito francese  era  di  713,6  milioni  (secondo  de  Foville);  nel 
1891  era  già  di  30,170  milioni  (secondo  Pelletan);  nel  1914 
era  valutato  32,455  milioni.  In  Italia  gl'interessi  dei  debiti  in- 


76  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [CAP.    V. 

scritti  al  momento  dell'unificazione  erano  di  ili  milioni;  gl'in- 
teressi pagati  nel  1913-1914  sono  stati  540  milioni.  Queste  sono 
le  cifre  anteriori  alla  guerra:  ma,  dopo  la  guerra,  le  cifre  del 
debito  si  sono  triplicate  o  quadruplicate  in  quasi  tutti  i  paesi 
belligeranti  di  Europa. 

Non  vi  è  quasi  alcun  paese  dove  non  si  sia  ricorso  in  misura 
larga,  spesso  troppo  larga,  ai  debiti  pubblici.  Parca  che  tra  i 
grandi  stati  di  Europa  solo  l'Inghilterra  rappresentasse  una 
fortunata  eccezione;  poiché  godeva  di  condizioni  naturali  stra- 
ordinariamente favorevoli  e  poteva  senza  sforzo  destinare  una 
parte  delle  sue  entrate  a  estinguere  i  vecchi  debiti  piuttosto  che 
ad  accenderne  nuovi.  Ma  ora  anche  essa,  a  causa  della  guerra, 
ha  un  debito  enorme,  il  più  grande  anzi  d'Europa; 

d)  dallo  sviluppo  dì  tutte  le  forme  di  prevenzione  sociale  per 
cui  l'azione  economica  dello  stato  è  cresciuta.  L'azione  dello 
Stato  era  diretta  nel  passato  a  reprimere  le  forme  più  gravi  dei 
mali  della  società  piuttosto  che  a  prevenire  :  non  solo  ora  le 
condizioni  della  società  sono  mutate,  ma  lo  sviluppo  stesso 
della  conoscenza  induce  a  seguire  una  via  opposta.  Quando 
l'azione  si  limitava  a  curare  il  male  o  ad  attenuarlo,  si  poteva 
bene  ricorrere  alla  iniziativa  privata;  gli  ospedali,  le  opere  di 
pietà,  i  ricoveri  fatti  per  curare  o  attenuare  mali  che  colpiscono 
gli  occhi  e  l'anima  poteano  sorgere  per  iniziativa  di  privati. 
Ma  l'azione  dei  privati  non  è  richiamata  d'ordinario  da  alcuna 
forma  di  prevenzione.  Così  le  misure  igieniche  o  sanitarie  di- 
rette a  prevenire  i  mali,  non  possono  essere  prese  che  dallo 
Stato  e  dagli  enti  collettivi  minori.  La  prevenzione  come  un 
fatto  generale  e  volontario  richiede  troppo  sviluppo  della 
cultura  e  della  morale,  perchè  possa  mai  avverarsi  del  tutto  ; 
e)  dalla  partecipazione  sempre  crescente  delle  classi  popolari 
alla  vita  pubblica,  per  cui  il  governo  e  gli  enti  locali  hanno 
dovuto  assumere  servizi  che  non  erano  prima  creduti  di  utilità 
generale  o  che,  in  ogni  modo,  venivano  negletti.  È  vero  che 
l'aumento  delle  pubbliche  spese  è  avvenuto  anche,  e  qualche 
volta  più  nei  governi  assoluti  che  nei  liberi;  ma  è  innegabile 
che  questi  ultimi  abbian  dato  assai  spesso  l'aire.  Un  governo 
nazionale,  dicea  nel  1832   de  Rémusat,   alla  Camera  francese. 


CAP.  V.1  l'auménto  delle  spese  77 

non  è  spesso  economico  *.  Si  è  visto  assai  di  frequente  il  po- 
tere assoluto  costar  poco  ai  popoli,  e  per  mantenersi  ridurre 
le  imposte  e  trascurare  l'interesse  pubblico.  Poiché  ora  il  con- 
trollo è  assai  più  largo  che  in  passato  non  fosse  e  le  spese  dei 
sovrani  sono  distinte  da  quelle  pubbliche,  e  nei  bilanci  figurano 
dovunque  nettamente  divise,  l'imposta  non  è  considerata  come 
una  perdita:  e  le  spese  sono  per  la  maggior  parte  veramente 
spese  pubbliche,  nel  senso  che  son  fatte  nell'interesse  del  pub- 
blico. I  governi  costituzionali,  che  sono  succeduti  alle  vecchie 
forme  autoritarie,  non  permettono  più  di  considerare  l'ammi- 
nistrazione come  un  nemico,  l'imposta  come  un  flagello,  il  da- 
naro che  si  dà  allo  Stato  come  danaro  perduto.  Oramai  è  as- 
sai difficile  che  si  possa  fare  una  distinzione  netta  tra  governo 
e  paese:  e  se  qualche  volta  si  esalta  l'uno  contro  l'altro,  ètra- 
scurando  del  tutto  gli  elementi  di  giudizio,  che  questa  diffe- 
renza si  stabilisce.  In  ogni  modo  non  si  può  negare  che  le 
classi  popolari,  partecipando  in  più  larga  misura  al  governo, 
impongano  spese  di  cui  non  era  prima  esempio  o  eh'  erano  li- 
mitatissime :  spese  per  la  istruzione  obbligatoria  e  la  cultura 
popolare,  spese  di  igiene  e  di  previdenza  sociale,  assicurazioni 
obbligatorie  ecc.  che  prima  non  esistevano  né  meno.  La  esten- 
sione del  principio  sociale  nella  politica  degli  stati  moderni  non 
è  ultima  causa  dell'accrescimento  grandissimo  delle  spese.  E 
perciò  che  si  verifica  un  fatto  che  altrimenti  sarebbe  stato  im- 
possibile; l'individualismo  tende  spesso  al  cesarismo,  credendo 
nella  pratica  che  solo  in  tal  guisa  possano  i  principi  di  libertà 
avere  largo  svolgimento  e  i  poteri  dello  Stato  ridursi. 

Sono   dunque  tutte  queste  cause,  principalmente  sono  queste 


*  L.  S  ay  :  0^.  cit,  voi.  II.  pag.  83.  «  On  a  vu  souvent,  dicea  de  Ré- 
musat,  le  pouvoir  absolu  coùter  peu  en  argent  aux  peuples.  S'il  n'  a  pas 
la  manie  des  conquétes,  il  est  difficile  que  ses  fantaisies  minent  une  na- 
tion.  Pour  se  maintenir,  il  réduit  les  impóts  et  neglige  les  intéréts  pu- 
bliques...  »  Ciò  spesso  era  vero  :  ma  è  vero  del  pari  che  le  democrazie 
sono  spesso  assai  dissipatrici.  L'avversione  dei  governi  assoluti  all'  au- 
mento di  imposte  fu  bene  intesa  da  S  e  i  a  1  o  j  a  :  /  bilanci  del  Regno  di 
Napoli  e  degli  Stati  Sardi,  Torino,   1858,  pag.  51-52. 


78  SCIENZA    DELLE  FINANZE  [CAP.    Vi. 

condizioni  nuove,  che  hanno  determinato  da  un  secolo  a  que- 
sta parte  un  accrescimento  reale  delle  spese  pubbliche  *. 

VI. 

La  comparazione  in  materia  finanziaria 

37.  I  principi  di  logica  statistica  relativi  alla  compara- 
zione vanno  applicati  con  molto  rigore  in  materia  finanziaria. 
Il  dimenticarli  troppo  spesso  non  è  causa  ultima  dei  frequen- 
tissimi errori  in  cui  si  cade  dagli  scrittori  politici  e  sopra  tutto 
nelle  camere  legislative.  GÌ'  impressionanti  confronti  che  ven- 
gono fatti  in  ogni  occasione  sono  spesso  fantastici  e  le  cifre  di 
cui  si  abusa  non  esprimono  né  meno  un'approssimazione.  Quante 
volte  si  è  detto  che  in  Inghilterra  lo  Stato  non  invadeva  il 
campo  dell'attività  dei  privati  e  si  è  affermato  così  basandosi 
sulle  spese  dello  Stato;  bastava  vedere  le  spese  degli  enti  locali 
per  intendere  come  la  funzione  collettiva  era  esercitata  più  lar- 
gamente da  essi:  ma  in  fondo  il  fenomeno  non  si  presentava 
assai  diversamente  nel  suo  contenuto  da  altri  paesi. 

La  comparabilità  dei  dati,  il  quarto  dei  canoni  di  logica  stati- 
stica di  Quetelet,  è  troppo  spesso  violato  in  materia  finanziaria; 
sopra  tutto  dagli  uomini  politici.  Occorre  quindi  mettere  in 
guardia  contro  l'abuso  della  comparazione,  i  dati  che  si  con- 
frontano, essendo  spesso  ottenuti  con  metodo  non  uniforme, 
per  diversità  di  ordinamento  legislativo,  per  diversità  di  con- 
dizioni e  situazione.  Non  si  possono  in  regola  generale  com- 
parare che  termini  omogenei  e  uniformi.  O  che  si  tratti  di  com- 
parare dati  relativi  a  luoghi  diversi  nella  stessa  unità  di  tempo 
o  per  una   successione   di  tempi  identici,  occorre  che  vi  sia  tra 

*  Suir aumento  dei  bilanci  moderni  cfr.  oltre  gli  scrittori  citati,  L  e  r  o  y 
B  e  a  u  1  i  e  u  :  Traité  voi.  II.  cap.  VI;  Geffcken:  Le  spese  di  Staio 
pubbliche  nella  B.  d.  E.  serie  III,  voi.  IV;  S  i  1 1  a  :  L'  aumento  progres- 
sivo delle  spese  pubbliche,  Ferrara,  1893  ;  Correspondange  reUuing  io  the 
budgets  of  various  contries,  London  (a  cura  del  Cobden  Club)  1877;  Ora- 
ziani: V  aumento  progressivo  delle  spese  pubbliche,  Modena,  1877; 
A.  Wagner:  Firumz.,  C  o  n  i  g  1  i  a  n  i  :  V aumento  apparente  delle  spese 
pubbliche  ecc.   Milano,  1890,  ecc. 


CAP.   Vi.]  LÀ    COMPARAZIÓNE    FINANZIARIA  79 

i  dati  che  si  confrontano  omogeneità  intrinseca  [qualità,  misura) 
ed  estrinseca  [luogo,  tempo).  Occorre  inoltre,  perchè  i  dati  ab- 
biano il  loro  giusto  valore,  che  sia  tenuto  conto  di  tutte  le 
cause  di  variazione.  Tutta  una  serie  di  errori  sarebbe  evitata 
seguendo  i  giusti  dettami  della  logica  e  della  statistica.  La 
comparazione  o  che  sia  fatta  da  oggetto  a  oggetto,  o  da  tempo 
a  tempo,  o  da  luogo  a  luogo,  deve  esser  sempre  eseguita  con 
grandi  cautele:  e  tener  conto  delle  variazioni  determinate  dalle 
leggi  o  dalle  condizioni  particolari  di  ciascun  paese. 

38.  Occorre  prima  di  tutto  che  i  dati  siano  ottenuti  con  lo 
stesso  mezzo.  Così  non  si  può  comparare  il  bilancio  italiano  al 
bilancio  inglese,  senza  tener  conto  che  il  primo  è  di  compe- 
tenza, il  secondo  di  cassa.  Del  pari,  in  una  statistica  interna- 
zionale si  peccherebbe  di  metodo  se  per  un  paese  si  prendes- 
sero in  esame  i  bilanci  di  previsione  e  per  un  altro  i  bilanci 
consuntivi;  o  se  si  comparasse  un  bilancio  antico,  in  cui  man- 
cano generalmente  le  spese  di  riscossione  e  di  amministrazione 
delle  imposte,  a  un   bilancio   moderno  in  cui  invece  figurano. 

Occorre  inoltre  che  i  dati  esprimano  lo  stesso  fenomeno.  Chi 
voglia,  per  esempio;  calcolare  quanta  parte  di  ricchezza  i  cit- 
tadini di  un  paese  diano  per  l'appagamento  di  bisogni  di  ordine 
collettivo,  non  può  confrontare  i  bilanci  di  uno  Stato  a  quelli 
di  un  altro.  È  appunto  partendo  da  questo  errore  che  si  è 
detto  sempre  con  esagerazione  evidentissima  che  in  Inghilterra 
lo  Stato  lasci  più  libere  le  iniziative  individuali  che  altrove  : 
basta  osservare  le  spese  degli  enti  locali  per  vedere  come  (caso 
del  tutto  unico)  questi  ultimi  spendano  presso  a  poco  quanto 
lo  Stato.  Poiché  al  contribuente  importa  spesso  assai  poco  pa- 
gare allo  Stato  o  agli  enti  locali,  bisogna  tener  conto  di  tutti 
i  sacrifizi  che  sopporta  per  gli  uni  e  per  l'altro  quando  vera- 
mente si  voglia  vedere  l'onere  che  sopporta. 

Che  si  devono  confrontare  dati  quanto  più  è  possibile  uniformi 
e  omogenei  è  evidente:  bisogna  anche  confrontare  i  dati  in  tal 
guisa  che  le  cause  di  variazione  siano  precisamente  indicate. 
Cosi,  per  esempio,  la  comparazione  del  bilancio  di  uno  Stato 
federale  a  quello  di  uno  Stato  unitario  è  assurda  *;  del  pari  è 

*  Per  esempio  le  spese  federali  negli  Stati  Uniti,  secondo  il  censimento 
del  1890  erano:  Governo  federale  milioni  di  dollari  352.2,  stati,  territori  e 


8o  Sciènza  gellé  ftNAisizÈ  [cap.  vt. 

assurda,  se  non  fatta  con  le  debite  cautele,  la  comparazione 
del  bilancio  di  uno  Stato  in  cui  siano  molte  spese  di  gestione 
e  di  amministrazione  per  grandi  servizi  pubblici  o  per  indù  - 
strie,  a  quella  di  uno  Stato  che  non  abbia  se  non  pochi  servizi 
di  carattere  industriale.  Cosi,  per  esempio,  nel  bilancio  prus- 
siano di  previsione  figurava,  come  spese  di  esercizio  di  ammini- 
strazione e  di  percezione  di  tutti  i  rami  di  entrata,  qualche 
miliardo:  basta  osservare  che  la  Prussia  esercitava  per  suo  conto 
il  più  grande  demanio  fondiario  e  industriale  di  Europa,  che 
esercitava  direttamente  una  grandissima  rete  ferroviaria  e  mi- 
niere, saline,  foreste  ecc.  per  intendere  come  in  niun  modo  il 
bilancio  prussiano  poteva  compararsi  al  bilancio  inglese,  o 
italiano,  o  francese,  se  prima  non  si  teneva  conto  della  di- 
versità di  situazione  e  delle  cause  di  variazione  particolari 
in  ciascun  bilancio.  Del  pari,  confrontando  le  spese  della 
Francia  a  quelle  di  altri  paesi,  bisogna  per  esempio  tener 
conto  che  prima  il  bilancio  della  repubblica  era  unito  a  quello 
dell'Algeria  ora  è  diviso.  Quando  si  osserva  lo  svolgersi  di 
una  imposta,  occorre  non  dare  alcun  giudizio  prima  di  cono- 
scere le  cause  di  variazione.  Per  esempio:  il  maggiore  rerdi- 
mento  di  una  imposta  può  dipendere  da  maggiore  sviluppo 
di  ricchezza.  Ma  può  dipendere  anche  da  altre  cause,  per  cui 
la  ricchezza  dei  cittadini,  non  crescendo  o  anche  diminuendo, 
l'imposta  rende  di  più:  così  per  esempio  le  leggi  che  aumen- 
tano il  tasso  della  imposta. 

39.  Occorre  infine  che  i  dati  siano  adegimti  all'importanza 
del  fatto  che  si  vuol  dimostrare.  Per  vedere  qual  peso  soppor- 
tino i  contribuenti  di  un  paese  in  confronto  di  quelli  di  un 
altro  è,  per  esempio,  procedimento  troppo  semplice  e  som- 
mario dividere  la  cifra  delle  entrate  dello  Stato  per  il  nu- 
mero degli  abitanti.  Prima  di  tutto  bisogna  vedere  la  natura 
delle  entrate  :  altra  cosa  sono  le  entrate  demaniali,  altra 
quelle  per  servizi  pubblici,  altra  le  tasse,  altra  le     imposte. 


distretto  di  Columbia  77.1,  contee  114. 5,  municipalità  232.9,  scuole  pub- 
bliche 139:  in  totale  915  milioni  di  dollari.  Le  spese  federali  sono  dun- 
que poco  più  che  la  terza  parte.  Cfr.  Abstract  oj  the  elevetith  census  of. 
U.  S.,  pag.  190. 


€AP.    VI.]  LA  COMPARAZIONE    FINANZIARIA  8[ 

Ma  anche  quando  si  siano  separate  le  une  entrate  dalle  al- 
tre, la  comparazione  è  difficile.  Importa  poco  infatti,  per 
misurare  il  peso  delle  imposte,  sapere  quanto  dia  ciascun 
contribuente  in  paesi  diversi  o  in  tempi  differenti  nello 
stesso  paese;  ciò  che  importa  sapere  è  quanto  dia  in  pro- 
porzione delle  sue  sostanze.  Quale  è  la  parte  di  reddito  che 
ciascun  contribuente  deve  dare  allo  Stato  e  agli  enti  locali? 
Rispondere  a  una  di  queste  domande  implica  una  serie  di 
procedimenti  statistici  estremamente  complessi  :  e  sono  ap- 
punto le  persone  troppo  semplici  e  ignare  che  rispondono 
o  credono  rispondere  con  maggiore  facilità.  Vedere,  per  e- 
sempio,  quanto  un  paese  spenda  per  scopi  di  istruzione,  non 
si  può  confrontando  semplicemente  i  bilanci  di  uno  Stato 
a  quelli  di  un  altro:  in  Francia  le  spese  per  la  istruzione 
elementare,  le  più  grandi  di  tutte  quelle  per  la  istruzione, 
sono  a  carico  dei  comuni.  Infine,  chi  voglia  dimostrare 
quanto  per  scopi  militari  spenda  un  paese  in  confronto  di 
altri,  non  può  prendere  un  sol  bilancio  militare  e  parago- 
narlo ad  altri,  ma  deve  prenderli  tutti.  Così,  per  esempio, 
è  procedimento  assurdo  (e  quante  volte  usato  !)  paragonare 
le  spese  per  il  ministero  della  guerra  in  Francia,  in  Inghil- 
terra, in  Italia,  in  Svizzera.  In  Francia  si  spende  molto  per 
la  guerra,  ma  vi  sono  anche  molte  spese  per  la  marina  mi- 
litare e  cosi,  in  proporzioni  minori,  in  Italia;  viceversa  l'In- 
ghilterra, paese  insulare,  fino  a  pochi  anni  or  sono  ha  speso 
poco  per  l'esercito;  ma  ha  concentrato  i  suoi  sforzi  nella  marina 
militare.  In  Svizzera  le  spese  per  l'esercito  sono  tutto,  la  Sviz- 
zera che  non  ha  mare,  non  potendo  avere  una  flotta.  Dunque 
per  sapere  le  spese  militari,  bisogna  confrontare  cosi  quelle  per 
la  guerra,  come  quelle  per  la  marina  e  riunire  i  due  bi- 
lanci. Ma  non  basta.  Bisogna  vedere  che  cosa  contengano  i 
bilanci  prima  di  confrontarli.  Ora  il  bilancio  del  Ministero 
della  guerra  in  Italia  è  lungi  dall'esprimere  soltanto  spese 
di  carattere  militare.  Oltre  la  massa  enorme  delle  pensioni 
militari,  che  in  altri  paesi  non  figurano  nel  bilancio  della 
guerra,  figura  la  spesa  rilevantissima  per  i  carabinieri  reali, 
che  rappresentano  in  realtà  spese  di  pubblica  .sicurezza,  che 
in  qualche  Stato  sono  a  carico  del  Ministero  dell'  Interno 
Nitti.  6 


82  §CtÈN2A  t)ELLE  FINANZE  [CAt>.  VII. 

o  non  figurano    affatto    nel    bilancio    dello  Stato,  essendo  a 
carico  degli  enti  locali. 

Cosi  dunque  la  comparazione  deve  esser  fatta  sempre  con 
grande  circospezione  e  circondata  di  tutte  le  cautele,  senza 
di  cui  perde  ogni  importanza  scientifica  e  serve  solo  a  im- 
pressionare le  camere  legislative  o  a  sbalordire  il  pubblico, 
non  meno  avido  d'  impressioni,  che  legge  le  note  di  varietà 
dei  giornali  politici  *. 

VII. 

La  misura  delle  variazioni  di  valore  della  moneta 
E  il  calcolo  della  ricchezza  delle  nazioni. 

40.  La  conoscenza  dei  procedimenti  più  in  uso  nella 
statistica  è  singolarmente  giovevole  alla  disciplina  finanzia- 
ria; anzi  poche  discipline  ne  usano  più  di  essa  largamente. 
Nondimeno  noii  è  di  tali  procedimenti  in  generale,  che  sono 
meglio  studiati  dalla  logica  e  dalla  metodologia  statistica, 
la  quale  è  anch'essa  una  parte  della  logica,  che  noi  ci  oc- 
cuperemo. 

Qui  interessa  soltanto  accennare  a  due  procedimenti  sta- 
tistici quasi  peculiari  degli  studi  di  finanza,  a  cui  appunto 
i  finanzieri  più  largamente  ricorrono  per  le  esigenze  della 
comparazione;  e  riguardano  due  misure:  la  misura  del  valore 
della  moneta,  la  misura  della  ricchezza  privata  di  ciascun 
paese.  Importa  poter  conoscere  le  variazioni  di  valore  della 
moneta  per  poter  indagare  quali  effetti  abbiano  sugli  impe- 
gni che  lo  Stato  ha  a  lunga  scadenza;  su  tutti  i  pagamenti 
e  gli  acquisti  che  esso,  per  mezzo  dei  suoi  organi,  è  costretto 
a  fare.  Importa  poter  conoscere  la  ricchezza  privata  degli 
abitanti  di  ciascun  paese  per  proporzionare  ad  essa  le  im- 
poste, per  indicare  almeno  approssimativamente  quale  onere 

*  Sulle  norme  della  comparazione  si  confrontino  in  generale  i  manua  li 
di  statistica  sopra  tutto  quelli  di  Colajanni,  A.  L.  Bowley,Ber. 
tiUon,  G.  vonMayr  etc.  e  Morpurgo:La  Fifianza,  Firenze, 
1877,  pag.  XV  e  seg.;  Riecke:  Dig  internationale  Finanz.  Statistik. 
Stuttgart.  1876. 


CkP.    Vlt.]  IL    VALORE    DELLA    MONÉTA  83 

i  cittadini  sopportino,   e  in  generale  per  dirigere  con  sicure 
vedute  tutta  la  politica  finanziaria. 

/.  La  misura  delle  variazioni  di  valore  della  moneta. 
41.  Tra  le  diverse  unità  di  cui  l'uomo  si  è  servito  e  si 
serve  per  misurare  i  fenomeni  dell'ambiente,  nessuna  è  stata 
sempre  ed  è  tuttavia  più  mal  sicura  e  più  incerta  della  unità 
o  delle  unità  monetarie,  cioè  delle  comuni  misure  del  valore, 
adottate  nel  passato  e  nel  presente. 

Quando  noi  sappiamo  quale  sia  il  rapporto  fra  la  yarda  e 
il  metro,  importa  assai  poco  che  la  distanza  fra  una  città  e 
l'altra  sia  espressa  in  base  all'una  o  all'altra  unità  di  misura. 
Noi  possiamo  sempre,  senza  nessuna  difficoltà,  ridurre  a 
yarde  il  numero  di  metri  e  viceversa.  Anche  quando  si  tratta 
di  luoghi  e  di  cose  assai  lontani  il  calcolo  non  incontra  quasi 
difficoltà  alcuna.  Basta  sapere  il  rapporto  fra  il  miglio  ro- 
mano e  il  chilometro,  e  aver  notizia  di  quante  miglia  ro- 
mane era  il  circuito  della  città  di  Roma,  per  poter  ridurre 
a  chilometri,  e  senza  difficoltà  alcuna,  la  lunghezza  del  cir- 
cuito stesso. 

Quando  invece  noi  sappiamo  quanti  denarii  di  argento  o 
quanti  sestertii  di  rame  riceveva  un  operaio  alla  fine  del  re- 
gno di  Nerone,  e  sappiamo  che  il  denarius  sestertius  conteneva 
27,29  grammi  di  rame,  non  abbiamo  ancora  saputo  nulla.  A 
che  cosa  può  servirci  il  conoscere  con  precisione  quanto  valga 
ora  un  gramma  di  argento  o  un  gramma  di  rame  ?  E  può 
questa  sola  nozione,  il  sapere  cioè  quale  potere  di  acquisi- 
zione abbiano  ora  un  gramma  di  argento  e  di  rame  illumi- 
narci menomamente  sulle  condizioni  del  lavoro  in  quel  tempo 
lontano  ? 

Certo  non  vi  è,  né  può  esservi,  nessuna  unità  di  misura 
assolutamente  invariabile.  Lo  stesso  metro  di  platino  e  d'iri- 
dio, fuso  con  tanta  fatica  e  con  tanta  spesa  e  conservato  nel 
Conservatorio  di  arti  e  mestieri  di  Parigi,  per  servire  come 
misura  tipo  ai  paesi  che  hanno  adottato  il  sistema  metrico, 
cambia  ogni  giorno  di  lunghezza,  secondo  i  gradi  di  tempe- 
ratura. Che  importa  !  Noi  sappiamo  quale  sia  il  coefficiente 
di  rMlatazione,  e  possiamo  senza  difficoltà  calcolare  le  singole 


84  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [CAP.    VII. 

variazioni.  Il  litro  di  acqua  distillata,  che  ci  serve  di  unità 
di  misura  per  il  peso,  ha  in  realtà  un  peso  assai  mutevole, 
secondo  ogni  grado  di  latitudine  od  ogni  metro  di  altezza. 
Ma  noi  conosciamo  le  leggi  di  queste  variazioni  e  possiamo 
misurarle.  Ma  le  variazioni  di  valore  di  un  gramma  d'ar- 
gento o  di  un  gramma  di  oro  sono  di  gran  lunga  più  difficili 
a  misurare,  tanto  più  quando  si  tratta  di  epoche  lontane. 

Il  prezzo  non  essendo  altra  cosa  che  l'espressione  numerica 
di  un  rapporto  esistente  a  un  dato  momento  tra  il  valore 
'  della  moneta  e  quello  degli  altri  oggetti,  ne  viene  che  non 
si  può  affermare  niente  di  sicuro  in  quanto  al  mercato  reale 
di  questi  due  variabili.  Il  valore  assoluto  dei  metalli  è,  e 
sarà  fSrse  sempre,  una  incognita,  che  noi  non  conosceremo 
mai  bene,  e  per  cui  dovremo  contentarci  di  relative  appros- 
simazioni. Anche  le  induzioni  che  sembrano  più  sicure  sono 
spesso  nella  loro  essenza  fallaci.  Vi  sono  tanti  fattori  di  cui 
bisognar  tener  conto,  che  i  calcoli  migliori  e  più  attendibili 
restano  e  devono  restare  niente  altro  che  ipotesi  solo  in  parte 
comprovate. 

Anche  le  ipotesi  più  semplici  sono  quindi  assai  poco  sicure. 
Senza  dubbio  a  un  rialzo  generale  dei  prezzi  corrisponde  o 
una  diminuzione  della  quantità  del  medio  circolante,  o  una 
diminuzione  sensibile  nella  produzione  generale.  Ma  se  l'eco- 
nomista può,  per  comodità  di  ricerca,  adattare  l'ipotesi  al 
ragionamento,  la  realtà  gli  sfugge.  È  solo  in  certi  periodi 
della  storia  che  noi  vediamo  prodursi  oscillazioni  brusche  : 
d'ordinario  i  movimenti  sono  quasi  impercettibili.  Come  il 
consumo  dei  metalli  preziosi  è  solo  parziale  ed  è  lentissimo, 
ne  viene  che  la  quantità  di  metallo,  che  il  mondo  possiede, 
aumenta  insensibilmente  ogni  giorno.  Qualche  volta  avviene 
che  le  nuove  correnti  mostrano  di  voler  bruscamente  alterare 
il  livello  della  superficie  totale;  ma  l'equilibrio  si  ristabilisce 
subito.  Nella  società  in  cui  viviamo  è  assai  difficile  che  vi 
possa  essere  aumento  o  diminuzione  generale  di  tutti  i  prezzi: 
vi  .sono  prezzi  che  salgono  e  prezzi  che  scendono,  vi  sono 
prezzi  che  oscillano  bruscamente  e  prezzi  che  sembrano  man- 
tenersi  durevolmente.    L'  economista  non    può    concepire  il 


GAP.    VII.]  IL   VALORE   DELLA    MONETA  85 

mercato  economico  come  il  sistema  planetare,  ove  ogni  astro 
percorre  sempre  lo  stesso  spazio  nello  stesso  tempo. 

Come  i  bisogni  umani  sono  infiniti  e  mutevoli,  ne  avviene 
che,  fatta  eccezione  per  alcuni  generi  di  prima  necessità,  il 
consumo  di  tutti  gli  altri  è  soggetto  a  mutamenti  continui  : 
or  la  domanda  e  l'offerta  di  ciascuno  agiscono  necessariamente 
sulla  formazione  del  prezzo,  anche  in  non  diretta  dipendenza 
dalla  quantità  di  numerario  di  cui  la  società  dispone.  Inoltre, 
anche  senza  che  lo  stock  monetario  di  una  nazione  venga  ad 
accrescersi,  vi  può  essere  diminuzione  generale  dei  prezzi, 
quando  la  produzione  pel  più  gran  numero  delle  merci-venga 
ad  aumentare  e  con  essa  il  consumo  si  sviluppi  rapidamente. 
È  cosa  che  vedremo  chiaramente  in  seguito,  studiando  l'in- 
fluenza dei  nuovi  processi  industriali  e  dello  sviluppo  dei 
mezzi  di  trasporto  sulla  formazione  dei  prezzi.  Ogni  varia- 
zione del  valore  della  moneta  può  coincidere  con  situazioni 
assai  differenti  :  i  la  quantità  del  numerario  e  la  quantità 
delle  merci  scambiate  sono  rimaste  invariate;  2  è  diminuita 
la  cifra  degli  scambi  ed  è  diminuita,  nella  identica  propor- 
zione, la  quantità  del  medio  circolante  ;  3  è  aumentata  la 
quantità  del  numerario  ed  è  aumentata  in  proporzione  iden- 
tica quella  dei  prodotti  scambiati. 

Nella  realtà  le  cose  non  avvengono  però  con  la  stessa  sem- 
plicità. Se  anche  quell'astrazione  economica  che  noi  chiamia- 
mo livello  dei  prezzi  trova  un  riscontro  pratico,  i  prezzi  non 
si  muovono  già,  come  eserciti  in  marcia,  in  lunghe  file  sim- 
metriche. Mutevoli  come  il  bisogno,  variabili  come  il  deside- 
rio, si  assoggettano  spesso  mal  volentieri  alla  disciplina  del 
calcolo  e  sfuggono  non  di  rado  alle  più  sapienti  previsioni. 
Inoltre,  nelle  società  nostre  la  quantità  dei  metalli  preziosi 
che  ogni  singola  nazione  possiede  non  esercita  sui  prezzi  l'in- 
fluenza che  esercitava  per  il  passato,  quando  ogni  transazione 
commerciale  si  chiudeva  d'ordinario  con  il  pagamento  in  ispe- 
cie  metalliche.  Non  solo  fra  mercati  esteri,  ma  sullo  stesso 
mercato  interno,  nei  paesi  più  progrediti,  le  transazioni  si 
fanno  ogni  giorno  più  senza  metter  mano  alla  borsa.  Oltre 
tutti  i  succedanei  della  moneta,  lo  sviluppo  immane  del  cre- 
dito sotto  le  forme  più  varie,  agisce   direttamente  o  indiret- 


86  Scienza  delle  finanze  [gap.  vii. 

tamente  sulla  formazione  dei  prezzi.  Anzi  è  appunto  quCvSto 
sviluppo  immane  delle  forme  raffigurative  della  moneta,  che 
modifica  spesso  bruscamente  il  mercato  dei  prezzi,  e  che  rende 
ora  più  che  mai  vivo  il  bisogno  di  trovare  un  modo  di  cono- 
scere e  misurare  con  esattezza  le  variazioni  di  valore  della 
moneta. 

Non  sono  soltanto  gli  storici  quelli  che  si  preoccupano  del 
problema  e  cercano  di  potere  in  tal  modo  valutare  le  condizioni 
di  esistenza  delle  società  che  ci  han  preceduto;  ma  sono  sopra 
tutto  gli  statisti  e  gli  uomini  di  governo,  i  quali  tentano  di 
fare  in  modo  che  intere  classi  sociali,  pagate  a  stipendio  fisso, 
non  si  veggano  ogni  giorno  soggette  a  bruschi  mutamenti.  An- 
che le  posizioni  fra  creditori  e  debitori  si  sente  il  bisogno  di 
regolare  in  base  agli  stessi  criteri  e  di  renderle  più  eque  e  meno 
mutevoli.  Il  problema  da  oltre  un  secolo  interessa  gli  econo- 
misti e  tenta  le  menti   dei  ricercatori. 

Le  variazioni  di  valore  di  ogni  unità  monetaria  possono  es- 
sere intrinseche  ed  estrinseche.  Sono  intrinseche  quando  le 
cause  che  fanno  variare  i  prezzi  dipendono  dalla  quantità  del 
numerario  circolante,  sono  estrinseche  quando  invece  si  ralle- 
gano  alle  forme  di  produzione,  al  sistema  di  trasporto  e  di 
scambi.  In  ogni  caso  riescono  assai  difficili  a  misurare. 

Già  nel  1822  Lowe  e  nel  1834  Scrope  tentavano,  mediante 
le  variazioni  dei  prezzi,  di  calcolare  le  variazioni  di  valore 
della  monéta  e  cercavano  di  pubblicare  a  periodi  determinati 
le  statistiche  di  queste  variazioni  che,  secondo  il  concetto  degli 
autori,  sarebbero  valse  a  correggere  gli  errori  risultanti  nella 
pratica  dall'impiego  del  numerario  come  misura  del  valore. 
Anche  il  sottile  Cournot  potè  concepire  in  base  alle  illusioni 
di  coloro  che  lo  precedettero,  la  speranza  di  trovare  una  mi- 
sura efficace  del  valore  nella  sua  moneta  di  conto.  Questa  mo- 
neta, invariabile  anche  col  mutare  del  costo  di  produzione 
dei  metalli  preziosi,  modificando  a  ogni  variazione  nel  loro 
costo  il  rapporto  della  unità  ponderabile  del  metallo,  o,  più 
semplicemente,  accrescendo  la  quantità  di  metallo  contenuta 
nella  moneta  quando  essa  venisse  a  rinvilirsi,  e  diminuendola 
viceversa  quando  accrescesse  di  valore,  pareva  dovesse  ri- 
solvere  il  problema.  Così,  alla  stessa  guisa  in  cui  noi   misu- 


CAP.    VII.]  IL    VALORE   DELLA    MONETA  87 

riamo  i  coefficienti  di  dilatazione  della  nostra  unità  di  lun- 
ghezza e  li  correggiamo,  avremmo  potuto  misurare  e  correg- 
gere le  variazioni  del  valore  della  moneta.  Cournot  stesso 
però  non  tentò  la  difficile  prova  di  precisare,  diremo  così, 
le  condizioni  di  esistenza  della  moneta  di  conto,  prova  in  cui 
avrebbe  dovuto,  dinanzi  alla  complessità  del  fenomeno,  ar- 
restarsi. Henger,  il  quale  ha  del  resto  acutamente  ricono- 
sciuto il  debole  fondamento  di  tali  calcoli,  che  si  urtano  con- 
tro difficoltà  pratiche  insormontabili,  ha  nutrito  però  la  spe- 
ranza di  una  moneta  il  cui  valore  sarebbe  invariabile,  e 
quindi  al  di  fuori  della  legge  comune.  Secondo  l'economista 
austriaco  si  può  arrivare  a  questo  risultato  emettendo  tale 
moneta  nelle  proporzioni  calcolate,  in  modo  da  neutralizzare 
le  cause  di  variazione  a  grado  e  a  misuia  che  si  producono  *. 
Mancando  ogni  elemento  di  calcolo,  o  per  lo  meno  dovendo 
calcolare  sopra  dati  che  sono  tutti  variabili,  si  comprende  però 
come  molti  economisti  siano  arrivati  a  ritenere  questo  proble- 
ma insolubile. 

II.  Metodi  adoperati  per  misurare  il  valore  della  moneta. 
42.  I  metodi  adoperati  a  questo  scopo  sono  molteplici. 
Il  più  antico  metodo  è  quello  che  Quesnay  adoperò,  che  Ada- 
mo Smith  consigliò   con    fiducia  :   il  metodo   cui  ricorsero  Ci- 


*  Cfr.  Messedaglia  :  La  moneta  e  il  sistema  monetario  in  generale, 
Roma,  1872,  pag.  8;  Robert  Barclay:  The  Silver  question  and  the 
Gold  question,  2.  ediz.  London,  1886,  pag.  46;  C.  B  a  1  f  o  u  r  P  h  i  p  s  o  n: 
The  redemption,  of  Labour,  or  free  Labour  upon  free  Land.  London,  i88g, 
voi.  I,  pag.  260-261;  A.  F  h  i  li  p  :  The  function  of  Labour  in  the  Produc- 
tion of  Wealth  Edinburg,  1890,  pag.  54;  Jamieson  Robert:  Poli- 
ticai Economy,  London,  1889,  pag.  148-153  e  262-291;  Joseph  Lowe: 
The  present  state  of  England,  2.  ediz.,  London,  1823:  PoulettScro- 
p  e  :  PrincipUs  of  Politicai  Economy.  London  1833  e  Politicai  Economy  for 
plain  people,  London  1873;  A.  Cournot:  Recherches  sur  les  principes 
mathématiques  de  la  thèorie  des  richesses,  cap.  II.  Cfr.  L.  W  a  1  r  a  s  ;  EU- 
ments  d'economie  politique  pure,  2.  ediz.  Losanna,  1899,  39.  lezione, 
L.  Menger  neìVHandwòrterbuch  des  Staatswissenschaften,  voi.  III.  pa- 
rola: Géld.  pag.  739  e  seg.,  e  V  articolo  La  nionnaie  mesure  de  la  valeur 
nella  R.  d.  E.  P.  di  febbraio  1892  :  N  i  t  t  i  :  La  misura  delle  variazioni 
di  valore  della  moneta  in  R.  S.  1895. 


88  SCIENZA  DELLE    FINANZE  [CAP.    VII. 

brario,  J.  B.  Say,  Garnier  e  tanti  altri  *.  Consiste  nel  pren- 
dere come  termine  di  paragone  il  grano:  vedere  con  una  stessa 
quantità  di  metalli  preziosi  quanto  grano  si  potea  acquistare 
in  periodi  differenti.  Il  grano  è  un  alimento  di  prima  neces- 
sità: è  il  vegetale  che  contiene  più  azoto  assimilabile  e  forma, 
per  cosi  dire,  una  transizione  fra  il  regno  animale  e  il  regno 
vegetale,  donde  il  nome  di  carne  vegetale  dato  al  glutine. 
Rispondendo  quindi  a  un  bisogno  permanente  della  specie 
umana,  il  frumento  ha  subito  nel  prezzo  variazioni  minori  di 
quelle  che  han  subito  in  generale  le  altri  merci,  mutevoli 
come  i  bisogni  meno  essenziali  della  vita.  In  mancanza  di 
altri  procedimenti  più  sicuri  è  quindi  logico  che  si  sia  ricorso 
al  grano  ^  per  misurare  le  oscillazioni  di  valore  dei  metalli  ' 
preziosi  durante  il  passato.  Mi  è  un  metodo  troppo  semplice. 
Prima  di  tutto  perchè  il  prezzo  del  grano  non  ha  avuto  in 
passato  il  carattere  di  relativa  stabilità  che  tende  ora  ad  avere, 
essendo  da  prima  quasi  affatto  locale,  e  poi  perchè  nell'ali- 
mentazione umana  il  grano  oggidì  ha  nella  nostra  civiltà  una 
importanza  sempre  minore.  Nel  bilancio  del  maggior  numero 
delle  famiglie  ora,  il  pane  non  assorbe  che  una  parte  minima 
della  spesa  totale.  Solo  in  difetto  di  meglio  si  può  ricorrere 
a  un  metodo  così  primitivo.  Del  pari  adottare  una  sola  merce 
quale  che  sia  la  sua  importanza,  ora  che  il  consumo  è  così 
vario,  è  assurdo.  Cosi,  abbandonati  questi  sistemi  troppo  sem 
plici,  i  procedimenti,  di  cui  gli  economisti  si  sono  avvalsi  fi- 
nora, possono  ridursi  a  tre  tipi  fondamentali  ;  i  il  sistema 
così  detto  degli  index  numhers,  tanto  nella  sua  forma  semplice 
e  primitiva  delle  medie  aritmetiche,  come  nella  forma  più 
moderna  e  migliore  delle  medie  graduate;  2  il  sistema  che 
prende  a  base  dei  suoi  calcoli  i  prezzi  delle  merci  importate 
ed  esportate;  3  il  sistema  dei  cosi  detti  bilanci  familiari,  che 
dalle  variazioni  sopravvenute  in  epoche  diverse,  in  un  regime 
di  vita  identico  nelle  spese  di  una  famiglia,  indaga  le  modifi- 
cazioni del  livello  generale  dei  prezzi. 

*  Cfr.  Xitti:  loc.  ciL;  De  F  o  v  i  1  1  e  in  E.  F.  iS  giugno  1894; 
T.  R  o  g  e  r  s  :  History  of  agiiculture  and  prifcs  in  England  tom.  i  pa- 
gina 245;  Far  agli  a:  Storia  dei  prezzi  in  Napoli,  Napoli,  1878,  pa- 
gina 211,  ecc. 


GAP.    VII.]  I    NUMERI    INDICI  8) 

Gli  index  numbers  sono  forse,  non  ostante  l'apparente  diffi- 
coltà, il  mezzo  più  semplice  (anzi,  si  può  dire  in  qualche  caso 
il  mezzo  troppo  semplice)  per  indagare  le  fluttuazioni  del  li- 
vello generale  dei  prezzi.  Gli  index  numbers  si  formano  nel  modo 
seguente;  si  prendono  per  una  serie  di  anni,  i  prezzi  di  un  certo 
numero  di  merci  riputate  le  più  importanti,  e  al  prezzo  di  cia- 
scuna merce  si  attribuisce  la  cifra  loo  per  l'anno  di  partenza 
[datum  line).  Le  variazioni  degli  anni  successivi  si  esprimono 
mediante  il  rapporto  di  tanto  per  cento.  Si  è  introdotta  più 
tardi  l'abitudine  di  riunire  in  una  sola  cifra  i  vari  numeri  in- 
dici di  ciascun  anno  e  di  sommarli.  Il  totale  cosi  ottenuto  {totai 
ifidex  numbers)  serve  a  far  conoscere  lo  stato  dei  prezzi  di  cia- 
scun anno.  Questo  procedimento,  più  o  meno  corretto,  è  stato 
usato  da  numerosissimi  economisti,  diffuso  dal  giornale  The 
Economist,  da  Sauerbeck  nella  Statisi.,  da  Sòtbeer.  Si  comprende 
come  più  grande  è  il  numero  delle  merci  su  cui  si  calcola,  e 
maggiore  è  la  probabilità  di  un'approssimazione  più  attendi- 
bile. Cosi,  per  esempio.  The  Economist  ha  calcolato  su  22  merci, 
Sauerbeck  su  45,  Sòtbeer  su  114  merci,  Denis  su  28  *. 

Senza  dubbio,  volendo  contentarci  di  approssimazioni  rela- 
tive, il  metodo  dei  numeri  indici  ha  molti  vantaggi  :  esso  ci 
mette  in  grado  di  seguire  un  movimento  di  prezzi  ineguale, 
molteplice  e  variabile.  Quando  le  oscillazioni  del  prezzo  di  ogni 
merce  sono  segnate  con  variazioni  al  di  sopra  o  al  di  sotto 
della  cifra  100,  presa  come  punto  di  partenza,  quando  tutte 
queste  cifre  sono  sommate  insieme,  si  riveste  di  un'apparenza 

*  La  bibliografia  in  N  i  t  t  i  :  loc.  cit.  V Economist  ha  come  punto  di 
partenza  (datum  line)  il  periodo  1847-18S0;  Sòtbeer  1847-1850;  Sauer- 
beck 1867-1877,  ecc.  Secondo  Sauerbeck,  prendendo  come  punto  di 
partenza  il   periodo  1867-77  ( —  100)  e  calcolando  su  45  merci  si  ha  : 


1873   • 

.  Ili  (massimo) 

1893  . 

.  68 

1878  . 

.   87 

1898   . 

.  64 

1883  . 

.   82 

1900  . 

•  75 

1888  . 

•   70 

1902  . 

.  69 

I  dati  del  Board  of  Trade  inglese  ragguagliando  a  100  il  periodo 
1901-1905  danno  per  il  1914  la  cifra  di  120  e  successivamente  147.9  per 
il  1915,  191-9  per  il  1916,250  perii  1917,  277  per  il  1918.  Ma  per  tutti 
i  paesi  il  maggiore  aumento  è  avvenuto  dopo  la  guerra. 


qo  SCIENZA   DELLE    FINANZE  [CAP.   VH . 

concreta  quell'astrazione  che  noi  chiamiamo  Hvell©  generale 
dei  prezzi.' 

Procedimento  anche  migliore  per  l'uso  dei  numeri  indici  è 
quello  di  Palgrave  *,  per  cui  alle  medie  aritmetiche  semplici 
si  sostituiscono  medie  ponderate.  Dare  la  stessa  importanza  al 
grano,  alla  carne,  alla  lana,  al  burro,  al  riso,  al  thè,  al  caffè, 
all'alcool  ecc.  è  ridicolo  :  è  una  specie  di  unione  forzata,  di 
suffragio  universale  applicato  alle  merci.  Cosi  il  procedimento 
è  stato  corretto  dando  a  ciascuna  merce  la  sua  importanza 
relativa  :  il  voto  multiplo  si  è  sostituito  al  suffragio  univer- 
sale. Nei  numeri  indici  dello  statistico  inglese  ciascun  prezzo 
riceve  un  coefficiente.  L' influenza  dei  vari  prezzi  è  dunque 
proporzionata  al  movimento  di  affari  più  o  meno  considerevole 
di  cui  ciascuna  merce  è  oggetto.  Dopo  aver  eliminato  tre 
menzioni  per  il  cotone,  Inglis  Palgrave  calcola  gli  altri  19  ar- 
ticoli dell' Economist  in  quantità  e  in  valore  venale,  aggiungendo 
alla  importazione  la  produzione  indigena  approssimativa. 
Senza  alcun  dubbio  i  numeri  indici,  fatti  in  base  alle  medie 
graduali,  sono  di  gran  lunga  preferibili  a  quelli  che  ^i  basano 
su  semplici  medie  aritmetiche,  poiché  presentano,  se  non  una 
grande  precisione  (le  ragioni  per  cui  non  possono  presentarla 
le  abbiamo  già  viste),  almeno  una  sicurezza  relativa  assai 
maggiore.  Disgraziatamente  la  loro  compilazione  non  è  della 
stessa  facilità,  né  forse  lo  sarà  ancora  per  molto  tempo. 

Il  total  index  numhers,  comunque  ottenuto,  ha  il  vantaggio 
di  metterci  in  grado  di  giudicare  sommariamente  i  perturba- 
menti che  si  producono  in  quell'astrazione  che  noi  chiamiamo 
livello  generale  dei  prezzi.  Ma  i  prezzi  non  dipendono  già  sol- 
tanto dalla  quantità  dei  metalli  preziosi;  vi  sono  ben  altre 
cause  che  agiscono  direttamente  o  indirettamente  e  che  ne  mo- 
dificano la  formazione.  Tali  cause  hanno  qualche  volta  carat- 
tere permanente,  come  le  variazioni  nel  costo  di  produzione 
e  nel  costo  di    trasporto  dei  prodotti,    e  qualche  volta    hanno 

*   Palgrave:  Third  Report  on  Depression  of   Trade,    I^ndon,  1886, 
appendix.  B.    Cfr.    Edgeworth:   Memoranda   on  the    hest  tnethods  of 
ascertaining  and  measuring  variations    in  ths  value  of   the  monetary  stan 
dard —  Report  of  the  British  Association  etc.  for.    1887,  1880,  1887  e  ai 
ticolo   in  D.  of  P.  E. 


ar- 


CAP.    VII.]  I    NUMERI  INDICI  9I 

invece  soltanto  carattere  accidentale  e  temporaneo,  come  l'ac- 
celeramento degli  affari,  la  loro  grande  espansione  nei  periodi 
prosperi,  il  loro  ristagno  o  il  loro  decadere  nei  periodi  di  crisi 
commerciale.  Vi  può  essere  quindi  rialzo  o  ribasso  anche  ge- 
nerale dei  prezzi,  senza  che  vi  sia  punto  riduzione  o  accresci- 
mento di  valore  dello  stesso  metallo. 

Inoltre  vi  è  grande  differenza  fra  i  prezzi  all'ingrosso  e  i 
prezzi  al  minuto  :  e  i  numeri  indici  non  esprimono  approssi- 
mativamente che  il  movimento  di  una  sola  serie  di  essi  *. 

Perchè  i  numeri  indici  dei  prezzi  all'  ingrosso  rispondano 
al  loro  scopo,  è  necessario  che  essi  siano  compilati  sopra  un 
largo  numero  di  merci,  che  noi  crediamo  debba  essere  supe- 
riore a  trenta,  ma  che  non  può  in  ogni  caso  essere  inferiore; 
e  che  il  sistema  delle  medie  aritmetiche  semplici  sia,  per 
quanto  è  possibile,  sostituito  da  quello  delle  medie  aritmetiche 
graduate,  ottenute  aggiungendo  alla  pioduzione  indigena  ap- 
prossimativa l'ammontare  delle  importazioni.  Nessuno  dei  nu- 
meri indici  compilati  finora  corrisponde  alla  precisione  che  sa- 
rebbe desiderabile  :  nessuno  forse  corrisponderà  fino  a  quando 
la  statistica  dei  prezzi,  ora  ancora  quasi  dovunque  embrionale, 
non   sarà  fatta    su    basi    diverse  delle  attuali. 

43.  Oltre  questo  procedimento  dei  numeri  indici,  per  mi- 
surare le  variazioni  di  valore  della  moneta  ve  ne  sono  due 
altri  :  lo  studio  delle  variazioni  dei  valori  doganali  e  il  metodo 
monografico.  Il  primo  è  relativamente  di  facile  uso,  ha  im- 
portanza e  scopi  assai  limitati  ;  il  secondo  può,  se  bene  usato, 
sostituire  tutti  gli  altri  metodi  e  presentare  forse  una  maggiore 
sicurezza.  Ma  le  difficoltà  inerenti  alla  natura  di  questo  se- 
condo metodo,  la  poca  probabilità  di  usarlo  con  assoluta  esat- 
tezza, rendono  un  cosi  utile  strumento  di  ricerca  assai  peri- 
glioso e  difficile. 

Fu  nel  1858,  quando. Levasseur  pubblicò    il   suo  libro   sulla 


*  De  F  o  V  i  1  1  e  :  Prix  nel  Dictionnaire  d'  economie  politique;  S  e  h- 
w  i  e  1  a  n  d  in  R.  d.  E.  P.  1828;  N  i  t  ti,  loc.  cit.;  Denis:  La  dépres' 
Sion  économique  et  Vhistoire  des  prix.  Bruxelles,    1895,  pag.  135,  ecc. 


92  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [CAP.    VII. 

questione  dell'oro  *,  che  il  calcolo  dei  valori  doganali  venne 
forse  per  le  prime  volte  applicato  allo  studio  delle  variazioni 
del  valore  della  moneta.  In  quel  tempo  le  statistiche  doganali 
francesi  davano  due  valutazioni  delle  importazioni  e  delle  e- 
sportazioni:  basate,  la  prima,  sui  valori  ufficiali  determinati 
nel  1827,  la  seconda  sui  valori  attuali  fìssati  annualmente,  dopo 
il  1848,  dalla  Commissione  dei  valori  doganali.  Dal  confronto 
fra  queste  due  valutazioni  veniva  fuori  quindi  il  rialzo  o  il  ri- 
basso dei  prezzi  di  ciascun  anno  in  rapporto  ai  prezzi  del  1827. 
Il  metodo  ha  avuto  fortuna  ed  è  stato  usato  più  tardi  anche 
da  statistici  eminenti. 

Senza  dubbio,  facendo  astrazione  da  ogni  cambio  all'interno, 
e  non  tenendo  conto  che  dal  commercio  internazionale  si  può 
facilmente,  in  base  ai  prezzi  d'importazione  e  di  esportazione, 
misurare  esattamente  il  rialzo  o  il  ribas?o  dei  prezzi  da  un'epoca 
all'  altra.  Ma  il  semplice  fatto  di  non  tener  conto  della  massa 
enorme  delle  transazioni  che  avvengono  all'interno,  le  quali  sono 
dovunque  di  gran  lunga  superiori  a  quelle  che  avvengono  con 
l'estero,  toglie  a  questo  metodo  gran  parte  della  sua  impor- 
tanza e  ne  riduce  di  molto  la  utilità  pratica.  Nondimeno  la 
facilità  stessa  di  usarlo  ha  indotto  molti  statistici  a  ricorrervi 
spesso  :  ognuno  però  ha  creduto  di  modificarlo  in  certa  guisa, 
per  renderlo  migliore;  cosi  che  è  stato  diversamente  adoperato 
da  statistici  e  da  finanzieri. 

Però  bisogna  dire  che  questo  metodo,  che  pure  può  essere 
qualche  volta  adoperato  con  vantaggio,  non  presenta  in  ge- 
nerale alcuna  di  quelle  garenzie  che  sono  indispensabili.  La 
sua  apparente  semplicità,  diremmo  anzi  il  suo  semplicismo,  la 
facilità  stessa  di  ottenere  subito  risultati  che  sembrano  sicuri, 
ha  potuto  per  molto  tempo  farlo  adottare.  La  critica  più  fu- 
gace basta  invece  a  mostrare  come  non  abbia  base  alcuna  di 
solidità.  Se  in  alcuni  casi  speciali  può  essere  utilmente  usato, 
se  qualche  volta  conviene  anche  di  esso  avvalersi,  bisogna  però 
dargli  soltanto  quel  valore  che  ha  e  non  ricorrere  ad  esso  con 
fiducia  eccessiva. 

*  L  e  V  a  s  s  e  u  r  :  La  question  de  Vor,  Paris,  1858.  Cfr.  De  F  o  v  i  1  1  e: 
articolo  Prix  e  A  r  11  a  u  n  è  :  La  moiinaie,  le  crédit  et  le  change,  Paris. 
1894,  pag.   26,  ecc. 


CAP.    VII.]  LE  MONOGRAFIE   Di   FAMIGLIA  93 

Vi  è  un  terzo  metodo  :  quello  delle  monografie  di  famiglia, 
utilissimo  per  confrontare  lo  variazioni  del  valore  della  mo- 
neta in  periodi  lontani,  metodo  che  è  assai  usato  dagli  storici. 
Lo  hanno  adoperato  con  molto  vantaggio,  oltre  il  De  Foville, 
r  abate  Hanauer  per  l'Alsazia,  C.  Guyot  per  la  Lorena,  il 
visconte  d'Avenel  per  tutta  la  Francia  e,  fino  a  un  certo 
punto,  Thorold  Rogers  per  l'Inghilterra  *. 

Questo  metodo  consiste  nel  prendere  in  esame  il  bilancio  di 
una  famiglia  con  le  parti  ineguali  che  vi  rappresentano  neces- 
sariamente le  diverse  categorie  di  spese:  nutrimento  (pane, 
carne,  bevande  ecc.),  vestiario,  alloggio,  riscaldamento.  Si  ri- 
cerca quindi  ciò  che  sarebbe  costato,  in  ciascuna  dei  due 
periodi  che  si  confrontano,  un  regime  di  vita  identico.  Il  con- 
fronto delle  medie  di  questi  bilanci  familiari,  ottenute  in  tal 
modo,  permette  di  valutare  le  variazioni  avvenute  nel  livello 
generale  dei  prezzi. 

Quando  si  vogliono  indagare  le  condizioni  di  esistenza  del 
passato  e  si  ha  quindi  bisogno  di  conoscere  il  valore  della 
moneta  in  periodi  differenti,  solo  questo  metodo  può  dare  ri- 
sultati efficaci.  Per  epoche  assai  lontane  è  infatti  a  dirittura 
impossibile  valersi  degli  index  numbers,  quando  anche  per 
r  epoca  presente  le  difficoltà  sono  si  numerose  e  si  gravi. 
Lungi  dal  poter  calcolare  sopra  i  prezzi  medi  reali,  noi  do- 
vremmo contentarci  di  cifre  arbitrarie;  lungi  dal  poter  avere 
medie  graduate  relativamente  sicure,  noi  dovremmo  attri- 
buire a  ogni  merce  un  valore  arbitrario.  Il  metodo  dei  bilanci 
familiari  è  invece  non  solamente  l'unico  che  presenti  garen- 
zie  di  sicurezza,  ma  anche  l'unico  possibile,  quando  si  tratti 
di  confrontare  periodi  non  molto  vicini. 

Il  visconte  d'Avenel,  nella  sua  opera  sulla  storia  dei  prezzi 
in  Francia  dal  1200  al  1800,  come  nelle  altre  sue  ricerche,  ha 
voluto  seguire  anch'egli  questo  metodo  come  il  più  sicuro  e 
il  migliore.  È  facile,  egh  scrive,  quando  si  possiedono  moltis- 
sime cifre,  confrontare   i  prezzi  della    vita  di  un'epoca  deter- 


*  D  e  Foville:  op.  cit.  Hanauer:  Études  économigues  sur  VAlsace, 
Rogers:©^.  cit.;  C.  G  u  y  o  t  ;   Le  paysan  lovrain;  ecc. 


à 


94  ^CtÈKÉA   DELLE  FINANZE  [cAP.    VÌI. 

minata.  Questo  calcolo  si  fonda  su  basi  assolutamente  positive 
per  la  massa  popolare,  il  cui  consumo  è  ristretto  a  un  pic- 
colo numero  di  oggetti  di  prima  necessità;  e  si  fonda  anche 
su  dati  solidi  quando  si  studiano  le  classi  ricche  o  agiate,  per- 
chè s'introduce  nelle  loro  spese  una  parte  sempre  maggiore 
di  oggetti  di  godimento  o  di  lusso.  In  tutti  questi  casi  si 
prende  per  punto  di  partenza,  a  due  periodi  diversi,  una  cifra 
fissa  che  rappresenta  le  entrate,  e  addizionando  la  somma  dei 
bisogni  e  dei  godimenti  ai  quali  questa  cifra  risponde,  se  ne 
conchiude,  se  esso  ne  rappresenta  due,  tre  o  quattro  volte  più, 
che  il  potere  acquisitivo  della  moneta  era  due,  tre  o  quattro 
volte  più  elevato  a  un  periodo  che  a  un  altro.  Si  trovano  cosi 
per  la  classe  ricca,  per  la  classe  agiata,  per  la  classe  operaia 
tre  poteri  della  moneta  speciali  e  differenti,  di  cui  ciascuno 
deve  essere  ricercato  a  parte,  e  che  servono  di  tipi.  Per  la 
Francia,  partendo  dai  dati  più  recenti,  il  d'Avenel  ritiene  che 
si  possano  dividere  i  redditi  in  tre  categorie  :  redditi  al  di 
sotto  di  2.500  lire  per  famigha  o  per  individuo  isolato  e  che 
rappresentano  il  60  o/o  della  massa  totale;  redditi  da  2.500 
a  7.500  lire  e  che  rappresentano  il  30  per  o/o  ;  e  infine  red- 
diti superiori  a  7.500  lire  e  che  rappresentano  soltanto  il 
IO  o/o.  Volendo  misurare  il  grado  di  agiatezza  dei  francesi 
contemporanei  con  quello  di  cento,  di  duecento,  o  di  cinque- 
cento anni  or  sono,  non  si  devono  quindi  che  moltiplicare  le 
suddivisioni  nel  seno  di  ciascuna  di  queste  tre  categorie.  I  vari 
poteri  acquisitivi  particolari  della  moneta,  che  si  appUcano  a 
ciascuna  di  queste  classi  e  che,  riuniti  insieme,  formano  il 
potere  generale  o  comune  dei  metalli  preziosi  nella  proporzione 
di  60,  30  a  IO  o/o,  non  sono  essi  medesimi  che  le  medie  della 
potenza  di  acquisto  delle  somme  che  compongono  il  bilancio 
probabile  di  ciascuna  categoria. 

Ogni  bilancio  familiare  si  divide,  naturalmente,  in  due  parti; 
l'entrata  e  la  spesa.  I  salari  dei  lavora'tori,  gli  stipendi  degli 
inservienti  e  dei  piccoli  impiegati,  il  valore  di  quella  parte 
del  prodotto  che  si  ha  dai  contadini,  che  dividono  col  proprie- 
tario il  prodotto  della  terra  la  quale  essi  coltivano,  sono  le 
fonti,  d'altronde  a  bastanza  semplici,  dell'entrata  delle  masse 
popolari.  Le    spese  non  sono  meno  semplici,   esse  si  attengono 


CÀf .    VII.]  LE   MONOGRAFIE   DI  FAMIGLÌA  05 

d'ordinario  all'  alimentazione,  al  vestiario,  al  riscaldamento  e 
illuminazione  e  alla  casa  e,  solo  in  alcune  epoche,  ad  alcune 
forme  di  piccolo  lusso.  Le  spese  si  allargano  e  si  complicano 
nella  classe  agiata;  diventano  numerose,  molteplici  e  estre- 
mamente diverse  nella  classe  ricca,  ove  i  bisogni  fittizi  pren- 
dono il  sopravvento  e  fra  le  spese  figurano,  in  parte  note- 
volissima, le  derrate  più  ricercate,  i  mobili  e  i  vestiti  di 
lusso;  i  cavalli,  le  vetture,  i  gioielli,  i  libri,  i  viaggi  e  una 
infinità  di  altre  cose,  che  variano  da  epoca  a  epoca  e  da 
luogo  a  luogo. 

I  bilanci  familiari,  come  metodo  per  ricercare  le  variazioni 
del  valore  della  moneta  tra  periodi  molto  distanti  fra  loro, 
presentano  sugli  altri  sistemi  vantaggi  considerevoh.  Mediante 
essi  noi  possiamo  non  solo  ottenere  una  misura  relativamente 
esatta  delle  variazioni  di  valore  della  moneta,  ma  possiamo, 
ciò  che  è  più,  valutare  come  queste  variazioni  agiscano  sulle 
differenti  classi  sociali,  e  riesciamo,  in  base  allo  stesso  me- 
todo, ad  estendere  il  campo  delle  nostre  ricerche  anche  ad 
epoche  lontane. 

Nella  compilazione  dei  bilanci  familiari,  allo  scopo  di  ri- 
cercare le  variazioni  di  valore  della  moneta,  è  necessario  : 
I  fare  tanti  tipi  di  bilanci  per  quanto  la  forma  di  distribu- 
zione della  ricchezza,  nel  paese  e  nel  tempo  in  cui  si  vive, 
richiede;  2  studiare  da  prima  la  potenza  di  acquisto  della 
moneta  in  ciascuna  classe  di  popolazione  e  solo  dopo  stu- 
diarne la  potenza  generale^  comune;  3  attribuire  a  ciascun 
bilancio  un  valore  proporzionale  alla  quantità  della  popola- 
zione, sottomessa  a  ciascun  regime  di  vita  studiato  dai  vari 
bilanci. 

Arrivati  a  questo  punto,  noi  dobbiamo  però  dichiarare  che 
non  esiste  nessuna  misura  delle  variazioni  di  valore  della  mo- 
neta veramente  esatta,  e  che  forse  il  problema  è,  se  non  teori- 
camente, praticamente  insolubile.  Analisi,  medie,  sintesi  non 
hanno  che  valore  assai  scarso  di  relativa  approssimazione. 
Quando  noi  sappiamo  i  prezzi  di  ciascun  articolo  in  epoche  e 
in  luoghi  determinati,  noi  possiamo  al  più  determinare  ciò 
che  costerà  in  più  o  in  meno  ciascuna  quantità  o  la  vita  di 
una  famigha.  È  un  errore    il  credere  all'esistenza  di  una    va- 


gO  SCIENZA     DELLE    FINANZE  [CAP.    Vii. 

riazione  esattamente  misurabile  nel  piezzo  della  totalità  dei 
beni  sopra  mercati  diversi  e  in  periodi  diversi,  poiché  non  e- 
siste  nessuna  misura  delle  variazioni  estrinseche  della  moneta. 
Le  variazioni  dei  prezzi  sono  assai  difficilmente  uniformi  sia 
in  grado,  sia  in  direzione,  ogni  spiegazione  che  si  tenta  di  dare 
non  risponde  quindi  assai  spesso  alla  realtà.  Dire  se  ogni  va- 
riazione dei  prezzi  si  debba  attribuire  al  valore  intrinseco  della 
moneta  o  a  quello  di  date  merci,  o,  come  spesso  accade,  a 
tutte  due,  non  si  può  con  i  metodi  usati,  i  quali,  come  bene 
dice  Henger,  danno  spesso  una  mediocre  probabilità  e  spesso 
non  danno  niente  *.  A  base  dei  metodi  in  uso,  ha  scritto 
Henger,  si  trova  una  confusione  di  problemi;  i  loro  calcoli  sono 
di  un  interesse  incontestabile  per  determinare,  per  quanto  è 
possibile,  il  movimento  del  valore  estrinseco  del  numerario, 
ma  quanto  a  quello  del  suo  valore  intrinseco,  il  problema  più 
importante  dell'economia  politica  dei  nostri  giorni  non  ci  ap- 
prende nulla. 

Il  valore  di  ciascuno  dei  metodi  in  uso  si  limita  dunque  solo 
alla  possibilità  di  studiare  le  variazioni  del  valore  estrinseco 
della  moneta,  e  la  bontà  di  ciascuno  di  essi  sta  proprio  nel 
grado  in  cui   corrisponde  a  questo  scopo. 

Dopo  la  guerra  europea  il  valore  della  moneta  ha  avuto 
grandi  variazioni.  Tutti  i  confronti  in  questo  periodo  transi- 
torio, che  durerà  almeno  dieci  anni,  sono  dunque  estrema- 
mente difficili  e  fallaci.  Si  può  però  dire  che  nei  paesi  vinci- 
tori i  prezzi  sono  aumentati  in  proporzione  del  250  al  700 
per  cento  e  nei  paesi  vinti  l'aumento  è   anche  maggiore. 

///.  5^  si  possa  misurare  la  ricchezza  di  una  nazione  in 
periodi  di  tempo  differenti  e  di  diverse  nazioni  nello  stesso  pe- 
riodo. 

44.  Questo  problema  interessa  del  pari  l'economia  pub- 
blica, la  statistica  e  la  finanza  :  e  la  sua  soluzione  ha  per  gli 
uomini  politici  un  grandissimo  valore.  Infatti  è  solo  la  cono- 
scenza del  grado  di  ricchezza  di  una  nazione  che  può  essere 
guida  sicura  nella  politica  finanziaria.  Bisogna  riconoscere  però 

*  M  e  n  g  e  r  :  art.  cit. 


CAP.    VII.]  LA  RICCHe;2ZA  dELLE  NAZIONI  97 

che  se  grandi  progressi  si  sono  realizzati  in  questa  materia, 
gli  ostacoli  non  sono  ancor  tutti  vinti  e  che  i  procedimenti 
seguiti  non  sono  del  tutto  rassicuranti. 

Quando  si  trattasse  di  indicare  la  ricchezza  privata  di  un 
solo  individuo  ò  di  una  famiglia,  il  procedimento  non  sarebbe 
difficile.  Si  potrebbe  indicare  metricamente  la  quantità  di  ric- 
chezze: tanti  ettari  di  terreno,  tanti  e  tali  oggetti;  o  pure  si 
potrebbe  indicare  il  valore  di  essi,  con  un  multiplo  della  unità 
di  valore  prescelta  e  dire  che  un  individuo  ha  100  mila  o 
200  mila  lire.  Ma  ben  diverso  è  il  caso  di  un  gruppo  di  indi- 
vidui, di  cui  alcuni  considerino  una  stessa  cosa  come  ricchezza 
altri  no,  appunto  perchè  diversi  sono  le  situazioni  e  i  bisogni; 
e  più  differente  ancora  è  il  caso  di  gruppi  di  individui,  che 
hanno  bisogni  diversi  e  diverso  consumo. 

Ora  si  considerano  come  ricchezze  molte  cose  che  prima  non 
erano  tali,  e  viceversa  molti  oggetti  che  prima  erano  conside- 
rati ricchezze  ora  non  hanno  più  questo  carattere,  essendo 
venuta  meno  la  utilità  che  era  loro  attribuita.  Mutando  i 
tempi,  scompaiono  bisogni  che  piima  erano,  e  compaiono  a 
lor  volta  bisogni  che  prima  non  erano.  Fra  le  ricchezze  di 
una  nazione  un  secolo  fa;  figuravano  ricchezze  che  ora  o  non 
si  conoscono  o  non  si  adoperano  più,  e  figurano  ora  tante  al- 
tre che  prima  erano  del  tutto  ignote.  Anche  nei  confronti  at- 
tuali gli  errori  di  apprezzamento  difficilmente  si  possono  evi- 
tare. Supponiamo  che  un  paese  abbia  dalla  natura  una  grande 
rete  di  fiumi  navigabili;  un  altro  invece  spenda  un  miliardo 
per  costruire  dei  canali,  che  nondimeno  adempiono  molto  meno 
bene  che  i  fiumi,  nel  caso  precedente,  alla  funzione  di  vie 
d'acque  e  di  mezzi  d'irrigazione.  Così,  per  i  patrimoni  privati. 
Se  nella  ricchezza  noi  dovremo  in  Inghilterra  calcolale  la  quan- 
tità dei  carboni  necessari  al  riscaldamento;  in  un  paese  dove 
la  spesa  per  il  riscaldamento  quasi  non  esiste,  come  a  Napoli, 
il  criterio  che  ci  dovrà  guidare  sarà  differente.  L'utilità  di  ogni 
raffronto  suppone  almeno  una  relativa  identità  di  condizioni 
naturali  e  di  bisogni. 

Ora,  trattandosi  di    valutare  la   ricchezza  di   un  gruppo   di 
individui  e  di  una  nazione  intera  in  un  tempo  determinato,  il 
solo  criterio  pratico  che  si   possa  seguire  è  di  considerare  co- 
N  i  t  t  i.  7 


gS  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [CAP.    VII. 

me  ricchezze  ciò  che  anche  una  parte  della  società  considera 
come  tali,  e  in  generale  di  comprendere  tutto  ciò  che  costi- 
tuisce materia  di  scambio.  Quindi  non  soltanto  i  beni  diretti, 
ma  i  beni  strumentali  (ferrovie,  canali,  strade,  opifici,  ecc.) 
vanno  compresi  nel  calcolo,  quando  si  voglia  conoscere  la  ric- 
chezza di  un  paese  determinato. 

Ma  la  difficoltà  maggiore  consiste  sempre  nello  stabilire 
confronti  fra  gruppi  differenti  di  uomini.  Un  paese  che  co- 
struisce con  spese  ingenti  canali  di  cui  un  altro  paese  fa  a 
meno,  avendo  ottimi  fiumi  navigabili,  è  forse,  appunto  per  la 
sua  stessa  difficoltà  naturale,  in  condizione  più  vantaggiosa. 
Or  come  si  può  mettere  nella  sua  ricchezza  la  spesa  occorsa 
per  costruire  i  canali  ?  La  situazione  dei  paesi  caldi  o  tem- 
perati in  paragone  dei  paesi  freddi  non  è  diversa;  poiché,  men- 
tre i  primi  hanno  beni  gratuiti  i  secondi  hanno  ricchezze  one- 
rose. Quando  vi  siano  gruppi  sociali  in  condizioni  analoghe  e 
nella  stessa  civiltà,  il  raffronto  dunque  è  tanto  più  vantag- 
gioso che  quando  si  tratti  di  gruppi  e  civiltà  differenti.  Ben 
diverso  è  il  caso  nei  confronti  con  il  passato  :  molti  bisogni 
essendo  scomparsi,  moltissimi  altri  essendone  apparsi  e  le  con- 
dizioni di  esistenza  essendo  mutate.  * 

Né  minore  è  la  difficoltà  di  indicare  e  misurare  le  ricchezze 
di  società  differenti,  non  essendo  di  vantaggio  alcuno  enume- 
rarle soltanto  o  indicarle  metricamente  (tanti  campi,  tante 
case,  ecc.)  ed  essendo  assai  difficile  calcolare  tutte  le  cose  in 
base  al  loro  valore  di  scambio.  Il  calcolo  si  complica  con  al- 
tre difficoltà. 

Infatti,  per  stabilire  confronti  occorre  indicare  le  ricchezze 
mediante  il  loro  valore  di  scambio,  cioè  trovare  una  unità  di 
valore  comune.  Ora,  poiché  tutte  le  ricchezze  hanno  cambiato 
di  valoie,  e  la  moneta  ha  cambiato  come  e  più  delle  altre, 
occorre  poter  calcolare  il  coefficiente  di  variazione  del  valore 
della  moneta.  E  come  questo  calcolo  sia  difficile,  sanno  tutti 
coloro  che  l'hanno  tentato. 

Si  tratta  m  ogni  modo  di  uno  dei  più  conijìlessi  problemi 
dell'economia  sociale  e,  benché  i  risultati  ottenuti  finora  siano 
vantaggiosi,   pure   sono  assai   scarsi. 


Kl\    VII.]  LA    RICCHEZZA   DELLE    NAZloNl  99 

IV.  Dei  metodi  seguiti  per  calcolare  la  ricchezza  di  una  na- 
zione. 

45.   Secondo  la  denominazione  comunemente  in   uso,     si 
deve  distinguere   tra    ricchezza   pubblica,  ricchezza   privata  e 
ricchezza  nazionale. 

La  ricchezza  pubblica  comprende  tanto  i  beni  di  patrimonio 
dello  Stato  e  degli  enti  locali,  quanto  i  beni  di  demanio 
pubblico,  come  le  strade,  i  canali,  le  fortificazioni  ecc.  In 
altri  termini  la  ricchezza  pubblica  è  quella  posseduta  dallo 
Stato  e  dagli  enti  di  diritto  amministrativo.  La  ricchezza 
privata  è  costituita  dalla  somma  dei  patrimoni  privati  ap- 
partenenti a  persone  fisiche  o  giuridiche  di  diritto  privato, 
come  le  società  commerciali  di  qualsiasi  natura,  i  consorzi 
agrari  ecc.  La  ricchezza  nazionale  è  costituita  dall'insieme  della 
ricchezza  pubblica   e  della  ricchezza  privata. 

È  evidente  che  la  stima  dei  beni  comuni,  cioè  il  calcolo 
della  ricchezza  pubblica  di  ciascuna  nazione  non  può  esser 
fatta  che  con  gli  stessi  criteri  di  quella  delle  ricchezze  pri- 
vate. Anche  dove  sono  leggi  che  dichiarano  tutto  o  parte  della 
proprietà  collettiva  inalienabile,  i  beni  che  la  costituiscono  pos- 
sono sempre  valutarsi  in  base  al  loro  costo  di  riproduzione,  se 
non  sempre  in  base  al  loro  valore  di  scambio.  Ma  in  qual 
modo  si  può  misurare  la  ricchezza  privata  di  una  nazione  ? 
e  con  quali  proeedimenti  ?  Il  procedimento  più  in  uso  è 
quello  adoperato  da  de  Foville,  il  noto  ad  elegante  statistico 
francese  *. 

Ogni  anno  avvengono  successioni  per  causa  di  morte  o  trasfe- 
rimento di  proprietà  tra  vivi.  Cosi,  tutte  le  ricchezze  possedute 
dai  privati  in  una  serie  di  anni  passano  traverso  l'imposta  di 
successione,  e  si  rinnovano  le  persone  che  possiedono  le  pro- 
prietà private.  Tutto  ciò  che  noi  possediamo,  prima  o  dopo 
sarà  espropriato  dalla  morte  ;  e  quando  la  garde  montante,  co- 
me cantano  i  soldati  della  Carmen,  rimpiazzerà  la  garde  de- 
scendante,    bisognerà  partire,    come    siamo    veduti    al   mondo. 


*  DeFoville:La  France  économique,  pag.  504  e  seg.;  e  articoli 
nell'E.  F.  del  1878,  del  1879,  del  1881,  del  1882  e  del  1890  ;  conferenza 
La  fortune  de  la  France,   14  marzo  1885. 


tDO  SCIENZA    DELLE  ElNANZE  [cAP.    Vtl. 

con  le  mani  vuote.  L'intervallo  fra  due  generazioni  in  Fran- 
cia era  calcolato  in  trentacinque  anni.  Tenendo  conto  non  solo 
delle  successioni,  ma  anche  delle  donazioni  tra  vivi,  delle 
costituzioni  di  dote  e  degli  assegni  fatti  dai  genitori  ai  figli, 
poiché  le  donazioni,  le  doti  e  gli  assegni  non  sono  che  suc- 
cessioni anticipate,   si  avrà  la  base  del  calcolo. 

Supponiamo  che  si  trasmettano  presso  a  poco  sei  mi- 
liardi all'  anno:  basterà  moltiplicare  questa  cifra  per  la  du- 
rata media  della  generazione  per  avere  1'  ammontare  delle 
ricchezze  private.  Senza  entrare  nei  dettagli  del  calcolo  si  può 
ben  dire  che  questo  metodo  è  il  meno  insicuro  e  anche  quello 
più  generalmente  in  uso.  Se  la  vita  media  di  un  paese  è  di 
35  anni  e  i  beni  trasmessi  per  le  successioni  o  donazioni  in 
un  biennio  sono  in  media  di  un  miliardo,  si  può  ritenere  che 
l'ammontare    della   ricchezza    privata    sia    presso   a  poco    di 

35  miliardi. 

Naturalmente,  in  questi  calcoli  bisogna  procedere  con  molta 
ponderazione  e  anche  non  contare  che  su  risultati  di  appros- 
simazione. La  vita  media  è  diversa  da  paese  a  paese  :  è  di- 
versa tra  i  due  sessi;  è  maggiore  ora  che  non  in  passato. 
D'altronde  nei  paesi  dove  le  imposte  sono  troppo  gravi,  gh 
eredi  cercano,  quanto  piii  è  possibile,  attribuire  un  valore  mi- 
nore ai  patrimoni  ereditati  ;  e  sopra  tutto  i  titoli  al  portatore 
sfuggono  e  sfuggono  anche,  oltre  i  titoli  al  portatore,  le  pic- 
colissime successioni,  i  doni  fatti  brevi  manu,  ecc.  Più  le  im- 
poste di  successione  sono  gravi,  e  maggiore  è  la  tendenza  a 
evaderle.  Ma  non  basta.  Per  quanto  gli  agenti  del  fìsco  siano 
oculati,  sono  nella  impossibilità  di  colpire  tutto  :  e  le  omis- 
sioni ed  occultazioni  sono  in  tutti  i  paesi  frequenti.  In  Italia 
la  direzione  generale  delle  tasse  calcola  che  i|4  dei  beni 
trasmessi  sfugga  alla  imposta  di  successione  ;  in  altri  paesi  le 
proporzioni  sono  qualche  volta  minori,  sempre  però  sono  rile- 
vanti. È  da  notare  anche  che,  più  che  la  vita  media,  occor- 
rerebbe sapere  à^  sopravvivenza  media  degli  eredi  a  coloro  da 
cui  ereditano  :  e  questo  dato  si  può  ottenere  molto  appros- 
simativamente. In  Francia    la    sopravvivenza    è  calcolata   in 

36  anni  :  ma  de  Foville  1'  ha  ridotta  a  35. 

Vi  è  poi  un    metodo  diretto   di   valutazione  che  è  stato  ado- 


CAP.    VII.]  IL    CALCOLO    DELLA    RICCHEZZA  lOI 

parato  da  Leon  Say,  da  Neymarck  e  da  altii  specialisti  ;  e 
consiste  nel  calcolare  direttamente  il  valore  dei  beni  mobilie 
dei  beni  immobili  sulla  base  sopra  tutto  dei  ruoli  delle  impo- 
ste, applicando  in  seguito  al  reddito  che  ne  risulta  un  tasso 
di  capitalizzazione. 

È  presso  a  poco  ciò  che  ha  fatto  Giffen   per   l'Inghilterra*. 

In  Inghilterra  esiste,  come  è  noto,  l'income  tax,  che  forma 
un'imposta  generale  cui  non  sfugge  alcuna  forma  di  reddito. 
E  poiché  r  imposta  era  prima  della  guerra  tenue  e  non  rag- 
giungeva in  alcun  caso  gli  eccessivi  saggi  che  in  altri  paesi 
inducono  i  contribuenti  a  nascondere  la  verità  e  a  celare  la 
vera  entità  dei  redditi;  e  poiché  le  denunzie  sono  quindi  ri- 
spondenti in  generale  alla  realtà,  si  può  più  che  altrove  ba- 
sarsi sulle  dichiarazioni  dei  contribuenti.  Neil'  income  tax  i 
redditi  sono  divisi  secondo  la  loro  natura  originale  :  redditi 
fondiari,  divisi  a  lor  volta  in  case  e  terreni  ;  redditi  mobiliari 
che  comprendono  i  redditi  industriali,  personali  derivanti  da 
titoli  di  credito  ecc.  Giffen  applica  un  coefficiente  speciale  di 
capitalizzazione,  tenendo  conto  della  natura  e  specialmente 
della  durata  del  reddito.  Basandosi  su  questi  criteri  R.  Giffen 
calcolava  nel  1874  la  somma  dei  valori  esistenti  in  Inghilterra 
in  otto  miliardi  e  mezzo  di  sterline. 

Nel  1885,  in  base  allo  stesso  metodo,  calcolò  la  ricchezza  in 
IO   milioni  di  sterline. 

Questi  sono  i  due  principali  metodi  adoperati  ed  è  difficile 
che  un  metodo  migliore  del  primo  possa  essere  comunque  ado- 
perato ;    non  ostante   tutte  le    sue   imperfezioni,  esso  è    un 


♦Giffen:  Essays  in  Financc.  London,  1882,  pag.  169.  Sui  procedi- 
menti statistici  e  sulle  ricerche  fatte  per  calcolare  la  ricchezza  e  la  capi- 
talizzazione dei  principali  paesi  cfr.  fra  i  molti  scrittori:  B  o  d  i  o  :  Di 
alcuni  indici  misuratori  della  ricchezza  privata  in  Italia,  Roma  1891;  N  i  1 1  i 
La  ricchezza  dell'Italia,  Napoli,  1905;  la  Correspondance  relative  to  the 
hudgets  of  various  countries,  London,  1877  {Cobden  duh);  Leroy  Beau- 
1  i  e  u  :  Traité  voi.  II.  pag.  142;  S  o  t  b  e  e  r  :  Umfang  und  Vertheilung 
des  Volkseinkommens,  ecc.  Leipzig  1879;  Neumann  SpaUart: 
Uebersichten  Veltwirtschaft,  Stuttgart,  i886,  numero  II;  Engel,  nel 
B.  I.  S.  1887;  T  u  r  q  u  a  n  :  Evaluation  de  la  fortune  priv^e  en  Franca 
nella  R.  d.  E.  P.  del  1900;   ecc.  ecc. 


1132  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [CAP.    VII. 

mezzo  poderoso    di  approssimazione    e  fa    grande    onore   allo 
statistico  eminente  che  l'ha  per  primo  adoperato. 

F.  //  reddito  nazionale  e  la  capitalizzazione  annuale  di  ciascun 
paese. 

46.  Se  conoscere  l'ammontare  della  ricchezza  privata  di 
un  paese  ha  grande  importanza  per  l'economia  pubblica,  per 
la  finanza  e  perla  politica  generale,  importanza  non  minore 
ha  calcolare  il  reddito  nazionale  e  la  capitalizzazione  annuale 
di  ciascun  paese.  Infatti,  è  solo  la  conoscenza  del  reddito  an- 
nuale di  una  nazione  che  mette  in  grado  di  valutare  l'onere 
delle  imposte.  Supponiamo  che  i  cittadini  di  un  paese  diano 
allo  Stato  e  agli  enti  locali  2  miliardi  all'  anno.  Sarà  ben 
diverso  il  caso  se  il  reddito  di  tutti  i  cittadini  sarà  di  4,  di 
IO  o  di  40  miliardi.  Nel  primo  caso  i  cittadini  daranno  50  per 
cento,  nel  secondo  20  per  cento,  nel  terzo  solo  5  per  cento 
delle  loro  entrate  per  i  bisogni  collettivi.  Del  pari,  conoscere 
la  capitalizzazione,  cioè  il  risparmio  annuale  di  ciascun  paese, 
la  differenza  tra  la  produzione  e  il  consumo,  importa  non 
meno.  Se  un  paese  non  risparmia  che  300  milioni  all'  anno, 
sarà  atto  di  inconsideratezza  finanziaria  gittare  in  una  volta 
sola    sul  mercato  un  prestito  di  un  mihardo. 

Il  reddito  annuale  di  una  nazione  consta  dell'insieme  dei  red- 
diti individuali,  cioè  di  tutte  le  entrate  di  cui  dispongono  i 
cittadini  che  ne  fanno  parte.  È  evidente  che  se  la  entrata 
lorda  di  un  commerciante  è  di  ventimila  lire  e  se  egli,  dopo 
aver  pagato  salari,  affìtti,  ecc.  non  guadagna  al  netto  che  cin- 
quemila lire,  è  quest'  ultimo  reddito  che  bisogna  calcolare  ; 
del  pari,  se  un  coltivatore  consuma  egli  stesso  con  la  sua 
famiglia  il  grano  e  le  derrate  agricole  che  ha  prodotto,  non  è 
che  non  bisogna  attribuirgli  alcun  reddito,  ma  si  deve  invece 
attribuirgliene  uno  pari  al  valore  dei  prodotti  annualmente 
consumati.  Se  non  si  segiiissero  questi  criteri,  si  accrescerebbe 
o  si  diminuirebbe  erroneamente  il  reddito  della  nazione  intera. 
Poiché  le  imposte  colpiscono  tutte  le  forme  di  reddito,  si 
può,  tenendo  conto  della  differenza  dei  loro  saggi,  calco- 
lare lo  ammontare  di    tutta  la  massa   del  reddito  nazionale  ; 


CAP.   VII.]  IL     REDDITO    NAZIONALE  IO3 

bene  inteso  che  i  dati  della  imposta  vanno  corretti  e  com- 
pletati. 

Nei  paesi  dove  le  imposte  sono  gravissime,  si  può  ammet- 
tere senza  difficoltà  che  i  saggi  stabiUti  dalle  leggi  non  si  ap- 
plichino se  non  in  misura  assai  hmitata.  Questi  calcoli  non 
sono  nuovi.  Sopra  tutto  per  la  Francia  e  per  l'Inghilterra  ve 
ne  sono  alcuni  molto  antichi,  se  non  molto  sicuri. 

Ma  quel  che  occorre  sopra  tutto  tener  presente  è  quanto  cia- 
scuna nazione  capitalizza  ogni  anno,  cioè  il  suo  risparmio 
annuale.  È  solo  quest'ultimo  elemento  che  mette  in  grado  di 
vedere  se  un  paese  progredisca  o  non  sulla  via  della  ricchezza, 
e  se  la  pressione  tributaria  sia  o  non  tale  da  impedire  o  da 
ostacolare  il  formarsi  di  nuova  ricchezza  II  risparmio  di  una 
nazione  è  uno  dei  principali  agenti  della  sua  prosperità;  esso 
permette  di  accrescere  la  produttività  delle  industrie  esistenti 
e  stimolare  le  industrie    nuove. 

Una  nazione  può  capitalizzare  in  parecchi  modi:  i,  destinando 
nuove  ricchezze  o  ad  accrescere  le  industrie  antiche  o  a  for- 
marne nuove  ;  cosi,  se  in  un  anno  un  paese  migliora  le  sue  terre, 
pianta  boschi,  fa  sorgere  opifìzi  nuovi  per  cento  milioni,  vuol 
dire  che  di  egual  somma  è  cresciuta  la  ricchezza  nazionale  in 
paragone  dell'anno  precedente;  2,  destinando  attività  personali 
e  ricchezze  a  formazione  di  beni  durevoli  invece  di  consumare 
le  ricchezze  prodotte;  cosi,  per  esempio,  quando  costruisce  una 
ferrovia  o  un  porto  che  saranno  compiuti  solo  fra  venti  anni; 
3,  infine,  semplicemente  risparmiando  e  ammassando  beni  in 
previsione  di  accrescimento  della  utilità  di  essi.  Risparmiare 
per  un  individuo  vuol  dire  semplicemente  astenersi  dal  consu- 
mare ricchezze  di  cui  si  ha  la  disponibilità  ;  il  risparmio  di  tutta 
una  nazione  va  considerato  diversamente  di  quello  fatto  dai 
singoli  individui.  Un  individuo  può  risparmiare  in  moneta  e 
non  fare  uso  di  questa  moneta  in  ninna  guisa;  può  usarla  male, 
quando  si  decida  a  usarla.  Allo  stesso  modo,  noi  non  possiamo, 
date  le  leggi  statistiche,  dire  se  un  individuo  agirà  in  un  modo 
o  in  altro  sotto  la  pressione  di  una  stessa  causa.  Ma  una  massa 
d'individui  si  presenta  assai  diversamente:  essa  offre  in  gene- 
rale una  regolarità  assai  grande.  Ora  tutti  coloro  che  semplice- 
mente risparmiano  non  tanno  per  una  nazione  che  capitalizzare: 


104  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [CAp.   VH. 

essi  determinano  infatti  la  formazione  di  tutte  le  intraprese. 
E  sia  che  più  tardi  diano  a  prestito  ad  altri  paesi  sia  che  prima 
o  dopo  adoperino  le  ricchezze  risparmiate  nell'interno  della 
nazione,  il  risparmio  di  tutta  la  nazione  si  confonde  con  l'in- 
vestimento, ed  è  esso  stesso  una  forma  di  capitalizzazione  *. 
47.  Quando  si  parla  di  capitalizzazione  di  un  paese  si  dà 
spesso  a  questa  parola  un  significato  molto  largo:  cioè  sempli- 
cemente quello  di  rinunzia  a  un  bene  presente  o  prossimo  per 
avere  un  bene  più  grande.  Ma  in  realtà,  presa  in  tal  senso  la 
capitalizzazione,  niun  calcolo  è  possibile  e  il  concetto  stesso 
non  risponde  a  criteri  di  natura  economica.  La  costruzione  di 
una  piramide  o  la  creazione  di  un  grande  museo  sono  cose 
eccellenti,  poiché  fra  le  gioie  maggiori  dello  spirito  sono  quelle 
derivanti  dalla  bellezza  :  ma  non  si  può  dire  che  accrescano  il 
patrimonio  di  una  nazione.  Ma  è  senza  dubbio  opportuno  limi- 
tare il  concetto  di  capitalizzazione  a  quello  che  esso  è  realmente: 
creazione  di  strumenti  di  produzione.  Di  quanto  si  accresce  la 
quantità  di  questi  ultimi,  di  tanto  aumenta  il  capitale  nazio- 
nale. Quindi  il  miglior  modo  per  conoscere  la  capitalizzazione 
annuale  di  un  paese  è  vedere  quante  nuove  industrie  sono 
sorte,  di  quanto  le  antiche  sono  cresciute,  quali  miglioramenti 
sono  stati  introdotti  neiragricoltura,  quali  investimenti  nuovi 
sono  stati  fatti,  ecc. 

In  generale,  la  diversa  capitalizzazione  di  ciascun  paese  di- 
pende da  cause  melteplici.  Prima  di  tutto  è  lo  spirito  di  eco- 
nomia più  o  meno  largo  presso  i  vari  popoli:  coeteris  paribus, 
come  direbbero  i  matematici,  i  tedeschi  hanno  una  tendenza 
a  capitalizzare  più  grande  dei  loro  vicini,  uno  spirito  di  fru- 
galità maggiore.  Rinunziare  a  beni  presenti  per  beni  futuri  più 
grandi,  dipende  da  uno  stato  particolare   di  animo  e  da  una 


*  I  progressi  della  prodvizione  possono  agire  diversamente.  Infatti  gli 
uomini,  mediante  essi,  possono  :  i  capitalizzare,  risparmiando  una  parte 
delle  ricchezze  prodotte  per  investirle  in  seguito  nella  produzione;  2  au- 
mentare il  loro  numero,  per  avere  in  seguito  più  grande  numero  di  produt- 
tori. Ciò  avviene  nei  paesi  primitivi  con  una  grande  natalità,  nei  paesi 
ricchi  con  una  maggiore  diu-ata  tlella  vita;  3  aumentare  il  loro  consumo;  4 
diminuire  it  loro  lavoro.  Si  trovano  tipi  di  società  ove  prevale  in  varia  in- 
tensità ciascuna  o  più  di  una  di  queste  tendenze. 


CAP.    VII.]  LA   CAPITALIZZAZIONE  I05 

educazione  speciale  dello  spirito.  Come  vi  sono  uomini  che 
pensano  all'avvenire  più  che  al  presente,  cosi  vi  sono  popoli 
i  quali  lavorano  sopra  tutto  ad  aumentare  il  loro  reddito.  Vi 
sono  popoli  che  accumulano  ricchezze  ed  altri  che  tendono  a 
capitalizzare  il  loro  reddito  sotto  forma  di  uomini  *•  Un  se- 
condo fattore  di  capitalizzazione  è  nella  produttività  degli  im- 
pieghi aperti  ai  capitali  privati  :  e  la  produttività  dipende 
prima  di  tutto  dal  maggiore  o  minore  bisogno  che  se  ne  ha,  e 
anche  da  tutte  le  condizioni  politiche  e  sociali  :  stato  di  sicu- 
rezza, legislazione,  sistemi  tributari,  ecc.  Nei  paesi  nuovi  e  poco 
popolosi  il  processo  di  capitalizzazione  è  d'ordinario  più  rapido 
che  nei  paesi  vecchi  e  densi.  Infine,  contribuisce  energicamente 
a  determinare  la  misi  ra  della  capitalizzazione  annuale  di  cia- 
scun paese  il  grado  stesso  di  ricchezza  cui  esso  è  pervenuto. 
Se  i  primi  stadi  sono  difficili  a  sorpassare,  gli  stadi  ulteriori 
sono  sempre  più  facili.  Se  la  prima  capitalizzazione  riesce  pe- 
nosa, la  difficoltà  diminuisce  man  mano. 

La  fa;;e  che  traversa  ora  l'Europa  è  fra  le  più  difficili  di  cui 
la  storia  abbia  ricordo.  La  emissione  di  carta  moneta  ha  dato 
in  molti  paesi  la  illusione  della  ricchezza,  ma  l'aumento  enorme 
dei  prezzi  rende  più  difficili  le  condizioni  della  vita. 

I  calcoli  riportati  in  seguito  sono  tutti  anteriori  alla  guerra. 
Calcoli,   dopo  la  guerra,  non  è  possibile  fare. 

Prima  della  guerra  l'Europa  rappresentava  agh  effetti  della 
produzione  e  degli  scambi  come  una  unità  vivente  :  i  cambi 
fra  un  paese  e  l'altro  erano  assai  bassi.  Vi  erano  solo  piccole 
differenze.  Tutti  i  paesi  più  importanti  aveano  la  loro  moneta 
alla  pari.  Dire  che  un  paese  avea  una  ricchezza  complessiva 
di  circa  50  miliardi  e  un  altro  di  loo  significava  che  il  primo 
paese  avea   metà  della  ricchezza  del  secondo. 

j\Ia  ora  tutta  l'economia  dell'Europa  è  profondamente  tur- 
bata. La  moneta  è  deprezzata  per  l'enorme  svilimento  deri- 
vante dalla  carta  moneta:  i  prezzi  sono  cresciuti  dal  200  al 
700  per  cento  nei  paesi  vincitori;  in  proporzione  ancor  più 
grande  in  alcuni  paesi  vinti. 

II  cambio   presenta  fenomeni  quasi  ignorati  :  vi  sono  paesi 

*  Sull'importanza  dei  capitali  personali  cfr.  Pareto:   op.  cit.,  voi.   l. 


Io6  SCIEN7A   DELLE   FINANZE  [CAP.    VII. 

che  perdono  sulla  loro  moneta  il  loo,  altri  il   200,  altri  il  400, 
altri   assai   più. 

Una  terra  che  si  vendeva  al  prezzo  di  i.ooo  si  vende  ora 
in  alcuni  paesi  3  mila,  in  altri  5  mila,  ciò  non  vuol  dire  che 
dia  una  massa  di  prodotti  tre  o  cinque  volte  superiore;  spesso 
dà  in  complesso  una  produzione  minore.  Ma  siccome  i  prezzi 
sono  aumentati  da  tre  a  cinque,  cosi  anche  le  terre,  le  case, 
alcuni  valori  mobiliari  seguono  le  stesse  proporzioni;  calcolando 
sui  valori  successori  attuali  o  sulle  imposte  sui  redditi  si  ha 
la  sorpresa  di  trovare  una  ricchezza  dei  cittadini  di  gran  lunga 
maggiore.  In  realtà  solo  le  cifre  sono  più  alte.  La  moneta  ha 
perduto  valore  e  quindi  i  beni  espressi  in  moneta,  raggiun- 
gono cifre  altissime  *  in  realtà  la  produzione  è  assai  diminuita 
dopo  la  guerra,  tutta  l'Europa  è  in  disordine,  alcuni  paesi  sono 
minacciati  dalla  carestia  e  dalla  fame:  tutti  risentono,  sia  pure, 
in  diversa  misura,  della  rottura  dell'equilibrio  economico. 

Secondo  alcuni  calcoli  presentati  doÀVInstitute  of  bankers  di 
Londra,  il  Belgio  ha  perduto  per  causa  della  guerra  il  io 
per  cento  della  sua  ricchezza;  la  Gran  Brettagna  il  12; 
l'Italia  il  22;  la  Francia  il  22.6.  Se  le  richieste  di  indennità  sta- 
bilite dai  trattati  di  pace  dovessero  essere  mantenute,  la  Ger- 
mania avrebbe  perduto  gran  parte  della  sua  ricchezza.  L'Ame- 
rica, l'Ungheria,  la  Polonia  sono  ridotte  a  condizione  di  estrema 
povertà.  La  guerra,  al  contrario,  ha  avuto  per  effetto  di  ar- 
ricchire straordinariamente  alcuni  paesi  neutrali  :  gli  stati  Scan- 
dinavi, r  Olanda,  la  Danimarca,  sopra  tutto  la  Spagna.  Ha 
anche  aumentato  notevolmente  la  ricchezza  degli  Stati  Uniti 
di  America  e  in  misura  assai  minore  del  Giappone. 

I  paesi  debitori  si  sono  trasformati  in  paesi  creditori  ;  monete 
deprezzate  prima  della  guerra  sono  ora  molto  apprezzate.  È 
stato  tutto  un  sovvertimento  di  rapporti  di  cui  soffrono  gli 
stessi  paesi  creditori  e  neutrali,  perchè  l'altezza  dei  cambi  li- 
mita le  esportazioni  e  determina  crisi  industriali.  Ciò  che  è 
evidente  è  che,  nel  suo  complesso,  tutta  l'Europa  è  assai  più 
povera  e  tutti  i  paesi  sono  minacciati,  sia  pure  in  diversa  misu- 
ra, da  una  grande  decadenza  economica. 

È  anche  vero  che  se,  prima  della  guerra,  era  difficile  fare 
confronti,  ora  è  quasi  impossibile. 


CAP.     VITI.]  RICCHEZZA    E    IMPOSTE  I07 

La -ricchezza  privata  dell'Italia  prima  della  guerra  si  poteva 
valutare  su  circa  loo  miliardi  di  lire  :  espressa  in  lire  italiane, 
dati  i  prezzi  attuali  delle  terre,  delle  case,  dei  titoli  mobiliari 
è  di  almeno  250  miliardi.  Ma,  in  realtà,  è  minore,  che  prima 
della  guerra. 

La  ricchezza  francese  si  poteva  indicare  approssimativamente 
fra  200  e  250  miliardi  prima  della  guerra  :  espressa  in  franchi 
ai  prezzi  attuali  è  ora  di  almeno  600  miliardi  ;  nondimeno  è 
diminuita  notevolmente.  La  ricchezza  britannica  che  era  di 
416  miliardi,  ai  prezzi  attuali  si  può  esprimere  in  quasi  700 
miliardi. 

La  svalutazione  della  moneta  fa  esprimere  con  cifre  superiori 
una  ricchezza  diventata  minore. 

Per  questa  ragione  i  debiti  pubblici  diventati  enormi  sono  in 
realtà  minori  che  in  apparenza,  perchè  non  possono  essere  con- 
frontati a  quelli  di  prima  della  guerra. 

La  guerra  ha  mutato  tutte  le  situazioni  e  spostata  notevol- 
mente la  distribuzione  della  ricchezza.  Dovunque  le  classi  a  red- 
dito fisso  sono  state  danneggiate.  In  particolar  modo  hanno 
sofferto  coloro  che  possedevano  titoli  pubblici  e  ricchezze  mo- 
biliari che  non  si   sono  avvantaggiate  della  guerra. 

Valutazioni  dell'  ammontare  della  ricchezza  e  comparazioni 
sono,  dunque  ora  più  che  mai  difficili,  se  non  impossibili. 

Si  può  dire  senza  difficoltà,  che  la  capitalizzazione  è  ancora 
assai  scarsa,  che  non  si  capitalizza  a  bastanza,  né  meno  nei 
paesi  più  ricchi,  per  i  bisogni  crescenti  della  produzione  e  del 
consumo  e  data  la  enorme  distruzione  di  ricchezza  che  la 
guerra  ha  portico. 

Vili. 

La  ricchezza  privata 
E  l'onere  dei  contribuenti  nei  paesi  moderni. 

48.  I  procedimenti  statistici  per  valutare  la  ricchezza  pri- 
vata in  ciascun  paese  sono,  come  abbiamo  visto,  estremamente 
complicati.   E  anche  per  le  ragioni    già   dette,  i  confronti  fra 


I08  SCIENZA   DELLE    FINANZE  [CAP.    Vili. 

un  paese  e  un  altro  sono  necessariamente  fondati  su  fragili 
basi,  essendo  diversa  la  situazione  dei  paesi  che  si  confrontano 
e  diversi  i  bisogni  :  ed  essendo  ad  alcuni  necessario  investire 
grandi  masse  di  ricchezza  per  procurarsi  beni  che  sono  per  altri 
paesi  gratuiti. 

I  calcoli  che  saranno  qui  riferiti  hanno  dunque  una  impor- 
tanza assai  relativa;  i  modi  di  valutazione  essendo  inoltre  non 
sempre  identici  e  mancando  molte  di  quelle  condizioni  che  pos- 
sono rendere  la  comparizione  attendibile.  Nondimeno  vale  la 
pena  di  riferirli,  poiché,  non  ostante  tutti  gli  inevitabili  errori, 
il  confronto  riesce  vantaggioso. 

Se  i  governi  mettessero  maggior  cura  nel  raccogliere  i  dati 
che  si  riferiscono  all'ammontare  della  ricchezza  privata,  si  ot- 
terrebbero facilmente  risultati  più  attendibili.  Il  governo  degli 
Stati  Uniti  fa  ogni  dieci  anni,  insieme  al  censimento  della  po- 
polazione, quello  delle  risorse,  dei  valori  e  delle  ricchezze  del 
paese.  Secondo  il  census  del  1890  la  ricchezza  degli  Stati  Uniti 
potea  valutarsi  a  circa  1000  dollari  per  abitante;  mentre  era  di 
870  dollari  nel  1880,  di  780  nel  1870  e  di  514  nel  1860.  La 
ricchezza  di  tutti  i  cittadini  degli  Stati  Uniti,  secondo  il  supe- 
rinfendant  del  censimento  americano,  potea  nel  1890  valutarsi 
in  65  milioni  di  dollari,  e  nel  1900  in  94  miliardi  (470  miliardi 
di  lire;  per  abitante  lire  6,159);  dopo  la  guerra  in  210  miliardi 
di  dollari. 

Probabilmente  la  ricchezza  dell'Inghilterra  esposta  in  lire 
alla  pari  era  prima  della  guerra  di  circa  350  miliardi,  quella 
della  Francia  di  oltre  280;  la  ricchezza  dell'Italia  oscillava,  se- 
condo diversi  calcoli,  tra  105  a   no  miliardi  *. 

*  Ecco,  quale  era,  prima  della  guerra,  l'ammontare  probabile  della  ric- 
chezza in  alcuni  stati  di  Europa  : 

miliardi  di  lire 
Inghilterra  secondo  la  Tesoreria  l'anno  1886  235 


» 

Giffen 

1894 

291 

Francia 

De  Foville         » 

1905 

208 

» 

Turquan              » 

1898 

214 

Prussia 

Sotbeer               . 

1893 

85 

Austria 

Inama-Sternegg  » 

1892 

61 

Ungheria 

a                >          » 

1892 

23 

GAP.    Vili.]  L*ONER£    DELLE   ImPOSTÉ  tCC) 

La  ricchezza  privata  posseduta  dai  cittadini  è  una  parte  della 
ricchezza  nazionale:  lo  Stato  e  gli  enti  locali  possiedono  anche 
una  massa  di  ricchezza  pubblica,  in  parte  fjuttifera  e  in  parte 
non  fruttifera,  composta  dal  demanio  fiscale  e  dal  demanio  pub- 
blico. Comparando  le  cifre  della  ricchezza  privata  e  quella 
dei  tributi,  occorre  quindi  distinguere  da  questi  le  entrale 
demaniali,  derivanti  dalla  riccliezza  pubblica  e  non  dalle  eco- 
nomie private. 

L'onere  delle  imposte,  come  si  è  già  detto,  non  può  esser 
misurato  dalla  cifra  della  contribuzione  di  ciascun  abitante, 
ma  dal  rapporto  tra  la  ricchezza  media  di  ciascuno  e  il  con- 
tributo. Quando  si  dice  che  un  francese  paga  più  imposte  di 
un  italiano  perchè  dà  una  somma  maggiore,  si  dice  una  cosa 
non  esatta:  bisogna  vedere  quale  sia  la  ricchezza  media  di  un 
francese  e  quale  sia  quella  di  un  italiano.  Ora  in  materia  d'im- 
poste non  vi  sono  né  massimi,  né  minimi.  Il  massimo  della 
imposizione  si  ha  o  si  dovrebbe  avere  logicamente  quando  l'im- 
posta, raggiunto  il  limite  più  elevato  della  pressione  tributaria, 
comincia  ad  arrestare  la  produzione  e  il  consumo  e  quindi   a 


Belgio         secondo  Graux 
Olanda  »       Boissevain 

Svezia  »        Falbeck 

»  »  id. 

Danimarca         x        Falbe  Hausen 
Grecia  »       Skiadan 

Italia  »       Pantaleoni 

.  »       Nitti 

»       Nitti 

La  ricchezza  della  Germania  prima  della  guerra  avea  avuto  il  più  rapido 
accrescimento.  La  Germania,  prima  della  sua  deplorevole  impresa  militare, 
era  il  paese  di  Europa  più  progressivo  e  più  tecnicamente  organizzato. 
Secondo  le  cifre  di  S  t  a  m  p  {Journal  of  the  Royal  StatisHcal  Society) 
allo  scoppio  della  guerra  (1914)  la  ricchezza  sarebbe  stata  in  sterline: 
Gran  Brettagna  secondo  Stamp  milioni  di  sterline  14.500  per  abit.  318 
Stati  Uniti  »  Ufficiale  >  42.000         »  474 

Germania  »  Helferch  s  16.550  >  244 

Francia  »  Pupin  >  12.000         »  303 

Italia  >  Gini  »  4.480         >  128 

La  ricchezza  d'Italia  ammontava,  prima  della  guerra,  al  191 4,  così,  a 
lire  nostre  112  miliardi  990  milioni  (circa  113  miliardi).  Per  ogni  abitante 
la  ricchezza  era  di  lire  3228,29. 


miliardi  di   lire 

l'anno 

1893 

34 

1892 

22 

1891 

9 

1898 

12 

en    j) 

1890 

7 

1890 

5 

1889 

54 

1903 

65 

1914 

105 

Ito  sciIìnZa  delle  finanze  [gap.  Vili. 

render  di  meno.  Ma  vi  sono  molti  paesi  che  sorpassano  ancora 
questo  massimo  con  danno  del  loro  avvenire. 

Per  misurare  l'onere  delle  imposte  in  ciascun  paese  si  può 
paragonare  la  massa  totale  delle  imposte  all'ammontare  com- 
plessivo della  ricchezza  privata  o  confrontare  il  reddito 
medio  annuale  della  nazione  all'ammontare  complessivo  delle 
imposte. 

Ma  come  i  calcoli  sono  difficili'  Prima  di  tutto,  i  mezzi  at- 
tuali di  cui  la  statistica  dispone  sono,  come  abbiamo  visto, 
assai  limitati  in  quanto  riguarda  il  calcolo  dell'ammontare  della 
ricchezza  privata  e  peggio  ancora  del  reddito  annuale  di  una 
popolazione  determinata  ;  e  poi,  anche  quando  si  riesca,  è 
l'altro  termine  che  è  assai  difficile  precisare.  Alcuni  stati,  come 
la  Prussia,  ricavano  le  loro  entrate  in  buona  parte  dal  de- 
manio ;  altri,  come  l' Inghilterra,  quasi  non  hanno  demanio 
fiscale.  Alcuni  hanno  grandi  industrie  redditizie  (telegrafi,  fer- 
rovie, telefoni,  ecc.):  in  altri  le  ferrovie,  i  telegrafi,  i  telefo- 
ni, ecc.  sono  in  mano  a  società  private.  Piuttosto  che  confron- 
tare l'ammontare  della  ricchezza  privata  con  la  massa  delle 
imposte,  riesce  più  vantaggioso  e  anche  più  agevole  confron- 
tare il  reddito  annuo  di  ciascuna  nazione  con  l'ammontare 
delle  pubbhche  entrate  dello  Stato  e  degli  enti  collettivi.  Cosi, 
se  il  reddito  annuo  di  tutti  i  cittadini  è  calcolato  in  io  miliardi 
e  le  imposte  e  tasse  di  ogni  natura  pagate  dai  contribuenti 
sono  2  miliardi,  si  può  ritenere  che  i  cittadini  diano  il  20  ^jo 
delle  loro    entrate. 

Molti  calcoli  sono  stati  fatti  sull'ammontare  dei  redditi  di 
tutti  i   cittadini  nei  vari  stati  di  Europa  *.   Il  Dipartimento 

*  Per  la  Gran  Brettagna  esistono  molti  calcoli  :  riportiamo  alcuni  dei 
più  recenti.  Il  reddito  era  calcolato  nel  seguente  modo  : 

Sir   Louis  Mallet.  K.  C.  S.  I.    1883-84 
National  income  and  Taxation  milioni  di  sterline  1.289 

Prof.  Leone  Levi,  The  Times  13  gena.  1885  »  1-274 

Prof.  A.  Marshall:  Report  of  industriai  re 
muneration  conference,january  1885,  pag.  194.  »  1.125 

Sir  R.  G  i  f  f  e  n,  Essays  in    Finance,  voi.    II, 
p.  460,  472   (1886)  »  1.270 

Prof.  A.  L.  Bowley,    1891,    I.   R.  SS.   voi. 
Vili,  pag    248  »  1,611 


CAP.     VIII.J  IL   RISPARMIO    NAZIOI^ALÈ  Iti 

del  lavoro  di  Washington  ha  anche  pubblicato  alcune  di  queste 
ricerche;  ma  non  si  tratta  che  di  approssimazioni  assai  relative 
e  che  non  autorizzano  a  confronti  sicuri. 

49.  Qualche  autore  distingueva  in  Europa,  prima  della 
guerra,  paesi  a  imposte  lievi,  dove  cioè  i  contribuenti  pagavano 
allo  Stato  e  agli  enti  locali  il  5  o  il  6  per  100  del  loro  reddito 
(esempio  il  Belgio);  h)  paesi  a  imposte  moderate,  dove  il  reddito 
dei  cittadini  dava  allo  Stato  e  agli  enti  locali  da  7  a  8  per. 
100  (esempio  l'Inghilterra);  e)  paesi  a  imposte  gravi,  (esempio 
la  Francia),  dove  i  cittadini  davano  presso  a  poco  11-12  per 
100  forse  *.  Si  poteva  aggiungere  a  queste  categorie  quella  dei 
paesi  a  imposte  gravissima  (come  l'Italia,  l'Austria  Ungheria, 
sopra  tutto  la  Russia).  Che  cosa  esiste  più  ora  di  questi  rapporti? 
Alcuni  stati  sono  scomparsi,  altri  sono  in  crisi  rivoluzionaria 
di  lunga  durata,  altri  in  grande  depressione.  In  tutti  i  paesi 
usciti  dalla  guerra  le  imposte  saranno  per  molti  anni  al- 
tissime; in  alcuni  paesi  quasi  insopportabili. 

Tutti  i  raffronti  hanno  carattere  di  lontana  approssimazione, 
esprimono  solo  grosso  modo  la  situazione:  esprimmio  forse  più 
che  relazioni  sicure,  constatazioni  approssimative.  Ma  quando 
si  dice  che  in  una  nazione  che  ha  un  reddito  di  io  miliardi  i 
cittadini  ne  pagano  3,  bisogna,  per  stabilire  la  prima  cifra, 
operare  un  gran  numero  di  calcoli;  e  quando  si  è  riescito  ad 
avere  dei  risultati,  si  deve,  come  abbiam  detto,  dubitare  sem- 
pre di  essi,  se  con  nuove  riprove  non  si  sia  ottenuta  una  suf- 
ficiente sicurezza. 

Ond'è    che    alcuni  scrittori  di  finanza   preferiscono  seguire 

Prima  della  guerra  si  calcolava  approssimativamente  il  reddito  della 
Gran  Brettagna  in  due  milioni  di  sterline,  il  reddito  della  Germania  in  40, 
(Iella  Francia  in   30,  dell'Italia  in   15. 

Secondo  dati  ufficiali,  per  gli  Stati  Uniti  il  reddito  allo  scoppio  della 
guerra  era  di  7.250  milioni  di  sterline,  cioè  72  sterline  per  abitante;  per 
il  Regno  Unito,  secondo  Stamp,  era  di  2.250  milioni  di  sterline,  cioè  di 
50  sterline  per  abitante;  secondo  Helferich  era  per  la  Germania  di  2.150 
milioni  di  sterline,  cioè  per  abitante  30  sterline;  per  la  Francia  era  secon- 
do Pupin  di  1.500  sterline,  pari  a  38  sterline  per  abitante  e  per  l'Italia 
era  di  800  milioni  di  sterline,  pari  a  23  per  abitante. 

**  Leroy  Beaulieu:  Tratte,  voi.  I.  Cfr.  Pareto:  op.  cit.  § 
988-98^. 


11^  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [GAP.    Vili. 

un  procedimento  molto  più  semplice,  che  permette  anche  ve- 
dere quanta  parte  l'imposta  prelevi  nelle  diverse  classi  sociali. 
Si  prendano  nelle  varie  classi  della  società  o  con  redditi  dif- 
ferenti, diversi  tipi  di  famiglia:  supposto,  per  esempio,  quattro 
famiglie  che  abbiano  20  mila,  7  mila,  3  mila  lire  e  mille  lire 
di  reddito,  vedere  quanta  parte  delle  entrate  di  esse  lo  Stato 
e  gli  enti  locali  prelevino  con  imposte  *. 

Abbiamo  già  visto  come  un  dato  di  fatto  assai  interessante 
sia  quello  relativo  alla  capitalizzazione  nei  vari  paesi.  È  solo 
mediante  esso  che  si  può  vedere  di  quanto  cresca  la  ricchezza 
e  se  cresca  più  o  meno  della  popolazione.  Infatti,  se  la  quota 
di  accrescimento  annuale  di  una  popolazione  è  di  io  per  mille 
e  la  ricchezza  aumenta  in  proporzione  dell'  i  ^/o  (per  esempio: 
un  paese  in  cui  la  ricchezza  privata  ascende  a  50  miliardi 
risparmia  appena  mezzo  miliardo),  allora  popolazione  e  ric- 
chezza crescono  allo  stesso  modo.  Or  dato  l'aumento  dei  bi- 
sogni che  caratterizza  la  vita  moderna,  un  paese  siffatto  sarà 
in  stato  di  vero  disquilibrio.  Ciò  che  è  desiderabile  è  che  la 
ricchezza  cresca  in  misura  più  rapida  della  popolazione  e  non 
mai  il  contrario. 

Ma  alcuni  paesi  hanno  progredito  e  progrediscono  assai  più 
rapidamente  :  e  il  loro  progresso  è  tanto  più  notevole  in  quanto 
essi  sono  già  creditori  dell'estero  e  tendono  sempre  più  a  di- 
ventare. Prima  della  guerra  la  Germania,  l' Inghilterra  e  la 
Francia  erano  tra  i  grandi  paesi  creditori  di  Europa  :  e  vice- 
versa vi  erano  molti  paesi  debitori.  Oltre  la  Spagna,  il  Porte- 
gallo  e  i  paesi  dell'Oriente  a  finanze  avariate,  in  Europa,  an- 
che la  Russia,  l'Austria  Ungheria,  l'Italia  erano  paesi  debitori; 

*  Leroy  Beaulieu,  in  base  a  procedimenti  siffatti,  calcolava 
che  in  una  famiglia  di  operai  parigini  di  tre  persone  l'imposta  preleva 
10.80  o/o  del  reddito;  in  una  famiglia  con  80  mila  lire  di  reddito,  di  cui 
una  metà  in  beni  mobili,  e  l'altra  metà  di  due  parti  eguali  in  fondi  pub- 
blici e  in  valori  mobiliari  diversi,  l'imposta  prelevali  17  "/o  per  lo  Stato, 
i  dipartimenti  e  il  comune.  Anche  in  Francia  nel  1895  il  signor  B  e  a  u  - 
vin  Grenier  alla  Société  de  statistique  presentò  un  calcolo  relativo 
alla  sua  famiglia  :  con  un'entrata  di  20  mila  lire  all'anno  per  un  numero 
di  9  persone,  la  famiglia  pagava  il  23  «/o.  Calcoli  siffatti  esistono  per  molti 
paesi  e  non  mancano  di  interesse  se  condotti  con  rigore  :  il  male  è  che 
del  rigore  di  essi  si  deve  spesso  dubitare. 


cÀp.  Vili.]  La  ricchezza  dèLl'italia  113 

essi  importavano  capitali  piuttosto  che  esportarne.  L'Italia 
però  tendeva  sempre  più  a  diminuire  il  suo  debito  verso  l'estero 
piuttosto  che  ad  accrescerlo  e  ad  esportare  anzi  capitali  in- 
dustriali. Ma  dopo  la  guerra,  tutti  i  paesi  d'Europa  che  vi 
hanno  preso  parte  sono  debitori  dell'estero,  sopra  tutto  del- 
l'Inghilterra e  degli  Stati  Uniti  d'America  per  cifre  altissime. 
Tutta  l'Europa  è  nel  suo  complesso  debitrice.  Masse  di  capitali 
sono  state  annullate.  I  capitali  collocati  in  Russia  sono  stati 
distrutti  e  le  ragioni  di  credito  non  hanno  quasi  alcun  valore. 
Come  abbiamo  già  avvertito  nel  confrontare  l'onere  delle  im- 
poste dei  vari  paesi,  poiché  gli  ordinamenti  politici  o  ammini- 
strativi sono  differenti,  occorre  vedere  ciò  che  i  contribuenti 
danno  a  tutti  gli  enti  collettivi  e  non  già  soltanto  allo  Stato  : 
che  le  spese  per  la  istruzione  siano  fatte  poi  dallo  Stato  o  dai 
comuni,  è  cosa  che  non  modifica  nulla.  D'altra  parte  negli 
stati  retti  a  forma  federale,  bisogna  tener  conto  delle  spese 
degli  stati  singoli  e  non  solo  della  confederazione.  Le  spese 
degli  enti  locali  rappresentavano  prima  della  guerra  quasi  la 
metà  di  tutte  le  spese  collettive  in  Inghilterra:  mentre  in  Italia 
non  rappresentavano  che  circa  il  quinto  e  in  Francia  anche 
meno.  Da  quanto  si  è  detto  finora  risulta  che  i  facili  confronti 
di  cui  si  abusa  sono  tanto  più  errati  quanto  più  grande  appare 
la  evidenza.  Chiunque  conosca  gli  elementi  della  tecnica  stati- 
stica sa  che  niente  è  più  malagevole  che  fare  dei  confronti  in 
materia  di  spese,  e  in  materia  d'imposte.  Occorre  non  solo  la 
maggiore  prudenza,  ma  la  conoscenza  esatta  di  due  bilanci  per 
poterli  paragonare.  Altrimenti  la  comparazione  non  diventa 
che  una  sterile  esercitazione. 

IX. 

Le  spese  e  le  entrate  pubbliche. 

50.  Lo  studio  delle  pubbliche  spese  e  delle  pubbliche  en- 
trate e  dei  fenomeni  che  derivano  dalla  prelevazione  e  dall'uso 
di  una  parte  della  ricchezza  nazionale,  costituisce  il  campo 
delle  ricerche  finanziarie. 

Molti  scrittori  di   finanza  si  rifiutrnodi  trattare  l'argomento 
Nitti,  8 


il4  Scienza  dell^^  einàn^e  [gap.  iX. 

delle  pubbliche  spese  poiché  credono  interessi  la  politica  e  non 
già  la  finanza.  Le  pubbliche  spese,  essi  dicono,  dipendono 
sopra  tutto  da.lla  forma  politica  e  dalle  condizioni  sociali  ed 
economiche  di  ciascun  paese,  La  finanza  si  limiterebbe  in 
questo  caso  a  studiare  le  pubbliche  entrate  nella  loro  azione 
economica.  In  realtà,  la  finanza  non  può  considerare  l'un 
fenomeno  indipendentemente  dall'altro:  poiché  l'acquisto  e 
l'uso  delle  ricchezze  materiali  necessarie  alla  vita  e  allo  svi- 
luppo degli  enti  collettivi  costituiscono  due  fatti  in  mutua 
dipendenza  fra  loro.  I  grandi  finanzieri  hanno  sempre  visto 
questi  rapporti  di  dipendenza.  Vi  sono  alcune  spese  le  quali 
possono  agire  utilmente  sullo  sviluppo  delle  entrate  :  cosi  al- 
cuni lavori  pubblici,  per  esempio,  possono  avere  per  conse- 
guenza uno  sviluppo  di  entrate.  Vi  sono  entrate  le  quali  non 
possono  essere  fissate  senza  un  precedente  sviluppo  di  spese  *. 

Gli  scopi  che  l'attività  dello  Stato  si  propone  sono  in  certa 
guisa  la  causa  delle  pubbliche  spese,  e  sono  gli  apprezzamenti 
che  i  cittadini  o  per  dire  più  esattamente  il  gruppo  poHtico 
dominante  fanno  sulla  utilità  di  esse  che  ne  determinano  i  li- 
miti: ma  questi  ultimi  sono  assai  più  nello  sviluppo  della  ric- 
chezza, nella  forma  politica  e  nei  modi  di  organizzazione  di 
ciascun  popolo.  A.  Smith  avea  fin  dal  suo  tempo  inteso  assai 
bene  la  natura  e  il  carattere  delle  pubbliche  spese;  lungi  dalle 
esagerazioni  dei  suoi  seguaci,  non  solo  non  concepiva  una  so- 
cietà ordinata  senza  governo,  ma  credeva  che  questo,  oltre  al 
supremo  ufficio  della  sicurezza  interna  ed  esterna,  dovesse  avere 
scopi  di  prosperità  e  di  cultura.  Al  governo  A.  Smith  consi- 
gliava non  solo  di  occuparsi  di  opere  pubbliche  e  di  igiene  ge- 
nerale: ma   anche  di  educazione  e  di  istruzione  **. 

Per  lungo  tempo  si  é  creduto  che  la  prodigalità  nelle  spese 
pubbliche  fosse  a  sua  volta  causa  di  ricchezza  per  la  nazione  f. 

1 

*  Nella  sua  famosa  lettera  al  re  Luigi  XVI,  Turgot  rinchiudeva  il  suo 
programma  finanziario  in  tre  sole  frasi:  point  de  banqueroute,  point  d'aug- 
mentation  d'impòts,  point  d'emprunts.  Ecco  a  evidenza  un  programma  in  cui 
le  spese  e  le  entrate  sono  strettamente  legate  fra  di  loro  :  ed  è  anche 
così,  sempre,  nella  realtà. 

*♦  A.  Smith:  Wealth  of  Nations,  libro  V. 

t  In  una   lettera  al  cardinale  di    NoaiUes  madama    di    Maintenon  rac- 


CAP.    IX. i  ENTRATE   E    SPESE  tl5 

Anche  a.de£SO  i  parlamenti  mostrano  una  facilità  grande  nel  de- 
liberare nuove  spese:  e  non  mancano  molti  i  quali  esaltano  la 
prodigalità  come  il  sistema  più  adatto  alla  popolarità  dei  par- 
titi  di   governo. 

In  realtà,  le  spese  pubbliche  non  sono  da  considerarsi  di\er- 
samente  dalle  private  :  esse  rispondono  a  bisogni  permanenti 
e  inerenti  alla  vita  sociale  e  vanno  giudicate  secondo  la  loro 
utilità.  Se  fosse  dimostrato  che  molti  servizi  pubblici  possono 
essere  meglio  esercitati  dalla  industria  privata  e  con  maggiore 
vantaggio  della  collettività,  le  spese  per  essi  non  sarebbero 
giustificabili.  Al  contrario,  se  lo  Stato  assume  servizi  che  la 
industria  privata  non  può  esercitare  o  non  può  esercitare  che 
con  dispersione  di  ricchezza  o  con  danno,  le  spese  per  essi 
sono  giustificate  della  convenienza  sociale. 

51.  Per  bene  valutare  l'ampiezza  d'importanza  delle  pub- 
bliche spese  e  per  avere  un  concetto  esatto  della  loro  azione 
nell'economia  generale  del  paese,  bisogna  tener  presenti  gli 
oggetti  cui  si  riferiscono:  vedere,  in  altri  termini,  gli  scopi  per 
cui  sono  fatte.  Un  paese  in  cui  una  stessa  quantità  di  spese  è 
determinata  da  scopi  militari  è  in  condizione  diversa  da  uno 
in  cui  è   determinata  da  scopi  di  civiltà  e  di  cultura. 

I>a  difesa  della  libertà  e  della  indipendenza  è  senza  dubbio 
la  difesa  dei  due  beni  supremi  :  e  nessun  sacrifìcio  è  forse  ec- 
cessivo. Ma  una  nazione  che  sacrifichi  alla  difesa  la  più  gran 
parte  delle  sue  risorse,  non  è  in  condizione  assai  diversa  da 
un  individuo  che    viva  circondato  da  selvaggi  e  deva  impic- 


colita che  uà  giorno,  esortando  il  re  a  fare  elemosine  più  considerevoli, 
Luigi  XIV  le  rispose:  Un  roi  fait  Vaumóne  en  dèpensant  beaucoup.  J.  B. 
Say  nota  {Traité,  libro  III.  cap.  VI)  non  senza  ragione:  mot  prècieux  et 
ierrihle,  qui  montre  comment  la  mine  peut  étre  rèduite  en  principes.  Anche 
gli  spiriti  più  profondi  del  secolo  XVIII  non  sfuggivano  a  questi  errori; 
perfino  Galiani,  acutissimo  sempre,  a  proposito  di  grandi  spese  nella  Corte 
affermava,  quidquid  delirant  reges,  ma  è  danaro  che  si  spende.  Voltaire, 
parlando  delle  spese  folli  di  Luigi  XVI,  diceva  che  non  gravavano  lo 
Stato, ma  servivano  à /aire are uler  Vargent  dans  le  royamne.  Furono  questi 
errori,  la  rovina  ridotta  in  principi,  come  dice  Say,  che  determinarono  la 
reazione  così  limgo  tempo  prevalsa,  secondo  cui  le  spese  pubbliche  erano 
da  considerarsi  come  un  fenomeno  del  consimio:  qualche  volta  come  una 
perdita  netta  per  la  nazione. 


tl6  SCIÈNZA    DELLE   tlj^ÀNZfe  [CAI>.    I^. 

gare  tutte  le  sue  energie  per  difendersi  da  essi.  A  lui  non  sarà 
concesso  di  progredire  ne  nella  ricchezza,  né  nella  sua  intelli- 
genza se  non  assai  limitatamente.  Senza  dubbio,  quando  si 
tratti  di  grandi  agglomerati  di  uomini,  il  caso  è  assai  men 
grave;  poiché  assai  spesso  ai  grandi  sacrifizi  fatti  per  la  difesa 
corrispondono  condizioni  di  sicurezza  interna  e  di  tranquillità, 
che  sono  i   primi  elementi  di  sviluppo. 

Le  spese  pubbliche  prendono  forme  assai  differenti. 

Per  la  loro  forma  possono  essere  in  natura  o  in  moneta  : 
prevalevano  le  prime  in  passato  quando  frequentemente  lo 
Stato  pagava  funzionari  e  soldati  con  merci,  derrate  o  con- 
cessioni. Nell'economia  monetaria  degli  stati  moderni  le  spese 
pubbliche  avvengono  quasi  sempre  in  danaro. 

Per  il  tempo  in  cui  sono  fatte  e  per  la  loro  durata  e  conti- 
nuità le  spese  sono  ordinarie  e  straordinarie  :  sono  spese  ordi- 
narie quelle  che,  rispondendo  a  bisogni  continui,  si  rinnovano 
in  ogni  esercizio  finanziario:  sono  spese  straordinarie  quelle  che 
rispondono  a  bisogni  accidentali  e  variabili.  Le  spese  per  la 
giustizia,  per  l'istruzione,  per  l'esercito  sono,  in  generale,  spese 
ordinarie:  al  contrario  le  spese  per  un  nuovo  fucile,  o  per  la 
costruzione  di  una  ferrovia,  o  per  l'esec.uzione  di  un  nuovo 
catasto  sono  straordinarie. 

Poiché  si  ritiene  che  alle  spese  ordinarie  si  deva  provvedere 
sempre  con  entrate  ordinarie  (imposte,  tasse,  redditi  patrimo- 
niali) e  alle  spese  straordinarie  si  possa  provvedere  con  en- 
trate straordinarie  (alienazione  di  patrimonio  o  accensione  di 
debiti)  si  discute  se  le  spese  per  le  costruzioni  di  ferrovie,  che 
sono  senza  dubbio  spese  straordinarie,  siano  da  fare  con  de- 
biti. È  un  caso  di  politica  finanziaria  che  va  risoluto  secondo 
le  circostanze.  Ma  i  pericoli  del  debito  sono  tanti  che  é  buona 
norma  di  politica  finanziaria  di  sopperire  anche  alle  spese 
straordinarie  con  entrate  ordinarie,  salvo  la  eccezione  delle 
opjre  sicuramente  riproduttive  e  di  una  parte  dei  debiti  di 
guerra.  È  infatti  evidente  che  se  una  linea  ferroviaria  messa 
in  esercizio  ha  un  valore  industriale  che  eguaglia  o  supera  le 
spese  di  costruzione;  e  se  produce  un  reddito,  che  è  egual. 
o  superiore  all'interesse  che  le  somme  investite  in  esse  avreb 
bero  prodotto,    il   debito  non   costituisce  in    alcun  mòdo   un 


GAP.      IX.]  SPESE    PUBBLICHE  ÌI7 

pericolo.  Sotto  un  certo  aspetto  è  come  se  si  fosse  costituita 
una  società  per  azioni  allo  scopo  di  costruire  una  ferrovia  : 
lo  Stato  ha  emesso  i  titoli  di  debito  allo  stesso  modo  che 
un  banchiere  avrebbe  emesso  i  titoli  industriali.  Il  male  è 
che  nella  pratica  si  abusa  dei  debiti  (ed  è  solo  il  credito  che 
rende  possibili  i  maggiori  abusi)  per  costruire  molte,  spesso 
troppe  ferrovie,  che  non  hanno  carattere  industriale,  ma 
qualche  volta,  adirittura  elettorale. 

Rispetto  agli  effetti  ecanomici  le  spese  pubbliche  possono 
essere  produttive  o  improduttive,  le  prime  quando  accrescono 
o  il  patrimonio  dello  Stato  o  le  attitudini  dei  privati,  le  ul- 
time quando  non  agiscono  né  in  un  senso,  né  nell'altro,  o 
quando  la  utilità  che  ne  deriva  non  compensa  le  ricchezze 
consumate.  Ma  spese  improduttive  non  vuol  dire  punto  spese 
inutili:  vi  sono  benefizi  morali  che  si  traducono  prima  o  dopo 
in  benefizi  economici,  vi  sono  guerre  di  difesa,  che  rispon- 
dono al  bisogno  fondamentale  della  esistenza  e  vi  sono  anclie 
guerre  nazionali  che  destano  le  energie  di  una  nazione  più  che 
qualsiasi  progresso  industriale. 

Si  distinguono  anche  riguardo  alla  loro  natura  le  spese  reali 
dalle  spese  di  esercizio.  Le  spese  reali  sono  quelle  fatte  in  realtà 
per  servigi  pubblici  in  soddisfazione  dei  bisogni  collettivi;  le 
spese  di  esercizio  sono  quelle  determinate  o  dalla  riscossione 
di  prò V venti  del  bilancio  o  àdlV amministrazione  dei  beni  dello 
Stato  e  dallo  esercizio  delle  sue  industrie.  Quando  si  confron- 
tano bilanci,  bisogna,  come  abbiamo  già  avvertito,  con  cura 
assidua  separare  le  spese  reali  dalle  altre,  sopra  tutto  dalle 
industriali.  Vi  sono  paesi  che  hanno  un  demanio  industriale 
grandissimo,  altri  che  non  ne  hanno  o  ne  hanno  assai  limi- 
tatamente. Entrano  dunque  nelle  spese  di  esercizio  anche 
quelle  occorrenti  per  acquisto  di  materie  prime,  occorrenti  a 
privative  e  a  monopoli  di  Stato  ;  onde  è  grave  errore,  per 
esempio,  confrontare  le  spese  di  esercizio  dello  Stato  italiano 
a  quelle  dello  Stato  prussiano  o  dello  Stato  inglese.  Questo 
confronto  non  dice  nulla:  fra  tante  altre  cose  va  tenuto  pre- 
sente che  lo  Stato  in  Italia,  come  abbiamo  già  notato,  eser- 
cita il  monopolio  del  tabacco,  che  altrove  costituisce  una 
industria  privata.;    e  in  Prussia    lo    Stato  esercita  le  ferrovie 


ii8  scie:nza   delle  finanze  [cap.  lx. 

che  in  Inghilterra  sono  esercitate  da  grandi  società  private. 
Onde  i  confronti  sulle  spese  di  esercizio  di  due  paesi  non 
hanno  spesso  alcun  significato  ;  piuttosto  sono  importanti  i 
confronti  relativi  alle  spese  di  riscossione,  cioè  alle  spese  fatte 
per  esigere  le  singole  imposte  o  tasse.  Una  finanza  è  tanto 
più  ordinata  e  tanto  più  adatta  in  quanto  queste  spese  sono 
minori.  In  generale  più  le  imposte  sono  gravose  e  più  la  ri- 
scossione è  costosa,  tendendo  i  contribuenti  a  evadere  il  più 
che   possibile  le  imposte  gravi  *. 

In  ordine  agli  scopi  cui  sono  destinate,  le  spese  si  dividono 
in  tre  grandi  categorie:  i,  spese  per  la  costituzione.  Compren- 
dono, in  generale,  la  lista  civile,  o  dotazione  al  capo  dello 
Stato,  le  dotazioni  alle  Camere  legislative,  gli  assegni  ai  mini- 
stri, e  le  spese  per  il  debito  pubblico,  cui  si  suppone  lo 
Stato  non  possa  sottrarsi  senza  venir  meno  a  un  impegno 
costituzionale;  2,  spese  per  scopi  militari,  cioè  di  sicurezza  di 
difesa  (ministeri  della  guerra  e  della  marina  militare);  3,  spese 
per  scopi  di  diritto,  di  civiltà  e  di  benessere  (lavori  pubblici, 
iigricoltura,  commercio,  istruzione,  servizi  pubblici  ecc.).  Que- 
sta terza  categoria  di  spese,  che  ha  più  grande  produttività, 
è  quella   che  interessa  in   maggior  guisa. 

Quando  si  vuol  valutare  in  quasi  tutti  i  paesi  l'efhcacia 
delle  pubbhche  spese  e  l'azione  che  esse  esercitano,  bisogna 
tener  conto  della  situazione  rispettiva  delle  tre  categorie  an- 
zidette. Ora  per  gli  stati  è  come  per  gl'individui.  Se  non  si 
sono  soddisfatti  i  bisogni  primari  dell'esistenza  non  si  pensa 
ad  altro;  le  prime  ricchezze  disponibili  sono  appunto  desti- 
nate alla  soddisfazione  dei  bisogni  più  essenziali. 

Sono  note  le  quattro  leggi  di  Engel  in  materia  di  alimen- 
tazione. Le  spese  per  l'alimentazione  sono  tanto  più  grandi 
quanto  più  i  bilanci  familiari  sono  piccoli:  in  alcune  classi  le 
spese  per  la  sussistenza  assorbono  grandissima  parte  del  red- 
dito. Secondo  Engel,    l'esame  dei  bilanci  familiari  rivela  che: 

*  Ai  tempi  di  SuUy  in  Francia,  di  150  milioni  che  formavano  il  pro- 
dotto lordo  delle  imposte,  solo  30  entravano  nelle  casse  dello  Stato  :  al 
tempo  di  Necker  le  spese  di  percezione  si  elevavano  a  11  %  del  prodotto 
totale  ;  erano  già  nel  1836  appena  7,4  °lo',  ora  rappresentano  una  cifra 
assai  minore. 


CAP.    IX.]  PUBBLICHE   ENTRATE  II9 

I,  la  proporzione  delle  spese  per  il  nutrimento  cresce  in  pro- 
gressione geometrica  e  in  ragione  inversa  del  benessere  ;  in 
altri  termini  meno  il  reddito  è  elevato  e  più  proporzional- 
mente è  alta  la  spesa  di  sussistenza;  2,  la  spesa  per  il  vesti- 
mento prende  e  conserva  una  proporzione  sensibilmente  co- 
stante nell'insieme;  3,  la  spesa  per  l'alloggio,  il  riscr.ldamento 
e  l'illuminazione  ha  una  proporzione  quasi  invariabile  quale 
che  sia  il  reddito;  4,  infine,  più  il  reddito  cresce  e  più  aumenta 
la  proporzione  delle  spese  diverse  le  quali  esprimono  il  grado 
di  benessere  *.  Sopra  tutto  la  pi  ima  legge  ha  riscontro  com- 
pleto nella  realtà.  Ora,  come  le  spese  per  la  sussistenza  assor- 
bono quasi  tutto  il  reddito  delle  persone  povere,  le  spese  fon- 
damentali per  la  difesa  assorbono  ancora  la  più  gran  parte 
del  reddito  degli  stati.  Cosi  la  vita  dell'umanità,  considerata 
nei  suoi  più  grandi  gruppi  politici,  non  sembra  ancora  aver 
raggiunto  un  alto  livello  :  e  la  maggior  parte  delle  ricchezze 
fornite  dai  cittadini  è  assorbita  da  spese  per  la  sicurezza  in- 
terna ed  esterna  e  in  generale  per  la  difesa.  Cosi  le  più  povere 
famiglie  impiegano  la  quasi  totalità  delle  loro  entrate  per 
sopjjerire  ai  bisogni  della  vita  animale  o  alla  difesa  contro 
l'ambiente  e  assai  poco  rimane  per  lo  sviluppo  del  corpo  e 
dello  spirito. 

52.  Entrate  e  spese  pubbliche  sono,  come  abbiam  visto, 
in  rapporti  di  mutua  dipendenza.  Mentre  la  massa  del  reddito 
nazionale  e  i  rapporti  di  distribuzione  della  ricchezza  deter- 
minano l'ammontare  delle  entrate,  la  loro  forma  e  la  loro  ri- 
partizione, le  spese  sono,  in  non  poca  parte,  influenzate  dalle 
forme  politiche  e  sociali  di  ciascun  paese.  Abbiam  visto  che, 
come  vi  sono  spese  ordinarie  e  straordinarie,  vi  sono  anche 
entrate  dell'una  e  dell'altra  natura.  Vi  sono  entrate  che  si 
rinnovano  periodicamente  e  vi  sono  entrate  le  quali,  per  la 
loro  stessa  indole,  non  hanno  carattere  di  periodicità,  bensì 
occasionale,  o  per  lo  meno  non  si  rinnovano  regolarmente.  Pre- 
valevano, in  generale,  nel  pas?ato,  forme  più  eventuali  che  ora 
non  siano,  nell'acquisto,  da   parte  dello  Stato,  dei  beni  neces- 

*  Cfr.    N  i  t  t  i  :  V alimentazione  e  la  forza  di  lavoro  dei  popoli  in  R.  S. 
1894. 


I20  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [CAP.    IX. 

sari  al  suo  funzionamento.  In  materia  di  pubbliche  entrate  è 
assai  difficile  fare  classificazioni  precise  *.  È  anche  più  difficile 
trovare  nella  storia  degli  ordinamenti,  finanziari  del  passato 
sistemi  che  ai  nostri  si  avvicinino.  Gli  ordinamenti  politici, 
i  differenti  ordinamenti  economici  hanno  determinato  a  loro 
volta  differenti  ordinamenti  finanziari. 

Poiché  lo  Stato  e  gli  enti  collettivi,  per  raggiungere  gli  scopi 
che  derivano  loro  dalla  origine  e  dalla  loro  base  stoiica,  hanno 
bisogno  di  ricchezze  materiali,  hanno,  abbia m  già  detto,  dif- 
ferenti modi  di  procurarsele.  Vi  sono  prestazioni  obbligatorie, 
o  contribuzioni  di  ricchezze,  o  sotto  la  forma  volontaria  o  per 
contratto,  o  per  coazione.  Nelle  società  passate  era  frequente 
il  sistema  dei  donativi.  La  tradizione  e  l'uso  davano  però  qual- 
che volta  a  tali  prestazioni  un  carattere  poco  volontario.  Le 
offerte  volontarie  (quando  erano  veramente  tali)  erano  un  fatto 
possibile  solo  in  piccole  organizzazioni  cui  sovrastava  il  più 
delle  volte  un  pericolo  comune  ;  adesso  non  hanno  quasi  più 
alcuna  importanza.  Le  entrate  che  derivano  da  contratti, 
come  quelli  che  fa  lo  Stato  con  i  cittadini  per  il  debito  pub- 
blico, hanno  a  loro  volta  una  importanza  limitata:  poiché  sono 
entrate  straordinarie  ai  cui  oneri  bisogna  adempiere  con  en- 
trate ordinarie.  Queste  sono  ora  in  piccola  parte  ricavate  dai 
beni  che  lo  Stato  possiede,  in  parte  grandissima  per  imposi- 
zione. I  bisogni  collettivi  essendo  cresciuti  rapidamente  e  de- 
terminando l'uso  di  masse  di  ricchezze  notevoli,  e  il  sistema 
contrattuale  non  bastando,  si  è  andati  man  mano  verso  la 
forma  attuale  coattiva.  Mentre  in  generale  negli  stati  antichi 
derivano  per  la  maggior  parte  le  entrate  da  beni  demaniali, 
miniere  e  tributi    indiretti  su  generi  di  consumo,   sopra  tutto 


*  Su  questo  argomento  e  per  un  maggiore  sviluppo  di  esso  si  possono 
leggere  utilmente  Ricca  Salerno:!.^  entrate  ordinarie  dello  Stato  nel 
Manuale  di  dtritto  amministrativo  di  Orlando;  Wagner;  op.  cit., 
voi.  I;  E.  Sax:  op.  cit.  ;  T  e  1  i  g  m  a  n  :  The  classification  of  pubblic  re- 
venues  negli  Essays  on  Taxation,  New  York,  1895,  pag.  265-304;  Stein: 
op.  cit.,  voi.  I,  pag.  350  e  seg.;  B  as  t  ab  1  e  :  Pubblic.  finance,  pag.  155 
e  seg.  ;  CarlG.  Plehn:  Classification  of  Pubblic  Revenues  nel  Poli- 
ticai Science  quaterly  di  marzo  1897;  Oraziani  in  G.  d.  E.  febbraio 
1893. 


CAP.    IX.]  PUBBLICHE    ENTRATE  I2l 

SU  quelli  introdotti  dall'estero,  negli  stati  moderni  sono  le  im- 
poste e  le  tasse  che  formano  la  base  dei  bilanci. 

Base  notevole  di  entrate  nei  vecchi  stati  erano  le  regalie. 
Che  cosa  esse  siano,  secondo  un  vecchio  autore,  è  assai  difficile 
dire:  regaliae  vero  quae  sint  vix  definiri  potest.  Erano  in  gene- 
rale, nel  medio  e.vo,  i  diritti  finanziari  i  quali  si  credeva  deri- 
vassero dall'esercizio  della  sovranità.  Comprendevano  spesso 
dii-itti  di  ogni  natura,  che  si  riferivano  al  potere  giudiziario, 
o  alla  sicurezza,  alla  tutela  o  alla  protezione.  Erano  non  di 
rado  vere  imposte,  ma  con  impronta  demaniale.  Fra  le  regahe 
medioevali  figuravano  alcune  prestazioni  che  era  obbligatorio 
rendere  al  principe,  in  casi  determinati;  i  beni  senza  padrone 
che  erano  devoluti  alla  Corona;  i  compensi  e  le  retribuzioni 
per  servizi  resi  direttamente  dallo  Stato;  e  infine  molti  mono- 
poli, possessi  e  industrie  diverse.  Più  tardi  l'espressione  di  re- 
galia si  limitò  a  queste  ultime  categorie  ed  ebbero  parte  prin- 
cipale la  coniazione  delle  monete,  le  poste,  ecc.  la  cui  impor- 
tanza divenne  sempre  maggiore  accanto  alle  regalie  di  carat- 
tere fondiario.  Le  regalie,  di  cui  dunque  è  assai  difficile  dire 
la  natura  precisa  e  i  limiti,  ebbero  una  trasformazione  conti- 
nua e  incessante  *. 

Negli  stati  moderni  sono  scomparse  quas-'i  del  tutto  le 
prestazioni  di  carattere  personale.   Anzi  nella  più  gran  p£irte 

*  Roscher  distingue  quattro  forme  principali  di  regalie  nel  medio 
evo  :  Finanz.,  pag.  71  e  seg.  ;  ma  le  forme  di  ess3  erano  diversissime. 
Jean  Bodin,  che  fu  tra  i  più  profondi  teorici  politici,  nel  sorgere  del- 
l'evo moderno,  nella  sua  opera  Les  six  livres  de  la  Répubhlique,  fa  deri- 
vare da  sette  fonti  le  pubbliche  entrate  :  i.  ex  agris  publicis  ;  2.  ex 
hostium  spoliis;  3.  ex  amicorum  largitionibus;  4.  ex  sociorum  vectigalibus 
ac  tributis  ;  5.  ex  earum  rerum  vectigalibus,  quae  aut  inveniuntur  aut 
exvehuntur  ;  6.  ex  mercatura  ;  7.  ex  subditorum  tributis.  Ora  ex  agris 
puhbUcis  non  si  ricava  che  molto  poco;  poiché  sopra  tutto  nei  paesi  po- 
polosi il  demanio  fondiario  è  in  diminuzione.  Ex  hostium  spoliis,  in  una 
società  civile,  non  si  può  pretendere  di  ricavare  una  fonte  di  entrate,  quan- 
tunque i  cosi  detti  trattati  di  pace  conchiusi  dopo  la  guerra  europea  fanno 
discendere  la  società  europea  ai  tempi  delle  barbarie.  Ex  amicorum  largi- 
tionibus... non  è  poi  da  pensare.  E  così  anche  le  altre  entrate  ordinarie, 
tranne  le  imposte  e  le  tasse,  hanno  importanza  minima.  Ad  ogni  modo 
la  classifica  di  Bodin  ci  rivela  tutto  il  sistema  politico  e  finanziario  di  un 
tempo  ormai  finito. 


122  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [CaP.    IX. 

degli  stati  di  Europa  non  vi  è  quasi  più  traccia  della  serie 
grandissima  di  prestazioni,  che  in  passato  costituivano  la 
base  della  finanza.  Tranne  la  leva  militare,  che  impone  ai 
cittadini  quasi  senza  compenso,  per  scopo  supremo  di  sicu- 
rezza e  di  difesa,  di  prestare  la  loro  opera  nell'esercito,  non 
vi  è  quasi  traccia  di  servizi  personali  coattivi.  La  giuria,  che 
nel  maggiore  numero  dei  casi  è  retribuita,  si  riduce  a  un 
obbligo  poco  oneroso  e  per  pochi.  In  ogni  modo  anche  in 
questi  casi  lo  Stato  provvede  al  mantenimento  delle  persone 
e  dà  loro  i  mezzi  di  vivere. 

L'obbligo  di  assum3re  alcuni  pubblici  uffici  gratuitamente, 
obbligo  che  è  tanta  parte  dell'autonomia  locale  in  Inghil- 
terra, non  costituisce  un  vero  onere  nel  tempo  nostro,  e  del 
resto  è  limitato  ad  assai  poco.  Ancora  in  qualche  paese  le 
leggi  sui  lavori  pubblici  conservano  qualche  traccia  di  pre- 
stazioni personali  obbligatorie:  ma  la  loro  importanza  è  scar- 
sissima. 

53.  Oramai  si  può  dire  che  i  bilanci  dei  paesi  moderni 
si  basino  non  solo  prevalentemente,  ma  quasi  esclusivamente, 
su  entrate  di  diritto  pubblico,  come  le  imposte  e  le  tasse. 
Gli  stessi  grandi  monopoli  dello  Stato  sono  in  realtà  dissimili 
nel  contenuto  dalle  vecchie  regalie  :  quando  non  sono  stabiliti 
per  ragioni  di  sicurezza  o  di  ordine  (monetazione,  posta,  te- 
legrafo ecc.)  sono  vere  imposte  indirette  come  i  monopoli  del 
sale,   del  tabacco,   dell'alcool,   ecc. 

Le  pubbliche  entrate  possono  essere  classificate  o  tenendo 
presente  il  loro  svolgimento  storico  giuridico,  o  il  diritto  po- 
sitivo vigente,  o  i  rapporti  finanziari  che  vengono  a  deter- 
minarsi, o,  e  questo  è  il  punto  di  vista  che  più  interessa, 
la  loro  natura  economica. 

Le  entrate  ordinarie,  come  le  entrate  straordinarie,  non 
differiscono  sostanzialmente  :  mediante  esse  si  impiega  una 
parte  della  ricchezza  nazionale  all'appagamento  di  bisogni 
collettivi.  Le  entrate  ordinarie  derivano  dal  demanio  pubblico 
o  privato  e  da  contribuzioni  periodiche  dei  cittadini  a  qual- 
siasi titolo.  Le  entrate  straordinarie  derivano  invece  da  dimi- 
nuzione sotto  qualsiasi  forma  del  patrimonio  collettivo  (ven- 
dite di  patrimonio,  debiti)  o  da  aumenti    temporanei    di  im- 


GAP.   IX.]  PUBBLICHE  ENTRATE  I23 

poste  esistenti.  La  loro  diversa  funzione  è  quindi  nettamente 
indicata. 

Le  entrate  ordinarie  per  la  loro  natura  o  per  disposizione  di 
legge  si  rinnovano  periodicamente  in  ogni  esercizio  finanziario: 
le  straordinarie  non  hanno  carattere  di  regolarità  e  non  si  pre- 
sentano con  periodicità  costante.  Ma  accade  che  anche  queste 
ultime  per  la  legge  dei  grandi  numeri,  trattandosi  ingenerale  di 
grandi  collettività  umane,  tendono  qualche  volta  ad  assumere 
le  caratteristiche  delle  precedenti.  Onde  qualche  autore,  cone- 
vidente  esagerazione,  ha  creduto  di  aggiungere  un'  altra  cate- 
goria, quella  delle  entrate  ultrastraordinarie ,  come  delle  spese 
nltrastraordinarie . 

Le  entrate  ordinarie  possono  essere  originarie  e  derivate. 
Sono  originarie  quelle  che  derivano  da  beni  patrimoniali  o 
di  diritto  privato;  sono  derivate,  o  di  diritto  pubblico  quelle 
che  comprendono  i  tributi  cosi  speciali;  (tasse,  multe  pecu- 
niarie)  come  generali  (imposte). 

Le  entrate  straordinarie  sono;  i  l'impiego  dei  fondi  del 
Tesoro  dello  Stato,  2  l'aumento  temporaneo  dei  tributi  esi- 
stenti o  una  speciale  contribuzione  di  guerra,  3  1'  alienazione 
del  demanio  fiscale,  4  la  dichiarazione  di  corso  forzato,  5 
infine  la  più  importante  fra  tutte  :   l'accensione  di  debiti. 

Nella  pratica  finanziaria  in  quasi  tutti  i  bilanci  si  distin- 
gue fra  entrate  effettive  ed  entrate  non  effettive.  Una  imposta 
fondiaria  è  una  entrata  effettiva  ;  infatti  essa,  senza  modi- 
ficare in  nulla  la  situazione  patrimoniale  dello  Stato,  gli  pro- 
cura una  entrata.  L'  accensione  di  un  debito  è  una  entrata 
non  effettiva  ;  poiché  lascia  traccia  passiva  nel  patrimonio 
dello  Stato  e  non  è  altra  cosa  che  il  risultato  di  uno  sposta- 
mento avvenuto  nella  situazione  patrimoniale. 

Fra  le  entrate  ordinarie  ve  ne  sono  dunque  di  diritto  pri- 
vato, come  quelle  che  derivano  dal  patrimonio  ;  quasi  pri- 
vato, come  le  contribuzioni  relative  a  imprese  industriali  ; 
di  diritto  pubblico,  come  le  tasse  e  le  imposte.  Prevalgono 
nei  bilanci  moderni  le  entrate  di  diritto  pubblico,  sopra 
tutto  le  imposte. 

Sorte  da  principio  come  entrate  supplementari  o  sussidiarie 
delle  grandi  entrate  demaniali,  le  imposte  hanno  avuto  poi  una 


124  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [CAP.    X. 

importanza  crescente;  sono  ora  la  base  de'  bilanci  moderni, 
benché  il  demanio  tenda  a  riacquistare  queir  importanza 
che  pareva  avesse  definitivamente  perduta. 

Tasse  e  imposte  hanno  una  funzione  assai  differente.  La 
tassa  è  il  corrispettivo  di  servizi  pubblici  speciali,  1'  imposta 
di  servizi  pubblici  generali.  Vi  sono  servizi  pubblici,  sopra 
tutto  di  carattere  politico,  di  cui  non  è  possibile  misurare  i 
vantaggi  che  recano  ai  singoli  cittadini  e  per  cui  non  è  pos- 
sibile valutare  i  singoli  atti  di  Stato  ;  cosi  la  sicurezza  in- 
terna ed  esterna,  la  quale  non  si  può  dire  quanto  giovi  a 
ciascuno.  Ora  a  questi  bisogni  politici  si  provvede  sempre 
con  imposte,  trattandosi  di  funzione  di  Stato  indivisibile. 
Ma  vi  sono  servizi  pubblici,  sopra  tuttodì  carattere  sociale, 
peroni  lo  Stato  non  differisce  essenzialmente  da  una  intra- 
presa privata  ed  è  allora  retribuito  in  ragione  del  consumo 
individuale  del  servizio  che  esso  rende.  Si  ha  allora  la  tassa. 
Chi  possiede  un  reddito  di  looo  lire,  paga,  supponiamo,  una 
imposta  quando  dà  allo  Stato  il  5  «/o  delle  sue  entrate,  senza 
paiticolare  designazione  degli  scopi  cui  il  suo  tributo  deve 
servire.  Lo  Stato  lo  impiegherà  per  i  suoi  fini  politici,  se  ne 
avvarrà  come  meglio  crederà.  Invece  chi  richiede  una  parti- 
colare istruzione  e  paga  per  l'università,  supponiamo  300  lire 
all'anno,  paga  una  tassa.  L'uso  delle  imposte  e  delle  tasse 
non  è  indifferente,  né  si  può  usare  per  gli  stessi  scopi  le 
une  o  le  altre,  come  avremo  occasione  di  dire  più  larga- 
mente in   seguito. 

X. 

La     RIPARTIZIONE    DELLA     RICCHEZZA    E    LE    FORME 
DELLA  IMPOSIZIONE. 

54.  I  cittadini  di  ciascun  paese  devono  fornire  ogni  anno 
per  la  esistenza  dello  Stato  e  degli  enti  collettivi,  masse  enormi 
di  ricchezze  :  ciascun  individuo,  anche  povero,  sopporta  un 
sacrifizio  di  cui  egli  stesso  non  si  rende  conto  per  effetto 
delle  imposte  indirette.  Ora  occorre  indagare  quali  norme  pre- 
siedano a  questa  prelevazione.  Donde  gli  stati  moderni,  che 


CÀTP.    '^.]  RtPAÉTÌ^IONÉ   DELLA    RICCHEZZA  I25 

hanno  spese  cosi  ingenti,  ricavano  le  loro  entrate  ?  quale  pro- 
cesso segue  la  imposizione  ?  com'  essa  opera  ? 

Ma  prima  di  cominciare  lo  studio  delle  entrate  pubbliche 
sarà  bene  affrontare  una  questione  preliminare,  che  ha  una 
importanza  decisiva  per  quanto  noi  dovremo  dire.  È  opinione 
comune  che  la  finanza  pubblica  deva  non  solo  provvedere 
all'appagamento  dei  bisogni  collettivi,  ma  anche  agire  util- 
mente sulla  distribuzione  della  ricchezza  :  anche  coloro  i  quali 
questa  seconda  cosa  negano,  riconoscono  che  in  realtà  le  for- 
me attuali  della  imposizione  finiscono  con  agire  assai  spesso 
in  tal  senso.  Di  fronte  a  queste  idee,  si  è  venuta  sviluppando 
generalmente  la  convinzione  che  nelle  società  moderne  la  ric- 
chezza sia  generalmente  accentrata  ;  e  che  la  imposta  deve 
colpire  preferibilmente  i  redditi  maggiori.  L'elevazione  delle 
classi  popolari  e  la  loro  partecipazione  alla  vita  pubblica, 
hanno  contribuito  non  poco  a  diffondere  queste  idee:  spesso 
a  esagerarle.  Nei  parlamenti  si  discute  assai  spesso  della  im- 
moralità delle  imposte  indirette  :  anzi  della  necessità  di  abo- 
lirle, o  almeno  di  ridurle  al  minimo;  di  basare  le  pubbliche 
entrate  sopra  una  grande  imposta  diretta.  Cosi  nel  pubblico 
si  diffonde  sempre  più  la  idea  che  basti  colpire  i  redditi 
maggiori  per  provvedere  alle  crescenti  esigenze  delle  pubbli- 
che spese. 

Ora  invece,  esaminata  da  vicino  la  distribuzione  della  ric- 
chezza con  tutti  i  mezzi  che  la  statistica  finanziaria  mette  a 
nostra  disposizione,  appare  evidente  che  i  redditi  superiori 
sono  dovunque  pochi  e  le  singole  società,  ove  varia  molto  il 
processo  di  produzione  e  ove  l'ammontare  della  ricchezza 
privata  è  assai  differente,  ci  appaiono  dominate  dalle  stesse 
forme  di  distribuzione.  Appare  anche  dall'  esame  di  tutte  le 
statistiche  finanziarie  che  non  solo  non  vi  sia  punto  una  ten- 
denza air  accentramento  della  ricchezza,  come  da  molti  si  è 
preteso  finora,  ma  come  non  si  possa  più  onestamente  par- 
lare del  famoso  processo  del  capitalismo  per  cui  i  ricchi  ten- 
dono a  diventare  sempre  più  ricchi  e  i  poveri  sempre  più 
poveri.  Invece  si  nota  una  tendenza  sempre  crescente  delle 
classi  inferiori  m.  elevarsi  ed  è  dimostrato    che    noUe    società 


126  SctENZÀ    DtLLE     FÌNANZ]:  [CAP.   ^. 

modejne  la  massa  del  reddito  nazionale  va  solo  in  minima 
parte  alle  classi  ricche. 

Basandosi  su  alcune  inesatte  affermazioni  di  Ricardo,  Marx 
ha  voluto  dimostrare  il  cosi  detto  accentramento  capitalista; 
l'accumulazione  del  capitale  per  efletto  di  un  processo  ine- 
vitabile. Le  forme  moderne  dell'industria  e  del  credito  de- 
vono secondo  Marx  portare  inevitabilmente  a  un  processo  di 
proletarizzazione  :  così  di  fronte  a  una  moltitudine,  serva 
delle  macchine  e  del  capitalismo,  e  sprovvista  di  ogni  capi- 
tale, vi  sarà  un  numero  di  ricchi  sempre  più  ricchi  :  sarà 
proprio  questo  processo  capitalistico  che  determinerà  la  so- 
cietà comunista,  in  cui  la  terra  e  gli  stromenti  di  produzióne 
saranno  della  collettività. 

I  fatti  hanno  dimostrato  che  queste  ipotesi  non  hanno  al- 
cun fondamento.  Non  solo  non  vi  è  il  minaccioso  accentra- 
mento ;  ma  la  ricchezza  tende  sempre  più  a  ripartirsi  larga- 
mente. La  condizione  delle  classi  operaie  si  eleva  e  il  popolo 
partecipa  alla  distribuzione  della  ricchezza  prodotta  in  mi- 
sura sempre  crescente. 

Come  reazione  sono  sorte  non  poche  teorie  che  conside- 
rano la  distribuzione  della  ricchezza  come  un  fatto  naturale. 

Uno  scrittore  italiano,  il  Pareto,  nel  suo  Cours  d'economie 
politique,  esaminando  la  distribuzione  delia  ricchezza  nelle  so- 
cietà moderne  e  confrontandola,  nei  limiti  concessi  dalle  ri- 
cerche di  cui  disponiamo,  a  quelle  dell'  antichità  e  delle  so- 
cietà medioevali,  fu  colpito  da  un  fatto  singolare  :  la  ripar- 
tizione dei  redditi  gli  parve  seguire  la  stessa  tendenza.  Anche 
in  differenti  condizioni  di  civiltà  e  di  sviluppo  economico, 
notò  sempre  che  il  numero  dei  possessori  diminuisce  con 
l'aumentare  del  reddito  e  vide  la  ripartizione  della  ricchezza 
seguire  la  identica  curva:  rappresentata  graficamente,  la  di- 
stribuzione dei  vari  paesi  produce  l' impressione  stessa,  egli 
scrisse,  di  disegnare  sulla  carta  un  certo  numero  di  cristalli 
di  una  stessa  sostanza  chimica.  Vi  sono  cristalli  grandi  e  ve 
ne  sono  piccoli  e  mediocri;  ma  essi  hanno  tutti  la  medesima 
forma.  Come  l'autore  stesso  dovè  riconoscere,  i  dati  fomiti 
non  hanno  per  il  passato  che  un  valore  assai  relativo.  Le 
persone  che  ci  hanno  tramandato  notizie  sul  Perù  nel  secolo 


AP.    X.]  RIPARTICI 0?^E    13ELLÀ   RICCHEZZA  127 

XVIII,  o  anche  sulla  distribuzione  della  ricchezza  nel  medio 
evo,  non  meritano  forse  una  grande  fiducia.  Ma  al  contrario 
i  dati'  che  noi  possediamo  attualmente  sulla  distribuzione 
della  ricchezza  nelle  società  contemporanee,  meritano  di  es- 
ser tenuti  in  seria  considerazione.  Il  Pareto  ritiene  che  an- 
che i  dati  relativi  alle  società  odierne,  mettano  in  grado  di 
affermare  che  i  redditi  seguano  una  stessa  curva,  la  quale 
non  può  essere  determinata  dalle  condizioni  economiche,  poi- 
ché è  la  stessa  in  paesi  che  hanno  condizioni  economiche  di- 
versissime, come  r  Inghilterra,  la  Germania,  l'Italia,  ecc   *. 

La  piramide  sociale,  di  cui  si  parla  spesso  e  di  cui  i  ricchi 
rappresenterebbero  la  punta  e  i  poveri  la  base,  è  secondo 
questa  ipotesi,  una  imagine  un  po'  imprecisa,  ma  che  non  si 
discosta  molto  dalla  realtà. 

Or  non  è  il  caso  di  entrare  nella  disamina  di  questa  ipo- 
tesi del  Pareto,  che  non  manca  di  audacia.  Per  essere  accet- 
tata avrebbe  bisogno  di'  un  corredo  di  fatti  e  di  osservazioni 
quali  mancano  tuttavia.  Per  non  accettarla  bastano  i  fatti 
che  noi  possediamo.  Si  può  ben  dire  però  che  ciò  che  sor- 
prende neir  esame  delle  statistiche  odierne  è  che  la  distri- 
buzione della  ricchezza  si  presenta  quasi  dovunque  con  va- 
riazioni assai  minori  che  non  si  creda  a  prima  giunta. 

Fino  a  qualche  anno  fa  nessuno  osava  dubitare  di  una 
tendenza  all'accentramento  della  ricchezza.  Perfino  Leone XIII 
nella  sua  famosa  enciclica  Rerum  novarum  riconosceva  esservi 


*  Pareto:  Cours  §  965  afferma  quindi  :  «  Il  n'est  donc  pas  vrai  qiie 
dans  les  circostances  actuelles,  l'inégalité  des  fortunes  aille  en  augmen- 
tant  et  toutes  les  déductions  qu'  on  a  voulu  tirer  de  cette  proposition 
erronee,  tombent  dans  le  néant  ». 

Questa  coincidenza  fa  credere  al  Pareto  che  il  fenomeno  possa  dipen- 
dere da  qualche  cosa  inerente  alla  natura  umana.  Essa  infatti  si  riscon- 
tra nelle  condizioni  più  disparate  di  organizzazione  politica  e  sociale,  di 
cultura  e  di  ricchezza.  Cfr.  Pareto:  Cours,  lib.  Ili,  cap.  I. 

Secondo  le  ricerche  del  Pareto  portando  i  logaritmi  del  tasso  dei  red- 
diti {x)  e  del  numero  di  questi  stessi  redditi  (y)  su  due  assi  rettangolari, 
la  curva  che  se  ne  ottiene  e  che  differisce  assai  poco  da  una  linea  retta,  ha 

per  equazione  nella  sua  forma  più  semplice    di  cui  le  costanti  A  e  a 

X  z 
possono  essere  ottenute  per  interpolazione  dei  logaritmi  di  N.  t. 


128  SCIÈNZA    t» ELLE  FINANZE  [t;At>.    X. 

divitiarum  in  exiguo  numero  affluentia,  in  multitudine  inopia. 
A  Londra  esiste  un  proverbio  secondo  cui  accumulazione 
della  ricchezza  è  rovina  degli  uomini  *  :  e  la  ricchezza,  si  ri- 
pete sempre,  aumentando  si  concentra.  Fino  a  qualche  anno 
fa,  niuno  parea  dubitasse  della  cosi  detta  proletarizzazione, 
invocata  sempre,  dopo  Marx,  dagli  scrittori  socialisti  a  soste- 
gno della  loro  tesi. 

Non  vi  è  nulla  invece  di  meno  vero.  Oramai  le  ricerche 
che  la  statistica  ha  compiuto  in  questo  campo  sono  molto 
importanti  ;  anzi  i  dati  che  noi  possediamo  sono  da  questo 
punto  di  vista  esaurienti  e  dimostrano  come  manchino  di 
ogni  base  le  affermazioni  di  tutti  coloro  che  insistono  sulla 
tesi  secondo  cui  la  ricchezza  tenda  ad  accentrarsi.  La  Prus- 
sia, la  Sassonia,  il  Baden  sopra  tutto,  ci  permettono,  me- 
diante le  loro  accurate  statistiche,  una  indagine,  la  quale  ha 
veramente  il  maggiore  interesse.  Ma  anche  altri  stati  possie- 
dono un  materiale  che  è  degno  di  attenzione.  Perciò  questo 
argomento  va  discusso  all'infuori  di  ogni  preconcetto  conven- 
zionale, e  soltanto  secondo  le  risultanze  della  statistica  t- 

55,  Cominciamo  da  un  paese,  ove  meno  violente  sono 
state  le  mutazioni  politiche  e  ove  il  processo  di  distribuzione 
della  ricchezza  ha  avuto  anche  un  cammino  più  normale  :  la 
Svezia.  Si  tratta  anche  di  un  paese  che  fa  dal  principio  del 
secolo  XIX  censimenti  della  popolazione,  che  sono  stati 
spesso  modelli  di  precisione.  Ora  i  tre  censimenti  eseguHi 
nel  1805,  nel  1840,  nel  1855,  hanno  tenuto  conto  della  di- 
stribuzione della  ricchezza  ed  enumerato  le  famiglie  del  re- 
gno dal  punto  di  vista  della  loro  situazione  economica.  Ri- 
sulta da  quelle  cifre  che  mentre  il  numero  delle  famiglie  po- 

*  C.  B  o  o  t  h  :  Life  and  labour  of  the  people  in  London,  voi.  IX,  pa- 
gina 64. 

t  Cfr.  su  questo  argomento,  oltre  le  numerose  statistiche  finanziarie,  una 
bibliografia  di  C  o  s  s  a  nel  G.  d.  E.  settembre  1894:  Leroy  Beau- 
lieu:  Essai  sur  la  répartition  d es  richesses,  ediz.,  Paris  1896;  G  if- 
f  e  n  :  op  cit.:  B  e  n  i  n  i  :  Demografia  Firenze,  1901,  pag.  287;  A  m  m  o  n: 
L'ordre  social  et  les  bases  naturelles,  Paris,  1900,  cap.  XXVII  e  XLIII; 
R.  M  e  y  e  r  :  Einkommenstatistik  nell'  Handworterhuch  der  Staatswissen- 
schaffen  di  M  e  y  e  r  :  De  F  o  v  i  11  e  :  Le  morcellement  etc,  Paris,  1885, 
ecc.  ecc. 


CAP.    X.]  RIPARTI  ZIONE    DELLA    RICCHEZZA  129 

vere  è  diminuito  notevolmente,  è  straordinariamente  cresciuto 
quello  delle  famiglie  che  hanno  ciò  che  occorre  alla  vita 
senza  essere  ricche  e  in  gran  parte  né  meno  agiate.  Queste 
parole  ricchezza,  agiatezza,  sono  un  po'  indeteiminate,  masi 
tratta  di  vecchi  censimenti,  cui  non  è  possibile  chiedere  ciò 
(  lie  mezzo  secolo  fa  non  era  possibile  dare  *. 

Né  la  Norvegia  presenta  una  situazione  molto  diversa.  Se- 
condo accurate  ricerche,  il  reddito  nazionale  della  Norvegia 
nel  1898  si  elevava  a  700  milioni  di  corone,  cioè,  data  la 
popolazione,  a  325  corone  per  abitante.  Ora,  secondo  i  dati 
della  statistica  svedese,  87  per  cento  dei  contribuenti  aveano 
un  reddito  inferiore  a  700  marchi  e  solo  0.2  per  cento  supe- 
riore aio  mila  **.  L'imposta  nazionale  sul  reddito  per  l'eser- 
cizio   1899- 1900  conferma  questi  risultati  t- 

*  Secondo  i  censimenti  svedesi  del  1805,  del  1840,  del  1885,  la  si- 
tuazione della  popolazione  era  la  seguente  : 

FAMIGLIE  1805  1840  1853 

a)  che  possiedono  al  di  là  del  necessario  2.96  ojo  9.35  ojo  13.75  njo 

/>)  che  possiedono  il  necessario     .      .     25.74  62.74  67.05 
e)  che  possiedono  più  o  meno  al  disotto 

del  necessario 54.81  22.28  15.93 

d)  in  una  povertà  completa  ....      16.49  5-63  3.27 

Totale       100.00  100.00  100.00 

Cfr.  Suède,  voi.  I,  pag.   129. 

**  Ripartendo  i  redditi  della  Norvegia  in  4  classi  : 
I  classe  indigente,  reddito  annuale  inferiore  a  corone  700 

II       »       media  »  da        700  a         3.000 

III  »       agiata  t  da      3.000  a       lo.ooo 

IV  »       ricca  »  superiore  a    10.000 

si  ha  nel  1898  la  seguente  ripartizione  : 

I  classe  conta  87.3  ojo  dei  contribuenti  e  paga  50.7  010  della  imposta 

II  »  12.2  Op  »  »         26.3  OfO  j 

III  »  "  1.3  o\o  »  »      12.7  Op  » 

IV  »  0.2  Op  »  »      10.3  op  » 

Cfr.  lo  studio  di  H.  E.  B  e  r  n  e  r  nel  volume  Norvège,  pagina  212. 
Kristiania,  1900,  pubblicato  dal  governo  norvegiano  per  1*  esposizione 
di  Parigi, 

t  Bull.  S.  I.  e.  aprile  1902. 
N  i  t  t  i .  ^  Q 


t30  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [cAP.    X. 

Anche  l'Olanda  non  ha  avuto  nel  secolo  scorso  né  rivolu- 
zioni profonde,  né  sommovimenti  politici  notevoli  :  la  distri- 
buzione della  ricchezza  non  appare  assai  diversa.  In  una  po- 
polazione di  poco  meno  di  5  milioni  di  abitanti  nel  1894, 
115  persone  soltanto  aveano  un  patrimonio  da  2  milioni  di  fio- 
rini in  su,  in  complesso  339  milioni;  287  aveano  da  i  a  2  mi- 
lioni e  tutti  insieme  377  milioni;  905  da  500  mila  fiorini  a 
I  milione,  tutti  insieme  1.007  milioni;  3,326  da  200  mila  a 
500  mila  fiorini,  complessivamente  1007  milioni  :  viceversa 
6.274  individui  aveano  da  100  mila  a  200  mila  fiorini,  com- 
plessivamente 864  milioni;  12.005  da  50  mila  a  100  mila  fio- 
rini e  complessivamente  836  milioni  e  54,668  da  13  mila  a 
50  mila  fiorini  e  complessivamente  315  milioni  *.  Ma  nei  pri- 
mi anni  l'applicazione  della  imposta  sul  patrimonio  fu  incerta 
e  difficile  :  hanno  una  maggiore  importanza  i  dati  più  re- 
centi. Dalla  imposta  sul  patrimonio  sono  esclusi  i  patrimoni 
inferiori  a  13  mila  fiorini.  Ora  nel  1901  i  patrimoni  colpiti, 
cioè  da  15  mila  fiorini  in  su,  rappresentavano  una  ricchezza 
complessiva  di  5729  milioni  t- 

Coloro  che  possedevano  da  13  mila  a  100  mila  fiorini,  for- 
mavano tutti  insieme  una  ricchezza  di  2295  milioni;  coloro  che 
possedevano  da  100  mila  a  500  mila  fiorini  rappresentavano 
2033  milioni  ;  e  i  veramente  ricchi,  coloro  che  possedevano 
oltre  500  mila  fiorini,  rappresentavano  complessivamente  1600 
milioni.  Ma  il  grandissimo  numero  è  formato  anche  in  Olanda 
da  persone  che  non  possiedono,  o  possiedono  al  di  sotto  di 
13  mila  fiorini. 

56.  Né  nei  grandi  paesi  la  situazione  è  diversa.  In  Au- 
stria, in  occasione  della  presentazione  del  bilancio  del  1899,  in 
un  documento  parlamentare,  il  reddito  dei  paesi  rappresentati 
al  Reichsrath  veniva  valutato  in  3  miliardi  di  fiorini,  i  red- 
diti sottomessi  alla  nuova  imposta  sul  reddito  rappresentavano 

*  Bull.  S.  1.  e.   1897,  pag.  452. 

t  Da  dati  ricevuti  dal  Ministero  delle  finanze  dei  Paesi  Bassi,  Va 
tenuto  conto  che  l'Olanda,  paese  essenzialmente  commerciale,  con  traf- 
fici sviluppatissimi,  con  vaste  colonie  presenta  tendenze  spiccate  alla 
formazione  di  grandi  fortune.  Nondimeno  anche  in  essa  la  ricchezza  è 
meno  accentrata  che  non  si  creda. 


J 


CAP.    X.]  RIPARTIZIONE   DELLA     RICCHEZZA  I3I 

invece  1.118  milioni  di  fiorini;  di  cui  il  27  per  cento  era  fqr- 
mato  di  redditi  da  600  a  mille  fiorini  e  oltre  il  64  per  cento 
da  redditi  inferiori  a  3600  fiorini  :  appena  il  26,90  per  cento 
da  redditi  inferiori  a  6  mila  fiorini  *. 

In  Francia,  calcoli  di  relativa  approssimazione  sulla  ripar- 
tizione del  reddito  nazionale  non  esistono  :  ma  tutto  fa  rite- 
nere che  la  divisione  della  ricchezza  sia  generalmente  più 
larga  che  in  tutti  gli  altri  grandi  paesi  di  Europa.  Numero- 
sissimi scrittori  anzi  dimostrano  essere  il  suolo  francese  sud- 
diviso assai  più  che  il  suolo  degli  altri  paesi  fra  un  grandissi- 
mo numero  di  proprietà: i  t- 

Anche  i  redditi  mobiliari  sono  in  Francia  largamente  di- 
visi :  e  non  solo  la  rendita  pubblica,  ma  anche  i  titoli  delle 
grandi  società  commerciali. 

Nel  1894,  in  un  discorso  pronunziato  a  Romilly,  Casimir 
Perier  valutava  il  reddito  medio  dei  possessori  di  rendita  pub- 
blica in  370  franchi;  nel  1896  Neymarck  nella  memoria  sul 
Morcellement  des  valeurs  mobilières  in  403  franchi  :  il  diiettore 
del  Debito  pubblico,  Chaperon,  in  404  franchi.  È  vero  che 
queste  medie  possono  essere  il  risultato  di  termini  assai  di- 
versi :  ma  non  è  meno  vero  che  esistevano  in  Francia  circa 
2  milioni  di  detentori  di  rendita    pubblica   e   che  togliendo  la 

*  La  ripartizione,  secondo  quel  documento  parlamentare,  era  per 
il  1899  : 

Categorie  di  redditi       Contribuenti       Redditi  in  migliaia       per  ojo 

di  fiorini  del  totale 

da     600  a  1000  fiorini       404,044  302.400  27.06 


»  1000  a  2000 

» 

215.000 

275.000 

24.60 

»  2300  a  3600 

» 

50.751 

139.600 

12.48 

»  3600  a  4600 

» 

12.739 

51.600 

4.61 

»  4600  a  6000 

» 

9-350 

48.900 

4-37 

oltre  6000  fiorini 

17.874 

301.000 

26.90 

709.758  1. 118. 500  100. — 

I  redditi  inferiori  a  3600  fiorini  rappresentavano  dunque  617  dei  con- 
tribuenti e  64  o[o  del  totale  della  imposta. 

t  Cfr.  Anmiaire  statistique  de  la  Francg,  1894,  pag.  585.  Le  cotesfon- 
cières  che  pagavano  per  imposta  oltre  1000  franchi,  rappresentavano 
10.69  o{o  del  totale. 


132  SCIÈNZA    DELLE    FINANZE  [CAP.    X. 

rendita  posseduta  dai  maggiori  enti  morali,  la  media  scende  a 
222  franchi  di  rendita,  che  rappresentano  un  capitale  di  ciica 
7500  franchi*.  Nel  1870  gli  azionisti  della  Banca  di  Francia 
erano  16.062  e  possedevano  in  media  11  azioni  per  ciascuno, 
che  al  corso  di  2600  franchi  valevano  26.000  franchi.  Nel 
1900  eranu  27.135  con  6  ^/^  azioni  per  ciascuno,  che  al  corso 
di   3.800  franchi  valevano  da  26.600  a  28   mila  franchi  t- 


*  Secondo  Chaperon  nel  1830  le  rendite    nominative,  che    allora 
rappresentavano  la  grandissima  parte  si  dividevano  così  : 


Nel 


Iscrizioni 

da 

IO  a        50 

franchi 

9.30  010  del 

totale 

» 

51   a      600 

» 

62.99  op 

» 

» 

601  a  i.ooo 

» 

7,97  010 

» 

• 

i.ooi   a  1.500 

» 

5-91  010 

» 

» 

1.501  in  su 

» 

13.83010 

' 

1  1888  le 

proporzioni  erano 

anche  più 

mutate  : 

Iscrizioni 

da 

2  a        50 

franchi 

35.90  ojo  del 

totale 

» 

51   a      500 

» 

50.11  010 

» 

a 

501   a    1000 

» 

7-53  op 

» 

» 

i.ooi   a    1500 

» 

2.61  0[0 

» 

» 

1.501  in  su 

» 

4-05  op 

» 

Chaperon  calcolava  che  esistessero  i  milione  e  mezzo  di  deten- 
tori di  rendita  con  un  reddito  medio  di  404  franchi.   Val.  mob.  voi.  I. 

t  II  Crédit  Fonder  di  Francia  nel  1899  era  rappresentato  da  341.000 
azioni  che  appartenevano  a  40.085  azionisti.  La  media  delle  azioni  pos- 
sedute da  ciascun  individuo  era  di  8  ij2,  cioè  rappresentava  circa  5.800 
franchi,  ciascuna  a2Ìone  essendo  valutata  al  prezzo  di  675  franchi.  Né, 
secondo  i  calcoli  di  Neymarck,  il  debito  della  città  di  Parigi  e  le  azioni 
della  società  ferroviaria  sono  meno  frazionati. 

Cfr.  Neymarck:  Valeurs  mohilières  in  D.  C.  I.  B. 

Anche  le  pompe  funebri  controllano  utilmente  le  statistiche  della  ri- 
partizione dei  redditi.  La  vanità  degli  uomini  è  grande  durante  la  vita 
ma  non  si  limita  alla  vita.  Ragguagliando  a  1000  i  202.490  interra- 
menti fatti  dal  1876  al  1879  a  Parigi  è  stato  calcolato  che  vi  sono 
stati  4  per  mille  interramenti  di  i.  6  2.  classe,  io  di  3.  e  20  di  4.  Gli 
interramenti  di  7,  8  e  9  classe  sono  stati  276  e  quelli  gratis  547. 

Niente  invece  dimostra  1'  affermazione,  tante  volte  ripetuta,  che  il 
commercio  tenda  a  concentrarsi  anche  più  delle  industrie.  Secondo  i 
ruoli  delle  imposte  delle  patenti  in  Francia,  i  diritti  fìssi  o  proporzio- 
nali che  ascendevano  nel  1850  a  1. 163. 255  cotes  salivano  invece  nel 
1900  a  1.752.345. 


CAP.     X.]  RIPARTIZIONE    DELLA    RICCHEZZA  I33 

La  statistica  delle  successioni  è  conferma  esplicita  di  tutte 
le  cifre  date  già.  La  media  delle  successioni  del  1902  (at- 
tivo netto),  nel  più  ricco  paese  del  continente  di  Europa  è 
stata  appena  di   13  mila  franchi,  f- 

^j.  Ma  se  andiamo  a  nazioni  che  ci  danno  mezzi  di  in- 
vestigazione migliori  e  più  completi,  lo  stesso  fatto  ci  è  con- 
fermato. L'indagine  è  più  facile  in  quei  paesi  come  l'Inghil- 
terra, gli  stati  (.Iella  Germania,  ecc.  che  possiedono  grandi 
imposte  sul  reddito.  Nei  paesi  come  la  Francia,  o  l' Italia, 
l'indagine  è  più  diffìcile.  Infatti  ha  assai  poca  importanza  sa- 
pere il  numero  di  quote  fondiarie  o  urbane  :  uno  stesso  in- 
dividuo potendone  possedere  molte  e  figurando  ugualmente 
come  proprietari  coloro  che  possiedono  i  ettaro  di  teira  e 
coloro  che  ne  possiedono  30  mila.  Ciò  che  importa  sapere  è 
come  il  reddito  nazionale  o  la  ricchezza  si  ripartiscono.  Per- 
ciò si  prestano  assai  meglio  alla  indagine   quei  paesi  i   quali 

t  Ecco  come  nel  1905  si  classificavano  le  successioni  in  Francia  se- 
condo l'importanza  dell'attivo  netto  : 

Numero  delle  successioni  Ammontare 

complessivo  (in  milioni) 

da  I   a  500  franchi  116.802  29 

da  501   a  2000. franchi  101.710  127 

da  2.001  a  10.000  h-anchi  107.733  520 

da  10.001   a  50.000  franchi  44.056  944 

da  50.001   a  100.000  franchi  7.118  493 

da  1 00.001   a  250.000  franchi  4.638  723 

da  250.001  a  500.000  franchi  1.619                        '  576 

da  500.001   a  I  milione  816  565 

da  I   a  2  milioni  328  463 

da  2  a  5  milioni  150  442 

da  5  a  IO  milioni  34  235 

da  IO  a  50  milioni  12  253 

oltre  50  milioni  3  373 

Osservando  la  statistica  delle  successioni  nel  1902  de  Foville  nota  : 
on  peut  y  voir  comme  une  reédition  sous  forme  numérique,  du  fameux 
sermon  sur  le  petit  nombre  des  élus.  Voyez  sur  1000  défunts  doni  le  fise 
a  suini  le  convoi,  i  seul  millioiiaire,  2  demi  millionaires,  4  quart  de  mil- 
lionaires:  et  c'est  tout.  In  R.  P.P.  io  sett.  1903.  Ma  non  è  tutto.  Il  fisco 
non  segue  che  un  piccolo  numero  di  funerali.  Su  800.000  morti  nella 
stessa  Francia  la  metà  circa  non  lascia  nulla. 


134 


Scienza  delle  finanze 


[CAP. 


possiedono  grandi    imposte   generali  sul   reddito.    E    prima  di 
tutti  i   paesi  della  Germania  *. 

La  Sassonia  e  la  Prussia  avevano  imposte  sul  reddito  ordinate 
in  guisa  che  si  poteva,  senza  gravi  difficoltà,  conoscere  con 
approssimazione  la  divisione  della  ricchezza.  La  Sassonia, 
aveva,  secondo  il  censimento  del  i»  dicembre  1900,  abitanti 
4»  199»  758*.  era.il  paese  tedesco  in  cui  lo  sviluppo  industriale 
era  più  notevole.  Risulta  dalle  statistiche  finanziarie  che  dal 
1879  al  1900  le  persone  colpite  dalla  imposta  sono  ?umen- 
tate  del  60  o/o,  l'ammontare  dei  redditi  del  131  o/o)  il  reddito 
medio  per  persona  di  circa  il  44  °/o.  Si  trattava  dunque  di  una 
situazione  assolutamente  eccezionale:  che  del  resto  rispondeva 
non  solo  ad  un  rapido  aumento  di  ricchezza,  ma  anche  a  cri- 
teri più  precisi  nell'applicazione  della  imposta  f . 

La  Sassonia  è  un  paese  prevalentemente  industriale,  dov^ 
la  maggior  parte  dei  redditi  ha  origine  industriale. 

Dal  1879  al  1900  i  redditi  (non  dedotti  gli  interessi  dei  de 
biti)  sono  cresciuti  nel  seguente  modo:  beni  fondiari  50. 
per  o/o,  rendite  128,5  per  o/o,  stipendi  202,5  per  o/o  commerci j 


*  La  Prussia  e  la  Sassonia  si  prestavano  meglio  della  stessa  Inghil 
terra  a  un  esame  della  distribuzione  dei  redditi,  prima  di  tutto  per 
più  bassi  limiti  di  esenzione  e  poi  per  1'  ordinamento  stesso  delle  lor^ 
imposte  sul  reddito. 

t  Le    statistiche    finanziarie    della    Sassonia    davano    i    seguenti  ri 
sultati  : 

Numero      '  Redditi  Media  del  reddito 

Anni    delle  persone  col-     (detratti  gli  iute-       delle  persone     Ammontare 
pite  dalla  imposta     ressi  dei  debiti)  colpite         della  imposti 

marchi  marchi  marchi 


1879 

1.088.002 

959.442.075 

822 

II. 891. 253 

1884 

1. 213.188 

J. 140.977-502 

940 

II. 804. 172 

1890 

1.404.069 

1.495.910,639 

1.065 

20.696.674 

1896 

3-581.311 

1.792.669.404 

II34 

26.815.321 

1900 

1.746.408 

2. 214. 069.135 

1.268 

35-242.597 

La  più  gran  parte  delle  notizie  sulla  Sassonia    è    attinta  dalla  pul 
blicazione    ufficiale  Statistiche    Uebersichten    iiber   die   Ergebnisse    det 
Yahre...  in  Konigreiche  Sachsen  ausgefurten  Einschàtzungen  Zur  Einkot 
menstener,  pubblicata  annualmente. 


CAP.    X.]  RIPARTIZIONE    DELLA   RICCHEZZA  I35 

e  industria  94,6  per  ^'[o  *•  Senza  dubbio  queste  cifre  hanno  un 
diverso  valore,  essendo  evidente  che  i  risultati  sono  dovuti  in 
parte  ai  migliori  processi  di  accertamento  del  reddito.  Non 
è  meno  vero  che  vi  è  stato  uno  sviluppo  proporzionalmente 
assai  maggiore  nei  salari  che  in  tutte  le  altre  forme  di 
reddito.     ' 

Or  che  risulta  dall'esame  della  stati^jtica  dei  redditi  in  Sas- 
sonia ? 

Nel  1895  la  popolazione  della  Sr.ssonia  era  di  3.787.688  abi- 
tanti. Le  persone  che  avevano  un  reddito  molto  alto  eran  po- 
che :  formavano  nel  1898  appena  una  piccola  minoranza.  E  in 
ogni  modo"  una  minima  parte  del  reddito  nazionale,  appena 
8,47  per  cento,  era  destinato  alle  persone  veramente  ricche, 
con  oltre  54  mila  marchi  di  reddito.  Coloro  che  avevano  oltre 
100  mila  marchi  di  reddito  non  rappresentavano  che  5.59  per 
cento  del  reddito  della  nazione.  Quest'ultimo,  com'era  com- 
posto nella  maggior  parte  ?  Per  87  ^jo  di  redditi  inferiori  a 
8.009  marchi,  per  58.59  o/o  di  redditi  inferiori  a  2.200  marchi. 
Ciò  che  è  anche  più  notevole,  se  si  osservino  queste  statistiche 
per  un  certo  numero  di  anni,  è  la  tendenza  spiccatissima  dei 
redditi  medi  (da  800  a  3.300  marchi)  a  soverchiare  tutti  gli 
altri.  Se  prendiaiiio  nella  stessa  Sassonia  la  statistica  dei  red- 
diti dal  1879  al  1898,  troviamo  questo  fatto  in  forma  spic- 
catissima t- 


*  Dal  1879  al  1900  i  redditi  colpiti  daìV Einkommenstetier  sono  pas- 
sati da  108,8  a  2.403  milioni  di  marcili.  Nello  stesso  periodo  i  redditi 
dei  beni  fondiari  sono  passati  da  218  a  329  milioni;  le  rendite  daiii 
a  288;  gli  stipendi  e  salari  da  364  a  1.103:  i  provventi  del  commercio 
e  della  industria  da  350  a  681  milioni. 

t  Ecco  le  variazioni  della  statistica  dei  redditi  in  Sassonia  dal  1879 
al  1898  : 

1879  1890  1898 

Fino  a  500  marchi  560.210  546.138  529.543 

Da  500  a  800           »  270.246  401.439  476.994 

Da  800  a  1.600         *  165.699  .  318.125  476.099 

Da  1.600  a  3.330     »  62.140  91.224  131.777 

Da  3.300  a  9.600     »  24.414  36.841  47-332 

Superiori  a  9.600      »  5.293  10.402  i5-035 


136  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [GAP.     X. 

Le  persone  senza  alcun  reddito  erano  poi  1.842.359  nel 
1879.  2.098.615  nel  1890,  2.293.070  nel  1898.  Il  reddito  netto 
di  ciascun  abitante,  che  era  di  882  marchi  nel  1879  e  di  1033 
nel  1890,  si  è  elevato  a  1.201  nel  1898:  ma  di  questo  accre- 
scimento si  sono  avvantaggiati  sopra  tutto  i  redditi  medi,  che 
rappresentano  le  facoltà  medie,  cioè  la  massa  della  popolazio- 
ne. 1  redditi  medi  sono  in  realtà  più  numerosi  che  la  statistica 
non  dimostri.  Infatti,  un  operaio  il  quale  guadagni  750  marchi 
all'anno  e  abbia  un  figlio  che  ne  guadagni  400,  rappresenta 
in  realtà  un  reddito  familiare  di  1650  marchi,  e  non  è  in 
condizioni  diverse,  anzi  sotto  alcuni  aspetti  è  in  condizioni 
migliori,  di  un  piccolo  impiegato  che  sia  solo  a  guadagnare  e 
che  abbia  la  stessa  somma. 

Si  deve  ancora  tener  conto  che  fra  1.666.770  persone  colpite 
dalla  imposta  nel  1897,  vi  sono  6.697  persone  giuridiche  con 
un  reddito  medio  di  11.468  marchi  e  che  quindi  contribuiscono 
non  poco  a  far  sembrare  più  numerosi  i  redditi  maggiori. 

Ora  ciò  che  ci  colpisce  vivamente  nell'esame  di  queste  stati- 
stiche è,  che  ciò  che  si  è  ripetuto  per  tanti  anni,  la  famosa 
tendenza  dei  poveri  a  diventare  sempre  più  poveri  e  dei  ricchi 
a  diventare  sempre  più  ricchi,  non  ha  nessun  riscontro  nella 
realtà.  Si  è  anche  creduto,  si  continua  tuttavia  a  ripetere,  che 
nelle  attuali  forme  di  produzione,  i  redditi  medi  sono  quelli 
destinati  maggiormente  ad  esser  sacrificati.  La  statistica  finan- 
ziaria ci  rivela  invece  che,  non  solo  i  redditi  medi  non  tendono 
a  scemare,  ma  viceversa  tendono  a  svilupparsi,  cosi  nel  numero 
come  nella  loro  importanza  relativa.  Noi  andiamo  anzi  assai 
probabilmente  verso  forme  economiche  in  cui  i  redditi  medi 
avranno  nella  distribuzione  della  ricchezza  sociale  assai  mag- 
giore importanza  che  ora   non  abbiano. 

38.  Benché  la  Einkommensteuer  prussiana,  per  il  suo  ordi- 
namento, si  presti  meno  di  quella  sassone  a  fornirci  gli  ele- 
menti per  i  confronti  relativi  alla  distribuzione  del  reddito, 
purei  dati  che  essa  fornisce  non  mancano  di  significato.  Come 
è  noto,  questa  imposta  esenta  i  redditi  inferiori  a  900  marchi 
e  applica  saggi  progressivi  per  i  redditi  superiori.  Riordinata 
completamente  nel  1891.  questa  imposta  è.  si  può  dire,  recente 


CAP.    X.]  RIPARTIZIONE    DELLA     RICCHEZZA  I37 

e  pei  gli  anni  anteriori  bisogna  calcolare  sopra  i  dati  della 
Classensteuer  o   imposta  di  classi  *. 

Al  31  dicembre  1900  la  popolazione  del  Regno  di  Prussia  era 
34.468.307  abitanti.  Quando  fu  fatta  la  statistica  di  cui  ci  occu- 
piamo la  popolazione  veniva  calcolata  in  33.169.810  abitanti, 
ma  di  essi,  22.377.304  erano  interamente  esenti  da  imposta, 
poiché  il  loro  reddito  non  raggiungeva  900  marchi,  o  perchè 
godevano  di  certi  privilegi,  come  quello  dell'estraterritorialità: 
8.315  persone  erano    in  questo  ultimo  caso. 

Un  dettagliato  rapporto  presentato  dal  ministro  delle  finanze 
prussiane**  sul  rendimento  dell' Einkommensteuer  in  Prussia  nel 
1899  e  nel  1900  contiene  una  serie  di  elementi  di  grande  va- 
lore. Risulta  da  tale  rapporto  che  sul  numero  totale  dei  con- 
tribuenti nel  1890  solo  423.878  peisone  fisiche  in  tutto  il  re- 
gno di  Prussia  aveano  un  reddito  superiore  a  tre  mila  marchi. 
Nel  1900  vi  erano  in  Prussia  22.377.304  persone  fisiche  e 
morali  contemplate  dalle  imposte  sul  reddito,  ma  di  esse 
20.890.102  venivano  esentate  per  avere  un  reddito  minore  di 
900  marchi  f.  Anche  in  Prussia,  dove  pure  il  concentramento 

*  La  distribuzione  dei  redditi  in  Prussia  secondo  S  o  t  b  e  e  r  {Zur 
Einkommenstatistik  von  Preussen,  Sachsen  etg.)  era  la  seguente  negli  anni 
1871,  1881  e  1886: 

1876  i88i  i886 


420 

marchi     .     . 

•      .      5-I55.524 

5.224.654 

5-557-I07 

3-650 

»          .     . 

.      .         4-50.567 

472.918 

522.321 

4.800 

» 

.      .            66.319 

75-720 

88.639 

16.800 

»          .     . 

.      ,              8.033 

S.785 

10.860 

84.000 

» 

•      -                  532 

543 

737 

**  Mittheilungen  aus  des  Venvaltung  der  direkten  Steucrn  in  preussischen 
Stilate  —  Statistik  der  preussichen  Einkommensteuer  Veranlagimg  filr  das 
Yahre  igoo,  Berlin  1900. 

t  Ecco  i  risultati  dell'  imposta  sul  reddito  in  Prussia  negli  anni 
1896  e  1900. 

anno  1900  anno  1896 
per  op  della  popolazione 
Esenti  dalla  imposta  per  reddito  infe- 
riore a  900  marchi 62.41  67.20 

Esenti  dalla    imposta    perchè    in    posi-^ 

zione  non  stabile 4.44  3.50 


138  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [CAP.   X. 

della  ricchezza  è  notevole,  coloro  che  possiedono  oltre  100 
mila  marchi  di  reddito  sono  0,02  del  totale:  sono  dunque 
una  minoranza  assai  scarsa.  Tutti  coloro  che  hanno  reddito 
superiore  a  9500  marchi  non  rappresentano  che  0,75  della  po- 
polazione. La  quasi  totalità  della  popolazione,  95,81  ^\o  riceve 
redditi  minori  di  3.000  marchi.  La  popolazione  colpita  dalla 
imposta  sul  reddito  comprende  negli  anni  1900  e  1899  quasi 
un  terzo,  nell'anno  1896  circa  tre  decimi  della  popolazione 
totale.  Invece  di  esservi  un  processo  di  impoverimento  pro- 
gressivo deHe  classi  lavoratrici,  come  fu  detto  essere  quasi 
immancabile  nelle  forme  attuali  di  produzione,  si  nota  un 
accrescimento  continuo  dei  redditi  minori.  Il  numero  di  coloro 
che  pagano  imposta  per  una  entrata  superiore  a  900  marchi 
passa  da  9.185.173  nel  1896  a  11. 092. 514  nel  1900,  Ma  sono 
i  redditi  medi  sopra  tutto  che  aumentano,  seno  i  redditi  tra 
980  e  3000  marchi;  essi  passano  da  8.840.719  a  9.691.732, 
cioè  in  rapporto  alla  popolazione  da  25.67  «[o  a  28.96.  La 
massa  di  coloro  che  non  possiedono  reddito  superiore  a  900 
marchi  dal  1896  al  1900  é  diminuita  in  pochi  anni  di  4.79°io 
in  rapporto  alla  popolazione.  D'altra  parte,  come  notano  le 
stesse  statistiche  prussiane,  i  22  milioni  di  cittadini  che  non 
pagano  imposte  perché  non  hanno  reddito  superiore  a  900 
marchi  sono  ben  lungi  dal  rappresentare  la  realtà.  Fra  essi  en- 
trano molti  figli  di  agiati  contadini  che  lavorano  presso  case 
estranee  in  determinate  stagioni,  entrano  anche  figliuoli  di 
persone  ricche,  che  non  ricevono  complessivamente  dal  capo 
di  famiglia  assegni  superiori  a  900  franchi;  ecc.  Quindi  la  di- 
stribuzione del  reddito  presenta  anche  qui  le  stesse  forme;  le 
grandi  fortune  sono  poche  e  non  rappresentano  che  una  parte 
minima  del  reddito  nazionale. 


Redditi  e 

la 

900  a 

3.000 

marchi 

28.96 

25.67 

» 

3.000  a 

6.00Q 

2.72 

2.38 

» 

6.500   a 

9.500 

0.72 

0.63 

» 

9.500  a 

30.500 

0.60 

0.51 

» 

30.500  a 

100.000 

0.12 

O.IO 

»  olt 

re 

100.000 

0,03 

0.02 

Le  cifre  di  questa  tavola  non  sono  molto  dissimili  da  quelle  già  ri 
ferite  per  la  Sassonia. 


GAP.    X.]  RIPARTIZIONE     DELLA     RICCHEZZA  I39 

h'Ergdnzungssteuer,  o  imposta  complementare  sul  patrimonio, 
permette  inoltre  di  classificare  le  grandi  fortune  prussiane.  Ora 
dai  risultati  di  questa  imposta  risulta  che  nel  1902  vi  erano 
in  Prussia  4.257  persone  con  patrimonio  di  i  a  2  milioni  di 
marchi  e  2,344  con  patrimonio  di  oltre  2  milioni.  Fra 
queste  ultime  però  solo  5  sorpassavano  44  milioni  di  mar- 
chi e  2  soltanto  100  e  ben  i.o86  aveano  da  2  a  3  milioni, 
470   da  3  a  4  e  23Ó  da  4  a  5. 

59.  Sembra  fare  eccezione  qualche  paese,  come  la  Gran 
Brettagna,  dove  per  cause  molteplici  la  ricchezza  è  assai 
più  accentrata  :  ma  anche  in  Inghilterra  si  nota  una  ten- 
denza assai  accentuata  a  una  più  larga  ripartizione.  Il  suolo 
britannico  è  però  senza  dubbio,  ancora  adesso,  mal  distri- 
buito; ma  bisogna  aggiungere  anche  che  in  Inghilterra  i 
redditi  fondiaii  rappresentano  la  minor  parte  del  reddito  na- 
zionale *.  Bisogna  però  fare  per  l'Inghilterra  una  distinzione 
profonda  fra  distribuzione  della  ricchezza  e  distribuzione  dei 
redditi.  In  Inghilterra  i  salari  sono  più  elevati  che  in  tutto 
il  continente  europeo,  lo  spirito  di  economia  è  scarso,  la  na- 
tahtà  elevata.  Le  più  grandi  fortune  si  conservano  ancora 
per  effetto  delle  tradizioni  e  delle  disposizioni  legislative  : 
ma  la  continua  elevazione  delle  classi  popolari  agisce  pro- 
fondamente sulla  ripartizione  del  reddito.  Di  quest'ultima  le 
statistiche  inglesi  non  ci  mettono  in  grado  di  avere  una  idea 
esatta:  poiché  essendo  elevatissimo  il  minimo  di  esenzione  della 
income  iax,  sfugge  ai  calcoli  della  ripartizione  la  più  gran 
parte  del  reddito  nazionale.  Tutti  i  redditi  colpiti  dalla  inccme 
tax  solo  da  qualche  anno  sorpassano  i  700  milioni  di  sterHne: 
il  reddito  annuale  dell'Inghilterra  è  certamente  più  che  due 
volte  superiore  a  questa  cifra.  La  legge  accorda  una  esenzione 
di  3750  lire  italiane  :  le  dissimulazioni  di  uso  la  portano  al  di 
sopra  di  5   mila.  Anche   in   Inghilterra  la  concentrazione   del 


*  Cfr.  Leroy  Beaulieu:  op.  cit.,  pag.  521;  S  o  t  b  e  e  r  :  Umfang 
und  Zertheilung  des  Volkseinkommen,  1879.  Nella  income  tax  più  impor- 
tante di  gran  lunga  di  tutte  le  altre  è  la  cedola  dei  profitti  industriali 
e  commerciali.  Cfr.  Bull.  S.   I.  e.  novembre  1886. 


140 


SCIENZA    DELLE    FINANZE 


[CAP.    X. 


capitale  è  minore  che  non  si  creda  e    tendono  più  degli  altri 
a  svilupparsi  i  redditi  medi  *. 

Gli  Stati    Uniti  di    America  sembrano   costituire    una  ecce- 
zione a  quanto  è  stato  detto  finora:  ma  è  che  la  situazione  è 


*  G  ose  he  II  diceva  il  26  marzo  1888  alla  Camera  dei  comuni  che, 
durante  il  ventennio  precedente  vi  erano  state  in  Inghilterra  solo  tre 
successioni  che  aveano  raggiunto  3  milioni  di  sterline.  Bull.  S.  1.  e. 
1888,  pag.  444.  E  ciò  nel  paese  più  plutocratico  di  Europa!  Nell'anno 
finanziario  1902-1903  VEstate  duty  è  stata  pagata  su  275  milioni  di  ster- 
line di  valori  trasmessi  ripartiti  nel  seguente  modo  : 


Piccole  proprietà  fino  a  sterline 

Da  L.   300  a  500 

Da  100  1.   a  500  1 

»  500  1.   a  i.ooo  1.        ... 

»  1000  1.   a  10.000  1.    .     .     . 

»  10.000  1.  a  25.000  1. 

»  25.000  1.  a  50.000  1. 

»  50.000  1.   a  75.000  1. 

»  75.000  I.   a  100.000  1.    . 

»  100.000  1.   a  150.000  1. 

»  150.000  I.  a  250.000  I. 

»  250.000  1.  a  500.000  1. 

»  500.000  1.  a  1. 000.000  1.    . 

»  i.ooò.ooo  1 


300 


Regno  Unito 

18.024 

8.559 

5-712 

9.767 

16.419 

2.212 

904 

294 

139 

131 

81 

45 

19 

4 


Totale     62.310 


A  prima  giunta  si  nota  però  qui  un  concentramento  più  grande  della 
ricchezza  che  nei  paesi  del  continente.  Sir  Henry  Primose,  presidente 
Board  of  Inland  Revenue  nel  1906  ha  presentato  alla  commissione  par- 
lamentare per  la  riforma  deìVincome  tax  uno  studio  da  cui  risulta  che 
il  numero  delle  grandi  fortune  è  nel  Regno  unito  il  seguente  : 


Redditi  annui 


Numero   ammontare  totale  in  milioni  di  sterline 


da    5  mila  aio  mila  sterline  6.500 
»  IO     »        20  »  2.500 

»  20     »        40  »  750 

«  40  mila  sterline  ed  oltre         509 


45 
34 
21 
20 


Vi  sono  dunque  nel  Regno  Unito,  oltre  io  mila  persone  il  cui  red- 
dito supera  5  mila  sterline  e  che  tutte  insieme  hanno  121  milioni  ossia 
più  di  3  miliardi  di  reddito. 


CAP.    X.]  RIPARTIZIONE    DELLA    RICCHEZZA  14! 

veramente  eccezionale  e  in  essi  l'accrescimento  vertiginoso 
della  ricchezza  ha  permesso  forme  di  accentramento  impossi- 
bili in  Europa.  Del  resto  anche  negli  Stati  Uniti  i  redditi  del 
lavoro  sono  in  rapidissimo  aumento  e  sono  assai  più  alti  che 
non   siano   in  Europa  *. 

60.  Sulla  ripartizione  della  ricchezza  in  Italia  mancano 
dati  attendibili,  ma  vi  sono  alcune  indicazioni  non  prive  di 
valore. 

Una  ricerca  del  Benini  sulla  distribuzione  probabile  della 
ricchezza  privata  in  Italia  per  classi  di  popolazione  riguar- 
dava i  comuni  capiluoghi  di  provincia  e  di  circondario  e  355 
comuni  non  Cf:.piluoghi  per  l'anno  1881  e  si  estendeva  a 
554.551  famiglie.  Calcolava  il  Benini  che  312,040  famiglie 
avevano  un  reddito  inferiore  a  500  lire,  123.385  da  500  a 
1000,  44-575  inferiore  a  1500.  Mentre  solo  3450  famiglie  ave- 
vano un  reddito  da  10.000  a  25.000  lire  e  1002  appena  aveano 
reddito  superiore  a  25.000  *♦.  Cosi  ragguagliando  queste  ci- 
fre a  100  si  ha  che  80  ojo  della  popolazione  avrebbe  redditi 
inferiori  a  1000  lire  e  8  0|o  superiori  a  10.000.  Senza  dubbio 
questi  dati  sono  estremamente  indiziari  e  anche  non  recenti; 
ma  anche  ogni  altra  ricerca  raggiunge  conclusioni  identiche. 

Nel  disegno  di  legge  Gagliardo-Grimaldi  per  l'applicazione 
di  una  imposta  progressiva  sulla  rendita,  i  redditi  superiori 
a  5omila  lire  venivano  in  Italia  classificati  in  997,  di  cui  sol- 
tanto 225  superiori  a  zoomila  lire  f.  Forse  queste  cifre  ri- 
mangono al  disotto  della  verità  ;  non  cosi  al  disotto  come 
si   è  disposti  a  credere. 

Le  imposte  in  Italia  sono  gravissime  :  cosi  gravi  che  i  con- 
tribuenti cercano  evaderle  nella  più  larga  misura  possibile.  Per 
molte  categorie  di  redditi  risulta  dai  registri  delle  imposte  una 
cifra  che  d'ordinario  è  assai  minore  della  metà  della  cifra  reale. 
Cosi  il  reddito  netto  complessivo  nazionale  non  apparrebbe  su- 


*  E  anche  negli  Stati  Uniti  la  ricchezza  va  diffondendosi.  In  base 
alla  imposta  di  successione,  Einaudi  ha  dimostrato  ciò  nel  G.  d.  E. 
1900  per  il  Massachussetts. 

**  R.  Benini:  in  R.  S,  25  giugno  1894. 

t   Atti  parlamentari,  legislatura  XVIII,  d.  e.   285. 


142 


SCIENZA    t)ELLÉ    FINANZE 


[CAP.     X. 


periore  a  3.400  milioni  mentre  è  di  gran  lunga  maggiore  :  e 
questo  reddito  è  largamente  frazionato  *.  Il  reddito  dei  ter- 
reni è  posseduto  da  circa  5  milioni  di  cittadini  e  inscritto 
in  circa  6  milioni  di  articoli  di  ruolo.  11  reddito  dei  fabbri- 
cati di  tre  milioni  di  articoli,  è  posseduto  forse  da  2  milioni 
e  mezzo  di  individui.  Vi  sono  alcuni  grandi  proprietari  fon- 
diari; ma  la  proprietà  in   generale   è  molto  frazionata  **. 

Nell'esercizio  1900-1901  le  successioni  e  donazioni  ascesero 
approssimativamente  a  un  valore  complessivo  di  1068  milioni; 
di  questa  somma  132  milioni  rappresentavano  eredità  e  dona- 
zioni superiori  a  i  milione.  Ma  andavano  suddivisi  fra  883 
eredi  e  donatari,  che  assai  probabilmente  sono  solo  in  piccola 
parte  milionari.  Nell'esercizio  1 901-1902  le  imposte  di  succes- 
sione sono  state  pagate  su  1097  milioni  di  valori  trasmessi  : 
157  milioni  soltanto  per  eredità  di  oltre  500  mila  lire.  La  più 
grande  massa  di  eredità  è  stata  nella  categoria  fra  io  mila  e 
50  mila  lire.  Le  eredità  di  oltre  i  milione  sono  salite  alla  cifra 
di  89  milioni  :  da  dividersi  però  tra  399  eredi  e  legatari  e  i 
donatario  f  •  cioè  522  mila  lire  in  media  per  le  maggiori  e- 
redità. 


*  V.  esposizione 

finanziaria 

del  Ministro 

R 

ub 

i  n 

,  fatta  il 

2  dicem- 

bre  1900  alla  Camera  dei 

deputati. 

**   Rubini:  loc.   L,it.  pag. 

38.  Le  successioni  del  1908-1909 

in  Italia 

si  dividono  così  : 

Ammontare  delle 

successioni                               Numero 

Fino  a 

lire  500 

■   .      .      45-249 

Da  lire 

500 

a 

I.OOO  . 

25-193 

I.OOO 

a 

2.000  . 

23.095 

2.000 

a 

4.000  . 

18.641 

4.000 

a 

10.000  . 

15-501 

10.000 

a 

50.000  . 

10.082 

50.000 

a 

100.000  . 

1.684 

100.000 

a 

300.000  . 

922 

300.000 

a 

500.000  . 

197 

500.000 

a 

I.OOO. 000  . 

112 

Oltre  I 

milione 

. 

. 

64 

La  Direzione  Generale  delle  Tasse  nota  che  non  si  verifica  aumento 
dei  redditi  maggiori,  ma  una  tendenza  allo  sviluppo  dei  redditi  medi. 
Relazione  1908-1909  pag.   122. 

t  B.  S.   L.  C.   1901-902  pag.   1322-3. 


CAP.    X.] 


RIPARTIZIONE    DELLA     RICCHEZZA 


M3 


Da  altri  studi  risulta  però  che  il  concentramento  della  ric- 
chezza è  assai  maggiore  nell'  Italia  settentrionale  che  nella 
meridionale  f- 

6i.  Si  può  ritenere  che  in  quasi  tutti  i  paesi  di  Europa: 
T,  la  distribuzione  dei  redditi,  considerata  nelle  sue  linee  più 
generali  presenta  una  regolarità  assai  grande:  e,  se  non  assume 
le  stesse  forme,  ha  sempre  alcuni  caratteri  comuni;  2,  i  redditi 
superiori  non  formano  che  una  piccola  parte  del  reddito  na- 
zionale di  ciascun  paese;  3,  esiste  una  tendenza  dei  redditi  medi 
a  svilupparsi  e  dei  redditi  minimi,  che  formano  la  grande 
massa,  a  diminuire. 

Tutto  ciò  ha  un  grandissimo  valore,  sopra  tutto  dal  punto 
di  vista  finanziario,  in  quanto  cadono  tutte  le  illusioni  di  basare 
i  sistemi  tributari  su  imposte  limitate  ai  maggiori  redditi  e  alle 
più  grandi  fortune.  Ma  noi  siamo  ben  lontani  dal  credere  che 
la  normalità  constatata  risponda  a  un  rapporto  di  necessità. 

Francis  Galton  ha  tentato,  coni'  .è  noto,  un'  applicazione 
del  calcolo  delle  probabilità  alle  qualità  psichiche  degli  uomini 
e  ha  dimostrato  che  le  attitudini  medie  sono  quelle  che  in  ogni 

t  Secondo  il  risultato  dei  miei  più  recenti  studi  sulla  distribuzione 
della  ricchezza  in  Italia  (Torino,  1904)  risulta  che  nel  triennio  1 900-1 901 
a  1902-1903  rispettivamente  a  100  del  totale  le  eredità  si  riparti- 
vano  così  : 


Italia 

Italia 

Italia  Sicilia  S 

ar degna  Total 

settentrion. 

centrale 

merid. 

— 

— 

— 

Eredità  fino  a  lire  500    29.39 

17-93 

31.72 

16.39 

4-37 

100 

Da  lire  500  a  1000          37.83 

18.35 

28.31 

12.50 

3.01 

100 

Da  lire  looo  a   2000        43.18 

17.86 

26.08 

10.39 

2.49 

xoo 

Da  lire  2000  a  4.000        48.25 

17.80 

23-37 

8.59 

1-99 

100 

Da  lire  4.000  a  10.000    50.32 

18.67 

21.37 

7-85 

1-79 

roo 

Da  lire  10.000  a  50.000   47-79 

21.86 

20.92 

7-77 

1.66 

100 

Da  lire  50.000  a  100.000    47.86 

24-47 

19.26 

6.99 

1.42 

100 

Da  lire  100.000  a  i  mil.    55.12 

22.87 

16.08 

5-41 

0.52 

100 

Oltre  I   milione                 65.42 

21.08 

9.78 

3.00 

100 

m    piena  opposizione 


Come  si  vede  il  risultato  di  queste  ricerche 
con  quanto  era  ammesso  fino  ad  ora. 

Forse  vi  sono,  calcolando  sui  dati  delle  successioni,  appena  1500  mi- 
lionari in  Italia  :  quando  ve  ne  sono  più  che  12  mila  in  Germania, 
15  mila  in  Francia  e  32  mila  in  Inghilterra. 


t44  SCIENZA    t)ELLE    FINANZE  [CAP.    X. 

società  prevalgono.  Secondo  dati  raccolti  in  Inghilterra,  Gal- 
ton ha  determinato  empiricamente  la  ripartizione  di  ciascuna 
categoria  di  attitudini  sopra  un  milione  di  uomini  *.  Or  che 
cosa  dimostra  la  statistica  della  ripartizione  dei  redditi  ?  Che 
sono  appunto  le  attitudini  medie  che  prevalgono  e  che  la  ri- 
partizione delle  attitudini  non  è  molto  dissimile  da  quella  dei 
redditi.  Nei  paesi  industriali  sopra  tutto,  i  lavoratori  abili  en- 
trano per  la  più  gran  parte  nei  redditi  medi  e  formano  ap- 
punto il  grosso  nucleo  che  in  più  larga  misura  partecipa  alla 
distribuzione  del  reddito.  Qualche  scrittore  è  stato  colpito  da 
questo  fatto  f,  che  non  manca  d'interesse.  Pure  si  esita  a  ve- 
nire a  qualsiasi  conclusione  in  questa  materia  quando  si  pensi 
quale  spostamento  porti  l'istituto  della  eredità,  come  uomini 
senza  attitudini  e  senza  intelligenza  rappresentino  assai  spesso 
i  redditi  più  elevati. 

È  fuori  di  dubbio  che  una  serie  di  fatti  hanno  in  Europa 
contribuito  e  contribuiscono  ogni  giorno  in  varia  misura  ad 
attutire  le  difierenze  profonde  che  ora  esistono  fra  le  varie 
classi  sociali  e  che  esistevano  anche  più  in  passato. 

L'  aristocrazia  rurale  tende  quasi  dovunque  a  scomparire  e 
le  forme  sempre  più  industriali  che  prende  la  coltivazione  della 
terra  e  il  bisogno  sempre  maggiore  che  essa  ha  di  capitali  ne 
affrettano  la  scomparsa.  Certo  si  sono  formati  e  si  formano 
veri  latifondi  nella  ricchezza  urbana  e  nella  mobiliare  :  ma  la 
loro  durata  non  è  d'ordinario  assai  grande.  E  d'altra  parte  la 
discesa  continua  nel  tasso  dell'  interesse  minaccia  non  poco 
l'esistenza  delle  classi  medie. 

La  scomparsa  di  piccole  intraprese,  anche  in  passato  non 
significava  sempre  diminuzione  di  redditi  medi.  Molte  volte, 
sopra  tutto  nei  paesi  come  1'  Inghilterra,  chi  rinunzia  va  a  la- 
vorare per  conto  proprio,  portava  i  suoi  capitali  e  la  sua  atti- 
vità personale  alla  grande  intrapresa.  L'apparenza  era  più  mo- 
desta, poi  che  egli  rinunziava  alla  sua  individualità  ;  ma  molto 


♦  E.  Galton:  Hereditary  Genius.  London,  1869:  Naturai  Inheritance, 
London  1889. 

t  A  ra  m  o  n  :  loc.  cit. 


CAP.    Xj  RIPARTIZIONE    DELLA    RICCHEZZA  I45 

probabilmente  egli  acquistava  nella  distribuzione  dei  redditi 
un  posto  più  elevato  *. 

Le  classi  medie  hanno  avuto  lungamente,  nella  forma  sem- 
pre più  burocratica  delle  società  moderne,  alcuni  monopoli  di 
fatto  :  la  istruzione  stessa  è  stata  lungamente  un  monopolio  e 
così  i  pubblici  uffizi.  Ma  tutto  ciò  tende  sempre  più  a  scom- 
parire. Esistono  ancora  alcune  professioni  così  dette  liberali 
dove  alcuni  riescono  a  realizzare  grandi  guadagni  :  ma  lo  svi- 
luppo delle  qualità  medie  nella  folla  rende  queste  distinzioni 
sempre  più  rare.  Anche  nei  pubblici  uffizi  le  retribuzioni  sono 
ora  assai  scarse  :  d'ordinario  per  i  maggiori  uffizi  gli  stipendi 
sono  bassissimi  e  le  democrazie,  ove  spesso  la  invidia  e  la  ge- 
losia predominano,  tendono  a  ridurli  eccessivamente.  I  ministri 
di  alcuni  paesi,  come  l'Italia,  hanno  stipendi  che  sono  di  una 
inverosimile  modestia:  le  più  alte  cariche  dell'amministrazione 
civile  non  sono  retribuite  oltre  9  mila  lire.  Al  1°  luglio  1910, 
lo  Stato  italiano  avea,  compreso  le  feirovie,  259.624  impiegati, 
di  cui  6939  con  oltre  6  mila  lire  di  stipendio  e  di  cui  solo  807 
con  9  mila  e  30  appena  fra  15  mila  e  18  mila  **. 

Macaulay  racconta  che  ancora  al  decimo  settimo  secolo  il 
primo  cancelliere  d' Inghilterra  non  prendeva  mai  meno  in 
emolumenti  di  ogni  guisa  di  40  mila  sterline,  cioè  un  milione 
di  lire  all'anno.  La  moneta  valeva  allora  fra  due  volte  e  mezzo 
e  tre  volte  più  di  ora.  I  Ministri  di  Napoleone  prendevano 
120  mila  franchi  di  stipendio:  tre  di  essi  cioè  erano  pagati  al- 
meno quanto  tutti  gli  attuali  ministri  e  sottosegretari  di  stato 
italiani  uniti  assieme.  E  si  aggiunga  che  Napoleone  usava  fare 
larghi  doni  ai  suoi  ministri,  che  non  si  peritavano  di  accet- 
tarli f.  Tranne  le  alte  magistrature  inglesi,  che  rappresentano 

*  «  Il  n'ya  pas  de  féodalité  financière,  mais  une  démocratie  finan- 
cière...  Il  n'existe  pas  une  aristocratie  de  porteurs  de  titre,  mais  un 
peuple  qui  travaille,  économise  ».  Neymarck:  loc.  cit..  Questa  è  la 
tesi  apologetica  delle  società  attuale  e  non  è  vera:  ma  è  vero  che  au- 
mentano i   redditi    medi    dovunque. 

**  Gli  stipendi  maggiori  sono  rimasti  in  Italia  in  42  anni  quasi  inva- 
riati; viceversa  i  prezzi  sono  considerevolmente  aumentati;  anche  dopo 
la  guerra  si  è  esagerato  nell'aumentare  gli  stipendi  minori  e  i  medi,  la- 
sciando quasi  inalterati  gli  stipendi  considerati  alti. 

t  Leroy  Beaulieu:  op.  cit,  cap.  XIII. 

Ni  tti  .  IO 


146  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [cAP.   X. 

oramai  una  eccezione,  dovunque  in  Europa  la  pubblica  am- 
ministrazione non  ha  più  alti  stipendi;  in  alcuni  paesi  in  mezzo 
secolo  gli  stipendi  sono  rimasti  presso  a  poco  gli  stessi  mentre 
le  esigenze  della   vita  sono  molto  aumentate. 

Ora,  mentre  vi  è  in  quasi  tutti  i  paesi  aumento  notevole 
dei  salari,  mentre  aumenta  dovunque  la  ricchezza  comune  e 
indivisa  e  il  demanio  pubblico  ha  un'  importanza  sempre  mag- 
giore, m3ntre  si  accentua  la  tendenza  del  saggio  dell'interesse 
a  diminuire,  non  si  può  senza  sorridere  leggere  le  previsioni 
che  da  cinquanta  anni  si  sono  fatte  sull'inevitabile  rovina 
della  società  presente  per  la  proletarizzazione  di  un  numero 
sempre  crescente  di  individui. 

Un  grandissimo  numero  di  scrittori,  che  ha  studiato  la 
condizione,  delle  classi  operaie,  è  d*  accordo  nel  ritenere  che 
il  rialzo  dei  salari  sia  in  Europa  quasi  generale  e  che  sia 
tanto  più  notevole  in  quanto  coincide  con  una  diminuzione 
delle  ore  di  lavoro.  Basta  osservare  del  resto  i  bilanci  delle 
società  anonime  per  convincersi  come  la  grandissima  parte 
delle  entrate  sia  distribuita  in  salari  e  come  i  salari  si  ele- 
vino *. 

L'aumento  reale  dei  salari  ha  avuto  e  ha  una  grande  im- 
portanza nello  sviluppo  dei  redditi  medi,  ma  ne  hanno  una 
non  minore  le  cause  sempre  più  numerose  che  spiegano  ogni 
giorno  la  loro  azione,  Le  leggi  quasi  dovunque  impongono 
la  divisione  di  eredità  quando  esistano  figliuoli  legittimi  ;  1^ 
leggi  finanziarie  sono  assai  più  penetrate  che  in  passato  di 
spirito  democratico,  qualche  volta  anche  di  prevenzione.  D'al- 
tra parte  il  frazionamento  dei  valori  mobiliari  ha  aumentato 
lo  spirito  di  risparmio,  la  facilità  degli  investimenti.  La  coo- 
perazione, sotto  tutte  le  sue  forme,   di  produzione,  di  credito, 

*  Pareto:  loc.  cit.,  De  F  o  v  i  1 1  e  :  La  France  économique:  L.  L  a  u- 
g  h  1  i  n  ,  prefazione  all'edizione  americana  di  J.  S.  M  i  1 1  :  Principles 
of  politicai  economy,  New- York,  1885;  B  o  w  1  e  y  :  Wages  in  United  King- 
dom  in  the  nmeteenth  Ceniury,  London,  1900;  Rogers:  Six  cen*uries 
of  work  and  wages,  London,  1884;  le  inchieste  compiute  recentemente 
negli  Stati  Uniti  (per  cura  di  G  o  u  I  d  ) ,  in  Francia  {Salaires  et  durée 
du  travati),  in  Belgio  (1896),  ecc.,  e  le  numerosissime  ricerche  di  A  n- 
siaux,  Schoenhoff,  Nitti,  Niccolai,  ecc. 


CAP.    X.]  RIPARTIZIONE    DELLA    RICCHEZZA  Ì47 

di  consumo,   ha  reso  possibile  il    sorgere  di   grandi     aziende 
con  capitali  modesti. 

62.  D'altra  parte  anche  la  concentrazione  della  industria 
e  del  commercio  non  ha  avuto  in  Europa  prima  della  guerra 
quello  sviluppo  che  si  riteneva  inevitabile.  Le  grandi  intra- 
prese sono  costituite  in  generale  sotto  forma  di  anonime,  cioè 
sono  proprietà  di  un  grandissimo  numero  di  persone.  E  lo 
sviluppo  crescente  delle  applicazioni  elettriche,  la  sostituzione 
della  forza  elettrica  a  quella  del  vapore,  ci  serbano  forme  in- 
dustriali assai  diverse  da  quelle  presenti.  La  possibilità  di 
avere  la  forza  motrice  a  buon  mercato  per  le  piccole  come 
per  le  grandi  intraprese,  farà  che  le  prime  avranno  nuove  ra- 
gioni di  sviluppo. 

Il  vapore  è  stato  la  più  grande  causa  di  concentramento  in- 
dustriale. Una  macchina  a  vapore  per  quanto  piccola  non  può 
fornire  soltanto  un  ottavo  o  un  sedicesimo  di  cavallo  dinami- 
co, e  le  piccole  macchine  sono  molto  costose-  Una  macchina 
di  un  cavallo  dà  la  forza  motrice  a  un  costo  proporzional- 
mente tre  volte  più  grande  di  una  macchina  di  15  :  e  questa 
a  un  costo  tre  volte  più  grande  di  una  macchina  di  400  ca- 
valli *.  Invece  la  elettricità  tende  tutto  a  mutare  :  l'energia, 
che  si  trasporta  oramai  anche  a  150,  a  200,  a  260  chilometri 
di  distanza,  ha  una  meravigliosa  potenza  di  adattamento,  può 
alimentare  la  più  grande  azienda  e  la  più  umile,  fornire 
50  mila  cavalli  di  forza  e  fornire  appena  un  sedicesimo  di  ca- 
vallo: la  elettricità  si  divide,  si  spezza;  più  pieghevole,  più  ub- 
bidiente di  qualsiasi  forza  motrice  f- 

Queste  verità  evidenti  sono  opposte  da  molti  scrittori  otti- 
misti al  socialismo  :  noi  crediamo  che  sotto  qu'  sto  aspetto  ab- 
biano un  valore  assai  scarso.  Ammesso  che  la  tendenza  con- 
statata si  accentui  e  che  la  ricchezza  sia  sempre  più  ampia- 
mente ripartita,  il  problema  della  esistenza  del  capitale  indi- 
viduale rimane   immutato,  essendovi  sempre   un  grandissimo 

*  Cfr.  i  calcoli  di  Sai  di  ni  nel  Politecnico  di  Milano,  nov^embre 
1887  e  N  i  1 1  i  :  Le  forze  idrauliche  dell' Italia  e  la  loro  utilizzazione,  Na- 
poli, 1901,  cap.  VII. 

t  Cfr.  Julin  et  Dubois:  Les  moteurs  électriques  dans  les  indu- 
stries  à  domicile,  Bruxelles,  1902. 


14^  SCIENZA    DELLE    FlNANZJE  [CAP.  5t. 

numero  di  persone  costrette  a  vendere  la  propria  forza  di  la- 
voro. Inoltre  il  grande  sviluppo  dei  mezzi  di  produzione  e  lo 
sviluppo  delle  anonime,  che  trasforma  i  possessori  del  capitale, 
siano  pure  innumerevoli,  in  semplici  azionisti,  sono  due  fatti 
piuttosto  favorevoli  che  contrari  alla  tesi  socialista.  Cosi,  se 
gli  argomenti  addotti  e  i  fatti  esaminati  hanno  un  grandissi- 
mo valore  dal  punto  di  vista  finanziario,  servono  a  torto  a 
tesi  ottimiste  o  apologetiche. 

Senza  dubbio  ancora  nelle   società  più   ricche  di  Europa   la 
ricchezza  è  scarsa  e  il  male  più  grande  della  umanità,    anche 
nella  sua  parte  civile,    è  la  povertà.  L'Inghilterra,  la    Germa- 
nia, la  Francia  sono  o    erano    prima    della    guerra  più  ricche 
che  non  siano  mai  state  ;    ma   anche  la  loro  ricchezza   è  ben 
lontana  dall 'assicurare   un  tenore  di   vita  elevato  a  tutti  gli 
abitanti.  Lo  sviluppo  straordinario  delle   macchine,    i   trionfi  ' 
della   meccanica  e  di  tutte   le  -scienze  applicate   hanno  fatto 
sorgere  illusioni   numerose   sulla  ricchezza    delle    società  mo- 
derne :  cosi  si  è  propensi  a  vedere    la   ingiustizia   dove    non 
è   che    la  povertà.    Senza    negare    la    grandezza  della   civiltà 
moderna,   né  attutirla  in  alcuna  guisa,  bisogna  del  pari  rico- 
noscere che  i   progressi  compiuti  sono  sempre  assai  modest 
e  che  la  ricchezza   media    per   abitante   è   ancora    in  tutti 
paesi    scarsa.  D'  altra   parte   i  progressi  compiuti  non  riguar- 
dano  i  bisogni    primari  della    umanità  ;   ma    piuttosto    biso 
gai  secondari  o  derivati.  Così  i  trionfi  della   industria,  otte 
nuti  soggiogando   e  disciplinando  grandi  forze  naturali,  riguar 
dano  in  generale  la  industria  dei  trasporti  e  la  industria  ma 
nifatturiera.  Ma  per  quanto  riguarda  le  due  industrie  più  im 
portanti  per  l'umanità,   la   industria  agricola,  che  dà  le   bas 
dell'alimentazione  umana,  l' industria  edilizia,  che  ci  permett 
di  vivere  anche  in  temperature  e  sotto  climi  non  favorevoli 
non  sono  stati  raggiunti  i  progressi  che  era  lecito  sperare.  Ne 
non  costruiamo  forse  assai  meglio  dei  romani  e  degli  egiziani 
qualche  volta  forse  costruiamo   peggio.  È    per  la  terra,  tuoi 
la  introduzione  dei  concimi  chimici  e  la  generalizzazione  dell 
leguminose  destinate  a  fissare  l'azoto    dell'aria,  niente  di  de 
finitivo  è  stato  fatto.  Sotto  alcuni  aspetti,  pur  tenendo  coni 


:AP.    X.)  RIPARTIZIONE     DELLA    RICCHEZZA  I49 

lello  sviluppo  della  meccanica  agraria,  l'agricoltura  dei  romani 
lon  era  inferiore  all'odierna. 

I  progressi  che  noi  compiamo  ogni  giorno  nel  campo  delle 
ipplicazioni  industriali  sono  vertiginosi  ;  ma  essi  non  riguar- 
lano  che  in  assai  poca  parte  la  produzione  delle  materie  o 
lei  prodotti  piìi  necessari  alla  vita.  E  ancor  oggi  non  vi  è 
ilcun  paese  dove  la  ricchezza  generale  sia  sì  alta  che  per- 
netta  la  prosperità  di  tutti  ;  e  se  la  distribuzione  è  spesso 
attiva,  la  produzione  non  è  quale  si  è  disposti  a  credere  dal 
pubblico  *.  In  ogni  modo,  nelle  nostre  società  la  ricchezza  e  il 
eddito  sono  generalmente  assai  meno  accentrati  che  nelle  so- 
ietà  precedenti  ed  è  innegabile  una  tendenza  a  una  più  larga 
i  partizione. 

Lungi  dal  verificarsi  il  processo  tante  volte  minacciato,  se- 
ondo  cui  i  poveri  diventano  sempre  più  poveri  e  i  ricchi  più 
icchi,  si  nota  che  la  massa  del  reddito  in  tutte  le  nazioni  è 
.ssorbita  dai  redditi  medi  e  dai  redditi  minimi  che  si  svilup- 
.  )ano  di  più.  Da  tutto  ciò  deriva  una  conseguenzaimportan- 
issiina  per  la  scienza  finanziaria,  ed  è  che  la  illusione  sc- 
endo cui  si  dovrebbe,  con  imposte  dirette  applicate  con  saggi 
ìrogressivi  molto  accentuati,  sostituire  lentamente  le  imposte 
lirette,  è  del  tutto  lontana  dalla  realtà.  Le  sole  imposte  che 
)Ossono  formare  la  base  dei  bilanci  odierni  sono  quelle  che 
olpiscono  la  grande  massa  della  popolazione,  la  quale,  anche 
tei  paesi  più  ricchi,  è  quella  che  fornisce  la  grossa  massa 
elle  entrate  di  ciascuna  nazione. 

La  guerra  europea  nel  1914-1918  ha  però  notevolmente  spo- 
tato tutti  i  rapporti  economici  e  quindi  anche,  e  sopra  tutto 

rapporti  di   distribuzione.    Enormi  fortune   sono  state  accu- 

*  «Oh  a  déjà  bieu  observé  que  si  l'on  égalisait  tous  les  revenus,  il 
'y  aurait  qu'  une  petite  augmentation  de  revenu  pour  la  partie  la 
loins  aisée  de  la  population...  On  voit  quelle  est  l'illusion  des  personnes 
ui  s'imagineut  qu'on  peut  grandement  améliorer  la  condition  des  pau- 
res  en  leur    distribuant    la    fortune    des    riches».  Pareto:  op.  cit., 

967.  Il  socialismo  sarebbe  vantaggioso  solo  se  coincidesse  con  un  più 
rande  sviluppo  della  produzione:  altrimenti  è  da  considerarsi  vano  e 
annoso.  Ogni  forma  di  produzione  comunista  ha  invece  per  effetto  di 
iminuire  la  ricchezza.  I  recenti  tentativi  sono  anche  peggiori  degli 
ntichi. 


150  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [CAP.    X. 

mulate,  nuovi  ricchi  si  sono  formati  dovunque.  La  produ- 
zione di  guerra  ha  fafto  sorgere  un  gran  numero  d'industrie 
e  i  prodotti  ottenuti  in  condizioni  anonnah  sono  stati  pagati 
spesso  a  prezzi  molto  elevati.  Però  anche  le  modificazioni 
che  si  sono  avute  nella  distribuzione  del  capitale  e  dei  redditi 
sono  assai  meno  essenziali  di  quello  che  si  potrebbe  ritenere  a 
prima  giunta.  I  primi  risultati  di  alcune  nuove  imposte  sul 
patrimonio  dimostrano  chiaramente  che  non  vi  sono  modifi- 
cazioni sostanziali  e  che  anche  ora,  dopo  la  guerra,  le  grandi 
fortune  non  formano  che  la  minor  parte  del  capitale  e  del  red- 
dito  della  nazione. 


LIBRO  I. 

LE  SPESE  DELLO  STATO 


Le  spese  nei  vecchi  e  nei  nuovi  bilanci. 

63.  Le  spese  pubbliche  sono  in  certa  guisa  l'indice  più  si- 
curo dell'attività  collettiva  di  ciascun  popolo.  Un  bilancio  può 
considerarsi  come  un  grande  libro  di  psicologia  collettiva.  La 
destinazione  delle  pubbliche  entrate  ad  alcuni  scopi  piuttosto 
che  ad  altri  indica  non  solo  lo  stato  sociale,  ma  le  tendenze  di 
ciascun  paese.  Se  anche  si  togliessero  le  cifre  assolute  e  si  man- 
tenessero soltanto  cifre  proporzionali,  indicanti  il  rapporto  di 
ciascuna  parte  del  bilancio  al  tutto,  nessuno  esperto  osserva- 
tore potrebbe,  dopo  un  esame  delle  spese,  confondere  i  bilan- 
ci della  Gran  Brettagna,  della  Germania,  dell'Italia,  del  Belgio. 
Però  esistono  fra  le  spese  di  tutti  i  grandi  stati  singolari  ras- 
somiglianze :  quasi  tutti  destinano  la  maggior  parte  delle  en- 
trate non  già  a  scopi  di  civiltà  e  di  cultura,  ma  a  quelli  che 
possono  dirsi  i  bisogni  primari  della  esistenza  collettiva  :  la  si- 
curezza  e  la   difesa. 

L'umanità  ha  senza  dubbio  progredito.  Ma  ninno  può  dire 
che  un  fondo  di  selvaggia  violenza  non  sopravviva  nelle  anime 
umane.  L'ultima  grande  guerra  è  stata  non  Solo  la  rovina  d'in- 
finite ricchezze,    ma  la   caduta   d'infinite  illusioni. 

Confrontando  anzi  i  bilanci  al  principio  del  secolo  XIX  e 
alla  fine  si  nota  che,  ancora  adesso  come  in  passato,  sono  le 
spese  per  la  sicurezza  interna  ed  esterna  quelle  che  hanno  una 
prevalenza  più  grande.  L'umanità,  anche  nella  sua  parte  più 
civile  e  più  ricca,  non  è  ancora  a  tal  punto  da  avere  la  possi- 


154  SCIENZA     DELLE    FINANZE  [LIBRO    I. 

bilità  d'investire  la  maggior  parte  delle  entrate  pubbliche  in 
scopi  diversi  che  in  quelli  di  sicurezza  e  di  difesa.  La  guerra 
ha  peggiorato  anzi  che  migliorare  questa  situazione.  Un  esa- 
me accurato  di  tutti  i  bilanci  dei  maggiori  stati  di  Europa 
e  anche  di  stati  civili  fuori  di  Europa,  porta  alla  conclusione 
che,  dovunque,  le  entrate  pubbliche  sono  nella  maggior  parte 
destinate  a  scopi  di  difesa  o  a  pagare  spese  cosi  dette  intan- 
gibili, che  rappresentano  per  la  più  gran  parte  interessi  di 
debiti  fatti  per  scopi  di  difesa.  Per  le  ragioni  già  dette  è  as- 
sai difficile  mettere  a  raffronto  bilanci  antichi  con  bilanci 
moderni  ;  il  confronto  può  essere  utile  solo  se  limitato.  Ed  es- 
so ci  mostrerà  che  quanto  si  è  detto  ha  riscontro  esatto  nella 
realtà  anche  nei  paesi  che  hanno  forme  politiche  differenti. 
La  guerra  è  stata  una  grande  causa  di  turbamento.  Ha 
tutto  sconvolto  nella  economia  degli  stati  belligeranti.  Pren- 
diamo dunque,  a  base  di  confronto,  il  periodo  che  ha  preceduto 
la  guerra  :  un  lungo  periodo  di  pace  e  di  relativa  prosperità. 
64.  Cominciamo  anzitutto  dall'  Italia.  L'Italia  conquistò 
la  sua  unità  e  la  sua  indipendenza  soltanto  nel  1860;  completò 
la  prima  nel  1870  ;  unificò  il  suo  regime  tributario  nel  1862. 
Non  era,  non  è  un  paese  ricco  :  e  la  unità  politica  non  corri- 
spondeva a  un  risveglio  delle  energie  economiche.  Quanto  ha 
speso  dal  1862  in  poi  ?  Ha  speso  fino  al  1907-1908  la  ingente 
cifra  di  64.417  milioni.  Dal  1862  al  1899- 1900  le  spese  effettive 
sono  state  45.951  milioni.  Sono,  dunque,  in  cifra  tonda  46  mi- 
liardi: una  somma  notevole,  ma  che  apparrà  meno  grande  quan- 
do si  pensi  che  rappresenta  per  un  grande  paese  quasi  quaranta 
anni  di  vita  in  comune.  Ora  supponiamo  che  questa  cifra  sia 
rappresentata  da  100  ;  e  indichiamo  con  cifre  proporzionali  a 
100  tutte  le  altre  spese.  Ebbene  che  cosa  ha  fatto  1'  Italia  di 
ciò  che  ha  preso  ai  contribuenti  ?  L' impiego  non  è  causa  di 
gioia:  ha  speso  14.063  milioni  per  interessi  di  debiti  perpetui, 
2.762  per  debiti  redimibili,  2.815  per  debiti  variabili;  2.025  P^r 
un  altro  debito,  cioè  le  pensioni.  Queste  cifre  stanno  al  totale 
100  rispettivamente  come  30.61;  6,01;  6.12  e  4.41.  Dunque, 
tutto  sommato,  1'  Italia  ha  speso  47.15  %,  cioè  quasi  la  metà 
delle  sue  enti^ate,  o  per  estinguere  debiti,  o  per  pagare  interessi 
di  debiti  o  pure  per  pensioni.  Si  raggiunge   subito   la   metà 


CAP.   I.]  VECCHI    E   Nuova    BILANCI  I55 

unendo  alcune  spese  necessarie,  data  la  costituzione:  nello  stesso 
periodo  1'  Italia  ha  pagato  per  dotazioni  al  Sovrano  e  ai  prin- 
cipi 585  milioni  di  lire  e  71  milioni  per  le  camere  legislative: 
cioè  1.28  e  0.17  %  del  totale.  Siamo  proprio  a  circa  la  metà, 
a  48.70  %  :  e  si  tratta  di  spese  che  non  si  potevano  in  niuna 
guisa  evitare,  almeno  data  la  costituzione  politica  e  sociale  vi- 
gente. Ma  r  Italia  ha  disposto  liberamente  di  quell'altra  metà  .? 
Sarebbe  stata  invero  molto  fortunata;  ma  1'  altra  metà  è  ser- 
vita solo  in  poca  parte  all'  agricoltura,  all'  industria,  al  traf- 
fico. Prima  di  tutto  non  si  potea  fare  a  meno  di  un'  ammini- 
strazione civile  :  non  si  potea,  non  si  potrà  mai.  E  l' Italia  ha 
speso  per  essa  1.250  milioni  di  lire,  ossia  2.72  del  totale.  Non  è 
moltissimo;  ma  è  già  molto.  Ma  1'  Italia  è  stata  molti  anni  sotto 
il  regime  del  corso  forzato  e,  oltre  le  spese  pei  debiti,  ha  speso 
76  milioni  ossia  0,17  del  totale  per  commissioni,  cambi  e  paga- 
menti all'estero.  Siamo  già  a  più  della  metà  delle  spese  ;  ma 
sarebbe  illusione  credere  che  1'  Italia  abbia  potuto  disporre  li- 
beramente dell'altra  metà.  Prima  di  tutto  bisognava  riscuo- 
tere le  imposte  e  le  tasse  e  la  riscossione  è  sempre  costosa; 
tanto  più  dove  i  cittadini  son  costretti  a  dare  allo  Stato  una 
parte  notevole  delle  loro  entrate.  Allora  il  contribuente  tende 
a  ingannare  l'erario  e  questo  tende  a  sorprendere  il  contri- 
buente, e  in  definitiva  si  finisce  con  spendere  molto.  E  l'Italia 
per  esigere  ha  speso  nel  periodo  da  noi  studiato  5.404  milioni 
cioè  11.76  %  del  totale.  Anche  per  la  magistratura  si  è  speso 
molto  :  la  magistratura  in  Italia  è  tanto  mal  pagata  quanto 
numerosa.  Cosi  essa  è  costata  per  spese  di  ufficio  e  personale 
911  milioni  e  per  spese  di  giustizia  197,  cioè  rispettivamente 
1.89  e  0.43  del  totale.  La  diplomazia  è  unpo' meglio  pagata, 
ma  in  compenso  è  poco  numerosa:  è  costata  appena  210  cioè 
0.44  del  totale.  (Non  importa  se  ha  commesso  errori  e  ha  fatto 
spendere  per  altra  via;  qui  non  si  enumerano  che  cifre).  Quanto 
ha  speso  l'Italia  per  tutti  i  servizi  pubblici  uniti  assieme  ?  Ap- 
pena 5.250.9479.38,  ossia  11.43  del  totale,  non  tenendo  conto  di 
125. 149.631  (cioè  di  0,27  del  totale)  per  l'asse  ecclesiastico.  Molto 
poco  senza  dubbio  :  ma  è  che  non  si  potea  forse  fare  di  più.  E 
la  difesa  infatti  ha  assorbito  oltre  il  quinto  di  tutte  le  entrate: 
si  sono  spese  lire  7.674.833.474  per  la  guerra   e   2.318. 184.088 


156  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO   I. 

per  la  marina,  cioè  rispettivamente  16.71  e  5.05  del  totale. 
Rimangono  due  altre  piccole  categorie:  112.638.253  lire  per 
spese  diverse  e  84.791.986  per  reintegrazione  di  fondi,  ma  sono 
appena  0.25  e  0.19  del  totale.  Queste  sono  le  spese  effettive: 
giova  però  notare  che  rimangono  in  fuori  quelle  spese  che  por- 
tano modificazione  nel  patrimonio  :  le  spese  per  movimento  di 
capitali  e  quelle  per  costruzioni  ferroviarie  *. 

Dunque,  in  Italia  le  spese  per  la  costituzione  e  le  spese  mili- 
tari rappresentano  sette  decimi  delle  spese  effettive  e  unendovi 
le  spese  per  la  riscossione  delle  imposte  si  ha  che  r82  %  rap- 
presentano i  bisogni  primari  della  esistenza  collettiva  e  ben 
poco  rimane  per  scopi  di  civiltà  o  di  benessere.  L'Italia  ha  do- 
vuto provvedere  nelle  condizioni  più  difficili  alle  sue  esigenze 
presenti  e  al  suo  sviluppo  avvenire. 

65.  Sono  in  condizioni  più  felici  gli  altri  paesi?  È  molto 
da  dubitarne,  se  si  osservano  i  loro  bilanci  :  alcuni  però  sono 
più  ricchi  e  ciò  fa  sentire  meno  il  peso.  La  Francia  ha  un  regi- 
me politico  differente  e  assai  diverse  condizioni  demografiche  e 
sociali  :  ma  le  spese  dello  Stato  non  hanno  diverso  impiego. 
Leon  Say,  che  ha  riassunto  i  bilanci  della  Francia  dal  1801  al 
1886,  conferma  queste  osservazioni.  Infatti  su  100  miliardi  spesi 
fra  il  1801  e  il  1870,  non  meno  di  78  sono  stati  assorbiti  da 
debiti,  dotazioni,  riscossioni;  e  nel  secondo  (1872-1880)  28  mi- 
liardi su  38  e  nel  terzo  (1881-1886)  11  e  mezzo  su  16.3.  Una  si- 
tuazione, dunque,  niente  affatto  differente  da  quella  italiana; 
anzi  la  riproduzione  dello  stesso  fenomeno  t  • 

Secondo  le  cifre  date  dal  senatore  A.  Dubost,  autore  della 
relazione  generale  del  bilancio  per  l'anno  1901,  nel  bilancio  fran- 
cese del  1900,  le  spese  per  il  debito  rappresentano  29%,  le  spese 
per  le  pensioni  2,50  %,  le  spese  militari  33.50:  in  tutto  67%  del 
bilancio.  Adunque  la  proporzione  di  tutte  le  spese  non  è  punto 
essenzialmente   mutata  in  un  secolo  e  sono  le  spese  per  la  co- 


*  Cfr.  N  i  t  t  i  :  //  bilancio  dello  Stato  dal  1862  al  i8g6-gy,  Napoli,  1900 
e  per  le  pubblicazioni  della  Ragioneria  dello  Stato,  dirette  nei  vari  anni 
da  Orsini,  Mela  ni  e  Bernardi. 

Say:  Les  finances  de  la  France  sous  la  ttoisième  rèpubliquc,  Paris, 
1900,  voi.  III. 


CAP.    I.]  VECCHI    E    NUOVI    BILANCI  I57 

stituzione  quelle  che  assorbono   sempre  la  grandissima  parte  di 
tutte  le  entrate  * . 

La  situazione  dell'  Inghilterra  è  forse  differente  ?  Nel  1861  le 
spese  delo  Stato  erano  di  72.8  milioni  di  sterline,  cioè  di  4  st., 
IO  sh.  e  8  d.  per  abitante,  nel  1901  sono  state  di  183.6  milioni 
cioè  di  4  st.  8  sh.  6  d.  per  abitante.  Ma  le  proporzioni  fra  le  sin- 
gole categorie  di  spese  non  sono  punto  mutate.  Le  spese  per 
la  costituzione  e  le  spese  militari  assorbono  gran  parte  delle  en- 
trate. Nel  1861  su  72.8  milioni  di  spese  26.3  rappresentavano 
l'onere  dei  debiti,  31.3  le  spese  di  guerra  e  marina,  2.2  le  altre 
spese  del  fondo  consolidato,  escluso  l'onere  dei  debiti,  i  l'istru- 
zione pubblica,  6.2  gli  altri  servizi  civili,  2.5  la  riscossione  delle 
imposte  e  2.9  il  servizio  postale  e  telegrafico.  Nel  1881  le  spese 
erano  di  80.9  milioni  di  sterline:  di  cui  29.3  per  i  debiti,  26.8 
per  la  guerra  e  marina,  1.6  per  il  fondo  consolidato  escluso  il 
debito  pubblico,  4.2  per  l'istruzione  pubblica  ,11.4  per  le  altre 
spese  dei  servizi  civili,  2.8  per  le  spese  di  riscossione  e  5.3  per  le 
poste  e  i  telegrafi.  Il  1901  è  stato  un  anno  di  guerra.  Sopra  183.6 
milioni  di  sterline  destinati  alle  spese,  19.8  sono  stati  per  il  de- 
bito pubblico,  12 1.4  per  la  guerra  e  la  marina,  1.5  per  le  spese 
del  fondo  consolidato  esclusi  i  debiti,  12.6  per  la  istruzione 
pubblica,  14.6  per  gli  altri  servizi  civili,  2.8  per  le  spese  di  ri- 
scossione e  13.4  per  le  poste  e  telegrafi  f- 

Dunque  tre  tipi  di  stati  diversissimi  presentano  lo  stesso  feno- 
meno nelle  pubbliche  spese.  In  generale,  le  stesse  proporzioni 
fra  le  singole  spese  si  trovano  nei  maggiori  stati;  sicché  sorge 
il  dubbio  se  veramente  la  politica  internazionale  abbia  realiz- 
zato quei  progressi  che  noi  stessi  vantiamo.  In  quasi  tutti 
gli  stati  di  Europa  dal  65  al  75  e  anche  air8o  %  delle  entrate 
dello  Stato  servono  a  pagare  spese  per  la  costituzione  e  spese 
militari  :  ciò  che  rimane  disponibile  per  scopi  di  diritto,  di 
civiltà  o  di  benessere  rappresenta  una  proporzione  relativa- 
mente scarsa. 


♦AntoninDubost:  Rapport  Jait...  sur  le  Budget  general  des  dé- 
penses  et  des  recettes  de  Vexercipe  1901,  negli  atti  del  Senato  francese,  n. 
26,  anno  1901  ;  ecc. 

t  G  i  f  f  e  n  in  J.  R.  SS.  aprile  igo-j . 


I38  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO   t. 

Anche  i  paesi  che  sono  messi  in  condizioni  più  vantaggiose 
e  che  da  più  antico  tempo  godono  della  pace,  non  sono  in  condi- 
zioni migliori  degli  altri  sotto  questo  riguardo. 

I  sociologi,  che  amano  la  previsione  e  si  abbandonano  quindi 
alla  fantasia,  aveano  parlato  sempre  della  civiltà  militare  del- 
l'Europa continentale  in  contrapposto  allo  spirito  mercantile 
degli  anglossassoni  di  Europa  e  di  America. 

Le  spese  pubbliche  dell'Inghilterra  e  dell'America  non  differi- 
vano prima  della  guerra  notevolmente,  riguardo  alla  composizio- 
ne da  quelle  degli  stati  di  Europa:  sono  sempre  i  bisogni  primari 
della  esistenza,  che  richiedono  le  maggiori  entrate  pubbliche. 

Secondo  un  rapporto  del  Ministro  del  Tesoro  degli  Stati  Uni- 
ti quella  repubblica  ha  speso  (per  le  sole  spese  federali)  dal  1791 
al  1901  la  cifra  di  32.338.500.197  dollari  *.  E  presso  a  poco  la 
ripartizione  delle  spese  è  stata  la  stessa. 

In  Inghilterra  la  situazione  non  è  molto  diversa:  sono  sempre  le 
spese  militari  e  le  spese  del  Tesoro  che  prevalgono  su  tutte  le  altre. 

I  soli  oneri  del  Tesoro  rappresentati  quasi  esclusivamente 
dai  debiti  assorbivano  dal  30  al  50  per  cento  di  tutte  le  spese  nei 
maggiori  stati  t  :  le  spese  militari  fanno  giungere  le  spese  per  i 
bisogni  primari  della  vita  sociale  fino  a  65  ed  80  per  cento  di 
tutte  le  spese. 

*  Ecco,  questa  enorme  somma  come  è  stata  impiegata  : 

5.681.778.167  per  la  guerra  (di  cui  soli  3.572  milioni  prima  del  1866). 

1 .628.343.213  per  la  marina  (di  cui  soli  717  milioni  prima  del  1866). 
379-254-290  per  gli  indiani. 

2. 797 -938-464  per  pensioni  quasi  tutte  militari. 

3.388.735.154  per  tutte  le  altre  spese. 
I73-494-64I  per  premi. 

3.0I4-699-I47   per  interessi. 
15. 274-260.118  per  il  debito  pubblico. 

Dunque  il  debito  pubblico  e  le  spese  militari  anche  nel  paese  più  ricco 
del  mondo  e  dove  la  tassazione  federale  è  tenue,  hanno  assorbito  la  più 
gran  parte  delle  entrate. 

Annual  Report  of  the  Secreiary  of  the  Tresanry  on  the  state  of  the  finances 
far  the  fiscal  year  ended  june  30,  1901,  Washington,  1901. 

t  Cfr.  la  esposizione  finanziaria  del  ministro  del  tesoro  Rubini,  2  di- 
cembre  1900. 


CaP.    I.]  VfeCCtìi    fe   NUOVI   BILANCI  I59 

L'umanità  è  ancora  nel  suo  complesso  assorbita  dalle  neces- 
sità fondamentali  dell'  esistenza  e  della  difesa.  Si  può  anche 
ammettere  che  la  grande  guerra  combattuta  in  Europa  sia  sta- 
ta da  un  punto  di  vista  generale  un  grande  regresso  cosi  della 
ricchezza  come  dei  sentimenti  morali.  Si  parla  ora  un  linguag- 
gio di  violenza  eh'  era  ignoto  o  dimenticato. 

Nel  complesso  si  spende  in  Europa,  in  America,  in  Asia,  per 
spese  militari  assai  più  che  prima  della  guerra  e  si  verifica  tutta 
una  serie  di  fenomeni,  che  scuote  profondamente  i  bilanci. 

Nei  paesi  usciti  dalla  guerra,  vi  sono  ora  due  spese  enormi, 
oltre  le  spese  militari:  l 'una  è  determinata  dagli  interessi  dei 
debiti  contratti  per  la  guerra  ;  l'altra,  che  durerà  anch'essa 
lungamente,  è  costituita  dal  mantenimento  della  popolazio- 
ne resa  invalida  dalla  guerra  e  dal  numero  enorme  di  pensio- 
ni di  guerra  alle  famiglie  dei  caduti.  Sono  due  spese  che  assor- 
l)ono  buona  parte  dei  bilanci. 

Prima  della  guerra  vi  erano  le  necessità  della  difesa  ed  erano 
spese  ingenti.  Ora  vi  sono  spese  più  grandi  in  conseguenza  della 
guerra  :  vi  è  l'onere  del  passato  e  l'onere  del  presente. 

I  fenomeni  finanziari  sono  diventati  estremamente  piìi  com- 
plicati, non  solo  per  la  massa  ingente  di  interessi  da  prele- 
vare ;*ma  anche  per  il  fatto  che,  l'equilibrio  precedente  essen- 
dosi rotto,  non  è  venuta  ancora  e  non  verrà  per  qualche  tempo 
una  nuova  fase  d'equilibrio  economico. 

Mentre  le  grandi  nazioni  hanno  diminuito  il  valore  del  me- 
dio circolante  e  i  prezzi  si  sono  elevati,  il  saggio  d'interesse 
è  diventato  più  alto,  per  le  ricerche  continue  di  nuovi  prestiti 
da  parte  dello  stato  e  degli  enti  pubblici.  Ma  la  produzione  è 
diventata  assai  più  difficile,  non  solo  perchè  l'opera  dei  se- 
coli è  stata  distrutta  e  le  correnti  di  scambio  si  sono  interrot- 
te, ma  per  la  deficienza  di  materie  prime  e  per  il  fatto  che  i 
lavoratori  tornati  dalla  guerra  hanno  subito  dimostrato  un 
bisogno  quasi  spasmodico  di  un  maggiore  benessere,  proprio 
quando  le  condizioni  economiche  erano  peggiori. 

Così  l'aumento  sia  pure  temporaneo  delle  spese  ha  un  aspet- 
to quasi  spasmodico  e  la  difficoltà  di  entrate  sufficienti,  che 
non  distruggano  le  basi  stesse  della  ricchezza,  è  per  molti  pae- 
si grandissima. 


l60  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

II. 

Le  spese   PER  LA  COSTITUZIONE. 

66.  Si  chiamano  spese , per  la  costituzione  quelle  che  più 
strettamente  si  attengono  alla  costituzione  politica  e  che  ri- 
spondono ad  obblighi  non  solubili  senza  venir  meno  ad  un  patto 
costituzionale.  Sono  nella  più  gran  parte  tali,  quelle  spese  che 
tradizionalmente  entravano  nel  fondo  consolidato  del  bilancio 
inglese,  e  di  cui  ci  occuperemo  in  seguito.  Entravano  in  In- 
ghilterra nel  fondo  consolidato,  che  rappresentava  un  grosso 
nucleo  di  entrate  e  di  spese,  le  quali  si  consideravano  come 
approvate  una  volta  per  sempre  (là  introduzione  di  quesito 
istituto  rimonta  all'  avvento  al  trono  di  Guglielmo  III,  doj^o 
la  costituzione  del  1688)  le  seguenti  spese  :  lista  civile,  inte- 
ressi del  debito  consolidato  o  fluttuante,  alcune  grandi  pen- 
sioni civili  e  militari,  la  dotazione  del  presidente  della  Camera 
dei  comuni  [speaker),  gli  emolumenti  di  alcune  corti  superiori 
e  della  magistratura,  le  spese  per  i  servizi  diplomatici,  ecc. 

In  generale  possono  riguardarsi  come  spese  per  la  costituzio- 
ne quelle  che  si  attengono  alla  lista  civile,  alla  dotazione  delle 
Camere  legislative  e  che  vanno  sotto  il  nome  di  spese  per  la 
sovranità;  le  spese  per  gl'interessi  del  debito  pubblico  ;  le  spe- 
se per  le  pensioni  civili  e  militari.  In  tutti  i  paesi  moderni  la 
successione  di  uno  stato  all'altro. non  modifica  gli  obblighi  con- 
trattuali per  quanto  riguarda  il  debito  pubblico  e  le  pensioni. 
Così  l'Italia  non  solo  ha  pagato  e  paga  le  pensioni  degli  antichi 
stati  della  penisola  ;  ma  ne  ha  assunto  i  debiti  e  ne  sopporta 
tuttavia  l'onere.  Così  i  paesi  di  nuova  formazione,  dopo  la 
guerra  europea,  hanno  accettato  proporzionalmente  o  in  varia 
misura,  secondo  le  circostanze,  i  debiti  degli  Stati  che  li  pre- 
cedevano. 

Le  spese  per  la  sovranità  sono  ora  quasi  dovunque  proporzio- 
nalmente minori  che  in  passato.  Mentre  ora  non  rappresentano 
che  una  minima  parte  dei  bilanci  moderni,  ne  rappresentavano 
in  passato  la  più  grande.  Prima  di  tutto  le  spese  personali 
del   sovrano   non  erano   né   distinte   dalle    spese    pubbliche, 


GAP.  II.]  SPESE  PER  LA  COSTITUZIONE  l6l 

né  limitate  :  e  poi  assorbivano  in  realtà  assai  più  gran  parte 
delle  entrate  che  non  assorbano  ora.  Nella  sua  eccellente 
Storia  delle  finanze  del  regno  di  Napoli,  Ludovico  Bianchini 
dice  che  i  sovrani  normanni  mancavano  quasi  tutti  di  assegno 
personale  e  perciò,  aggiunge,  erano  ricchi  o  poveri  in  ragione 
della  loro  fortezza  o  furberia  o  della  buona  fede  o  debolezza  ; 
poiché  dove  mostravansi  furbi  e  forti  riusciva  loro  appropriar- 
si gran  parte  dei  tributi  e  farli  servire  a  diverso  uso  da  quello 
per  il  quale  erano  pagati.  Essendo  le  assemblee  popolari  inca- 
paci di  mettere  ostacolo  e  avendo  il  sovrano  a  sua  dipendenza 
r  amministrazione  del  pubblico  danaro  disponeva  si  come 
meglio  potea  e  credea  *. 

Fino  ai  tempi  recenti  non  vi  era  distinzione  fra  le  spese  del 
sovrano  e  quelle  dello  Stato  e  i  sovrani  disponevano  libera- 
mente delle  pubbliche  entrate. 

Fu  in  Inghilterra,  nel  1688,  che  la  distinzione  avvenne. 
Fino  allora  non  vi  era  tra  i  fondi  destinati  alla  Corona  e  quelli 
eh'  erano  consacrati  ai  servizi  pubblici  alcuna  distinzione: 
gli  uni  e  gli  altri  erano  a  disposizione  del  sovrano.  Si  stabili 
di  fissare  somme  speciali  per  il  mantenimento  della  casa  del 
Re  e  per  le  spese  convenienti  alla  dignità  della  Corona.  Il  rima- 
nente dei  danari  pubblici  doveva  essere  impiegato  secondo  le 
decisioni  del  Parlamento.  Ma  non  fu  che  molto  tardi,  solo  nel 
1839,  che  la  separazione  avvenne  completamente.  Anche  in 
Francia,  dopo  il  1789,  la  separazione  della  lista  civile  divenne 
la  pietra  angolare  del  nuovo  ordinamento  f . 

La  locuzione  lista  civile  è  penetrata  oramai  nel  linguaggio  or- 

*  Cormenin  scriveva  :  «  Des  listes  civiles  des  rois  absolus  nous 
n'en  parlerons  pas  ;  ils  n'ont  rien  car  ils  ont  tout  ». 

Basta  una  descrizione  di  una  delle  grandi  corti  medioevali  per  inten- 
dere subito  come  la  più  gran  parte  delle  pubbliche  entrate,  o  almeno 
una  gran  parte,  dovesse  essere  destinata  al  fasto  della  sovranità.  In  me- 
dia la  Corte,  secondo  Taine,  costava  da  40  a  45  milioni,  Cfr,  T  a  i  n  e  : 
Ancien  regime,  lib.  II,  cap.  I. 

La  Corte  di  Luigi  XVI  spendeva  la  decima  parte  di  tutte  le  entrate 
pubbliche  della  Francia.  Cfr.  Corréard:  Histoire  contemporaine , 
Paris,  1892,  pag.  4.  Ora  quasi  nessuna  lista  civile  rappresenta  più  della 
centesima  parte  delle  spese  totali  :  aicune  anche  molto  meno. 

t  Cfr.  RenéStourm:!.^  budget,  4.  ediz.,  Paris  1900,  pag.  16  e  sg. 
Nitti.  II 


l62  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO   I. 

dinario  :  ma  questa  locuzione  ha  un'origine  a  bastanza  strana, 
che  dimostra  come  la  fortuna  delle  parole  dipenda  spesso  non 
solo  dal  caso,  ma  dall'errore.  Macaulay,  nella  sua  Storia  d'  In- 
ghilterra sotto  Guglielmo  III,  racconta  infatti  che  il  reddito 
attribuito  alla  Corona  doveva  far  fronte  non  solo  alla  spesa  della 
casa  reale,  ma  a  quella  degli  impieghi  civili.  Perciò  si  disse 
lista  civile  :  e  anche  quando  le  spese  della  casa  reale  furono  se- 
parate da  quelle  del  governo  civile?  la  locuzione  rimase.  Ao- 
cadde  anzi  che  i  paesi  del  continente  presero  la  locuzione,  emi- 
nentemente insignificante,  dice  Macaulay,  di  lista  civile  per 
esprimere  la  dotazione  del  sovrano. 

Negli  ultimi  bilanci  le  spese  inscritte  per  liste  civili,  assegni  al 
sovrano  e  dotazioni  a  principi  di  case  regnanti,  sono  nel  com- 
plesso molto  scarse.  La  lista  civile  in  Inghilterra  è  ora  di  470 
mila  sterline;  in  Italia  dopo  la  riduzione  voluta  dal  Re  (Mini- 
stero Nitti)  di  14.050.000  lire;  in  Spagna  9  milioni  di  pesetas;  in 
Belgio  3  milioni  e  mezzo  di  franchi;  in  Svezia  1.345.000  corone; 
in  Olanda  820  mila  fiorini  ;  ecc.  Sono  poche  monarchie  ora  in 
Europa  e  gli  assegni  ai  principi,  generalmente  assai  modesti, 
non  hanno  nessuna  importanza  dal  punto  di  vista  finanziario. 
Le  cifre  riportate  non  si  prestano  ad  alcun  confronto.  In  al- 
cuni paesi  i  redditi  sono  accresciuti  dai  beni  della  Corona;  in 
altri  vi  sono  spese  rilevanti  che  la  lista  civile  deve  sopportare. 
In  Inghilterra  i  beni  sono  a  carico  del  bilancio  e  il  re  gode  i 
redditi  dei  vari  ducati  della  Corona.  In  Olanda  la  regina  ricava 
almeno  400  mila  fiorini  dai  beni  della  Corona. 

La  lista  civile  inglese  ha  un  carattere  speciale,  un  ordina- 
mento suo  proprio,  che  limita  la  disponibilità  del  Sovrano.  Si 
tratta  di  un  vero  bilancio  votato  all'avvento  al  trono  di  o- 
gni  sovrano.  Le  spese  sono  stabilite  e  sono  pubblicate,  senza 
mistero.  Il  Report,  numero  no,  presentato  alla  Camera  dei  Co- 
muni il  28  marzo  1901,  contiene  il  bilancio  della  lista  civile 
dal  1838  in  poi  *. 

La  lista  civile  può    essere    stabilita  a  tempo  indeterminato,  . 


*  Durante  il  regno  della  regina  Vittoria  il  Civil  list  Act  divideva  la  li- 
sta civile  infatti  in  categorie  :  come  se  si  trattasse  di  un  bilancio  qual- 
siasi. Tanto  deve  servire  per  uno  scopo  ;  tanto  per  un  altro  ecc.  Le  cate- 


CAP.   II.]  LA    LISTA    CIVILE  I63 

come  era  negli  stati  tedeschi,©  per  tutta  la  vita  del  Sovrano,  come 
in  Inghilterra  e  in  Italia  *;  questo  secondo  sistema  pare  sotto 
molti  aspetti  preferibile. 

Nei  due  principali  paesi  a  regime  repubblicano,  la  Francia  e 
gli  Stati  Uniti  di  America,  la  dotazione  al  capo  dello  Stato  è  sin- 
golarmente diversa.  In  base  a  una  idea  assai  bizzarra,  la  Costi- 
tuzione dell'anno  terzo  accordava  a  ciascun  membro  del  diret- 
torio un  pagamento  eguale  al  prezzo  di  diecimila  duecento  ven- 
tidue quintali  di  frumento  f.  Ma  la  Costituzione  del  1848  accor- 
dò al  presidente  un  trattamento  assai  più  largo  :  oltre  ai  palazzi 
messi  a  sua  disposizione  riceveva  un  trattamento  di  óoomila 
franchi  l'anno.  In  seguito  la  costituzione  ora  vigente  non  fissò 
alcun  trattamento  al  Presidente  della  repubblica  :  anzi  nessuna 
legge  ne  determinò  i  limiti.  Il  potere  legislativo  iscrive  una  som- 
ma nel  bilancio  :  e  questa  somma  nel  primo  bilancio  della  repub- 
blica nel  1871  fu  fissata  in  600  mila  franchi  ;  ma  nel  1873  furono 
aggiunte  altre  500  mila  lire  per  spese  di  casa;  e  nel  1876  altre 
300  mila  lire  per  spese  di  viaggio  e  di  rappresentanza.  In  com- 
plesso sono  1,200.000  franchi  cui  vanno  aggiunte  numerose  al- 
tre spese  che  sono  a  carico  del  bilancio  generale. 

Negli  Stati  Uniti  di  America,  secondo  la  costituzione  ora  in 
vigore,  il  presidente  della  Repubblica  riceve  una  indennità  che 
non  può  essere  né    aumentata,  né  diminuita  durante  il  tempo 


gorie  sono  le  seguenti:  i  Privy  Purse,  2  Retired  Allowances,  Salaries  and 
Wages,  3.  Expenses  of  Household,  4  Royal  Bounty,  Alms,  and  special 
Services,  5  Pensions.  All'avvento  al  trono  di  Edoardo  III  la  lista  civile 
inglese  ha  subito  una  modificazione  importante  e  un  aumento  di  67  mi- 
la sterline. 

*  L'art.  19  dello  Statuto  italiano  dice  a  proposito  della  lista  civile: 
«  Per  l'avvenire  la  dotazione  predetta  verrà  stabilita  per  la  durata  di 
ogni  regno  dalla  prima  legislatura  dopo  l'avvento  del  Re  al  trono  ». 
La  prima  legge,  che  avrebbe  dovuto  votarsi  nella  legislatura  seguente 
all'  avvento  al  trono  di  Vittorio  Emanuele  II,  non  si  votò  che  alla 
terza,  contrariamente  alla  disposizione  dello  Statuto  :  così  è  accaduto 
anche  in  Francia  sotto  Luigi  Filippo  e  in  Belgio.  L'articolo  77  della  co- 
stituzione del  Belgio  dice  :  «  La  loi  fixe  la  liste  civile  pour  la  durée  de 
chaque  règne  ». 

t  Le  traitement  de  chacun  d'eux  est  fixé,  pour  chaque  année,  à  la  va- 
leur  de  cinquante  mille  myriagi'ammes  de  froment  (art.  174). 


164  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [lIBRO  I. 

in  cui  egli  è  in  carica.  La  indennità  però  è  assai  meschina  dato 
l'altissimo  uffizio  :  è  stata  di  25  mila  dollari  fino  al  1873  :  è  stata 
poi  accresciuta  successivamente  da  prima  a  50  mila  dollari  e 
poi  ha  subito  nuove  variazioni.  Ma  questa  inutile  parsimonia  è 
ragione  di  debolezza;  poiché  il  presidente  riesce  difficilmente  a 
mantenere  la  sua  indipendenza  di  fronte  al  partito  di  cui  è 
l'emanazione  e  che  è  il  vero  sovrano  . 

Nella  Svizzera  il  presidente  della  repubblica  ha  un'  a-zione 
assai  limitata  .Egli  non  dura  in  carica  che  un  anno:  nominato 
dall'assemblea  federale,  è  durante  la  sua  carica  presidente  del 
Consiglio  federale  e  capo  del  dipartimento  politico  degli  affari 
esteri:  riceve  poco  più  che  gli  altri  consiglieri  federali. 

67.  Fra  le  spese  per  la  sovranità  entrano  anche  quelle  per  il 
mantenimento  delle  Camere  legislative.  In  pochi  paesi  oramai 
la  funzione  legislativa  è  gratuita:  in  molti  altri  paesi  i  deputa- 
ti ricevono  una  retribuzione,  più  o  meno  alta.  In  Italia  l'asse- 
gno ai  deputati  è  di  15  mila  lire,  in  Francia  di  25  mila  franchi. 
Negli  Stati  Uniti  di  America  le  spese  per  il  potere  legislativo 
ammontano  nel  complesso  a  16  milioni  di  dollari.  * 

Nei  paesi  dove  l'indennità  è  stata  adottata,  si  è  dovuto  da 
una  parte  mettere  tutte  le  indennità  a  carico  della  nazione  :  e 
dall'altra  si  è  fatto  obbligo  ai  deputati  di  non  ricusarle.  L'art.  38 


*  Questo  indennizzo  trae  origine  dal  fatto  che  nei  vecchi  parlamenti 
inglesi  come  negli  stati  generali  francesi  e  in  generale  nelle  assemblee 
medioevali,  il  deputato  che  vi  si  recava,  in  nome  di  una  circoscrizione, 
avea  quasi  sempre  da  coloro  che  lo  delegavano  le  spese  di  viaggio,  di 
soggiorno  e  di  nutrimento.  In  Francia  ciascun  bailliage  pagava  l' inden- 
nità ai  suoi  deputati  :  bisogna  anche  aggiungere  che  ciascun  ordine,  cle- 
ro, nobiltà,  o  terzo  stato  sopportava  separatamente  le  spese  dei  propri 
rappresentanti.  In  Inghilterra  ciascuna  contea,  città  o  borgo  pagava  una 
indennità  speciale  ai  suoi  rappresentanti.  I  vecchi  storici  francesi  non 
mancano  di  aggiungere  che  ogni  convocazione  degli  stati  generali  appa- 
riva alle  popolazioni  come  un  nuovo  peso  da  sopportare  ed  era  guardata 
in  generale  con  antipatia.  Cfr.  E  s  m  e  i  n  :  Cours  èlèmentaire  d'histoire  du 
droit  jrangais,  2.  ediz.  pag.  509.  D'altra  parte  in  Inghilterra,  dove  un 
antico  statuto  di  Enrico  VII,  abolito  solo  sotto  il  regno  della  regina  Vit- 
toria, imponeva  il  carico  dei  deputati  alle  singole  città  o  ai  borghi,  andò 
in  desuetudine  lentamente  :  e  da  secoli  nessun  candidato  ha  osato  recla- 
mare la  indennità. 


CAP.   II.]  SPESA   PER  LE  CAMERE  165 

della  costituzione  francese  del  1848  disponeva  per  ciascun 
rappresentante  della  nazione  una  indennità,  senza  diritto  di 
rinunzia.  Questo  obbligo  si  trova  in  quasi  tutti  i  paesi  ove  la 
indennità  alle  Camere  elettive  è  stata  introdotta. 

68.  Tra  le  spese  per  la  costituzione  entrano  anche  quelle 
per  il  debito  pubblico.  Esse  rispondono  ad  obblighi  i  quali  non 
possono  essere  violati  senza  venir  meno  a  un  impegno  costi- 
tuzionale. 

Poiché  i  debiti  sono  stati  contratti  nell'interesse  di  tutta  la 
nazione,  si  ammette  che  non  si  possa  venir  meno  agli  obblighi 
ch'essi  determinano.  Anche  nei  mutamenti  di  governo  oramai 
tutti  gli  stati  rispettano  gli  impegni  del  regime  precedente, 
per  qualunque  causa  assunti.  Ciò  soltanto  rende  possibile  lo 
sviluppo  del  credito,  che  altrimenti  verrebbe  a  mancare  di  ogni 
sicurezza. 

Le  grandi  spese  per  i  lavori  pubblici  e  le  grandi  spese  militari, 
nella  più  gran  parte  degli  stati  moderni,  sono  state  fatte  solo 
mediante  l'uso  frequente  del  credito  :  ciò  che  ha  determinato 
il  fatto  che  gl'interessi  dei  debiti  assorbono  nei  bilanci  odierni 
larga  parte  delle  entrate  ;  giungono  in  molti  stati  a  rappresen- 
tare la  terza  parte  di  tutte  le  spese:  in  qualcuno  giungono  quasi 
alla  metà. 

Entrano  del  pari  nelle  spese  che  rispondono  agli  obblighi 
imprescindibili  e  che  d'ordinario  i  parlamenti  non  discutono 
mai,  quelle  per  il  pagamento  delle  pensioni  *.  La  pensione  è  una 
rendita  vitalizia  fornita  a  titolo  di  alimento  a  quei  funzionari 
che  cessano  di  essere  in  attività  di  servizio  per  vecchiaia  o  per 
condizioni  stabilite  dalle  leggi. 

Ora  le  pensioni  tendono  a  crescere  quasi  dovunque  con  una 
rapidità  vertiginosa  e  destano  viva  inquietudine  per  l'avvenire. 

Nei  passati  regimi  le  pensioni  avevano  generalmente  carat- 
tere eccezionale,  o  solo  di  sovrana  concessione:  ora  sono  ac- 
cordate generalmente  a  tutti  i  funzionari  e  costituiscono  un 
onere  grave. 

*  Cfr.  R  a  V  a  1  i  e  r  :  Traile  des  pensions  civiles  et  militaires,  Paris, 
1886  ;  Laferrière:  Tratte  de  la  juridiction  administrative,  toni.  II, 
pag.  193  e  seg. 


l66  SCIENZA    DELLE  FINANZE  [LIBRO  I. 

Ordinariamente  lo  Stato  trattiene  sullo  stipendio  dell'impiega- 
to una  ritenuta,  cioè  una  somma  destinata  insieme  a  un  contri- 
buto dello  Stato  a  formare  la  pensione.  Ma  generalmente  ritenute 
e  contributi  non  sono  in  rapporto:  se  fossero,  lo  Stato  funzio- 
nerebbe come  una  cassa  di  assicurazioni  e  non  si  verificherebbe 
ciò  che  costituisce  il  pericolo  di  tanti  bilanci  odierni. 

Vi  sono,  in  materia  di  pensioni,  sistemi  assai  differenti. 
Vi  è  prima  di  tutto  il  sistema  inglese.  I  funzionari  di  regola  han- 
no diritto  a  pensione;  ma  in  alcune  chxostanze,  il  Tesoro,  può 
invece  di  una  pensione  vitalizia  pagare  in  una  volta  sola  una 
somma  in  danaro,  calcolata  secondo  la  durata  presunta  della 
vita  del  titolare.  Nessuna  ritenuta  è  ammessa:  la  pensione  è 
interamente  a  carico  dello  Stato. 

Il  sistema  tedesco  riconosceva  anch'esso  il  diritto  alla  pen- 
sione e  ne  metteva  l'onere  esclusivamente  a  carico  dello  Stato. 
L'impero  germanico,  la  Prussia,  la  Sassonia,,  avevano  adottato 
questi  criteri. 

In  Italia  e  in  Francia  la  pensione  è  accordata  agK  impiegati 
civili  e  militari  :  ma  questi  sono  costretti  a  contribuire  alla 
formazione  di  essa  con  un  contributo,  che  assume  forma  di 
ritenuta  sui  loro  stipendi. 

Negli  Stati  Uniti  di  America  e  in  Svizzera  non  vi  sono  in 
via  generale  pensioni  civili. 

Lo  Statò  in  tutti  i  paesi  dà  ai  suoi  impiegati  uno  stipendio 
che  sempre  o  quasi  sempre  è  inferiore  a  quello  del  mercato  per 
servizi  della  stessa  natura  che  rendono  gli  impiegati;  ma  è  pro- 
lungata poi,  mediante  le  pensioni,  la  rimunerazione  anche  dopo 
il  servizio.  Nondimeno  lo  Stato  non  sfugge  a  sua  volta  all'  a- 
zione  della  legge  del  valore:  i  servizi  che  riceve  sono  in  rapporto 
con  la  rimunerazione,  agendo  questa  o  non  da  richiamo  sulle 
intelligenze    migliori. 

Alcuni  scrittori  vorrebbero  che  si  desse  agli  impiegati  la 
totalità  del  loro  stipendio,  senza  alcuna  ritenuta,  e  fossero 
soppresse  le  pensioni  :  in  questi  casi  i  funzionari  potrebbero 
assicurarsi   direttamente. 

Il  sistema  più  razionale  è  invece  quello  di  far  funzionare  sot- 
to la  sorveglianza  dello  Stato  il  servizio  delle  pensioni  in  base 
alle  norme  degli  istituti  di  previdenza  ;  proporzionare  cioè  rite- 


CAP.   II.]  SPESE  PER  LE  PENSIONI  167 

nute  e  contributi  alla  cifra  che  dovrà  essere  pagata,  e  togliere 
cosi  dai  bilanci  moderni  una  delle  ragioni  principali  di  preoc- 
cupazioni e  di  disquilibrio. 

È  ciò  che  ha  già  fatto  la  Svezia,  fondando  casse  pensioni 
per  ciascuna  categoria  di  impiegati,  le  quali  funzionano  per- 
fettamente nel  modo  più  sicuro  e  in  cui  l'ammontare  delle 
pensioni  è  formato  secondo  le  esigenze  consuete  degli  isti- 
tuti   di   assicurazione. 

In  seguito  alla  guerra  vi  sono  enormi  pensioni  militari» 
non  solo  agli  ufficiali  e  soldati  diventati  invalidi,  ma  alle 
famiglie  dei  morti.  Questa  spesa  supera  già  in  Italia  un  mi- 
liardo e  mezzo  e  s'avvicina  gradualmente  a  due  miliardi  ;  in 
Inghilterra  e  in  Francia  rappresenta  cifra  ancora  più  grande 
e  non  ancora  definita  nella  sua  estensione. 

Paesi  vinti  e  paesi  vincitori,  sia  pure  in  diversa  misura, 
risentono  condizioni  profonde  di  disagio  dal  fatto  che  óltre 
le  grandissime  spese  transitorie  della  gueira,  vi  sono  ora  le 
grandi  spese  di  carattere  permanente,  in  conseguenza  della 
guerra  *. 


*  Il  trattato  di  Versailles  28  giugno  1919  fra  i  tanti  oneri  che  mette  a 
carico  della  Germania  mette  anche  (parte  Vili,  Annexe  I)  toutes  pensions 
ou  compensations  de  méme  nature  aux  victimes  militaires  de  la  guerre  [ar- 
mées  de  terre,  de  mer  oujorces  aeriennes)  niutilés,  blessés,  malades  ou  inva- 
lideSy  et  aux  personnes  dont  ces  victimes  étaient  le  soutien.  Le  montani  des 
sommes  dues  aux  gouvernements  alliés  et  associés  sera  calculé,  pour  chacun 
des  dits  Gouvernement  à  la  valeur  capitalisée  à  la  date  de  la  mise  en  vigueur 
du  présent  Traile,  des  dites  pensions  ou  compensations,  sur  la  base  des  tarifs 
en  vigueur  en  France,  à  la  date  ci-dessus. 

Gli  obblighi  del  Trattato 'di  Versailles  sono  in  gran  parte  ineseguibili. 
Mettere  tutto  l'onere  delle  pensioni  a  carico  della  Germania,  la  quale 
deve,  sia  pure  in  misura  minima,  provvedere  a  tutte  le  sue  pensioni, 
equivale  a  una  somma  talmente  enorme,  da  superare  ogni  possibilità. 

Obblighi  analoghi  si  trovano  in  quasi  tutti  gli  altri  trattati  di  pace, 
che  son  del  pari  ineseguibili. 


l68  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO   I. 

IH. 

Il  costo   DELLA  DIFESA. 

69.  Le  spese  militari  assorbono  molta  parte  delle  entrate 
dei  bilanci  moderni  :  in  qualche  paese  poco  meno  della  metà 
dei  fondi  disponibili,  tolti  gli  oneri  che  hanno  carattere  costi- 
tuzionale. Sono  spese  di  cui  1'  aumento  è  stato  continuo,  do- 
vunque, nei  paesi  ricchi,  come  nei  poveri;  nei  paesi  industriali, 
come  nei  paesi  agricoli.  Né  meno  la  forma  di  governo  ha  agi- 
to su  questa  progressione. 

L'Inghilterra  e  la  Francia  hanno  anzi  più  degli  altri  paesi 
spinto  le  spese  per  iscopi  di  sicurezza  e  di  potenza.  In  cento- 
venti anni  dal  1775  al  1895  le  spese  militari  della  Francia  so- 
no cresciute  di  7  volte  ;  quelle  dell'Inghilterra  di  8.  Nonostan- 
te la  posizione  sua  privilegiata  di  paese  insulare,  la  Gran  Bret- 
tagna ha  anzi  aumentato  le  spese  militari  più  che  ogni  altra 
nazione  europea  .Anche  i  paesi  che  da  tempo  più  antico  go- 
dono i  benefìzi  della  pace,  come  la  Svezia,  hanno  visto  dal; 
1870  a  ora,  triplicare  le  loro  spese  *. 

Le  spese  militari  possono  considerarsi  da  due  punti  diver-i 
si  :  la  spesa  ordinaria  per  il  mantenimento  dell'esercito  e  della 
armata  navale  in  tempo  di  pace  con  tutti  gli  armamenti  e  i  mez- 


*  Adamo  Smith  notava  che  le  spese  militari,  quasi  nulle  presso  i  popo- 
li cacciatori  e  pastori  e  scarse  presso  i  popoli  agricoltori,  diventano  gra- 
vi nei  popoli  industriali.  I  popoli  agricoltori  pochi  danni  risentono  dì 
una  breve  guerra,  sopra  tutto  se  questa  sia  condotta  dopo  la  semina  e 
prima  del  raccolto.  Mentre  nei  paesi  prevalentemente  industriali  la  si- 
tuazione, è  assai  differente.  L'artigiano,  che  lascia  la  bottega,  non  ha  per 
sé  quando  prende  le  armi,  la  natura  che  aiuti  a  preparargli  il  prodotto^ 
Già  fin  da  allora  Adamo  Smith  notava  che  i  perfezionamenti  dell'art^ 
della  guerra  aveano  resa  questa  difficile  e  complicata  e  impedito  che  U 
guerre  diventassero  brevi  e  finissero  in  una  sola  battaglia.  V,  A.  S  m  i  t  h  : 
Wealth  oj  Nations,  libro,  V,  cap.  I,  sez.,  Pure,  quando  Smith  scrivevi 
l'arte  della  guerra  era  ancora  rudimentale  ;  meccanismi  più  compili 
cati,  mezzi  di  distruzione  più  perfetti  e  potenti  hanno  poi  aumentate 
straordinariamente  le  spese  militari. 


CAP.  III.]  IL  COSTO  DELLA  DIFESA  lÓQ 

zi  di  offesa  ad  essi  relativi  :  la  spesa  per  la  guerra  nei  casi  in  cui 
essa    sia    dichiarata. 

Ora  per  la  maggior  durata  che  esse  hanno,  per  il  loro  immenso 
costo,  per  il  fatto  che  esse  contrappongono  non  già  un  esercito 
a  un  altro,  ma  date  le  forme  attuali  di  arruolamento,  masse  di 
uomini  le  une  contro  le  altre,  tutta  la  parte  più  viva  e  più  gio- 
vane di  una  nazione,  le  guerre  tendono  a  diventar  meno  fre- 
quenti. Viceversa  le  spese  militari,  fatte  in  tempo  di  pace  per 
preparare  se  non  per  evitare  la  guerra,  diventano  sempre  più 
grandi*. 

70.  L'aumento  delle  spese  militari  è  un  fatto  generale, 
che  non  è  maggiore  nei  grandi  stati  che  nei  piccoli,  nei  paesi  a 
regime  monarchico  che  in  quelli  a  regime  repubblicano. 
Anzi  sono  i  paesi  repubblicani  che  spesso  eccedono  maggior- 
mente, benché  questo  fatto  non  possa  considerarsi  conseguen- 
za della  loro  forma  politica.  Nella  fase  attuale  di  civiltà  si  no- 
ta spesso  che  i  paesi  piccoli  non  spendono  meno  dei  grandi  ; 
che  le  democrazie  non  sfuggono  a  un  fatto  che  pare  coincida 
con  le  più  grandi  lotte  per  la  supremazia  politica  e  commercia- 
le. Anzi  in  alcuni  dei  piccoli  stati  la  proporzione  tra  la  massa 
delle  spese  e  le  spese  militari  è  più  grave  che  nei  maggiori.  Ca- 
ratteristico è  invero  il  fatto  che  le  democrazie  moderne,  an- 
che nei  paesi  minori,  che  godono  i  benefici  di  una  neutralità 
di  fatto  se  non  di  diritto,  non  sembrano  sfuggire  a  quello  che 
è  un  fatto  generale  :  il  grande  sviluppo  delle  spese  militari. 

*  La  guerra  tra  la  Prussia  e  la  Francia  è  di  quaranta  anni  or  sono  : 
dopo,  tranne  alcune  guerre  di  non  grandissima  importanza,  combattute 
nei  paesi  dell'oriente  eiuropeo,  sono  mancate  (prima  del  1914)  in  Europa 
altre  grandi  guerre.  Ora  la  guerra  del  1870,  combattuta  quando  gli  attuali 
progressi  militari  erano  ancora  agli  inizi,  costò,  secondo  Moltke,  la  vita 
di  6.247  ufficiali  e  123.453  soldati  tedeschi.  Ma  Moltke  aggiungeva  che 
«  la  perdita  complessiva  dei  francesi  si  sottrae  ai  calcoli  »  :  perdita  di 
uomini  e  perdita  di  ricchezze. 

Ciò  solo  può  dare  una  idea  della  immensità  delle  spese  militari  odier- 
ne. Secondo  l'Annuario  statistico  del  Giappone  del  1905  la  guerra  russo- 
giapponese è  costata  al  Giappone  1356  milioni  di  yen.  Le  spese  della 
Russia  sono  ignote,  ma  sono  state  forse  almeno  tre  volte  maggiori. 

Queste  cifre  sono  del  tutto  insignificanti  di  fronte  a  quelle  della  gran- 
de guerra  combattuta  in  Europa  il  1914  e  il  1918,  i  cui  danni  e  le  cui  per- 
dite si  sottraggono  quasi  a  ogni  calcolo  per  la  loro  immensità. 


170  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO    I. 

In  tanto  però  l'aumento  delle  spese  militari  è  più  apparente 
che  reale.  Forse  mai  l'umanità  ha  speso  meno  di  adesso  per  la 
difesa  interna  ed  esterna.  Soltanto  ora  è  lo  Stato  che  spende, 
prima  spendevano  direttamente  i  privati. 

Quando  la  sicurezza  era  scarsa,  ogni  famiglia  pensava  alla 
sua  difesa  ;  quindi  chi  aveva  qualche  cosa  da  spendere  si  difen- 
deva come  poteva;  manteneva  armati,  guardiani,  ecc.  Una 
famiglia  agiata  in  passato  spendeva  per  la  sua  sicurezza  as- 
sai più  che  ora  non  dia  allo  Stato;  così  le  grandi  spese  sono 
spesso  solo  un  fatto  apparente. 

Molti  teorici  tedeschi  non  solo  giudicano  le  spese  militari  ne- 
cessarie, ma  tendono  ad  esagerarne  i  vantaggi.  Essi  dicono  che, 
dato  il  carattere  delle  industrie  moderne,  niente  più  giovi  quan- 
to la  diffusione  dello  spirito  militare,  del  sentimento  di  disci- 
plina che  dà  l'esercito.  Inoltre,  mentre  questo  rinsalda  la  unità 
nazionale,  crea  quelle  condizioni  di  sicurezza  interna  ed  ester- 
na, che  permettono  l'espandersi  della  ricchezza.  Alcuni  insi- 
stono anche  sul  fatto  che  le  grandi  vittorie  militari  hanno 
avuto,  se  non  sempre,  assai  spesso  per  effetto  di  destare  nei 
vincitori  uno  spirito  di  ascensione,  una  energia  cosi  grande,  che 
si  sono  ripercossi  anche  sulla  vita  economica  della  nazione.  La 
vera  grandezza  dell'Inghilterra  data  dalle  sue  vittorie  su  Na- 
poleone, la  vera  grandezza  della  Germania  dalle  sue  vittorie 
sulla  Francia.  Questi  ragionamenti  vanno  accolti  con  estrema 
riserva:  essi  infatti  sono,  più  che  la  conseguenza  di  un  esame 
largo  dei  fenomeni  della  vita  sociale,  l'espressione  dello  stato 
d'animo  di  un  popolo  a  cui  la  guerra  in  parola  è  parsa  spesso 
la  più  grande  industria  nazionale. 

Anche  scrittori  eminenti  sono  caduti  in  Francia,  in  Inghil- 
terra, in  Italia  in  apologie  della  guerra  che  contrastano  con  lo 
spirito  dei  tempi  moderni.  Joseph  de  Maistre  l'avea  nel  suo 
celebre  libro  De  la  guerre  et  de  la  paix  dichiarata  divina  per  sé 
stessa,  per  la  gloria  misteriosa  che  la  circonda  e  per  il  fascino 
che  ha  sulle  grandi  anime;  Victor  Cousin,  che  era  un'idealista, 
diceva  a  dirittura  che  tutta  la  virtù  di  un  popolo  è  sui  campi 
di  battaglia:  Chateubriand,  così  penetrato  di  sentimentalismo, 
faceva  l'apologia  della  guerra,  come  di  un  bene  dell'umanità. 
Persino  osservatori  profondi    come   Cesare   Balbo,    come   A. 


CAP.    III.]  LE   SPESE   MILITARI  I7I 

de  Tocqueville  non  sono  sfuggiti  a  questo  fascino  della  guerra. 
Balbo  considerava  come  errore  filosofico  e  morale  dire  in  modo 
assoluto  che  la  guerra  è  un  male  e  la  pace  è  un  bene.  E  Tocque- 
ville dicea  che  solo  la  guerra  ingrandisce  il  pensiero  di  un  popo- 
lo e  gli  eleva  l'anima.  Proudhon,  non  ostante  le  sue  tendenze 
anarchiche,  è  stato  il  più  grande  apologista  della  guerra,  che 
egli  considerava  come  il  fenomeno  più  profondo  e  più  sublime 
della  nostra  vita  morale  cui  non  possono  paragonarsi  né  meno  le 
creazioni  gigantesche  della  industria.  La  guerra  era  per  Prou- 
dhon l'espressione  più  inconvertibile  della  coscienza  collettiva. 

Questi  apologisti  della  guerra  non  sappiamo  come  si  com- 
porterebbero nei  loro  giudizi  dopo  la  catastrofe  che  si  è  ab- 
battuta sull'Europa  fra  il  1914  e  il  1918.  Ma  nessuno  può  dire 
che  questa  guerra  abbia  accresciuto  la  moralità  tra  gli  uomini 
e  né  meno  elevato  i  loro  sentimenti. 

In  questa  materia  è  assai  diffìcile  portare  una  grande  serenità 
di  giudizio  :  poiché  tutto  un  insieme  di  tradizioni  e  di  interessi 
pesa  sul  nostro  animo.  Si  può  constatare  soltanto  che  da  una 
parte  le  nostre  società  industriali,  dove  maggipre  è  la  ricchezza, 
hanno  più  bisogno  della  pace,  e  che  dall'altra  le  abitudini 
della  vita  moderna  non  sono  le  più  adatte  a  sviluppare  lo 
spirito  di  guerra.  Dal  punto  di  vista  finanziario  a  noi  inte- 
ressa- solo  osservare  che  le  spese  militari  sono  state  prima 
del  19 14  in  continuo  aumento  in  tutti  gli  stati  civili  di  Eu- 
ropa, come  anche  in  quelli  fuori  di  Europa  :  che  esse  sono 
tra  le  cause  principali  dell'accrescimento  dei  debiti  pubblici, 
che  a  sua  volta  ha  determinato  accrescimento  della  imposi- 
zione. Nei  paesi  più  poveri  questo  fatto  ha  agito  qualche  volta 
dannosamente  sulla  produzione  della  ricchezza. 

La  guerra  europea  combattuta  tra  ili9i4eil  I9i8è  non 
solo  la  più  grande  e  la  più  terribile  che  sia  mai  stata  com- 
battuta, ma  é  anche  quella  che  agirà  più  profondamente  a 
danni  dell'  umanità. 

Nessuno  può  calcolarne  i  danni;  in  quanto  molti  milioni 
di  vite  perdute,  molte  centinaia  di  miliardi  di  ricchezze  per- 
dute, sfuggono  a  ogni  calcolo.  Per  terra,  per  mare,  per  l'aria 
tutte  le  possibili  forme  di  distruzione  sono  state  introdotte.  I 
debiti  di  quasi  tutti  gli  stati  belligeranti  sono  cresciuti  di  quat- 


172  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   I. 

tro  o  cinque  volte  o  assai  più.  Ma  ciò  che  costituisce  un  fatto 
anche  più  dannoso  è  che  1'  Europa  è  stata  traversata  da  tutta 
una  corrente  rivoluzionaria,  che  si  contrappone  alla  gara  dei 
nazionalismi;  che  nelle  masse  popolari  si  è  manifestata  una  mi- 
nore volontà  di  lavoro;  che  1'  Europa  si  è  frazionata  in  una 
serie  di  piccoli  stati,  i  quali  non  riescono  a  trovare  il  loro  as- 
setto. L' Europa  prima  della  guerra  era  una  grande  unità  eco- 
nomica: dopo  la  guerra  si  è  divisa  fra  paesi  vincitori,  paesi 
vinti  e  paesi  in  rivoluzione  fra  cui  gli  scambi  sono  impossi- 
bili o  difficili.  La  situazione  di  alcuni  vincitori  è  deplorevole. 
La  diffidenza  fra  i  popoli  minaccia  di  far  retrocedere  la  ci- 
viltà stessa;  e  l'  Europa  intera,  nel  suo  complesso,  si  è  trasfor- 
mato da  continente  creditore,  in  continente  debitore  e  traver- 
serà, per  molti  anni,  crisi  profonde,  prodotte   dal  disquilibrio. 

NOTA. 

Quando  lo  Czar  nel  1898  invitò  le  potenze  europee  alla  conferenza  per 
la  pace  che  fu  poi  tenuta  ad  Aia,  il  Messaggero  ufficiale  dalla  Russia  no- 
tava come  le  spese  militari  assorbivano  oramai  gran  parte  delle  entrate 
pubbliche.  E  dopo  aver  dato  le  cifre  militari  di  tutti  i  principali  Stati 
aggiungeva  : 

a  Ognuno  può  rendersi  conto  da  ciò  di  quel  che  costerebbe  una  gran- 
de guerra  eventuale.  L'ultima  guerra  tra  la  Cina  e  il  Giappone  ha  in- 
ghiottito un  miliardo  e  250  milioni  di  franchi.  In  caso  di  guerra  europea, 
le  spese  raggiimgerebbero  6  miliardi  di  franchi,  ai  quali  bisognerebbe  ag- 
giimgere  le  perdite  incalcolabili  di  uomini  e  materiale. 

E  dopo  aver  dato  queste  notizie,  il  Messaggero  ufficiale  facea  seguire 
le  seguenti  considerazioni  : 

«  Spese  così  colossali  non  potrebbero  certamente  essere  produttive. 
Esse  esauriscono  le  fonti  di  reddito  delle  nazioni,  contribuiscono  all'au- 
mento delle  imposte,  paralizzano  il  funzionamento  degli  organi  finan- 
ziari del  paese  e  arrestano  lo  sviluppo  del  benessere  generale.  I  miglio- 
ri spiriti  di  tutti  i  paesi  si  sono  applicati  in  ogni  tempo  a  trovare  un  mez- 
zo onde  assicurare  la  pace  altrimenti  che  con  l'accrescimento  delle  forze 
militari,  vale  a  dire  sui  principi  di  diritto  e  di  equità,  sottomettendo  le 
controversie  tra  nazioni  all'arbitrato,  in  maniera  da  mettere  fine  a  que- 
sta teoria  veramente  barbara,  che  identifica  la  civiltà  con  1  perfeziona- 
menti sempre  nuovi  pòrtati  ai  mezzi  di  distruzione  ». 

Nel  secqlo  scorso  la  Gran  Brettagna  è  il  paese  che  ha  combattuto  mag- 
gior numero  di  gueiTC. 

Dai  dati  forniti  da  Bastable  (Finance,  pag.  68)  risulta  che  dal 
1775  al  1857-58  le  spese  militari  sono  cresciute  nella  seguente  guisa: 


CAP.  III.]  LE  SPESE  MILITARI  I73 

Gran  Brettagna 

spese   ordinarie 

Anno  1775 migliaia  di  sterline  3.810 

»       1823 »                   »  14-350 

»       1847 »                  »  18.500 

»       1857-58 »                   »  25.550 

Dal  1861  in  poi  le  spese  militari  della  Gran  Brettagna  sono  cresciute 
sempre  e  anche  assai  rapidamente  : 

Anno  Esercito  Marina  Totale 

.    (in  milioni  di  sterline) 

1861  15.0  13.3  31.3 

1871  15.3  9.0  22.5 

1881  14.6  10.5  25.8 

1891  17.9  15-5  33.5 

1901  91.9  29.5  121. 4  (guerra  del  Transvaal) 

1904-1905  29.2  36.8  66.0 

1909-1910  27.2  35.8  63.0 

1914-15  28.8  51.5  80.3 

Oramai  le  spese  militari  sono  in  Inghilterra  altissime,  e,  anche  in  tem- 
po di  pace,  in  rapido  aumento.  I  nuovi  oneri  e  il  nuovo  programma  na- 
vale e  aereo  impongono  spese  maggiori  che  prima  della  guerra. 

Francia 

Anche  in  Francia  le  spese  militari  sono  continuamente  cresciute,  e  so- 
no cresciute  sopra  tutto  dopo  la  terza  repubblica. 

Spese  dell'esercito         Spese  della  marina 
(in  milioni  di  franchi) 

Anno  1869  393-6  155-5 

»  1870  406.6  195-9 

»  1875  '  485-2  155.5 

»  1880  558.5  193.6 

»  1885  600  307.4 

»  1890  580  201.3 

»  1895  637  268.1 

»  1899  664  322.4 

»  1914  1.203.6  513.8 

Per  molti  anni  la  Francia  è  stata  il  paese  continentale  che  in  rap- 
porto alla  popolazione  ha  avuto  le  maggiori  spese  militari.  Dopo  la  guerra 
europea  è  anche  il  paese  che  ha  nell'  Europa  continentale  il  più  largo  pro- 
gramma militare. 


174  SCIENZA    DELLE  FINANZE  [LIBRO   I. 


Germania 

In  Germania  le  spese  militari  effettive  hanno  avuto  in  30  anni  un 
aumento  rapidissimo  e  così  anche  le  pensioni  militari  che  indichiamo 
insieme  : 

Spese  dell'esercito     Spese  della  marina     Pensioni  militari, 
(in  migliaia  di  marchi) 


Anno 

1871*72 

206.172 

24-531 

» 

1876-77 

456.038 

41.009 

25.032 

» 

1881-82 

396.092 

38.003 

18.356 

1886-87 

396. o8t 

50.467 

22.775 

1891-92 

566.514 

85.397 

38.710 

1896-97 

565.833 

92.070 

53.815 

1901-03 

656.349 

168.145 

65.820 

1914-15 

870.559 

220.861 

118 

Benché  il  trattato  di  Versailles  sia  concepito  nella  idea  che  tutte  le  re- 
sponsabilità delle  guerra  spettino  alla  Germania  e  che  quindi  sopra  di 
essa  deve  cadere  il  risarcimento  dei  danni,  non  è  a  dubitare  che,  nel 
complesso  ,  Gran  Brettagna,  Francia,  e  Russia  spendevano  più  dei  paesi 
che  formarono  la  triplice  alleanza:  Germania,  Austria  Ungheria  e    Italia- 

L'aumento  progressivo  degli  armamenti,  insieme  a  una  coscienza  mili- 
tare sempre  in  sviluppo,  delineava  la  diffidenza. 

Ciò  nulla  toglie  alla  enorme  responsabilità  della  Germania,  che  ha  pre- 
meditata la  guerra  e  l'ha  concepita  perfino  come  un'industria  nazionale. 
Molti  de'  suoi  abominevoli  teorici  della  guerra  hanno  agito  sinistramente, 
non  solo  in  Germania  ma  in  tutti  gli  altri  paesi,  determinando  la  gara  dei 
nazionalismi  e  l'apoteosi  della  violenza. 

Russia 

Il  Ministero  delle  Finanze  di  Russia  (nel  1910)  ci  ha  messo  in  grado  di 
fornire  i  dati  relativi  alla  Russia  per  un  secolo.  Le  spese  sono  qui  in- 
dicate in  migliaia  di  rubli. 


Spese  ordinarie 

spese 

militari 

Guerra 

Marina 

straordinarie 

totale 

1804 

41.942 

.  ro.742 

— 

52.684 

1807 

63.42 

17-155 

— 

80.557 

I8I5 

213.966 

16.868 

— 

230.834 

1825 

155-202 

24.222 

— 

179.427 

1835 

201.449 

42.696 

— 

244.142 

1845 

71.968 

14.457 

— 

86.425 

1855 

239.823 

30.263 

— 

270.086 

GAP.  III.]  LE  SPESE  MILITARI  I75 


1865 

140.019 

23.247 

— 

163.265 

1876 

191-312 

27.109 

50.998 

269.419 

I88I 

225.664 

30.467 

29.981 

286.112 

1886 

211.995 

45-038 

— 

257.033 

I89I 

226.108 

45.468 

26.654 

298.230 

1896 

294.359 

59.531 

— 

353.890 

1900 

333-541 

88.561 

61.843 

483.945 

1908 

480.716 

89.247 

50. 

445-554 

Nel  1912  (ultimo  conto  preciso  a  nostra  disposizione)  le  spese  per  la 
guerra  erano  state  di  621  milioni  di  rubli  per  l'esercito  e  246  per  la  mari- 
na. È  fuori  di  dubbio  che  la  Russia  si  preparava  rapidamente  alla  guerra. 
Dopo  la  guerra  europea  le  tendenze  panslaviste  non  sono  morte,  e  la  stessa 
rivoluzione  bolscevica  si  è  trasformata  a  sua  volta  in  un  grande  movi- 
mento militare. 

Stati  Uniti  di  America 

Gli  Stati  Uniti  di  America,  che  sono  un  paese  nuovo  (celebrato  da  al- 
cuni scrittori  frettolosi  come  il  paese  meno  militarista  del  mondo)  hanuQ 
destinato  anch'essi  la  più  grande  delle  risorse  federali  alle  spese  milita- 
ri. Del  1791  al  1901  hanno  speso  5.681  milioni  di  dollari  per  spese  di  guer- 
ra, I,  628  per  spese  di  marina,  2.797  per  pensioni  quasi  tutte  militari. 

L'aumento  delle  spese  è  stato  il  seguente  (in  dollari). 

Guerra  Marina  Pensioni. 

175 

73 

75 

242 

1,170 

2.388 

2.293 

1.034 

28.533 

50.059 

124.415 

139.896 

1914-15  175-188  142.721  — 

Abbiamo  evitato  di  segnare  gli  anni  di  guerra  :  e  pure  la  evidenza  del- 
l'aumento è  innegabile.  Si  devono  aggiungere  anche  le  spese  militari  dei 
singoli  Stati. 

Il  bilancio  federale  degli  Stati  Uniti  è  formato  in  gran  parte  dal  debi- 
to pubblico  e  dalle  spese  militari.  Dopo  la  guerra  gli  Stati  Uniti  hanno 


I79I 

623 

— 

1801 

1.672 

2.111 

I81I 

2.032 

1.965 

I82I 

4.464 

3.319 

1831 

4.841 

3.856 

I84I 

8.801 

6.001 

I85I 

12.161 

8.880 

1861 

23.001 

12.387 

1871 

35.372 

21.249 

I88I 

40.466 

15.686 

I89I 

48.728 

26.113 

1901 

144.615 

60.506 

1908-1909 

163.341 

II6.315 

(in  milioni) 

172.507 

51-754 

44-246 

31.245 

151-977 

27.763 

171-949 

41.818 

190.079 

46.060 

240.627 

90.063 

233-253 

97-912 

245-166 

101.315 

223-235 

114.278 

395-454 

242.278 

176  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [lIBRO  I. 

un  bilancio  militare  e  navale  enorme.  Il  nuovo  programma  navale  degli 
Stati  Uniti  d'  America  non  manca  di  destare  la  maggiore  iuquietudine 
in  tutto  il  mondo. 

Italia. 

Secondo  la  pubblicazione  ufficiale  //  bilancio  del  Regno  d' Italia  negli 
esercizii  finanziarti  dal  1865  al  j8gg-goo,  Roma  1901,  le  spese  militari 
effettive  sono  state  : 

Guerra  Marina 

1862 

1867 

1872 

1877 

1882 

1877-88 

1892-93 

1897-98 

1899-900 

1913-14 

Dopo  la  guerra  le  spese  sono  straordinariamente  cresciute,  ma  è  diffì- 
cile precisarle  non  essendo  ancora  consolidate. 

In  realtà  le  spese  militari  sono  minori  che  non  sembrino  poiché  il  bi- 
lancio della  guerra  contiene  anche  spese  di  sicurezza  interna,  come  quel- 
la dei  carabinieri,  che  altrove  sono  a  carico  di  altri  bilanci,  o  a  dirittura 
di  corpi  locali. 

I  PAESI  MINORI  :    GLI  StATI  PICCOLI  O  NEUTRI. 

I  paesi  piccoli  spendono  assai  spesso  per  la  difesa  più  dei  grandi,  gli 
Stati  cosi  detti  neutri  assai  spesso  non  meno  dei  più  bellicosi  :  in  ogni 
modo  l'accrescimento  delle  spese  militari  non  è  minore  in  essi. 

In  poco  oltre  mezzo  secolo  le  spese  militari  della  pacifica  Olanda,  se- 
condo dati  ufficiali  del  Ministero  delle  finanze  di  Aja,  si  sono  raddoppiate: 

Bilancio  della  guerra       Bilancio  della  marina 
(in  migliaia  di  fiorini) 

1851  10.057  5.060 

1861  12.910  6.226 

1871  14.744  8.836 

1881  19.944  II. 916 

1891  22.180  13.829 

1915  36.889  19095 

Così,  tenendo  conto  della  popolazione,  l'Olanda  pacifica  spende  assai 
più  dell'Italia  e  quasi  quanto  i  paesi  più  grandi  di  Europa. 


CAP.  IV.]      St>ESE  DÌ  GIUSTIZIA  E  SICUREZZA  IKTÉRÌSTA  ty^ 

In  Belgio,  secondo  la  pubblicazione  uf&ciale  Statistique  generale  des 
recettes  et  des  dèpenses  1840-1895,  pag.  205  e  seg.,  le  spese  militari,  che  era- 
no 29  milioni  nel  1841  e  26  nel  1851,  crebbero  a  42  nel  1861,  48  nel  1871, 
51  nel  1881,  83  nel  1901.  Nel  1913  erano  78  milioni.  Se  si  tenesse  conto 
di  molte  spese  di  sicurezza  pubblica  e  delle  pensioni,  si  vedrebbe  che  an- 
che il  Belgio  spende  per  lo  meno  quanto  i  maggiori  paesi. 

Dopo  la  sua  alleanza  (sia  pure  difensiva)  con  la  Francia,  il  Belgio  ha 
cessato  di  essere  un  vero  paese  neutrale. 

La  Svezia,  che  ha  goduto  forse  più  a  lungo  i  benefizi  della  pace,  ha  avuto 
a  sua  volta  in  trent'anni  il  seguente  accrescimento  nelle  spese  militari. 

spese  ordinarie 
Anno  1870 migliaia  di  corone  16.359 


1880 
1890 
1898 
1899 
1915 


24.684 
30.003 
41738 
44236 
75-420 


Grandissimo  è  l'aumento  delle  <;pese  militari  del  Giappone,  che  anche 
dopo  la  guerra  europea  prepara  larghi  armamenti. 


IV. 

Le  SPESE  DI  GIUSTIZIA  E  DI  SICUREZZA  INTERNA. 

71.  Tutte  le  spese  le  quali  non  entrano  nelle  due  prece- 
denti categorie  e  che  non  si  attengono  né  alla  riscossione  delle 
imposte  né  all'esercizio  delle  industrie  di  Stato,  riguardano 
in  generale  scopi  di  diritto,  di  civiltà  e  di  benessere  :  in  alcuni 
casi  tendono  infatti  a  mantenere  istituzioni  che  rendano  i  rap- 
porti fra  i  cittadini  più  facili;  in  altri  a  diffondere  la  istruzione  o 
la  educazione:  in  altri  a  creare,  mediante  pubblici  lavori,  larghe 
vie  al  traffico,  ecc.  Anche  le  spese  per  rappresentanze  all'este- 
ro, ora  principalmente  che  in  quasi  tutti  i  grandi  stati  il  servi- 
zio consolare  assume  un  aspetto  prevalentemente  commerciale, 
hanno  carattere  di  spese  destinate  ad  agire  sulla  ricchezza  del- 
la nazione. 

Si  possono  avere  le  idee  più   diverse  sulla  natura  dello  Stato 
e  sulle  sue  attribuzioni,  non  si  può  negare  da  alcuno  che  due 
funzioni  gli  siano  essenziali  :  la  sicurezza  interna  e  la  giustizia. 
N  i  t  t  i  12 


Ì78  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [lIBRO  t. 

La  sicurezza  interna  è  la  prima  condizione  di  sviluppo,  dopo 
la  esterna  :  né  agricoltura,  né  industria,  né  traffico,  trovano 
possibilità  di  sviluppo,  dove  la  sicurezza  manchi  *. 

Occorrono  dunque  organi  speciali  per  la  difesa  della  sicurez- 
za interna.  Lo  Stato  ha  sempre  la  tutela  suprema  dell'ordine 
pubblico  :  ma  spesso  alcune  funzioni  sono  da  esso  devolute  agli 
organi  amministrativi  minori.  Così  in  Inghilterra,  in  Francia, 
anche  in  Italia  e  un  pò  dovunque,  la  sicurezza  interna  é  affidata 
non  solo  allo  Stato,  benché  esso  abbia  la  più  grande  responsa- 
bilità. 

La  sicurezza  nei  paesi  civili  non  consiste  solo  in  servizi  di 
repressione;  ma  sopra  tutto  di  prevenzione:  si  cerca  quanto  più 
è  possibile  di  prevenire  i  disordini,  le  violenze,  tutto  ciò  che 
renda  la  vita  sociale  più  difficile  o  meno  sicura. 

Le  spese  di  sicurezza  in  tutti  gli  stati  sono  straordinariamen- 
te cresciute  f  :  alcune  città,    come   Londra,   Berlino,  o  Parigi, 
hanno  un  numero  di    agenti  di  sicurezza,  che  supera  quello 
dei  combattenti  in  alcune  fra  le    più    famose   battaglie  della 
Grecia  antica.  E'  una  necessità  più  che  un    bisogno:  e  anche 
supponendo  una  società  più  colta  e  più   morale,    gli   elementi 
inferiori  o  anormali  che  perdureranno  in  essa,  non    permette- 
ranno mai  di  ridurre  notevolmete    le    spese    di    sicurezza.  Si 
sono  aperte  moltissime  scuole,   ma  anche  moltissime  prigion 
e  spesso  sono  mutate  più  le  forme  della    delinquenza   che  h 
intensità  reale.  In  ogni  modo,  se  la  istruzione  é  un   grandissime 
bene,  cui  occorre  molto  sacrificare,  non  é  men  vero  ch'essa  noi 
va  sempre  unita  a  una  grande  elevazione  morale. 

Per  molti  secoli  la  giustizia  e  la  sicurezza  sono  state  consi 
derate,  se  non  nelle  leggi,    nelle    consuetudini  in  gran    part 

*  Anche  un  paese  male  ordinato  è  preferibile  a  quello  in  cui  non  si 
alcun  ordine.  Se  in  passato  era  possibile  che  ciascuno  dovesse  difendei 
la  propria  persona,  nessuno  Stato  moderno  considera  la  sicurezza  interr 
altrimenti  che  come  un  pubblico  servizio,  anzi  come  il  principale  fra  tutt 

L'esercito,  ora  come  nel  passato,  ha  anche  una  grande  funzione  di  s 
curezza  interna:  ma  può  essere  usato  a  tale  scopo  solo  in  caso  di  rivolt 
di  ammutinamenti,  ecc.  mai  in  via  normale. 

tLeroy  Beaulieu;  VÉtat  moderne  et  ses  jonctions,  libro  II 
Gap.  II;Bastable:  Finance,  libro  I,  cap.  III. 


. 


CAP  IV.]  SPESE  DI  GIUSTIZIA  E  SICUREZZA  INTERNA  I79 

come  un  fatto  individuale:  qualche  volta  perfino  lo  Stato  ap- 
paltava a  compagnie  private  l'esercizio  della  sicurezza  e  della 
giustizia.  La  Santa  Hermandada,  che  induceva  Sancio  Panza 
a  dare  consigli  di  prudenza  a  don  Chisciotte,  non  è  stata  una 
istituzione  speciale  della  Spagna.  Anche  adesso  negli  Stati  Uni- 
ti di  America  vi  sono  società  private  le  quali  esercitano  funzioni 
di  sicurezza  per  conto  dei  privati,  di  cui  difendono  la  vita  o  gli 
averi  mediante  speciale  compenso  ;  o  s'incaricano  a  dirittura 
di  scovrire  i  colpevoli  di  furti  o  di  omicidi. 

Le  spese  per  la  sicurezza  interna  e  per  la  giustizia,  che  quasi 
non  aveano  nei  bilanci  passati  alcuna  importanza,  sono  invece 
nei  bilanci  odierni  rilevanti.Dovunque.queste  due  funzioni  sono 
oramai  esclusivamente  riserbate  allo  Stato  e  ai  poteri  pubbli- 
ci: se  in  qualche  caso,  come  abbiamo  visto,  alcune  funzioni 
relative  alla  sicurezza  pubblica  sono  state  delegate  agli  organi 
minori,  e  cosi  anche  alcune  funzioni  di  giustizia,  ciò  non  toglie 
che  lo  Stato  sopraintenda  sempre  all'una  e  all'  altra  e  che  sia 
generalmente  ammesso  che  l'azione  individuale  sia  del  tutto 
insufficiente  *. 

Le  spese  per  il  mantenimento  dell'  ordine  e  per  1'  applicazio- 
ne della  legge  sono  dunque  tra  le  più  necessarie  :  e  non  vi  è 
alcun  paese  moderno  che  possa  farne  a  meno.  Anzi,  come  la 
ricchezza  generale  aumenta  e  il  continuo  svolgersi  della  pro- 
duzione crea  forme  nuove  di  attività  ,  così  si  rende  ne- 
cessario sempre  più  che  la  difesa  sociale  assicuri  a  ciascuna 
forma  il  modo  di  vivere  e  di  espandersi.  Per  le  spese  di  sicurezza 
e  di  giustizia  si  cerca,  come  per  quelle  relative  alla  sanità,  di 
sviluppare  sempre  più  i  mezzi  di  prevenzione  invece  che  quelli 
di  repressione:  di  evitare  le  manifestazione,  anzi  la  formazione 
del  male,  piuttosto  che  di  reprimerlo  quand'esso  si  è  manife- 
stato. E'  un  processo  identico  e  che  deriva  dallo  sviluppo 
delle    conoscenze  f. 

*  Il  commercio  e  le  manifatture,  diceva  Smith  ,  non  possono  fiorire 
lungo  tempo  in  uno  Stato  mancante  di  amministrazione  regolare  della 
giustizia,  nel  quale  le  proprietà  non  siano  perfettamente  garentite  ,  la 
fede  nelle  convenzioni  non  sia  appoggiata  dalla  legge.  Ed  aggiungeva 
che  il  commercio  e  le  manifatture  saranno  raramente  fiorenti  in  uno  Sta- 
to dove  la  politica  del  governo  non  ispiri  una  certa  confidenza. 

t  S  m  i  t  h  :  Wealtli  oj  Nations,  lib.  V.  cap.  III. 


l80  SCIENZA  DELLE  FlNAtSTZÈ  [lIÈRO  I. 

I 

A  rendere  più  elevate  le  spese  per  la  sicurezza  interna  con- 
tribuisce il  fatto  che  i  sistemi  penali  sono  mutati.  Fino  a  qual- 
che secolo  fa  la  pena  di  morte  era  somministrata  senza  parsimo- 
nia: spesso  era  determinata  da  reati  di  non  grande  gravità.  Ciò 
che  non  faceano  le  esecuzioni  capitali,  faceano  le  prigioni  o 
le  galere,  in  generale  veri  luoghi  di  morte,  dove  una  lunga  vita 
era  impossibile:  basta  leggere  la  descrizione  di  una  prigione 
mediovaie  o  vederne  i  ruderi  per  intendere  come  il  manteni- 
mento dei  condannati  e  in  generale  la  giustizia  primitiva  doves- 
sero costar  poco.  Dopo  Beccaria,  dopo  Bentham,  dopo  la  rivo- 
luzione profonda  operata  nelle  idee  dalla  filosofìa  del  secolo 
XVIII  e  dai  progressi  del  diritto  penale,  la  pena  è  stata  consi- 
derata con.  criteri  assai  differenti.  In  pochi  stati  la  pena  di 
morte  è  stata  del  tutto  abolita:  permane  ancora  nei  più  civili. 
D'altra  parte  le  prigioni  non  sono  più  antri  tenebrosi,  ma  siti 
ove  il  più  che  si  può  si  cerca  di  rispettare  le  norme  igieniche, 
dove  l'alimentazione  è  sufficiente,  se  non  larga,  dove  infine  si 
cerca,  se  pure  non  si  riesce,  di  migliorare  lo  stato  morale  dei 
delinquenti  piuttosto  che  di  aggravarlo.  Cosi  la  spesa  per  le 
prigioni  è  ora  in  quasi  tutti  gli  stati  grandissima  :  quando  si 
pensi  che  in  molti  paesi  di  Europa  si  trova  in  luoghi  di  pena 
permanentemente  dall'  i  al  2,  qualche  volta  al  3  per  mille  della 
popolazione  totale,  si  comprende  come  la  spesa  deva  essere  ri- 
levante. D'  altronde  la  procedura  che  si  usa  al  Marocco  o  in 
Cina  di  lasciar  libero  il  delinquente,  mozzandogli  le  mani 
perchè  sia  reso  incapace  di  nuocere,  urta  tutti  i  nostri  senti- 
menti e  nessuno  può  desiderarla. 

72.  Non  si  può  negare  che  fra  gli  attributi  principali  dello 
Stato  moderno  sia  quello  di  determinare  i  diritti  eie  responsabili- 
tà giuridiche,  di  essere  quindi  esecutore  del  diritto  e  di  avere 
come  funzione  principalissima  la  difesa  della  giustizia.  Le  leggi 
emanano  dallo  Stato,  e  se  anche  sono  le  necessarie  relazioni  che 
derivano  dalla  natura  delle  cose,  è  solo  mediante  lo  Stato 
che  ricevono  applicazione  *.  Gli  organi  giudiziari  destinati  a 
mantenere  il  rispetto  della  legge,  a  punire  i  colpevoli,    a  de- 

*  Per  la  giustizia  nel  passato  cfr.  S  u  m  m  e  r  M  a  i  n  e  -:  Ancient  Laws 
cap.  X  ;  Early  InxstUutions,  cap.  IX  e  X. 


GAP.    V.]  SPESE    PER   LA   ISTRUZIONE  l8l 

cidere  le  controversie  fra  i  privati,  si  riattaccano  a  un'alta 
funzione  dello  Stato. 

Il  giudizio  può  essere  affidato  o  a  magistrature  popolari,  in 
generale  gratuite  o  quasi,  o  a  pubblici  ufficiali,  messi  al  di  fuori 
della  dipendenza  del  potere  esecutivo.  La  giuria  ha  avuto  nel 
passato  una  grandissima  importanza  e  dall'Inghilterra  è  stata 
introdotta  in  larga  misura  sul  continente  ;  ma  si  tende  ora  a 
restringerne  le  attribuzioni,  limitandola  al  giudizio  dei  processi 
politici.  In  ogni  modo  dal  punto  di  vista  finanziario  essa  non 
è  in  generale  meno  costosa  delle  magistrature  ordinarie.  I  giu- 
dizi civili  sono  quasi  dovunque  affidati  a  queste  ultime. 

L'ordinamento  giudiziario  è  diverso  da  paese  a  paese  :  se- 
condo tradizioni  storiche  e  particolari  condizioni  sociali. 
Presenta  un  carattere  affatto  speciale  l'ordinamento  inglese, 
dove  le  magistrature  sono  poco  numerose  e  largamente  re- 
tribuite e  la  giuria  ha  una  importanza  grandissima. 

V. 

LE  SPESE  PER  LA   ISTRUZIONE  E  LA  EDUCAZIONE. 

73.  Le  spese  per  la  istruzione,  per  la  educazione  e  per  la  re- 
ligione figurano  ancora  insieme  in  alcuni  bilanci.  Ora  invece 
esse  hanno  avuto  un  processo  assai  differente.  Nei  vecchi  bi- 
lanci predominano  le  spese  per  la  religione,  benché  la  Chie- 
sa avesse  quasi  dovunque  grandi  beni  e  la  istruzione  fosse  gene- 
ralmente affidata  alle  iniziative  private.  Sopra  tutto  nel  medio 
evo,  in  un  medio  evo  che  è  durato  sino  alla  fine  del  secolo 
XVIII,  i  vantaggi  della  istruzione  non  erano  ammessi:  o  si 
credeva  dovessero  essere  riserbati  solo  ad  alcune  classi.  Gene- 
ralmente si  guardava  più  al  passato  che  all'avvenire;  si  credeva 
dagli  uomini  di  Stato  che  il  sommo  della  sapienza  fosse  stato 
raggiunto  dai  greci  e  dai  romani  e  che  fosse  savio  consiglio 
interpetrare  i  loro  grandi  scrittori,  piuttosto  che  ricercare  la 
verità.  Il  dubbio,  che  è  la  base  della  scienza,  veniva  disprez- 
zato come  malefico:  ed  è  stato  solo  lo  spirito  moderno,  che  ha 
osato  toglierlo  dagli  abissi  del  disprezzo,  per  sollevarlo  alle  al- 
tezze della  sovranità.  Ora,  in  generale,  i  vantaggi  della   istru- 


l82  ,  SCIENZA    DELLE    FINANZE  (LIBRO    I. 

zione  sono  ammessi  anche  da  coloro  i  quali  ne  temevano 
maggiormente  i  risultati.  Si  è  visto  che  non  solo  nessuna  ele- 
vazione è  possibile  senza  un  aumento  di  conoscenze,  ma  come 
nessuno  sviluppo  di  ricchezza  è  possibile  in  società  ignoranti. 
Il  lavoro  soltanto  eleva  :  il  lavoro  illuminato  dalla  coltura;  e 
soltanto  la  istruzione  può  dischiudere  alla  tolleranza  le  menti 
in  cui  fermentano  i  pregiudizi  e  gli  odii  *. 

Ora  è  ammesso  nella  più  gran  parte  degli  stati  di  Europa 
che  la  istruzione  primaria  deva  essere  gratuita  per  coloro  che 
non  possono  pagarla  e  obbligatoria  nei  primi  gradi  ;  che  la 
istruzione  superiore,  quando  essa  abbia  per  scopo  la  pura  ri- 
cerca scientifica,  deva  essere  sostenuta  dallo  stato  e  il  più  che 
possibile  sorretta,  ma  che  la  istruzione  professionale  non  deva 
essere  né  obbligatoria  né  gratuita.  Alcuni  paesi,  come  l'Italia, 
la  Francia  ecc.,  esagerano  quindi  dannosamente  nel  portare  la 
gratuità,  o  quasi,  anche  nell'insegnamento  secondario  e  supe- 
riore destinato  solo  a  benefizio  di  alcune  classi,  generalmente 
ricche. 

La  obbligatorietà  della  istruzione  primaria  o  elementare, 
almeno  per  i  primi  gradi  di  essa,  rappresenta  un  bisogno  di 
difesa  sociale.  Nella  vecchia  democrazia  francese  bastava  edu- 
care il  Delfino,  il  figliuolo  del  re,  che  dovea  reggere  le  sorti  del 
regno  :  ora  il  delfino  negli  stati  democratici  è  tutta  la  genera- 
zione nuova.  Sono  forse  coloro  che  si  trovano  più  in  basso 
destinati  a  salire  più  in  alto  :  sono  tutti  o  quasi  che  con  il.  voto, 
sia  pure  con  V  astensione  dal  voto,  partecipano  al  governo  e 
orientano  nelle  grandi  linee  la  politica  nazionale  f. 

*  Adamo  Smith,  riconosceva  fin  dal  suo  tempo  che  la  divisione  del  la- 
voro, legando  le  masse  operaie  e  costringendole  a  occuparsi  di  cose  sem- 
plici e  togliendo  loro  il  tempo  per  istruirsi,  rendeva  necessario  che  lo  Sta- 
to si  assumesse  le  spese  per  la  istruzione,  se  non  voleva  vedere  il  popolo 
in  una  degenerazione  fisica,  intellettuale  e  morale.  Sulle  idee  di  S  m  i  t  h 
circa  la  istruzione  cfr.  Wealth  oj  nations,  lib.  I,  cap.  V. 

t  Senza  dubbio  l'obbligo  corrisponde  a  una  diminuzione  di  libertà  in- 
dividuale :  e  senza  difficoltà  si  può  ammettere  che  in  molti  casi,  se  non 
nella  più  gran  parte,  l'amore  dei  genitori  non  deve  essere  solleticato  da 
un  obbligo  legale.  Ma  non  vi  sono  genitori  che  tormentano  i  figliuoli  per 
malvagità,  altri  che  li  abbandonano  per  indifferenza,  altri  che  per  igno- 
ranza li  rovinano  ?  Possiamo  noi  ammettere  che  un  uomo,  sol  perchè 


CAP.   V.]  SPESE  PER  LA  ISTRUZIONE  183 

Lo  Stato  dunque  apre  (o  induce  i  minori  organi  della  collet- 
tività sociale,  i  comuni  ad  aprire)  scuole  gratuite  per  chi  non 
può  pagare  la  istruzione;  e  questa  è  una  conseguenza  del  prin- 
cipio della  obbligatorietà.  Ma  se  chi  può  pagare  la  istruzione 
frequenta  le  scuole  pubbliche,  non  deriva  punto  dalla  obbli- 
gatorietà della  istruzione  il  principio  della  gratuità  anche  per 
i  ricchi  o  gli  agiati.  Lo  Stato  o  i  comuni  non  si  riserbano  il  mo- 
nopolio della  istruzione  elementare;  solo  aprono  scuole  per  chi 
non  può  pagare  la  istruzione  privata,  o  perchè  altrimenti  non 
si  aprirebbero  scuole,  o,  come  in  alcuni  centri,  si  aprirebbero 
solo  assai  cattive.  Ma  è  evidente  che  il  consumo  di  questo  ser- 
vizio pubblico  che  è  1'  istruzione  elementare,  profitta  solo 
prevalentemente  ad  alcune  classi  di  cittadini  ;  ed  è  naturale 
che  vi  siano  nei  limiti  della  convenienza  pratica  speciali  tasse, 
non  potendo  l'imposta  sopperire  a  tutta  la  spesa  per  la  istru- 
zione, quando  il  benefizio  è  disegualmente  avvertito. 

Per  queste  ragioni  appunto  l'istruzione  inedia  e  superiore 
non  dovrebbero  essere  pagate  con  imposte. 

L'istruzione  primaria  obbligatoria  con  tutti  i  suoi  difetti 
ha  reso  grandi  servizi  alla  società  moderna  :  lo  stesso  spirito 
di  scontento  delle  masse,  che  corrisponde  al  bisogno  di  ele- 
varsi, è  dovuto  in  gran  parte  alla  difiusione  della  istruzione 
elementare.* 


ignorante  e  quindi  non  di  grado  di  comprendere  i  vantaggi  della  istruzio- 
ne, abbia  il  diritto  di  condannare  i  figliuoli  alla  ignoranza  più  tenebrosa? 
Qui  non  vi  è  un  interesse  individuale  da  difendere,  ma  un  grande  inte- 
resse sociale  da  tutelare.  L'obbligatorietà  della  istruzione  elementare  è 
oramai  quasi  generalmente  ammessa  :  e  a  questo  principio  sembrano 
inclinare  anche  quei  popoli,  che,  come  gli  anglosassoni,  parevano  più 
tradizionalmente  ostili.  Ma  dall'essere  l'istruzione  elementare  obbliga- 
toria deriva  che  deva  essere  gratuita  ?  Senza  dubbio  la  conseguenza 
dell'obbligatorietà  è  la  gratuità,  quando  si  tratti  di  gente  povera  e  che 
non  può  pagare  :  où  il  n'y  a  rien  le  roy  perd  son  droit,  dicevano  i  vecchi 
francesi.  Non  si  può  per  convenienza  sociale  creare  un  obbligo,  cui  gran 
parte  dei  cittadini  non  può  adempiere,  senza  dare  anche  i  modi  di  adem- 
pierlo. 

*  È  oramai  impossibile,  per  lo  sviluppo  stesso  della  produzione,  sup- 
porre una  massa    operaia  di    analfabeti.  Del  resto  anche  i  paesi  che  sono 


184  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO   I. 

74.  In  quanto  alla  istruzione  secondaria,  che  serve  come 
preparazione  alle  università  e  in  generale  per  i  pubblici  im- 
pieghi, il  caso  è  assai  diverso  :  se  è  utile  che  lo  Stato  manten- 
ga scuole  secondarie  in  quantità  sufficiente  per  i  bisogni  del- 
la popolazione,  non  è  utile  che  soffochi  le  iniziative  private  : 
e  anche  è  assai  dannoso  che  pretenda  al  monopolio.  Man  mano 
che  si  sale  nella  spesa  della  istruzione  ogni  pretesa  di  eccessiva 
uniformità  è  dannosa.  L'insegnamento  medio  è,  del  resto,  in 
quasi  tutti  i  paesi  di  Europa  quello  che  più  lascia  a  deside- 
rare :  sembra  più  adatto  a  formare  impiegati  che  uomini  di 
lotta  ;  vive  di  tradizioni  classiche  ed  è  in  generale  lontano 
dalle  esigenze  della  vita  moderna  *. 

L'università  va  considerata  da  due  punti  di  vista  :  in  quanto 
è  campo  di  ricerche  e  di  attività  scientifica,  ed  allora  è  nell'in- 
teresse generale  ;  in  quanto,  viceversa,  è  luogo  di  educazione 
professionale,  ed  allora  è  solo  a  vantaggio  di  alcuni,  da  cui  do- 
vrebbe esser  pagata  interamente.  Non  vi  è  alcuna  ragione  infat- 
ti che  induca  lo  Stato  a  fare  una  produzione  gratuita  e  abbon- 
dante di  medici,  di  avvocati  e  di  laureati  e  diplomati  di  ogni 
specie.  Nell'insegnamento  superiore  l'azione  dello  Stato  è  neces- 
saria per  stimolare,  nell'interesse  della  civiltà,  ricerche  che  al- 
trimenti non  sarebbero  possibili.  Ma  occorre  che  non  soffochi 
le  private  iniziative:  e  non  solo  è  necessaria  la  libertà  di  inse- 
gnamento (nel  senso  che  niun  ostacolo  deva  essere  messo  alla 
libertà  della  indagine  e  della  critica  nelle  università);  ma  anche 
che  la  eccessiva  uniformità  sia    considerata  come    un  male. 


costretti  a  dare  larga  emigrazione  non  possono  nei  paesi  civili  manda- 
re analfabeti.  Caratteristiche  sono  le  norme  per  la  immigrazione  negli 
Stati  Uniti. 

Le  spese  per  la  istruzione  primaria  sono  dunque  in  rapido  aumento  : 
in  Italia  nel  1900  sorpassavano  i  75  milioni  di  lire,  ma  erano  nel  1900 
di  135  milioni  in  Austria  Ungheria,  nel  1901  di  291  milioni  nella  Gran 
Brettagna  e  di  450  milioni  nell'Impero  germanico. 

*  Si  aggiunga  che  in  alcuni  paesi  come  l'Italia,  il  numero  di  coloro  che 
esercitano  professioni  così  dette  liberali,  la  medicina,  l'avvocatura,  la 
ingegneria,  ecc.  è  già  così  enorme  che  non  ha  riscontro  in  paesi  che  hanno 
raggiunto  la  più  grande  ricchezza  e  prosperità.  L'Italia  è  il  paese  di  Eu- 
ropa che  ha  più  università  ed  è  fra  quelli  che  hanno  più  medici,  più  av- 
vocati, più  ingegneri  civili  :  e  ha  tanta  minore  ricchezza  di  altri  ! 


CAP.    V.]  SPESE   PER    LA   ISTRUZIONE  185 

In  tutta  Europa  vi  sono  università  di  Stato  :  in  alcuni  paesi 
però  vicino  alle  università  di  Stato  vi  sono  quelle  mantenute  da 
privati,  o  da  corporazioni  religiose,  o  da  enti  locali*.  Lo  Stato 
in  alcuni  paesi  sussidia  soltanto  la  istruzione  superiore.  Vera- 
mente singolare  è  il  caso  degli  Stati  Uniti  di  America  dove,  le 
più  grandi  università  sono  state  costituite  e  mantenute  o  ri- 
fatte con  ingenti  doni  di  ricchissimi  privati**.  La  libertà  d'in- 
segnamento è,  in  generale,  rispettata  in  quasi  tutti  i  paesi  di 
Europa:  più  che  altrove  forse  in  Italia,  dove  si  può  dire  assoluta. 
La  Francia,  la  Russia,  sopra  tutto  l'Italia,  hanno  eccessivamente 
burocratizzato  l'insegnamento  superiore,  imponendo  una  uni- 
formità che  riesce  sotto  ogni  aspetto  dannosa  f. 

L'insegnamento  tecnico  professionale  assume  negli  stati 
moderni  una  importanza  sempre  maggiore.  Sono  scuole  pra- 
tiche, medie  o  superiori  che  sorgono  ogni  giorno  per  diffon- 
dere la  istruzione  tecnica  tra  coloro  che  si  dedicano  all'indu- 
stria e  al  traffico.  Nella  più  gran  parte  delle  industrie  oramai 
la  pratica  sola  è  insufficiente:  si  richiedono  condizioni  speciali, 
conoscenze  di  dettaglio  e  preparazione  più  o  meno  larga.  La 
Germania  aveva  poderosamente  organizzato  l' insegnamento 
industriale  e  questa  fu  fra  le  cause  maggiori  del  suo  sviluppo  jf- 


*  Dove  vi  sono  lotte  religiose  fra  Stato  e  Chiesa,  e  coesistono  grandi 
gruppi  di  religioni  differenti,  le  università  libere  sono  più  numerose. 

**  Negli  Stati  Uniti  di  America  sono  celebri  le  enormi  donazioni  di 
Gould,  di  Vanderbildt,  di  Carnegie  e  di  tanti  altri  alle  Università  :  sono 
donazioni  di  diecine  di  milioni.  Alcune  università  prendono  nome  dai 
donatori  e  hanno  mezzi  ingenti  e  redditi  di  molti  milioni  all'anno. 

t  L'Italia  presenta  (e  in  gran  parte  anche  la  Francia)  la  uniformità 
più  assiirda:  tutti  i  professori  sono  pagati  allo  stesso  modo  dal  più  ignoto 
al  più  illustre:  Galileo  Ferraris  non  era  pagato  diversamente  di  quello  che 
non  sia  ora  il  più  oscuro  professore  di  una  università  con  150  studenti. 
Esistono  in  Italia  17  università  di  Stato  e  4  libere  (oltre  gli  istituti  supe- 
riori): le  prime  aveano  nel  1900-4  complessivamente  25-801  studenti.  Na- 
poli avea  il  maggior  numero  con  5450:  il  minor  numero  Sassari  con  200, 
e  Siena  con  213.  Ora  non  solo  le  stesse  leggi  ma  gli  stessi  regolamenti 
regolano  in  modo  uniforme  tutte  le  università  :  un  professore  di  Napoli 
e  di  Roma  è  retribuito  allo  stesso  modo  di  uno  di  Sassari.  La  Cina  non 
ha  avuto  mai  nulla  di  più  assurdo! 

tt  Cfr.  Blondel:  L'essor  industriel  et  commercial  du  peuple  allemand. 


l86  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [LIBRO   I. 

La  spesa  per  rinsegnamento  tecnico  è  fra  la  più  produttive  e 
anche  fra  le  più  necessarie.  Iniziative  individuali  possono 
spesso  bastare  per  le  università,  qualche  volta  per  l'insegna- 
mento medio  e  primario  :  ma  l'insegnamento  tecnico  può  es- 
sere solo  promosso  in  larga  misura  dallo  Stato,  che  deve  se- 
guire i  bisogni  della  produzione  e  che  solo  può  sacrificare 
per  lo  sviluppo  generale  fondi  rilevanti.  L'  insegnamento 
tecnico  professionale  si  dirige,  nei  gradi  inferiori  e  nei  medi, 
a  persone  non  ricche,  ma  destinate  ad  agire  assai  utilmente 
sulla  produzione  della  ricchezza.  Tutte  le  scuole  pratiche  o 
speciali  di  agricoltura  e  quelle  pei  meccanici,  tessitori,  torni- 
tori, elettricisti,  ecc.  sotto  forme  svariatissime  concorrono  al- 
l'unico scopo  di  diffondere  conoscenze  utili  allo  sviluppo  della 
produzione  *. 

In  generale,  tutte  le  spese  per  la  istruzione  sono  cresciute 
straordinariamente  dovunque  ;  non  è  possibile  infatti  sottrarsi 
a  un  bisogno  che  rappresenta  una  necessità  di  sviluppo  dei  po- 
poli   moderni  f- 

75.  Le  spese  per  i.  culti  rimangono  in  quasi  tutti  i  bilanci 
odierni  ;  ma  non  hanno  più  la  importanza  che  avevano  in  pas- 
sato. Oramai  tutti  i  culti  sono  tollerati  :  solo  i  culti  nazionali 
ricevono  dallo  Stato  i  mezzi  di  esistenza.  L'antico  rapporto  se- 

l'aris,  1899;  Pyfferoen:  Rapport  sur  V  enseignement  projessioncl  cu 
Allcniagne,  Bruxelles,  1897  ;  eco. 

*  Pyfferoen  {op.  cit.,  pag.  345)  dice  della  Germania:  «Un  fait 
general  pour  les  écoles  fondées  par  les  corporations  est  le  raanque  de 
ressources  qui  les  empéche  d'atteindre  le  but  poursuivi.  Aussi  est- il 
juste  lorsque  l'école  offre  un  réel  intérét  social,  que  les  pouvoirs  publies 
suppléent  à  la  faiblesse  de  l'initiative  privée  ». 

t  Nei  bilanci  odierni  le  spese  per  la  istruzione  rappresentano  cifre 
elevatissime  :  in  Francia  l'istruzione  pubblica  e  le  belle  arti  erano  rap- 
presentate (prima  della  guerra  del  1914)  nel  bilancio  dello  Stato  da  una 
cifra  di  226  milioni  ;  in  Prussia  il  Ministero  dell'istruzione  e  dei  culti 
costava  171  milioni  di  marchi  di  cui  7  circa  per  i  culti  e  il  rimanente  per 
la  istruzione;  in  Austria  le  spese  della  istruzione  e  dei  culti  erano  di  83 
milioni  di  corone  di  cui  29  per  i  culti;  in  Ungheria,  lo  stesso  Ministero 
costava  48  milioni  di  corone.  Nella  Gran  Brettagna  le  spese  per  la  istru- 
zione e  le  arti  furono  nel  1906  di  16  milioni  di  sterline  da  parte  dello 
Stato.  La  più  gran  parte  delle  spese  per  la  istruzione  è  fatta  però  dalle 
amministrazioni  locali, 


GAP.    V.]  SPESE   PER  LA   ISTRUZIONE  187 

condo  cui  la  Chiesa  includeva  lo  Stato  è  oramai  mutato;  è  lo  Stato 
che  include  la  Chiesa  o  le  chiese  nazionali.  Molti  scrittori  desi- 
deierebbero  che  la  religione  fosse  un  fatto  meramente  privato, 
e  come  tale  von-ebbero  ninna  spesa  lo  Stato  dovesse  erogare 
per  essa.  Ma  in  Europa  nessun  paese,  tranne  la  Francia,  ha  adot- 
tato questo  concetto  e  non  vi  è  alcun  bilancio  in  cui  la  spesa 
per  il  culto  non  figuri  in  proporzioni  più  o  meno  ampie.  D'al- 
tronde è  innegabile  che  Stato  laico  non  vuole  dire  punto 
Stato  antireligioso  :  quando  si  afferma  che  lo  Stato  rimane 
estraneo  ai  rapporti  religiosi  fra  i  cittadini  si  fa  una  pura 
astrazione.  Lo  Stato  non  è  una  entità  astratta,  ma  rappresenta 
interessi  e  tradizioni,  opinioni  e  tendenze  reali  :  può  com- 
battere una  religione  o  conciliarsela,  non  può  affermare  mai 
d'ignorarne  l'esistenza  o  agire  come  non  esistesse.  È  perciò 
che  dovunque  in  Europa  esistono  bilanci  dei  culti.  Con  sot- 
tile acume  Adamo  Smith  notava  che  nei  paesi  dove  sono  molte 
sette  religiose,  e  fra  esse  alcune  prevalenti,  lo  Stato  può  non 
occuparsene,  non  ostante  la  insociabilità  delle  piccole  sette  : 
perchè  si  fanno  scambievolmente  concorrenza.  Ma  dove  vi  è 
una  religione  dominante,  lo  Stato  non  può  mai  essere  sicuro, 
se  non  avendo  un'azione  notevole  sulla  maggior  parte  di  co- 
loro che  la  insegnano*.  Senza  dubbio  ora  le  cose  sono  molto 
mutate  ;  insieme  alla  civiltà  e  alla  cultura  è  penetrato  un  più 
grande  spirito  di  tolleranza,  ma  in  nessun  paese  lo  Stato  pra- 
tica un'astensione  assoluta  e  completa  in  materia    religiosa  j- 


*  A.  S  m  i  t  h  :  Wealth  of  Nations,  libro  V,  cap.  I. 

t  Si  afferma  sempre  che  negli  Stati  Uniti  di  America  la  astensione  è 
completa.  Come  ciò  non  sia  vero  e  come  lo  Stato  consideri  spesso  molti 
doveri  religiosi  quasi  inerenti  ali  a  costituzione,  si  vede  chiaro  da  B  r  y  e  e: 
American  Commonwealth.  2.  ediz.  voi.  II.  pag.  570-1. 


l88  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO   I. 

VI 

Le  SPESE  PER  I   LAVORI   PUBBLICI. 

76.  L'azione  dello  Stato  si  è  largamente  sviluppata  in  ma- 
teria di  lavori  pubblici  :  cosi  anche  l'azione  degli  enti  locali. 
Da  una  parte  le  necessità  stesse  della  produzione  e  degli  scam- 
bi, dall'altra  i  nuovi  mezzi  meccanici  di  trazione  hanno  re- 
so indispensabile  l'impiego  di  grandi  masse  di  capitale.  Lo  Sta- 
to o  ha  costruito  direttamente  o  ha  fatto  costruire  per  suo  con- 
to, o  ha  stimolata  o  sussidiata  l'attività  privata  dove  era  man- 
chevole ;  assai  difficilmente  si  è  astenuto.  Vi  sono  lavori  pub- 
blici che  hanno  utilità  tangibile,  che  producono  un  benefizio 
immediato  o  quasi  immediato  :  è  in  essi  che  l'opera  dello  Sta- 
to è  generalmente  meno  necessaria.  Ma  vi  sono  molti  lavori 
che,  pure  avendo  grande  utilità  per  la  società,  o  non  produco- 
no reddito  di  sorta,  o  ne  producono  in  quantità  assai  inferiore 
al  saggio  medio  del  capitale  da  essi  richiesto.  Non  pochi  lavori 
hanno  per  effetto  di  accrescere  in  via  indiretta  la  produzione 
facilitando  gli  scambi  ;  ma  non  sarebbero  mai  eseguiti  da  so- 
cietà private  per  la  scarsa  produttività  diretta  che  essi  hanno*. 
Anche  le  grandi  imprese  private  per  lavori  pubblici,  dove 
esistono,  difficilmente  sono  sorte  senza  aiuto  dello  Stato. 


*  Appena  mezzo  secolo  fa,  M.  Chevalier  scriveva  che  nove  decimi  del- 
la umanità  ignoravano  la  ruota;  ora  l'affermazione  sarebbe  assai  lonta- 
na dalla  realtà  ed  è  sopra  tutto  l'opera  dello  Stato  che  ha  reso  possibile 
la  trasformazione  che  si  è  compiuta  nei  mezzi  di  comunicazione  e  di  tra- 
sporto. La  più  gran  parte  dei  lavori  pubblici  non  si  potea  compiere  me- 
diante iniziativa  privata:  i  porti,  i  canali,  le  strade,  in  gran  parte  le  stesse 
ferrovie,  dove  non  presentano  una  soddisfacente  produttività,  sarebbero 
stati  impossibili. 

Cfr.  Leroy  Beaulieu:  UEtat  moderne  et  ses  fonctions,  lib.  IV; 
C  a  u  w  e  s  :  Cours  d'economie  politique,  3.me  édition.  Paris  III  partic. 
lib.  I  ;  D  u  p  u  i  t  in  Annales  des  ponts  et  chaussèes.  1844  e  1849;  C  h  r  i- 
s  t  o  p  h  1  e  ;  Tratte  théorique  et  pratique  des  travaux  publics.  2.  ed.  Paris, 
1890  ;  De  Foville:  La  transformation  des  moyens  de  transport  et  ses 
consèquences  etc.  Paris,  1880;  ecc. 


ÒAP.    Vt.]  St>ESE    PER   LAVORI   PUBBLICI  189 

Le  strade  rotabili  non  poteano  essere  costruite  se  non  dallo 
Stato  e  dagli  enti  locali  :  privati  intraprenditori  avrebbero  po- 
tuto costruire  soltanto  in  alcune  condizioni  e  con  alti  pedaggi, 
necessariamente  vessatori  per  il  pubblico.  Cosi  i  canali  per 
la  navigazione  interna  e  per  la  grande  irrigazione;  i  porti  ma- 
rittimi e  lacuali;  la  sistemazione  e  V  arginatura  dei  fiumi  e  dei 
torrenti,  le  grandi  bonifiche  agricole,  ecc.,  sono  per  necessità  la- 
vori pubblici  di  Stato.  L' indole  stessa  di  questi  lavori,  che 
servono  quasi  alla  conservazione  del  territorio  nazionale,  non 
lascia  alcun  dubbio  sulla  loro  natura. 

Pure  se  le  spese  per  lavori  pubblici  testé  indicate  hanno  as- 
sunto o  assumono  ogni  giorno  un'importanza  sempre  più  gran- 
de, i  maggiori  investimenti  sono  stati  e  sono  quelli  richiesti 
dalle  ferrovie.  Le  ferrovie  sono  un  mezzo  di  trasporto  di  recen- 
te invenzione  e  in  esse  i  tre  elementi  che  determinano  i  siste- 
mi di  trasporto,  la  via,  il  veicolo,  la  forza  motrice,  sono  mutati 
interamente  di  fronte  ai  sistemi  antichi.  L'  enorme  numero 
delle  costruzioni  ferroviarie  ha  agito  sulla  finanza  degli  stati 
del  continente  europeo,  più  che  ogni  altra  causa,  se  si  tolgano 
le  spese  militari.  Ora  molti  scrittori  contestano  ogni  utilità 
d' intervento  dello  Stato  in  questa  materia  o  per  dir  meglio 
(un  intervento  essendo  sempre  necessario  poiché  lo  Stato  in 
definitiva  deve  accordare  le  concessioni  e  dare  il  diritto  di 
espropriazione  delle  proprietà  private  che  ogni  linea  deve  tra- 
versare) vorrebbero  l' intervento  ridotto  al  minimo.  Ma  vi  sono 
ferrovie  che  hanno  carattere  strategico  o  militare,  altre  che 
non  hanno  carattere  strettamente  economico,  ma  servono  ad 
aprire  agli  scambi  e  alla  civiltà  territori  che  rimarrebbero  iso- 
lati. Vi  sono  infine  non  pochi  casi  di  ferrovie  che  son  vantag- 
giose alla  società  intera  senza  rappresentare  una  utilità  diretta 
notevole  per  i  capitali  impiegati.  Certo  non  bisogna  abusare 
di  questi  ragionamenti  (e  in  Italia  e  Francia  spesso  se  n'  è 
abusato)  :  ciò  non  toglie  che  vadano  tenuti  nel  conto  che  me- 
ritano *. 


*  Sul  carattere  della  legislazione  americana  sulle  ferrovie,  che  sembra 
rappresentare  una  eccezione  cfr.  C.  F.  A  d  a  m  s  :  The  railroads.  their 
originy  and  problems  New- York.  1884  ;  A.  T.  H  a  d  1  e  y  :    Railrood  tran- 


190  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO   1. 

Le  maggiori  intraprese  e  le  più  utili  per  la  civiltà  non  sa- 
rebbero possibili  senza  1'  opera  dello  Stato:  nessuna  società  pri- 
vata avrebbe  forse  mai  avuto  la  convenienza  di  costruire  per 
suo  conto  una  ferrovia  come  la  transiberiana  *. 

L' Inghilterra  e  gli  Stati  Uniti  di  America  sembrano  fare 
eccezione  a  questa  tendenza;  ma  l' Inghilterra  al  principio  del 
secolo  XIX  si  trovava  in  condizioni  assolutamente  eccezionali 
di  fronte  agli  altri  paesi  e  l'attività  privata  poteva  spesso  so- 
stituirsi senza  danno,  anzi  con  vantaggio,  a  quella  dello  Stato: 
in  quanto  agli  Stati  Uniti  di  America  essi  rappresentano  tut- 
tavia una  situazione  speciale,  e  l'azione  del  Governo  federale 
e  degli  stati  singoli,  tende  ogni  giorno  a  svilupparsi,  come  del 
resto  si  è  notevolmente  sviluppata,  già  da  gran  tempo,  in 
Inghilterra  l'azione  dello  Stato  e  degli  enti  locali. 

Le  ragioni  che  determinano  in  materia  di  lavori  pubblici 
un'azione  continua  e  crescente  da  parte  dello  Stato  sono  dun- 
que molteplici.  Prima  di  tutto  vi  è  la  mutazione  intervenuta 
nelle  spese  d'impianto  dei  nuovi  mezzi  di  trasporto,  spese  sem- 
pre più  grandiose  e  spesso  non  accessibili  alle  forze  dei  privati. 
Poi  vi  è  il  fatto  che  la  concorrenza  è  spesso  dannosa  e  il  mo- 
nopolio riesce  il  sistema  più  economico.  Infine  i  grandi  mezzi  di 
trasporto,  per  compiere  nel  miglior  modo  possibile  la  loro  fun- 
zione, devono  avere  una  relativa  unità  e  uniformità  di  orga- 
nizzazione. 

Vi  sono  mezzi  di  trasporto  di  cui  lo  Stato  ha  scarsa  ragione 
di  occuparsi,  o  di  monopolizzarli.  La  navigazione  è  libera,  come 
quella  che  è  aperta  a  tutti:  lo  Stato  ha  solo  funzioni  di  vigilan- 
za. Nelle  strade  rotabili,  nei  canali,  lo  Stato  e  gli  enti  locali 
hanno  la  costruzione  e  il  mantenimento  ;  ma  i  veicoli  e  i  mo- 
tori sono  riservati  all'attività  privata.  Nelle  ferrovie  e  nei  mezzi 


sportation.   New- York,   1883  ;   L.   P  a  u  1-D  u  b  o  i  s  :  Les  chemins  de  fcr 
aux  Ètats  Unis,  Paris,  1896;  ecc. 

*  Per  valutare  l'importanza  delle  spese  per  lavori  pubblici  nei  bilanci 
moderni  basterà  dire  che  l'Italia  ha  speso  dal  1862  al  1897-98,  secondo 
un  documento  ufficiale,  718  milioni  per  le  strade  rotabili,  457  milioni 
per  opere  idrauliche,  iii  milioni  per  bonifiche.  4076  milioni  per  ferrovie 
ecc.  In  tutto  la  spesa  per  i  lavori  pubblici  è  stata  di  6.031  e  l'Italia  non  è 
uno  dei  paesi  che  abbiano  speso  di  più. 


cap.  vii.]  spese  per  la  produzione  tgi 

di  comunicazione,  gli  elementi  tecnici  sono  invece  inseparabili, 
la  concorrenza  è  inammissibile  e  lo  Stato  interviene  a  rego- 
lare in  modo  diretto  o  indiretto  l'insieme  del  servizio  *. 

VII. 

Le  spese  per  lo  sviluppo  della  produzione. 

77.  Lo  Stato  rappresenta  gli  interessi  generali  della  società 
non  soltanto,  ma  anche  li  rappresenta  a  perpetuità  :  quindi 
esso  soltanto  può  promuovere  o  compiere  alcune  opere  gene- 
rali di  conservazione  che  nessuna  attività,  nessun  interesse 
privato  può  tutelare.  La  difesa  del  clima,  la  difesa  del  terri- 
torio nazionale  dall'  azione  delle  acque,  le  grandi  bonifiche 
sono  inerenti  all'azione  dello  Stato.  Cosi  la  difesa  dei  boschi, 
per  esempio,  può  urtare  anche  una  serie  di  interessi  privati  f: 
lo  Stato  solo  può  farla,  o  conservando  le  sue  foreste,  o  impo- 
nendo ai  privati  di  non  alienare  le  loro.  Il  prosciugamento  di 
uno  stagno,  che  inquina  una  regione,  ola  bonifica  di  un  terreno 
paludoso,  sopra  tutto  se  durano  parecchie  generazioni,  posso- 
no difficilmente  essere  compiuti  dai  privati.  Lo  Stato  in  certa 
guisa  adempie,  compiendo  queste  opere,  un  ufficio  di  conserva- 
zione generale.  Vi  sono  ricchezze  naturali  che  non  si  riprodu- 
cono o  si  riproducono  assai  lentamente  :  lo  Stato  deve  curarne 
la  conservazione,  difenderle  nell'interesse  stesso  della  col- 
lettività. 

Ma,  oltre  questa  funzione  passiva  di  conservazione  e  di 
difesa,  lo  Stato  ne  ha  molte  altre  :  esso  può  promuovere  a  di- 
rittura tutto  ciò  che  giova  allo  sviluppo  della  produzione.  Le 
spese  di  questa  natura  sono  in  aumento  rapidissimo,  dovunque. 

'L'agricoltura  rappresenta  ancora,  per  la  più  gran  parte  de- 
gli stati,  il  maggiore  interesse  e  la  più  grande  industria.  Solo  in 


*  C.  S  u  p  i  n  o  :   Principi  di  economia  politica.  Napoli,  1904,  pag.  318-9. 

t  La  conservazione  di  un  vasto  demanio  forestale  e  la  difesa  dei  bo- 
schi sono  stati  fatti  con  gran  cura  dagli  Stati  tedeschi.  I  paesi  meridiona- 
li, sopra  tutto  1'  Italia,  hanno  spesso  improvvidamente  distrutto  i  loro 
boschi. 


t92  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    1. 

qualche  nazione,  come  l'Inghilterra,  e  in  alcuni  pochi  stati  mi- 
nori, vi  è  prevalenza  d'  interessi  industriali  :  1'  agricoltura  è 
quasi  dovunque  la  più  grande  fonte  di  produzione  *.  Si  aggiun- 
ga che  quasi  tutti  gli  stati  tendendo  a  industrializzarsi,  la 
concorrenza  dei  prodotti  industriali  diventa  sempre  più  aspra 
e  la  conservazione  e  lo  sviluppo  dell'agricoltura  s'impongono 
non  solo  come  una  necessità  economica  ma  come  un  grande 
interesse  demografico.  Le  spese  che  fa  lo  Stato  per  1'  agri- 
coltura sono  di  natura  assai  varia:  oltre  quelle  per  lo  sviluppo 
della  educazione  agricola  (educazione  tecnica  superiore,  media 
e  pratica),  consistono  in  incoraggiamenti  di  ogni  natura. 
Lo  Stato  promuove  le  trasformazioni  agrarie  più  utili  ;  sussidia 
o  premia  le  nuove  introduzioni  di  macchine,  di  animah  ripro- 
duttori ;  protegge  il  bestiame  e  le  piante  dalle  malattie  dif- 
fusive più  dannose.  Così  quasi  tutti  gli  Stati  hanno  stazioni 
sperimentali,  campi  di  osservazione  f  ecc. 

Le  spese  per  l'industria  sono  oramai  del  pari  rilevanti  in  qua- 
si tutti  i  bilanci  :  e  non  consistono  solo  nel  mantenere  l'inse- 
gnamento tecnico  e  nel  dargli  sviluppo,  ma  in  aiuti  diretti 
di  ogni  natura.  Lo  Stato,  per  esempio  in  tutti  i  paesi  difende 
la  proprietà  letteraria,  e  in  generale  pubblica  non  solo  l'elenco 
dei  brevetti,  ma  la  loro  descrizione  {specification)  :  la  Germania, 
l'Inghilterra,  gli  Stati  Uniti  sopra  tutto,  fanno  pubblicazioni 
dettagliate  e  importanti.  Lo  Stato  cura  quasi  dovunque  la 
verifica  dei  pesi  e  delle  misure  :  fa  assai  più  incoraggiando 
alcune  forme  di  produzioni  o  con  premi  di  esportazioni,  o  con 
esenzioni  da  imposte,  o  con  speciali  vantaggi.  Occorre  una 
grande  prudenza  e  una  grande  moderazione  in  queste  spese  : 
ma  si  può  anche  dire  che  i  pregiudizi  contro  di  esse  sono  spesso 
assurdi.  Lo  straordinario  sviluppo  che  assume  l'industria  nella 
Russia  imperiale  aveva  da  questo  punto  di    vista  una  gran- 


*  Sulla  importanza  speciale  deli' agricoltura  come  industria  cfr.  A. 
Wagner:  Agrarstaat  und  Industrialstaat.  Berlin  1901. 

t  Straordinaria  sopra  tutto  è  stata  l'azione  dello  Stato  in  Germania  e 
negli  Stati  Uniti  di  America.  In  quest'ultimo  paese  lo  Stato  diffonde  per- 
fino a  centinaia  di  migliaia  di  esemplari  le  pubblicazioni  ritenute  più  uti- 
li agli  agricoltori. 


CAP.    VII.]  SPESE    PER    LA    PRODUZIONE  I93 

grandissima  importanza:  la  Germania  si  era  valsa  largamente 
e  utilmente  del  sistema  dei  premi  *. 

Per  molte  industrie  per  cui  la  protezione  doganale  non  è 
possibile  o  non  è  conveniente,  ma  che  si  ritiene  devano  essere 
incoraggiate,  perchè  suscettibili  di  diffusione  e  di  sviluppo, 
lo  Stato  accorda  premi.  La  marina  mercantile,  per  esempio, 
ha  avuto  finora  in  molti  paesi  larghi  premi. 

Alcune  linee  non  sarebbero  esercitate  senza  premi  e  forse 
la  mancanza  di  esse  nuocerebbe  anche  a  quelle  linee  che 
ora  sono  produttive  e  che  non  sarebbero  più.  Alcuni  paesi 
danno  soltanto  premi  di  esportazione  per  aiutare  le  merci 
nazionali,  almeno  in  una  prima  fase,  a  conquistare  i  mercati 
stranieri.  È  un  sistema  pericoloso  di  cui  la  Germania  ha  spesso 
abusato  e  che  è  causa  di  non  poche  diffidenze. 

Le  spese  per  il  commercio  sono  di  varia  natura  ;  consistono 
sopra  tutto,  oltre  che  nella  diffusione  della  cultura  commerciale, 
nella  larga  conoscenza  dei  prodotti  di  ciascun  paese.  I  consoli 
sono  veri  informatori  commerciali  :  sopra  tutto  gli  Stati 
Uniti  danno  loro  funzioni  prevalentemente  commerciali.  I  mag- 
giori stati  hanno  uffici  di  informazioni  commerciali,  speciali 
agenti  o  addetti  commerciali  presso  le  ambasciate  o  le  lega- 
zioni |.  Nel  commercio  internazionale  lo  Stato  ha  funzioni  di 
difesa,  di  tutela:  è  nello  stesso  tempo  un  grande  informatore 
e  un  grande  difensore.  Il  prestigio  di  uno  Stato  non  è  mai 
estraneo  alle  agevolezze  che  incontra  il  suo  commercio. 

Lo  sviluppo  della  produzione  è  il  più  grande  interesse  di 
ciascun  paese  ;  e  tutti  i  sacrifizi  diretti  a  questo  scopo  trovano 
largo  compenso.  Senza  dubbio  lo  Stato  può  avere  un'azione  solo 
indiretta  su  essa  :  ma  anche  la  sua  azione  può  essere  grandis- 
sima nel  bene  e  nel  male.  La  produzione  nei  paesi  moderni 
perde  ogni  giorno  più  la  forma  individuale  che  ha  avuto  finora: 
o  per  dir  meglio,  rimanendo  a  base  di  essa  l'attività  individua- 

*  Omettiamo  ogni  bibliografia  su  questo  argomento,  che  sarebbe  lun- 
ghissima. La  Germania  era  arrivata  al  punto  di  vendere  all'estero  (pri- 
ma del  191 4)  più  a  buon  mercato  che  all'interno.  II  sistema  del  dumping 
è  ben  noto. 

t  Importantissimi  i  rapporti  consolari  pubblicati  dalla  Francia,  dalla 
Inghilterra,  dalla  Germania  e  sopra  tutto  dagli  Stati  Uniti. 

Nitti.  13 


194  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    t. 

le,  esiste  una  tendenza  sempre  crescente  a   una  maggiore  rego- 
larità e  a  una  maggiore  disciplina. 

I  grandi  mezzi  di  rilevazione  statistica  permettono  prima 
di  tutto  di  conoscere  più  facilmente  i  fattori  più  importanti 
della  produzione  :  la  statistica  delle  professioni,  la  statistica 
delle  forze  motrici ,  le  statistiche  industriali  e  commerciali, 
le  statistiche  della  produzione  e  in  parte  quelle  del  consumo 
sono  oramai  una  guida  sicura.  Molti  paesi  possiamo  dire  quanto 
consumino,  quali  consumi  abbiano,  in  quanta  parte  produca- 
no all'interno  e  in  quanta  acquistino  all'estero.  Così  l'azione 
dello  Stato  diventa  ogni  giorno  più  ordinata,  come  più  grandi 
sono  le  sue  conoscenze.  Se  non  è  vero  che  vi  sia  un  accen- 
tramento crescente  della  ricchezza  e  se  non  è  vero  che  l'industria 
tenda  sempre  più  ad  accentrarsi,  è  fuori  di  dubbio  che  la  picco- 
la industria  diventa  sussidiaria  della  grande,  e  questa  tende 
a  ordinarsi,  a  sindacarsi,  per  evitare  le  crisi  e  per  garentire  la 
propria  esistenza.  Lo  stesso  fenomeno  dei  trusts  rappresenta 
spesso  una  vera  necessità  della  produzione. 

Così  le  spese  per  lo  sviluppo  della  produzione  sotto  forme 
diversissime  tendono  a  svilupparsi  in  tutti  i  bilanci  moderni 
e  in  alcuni  di  essi  hanno  già   un'importanza  grandissima. 

Per  queste  ragioni  e  per  altre  molte  sono  assai  rilevanti 
nei  paesi  moderni  le  spese  per  l'amministrazione  civile,  che 
viene  indicata  sotto  il  nome  di  burocrazia.  In  quasi  tutti 
gli  stati  questa  assume  un'  importanza  sempre  crescente  e  ha 
ogni  giorni  autorità  e  potere  sempre  più  grandi.  Data  la 
natura  dello  Stato  moderno  e  la  vastità  della  sua  azione, 
solo  le  forme  attuali  dell'amministrazione  civile  possono  per- 
metterne il  funzionamento. 

Vili. 

Le  SPESE  PER  LA  LEGISLAZIONE  SOCIALE 
E  PER  LA  PUBBLICA  ASSISTENZA. 

78.  Queste  spese  in  passato  quasi  non  esistevano  nei  bi- 
lanci degli  stati  ;  ora  non  solo  esistono  in  misura  sempre  cre- 
scente, ma  costituiscono,  in  qualclie  caso,  causa  di  vera  preoc- 
cupazione per  r  avvenire. 


CAP.    Vili.]  LA    LEGISLAZIONE    SOCIALE  I95 

La  legislazione  sociale  rappresenta  una  vera  necessità  dei 
tempi  moderni  :  oramai  non  si  trovano  più  di  fronte  padroni 
isolati  contro  operai  isolati  o  piccoli  gruppi  di  operai  ;  ma  in- 
traprenditori  assai  spesso  associati  fra  loro  contro  operai  quasi 
sempre  associati  fra  loro.  Non  mancano  esempi  di  compagnie 
ferroviarie  con  50  a  60  mila  salariati,  di  fabbriche  con  io  mila, 
o  20  mila  operai  o  anche  assai  più.  I  conflitti  assumono  quindi 
una  forma  ben  più  grave  che  in  passato. 

Ma  poi  che  lo  Stato  rappresenta  gli  interessi  perpetui  e  ge- 
nerali della  società,  deve  in  ogni  guisa  evitare  che  le  masse 
lavoratrici  siano  sciupate  avanti  tempo  (lavoro  dei  fanciulli) 
o  in  periodi  o  in  lavori  disadatti  (lavoro  delle  donne),  o  in  con- 
dizioni insalubri  (igiene  delle  officine).  Così  lo  Stato  limita 
generalmente  il  lavoro  delle  donne  e  dei  fanciulli,  qualche  volta 
determina  la  durata  massima  del  lavoro  degli  adulti;  prescrive 
norme  igieniche  per  le  officine,  ove  si  eseguono  lavori  non  sa- 
lubri, o  per  i  lavori  sotterranei,  generalmente  molto  penosi; 
disciplina  il  pagamento  dei  salari,  in  modo  da  evitare  abusi 
{truck  system)  ;  ecc. 

Quasi  in  tutti  i  paesi  lo  Stato  ha  ispettori  delle  fabbriche, 
il  cui  speciale  ufficio  è  di  curare  l'applicazione  delle  leggi  e  dei 
regolamenti  di  fabbriche*. 

Vi  sono  paesi  importatori  e  paesi  esportatori  di  uomini  : 
in  maggiore  o  minore  misura  sono  esportatori  di  uomini  quasi 
tutti  i  paesi  di  Europa  tranne  la  Francia;  sono  importatori, 
i  paesi  nuovi.  Ora  la  emigrazione  corrisponde  in  generale  a  of- 
ferta di  lavoro.  Lo  Stato  ha  organi  speciali  d'  informazione; 
uffici  per  r  emigrazione,  qualche  volta  anche  uffici  di  col- 
locamento. 

Questi  nuovi  attributi  dello  Stato  determinano  spese  note- 
voli :  non  però  le  più  importanti  da  questo  punto  di  vista. 

Le  classi  lavoratrici  che  vendono  il  loro  lavoro  sono  gene- 

*  Sullo  stato  attuale  della  legislazione  sociale  cfr.  oltre  le  moltissime 
opere  speciali,  le  riviste  pubblicate  dai  vari  governi  :  Bulletin  of  the  de- 
partment  of  labor  di  Washington.  Revue  du  travati  di  Bruxelles,  il  Bulle- 
tin de  l'office  du  Travati  di  Parigi,  la  Labor  Gazette  di  Londra,  ecc.  V.  inol- 
tre V Anmtaire  pubblicato  ogni  anno  dal  governo  belga  ;  ove  è  riprodot- 
ta la  legislazione  di  tutti  i  paesi  più  importanti. 


19^  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    t. 

ralmente  sottomesse  ad  alcuni  rischi  assai  gravi  :  gì'  infortuni, 
la  malattia,  la  vecchiaia,  la  morte.  Anche  l'operaio  più  previ- 
dente può  senza  sua  colpa,  spesso  senza  colpa  dell'  impren- 
ditore, essere  travolto  da  una  macchina  e  ucciso;  anche  l'ope- 
raio più  abile  può,  dopo  alcuni  mesi  di  malattia,  ridursi  nella 
indigenza  ed  entrare  nella  popolazione  assistita.  Infine  la 
vecchiaia  è  generalmente  minacciosa  per  i  lavoratori;  qualche 
volta  più  della  morte  :  nulla  infatti  è  più  triste  della  oscura 
povertà  degli  ultimi  anni  dopo  tutta  una  vita  di  lavoro.  È 
interesse  della  società  provvedere  a  questi  rischi  del  lavoro  ; 
qualche  volta  è  anche  savio  calcolo.  La  società  moderna  non 
può  espellere  gli  elementi  decaduti  ;  deve,  sia  pure  con  l'assi- 
stenza pubbUca,  nutrirli  :  ora  è  molto  più  savio  evitare  la  de- 
cadenza. 

D'  altra  parte  nessuno  può  sperare  che  gli  operai,  sia  pure 
con  la  più  oculata  previdenza,  possano  mettersi  al  sicuro  da 
alcuni  rischi  che  h  minacciano.  Quanti,  anche  fra  i  più  fortunati, 
sono  in  condizioni  di  assicurarsi  da  sé  stessi  e  a  loro  spese  contro  i 
rischi  del  lavoro,  contro  la  malattia,  contro  la  vecchiaia,  contro 
la  morte?  Senza  dubbio  vi  sono  molti  intraprenditori  che,  con 
animo  Hberale,  assicurano  volontariamente  i  loro  imprenditori 
a  società  private  di  assicurazione  ;  vi  sono  altri  che  li  aiutano 
e  li  soccorrono.  Ma  vi  sono  moltissimi  che  non  fanno  o  non  pos- 
sono fare  alcuna  di  queste  cose. 

La  Germania  aveva  sin  dal  1883  costituito  l'immenso  edifi- 
cio dell'assicurazione  obbligatoiia  per  gli  operai*.  I  premi  di 
assicurazione  contro  gl'infortuni  erano  interamente  a  carico 
degli  imprenditori,  i  premi  di  assicurazione  contro  la  malattia 
per  un  terzo  a  caricc>  del  padrone  e  per  due  terzi  a  carico  degli 
operai;  i  premi  di  assicurazione  contro  la  vecchiaia  e  la  invali- 
dità metà  a  carico  dei  padroni,  metà  a  carico  degli  operai.  Ma 
lo  Stato  interveniva  in  larga  misura  col  sussidiare  il  fondo  delle 
assicurazioni  ii  cui  funzionamento  rimaneva  quasi  del  tutto  a 
suo  carico,  i  pagamenti  essendo  fatti  dalla  posta.    Era  un   im- 


*  Il  miglior  riassunto  della  legislazione  germanica  sulle  assicurazioni 
obbligatorie  è  nello  Special  Report  Commissioner  of  Labor  degli  Stati 
Uniti  di  America,  1894.  La  letteratura  su  questo  argomento  è  larghissima. 


CAP.   VITI.]  LA   LEGISLAZIONE  SOCIALE  Igy 

mense  sistema  di  assicurazioni,  a  beneficio  di  circa  i8  milioni  di 
assicurati,  e  non  ostante  i  suoi  difetti,  rimane  il  più  grande 
tentativo  compiuto  a  benefizio  delle  classi  operaie.  Cosi  altri 
paesi  han  cercato  di  imitarlo  in  misura  più  o  meno  larga. 

Anche  l'Italia  ha  oramai  un  sistema  quasi  completo  di  assi- 
curazioni operaie. 

In  molti  paesi  lo  Stato  cerca  di  assicurare  ai  lavoratori  e  al- 
le classi  meno  ricche  la  proprietà  immobiliare,  almeno  sotto 
la  forma  della  casa  di  abitazione:  o  accordando  speciali  age- 
volazioni fiscali  ;  o  avendo  speciali  fondi  per  prestiti  a  buon 
mercato,    ecc. 

Nessun  paese  è  riuscito  a  stabilire  vere  assicurazioni  contro 
la  disoccupazione  ;  ma  questo  problema  interessa  tutti  gli  stu- 
diosi e  gli  statisti. 

Sono  nei  bilanci  moderni  cresciute  straordinariamente  an- 
che le  spese  per  la  pubblica  assistenza  :  la  iniziativa  individuale 
si  rivela  in  questo  campo  del  tutto  insufficiente*.  Vi  sono  mol- 
ti che  non  possono  lavorare,  molti  che  non  vogliono,  molti  più 
ancora  che  vogliono  e  non  possono  :  sono  varie  forme  d'indi- 
genza cui  occorre  provvedere  in  modo  differente.  Occorre  che 
sia  data  a  coloro  che  non  possono  lavorare  un'assistenza; 
che  sia  provveduto  a  coloro  che  non  vogliono,  affinchè  la  po- 
polazione vagabonda  e  mendicante  non  diventi  un  pericolo 
per  la  sicurezza  ;  che  sia  infine  provveduto  anche  con  mag- 
giore interesse  a  coloro  che  vogliono  lavorare  e  non  possono. 
La  società  che  realizza  nel  suo  complesso  i  frutti  di  ogni  pro- 
gresso economico,  non  deve  abbandonare  coloro  che  spesso 
sono  vittime  delle  lotte  economiche,  delle  crisi  commerciali 
della  concorrenza.  Occorre  che  l'assistenza  pubblica  sia  ocula- 
ta affinchè  non  diventi  causa  di  degradazioni  :  gli  ospedali, 
la  casa  gratuita  dei  poveri,  non  devono  spingere  alla  imprevi- 
denza :  chi  può  lavorare  deve  essere  costretto  a  lavorare.  L'ob- 


*  Cfr.  A.  Monnier:  Histoire  de  Vassistance  dans  les  temps  anciens 
et  modernes.  Paris.  1857;  Fawcet:  Patiperistn.  its  causes  and  re- 
medies.  London.  1871;  Chause:  The  Better  Administration  of  English 
poor  law.  London.  1895  ;  Congrès  internaUonal  d'assistance  publtqtie, 
Paris.  1889  ;  D  o  y  1  e  :  Poor  laws  in  foreign  countries,  London,  1875.  ecc. 


igS  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO   I. 

bligo  della  pubblica  assistenza  incombe  allo  Stato,  alla  regione, 
al  comune,  in  diversa  misura  ;  si  tratta  di  un  servizio  pubbli- 
co che  assume  forme  svariate  e  che  bisogna  circondare  di  ogni 
cautela  perchè  non  diventi  causa  di  dannosa  dispersione  di 
ricchezza.  D' altra  parte  si  deve  con  ogni  cura  cercare  di  non 
scoraggiare  le  iniziative  individuali,  di  non  attutire  il  senti- 
mento filantropico  delle  classi  ricche. 

In  Germania  e  in  Inghilterra  l'assistenza  è  in  principio  ob- 
bligatoria. In  Inghilterra  l'obbligatorietà  risale  a  tempo  remo- 
to, e  lo  statuto  di  Elisabetta  del  1601  è  ancora  la  base  dell'or- 
dinamento attuale.  Il  mendicante  girovago  non  è  tollerato:  ma 
il  povero  sedentaneo  deve  essere  mantenuto  dalla  sua  parroc- 
chia quando  esegua  a  domicilio  il  lavoro  che  gli  è  fornito,  al- 
lor  che  dichiari  di  non  trovarne  altro.  In  caso  di  rifiuto  di  la- 
voro vi  è  la  Workhouse.  che  serve  nello  stesso  tempo  di  ospi- 
zio ai  poveri  invalidi  e  di  casa  di  detenzione  per  i  poveri  va 
lidi  e  oziosi.  La  poor  rate  o  imposta  pei  poveri,  provvede  in 
generale  alle  spese  per  l'assistenza  *. 

In  Germania  l'assistenza  pubblica  era  obbligatoria  e  incom- 
beva alle  circoscrizioni  locali  {Ortsarmenverbande)  che  racchiu- 
dono uno  o  più  comuni  f  ;  era  tutta  una  organizzazione  molto 
ingegnosa  che,  senza  scoraggire  la  iniziative  individuali,  cercava 
di  togliere  quanto  più  è  possibile  alla  assistenza  obbligatoria  il 
carattere  di  pesantezza  e  di  uniformità  che  ha  d'ordinario. 
In  generale  i  paesi  protestanti  hanno  il  principio  dell'assistenza 
pubblica  obbligatoria  :  i  paesi  cattolici  il  principio  dell'assi- 
stenza libera.  La  differenza  ha  carattere  puramente  storico  : 
nel  medio  evo  erano  le  congregazioni  religiose  che  provvede- 
vano in  generale  ai  poveri  e  agli  assistiti.  Nei  paesi  dove  av- 
venne la  riforma  protestante  i  beni  delle  congregazioni  andaro- 
no allo  Stato  :  e  fu  allora  quest'ultimo  che  dovè  occuparsi  del- 
l'assistenza pubblica.  In  generale  però,  in  tutti  i  paesi  sono  a 
carico  dello  Stato  o  degli  enti  amministrativi  locali   gli  alie- 


*  Su  questo  argomento  fra  i  moltissimi  cfr.  G.  N  i  e  h  o  1  i  s  :  History 
of  english  poor  law,  London,  1854;  P.  T.  Ascrhrott:  Das  Englische 
Armenwesen  Leipzig,  1886;  ecc. 

t  Cfr.  C  a  u  w  é  s  :  o/>.  cit.,  voi.  Ili,  pag.  633. 


CAP.   Vili.]  LA    LEGISLAZIONE    SOCIALE  199 

nati,  i  fanciulli  assistiti,  la  cura  gratuita  dei  poveri,  i  deposi- 
ti di  mendicità  e  case  di  lavoro,  ecc. 

79.  Giunti  in  fine  di  questa  enumerazione,  occorre  ritor- 
nare sopra  una  ripartizione  di  cui  in  pratica  si  abusa  molto  : 
una  ripartizione  assai  indeterminata  fra  spese  produttive  e  spe- 
se improduttive.  Si  ha  l'abitudine  di  mettere  nelle  classifica- 
zioni frettolose  sì  comuni  nei  Parlamenti,  la  più  gran  parte  del- 
la spese  per  la  costituzione  e  le  spese  militari  fra  le  improdut- 
tive*. L'equivoco  deriva  forse  più  che  altro  dalla  vecchia  teo- 
ria della  produttività,  secondo  cui  lo  Stato  sarebbe  un  produt- 
tore di  pubblici  servizi.  Ma  queste  classifiche,  anzi  queste  de- 
signazioni frettolose,  non  hanno  nulla  che  risponda  alla  realtà 
né  alla  scienza.  Si  può  dire,  per  esempio,  che  le  spese  di  guer- 
ra di  un  paese  sono  molte,  o  poche  ;  che  sono  sproporzionate 
ai  suoi  mezzi  o  ai  fini  che  deve  raggiungere  ;  ma  non  si  può 
mai  fare  una  questione  di  produttività.  Allo  stesso  modo  che 
si  può  dire  che  la  spese  per  costruire  una  ferrovia  sono  ec- 
cessive in  vista  dei  risultati  che  deve  e  può  produrre,  o  dello 
scopo  che  si  propone  chi  la  costruisce.  Vi  sono  ferrovie  di- 
ventate ora  inutili,  vi  sono  allo  stesso  modo  spese  militari  che 
non  hanno  giovato  in  nessun  modo  al  paese  che  le  ha  fatte. 
La  sicurezza  interna  ed  esterna  non  è  un  bene  economico  e 
tanto  meno  un  bene  diretto  ;  ma  è  assai  più  che  un  bene  sirii- 
mentale,  come  direbbero  gli  economisti,  è  la  condizione  di  ogni 
produzione. 

Senza  dubbio  non  è  punto  vero  che  le  vittorie  militari  pre- 
cedano le  vittorie  industriali  e  commerciali  :  la  Spagna  ha 
cominciato  a  decadere  dalle  sue  più  grandi  vittorie.  Ma  non  è 
da  negare  che  anche  nei  paesi  moderni  la  stessa  prevalenza 
commerciale,  se  non  dipende,  è  resa  possibile  dalla  supremazia 
o  almeno  dalla  forza  politica.  D'altronde  per  le  nazioni  come 
per  gl'individui,  si  può  dire  che  il  successo  e  quindi  la  prevalen- 


*  Nel  linguaggio  comune  si  distingue  sempre  tra  spese  produttive  e 
spese  improduttive-,  anche  A.  Smith  faceva  questa  distinzione  {Wealth 
of  Nations,  libro  I,  cap.  Ili)  la  quale  però,  ripetiamo  è  d'ordinario  assai 
incert  a. 


200  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO   I. 

za  non  dipendano  solo  dalla  quantità  dei  beni  materiali  che 
esse  possiedono  :  ma  dal  loro  spirito  di  elevazione  e  dalla  fidu- 
cia di  se  stesse,  dalla  tranquillità  del  presente  e  dalla  loro  fe- 
de neir  avvenire. 


IX. 

Le  spese  dello  Stato  e  le  spese  degli  enti  locali. 


80.  Niente  è  più  diverso  quanto  i  limiti  fra  l'attività  del- 
lo Stato  e  quella  degli  enti  locali.  È  che  queste  differenze  so- 
no il  frutto  di  condizioni  speciali  a  ciascun  paese,  di  tradizio- 
ni storiche,  di  diversità  di  condizioni.  L'Inghilterra  e  la  Fran- 
cia, per  esempio,  non  rappresentano  in  questa  materia  solo 
due  legislazioni  diverse,  ma  due  diverse  situazioni.  Vi  sono  stati 
unitari,  stati  federali,  unioni  di  stati:  vi  sono  paesi  centraliz- 
zati e  paesi  con  grande  discentramento.  La  diversità  di  forme- 
risponde  a  diversità  di  condizioni. 

Sono  in  generale  spese  dello  Stato  quelle  che  riguardano  la 
difesa  esterna  ;  la  rappresentanza  all'estero  ;  la  giustizia;  i 
grandi  mezzi  di  comunicazione  e  di  trasporto;  l'amministrazio- 
ne delle  colonie  ;  la  emissione  della  moneta  e  la  sorveglianza 
dei  mezzi  di  circolazione  ecc.  Sono  prevalentemente  spese  de- 
volute agli  enti  locali  quelle  che  riguardano  bisogni  particolari 
di  ciascun  gruppo,  vie  urbane  di  comunicazione,  nettezza  ur- 
bana, illuminazione,    acqua  potabile  ecc. 

Alcune  spese  sono  in  varia  misura  sostenute  dallo  Stato  e 
dagli  enti  locali.  L'assistenza  pubblica,  per  esempio,  che  pri- 
ma era  sostenuta  quasi  esclusivamente  dagli  enti  locali,  ora 
che  richiede  mezzi  più  potenti  e  coordinamento  più  largo,  è 
esercitata  insieme  da  essi  e  dallo  Stato.  Le  spese  per  la  istru- 
zione sono  sostenute  in  alcuni  paesi  prevalentemente  dallo 
Stato  (Francia),  in  altri  dagli  enti  locali  (Italia,  Inghilterra). 
E  cosi  anche  la  spese  che  riguardano  la  igiene,  la  previdenza 
sociale,  i  culti  ecc.  Il  principio  dell'  interesse  generale  deve  deter- 


CAP.  IX.]  SPESE  DI  STATO  E  SPESE  LOCALI  20I 

minare  le  spese  dello  Stato  e  quello  dell'  interesse  particolare 
le  Spese  degli  enti  locali.  Vi  sono  servigi  che  richiedono  uno 
svolgimento  identico  in  tutto  lo  Stato  (la  sicurezza,  la  giusti- 
zia, per  esempio)  ;  altri  che  sono  congiunti  alla  vita  locale  e 
che  su  d'essa  hanno  maggiore  se  non  completa  efficacia.  Tutto 
ciò  è  semplice,  ma  nella  vita  di  ciascun  paese  vi  sono  condi- 
zioni speciali  e  tradizioni,  che  determinano  diversità  profonde. 
Per  esempio  :  la  istruzione  elementare,  che  è  senza  dubbio  un 
servizio  pubblico,  interessa  tutta  la  nazione,  ma  non  è  men 
vero  che  alcuni  stati  trovano  conveniente  che  la  istruzione 
elementare  sia  a  carico  degli  enti  locali,  altri  a  carico  dello 
Stato.  Cosi  in  Inghilterra,  in  Italia,  quasi  generalmente,  in  Ger- 
mania, la  istruzione  primaria  è  a  carico  degli  enti  locali  e  rive- 
ste il  carattere  di  un  servizio  locale. 

La  diffusione  della  cultura  è  un  servizio  di  utilità  generale  : 
pure  negli  stati  più  colti,  come  la  Germania  o  1'  Inghilterra,  se 
ne  occupano  gli  enti  locali.  Affermare  in  tesi  assoluta  che  deva 
occuparsene  lo  Stato  o  devano  occuparsene  gli  enti  locaU,  non 
si  può,  dunque,  non  ostante  le  facili  affermazioni  di  molti  autori. 

Sono  in  generale,  la  tradizioni  storiche  di  ciascun  paese  che 
più  agiscono  sulla  differente  attività  dello  Stato  e  degli  enti 
locali  :  onde  ninna  ripartizione  logica  è  possibile  fra  spese  di 
Stato  e  spese  locali  fuori  quelle  per.  alcune  grandi  funzioni.  La 
rappresentanza  all'estero,  la  difesa  militare,  1'  amministrazione 
delle  colonie,  sono,  in  generale,  per  necessità,  servizi  di  Stato  : 
la  sicurezza  intema  e  la  giustizia  invece,  se  sono  attribuzioni 
essenziali  dello  Stato,  non  sono  quasi  mai  interamente  a  suo 
carico.  Le  altre  spese  sono  in  ogni  paese  in  diversa  misura  a 
carico  dello  Stato  o  degli  enti  locali.  Teoricamente  il  princi- 
pio dell'interesse  generale  e  dell'interesse  particolare  indica 
la  divisione  fra  le  spese  dello  Stato  e  le  spese  locali  :  in  prati- 
ca una  ripartizione  rigida  è  assai  difficile  e  vi  è  situazione  dif- 
ferente fra  stati  unitari  e  stati  federaH,  stati  con  tradizioni 
storiche  unitarie  e  accentratrici,  come  la  Francia,  e  stati  ove 
è  esistito  per  gran  tempo  un  grande  sviluppo  della  vita  locale  *. 

*  Così  esistevano,  appena  venti   anni  or  sono,  differenze  profonde  : 


202  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    I. 

Le  spese  degli  enti  locali  sono  proporzionalmente  minori  in 
Francia,  proporzionalmente  maggiori  in  Inghilterra:  l'Italia 
appare  in  una  situazione  intermedia  *. 

Gli  stati  federali,  come  gli  Stati  Uniti  di  America  e  la  Germa- 
nia, presentano  grande  sviluppo  di  spese  di  Stato,  perchè  oltre 
il  governo  federale,  vi  è  il  governo  dei  singoli  stati  che  hanno 
azione  prevalentemente  economica  e  in  minor  parte  politica. 


Spese  degli  enti  locali 
Spese       Spese  per  ogni  loo 

centrali     locali      di  spese  dello  Stato 

Italia  :  1902-3;  Stato  ed  enti  locali 

(milioni  di   lire) 1695         695  41% 

Gran  Brettagna  :  1898-99  (mi- 
lioni di  sterline) 108  91  84% 

Svezia  :  1897  comuni;  1898  Sta- 
to (milioni  di  corone)    ....  126  78  71% 

Germania:  1900  (milioni  di  fran- 
chi) Stato  federale  e  Stati  co- 
muni            7243         835  13% 

Francia  :  Stato  1901.  diparti-, 
menti  1899,  comuni  1900  (in 
milioni  di  franchi)  .....  3554         761  21% 

Belgio  :  1899  (in  milioni  di  fran- 
chi)    578         193  33% 

Negli  ultimi  anni  però  le  proporzioni  sono  alquanto  mutate. 

Alla  vigilia  della  guerra  in  Inghilterra  le  spese  degli  enti  locali  tende- 
vano ormai  a  raggiungere  le  spese  dello  Stato.  Dopo  la  guerra  le  spese 
locali  sono  molto  aumentate,  ma  sono  anche  più  aumentate  le  spese 
dello  Stato. 

*  Su  questa  materia  cfr.  i  dettagliati  studi  della  Royal  commission  on 
locai  taxation.  Memoranda  chiefly  relating  to  the  classification  and  inci- 
dence  on  imperiai  and  locai  taxes  :  London,  1899.  Cfr.  pure  :  B  a  s  t  a  b  1  e: 
F inance,  libro  I,  cap.  VII;  Goodnow:  Locai  Government  in  Prussia 
in  Politicai  science  Quaterly,  IV,  648-666;  De  P  a  r  i  e  u  :  Principes  de 
science  politique.  cap.  VII. 


LIBRO  IL 
LE  ENTRATE  ORDINARIE  DELLO  STATO 


PARTE  I. 

IL    DEMANIO    E    LE   TASSE. 

I. 

Il''demanio  fiscale. 

8 1.  Le  entrate  ordinarie  dello  Stato  sono,  come  si  è  detto, 
originarie  e  derivate  :  fra  le  prime  sono  le  entrate  demaniali. 
Lo  Stato  in  ogni  paese  possiede  una  massa  rilevante  di  beni, 
una  vasta  azienda  da  amministrare,  un'  azienda  da  cui  ricava 
reddito  e  che  amministra  come  qualsiasi  privato  :  quest'azien- 
da è  il  demanio  fiscale  o  privato  *.  Ma  a  differenza  dei  privati 
cittadini,  lo  Stato  possiede  per  ragioni  di  utilità  pubblica  mol- 
ti beni  da  cui  non  ricava  reddito,  o  da  cui  non  si  propone  di 
ricavarne  ;  mezzi  di  comunicazioni,  istituti  di  cultura,  ecc. 
da  cui  piuttosto  che  ricavare  benefizio  alcuno  gli  derivano 
spesso  perdite  rilevanti:  questo  insieme  di  beni  è  il  demanio 
pubblico. 

Si  suol  dire  che  la  differenza  fra  il  demanio  pubblico  e  U 
demanio  privato  è  non  solo  nella  loro  destinazione,  ma  nella 
loro  natura  :  il  demanio  pubblico  è  imprescrittibile,  inaliena- 
bile, infruttifero  e  i  cittadini  ne  godono  uti  singuli  ;    il   dema- 


*  Demanio,  secondo  Roscher,  deriva  da  doma,  e  originariamente  e- 
sprimeva,  nel  latino  medioevale,  Vager  praedialis  :  allora  infatti  il  dema- 
nio (demaniutn)  era  costituito  sopra  tutto  dai  beni  territoriali. 


2o6  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO    II. 

nio  privato  è  prescrittibile,  alienabile,  fruttifero  e  i  cittadini 
ne  godono  uti  universi.  A  rigore  di  termini  questa  differenza  non 
è  evidente,  né  sempre  vera.  La  differenza  fondamentale  è 
invece  di  carattere  economico.  I  beni  patrimoniali  o  di  dema- 
nio privato  dello  Stato  non  sono  beni  diretti,  bensì  concorro- 
no alle  entrate  dello  Stato,  alla  produzione  dei  pubblici  ser- 
vizi: sono  quindi  beni  strumentali.  I  beni  di  demanio  pubblico 
sono  mezzi  immediati  per  la  soddisfazione  di  bisogni  dei  cit- 
tadini, beni  diretti,  beni  di  consumo  in  altri  termini  e  non  di 
produzione.  Gli  attributi  che  ne  derivano  sono  la  conseguenza 
di  questo  fatto. 

L' inalienabilità  va  intesa^  solo  in  senso  relativo:  poiché  se 
essa  è  un  ostacolo  a  tutti  gli  atti  che  possono  minacciare  la 
destinazione  dell'oggetto  di  demanio  pubblico,  non  può  es- 
sere per  quegli  atti  che  non  le  nocciono.  Cosi,  per  il  fatto  stes- 
so che  il  demanio  pubblico  è  fuori  commercio,  é  inalienabile; 
ma  l'inelienabilità  dura  solo  fino  a  quando  il  bene  demaniale 
conserva  il  suo  carattere  di  utilità  pubblica.  Se  perde  questo 
carattere  può  esser  alienato  nei  modi  e  nelle  forme  che  le  leggi 
stabiliscono.  Così,  se  una  strada  non  ha  più  ragione  di  essere,  può 
cessare  di  far  parte  del  demanio  pubblico  ed  essere  alienata. 

Si  dice  che  i  beni  di  demanio  privato  sono  fruttiferi,  infrut- 
tiferi quelli  di  demanio  pubblico.  Anche  ciò  va  inteso  in 
senso  assai  limitato.  Certo  un  ponte  costruito  dallo  Stato  per 
il  passaggio  di  un  fiume  appartiene  al  demanio  pubblico  : 
esso  rende  nulla  allo  Stato  ed  è  per  sua  natura  inalienabile. 
Inoltre  i  cittadini  ne  godono  uti  singuli  ;  e  ne  godono  sopra 
tutto  quelli  di  una  determinata  zona.  Un  bosco  posseduto 
dallo  Stato  appartiene  al  suo  patrimonio,  cioè  al  suo  demanio 
privato  :  lo  Stato  ne  ricava  un  reddito  e  può,  se  crede  che  gli 
convenga,  aUenarlo.  Inoltre  i  cittadini  ne  godono  uti  universi 
nel  senso  che  il  reddito  del  bosco  va  nella  massa  delle  entrate  ed 
è  destinato  quindi  a  provvedere  a  bisogni  collettivi.  Ma  non  può 
dirsi  in  senso  assoluto  che  il  demanio  pubblico  sia  infruttifero 
e  fruttifero  il  demanio  privato.  Un  museo  é  senza  dubbio  di 
demanio  pubblico:  ciò  non  toglie  che  il  governo  possa  rica- 
varne un  reddito  imponendo  una  tassa  di  entrata.  Una  strada 
è  demanio  pubblico:  lo  Stato  può  ricavare  dalla  vendita  degli 


CAP.    t.]  tL   DEMAJs^IO  207 

alberi  che  la  fiancheggiano  un  reddito.  Viceversa  un  bosco 
è  demanio  privato  e  può  non  render  nulla,  ed  anche  essere 
passivo  e  nondimeno  può  avere  lo  Stato  interesse  a  conservarlo. 

La  differenza  fra  demanio  pubblico  o  privato  par  chiara: 
pure  nella  pratica  molte  volte  è  assai  difficile  distinguere. 
In  fondo,  il  demanio  pubblico  è  costituito  dall'insieme  dei 
beni  pubblici  di  cui  i  cittadini  godono  direttamente  :  il  dema- 
nio privato  è  costituito  da  quei  beni  che  assicurano  un  reddito 
e  che  quindi  sono  di  utilità  mediata. 

Più  che  in  altro,  il  fondamento  di  ogni  distinzione  sta  nella 
natura  economica  dei  beni.  Qualche  volta  uno  stesso  bene 
può  avere  entrambi  i  requisiti.  Un  porto  commerciale  è  un  bene 
di  demanio  pubblico;  ma  se  le  navi  che  entrano  in  esso  pagano 
un  tanto  per  tonnellata  o  per  viaggiatore,  allora  vi  è  un  bene- 
fizio che  sarebbe  particolare  dei  beni  patrimoniali.  Così  è  di  un 
ponte  su  cui  lo  Stato  o  un  comune  mettano  un  pedaggio.  L'ina- 
lienabilità per  il  demanio  pubblico  non  è,  come  abbiamo  visto, 
un  requisito  essenziale:  o  almeno  non  va  intesa  in  senso  lato. 
Nulla  vieta  che,  per  ragioni  di  convenienza  economica,  anche 
un  bene  di  demanio  pubblico  sia  alienato.  La  stessa  cosa  è  a 
dire  del  secondo  requisito,  secondo  cui  il  demanio  pubblico  è 
infruttifero. 

Oltre  il  demanio  pubblico  e  il  demanio  privato,  vi  è  una  forma 
intermedia,  che  costituisce  un  vero  demanio  semipubblico,  in 
quanto  partecipa  dell'uno  o  dell'altro.  Così  sono  tutte  le  grandi 
intraprese  create  in  vista  di  un  pubblico  interesse,  indipen- 
dentemente da  ogni  idea  di  guadagno,  ma  che  riescono  non- 
dimeno a  produrre  entrate  finanziarie  spesso  assai  importanti 
come  nel  caso  delle  ferrovie.  Molti  giuristi  sostengono  che 
nei  beni  di  demanio  pubblico  lo  Stato  non  abbia  vera  pro- 
prietà, ma  assai  più  accettabile  è  la  idea  che  i  beni  di  demanio 
pubblico  siano  una  vera  proprietà  collettiva  in  vista  di  scopi 
di  utilità  generale.  La  distinzione  fra  il  demanio  pubblico  e  il 
privato  si  fonda  dunque  sulla  esistenza  di  beni  che  servono  o 
mediatamente  o  immediatamente  alla  soddisfazione  di  bisogni 
dei  cittadini.  L'utilità  che  deriva  dal  demanio  privato  è  una 
utilità  diretta:  l'utilità  che  deriva  dal  demanio  pubblico  è  in- 
diretta e  dipende  dallo  impiego  che  si  fa  di  un  bene.  Ora  può 


208  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

accadere,  e  accade  benissimo  nella  realtà  che  uno  stesso  bene 
abbia  nel  medesimo  tempo  una  utilità  diretta  e  una  indiretta, 
che  abbia  quindi  carattere  di  demanio  privato  e  di  demanio 
pubblico.  Un  museo  è  costruito  in  vista  di  scopi  di  cultura, 
allo  stesso  modo  che  una  strada  è  costruita  per  agevolare  le 
comunicazioni;  ma  se  nel  primo  vi  sono  entrate  a  pagamento, 
il  guadagno  che  vi  si  ricava  viene  a  dare  alla  istituzione  pub- 
blica carattere  di  bene  patrimoniale.  La  natura  dei  singoli  beni 
ne  determina  la  diversità  dell'uso,  e  nel  diverso  impiego  è  la 
differenza  essenziale  fra  demanio  pubblico  e  privato.  Se  la  na- 
tura dei  beni  viene  a  mutare,  perchè  i  bisogni  mutano,  anche 
il  demanio  pubblico  diventa  privato  o  viceversa.  In  alcuni  casi 
la  destinazione  a  uso  pubblico  è  determinata  dalla  natura  stessa 
dei  beni;  in  altri  è  volontaria  e  imposta  dalla  legge.  Ma  in 
fondo,  la  differenza  tra  le  due  forme  demaniali  ha  la  sua  base 
sempre  nella  forma  di  utilità  dei  singoli  beni.  Se  fortificazioni 
militari,  che  sono  di  demanio  pubbhco,  diventano  inutili  per 
lo  scopo  che  le  avea  fatte  sorgere,  possono  essere  bene  date  in 
fitto,  come  case  di  abitazione,  e  diventare  di  demanio  privato* , 
Le  proporzioni  tra  il  demanio  pubblico  e  il  demanio  fiscale 
sono  singolarmente  mutate.  Fino  a  qualche  secolo  fa  lo  Stato 
traeva  le  sue  entrate  sopra  tutto  dai  beni  patrimoniali  :  bo- 
schi, terre,  domini  fondiari  di  ogni  natura.  Viceversa  allora  il 
demanio  pubblico  era  molto  minore  che  ora  non  sia.  La  causa 
principale  di  questo  fatto  è  nell'abolizione  della  feudalità.  Nel 
sistema  feudale,  il  sovrano,  primo  tra  i  baroni,  era  a  sua  vol- 
ta il  più  grande  feudatario.   Ora,   l'accrescimento  della  popola- 


*  La  larghissima  letteratura  sulla  questione  si  trova  in  R  a  n  e  1 1  e  t- 
t  i  :  Concetto,  natura  e  limiti  del  demanio  pubblico,  Torino,  1897-99  e  Del- 
la formazione  e  cessazione  della  demanialità.  Torino  1899,  inoltre  Leroy 
B  e  a  1  i  e  u  :  op.  cit.  voi.  I  ;  Persico:  Principi  di  diritto  amministra^ 
tivo  voi.  II,  pag.  13-21  e  seg.  ;  Proudhon:  Tratte  du  domaine  public. 
Bruxelles,  1835  ;  RiccaSalerno:o/>.  cit.,  titolo  i,  cap.  I  ;  M  e  1  u  c- 
c  i  :  Istituzioni  di  diritto  amministrativo,  Torino  1902,  3.  ediz  ;  R  i  m  - 
p  1  e  r  :  articolo  Domànen  neW Handìvorterbuch  der  Staatsivissenschaften. 
Iena.  1891  ;  Mayer:  Deutsches  Verzaaltungsrecht.  Leipzig  1896.  voi. 
II  §  35  e  voi.  Ili  pag.  71-81  ;  De  Bernardi:  Il  demanio  patrimonia- 
le, Città  di  Castello  1907. 


GAP.   1.]  IL  DEMANIO  iOQ 

zione,  determinando  la  fine  della  economia  feudale,  poi  che 
non  era  più  consentito  provvedere  ai  nuovi  bisogni  con  le  for- 
me di  produzione  antica,  produsse  le  attuali  forme  di  proprietà. 

Ancora,  nel  1685,  secondo  Macaulay,  tutte  le  imposte  da- 
vano in  Inghilterra  allo  Stato  1,400,000  sterline  :  cioè  35  mi- 
lioni di  Hre.  Allora  le  entrate  del  demanio  privato  potevano 
avere  una  parte  preponderante  :  ora  con  gli  enormi  bilanci 
moderni  i  redditi  patrimoniaU  non  rappresentano  che  una  del- 
le entrate  e  non  certo,  almeno  nella  maggior  parte  degli  stati, 
la   maggiore. 

Il  provento  dei  beni  di  demanio  privato,  che  era  in  Inghil- 
terra grandissimo,  ora  è  minimo.  In  Francia  e  in  Italia  la  di- 
minuzione dei  beni  patrimoniaU  si  può  dire  sia  stata  per  mol- 
ti anni  costante  :  solamente  da  pochi  anni  sorgono  e  si  svilup- 
pano nuove  forme  di  demanio. 

82.  Non  però  questo  fatto  avviene  nella  stessa  misura  : 
ne  in  tutti  gli  stati.  Secondo  un  calcolo  di  poco  anteriore  alla 
guerra,  in  tutti  gli  stati  tedeschi  il  demanio  e  gli  esercizi  indu- 
striali rappresentavano  poco  meno  che  la  metà  di  tutte  le  en- 
trate. 

Caratteristico  il  fatto  di  alcuni  paesi  nuovi,  come  il  Chili,  i 
quali,  senza  creare  vaste  aziende  demaniali,  riescono  a  colpi- 
re l'esportazione  di  un  prodotto,  che  potrebbero  monopoliz- 
zare. Così  il  Chili  ricava  la  più  gran  parte  delle  sue  risorse  fi- 
nanziarie, quasi  la  metà,  dalla  esportazione  del  nitrato. 

Quasi  sempre  si  parla  dagli  scrittori  finanziari  della  diminu- 
zione del  demanio  privato  come  di  un  fatto  spontaneo  o  ne- 
cessario. Noi  dubitiamo  molto  di  queste  affermazioni  :  e  le 
ragioni  per  dubitarne  sono  molteplici.  Senza  dubbio  alcunte 
forme  di  demanio  privato  diminuiscono.  Ma  assai  probabil- 
mente vi  saranno  in  avvenire  altre  forme  di  demanio  privato 
che  nel  passato  non  erano  né  meno  previste  :  è  anche  assai  fa- 
cile che  queste  nuove  forme  abbiano  uno  sviluppo  grandissimo. 

Anche  qua,  come  in  ogni  altra  cosa,  vi  è  ciò  che  cade,  ciò  che 
si  trasforma,  ciò  che  sorge.  In  passato,  il  demanio  fondiario 
era  l'elemento  principale  della  finanza  delle  vecchie  dinastie  : 
alla  fine  del  XVI  secolo,  Bodin  scriveva  che  di  tutte  le  entrate 
pubbliche  la  più  giusta  e  la  più  certa   era   quella  del  demanio 

N  i  t  t  i.  r. 


2lO  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

fondiario  *.  Adamo  Smith  ha  pagine  eloquenti  contro  le  ter- 
re pubbliche,  che  erano  mal  coltivate,  male  amministrate,  as- 
sai poco  produttive*  * .  Malgrado  le  calde  difese,  che  alcuni  teo- 
rici tedeschi  fecero  del  demanio  fondiario  t,  la  maggior  par- 
te degli  stati,  la  Francia,  l'Inghilterra,  la  Prussia,  la  Baviera, 
l'Austria,  vendettero  mano  mano  le  loro  terre.  Così  che  oggi 
il  demanio  fondiario  non  ha  alcuna  importanza.  Ogni  forma 
comunistica  tende  a  ridurre  la  produzione  e  a  limitarla  :  non 
vi  è  che  l'interesse  individuale  che  pieghi  durevolmente  gli 
uomini  alla  dura  disciplina  del  lavoro. 

Diversa  e  ben  più  grande  importanza  ha,  e  deve  sovra  tutto 
avere,  oggi  il  demanio  boschivo. 

Quando  si  tratti  di  boschi,  l'amministrazione  è  relativamente 
semplice.  Lo  Stato,  in  questo  caso,  esige  facilmente  i  suoi  red- 
diti; e  può  giovarsi  della  rendita  fondiaria,  derivante  dall'au- 
mento della  popolazione.  Il  capitale  di  esercizio  nella  industria 
boschiva  è  generalmente  non  grande,  anche  trattandosi  di 
vastissime  superficie.  L'industria  boschiva  può  essere  migliorata 
solo  assai  limitatamente  :  la  sua  produttività  incontra  ostacoli 
naturali.  Se  l'industria  boschiva  è  molto  limitata  nel  suo  ren- 
dimento, per  giunta  non  può  essere  portata  alla  maggiore  pro- 
duttività se  non  da  chi  abbia  la  possibilità  di  attendere  :  un 
taglio  prematuro  o  troppo  abbondante  non  assorbe  il  reddito, 
ma  intacca  profondamente  il  capitale.  Cosi  lo  Stato  è,  natural- 
mente, il  più  adatto  e  migliore  proprietario  dei  boschi.  La  fun- 
zione dei  boschi  essendo  inoltre  importantissima  cosi  dal  punto 
di  vista  climatico,  idrologico,  geologico  (e  fra  breve  anche,  per 
conseguenza,  dal  punto  di  vista  della  conservazione  della  forza, 
rappresentata  dalle  cadute  di  acqua,  che  si  trasformano  in  elet- 
tricità) quasi  tutti  i  paesi  han  cercato  o  di  sviluppare  il  loro 
demanio  boschivo  o  di  creare  vincoli  forestali,  per  impedire  di- 
sboscamenti dannosi.  I  boschi   sono,  per  chi  possa  attendere 


*  B  o  d  i  n  :  Les  six  livres  de  la  République,  VI.  2. 

*♦  Smith:  Vealth  0/  Nations,  Libro  V,  Cap.  II. 

t  Sulla  questione  dei  demani  fondiari  conf.  R  a  u  ,  Finanzwissenshaft. 
Ediz.  1864,  §  94  e  seg.  Wagner,  Finanzwissenshaft,  I;  §  219  e  220, 
E  h  e  b  e  r  g,  Finanzwissenshajt,  io  edizione,  pag.  So  e  seg. 


GAP.    I.j  IL    DEMANIO  2tl 

lungamente  e  sappia  coltivarli,  una  delle  industrie  più  benefi- 
che, date  le  condizioni  attuali  della  produzione  :  sopra  tutto 
per  chi  possa  sfruttarli  in  modo  che  si  rinnovino  periodica- 
mente. E  in  Italia  è  stato  non  poco  male  la  vendita  tumultua- 
ria fatta  dallo  Stato. 

In  passato,  gli  stati  si  dettero  ad  un  disboschimento  incon- 
siderato. Spesso  il  provento  delle  vendite  dei  boschi  serviva  a 
riparare  disastri  politici,  come  in  Francia,  nel  1814,  dopo  la 
caduta  dell'Impero  ;  nel  1830,  dopo  la  rivoluzione  di  luglio, 
nel  1848,  dopo  la  rivoluzione  di  quell'anno.  Tra  il  18 14  e  il 
1868  si  sono  venduti  in  Francia  352  mila  ettari  delle  migliori 
foreste  e  lo  Stato  non  ha  ricavato  che  appena  300  milioni  di 
lire.  Ha  venduto  sino  al  1820  la  Prussia:  ha  venduto  l'Austria, 
ha  venduto  la  Baviera  :  il  bosco  era  un  mezzo  facile  di  far  de- 
naro. Ora  non  si  vende  più  :  si  ricostituisce,  invece  :  al  periodo 
della  dissipazione  succede  quello  della  preoccupazione. 

Vi  sono  paesi  in  cui  il  demanio  forestale  è  molto  esteso  e 
contribuisce  in  modo  assai  importante  alle  entrate  pubbliche: 
sono  sovra  tutto  i  paesi  germanici.  La  Prussia  ha  un  demanio 
forestale  di  2,760.000  ettari;  la  Baviera  ha  852  mila  ettari  di  fo- 
reste di  stato  ;  il  Wiirttemberg  ha  187  mila  ettari  di  bosco; 
il  Saxe  ha  169  mila  ettari  boschivi.  L'Ungheria  aveva,  prima 
della  guerra,  un  demanio  forestale  di  1. 160.00  ettari  e  l'Austria 
uno  di  717  mila  ettari,  lutti  questi  paesi  si  preoccupano  di 
conservare  i  loro  boschi  ;  e  si  preoccupano  non  solo  i  paesi 
vecchi,  anche  i  nuovi.  Gli  Stati  Uniti,  infatti,  hanno  costituita 
una  riserva  forestale  nazionale  che  comprende  bene  8.680.206 
acri  di  boschi,  ai  quali  non  è  lecito  recare  offesa.  Il  problema 
della  conservazione  del  demanio  forestale  è  così  uno  dei  più 
preoccupanti  dell'ora  presente. 

Le  miniere  sono  invece  di  amministrazione  assai  più  difficile, 
poiché  i  progressi  della  tecnica  sono,  per  quanto  le  riguarda, 
continui  e  numerosi.  Fino  a  quando  la  coltivazione  di  esse  era 
superficiale  si  poteva  sfruttarle  con  difficoltà  tenui;  ma  dopo 
che  l'estrazione  del  minerale  è  diventata  più  profonda  e  più 
difficile,  le  difficoltà  sono  di  gran  lunga  cresciute.  Sono  sem- 
pre gli  stati  tedeschi  che  hanno  il  maggior  demanio  minerario, 
da  cui  ricavano  entrate  importanti.  L'  Impero   Germanico  pos- 


212  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [lIBRO    ÌI. 

siede  un  centinaio  di  miniere  di  carbone  e  di  ferro,  oltre  a  quelle 
di  minerale  meno  importante.  In  Italia  lo  Stato  ricava  circa 
I  milione,  ma  l'Italia  ha  una  ricchezza  mineraria  molto  tenue, 
quando  si  confronti  a  quella  dell'Inghilterra,  della  Germania, 
del  Belgio,  della  Russia  e  della  Francia. 

83.  Fino  a  poco  tempo  fa  tutte  le  industrie  sono  state 
fatte  esclusivamente  di  ferro  e  nutrite  di  carbone  ;  il  carbone  è 
stato  l'alimento  delle  macchine,  il  vapore  la  grande  forza  mo- 
trice. Ma  da  pochi  anni  a  questa  parte  una  nuova  e  immensa 
forza  si  è  rivelata  e  ha  sbalordito  il  mondo  con  le  sue  applica- 
zioni :  la  elettricità;  prodotta  o  producibile  senza  consumo  di 
materiale  dalle  cadute  di  acqua  e  trasmissibile  anche  a  grande 
distanza.  La  elettricità  si  piega  a  tutto  :  può  fornire  50  mila  ca- 
valli a  un  acciaieria  e  muovere  i  meccanismi  più  potenti;  e  può 
dall'altra  parte  dare  un  sedicesimo  cavallo  di  forza  a  una  pic- 
cola industria  domiciliare;  può  muovere  grandi  locomotive  e 
trasformarsi  in  luce  in  una  piccolissima  candela. 

Or  vi  sono  alcuni  paesi  in  Europa  che  possiedono  grandi  masse 
di  energia  idraulica  ;  ne  possiedono  in  più  grande  misura  l'Italia, 
la  Francia,  la  Svizzera,  la  Svezia  e  la  Norvegia.  L'Italia,  relati- 
vamente al  territorio,  ne  ha  più  di  tutti  gli  altri  grandi  paesi  : 
poiché,  avendo  un  territorio  che  rappresenta  circa  tré  quinti  di 
quello  della  Francia,  ha  forze  idrauliche  per  lo  meno  eguali  e  pre- 
senta un  vantaggio  grandissimo:  ed  è  che  queste  forze  sono  spar- 
se su  quasi  tutto  il  territorio  nazionale  e  non  concentrate  solo  in 
una  o  due  zone.  Così,  mentre  l'Italia  é  stata  ed  é  poverissima  di 
carbone,  é  ricchissima  di  forze  idrauliche.  Circa  3  milioni  di 
energia  idraulica  attendono  di  essere  utilizzati  :  e  possono,  con 
grandi  lavori  di  derivazione,  essere  utilizzati  e  prodotti  in  tutto 
oltre  6  milioni  di  cavalli.  Forza  ingente  e  grandiosa  quando  si 
pensi  che  l'Italia  attualmente  ha  dalle  caldaie  a  vapore  nelle  in- 
dustrie, nell'agricoltura,  nelle  ferrovie  appena  i  milione  di  ca- 
valli, e  per  procurarsi  il  carbone  per  produrli,  spendeva  prima 
della  guerra,  150  e  200  milioni  e  spenderebbe  assai  di  più.  anche 
quando  tornassero  i  prezzi  di  prima  della  guerra,  se  non  po- 
tesse fare  a  meno  del  carbone.  Ora  a  1000  lire  per  cavallo  1'  uti- 
lizzazione di  I  milione  di  cavalli  di  forza  non  costerebbe  che  un 
miliardo.   Un  miliardo  al  5  7o  rappresenta  appena  50  milioni 


CAP.    I.]  IL    DEMANIO    IDRAULICO  2I3 

all'anno;  ora  l'Italia  spendeva  all'esterno  150  a  200  milioni  per 
procurarsi  una  forza  inferiore  a  quella  che  avrebbe  avuto  spen- 
dendo all'interno  50  milioni  all'anno.  Ma  i  grandi  corsi  d'acqua 
sono  proprietà  collettiva:  nessuno  può  mettere  in  dubbio  che  i 
fiumi,  i  torrenti,  i  laghi  formino  quella  vasta  massa  di  acque  pub- 
bliche che  appartiene  allo  Stato.  Se  le  cadute  di  acqua  sono  pro- 
prietà collettiva,  le  grandi  forze  che  essi  producono  e  che  rappre- 
sentano una  ricchezza  pari  o  superiore  a  quella  sviluppata  da 
grandissime  miniere  di  carbone,  sono  senza  dubbio  proprietà 
della  nazione  intera.  È  un  problema  che  si  presenta  in  forma  nuo- 
vissima e  che  l'Italia  ha  più  degli  altri  paesi  la  necessità  di  af- 
frontare e  di  risolvere:  ed  è  un  problema  che  non  può  essere  riso- 
luto se  non  tenendo  presenti  le]forme  nuove  in  cui  esso  si  presenta. 

La  demanializzazione  e  nazionalizzazione  della  forza  idraulica 
si  presenta  in  forma  assai  differente  della  nazionalizzazione  delle 
miniere  di  carbone  :  ed  è  torto  di  molti  confondere  questi  due 
problemi  di  natura  diversissima.  L'  esercizio  di  una  miniera  ri- 
chiede mezzi  tecnici  assai  progrediti  ;  varia  sempre  ;  è  una  vera 
industria  nel  senso  che,  in  regime  di  concorrenza,  il  prezzo  non 
può  essere  predeterminato.  In  una  miniera  l'opera  quotidiana 
di  produzione  non  si  arresta  mai  :  anzi  l'indomani  è  sempre  più 
difficile  poiché  bisogna  scendere  sempre  a  più  grandi  profondità. 
Invece  la  quantità  di  energia  che  si  può  produrre  dalle  cadute 
d'acqua  è  conosciuta  precedentemente  :  le  forme  di  appropria- 
zione sono  poco  mutevoli.  Inoltre,  e  questa  è  sopra  tutto  la 
grande  differenza,  fatti  gli  impianti  per  la  produzione  e  il  tra- 
sporto della  energia,  non  rimane  che  a  esercitarli:  cioè  una  sem- 
plice opera  di  sorveglianza  e  di  amministrazione.  Si  aggiunga 
che  nella  nazionalizzazione  delle  energie  idrauliche  lo  Stato  non 
deprime  alcuna  attività  individuale  in  quanto  non  esercita, 
né  protegge  l'industria  :  esso  fornisce  la  forza  come  può  fornire 
la  strada,  cioè  il  mezzo. 

x\ttualmente  la  legislazione  delle  acque  pubbliche  é  ancora 
incerta.  Ma  poi  che  non  si  può  più  dubitare  che  la  sostituzione 
della  elettricità  al  vapore  sia  continua, così  avverrà  che  un  giorno 
la  elettricità  dovrà  in  gran  parte  sostituirlo.  Il  giorno  in  cui  il 
carbone  (chiusa  l'era  dei  prezzi  di  guerra)  si  venderà  nel  Me- 
diterraneo a  50  lire  per  tonnellata  e  lo  Stato  italiano  possederà 


214  SCIENZA  DFXLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

immensi  impianti  idroelettrici,  potrà  ricavare  la  più  gran  parte 
delle  sue  entrate  demaniali  da  questa  nuovissima  forma  di  de- 
manio. Infatti  il  giorno  in  cui  si  potesse  avere  la  forza  più  a  buon 
mercato  degli  altri  paesi  e  vendere  all'industria  privata  il  ca- 
vallo idroelettrico  a  50  o  75  lire  in  più  del  costo,  la  utilizzazione 
di  2  milioni  di  cavalli  significherebbe  per  lo  Stato  una  entrata 
imponente.  Così  in  alcuni  paesi,  come  l'Italia,  la  finanza  dello 
avvenire  ci  riserba  forme  nuove:  e  sarà  una  forma  di  demanio 
che  tornerà  a  essere  la  base  delle  entrate  dello  Stato.  E  dove 
pareva  che  le  entrate  demaniali  fossero  destinate  a  diminuire 
per  sempre,  saranno  le  forme  nuovissime  di  demanio  che 
muteranno  le  basi  del  bilancio  di  qualche  stato.  Ciò  servirà 
ancora  uh  volta  a  dimostrare  come  le  previsioni  in  questa 
materia  siano  estremamente  difficili  *. 

Si  tratta  di  un  demanio  di  durata  indefinita.  Le  miniere  di 
carbone  della  Prussia  dovranno  pure  finire  un  giorno  ;  ma  le 
acque  eternamente  cadenti  dalle  scaturigini  dei  monti ,  dai 
ghiacciai  alpini,  dalle  lunghe  catene  dell'Appennino  si  rinno- 
veranno sempre  come  la  vita. 

84.  Inoltre  aumenta  ogni  giorno  nelle  nostre  società,  anche 
nelle  più  individualiste,  la  ricchezza  comune  e  indivisa:  il  dema- 
nio pubblico  vi  assume  forme  sempre  più  varie.  Demanio  pubbli- 
co della  navigazione  interna,  demanio  pubblico  della  viabilità, 
demanio  pubblico  monumentale  e  degli  istituti  d'istruzione,  ecc., 
è  quasi  impossibile  continuare  in  una  classifica  che  sarebbe  inter- 
minabile. Ogni  giorno  la  proprietà  comune  e  indivisa,  posseduta 
dallo  Stato  e  dagli  enti  amministrativi,  cresce  in  forma  vertigi- 
nosa. Un  inventario  del  demanio  pubblico  non  può  essere  che 
un  semplice  elenco  ;  o  al  massimo  può  contenere  la  indicazione 

*  Il  progetto  di  nazionalizzazione  delle  forze  idrauliche  è  sostenuto 
largamente  da  N  i  t  t  i  :  L^  forze  idrauliche  dell'Italia  e  la  loro  utilizzazio- 
ne, Napoli,  1901;  Nuove  ricerche  sulle  forze  idrauliche  dell'  Italia,  Napoli, 
1902  ;  La  conquista  della  forza  Torino,  1903.  L'Italia  ha  una  situazione 
singolare.  Relativamente  al  territorio  è  il  paese  che  ha  più  forze  idrau- 
liche da  utilizzare.  Le  acque  del  Nord  hanno  la  massima  magra  in  in- 
verno, a  causa  della  costituzione  alpina  ;  le  acque  del  Sud  hanno  la  mas- 
sima magra  in  estate.  Con  un  sistema  di  serbatoi  e  laghi  artificiali  è 
possibile .  distribuire  continuativamente  l'energia  idroelettrica  in  tutta 
la  penisola. 


CAP.  II.]  LE  TASSE  215 

delle  spese  fatte  per  lunghe  opere  :  trattandosi  di  beni  fuori 
commercio  è  impossibile  indicare  il  valore  complessivo  di  essi. 
Fra  40  o  50  anni,  quando  le  grandi  concessioni  saranno  tutte  o 
quasi  scadute,  e  faranno  ritorno  allo  Stato  e  agli  enti  locali  i 
grandi  mezzi  di  comunicazione  o  di  trasporto,  gli  acquedotti, 
i  mezzi  di  illuminazione,  ecc.  la  proprietà  comune  e  indivisa 
crescerà  ancora  sterminatamente. 

Questo  fatto  non  è  particolare  di  uno  Stato  o  di  un  altro, 
ma  è  generale  ;  e  coloro  che  ci  seguiranno  troveranno  il  capi- 
tale ammortizzato  di  opere  grandiose  e  godranno  di  un  capitale 
comune  che  rappresenterà  una  cifra  immensa.  È  anche  prevedi- 
bile che  la  ricchezza  privata  non  avrà  nei  paesi  vecchi  la  stessa 
potenza  di  sviluppo  :  cosi  le  proporzioni  tra  la  ricchezza  pubblica 
e  la  privata  saranno  singolarmente  mutate  e  la  società  avrà  una 
diversa  conformazione  e  il  regime  finanziario  si  baserà  sulle  en- 
trate demaniali  molto  più  che  non  si  basi  ora. 

IL 

Le  tasse. 

85.  Il  demanio  fiscale  ha,  come  si  è  detto,  carattere  spic- 
cato di  entrata  di  diritto  privato  :  le  imposte  sono  vere  entrate 
di  diritto  pubblico.  Ma  fra  le  une  e  l'altro  vi  è  una  categoria 
intermedia  di  entrate:  le  tasse.  Esse  non  sono,  come  le  imposte, 
entrate  assolutamente  di  diritto  pubblico  in  quanto  sono  date 
in  corrispettivo  di  servizi  resi  a  singoli  cittadini  ;  ma  nemmeno 
sono,  come  il  demanio,  entrate  di  diritto  privato.  In  ogni  c^e- 
ra  derivante  dall'  azione  dello  Stato,  è  da  distinguere  la  preva- 
lenza dell'interesse  privato  o  quella  dell'interesse  pubblico. 
La  sicurezza  e  la  difesa  sono  beni  non  divisibili  :  quindi  non  si 
può  provvedere  ad  esse  se  non  con  imposte.  Ma  vi  sono  intra- 
prese dello  Stato  in  cui  si  cerca  solo  o  di  assicurare  la  produzio- 
ne di  un  servizio  al  costo  minore,  o  pure  di  fornire  garanzie  di 
uniformità,  di  fiducia,  di  ordine*,  ecc.  Vi  sono  alcuni  servizi 

*  Fin  da  Adamo  Smith  si  distingueva  tra  imposte  e  tasse  :  ma  è  sopra 
tutto  negli  scrittori  tedeschi  che  la  distinzione  netta  tra  contribuzioni 
particolari  o  tasse  {Gebuhren)  e  contribuzioni  generali  o  imposte  [Steuer] 
è  stata  fatta  meglio. 


2l6  SCIENZA    DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

pubblici  in  cui  è  notevole  la  prevalenza  dell'interesse  privato  ; 
lo  Stato  li  assume  in  questo  caso  in  condizioni  di  monopolio 
e  li  esercita  direttamente,  o  li  fa  esercitare  sotto  la  sua  sorve- 
glianza. In  qualche  caso  vi  è  un  esercizio  diretto  (coniazione 
delle  monete,  posta,  telegrafo,  ecc.)  ;  in  qualche  altro  caso  lo 
Stato  si  riserva  un  controllo  (banche  di  emissione,  esercitate  da 
società  private;  controllo  dei  pesi  e  delle  misure,  ecc.)  D'or- 
dinario queste  intraprese  formavano  in  passato  il  più  grosso 
nucleo  delle  regalie.  Ma  le  regalie  a  loro  volta  avevano  un  carat- 
tere così  vario  che  comprendevano,  insieme  al  demanio  fiscale, 
l'esercizio  di  molti  pubblici  servizi,  che  ora  danno  luogo  soltan- 
to a  tasse.  Nel  caso  del  demanio  fiscale  lo  Stato  esercita  le  in- 
dustrie secondo  le  norme  del  diritto  comune  ;  nel  caso  di  pub- 
blica intrapresa  (monetazione,  posta,  ecc.),  le  esercita  in  forme 
speciali  e  in  condizioni  di  monopolio.  Mentre  nel  regime  di  con- 
correnza il  produttore  non  può  esercitare  un'  azione  diretta 
né  sul  prezzo,  né  sulla  quantità  dell'offerta,  in  regime  di  mo- 
nopolio può  benissimo.  Sono  note  le  due  leggi  di  Cournot  : 
I.  data  la  quantità  di  una  merce  che  un  monopolista  vuole 
vendere,  non  è  arbitrario  il  prezzo  cui  può  venderla;  2.  se  il 
monopolista  stabilisce  il  prezzo,  cui  può  vendere  ogni  parte 
della  sua  merce,  non  è  arbitraria  la  quantità  che  può  vendere. 

Le  più  importanti  intraprese  pubbliche  negli  stati  moderni 
si  riferiscono  ai  mezzi  di  scambio  e  ai  sistemi  di  comunicazio- 
ne e  di  trasporto  di  cui  si  cerca  assicurare  il  più  retto  funziona- 
mento; e  sono,  in  generale,  la  coniazione  delle  monete,  la  emis 
siéne  dei  biglietti  di  banca,  la  posta,  il  telegrafo,  le  ferrovie,  ecc. 
Non  é  indifferente  ricorrere  a  tasse  o  ad  imposte  per  provvedere 
ai  pubblici  servizi  :  é  la  natura  di  questi  ultimi  che  determina 
il  differente  ricorso  alle  une  o  alle  altre. 

Le  tasse  sono  il  corrispettivo  di  un  servizio  ottenuto*  dallo  Sta- 

*  Altri  definisce  le  tasse  come  «  contribuzioni  che  gli  individui,  i  quali 
usano  di  un  pubblico  istituto,  prestano  allo  Stato  in  corrispettivo  di  un 
servizio  conseguito  ».  //  pubblico  istituto  si  ha  «  quando  il  consorzio 
politico  assume  l'esercizio  di  un'attività,  non  per  motivi  economici. ;.  ma 
per  esercitare  esso  una  funzione  che  di  sua  natura  è  pubblica  ».  In  questo 
caso  la  somma  che  il  privato  deve  pagare  per  utilizzare  il  pubblico  isti- 
tuto dicesi  tassa.  Questa  è  da  codesti  scrittori  poi  definita  «il  prezzo  che 


AP.    II.]  LE    TASSE  21 7 

to  o  dagli  enti  locali  ;  mentre  le  imposte  sono  contribuzioni 
generali  pagate  per  servizi  pubblici  indivisibili.  Quando  si  pa- 
ghi una  lira  per  un  telegramma  si  paga  una  tassa,  perchè  si 
riceve  un  servizio  diretto  ;  quando  si  paghi  una  lira  per  fon- 
diaria sui  terreni,  si  paga  in  realtà  una  imposta^  perchè  si  con- 
tribuisce dai  proprietari  della  terra  alle  spese  generali  dello 
Stato. 

La  differenza  appare  evidente  :  pure  nella  pratica  è  assai 
più  diffìcile  che  non  si  pensi.  La  tassa,  sul  disuguale  concorso 
dei  cittadini  ad  alcuni  servizi  pubblici,  implica  il  concetto  che  il 
suo  ammontare  deva  corrispondere  alla  spesa  di  produzione  del 
servizio.  Ma  questa  coincidenza  (a  parte  che  nell'ordinamento 
finanziario  non  sarebbe  mai  possibile  in  modo  assoluto)  nel- 
la pratica,  trattandosi  di  servizi  esercitati  in  monopolio,  è  as- 
sai raro  che  avvenga.  Lo  Stato,  spesso,  tende  dalle  tasse  ad 
avere  vantaggio  finanziario.  D'altra  parte  accade,  se  non  cosi 
spesso,  certo  non  infrequentemente,  che  lo  Stato  spenda  più 
che  non  riceva.  Le  così  dette  tasse  scolastiche,  non  solo  in  Ita- 
lia, ma  in  molti  paesi,  non  compensano  che  in  minima  parte 
le  spese  della  istruzione. 

In  linea  generale  mentre  le  tasse  sono  contribuzioni  per  ser- 
vizi particolari  di  loro  natura  divisibili,  le  imposte  sono  contri- 
buzioni generali  per  il  raggiungimento  di  scopi  collettivi,  o  per 
lo  meno,  per  la  esistenza  di  una  determinata  forma  collettiva. 

il  consorzio  politico  fissa  per  i  servizi  speciali  ch'esso  rende  ai  cittadini  ». 
La  parola  prezzo,  può  dar  luogo  ad  equivoci.  Il  prezzo  è,  in  economia,  la 
espressione  monetaria  del  valore.  La  tassa  in  alcuni  casi  prescinde  addi- 
rittura dal  costo  del  servizio.  Più  esattamente  il  Cossa  chiamava  tasse 
«le  somme  prelevate  dall'autorità  politica  per  provvedere  a  quella  par- 
te delle  spese  pubbliche  che  arreca  vantaggi  particolari  a  singole  cate- 
gorie di  contribuenti  ».  Gli  scrittori  cui  si  accennava,  continuano  divi- 
dendo in  tre  classi  le  tasse  dal  punto  di  vista  finanziario  :  «  delle  quali  la 
prima  comprende  gl'istituti  che  assicurano  un  reddito  netto  all'ente  pub- 
blico; la  seconda  gl'istituti  le  cui  entrate  sono  eguali  alle  spese  di  pro- 
duzione ;  la  terza  gl'istituti  le  cui  entrate  non  bastano  a  pareggiare  le 
spese  di  produzione,  per  cui  si  deve  ad  esse  provvedere  mediante  altre 
entrate  ».  Esempio  della  prima  classe  :  il  servizio  di  verificazione  dei  pe- 
si e  misure  e  saggio  dei  metalli  preziosi,  che  dà  allo  Stato  un  reddito  net- 
to di  2  milioni  all'anno.  (In  questo  caso  si  ha,  almeno  in  parte,  una  im- 
posta mascherata  sul  consumo). 


2l8  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

La  differenza  si  trova  già  teoricamente  nei  vecchi  scrittori  : 
ma  nella  pratica  in  tutti  i  sistemi  finanziari  moderni,  le  clas- 
sifì eazioni  sono  più  o  meno  arbitrarie*.  È  giusto  che  in  ogni 
sistema  tributario  accanto  alle  imposte  vi  siano  le  tasse;  poiché 
solo  in  tal  guisa  alcuni  servigi  che  fruttano  soltanto  ad  alcuni 
possono  essere  pagati  individualmente  e  separatamente.  È  del 
pari  giusto  che  la  difesa  e  la  sicurezza  interna  siano  pagate 
da  tutti,  poiché  è  una  spesa  che  va  a  vantaggio  (^i  tutto  lo  Stato. 
Ma  se  due  persone  litigano  intorno  alla  proprietà  di  una  terra, 
le  spese  per  la  giustizia  civile  non  sono  a  benefìzio  di  tutti;  ma 
solo  di  colui  che  chiede  il  riconoscimento  del  suo  diritto  ;  ed  é 
bene  che  chi  ha  voluto  violare  o  farsi  riconoscere  un  tale  diritto 
paghi. 

Vi  sono  tasse  che  si  riferiscono  a  imprese  industriali  di  pub- 
blica utilità,  esercitate  dallo  Stato  ;  e  vi  sono  tasse  le  quali 
si  rallegano  a  istituti  di  sicurezza,  di  diritto  e  di  civiltà  e  for- 
mano il  nucleo  più  importante.  Mentre  la  prime  hanno  molta 
affinità  con  il  demanio  fiscale,  con  cui  spesso  vanno  confuse  ; 
le  seconde  che  riguardano  sopra  tutto  atti  giuridici,  colpiscono 
d'ordinario  lo  scambio  della  ricchezza! . 

*  Le  legislazioni  positive  hanno  resa  difficile  la  distinzione  fra  impo- 
ste e  tasse,  a  causa  della  terminologia  assai  difettosa  adoperata.  In  Ita- 
lia, il  legislatore  ,  allo  stesso  modo  come  in  Francia,  adopera  come  sino- 
nimi le  parole  tasse  e  imposte.  Così  nelle  nostre  leggi  tributarie  si  parla 
di  tasse  sugli  affari  in  generale  e  in  special  modo  di  tasse  sui  trasferimenti 
(successioni,  donazioni)  a  titolo  gratuito,  etc.  :  contribuzioni  queste  che 
sono  vere  e  proprie  imposte.  Anche  nella  legislazione  tributaxia  tedesca 
ed  austriaca  si  confuse  per  un  pezzo  fra  Stcurn,  Gejaellen,  Gehuheren, 
Beitrage,  Abgaben,  Taxen,  Auflagen  ;  ora  però  le  più  recenti  leggi  degli 
Stati  tedeschi  riservano  la  parola  Gehuhren  alle  tasse. 

t  Molti  autori  hanno  voluto    classificare   le   tasse,  secondo  i  loro  scopi. 
C  o  s  s  a    propone  la  seguente  classificazione  delle  tasse  : 
I.  per  la  sicurezza  pubblica 

A)  esterna  (tasse  per  i  passaporti,  tasse  consolari,  ecc.)  ; 

B)  interna  : 

1.  giustizia  repressiva  (tasse  giudiziarie  e  sugli  atti  civili,  ecc.); 

2.  giustizia  preventiva  (tasse  per  licenza  di  caccia,  porto  d'armi,  con- 
cessioni governative,  ecc.)  : 

II.  per  la  proprietà  pubblica  ; 

I.   intellettuale   (tasse  scolastiche  per  iscrizione,  congedi,  esami,   di- 
plomi ;  tasse  d'ingresso  nelle  biblioteche,  pinacoteche,  nei  musei,  ecc.); 


CAP.   II.]  LE  TASSE  2I9 

86.  Come  ai  servizi  pubblici  di  utilità  generale,  e  di  loro 
natura  indivisibili,  corrispondono  le  imposte,  ai  servizi  pubblici 
speciali  corrispondono  le  tasse  :  chi  paga  una  lira  di  imposta 
sul  reddito  paga  per  servizi  pubblici  generali  di  cui  non  con- 
trollerà il  consumo  effettivo  :  chi  paga  una  lira  per  servizi  po- 
stali, o  per  un  istituto  di  istruzione,  riceve  in  realtà  una  con- 
troprestazione  *.  Si  può  idealmente  concepire  un  sistema  finan- 
ziario basato  interamente  sulle  imposte,  mai  sulle  tasse,  per- 


2.  morale  (dispense  da  impedimenti  al  matrimonio  ,  legittimazione, 
adozione,  conferimento  della  cittadinanza,  di  onorificenze  ecc.)  ; 

3.  materiale,  sia  fisica  (tasse  sanitarie),  che  economica  (tasse  di  mo- 
netazione, sui  pesi  e  le  misure,  pel  marchio  dei  metalli  preziosi,  tasse  sul- 
le strade  ferrate,  sulle  poste,  sui  telegrafi,  ecc.). 

Dobbiamo  avvertire  che    queste  classifiche  riescono  spesso  imprecise? 

Che  cosa  è  mai  questa  differenza  fra  tasse  sulla  sicurezza  e  tasse  sulla 
prosperità  pubblica  ?  E  la  sicurezza  pubblica  può  e?sser  materia  di  tas- 
se !  E  come  si  può  dire  che  le  tasse  consolari  e  quelle  per  i  passaporti  sia- 
no rilasciate  per  la  sicurezza  pubblica  ? 

Classifiche  di  questa  natura  sono  molte  numerose  :  ma  noi  esitiamo  a 
credere  che  siano  anche  utili. 

Del  resto,  il  numero  e  la  varietà  delle  tasse  presentano  differenze  sen- 
sibili nelle  legislazioni  positive  dei  diversi  paesi.  L'Austria  e  la  Francia 
presentano  il  più  gran  numero  di  tasse  ;  meno  vi  sono  in  Inghilterra  e 
negli  Stati  Germanici. 

*  Questo  concetto  della  tassa  come  controprestazione  di  un  servizio 
ricevuto  è  stato  di  recente  combattuto,  perchè  —  si  è  scritto  —  in  con- 
traddizione col  carattere  del  fenomeno  finanziario,  che  è  un  fenomeno 
di  consumo  e  non  un  fenomeno  di  scambio.  Lo  scrittore  che  propugna 
simile  tesi  vuol  dare  alla  distinzione  fra  imposta  e  tassa  questa  base.  «  La 
distinzione  fra  imposta  e  tassa  deve  ravvisarsi  nella  diversa  natura  del 
bisogno  alla  cui  soddisfazione  provvedono.  Quando  un  tributo  è  desti- 
nato allo  appagamento  dei  bisogni  collettivi  indivisibili  esso  riveste  ca- 
rattere d'imposta,  in  quanto,  come  conseguenza  della  indivisibilità  dei 
bisogni  collettivi,  viene  prestato  in  modo  generale  da  tutti  i  cittadini  ; 
quando  invece  il  tributo  è  rivolto  alla  soddisfazione  di  bisogni  collettivi 
divisibili,  riveste  carattere  di  tassa,  perciochè,  come  conseguenza  della 
divisibilità  dei  bisogni  collettivi  ,  viene  prestato  dal  singolo  cittadino 
quando  e  in  quanto  egli  provoca  la  soddisfazione  del  relativo  bisogno  ». 
E  che  di  diverso  si  è  scritto  sinora  ?  Che  non  vi  sia  controprestazione 
quando  si  tratta  di  un  tributo  che  paga  solo  chi  richiede  un  determina- 
to ser\'igio,  e  in  quando  lo  richiede  non  parrebbe.  Confronta  su  ciò  : 
DeFrancisci  Gerbino:  Le  Tasse  nella  Dottrina  e  nel  Diritto 
Finanziario,  Palermo,  1910,  pag.  io. 


220  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [LIBRO     II. 

che  la  più  gran  parte  dei  servizi  pubblici  è  di  sua  natura  indi- 
visibile. Le  tasse  permettono  meglio  delle  imposte  di  vedere 
se  i  servizi  che  lo  Stato  rende  siano  valutati  dai  cittadini  in 
guisa  da  compensare  il  capitale  impiegato  in  essi.  Supponia- 
mo che  il  servizio  postale  fosse  pagato  con  le  imposte,  che 
cioè  tutti  i  cittadini  ne  usassero  gratuitamente  dal  punto  di 
vista  individuale  ;  sarebbe  assai  difficile  di  dire  se,  e  in 
quale  misura,  le  operazioni  postali  sono  richieste  dai  cittadini. 
Invece  le  tasse  permettono  di  commisurare  assai  meglio  la 
produttività  delle  spese  pubbliche.  Perchè  a  determinati  ser- 
vizi pubblici  si  provveda  con  tasse  occorre  prima  di  tutto  che 
essi  siano  divisibili  :  ora  la  divisibilità,  a  parte  ogni  altra  causa, 
dipende  da  condizioni  tecniche  speciali.  Il  servizio  postale  è 
divisibile,  perchè  vi  sono  tante  unità  staccate  :  le  lettere,  i  va- 
glia, ecc.  ;  una  strada,  invece,  può  giovare  disegualmente  al- 
l'economia di  un  paese,  ma  non  rappresenta  punto  un  servizio 
divisibile.  Vi  sono  inoltre  servizi  pubblici  i  quali,  pure  essendo 
divisibiU  e  pur  avendo  per  la  società  grande  importanza,  in 
quanto  assumono  carattere  preventivo  contro  danni  o  pericoli, 
non  son  però  tali  che  i  privati  ne  risentano  la  utilità  in  forma 
diretta  :  cosi  è  nel  caso  della  giustizia  preyentiva,  per  la  quale 
quindi  è  impossibile  l'adozione  di  tasse. 

Ciò  che  importa  di  conoscere  è  quale  deva  essere  la  misura 
della  tassa  :  idealmente  essa  dovrebbe  essere  eguale  al  servizio 
che  lo  Stato  rende  ;  ma  teoricamente  dovrebbe  avere  come 
limite  massimo  ciò  che  è  indispensabile  a  coprire  completamente 
le  spese  del  servizio.  Al  di  là  di  questo  limite  si  ha  un  imposta 
e  non  una  tassa.  Generalmente  è  il  fine  che  il  servizio  si  pro- 
pone queUo  che  influisce  a  determinare  la  misura  della  tassa. 
Quando  il  servizio  ha  di  mira  un  interesse  generale  la  misura 
deUa  tassa  deve  essere  più  mite  ;  quando  invece  riguarda  un 
interesse  particolare  sarà  più  elevata.  Vi  sono  servizi  istituiti 
per  motivi  d'interesse  generale  e,  benché  fruttino  particolarmen- 
te ad  alcune  classi  di  cittadini,  pure  lo  Stato  deve  in  ogni  gui- 
sa procurare  che  si  diffondano.  Così,  per  esempio,  l'istruzione  : 
essa,  in  fondo,  frutta  direttamente  a  tutta  la  società  ;  ma  non 
vi  è  dubbio  che  coloro  che  la  ricevono  ne  abbiano  un  benefizio 
particolare.  Ora  è  bene  che  la  istruzione  sia  "^pagata  da  chi  la 


_aP.   II.,  LE  TASSt  211 

riceve  :  ma  deve  essere  pagata  in  tal  guisa  da  non  scoraggiare 
coloro  che  desiderano  riceverla  ;  se  le  tasse  scolastiche  fossero 
troppo  alte  sarebbero  ingiuste  e  dannose.  Non  basta  però  che 
non  siano  troppo  alte;  occorre  ancora  che  della  istruzione  possa- 
no profittare  coloro  che  non  possono  pagarle.  Si  può  ,  anzi  si 
deve  fare  per  giustizia,  che  la  tassa  sia  diversa  fra  ricchi  e  poveri, 
e  che  questi  ultimi,  quando  non  possono  pagarla  e  mostrino 
attitudini  allo  studio,  siano  a  dirittura  esenti  da  ogni  pagamen- 
to. Vi  sono  servizi  che  hanno  carattere  puramente  economico 
in  quanto  mirano  a  promuovere  alcuni  interessi,  e  allora  de- 
vono prevalere  considerazioni  di  altra  natura  :  si  deve  cercare 
(mantenendo  la  tassa  in  limiti  modesti,  perchè  non  impedisca 
la  generalizzazione  del  servizio  che  lo  Stato  rende)  di  far  coin- 
cidere la  tassa  con  il  costo  del  servizio.  Inoltre,  tutte  le  volte 
che  si  tratta  di  diminuire  una  tassa,  bisogna  avere  in  mente 
che  ogni  diminuizione  al  disotto  del  costo  del  servizio  deve 
essere  pagata  con  imposte  ;  cioè  la  massa  dei  cittadini  deve 
pagare  per  una  parte  di  essi.  Così,  solo  l'interesse  generale  può 
giustificare  la  diminuzione  *.  Se  per  esempio  lo  Stato  si  decide, 
in  vista  degli  interessi  generali,  ad  abolire  i  diritti  di  passaggio 
in  un  canale,  ciò  deve  avere  per  effetto  di  aumentare  il  traf- 
fico :  altrimenti  l'abolizione  è  inutile.  Queste  considerazioni, 
che  sono  accettate  da  molti  teorici,  fra  cui  Piersonj,  sono  senza 
dubbio  vere.  Però  è  anche  vero  che  vi  sono  nei  bilanci  odierni 
molte  tasse  che  hanno  perduto  il  loro  antico  carattere  e  che 
sono  vere  imposte  indirette.  Così  quelle  di  registro  e  di  bollo 
assumono  assai  spesso  tale  aspetto,  o  perchè  qualche  volta  chi 
paga  non  riceve  alcun  servizio  valutabile,  o  perchè  ciò  ch'egli 
paga  è  infinitamente  superiore  al  servizio  che  riceve. 

*  Come  vi  sono  tasse  che  non  pagano  il  servizio,  altre  vi  hanno  che 
rendono  più  di  quanto  il  servizio  costi  allo  Stato.  Appartengono,  in  Ita- 
lia, a  questa  categoria  di  tasse  che  forniscono  un  reddito  netto  allo  Sta- 
to, le  tasse  che  pagavano  prima  i  volontari  di  un  anno  per  la  riduzione 
del  servizio  militare^  quando  la  ferma  era  lunga),  le  quali  rendevano  non 
molto  meno  dei  2  milioni;  il  servizio  di  verificazione  dei  pesi  e  delle  mi- 
sure che  dà  un  reddito  netto  di  3.700.000;  i  certificati  e  permessi  di  au- 
torità, cioè  dichiarazioni,  assensi,  licenze;  le  concessioni  governative  che 
danno  quasi  12  milioni. 

t  P  i  e  r  s  o  n  :  Problemi,  loc.  cit. 


12'!  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [lIBRO   It. 

Le  tasse  sugli  atti  civili  e  le  tasse  giudiziarie,  che  vanno, 
d'ordinario,  sotto  la  denominazione  di  tasse  sugli  affari  (una 
categoria  assai  larga  nel  sistema  tributario  italiano,  ma  dove 
sono  comprese  anche  non  poche  imposte  sul  consumo)  sono 
tra  tutte  le  più  importanti.  Vi  sono  non  pochi  casi  in  cui  i  pri- 
vati chiedono  allo  Stato  o  la  concessione  di  alcuni  diritti,  o  la 
guarentigia  di  essi;  si  tratta  quasi  sempre  di  una  protezione 
giuridica,  accordata  a  chi  adempie  alcuni  obblighi.  Le  tasse 
che  si  connettono  alle  formalità  di  questi  obblighi,  sono  molto 
numerose.  Vi  sono  poi  tasse  giudiziarie,  le  quali  riguardano  la 
retribuzione  di  quei  servizi  che  lo  Stato  rende  singolarmente 
ai  cittadini  in  materia  di  giustizia  repressiva.  Ora,  siccome  il 
ricorso  a  questi  servizi  è  assai  diseguale  e  quasi  sempre  non  in- 
teressa se  non  classi  di  cittadini  assai  limitate,  è  logico  che  la 
spesa  relativa  sia  pagata  con  tasse  speciali.  Le  tasse  giudi- 
ziarie sono  state  oggetto  di  critiche  numerose  :  sopra  tutto  le 
tasse  sulla  giustizia  penale,  che  Bentham  giudicava  immorali. 
Senza  dubbio,  la  loro  determinazione  è  un  pò  arbitraria  e  gli 
inconvenienti  che  spesso  producono  non  sono  lievi.  Qualche 
economista  diceva  a  dirittura  che  le  parti  litiganti  non  è  punto 
vero  che  ricevano  alcun  beneficio  speciale  dalle  autorità  pub- 
bliche ;  molte  volte  è  la  inefficacia  stessa  degli  ordinamenti 
civili,  che  produce  le  liti.  Ma  è  anche  vero  che  in  materia  di  liti 
vi  sono  diritti  privati  che  richiedono  un  riconoscimento,  e  che 
lo  Stato  definisce  e  riconosce.  Nelle  cause  penali,  di  regola,  vi 
è  esenzione  per  tutti  gli  imputati,  appunto  perchè  tutti  pos- 
sano difendersi,  indipendentemente  dal  fatto  se  siano  ricchi  o 
poveri.  In  generale,  le  tasse  giudiziarie  sono  proporzionate  o 
al  grado  delle  magistrature  giudicanti,  o  alla  forma  degli 
atti  giudiziari,  o  alla  entità  delle  loro  decisioni.  Nel  passato, 
le  tasse  giudiziarie  formavano  uno  dei  maggiori  cespiti  di  en- 
trata dello  Stato.  Così  in  Grecia,  così  a  Roma  (di  cui  Mar- 
quardt  e  Mommsen  hanno  assai  bene  illustrato  tutto  il  fun- 
zionamento finanziario),  così  in  tutto  il  medio  evo. 

È  stato  notato  che  le  tasse  pagate  dai  condannati  in  una 
causa  penale  hanno  molti  punti  di  contatto  colle  pene  pecunia- 
rie. Queste  non  sono  certo  tasse,  sono  una  forma  di  repressione 
del  reato,  specie  di  quei  reati  che  provengono  dall' avidità  del 


CAP.  ll.J  LE  TASSE  GIUDIZIARIE  2^3 

denaro  :  ad  ogni  modo  costituiscono  un'  entrata  per  1'  erario. 
Qualcheduno  vorrebbe  che  esse  fossero  riserbate  unicamente 
ai  ricchi.  I  poveri  devono  commutarle  in  pene  restrittive  della 
libertà  personale  {qui  non  habet  in  aere  luat  in  corpore) .  Gli  scrit- 
tori vorrebbero  che  i  proventi  delle  pene  pecuniarie  fossero 
destinati  a  scopi  umanitari  ;  ma  sinora  non  è  che  un  deside- 
rato. In  alcune  legislazioni  la  pene  pecuniarie  sono  proporzionali 
alla  ricchezza  del  condannato,  come  in  Spagna,  in  Ingliilterra 
nel  Brasile,   e  quindi  assumono  un  carattere  progressivo. 

Sono  comunemente  enumerate  fra  le  tasse  anche  il  registro, 
il  hallo,  le  così  dette  tasse  ipotecarie,  quelle  sulle  operazioni 
di  borsa,  ecc.  In  origine  alcune  di  queste  contribuzioni  erano 
vere  tasse  ;  ma  ora  non  sono  che  imposte  indirette  sulla  circo- 
lazione. Il  carattere  di  tassa  è  interamente  perduto  quando  lo 
Stato  non  dà  alcun  corrispettivo  diretto  in  cambio  di  ciò  che  ri- 
ceve. Lo  Stato  obbliga  a  registrare  un  atto,  a  valersi  di  carta 
da  bollo  emessa  per  suo  conto  :  che  cosa  dà  in  cambio  ?  Qualche 
volta  il  registro  e  il  bollo  sono  semplici  tasse  giudiziarie  :  d'or- 
dinario sono  vere  imposte  indirette.  Ed  è  a  proposito  di  que- 
ste ultime  che  noi  ne  parleremo. 

87.  Vi  sono  alcuni  contributi  speciali,  che  per  il  passato 
non  hanno  avuta  alcuna  importanza,  ma  che  vanno  assumendo- 
ne una  sempre  più  grande  :  i  così  detti  contributi  di  miglioria, 
special  assessments,  come  dicono  gli  americani,  o  hetterment 
taxes,  come  dicono  gli  inglesi-  Sopra  tutto  nella  finanza  locale 
l'importanza  di  queste  contribuzioni  diventa  ogni  giorno  più 
grande*.  Vi  sono  opere  fatte  nell'interesse  pubblico,  le  quali 

*  Nel  Report  front  the  select  committee  oj  the  House  of  Lords  on  town  im- 
provements  del  1804  trovasi  delle  contribuzioni  speciali  questa  definizio- 
ne :  The  principle  that  persons  whose  property  has  clearly  been  increa- 
sed  in  market  vaine  by  an  improvement  effected  by  locai  authorities, 
should  specially  contribute  to  the  cost  of  improvement.  Cfr.  Su  questa 
materia  S  e  1  i  g  ra  a  n  n  :  Essays  in  taxation,  cap.  IX  e  XI  ;  R  o  s  e  w  a  - 
ter:  Special  Assessments,  New- York,  1893;  N  e  u  m  a  n  :  Die  Steuer  und 
dàs  offentUche  Interesse,  Leipzig,  1887  cap.  7  :  V  o  e  h  e  :  Die  Grundzuge 
der  Finanzwissenschaft,  Leipzig,  1884,  pag.  93  e  seg.  ;  John  R  a  e  :  The 
Betterment  tax  in  America  nella  Contemporary  Review,  di  maggio  1890; 
•F.  Caronna:  Le  contribuzioni  speciali  pei  lavori  di  miglioria  in  R.  S. 
agosto,   1898,  ecc. 


2:^4  SCIÈNZA  DELLE  FINANZE  [LlBROIt, 

hanno  per  effetto  di  produrre  un  miglioramento  notevole  e  ap- 
prezzabile in  proprietà  private.  Cosi  se  lo  Stato  costruisse  una 
strada  ferrata,  molto  probabilmente  i  proprietari  delle  terre 
che  essa  traversa  vedrebbero  accrescere  il  valore  e  quindi  il  red- 
diti delle  terre.  Ancora  più  evidentemente  :  se  un  comune  ab- 
batte vecchie  case  e  al  posto  dove  esse  erano  fa  sorgere  una 
piazza,  i  proprietari  delle  case  circostanti  hanno  dal  migliora- 
mento un  benefizio  diretto.  Le  loro  case  acquistano  un  valore 
più  grande.  Ora,  come  lo  Stato  e  i  comuni  pagano  i  danni  che 
essi  producono,  è  naturale  che  anche  il  vantaggio  da  essi  pro- 
dotto sia  compensato.  Vi  può  essere  un  contributo  specifico  o 
di  miglioria,  per  speciali  atti  compiuti  dallo  Stato  o  dal  comu- 
ne come  nei  due  ca^i  precedenti  ;  vi  può  essere  un  contributo 
d  indole  generale.  Se  una  nuova  sistemazione  stradale  miglio- 
rasse, per  esempio,  la  situazione  di  tutte  le  case  e  accrescesse 
la  rendita  urbana  si  potrebbe,  senza  tener  conto  di  questa  o 
quella  casa  in  particolare,  colpire  i  proprietari  di  tutte  ;  ma 
questo  caso  nella  pratica  è  assai  diffìcile  che  si  verifichi. 

Mentre  le  tasse  hanno  un'azione  più  larga,  riguardano  un 
corrispettivo  di  un  servizio  diretto  e  misurabile  ottenuto  dallo 
Stato,  i  contributi  servono  soltanto  per  migliorie  locali  deter- 
minate. D'altronde,  mentre  le  tasse  sono  facoltative,  poiché 
si  può  non  pagarle  rinunciando  al  servizio  dello  Stato,  i  contri- 
buti speciali  sono  obbligatori,  perchè  non  si  può  rifiutare  il 
miglioramento.  Così  dunque,  mentre  la  tassa  è  pagata  da  un 
individuo  come  tale,  i  contributi  speciali  non  hanno  vero  ca- 
rattere di  imposta,  né  di  tassa;  ma  costituiscono  una  catego- 
ria a  parte  delle  entrate  pubbliche.  La  legislazione  inglese,  e 
sopra  tutto  la  legislazione  america"na,  disciplinano  a  bastanza 
largamente  la  materia  delle  contribuzioni  speciali  per  lavori 
di  miglioria,  sopra  tutto  per  quando  riguarda  le  amministra- 
zioni locali  :  ma  anche  in  altri  paesi  le  leggi  sui  lavori  pubblici 
contengono  numerose  disposizioni  in  questa  materia.  In  Italia, 
mancano  leggi  che  regolino  e  rendano  obbligatorie  le  contri- 
buzioni   speciali   per  lavori  di    miglioria,  per  quanto  vi  sieno 


CAP.    Ili,]  LE    PUBBLICHE    IMPRESI:  225 

nella  legislazione   dei   lavori  pubblici  disposizioni  che  si  asso- 
migliano a  quelle  delle  leggi  inglesi  e  americane*. 

III. 

Le   PUBBLICHE  IMPRESE  E   LE  ENTRATE   DERIVANTI 
DA   MONOPOLI    SOCIALI. 

88.  Lo  Stato,  oltre  ad  esercitare  funzioni  di  sicurezza  e  di 
giustizia,  che  sono  essenziali  alla  sua  esistenza,  assume  diret- 
tamente la  produzione  di  alcuni  servizi,  o  in  regime  di  mono- 
polio, o  in  condizione  di  concorrenza.  I  monopoli  che  lo  Stato 
assume  o  fa  assumere  sotto  il  suo  controllo  riguardano  in  ge- 

*  In  Italia,  i  contributi  speciali  sono  ammessi  dalla  legge  sulla  espro- 
priazione per  causa  di  pubblica  utilità  del  25  giugno  1865,  articoli  41,  78 
e  seguenti;  dalla. legge  sui  lavori  pubblici  del  20  marzo  1865,  alleg.  F  ; 
da  quella  sulla  sistemazione  e  costruzione  delle  strade  comunali  del  30 
agosto  1868,  oltre  che  da  varie  leggi  speciali  ,  riguardanti  lavori  di  am- 
pliamento e  risanamento  delle  maggiori  città  (Firenze,  Roma,  Napoli, 
Torino,  Palermo).  «  L'articolo  41  della  legge  sulla  espropriazione  ammette 
che  l'indennizzo  dovuto  per  la  porzione  della  proprietà  espropriata  pos- 
sa essere  compensato  col  vantaggio  venuto  alla  proprietà  medesima 
dall'opera  pubblica,  e  viene  senza  altro  a  riconoscere  nell'autorità  espro- 
priante  il  diritto  a  quel  concorso  della  spesa,  che  è  proprio  delle  contri- 
buzioni di  miglioria.  Ma  più  esplicitamente  queste  contribuzioni  sono 
contemplate  dai  susseguenti  articoli  78  e  79,  giacché  per  essi  l'obbligo 
di  concorrere  alla  spesa  dell'opera  pubblica,  mediante  prestazioni  spe- 
ciali, non  è  limitato,  come  per  l'art.  41,  ai  proprietari  parzialmente  espro- 
priati, sibbene  anche  a  coloro,  la  cui  proprietà  sia  contigua  o  limitrofa 
all'opera  stessa.  Senonchè  la  insufficienza  della  legge  del  25  giugno  1865 
a  conseguire  quegli  intenti,  che  sarebbero  corollario  dei  principi,  su  cui 
lo  istituto  delle  contribuzioni  di  miglioria  si  basa,  si  rende  tosto  palese, 
non  appena  si  consideri  che  essa  non  prevede  che  ipotesi  determinate, 
e  che  si  avverino  con  determinati  aspetti  e  sotto  determinati  limiti  e 
condizioni  ;  ed  altresì,  che  la  stessa  manca  di  quella  norma  imperativa, 
per  la  quale  dovrebbe  essere  imposto  ai  comuni  di  non  rivolgersi,  per 
far  fronte  alle  spese  di  opere  pubbliche,  alle  forme  ordinarie  delle  loro 
entrate,  se  non  dopo  avere  esaurita  la  fonte  dei  contributi  imposti  sui 
cittadini,  la  cui  proprietà  venisse  a  ricevere  uno  speciale  vantaggio  dal- 
l'opera medesima.  Né  le  molteplici  disposizioni  legislative  e  regolamen- 
tari, sorte  in  occasione  di  grandi  lavori  edilizi  nelle  principali  nostre  cit- 
tà, pur  andando  oltre  a  quelle  sopra  ricordate,  colmano  le  lacune,  che 
nelle  medesime  si  riscontrano  ».  Confronta  :  Caronna:  Le  contribu- 
zioni speciali,  pag.  13  a  15. 

Nitti.  15 

-• 


k 


2  26  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    TI. 

nerale  :  a)  o  industrie  le  quali  per  ragioni  di  sicurezza  o  di 
ordine  non  si  prestano  a  essere  esercitate  da  privati  ;  così  la 
monetazione,  la  posta,  il  telegrafo,  ecc.  ;  b)  o  industrie  le  qua- 
li non  sono  suscettibili  di  concorrenza  ,  o  dove  la  concorrenza 
riesce  a  elevare  i  prezzi  piuttosto  che  ad  abbassarli  :  così  alcu- 
ni grandi  mezzi  di  trasporto  ;  e)  o  industrie  le  quali  non  rispon- 
dono a  bisogni  primari,  e  per  la  loro  semplicità  possono  essere 
monopolizzate,  costituendo  un  forte  cespite  di  entrata  :  cosi  in 
alcuni  paesi  il  tabacco  ,  l'alcool  ecc.  Queste  ultime  industrie 
costituiscono  i  monopoli  fiscali  e  di  essi  si  parlerà  fra  le  imposte 
indirette,  non  avendo  altro  scopo  che  quello  di  assicurare  un 
reddito  finanziario.  Ma  i  monopoli,  o  per  dir  meglio  le  pubbli- 
che imprese  delle  prima  e  della  seconda  categoria,  non  hanno 
punto  scopo  di  assicurare  un  reddito,  o  almeno  questo  non 
è  il  loro  scopo  prevalente.  In  ogni  modo  assai  spesso  sono 
anche  passivi  ;  così  la  monetazione  è  quasi  dovunque  pas- 
siva ;  la  posta  in  alcuni  paesi,  come  negli  Stati  Uniti,  è  cau- 
sa di  perdite  per  lo  Stato.  Dei  monopoli  determinati  da  ragio- 
ni di  sicurezza  o  di  ordine  si  potrebbe  anche  non  approfondire 
le  cause  tanto  sono  evidenti  e  gli  stessi  scrittori  liberali  non  han- 
no difficoltà  a  riconoscerle.  Così  ninno  trova  a  ridire,  se  si  ec- 
cettui qualche  solitario,  che  la  monetazione  sia  fatta  dallo  Sta- 
to e  che  la  posta  sia  da  esso  esercitata.  Sono  invece  i  monopoli 
della  seconda  categoria  i  quali  destano  ancora  vive  e  non  giu- 
ste antipatie.  M., 

Non  è  lontano  il  tempo  in  cui  si  credeva  che  ogni  monopolio  J 
fosse  di  sua  natura  condannevole  e  dovesse  sparire,  e  Bastiat 
spiegava  il  diverso  sviluppo  dell'  Inghilterra  e  della  Spagna, 
della  Toscana  e  degli  Stati  Pontifici  basandosi  sulla  mancanza 
da  parte  degli  inglesi  e  dei  toscani  di  monopoli  e  sull'  averne 
gli  spagnoli  e  i  romani  moltissimi.  Invece  il  numero  dei  servi- 
zi pubblici  e  di  quelli  riconosciuti  di  pubblica  utilità  tende  ora 
a  crescere  a  bastanza  rapidamente  *. 

La  causa  di  questo  fatto   non   è    arbitraria   e  dipende  dalle 

*  «  S'il  fallait  des  exemples  pour  prouver  les  fatales  conséquences  du 
monopole,  l'histoire  nous  en  fournirait  de  toutes  parts.  Considérez  les 
plus  belles  portions  du  globe.  Voyez  l'Espagne  ».  Bastiat:  Cobden 
et  la  ligue  in  Oeuvres,  toni.  Ili,  pag.  119. 


\P.    ITT.l  MONOPOLIO    E    CONCORRENZA  227 

condizioni  di  esistenza  delle  società  moderne  *.  D'altra  parte 
i  termini  di  concorrenza  e  di  monopolio  non  hanno  quasi  sem- 
pre il  significato  assoluto  che  si  dava  loro  in  passato  ,  essendo 
e  divenendo  la  produzione  ogni  giorno  relativamente  più  faci- 
le, l'abbondanza  di  prodotti  similari  più  frequente  ;  né  risulta 
punto  vero  che  il  monopolio  corrisponda  sempre,  o  nella  mag- 
gior parte  dei  casi  ,  a  prezzi  più  elevati  e  la  concorrenza  a  prez- 
zi più  bassi.  Non  esistono,  come  è  stato  tante  volte  dimostra- 
to, né  concorrenza  assoluta,  né  monopolio  assoluto  ;  avve- 
nendo concorrenza,  non  solo  fra  merci  identiche,  ma;  fra  merci 
di  qualità  differenti.  D'altra  parte,  se  è  vero  che  in  regime  di 
concorrenza  i  prezzi  tendono  a  coincidere  col  costo  di  produ- 
zione, é  vero  pure  che  li  concorrenza  eleva  spesso  il  costo  di 
produzione.  Due  grandi  magazzini  di  novità,  che  spendono  cia- 
scuno un  milione  di  pubblicità,  gravano  complessivamente  i 
loro  costi  di  produzione  di  due  milioni,  che  il  produttore  mo- 
nopolista risparmierebbe  in  tutto  o  in  gran  parte.  Vi  sono  casi 
non  pochi  in  cui  il  sistema  di  monopolio  appare  preferibile  a 
quello  della  concorrenza  ;  sopra  tutto  quando  il  monopolista 
cerca  di  conseguire,  non  già  il  massimo  provento,  ma  di  prov- 
vedere a  un  bisogno  collettivo,  estendendo  quanto  più  é  pos- 
sibile il  consumo  di  un  determinato  servizio  ;  e  ciò  può  ac- 
cadere solo  quando  il  monopolista  non  sia  un  privato. 

Il  monopolista  tende  a  scegliere  quel  prezzo,  o  in  generale 
quel  valore  di  scambio  che,  combinato  con  la  relativa  ampiezza 
di  consumo,  gli  assicuri  il  massimo  provento  netto  f . 

*  Qualche  volta  lo  Stato  o  gli  enti  locali  concedono  cose  che  sono  di 
loro  proprietà,  come  nel  caso  di  acque  pubbliche,  dietro  un  compenso 
e  secondo  norme  contrattuali  ;  qualche  volta  permettono  o  concedono 
l'esercizio  di  un  diritto  inerente  alla  sovranità  o  a  un'intrapresa  di  ca- 
rattere collettivo  ;  qualche  volta  infine  lo  Stato  permette  l'esercizio  di 
un  diritto  privato  o  di  una  facoltà  che  non  fa  parte  delle  sue  attribuzio- 
ni. Cfr.  RaneHetti:  Teoria  generale  delle  autorizzazioni  e  concessio- 
ni amministrative,  voi.  3.  Torino,  1894-97. 

t  Supponiamo  che  si  tratti  di  una  industria  in  cui 
al  prezzo  io    si  vendano  100   unità  e  si  ottiene  un  provento  di   1000 
»         9  »  no         »  »  900 

»  8  »  200         »  »  1600 

»  7  »  250         »  »  1758 

»  6  »  280         »  »  i68o 

"  5  »  200         »  »  1000 


228  ^(  nXZA    DT'LLE    FINANZA.  [lIBRO   II. 

Vi  sono  poi  casi  in  cui  la  concorrenza  non  è  possibile  o  è  a 
dirittura  dannosa.  In  una  città  dove  vi  è  una  conduttura  d'ac- 
qua non  se  ne  può  fare  un'altra:  in  una  via  dove  passa  una  tran- 
via non  è  possibile  riflettere  un'  altra  linea  di  tramvie.  Così 
è  di  tante  industrie  che  si  riferiscono  in  generale  alle  comuni- 
cazioni e  ai  trasporti,  all'illuminazione,  alle  forniture  di  acqua 
potabile,  ecc.  Queste  industrie  tendono  per  loro  natura  a  tra- 
sformarsi in  monopoli  ;  richiedono  capitali  rilevanti  e  rispon- 
dono a  bisogni  di  utilità  generale.  In  questi  casi  lo  Stato  e  gli 
enti  locali  interessati  intervengono  a  tutela  dell'  interesse  col- 
lettivo ,  così  nelle  concessioni,  come  nella  determinazione 
delle  tariffe,  anche  quando  non  esercitano  la  industria  in  regi- 
me  di   monopolio. 

In  casi  non  pochi  la  concorrenza  riesce  dannosa  alla  collet- 
tività. Supponiamo  che  in  una  stessa  città  tre  società  esercitino 
la  industria  del  gaz.  La  ipotesi  è  un  pò  lontana  dalla  realtà, 
poiché  dove  esiste  una  società  diffìcilmente  un'altra  se  ne  forma  ; 
in  Italia  centinaia  di  città  hanno  il  gaz,  una  sola  ha  due  socie- 
tà per  la  produzione  del  gaz.  Ora  sotto  una  stessa  via  dove  la 
prima  società  ha  collocato  le  sue  condutture,  la  seconda  e  la 
terza  società  devono  fare  altre  condutture  ,  quando  invece  la 
prima  basterebbe  ai  bisogni  di  tutto  il  consumo.  L'opera  di 
canalizzazione  riesce  a  sua  volta  più  costosa:  così  si  moltiplicano 
straordinariamente  e  inutilmente  le  spese  di  primo  impianto, 
senza  nessun  vantaggio  dei  consumatori,  anzi  con  loro  danno, 
perchè  il  costo  di  produzione  si  eleva*.  Così  tutte  le  volte  che 


Il  monopolista  tende  a  vendere  al  prezzo  7  come  quello  che  assicura 
il  massimo  provento.  W  i  e  k  r  e  1 1  :  Finanztheoretische  Untersuchtmgen, 
Jena  1896;  K.  Menger:  Grundsàtze  der  Volkswerthaftlehre,  pag.  191 
e  seg. 

*  Su  queste  questioni  cfr.  D  u  p  u  i  t  al  termine  Péage  nel  Dictionnaire 
d'economie  politique  ;  L  a  n  d  r  y  :  Uutilité  sociale  de  la  propriété  indivi- 
duelle.  Paris  1901  §  9  e  seg.  ;  le  tre  importanti  opere  di  C  o  u  r  n  o  t  :  Re- 
cherches  sur  les  principes  mathèmatiques  de  la  thèorie  des  richesses,  1838  ; 
Principes  de  la  thèorie  des  richesses,  1868;  Revue  sommaire  des  doctrines 
économiques,  1877;  Lexis:  Monopol  neWHandtvdrterbuch  der  Staat- 
swissenschajten;  V  a  1  r  a  s  :  VÈvat  et  les  chemins  de  jer,  negli  Études  d'eco- 
nomie politique  appliquée,  ecc.  ecc. 


LE    TARlFFi-. 


■^y 


un  servizio  può  essere  eompiiito  da  una  sola  intrapresa,  la  crea- 
zione di  una  nuova  rappresenta  niente  altro  che  una  perdita  di 
ricchezza  per  la  società.  Se  un  acquedotto  basta  al  consumo 
di  una  città,  un  secondo  acquedotto  è  per  la  società  una 
perdita  netta  ;  se  una  linea  telegrafica  trasmette  tutti  i  tele- 
grammi, una  seconda  linea  è  una  perdita  ;  se  una  ferrovia  ba- 
sta al  traffico,  la  creazione  di  una  seconda  linea  è  una  perdita  ; 
se  una  conduttura  di  gaz  esiste  in  una  strada,  una  seconda  e 
una  terza  sono  una  perdita.  Supponiamo  anche  che  una  soc"  '- 
tà  ferroviaria,  esclusiva  concessionaria  di  una  linea,  voglia 
avvantaggiarsi  della  sua  posizione  privilegiata  ed  elevare  i  suoi 
guadagni  invece  che  al  4  al  6  od  al  7  come  la  pii^i  gran  parte  del- 
le industrie,  al  10%,  Se  la  via  ferrata  è  costata  200  milioni  e 
dà  una  entrata  lorda  di  40  milioni,  supponendo  che  20  rappre- 
sentino spese  di  gestione  e  di  amministrazione,  20  sono  il  be- 
nefizio netto,  cioè  il  capitale  investito  guadagna  il  10  per  cen- 
to. Ma  poiché  la  maggioranza  delle  industrie  rende  il  5  o  il 
6  per  cento,  nuovi  capitali  possono  avere  la  idea  di  inve- 
stirsi in  una  nuova  linea  che  faccia  concorrenza  all'  antica. 
È  naturale  che  questa  nuova  linea  costi  di  più:  in  via  generale 
si  può  ben  ritenere  che  chi  ha  fatto  il  primo  impianto  abbia 
scelto  anche  la  via  migliore  e  1  mezzi  meno  costosi.  Supponia- 
mo dunque  che  la  nuova  linea  costi  250  milioni  :  ora  è  impos- 
sibile che  essa  di  un  tratto  rovini  l'antica,  ^perchè,  per  quanto 
parallela,  deve  sempre  lottare  con  la  tradizione,  con  le  abitu- 
dini, con  la  clientela.  Supponiamo  pure  però  che  la  nuova  linea 
prenda  all'antica  metà  dei  suoi  affari  e  che, traversando  paesi  un 
pò  diversi  abbia  nuovi  clienti.  Ebbene  la  sua  entrata  lorda  sia 
pure  di  25  milioni  :  cioè  20  presi  alla  vecchia  linea  e  5  per  affari 
nuovi.  Se  il  benefizio  netto  è  della  metà,  la  linea  nuova  che  è 
costata  250  milioni  darà  ai  suoi  azionisti  appena  il  5  per  cento: 
darà  cioè  meno  di  quanto  danno  ordinariamente  le  industrie. 
In  tutto  ciò  va  anche  notato  che  l'interesse  della  popolazione 
è  compromesso  :  una  parte  notevole  di  capitale  circolante  es- 
sendo, pura  perdita,  mutata  in  capitale  fisso  e  venendo  a  man- 
care l'alimento  di  molte  industrie. 
Se  in  un  paese  vi  sono  cento  ferriere,  cento  filande,  cento 


230  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

fabbriche  di  prodotti  chimici,  possono  bene  sorgerne  altre,  sen- 
za danno,  anzi  con  vantaggio.  Un  piccolo  aumento  del  consumo, 
o  una  piccola  diminuzione  negli  affari  delle  fabbriche  esisten- 
ti, possono  permettere  alle  nuove  di  prosperare  e  queste  eser- 
citare utile  concorrenza,  inducendo  le  altre  a  migliorare  i  loro 
procedimenti.  Ma  vi  sono  industrie  che  non  possono  essere 
esercitate  in  concorrenza  senza  danno;  altre  che  non  possono 
essere  se  non  con  perdita.  In  questo  caso  lo  Stato  e  gli  enti  lo- 
cali, o  le  esercitano  direttamente  o  le  fanno  esercitare  in  re- 
gime di  monopolio  sotto  la  loro  sorveglianza,  stabilendo  le 
tariffe  e  regolando  i  prezzi  dei  singoli  servizi. 

89.  Quando  lo  Stato  esercita  un  monopolio  pel  pubblico 
interesse  vende  i  suoi  servizi  mediante  tariffe  fìsse  o  variabili: 
vi  è  una  tariffa  postale,  una  tariffa  telegrafica,  ecc.  Il  pubblico 
usa  indifferentemente,  in  questo  caso,  le  parole  tassa  e  tariffa  : 
i  due  concetti,  in  realtà,  hanno  una  vera  analogia,  benché  ta- 
riffa sia  in  realtà  la  traduzione  in  atto  della  tassa.  Vi  possono 
essere  tariffe  differenti  secondo  i  criteri  da  cui  parte  il  mono- 
polista; la  tariffa  può  essere  infatti  proporzionale,  differenziale, 
graduale,    unica. 

La  tariffa  differenziale  si  ha  quando  i  prezzi  variano  secon- 
do le  unità  di  consumo  e  in  generale  in  scala  decrescente.  Per 
esempio  :  se  con  la  tariffa  proporzionale  una  merce  spedita  a 
1000  chilometri  di  distanza  paga  proprio  dieci  volte  più  che 
una  merce  spedita  a  100,  con  la  tariffa  differenziale  paga,  sup- 
poniamo, solo  otto  o  nove  volte  di  più.  Le  tariffe  differenziali 
sono  generalmente  applicate  sulle  ferrovie  :  servono  a  stimo- 
lare i  trasporti  a  distanza,  ed  eccitare  quindi  consumi  che  altri- 
menti non  avverrebbero.  Inoltre  le  spese  di  esercizio  di  una  in- 
trapresa non  sono  quasi  mai  in  rapporto  diretto  con  la  sua 
estensione.  Una  società  ferroviaria  che  eserciti  500  chilometri 
non  spende  la  metà  di  una  che  eserciti  1000,  ma  quasi  sempre 
più  che  la  metà  :  un  trisrio  che  percorra  1000  chilometri  non 
consuma  due  volte  di  più  di  uno  che  ne  percorra  500,  ma  qua- 
si sempre  un  pò  meno. 

La  tariffa  graduale  è  anche  in  pratica  quasi  sempre  decre- 
scente e  ha  un  criterio  comune  con  la  tariffa  differenziale  ;  essa 
non    è   proporzionale    al    numero   delle  unità   di   consumo.  Si 


CAP.    III.J  LE   TARIFFE  23 1 

applica  la  tariffa  graduale  quando  il  prezzo  varia,  non  per 
ciascuna  unità  di  consumo.  Cosi  in  un  trasporto  ferroviario  la 
merce  per  esempio  non  paga  io  centesimi  per  ogni  tonnellata 
e  per  ogni  chilometro  :  ma  la  tariffa  varia  solo  per  ogni  gruppo 
di  IO  o  100  chilometri.  A  questi  criteri  è  inspirata  la  tariffa  a 
zone,  applicata  con  tanta  fortuna  in  Ungheria.  Supponiamo 
per  il  primo  gruppo  di  loo  chilometri  la  tariffa  io,  per  il  secon- 
do gruppo  la  tariffa  8,  per  il  terzo  la  tariffa  6,  si  hanno  due  con- 
seguenze :  nello  stesso  gruppo  si  paga  sempre  lo  stesso  quale 
che  sia  la  distanza  ;  così  a  io  chilometri  come  a  loo,  e  poi  vi  è 
come  un  premio  per  le   distanze. 

Vi  è  infine  la  tariffa  unica;  cioè  tutti  pagano  allo  stesso  modo 
quale  che  sia  il  numero  delle  unità  di  consumo  richieste.  Cosi 
la  tariffa  postale  è  generalmente  unica  per  la  distanza  ;  una  let- 
tera paga  lo  stesso  a  io,  a  mille,  a  diecimila  chilometri  di  distan- 
za. Oramai  quasi  tutti  gli  Stati  dell'Unione  postale  hanno  una 
tariffa  unica  per  la  distanza  :  una  cartolina  postale  può  andare 
quasi  in  tutti  i  paesi  del  mondo  e  non  si  paga  che  una  stessa 
somma.  La  tariffa  unica  ha  per  il  produttore  il  grandissimo 
vantaggio  di  diminuire  le  spese  di  produzione  ;  di  semplificare 
tutti  i  servizi.  Che  cosa  complicata  era  la  posta  quando  biso- 
gnava pagare  secondo  le  distanze  e  che  cosa  più  semplice  è  ora  ! 
La  tariffa  unica,  quando  è  possibile,  è  l'ideale  ;  ma  essa  è  pos- 
sibile solo  quando  si  tratti  di  servizio  assai  generalizzato  e  quan- 
do non  vi  siano  troppo  notevoli  differenze  fra  i  vari  ordini  di 
consumatori.  Per  ora  la  tariffa  unica  si  trova  nella  sua  forma 
tipica  solo  nel  servizio  postale. 

Vi  sono,  come  abbiamo  visto,  alcune  imprese  le  quali  hanno 
carattere  di  pubblica  utilità  e  per  ragioni  di  sicurezza  e  di  ordine 
sono  generalmente  esercitate  dallo  Stato  ;  ve  ne  sono  altre  le 
quali  non  possono  essere  in  concorrenza  e  né  meno  il  loro  eser- 
cizio è  possibile  senza  speciali  concessioni  da  parte  dello  Stato  ; 
per  esempio  le  ferrovie.  Nessuna  società  ferroviaria  potrebbe 
costruire  una  linea  con  probabilità  di  risultato,  traverso  nume- 
rose proprietà  private,  se  leggi  e  concessioni  speciali  non  inter- 
venissero. E  anche  dove  è  costruita  una  linea  ferroviaria  spesso 
non  se  ne  può  mettere  una  seconda.  Ora  le  industrie  della  prima 
categoria  sono  in  generale  esercitate  direttamente  dallo  Stato 


232  SCIENZA  DELLE  FINANZP:  [LIBRO  li. 

non  ritenendosi  conveniente  appaltare  intraprese  che  hanno 
carattere  veramente  pubbHco  ;  le  altre,  quando  lo  Stato  non 
le  esercita,  le  ha  almeno  sotto  il  suo  controllo,  e  generalmente 
si  riserba  di  intervenire  nella  determinazione  delle  tariffe. 

In  conclusione,  le  pubbliche  imprese  assunte  dallo  Stato 
o  degli  enti  locali  riguardono  in  generale  forme  di  attività  che 
sono  necessarie  o  utili  alla  collettività  e  il  cui  bisogno  non  è 
solamente  economico.  Vi  sono  spesso  ragioni  di  ordine  e  di  si- 
curezza ;  vi  sono  più  spesso  ragioni  di  necessità  per  cui  1'  im- 
presa, a  causa  dei  suoi  scopi,  non  può  essere  esercitata  da  pri- 
vati, o  non  può  essere  esercitata  senza  danno. 

Vi  sono  imprese  in  cui  la  domanda  non  coprirebbe  il  costo;  e 
allora  è  necessario,  poi  che  l'impresa  non  sorgerebbe,  di  avere 
un  prezzo  politico  o  semipolitico. 

Vi  sono,  come  abbiamo  visto,  anche  dei  casi  (e  bisogna  ag- 
giungere sono  assai  pochi)  in  cui  lo  Stato  può  produrre  a  costi 
inferiori  che  le  imprese  private.  Vi  può  essere  anche  conve- 
nienza di  sostituire,  per  ragioni  di  utilità  generale,  un  mono- 
polio pubbUco  a  un  monopoho  privato. 

In  generale,  la  monetazione  in  tutti  i  paesi  è  esercitata  dallo 
Stato  ;  l'emissione  dei  biglietti  di  banca  è  controllata  dallo 
Stato  e  affidata  a  istituti  di  carattere  pubblico  ;  la  posta  e  il 
telegrafo  sono  quasi  dovunque  esercizio  di  Stato  e  oramai  anche 
in  molti  paesi  il  telefono;  le  ferrovie  sono  esercitate  dallo  Stato 
solo  in  alcuni  paesi. 

Quando  non  è  necessario,  non  è  né  meno  utile  1'  esercizio 
da  parte  dello  Stato.  Ciò  si  rivela  chiaramente  nelle  ferrovie 
e  nei  telefoni.  Le  grandi  coalizioni  di  impiegati  e  di  salariati, 
più  facili  nei  pubblici  servizi,  tendono  a  far  perdere  loro  il  ca- 
rattere industriale  ;  così  si  comincia  in  generale  con  avere  un 
prezzo  semipolitico,  (per  effetto  di  facilitazioni,  concessioni,  ecc.) 
si  finisce  con  avere  un  prezzo  politico.  Sono  allora  le  imposte 
che  devono  provvedere  ai  disavanzi  ;  ed  è  la  generalità  dei 
cittadini  che  deve  contribuire  al  mantenimento  dei  servizi 
pubblici  di  cui  l'uso  è  assai  diverso  e  l'utilità  è  assai  disegual- 
mente risentita. 


CAP.    III.'  LA    MONETAZIONE  233 

I.    La   monetazione. 

90.  È  evidente  la  necessità  di  assicurare  il  regolare  funzio- 
namento del  sistema  monetario,  chiave  di  tutti  gli  scambi  e 
quindi  di  grande  importanza  per  la  produzione  e  distribuzione 
della  ricchezza.  Niente  più  è  notevole  dei  perturbamenti  mone- 
tari, i  quali  intralciano  ogni  scambio  e  creano  difficoltà  grandi 
alla  stessa  produzione  della  ricchezza. 

Nel  passato,  quando  Yaes  rude  non  era  ancora  stato  sostituito 
dall'  aes  signatum,  era  necessario  pesare  il  numerario.  A  Roma 
antica,  prima  dello  sviluppo  della  moneta,  le  compre  e  le  ven- 
dite non  si  facevano  altrimenti.  Prima  della  riforma  monetaria 
del  24  maggio  191  o  (che  introduceva  la  nuova  moneta  nazionale 
di  argento,  il  yuan  (del  peso  di  grammi  26,8632,  al  titolo  di 
900  ^/qq)  e  monete  divisionali  di  argento,  nichelio  e  bronzo,  met- 
tendo al  bando  le  vecchie  monete  di  argento)  che  infestavano 
la  circolazione  dell'impero,  in  Cina  si  usava  pesare  i  metalli. 
Ma  le  compre  fatte  in  tal  guisa  dovevano  e  forse  ancora,  per- 
chè non  sappiamo  quale  efficacia  pratica  abbia  la  riforma,  de- 
vono, presentare  necessariamente  una  grande  serie  di  difficoltà. 
È  noto  come  prima  che  lo  Stato  intraprendesse  la  emissione 
delle  monete,  molte  famiglie  dell'antichità  ne  emisero  per  loro 
conto:  erano  le  famiglie  più  ricche  e  più  potenti  d'ordinario  il  cui 
nome  era  garanzia.  In  questo  senso  le  monete  familiari  hanno 
preceduto  le  monete  dello  Stato.  Ma  da  migliaia  di  anni,  nei 
paesi  civili,  lo  Stato  ha  quasi  dovunque  assunto  il  servizio  del- 
la coniazione  delle  monete.  La  libera  circolazione,  senza  con- 
trollo ,  renderebbe  gli  scambi  complicatissimi  e  la  moneta, 
come  medio  degli  scambi  e  come  denominatore  del  valore,  ha 
funzioni  troppo  importanti  perchè  sia  lasciata  senza  controllo. 

Deve  fare  lo  Stato  gratuitamente  la  coniazione  delle  monete  ? 
Il  problema  è  stato  vivamente  discusso  al  principio  del  secolo 
scorso.  Lord  Liverpool,  seguito  da  Jacob  e  più  tardi  da  Ricardo, 
sosteneva  che  le  coniazioni  dovessero  essere  gratuite  :  che  non 
vi  dovesse  essere  qualsiasi  tassa,  nemmeno  quella  per  reinte- 
grare la  spesa  di  coniazione.  Ma  in  seguito  numerosi  econo- 
misti in  Francia  e  in  Inghilterra,  Chevalier,  Mac  Culloch,  De 
Parieu  ,  ecc.  hanno  dimostrato  che  ,  non  solo  una  tassa  di 
monetazione  debba  ammettersi  in  via  generale,  ma  che  il  non 


234  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO    II. 

ammetterla  porti  inconvenienti  gravissimi  e  quasi  sempre  la 
fuga  della  moneta  migliore.  D'ordinario,  quasi  dovunque,  vi 
sono  tasse  di  monetazione  tenuissime  :  e  non  possono  che  es- 
ser tali  poiché  non  rappresentano,  o  non  dovrebbero  rappre- 
sentare, che  la  spesa.  La  monetazione  è  dovunque  una  regia*, 
ed  è  stato  generalmente  abbandonato  l'uso  di  affidarla,  sia  pu- 
re sotto  il  controllo  dello  Stato,  a  privati  intraprenditori.  Lo 
scopo  da  raggiungere  essendo  quello  di  fabbricare  la  moneta 
in  condizioni  di  sicurezza  assoluta,  nessuno  meglio  dello  Stato 
può  adempiere  a  questa  funzione  f- 

In  Inghilterra  la  fabbricazione  delle  monete  è,  come  negli 
altri  stati,  una  regia;  ma  la  corporazione  degli  orefici  ha  lo  inca- 
rico di  verificare  la  fabbricazione  ;  dopo  aver  prelevato  su  cia- 
scuna coniazione  una  certa  quantità  di  monete,  essa  le  verifica 
e  dà  in  fine  dell'anno  una  specie  di  giudizio,  che  ricorda  gli  an- 
tichi arréts  delle  cours  des  monnaies  francesi. 

Ciascun  cittadino,  nei  paesi  a  moneta  buona,  ha  il  diritto 
di  far  monetare  i  metalli  preziosi.  In  Inghilterra  per  far  mone- 
tare un  chilogramma  di  oro  fino  non  bisogna  spendere  che 
sterline  0,2082,  cioè  presso  a  poco  i  y^  per  mille.  Ciò  significa 


*  La  letteratura  sulle  questioni  monetarie  è  interminabile.  Basti  ac- 
cennare a  qualcuna  delle  opere  più  note.  Del  resto  una  larga  bibliografia 
si  trova  in  Soetbeer:  Litteraturnachweis  uher  Gold  und  MUnzwesen 
insbesondere  uher  den  Wehungsstreit  1871-1891.  Berlin,  1893.  Si  confron- 
tino principalmente  le  note  opere  di  J  e  v  o  n  s  :  Money  and  mechanism 
of  exchange  ;  B  a  g  e  h  o  t  :  Lomhard  Street  ;  le  principali  opere  di  S  h  i  e  Id 
Nicholson,  di  Foxwell,  di  Loria,  di    Pierson,  ecc. 

t  In  Inghilterra  si  segue  il  sistema  della  coniazione  gratuita  ;  negli 
stati  del  continente  vi  è  viceversa  una  piccola  tassa  di  monetazione.  In 
Inghilterra  però  i  privati  non  si  dirigono  direttamente  all'  ufficio  della 
moneta,  ma  alla  Banca  d'  Inghilterra  e  questa  è  obbligata  a  comprare  a 
una  tariffa  determinata  le  verghe  metalliche  e  a  scambiarle  con  moneta 
coniata.  Ma  la  Banca,  sulla  somma  che  dà,  trattiene  un  piccolissimo  scon- 
to per  il  tempo  necessario  alla  monetazione  ;  quindi  sotto  altra  forma 
vi  è  Una  piccolissima  tassa  monetaria.  In  Italia  i  diritti  di  coniazione 
per  un  chilogramma  di  oro  fino  sono  di  lire  7.445.  Per  un  chilogramma  di 
argento  sono  di  lire  1.722;  ma  la  coniazione  dell'argento,  per  effetto  del- 
l'unione monetaria,  è  interdetta  ai  privati;  poi  che  il  bimetallismo  degli 
Stati  che  compongono  l'Unione  ò  incompleto,  non  ammettendo  che  la 
libera  coniazione  dell'oro. 


CAI'.    in.J  LA    MOKliTAZlONE  235 

che  l'opera  dello  Stato  rispetto  alla  moneta  buona,  si  limita 
a  curare  l'eguaglianza  del  contenuto  e  la  identità  della  forma, 
e    non   altro. 

La  moneta,  insegnano  tutti  gli  economisti,  deve  avere  un  va- 
lore intrinseco  rigorosamente  eguale  al  suo  valore  nominale. 
Così  lo  Stato  emette  monete  senza  perdere ,  né  guadagnare  : 
generalmente  con  una  piccola  perdita  per  le  spese  di  moneta- 
zione da  una  parte  e  dall'  altra  perchè  sostituisce  le  monete 
nuove  a  quelle  troppo  usate.  Le  monete  con  il  tempo  si  consu- 
mano e  bisogna  ogni  tanto  ristaurare  la  circolazione  monetaria. 
Spesso  si  tratta  di  spese  non  lievi*. 

91.  Ma  la  moneta  di  ciascun  paese  può  avere  forme  diffe- 
renti :  oltre  la  moneta  vera  o  propria,  a  valore  pieno,  quella  in 
cui  il  valore  intrinseco  corrisponde  al  valore  nominale  ,  vi  è 
una  moneta  convenzionale;  e  questa  è  tanto  più  necessario  che 
sia  emessa  dallo  Stato  f.  Nella  moneta  convenzionale  entra  la 
moneta  divisionaria,  o  frazionaria,  o  spicciola,  che  serve  solo  per 
i  pagamenti  minori.  Una  moneta  d'oro,  non  può,  data  la  rarità 
di  questo  metallo,  rappresentare  5  centesimi  di  una  lira  italiana: 
o  un  Kopech  imperiale  russo  o  un  Penny  inglese,  bisogna  che  si 


*  J  e  V  o  n  s  calcolava  che  la  moneta  inglese  souvereign  perdeva  ogni 
anno  0.043  di  grain.  Dovunque,  più  o  meno,  la  perdita  è  considerevole. 
In  Inghilterra,  per  molto  tempo,  il  deterioramento  della  moneta  è  stato 
messo  a  carico  dell'ultimo  possessore  di  essa  :  ma  si  è  dovuto  rinunziare 
a  questo  pericoloso  sistema;  e  ora,  dovunque,  si  come  prescriveva  tas- 
sativamente la  legge  tedesca,  purché  le  monete  non  siano  alterate  frau- 
dolentemente,  lo  Stato  le  riceve  al  loro  valore  nominale. 

t  In  Europa  esistono  soltanto  alcuni  paesi  che  hanno  un  bimetallismo 
incompleto  e  che  formano  i  paesi  della  così  detta  Unione  Latina.  Fu  il 
23  dicembre  1865  che  la  Francia,  il  Belgio,  l'Italia,  e  la  Svizzera  sotto- 
scrissero una  convenzione,  cui  aderì  la  Grecia  subito  dopo,  in  cui  fu  fis- 
sato il  regime  monetario  che,  tranne  modificazioni,  vige  ancora  in  que- 
sti stati.  La  unione  del  1865  ha  per  base  la  famosa  legge  francese  del  17 
germinale  anno  XI  ;  modificata  in  seguito  ripetutamente  essa  oramai 
non  mantiene  un  vero  bimetallismo,  poiché  mentre  é  libera  la  coniazio- 
ne dell'oro,  non  é  egualmente  libera  la  coniazione  dell'argento.  Dopo  il 
1874  infatti,  i  cinque  stati  hanno  limitato  la  coniazione  dell'argento.  Do- 
po il  1878,  in  seguito  a  nuova  convenzione,  proibirono  a  dirittura  ogni 
nuova  coniazione.  Si  tratta  dunque  di  un  vero  bimetallismo  impuro,  o 
zoppo  come  si  suol  dire. 


236  SCn:.N/A    Di.LLE   FINANZE  '        |  LIBRO   li. 

adoperino  metalli  di  poco  valore  ;  o  almeno  non  preziosi  per  la 
loro  rarità.  Le  monete  divisionali  in  tutti  i  paesi  non  sono  coniate 
per  conto  dei  privati,  poiché  il  valore  non  è  punto  quello  che 
il  rapporto  stabilito  tra  esse  e  la  moneta  vera  può  far  supporre. 
Uno  scellino  è  legalmente  ^/^  di  una  sterlina  ;  ma  l'argento 
contenuto  è  assai  meno  della  metà.  Così  se  una  moneta  d'oro 
francese  da  io  franchi  vale  proprio  io  franchi,  una  moneta  di 
argento  da  i  franco  non  contiene  tanto  metallo  quanto  indica; 
ma  meno  della  metà.  E  se  circolano  nel  rapporto  indicato  le- 
galmente, è  che  in  Inghilterra  la  moneta  d'argento  è  soltanto 
una  moneta  divisionale,  e  in  Francia  esiste  una  legislazione 
speciale,  che  deriva  da  una  internazionale,  che  regola  la  cosi- 
detta  Unione  Latina.  Ma  fermiamoci  al  primo  caso,  quello 
della  moneta  divisionale. 

La  moneta  divisionale,  come  abbiamo  visto,  ha  una  funzione 
ben  chiara  :  quella  di  servire  ai  piccoli  pagamenti.  D'ordinario 
è  in  nikel  e  in  bronzo:  ma  potrebbe  esser  senza  danno  anche 
in  metalli  meno  costosi  del  nikel.  Si  tratta  in  realtà  di  una  mo- 
neta il  cui  valore  intrinseco  è  d'ordinario  di  gran  lunga  minore  di 
quello  nominale  :  e  la  differenza  è,  ed  è  naturale  che  sia,  tutta 
a  benefìcio  dello  Stato.  Ma  di  questo  benefìcio  non  si  deve  abu- 
sare. Perchè  la  circolazione  di  questa  moneta  sia  regolata  auto- 
maticamente e  non  in  modo  arbitrario,  bisogna  che  lo  Stato 
sia  sempre  disposto  a  cambiarla  in  oro. 

IL  L'emissione  dei  biglietti  di  banca. 

92.  La  emissione  dei  biglietti  di  banca  costituisce  anch'essa 
una  pubblica  impresa.  Non  è  qui  il  caso  di  riferire  tutte  le 
dispute  tra  i  fautori  delle  banche  di  emissione  di  Stato  e  co- 
loro che  vogliono  ridurre  l'azione  dello  Stato  semplicemente 
a  un  controllo*.  Quale  che  sia  l'opinione  che  si  abbia  sull'ar- 
gomento, si  è  tutti  di  accordo  nel  ritenere  che  l'emissione  non 
possa  essere  lasciata  in  balia  della  industria  privata.  In  nessun 
paese  del  mondo  civile  esiste  ora  vera  libertà  di  emissione  ;  ne- 

*  Cfr.  Su  queste  quistioni  N  i  t  t  i  :  Essai  sur  les  variaiions  dti  taux  de 
r  escomile,  Paris  1899,  e  le  numerose  opere  di  Vigne  s,  Nòe  1,  Savous, 
r  r  a  a  9  o  i  s,  C  o  u  r  e  e  11  e  S  e  a  e  u  i  1,  M  a  e  1  e  o  d. 


CAP.  III.]  l'emissione  bancaria  237 

gli  stati"  Uniti,  vi  era  libertà  di  creare  banche  di  emissione  in 
numero  illimitato,  ma  i  biglietti  erano  soggetti  a  leggi  più  re- 
strittive di  quelle  dei  paesi  di  Europa  :  troppo  restrittive  for- 
se. La  legge  23  decembre  191 3  creò  12  Banche  federali  di  ri- 
serva col  privilegio  di  emettere  biglietti  garentiti  dal  40  o/o  di 
oro.  Entro  trenta  anni  il  vecchio  sistema  americano  dovrà  es- 
sere sostituito  dal  nuovo. 

Lo  Stato  può  dunque  direttamente  esercitare  la  industria 
della  emissiome  :  è  ciò  che  fa  in  Svezia  e  faceva  prima  della 
rivoluzione  in  Russia.  La  Banca  Reale  di  Svezia  è  la  più  antica 
banca  di  emissione  di  Europa  :  dal  1668  essa  funziona  sotto  la 
sorveglianza  diretta  del  Parlamento  svedese.  Il  suo  capitale 
è  di  30  milioni  e  la  Banca  può  emettere  biglietti  sino  alla  con- 
correnza di  questa  somma  :  il  resto  deve  essere  coperto  da  inte- 
ra riserva  o  da  divisa  estera.  Ha  dunque  una  emissione  molto 
limitata  e  le  condizioni  speciali  della  Svezia  ne  rendono  facile 
il  funzionamento. 

Non  si  può  negare  che  lo  Stato,  il  quale  espropria  tutti  i 
cittadini  del  diritto  di  esercitare  la  industria  della  emissione 
dei  biglietti  a  benefìzio  di  una  società  {Banque  de  Franca  in 
Francia,  Banque  Nationale  de  Belgique  nel  Belgio,  ecc.)  o  di 
pochi  istituti  (come  in  Italia  :  dove  sono  la  Banca  d'  Italia,  il 
Banco  di  Napoli  e  il  Banco  di  Sicilia)  non  solo  abbia  il  diritto, 
ma  l'obbligo  di  partecipare  ai  guadagni  che  risultano  in  gran 
parte  da  una  espropriazione. 

Or  come  la  imposta  sulla  circolazione  dei  biglietti  è  irrazio- 
nale nei  paesi  di  libertà  bancaria  (poiché  la  circolazione  non 
rappresenta  punto  una  ricchezza  per  sé  stante),  come  è  sempre 
dannoso  in  regime  di  monopolio  o  di  privilegio  sottomettere  gli 
istituti  di  emissione  a  forti  contribuzioni,  le  quali  poi  finiscono  col 
gravare  soltanto  sulla  grande  massa  dei  consumatori  del  credi- 
to, così  é  logico  ed  anzi  morale  sotto  ogni  aspetto  che,  in  regime 
di  monopoHo  o  di  privilegio,  vi  sia  partecipazione  dello  Stato  ai 
benefìzi.  Lo  Stato  rappresenta  la  collettività,  cioè  in  questo 
caso  il  grande  numero  di  coloro  che,  in  vista  di  uno  scopo  di 
utilità  generale,  hanno  rinunziato  a  esercitare  l'industria  della 
emissione  bancaria.  Se  la  industria  è  causa  di  benefìzi  che  sor- 
passano notevolmente  il  saggio  medio  dei  prodotti  industriali, 
('  necessario  ed  è  morale  che  lo  Stato  vi  partecipi. 


238  SCIENZA   DELLE   FINANZE  TlIRRO   II. 

Le  imposte  hanno,  quale  che  sia  la  loro  forma,  lo  svantaggio 
d'essere  assai  gravose  ai  consumatori  del  credito  e  assai  onerose 
alla  industria  e  poco  agli  azionisti  delle  banche.  Per  un  semplice 
atto  di  traslazione,  assai  facile  a  operarsi  in  regime  di  mono- 
polio o  di  privilegio,  tutte  le  imposte,  prevedute  con  sicurezza, 
sono  ripartite  fra  coloro  che  ricorrono  al  credito  bancario. 

Invece  la  forma  di  partecipazione,  già  introdotta  da  qualche 
Stato  e  che  tende  sempre  più  a  essere  preferita,  ha  il  vantaggio 
grandissimo  di  non  pesare  che  assai  debolmente  sui  consuma- 
tori del  credito.  Supponiamo  un  regime  bancario  in  cui  i  bene- 
fizi fino  al  4%  del  capitale  versato  vadano  interamente  agli 
azionisti,  dal  4  al  6  per  due  terzi  allo  Stato  e  per  un  terzo  agli 
azionisti,  e  dal  5  in  poi  per  quattro  quinti  allo  Stato  e  appena 
per  un  quinto  agli  azionisti. In  questo  caso  avviene  che  lo  Sta'o 
prende  una  grandissima  parte  di  ciò  che  rappresenta  i  bene- 
fizi derivanti  dal  monopolio;  né  la  banca  può  in  precedenza 
riversare  sui  consumatori  gli  oneri  che  non  conosce.  Appare 
quindi  evidente  la  superiorità  grande  di  quei  sistemi  i  quali, 
invece  di  colpire  la  circolazione  con  imposte  gravose,  vi  sir.no 
o  no  profitti  elevati  nella  banca,  preferiscono  far  partecipare  lo 
Stato  in  una  certa  misura  ai  benefizi. 

93.  Quando,  dunque,  l'emissione  dei  biglietti  è  lasciata  li- 
bera (e  questo  fatto  non  avviene  in  nessun  paese),  lo  Stato  non 
ha  ragione  di  colpire  la  circolazione  fiduciaria  più  di  quel  che 
non  abbia  di  colpire  la  circolazione  metallica;  se  la  circolazione 
fiduciaria  si  sostituisce  in  parte  alla  metallica  è  perchè  costa 
meno  :  rialzare  artificialmente  il  costo,  significa  scemarne  o  an- 
nullarne il  benefizio.  E  ciò  è  tanto  più  dannoso  in  quanto  è  la 
massa  dei  consumatori  del  credito,  cioè  la  massa  del  pubblico, 
che  si  avvantaggia  di  ogni  diminuizione.  Nel  caso  ben  più  fre- 
quente di  monopolio  o  di  privilegio  accordati  a  società  private, 
la  questione  va  studiata  sotto  aspetto  ben  diverso.  In  questo 
caso  lo  Stato,  che  rappresenta  gli  interessi  collettivi,  espropria 
i  cittadini,  di  un  diritto  ,  cioè  l'esercizio  della  industria  e  della 
emissione,  e  questo  diritto  concede  a  uno  o  a  pochi.  Siccome 
si  tratta  di  una  vera  espropriazione,  di  una  limitazione  fatta  o 
per  necessità  storiche,  o  per  causa  di  utilità  pubblica,  è  ben  na- 
turale che  un  corrispettivo  vi  deva  essere  e  che  quante  volte  la 


CAP.    III.]  L  EMISSIONE    BANCARIA  239 

industria  monopolistica  o  privilegiata  dia  banefizi  molto  elevati, 
a  causa  della  sua  speciale  posizione,  lo  Stato,  cioè  colui  che  ha 
accordato  il  monopolio,  deva  parteciparvi. 

Non  bisogna  dimenticare  che  tutte  o  quasi  le  grandi  banche  di 
emissione,  hanno  ottenuto  il  privilegio  o  il  monopolio,  in  seguito 
a  favori  concessi  allo  Stato,  cioè  a  una  vera  transazione  inter- 
venuta. Anche  adesso  le  banche  monopolistiche  o  privilegiate 
sono  obbligate  a  rendere,  in  cambio  della  concessione  accorda- 
ta loro,  gratuitamente,  una  serie  di  servizi  o  di  prestazioni. 
Ma  se  non  ostante  ciò  l'industria  è  altamente  redditizia,  è  ben 
naturale  e  onesto  che  chi  ha  concesso  il  diritto  di  monopolio 
o  di  privilegio  e  ha  espropriato  quindi  i  cittadini  di  un  diritto 
che  già  avevano,  renda  a  questi  una  parte  almeno  dei  bene- 
fizi elevati  che  la  situazione  straordinaria  arreca  agli  istituti. 
Ma  il  colpire  la  circolazione,  come  materia  di  imposta  per  sé 
stante,  e  non  già  i  profitti  bancari  quando  sorpassano  un  certo 
limite,  significa  quasi  sempre  colpire  i  consumatori  del  credito  e 
non  già  coloro  che  hanno  ottenuto  una  concessione  dallo  Stato 
e  che  sono  perciò  obbligati  a  una  contribuzione  fissa  o  variabile. 
Quando  la  imposta  è  lieve,  riesce  a  ripartirsi  sulla  altezza  dello 
sconto,  sui  benefizi  della  banca  e  sulla  somma  totale  delle 
operazioni  che  la  banca  compie.  Anche  in  questo  caso  è  però 
puerile  credere  che  la  imposta  sia  pagata  dai  benefizi  del  capi- 
tale soltanto  :  ma,  mantenuta  entro  certi  limiti,  i  danni  sono 
minori.  Non  cosi  nel  caso  opposto. 

È  bene  ricordare  che  nulla  rende  più  del  credito  facile  e 
pronta  la  transazione  degli  oneri.  Se  le  transazioni  avvenissero 
tutte  in  moneta  e  si  pagasse  sempre  all'atto  dello  scambio,  non 
vi  sarebbero  perdite  e  il  valore  del  prodotto  e  del  servizio  non 
avrebbe  altro  limite  fuori  che  quello  accordatogli  dalla  sua  na- 
tura. Invece  il  credito,  mentre  stimola  le  attività  e  permette 
lo  svolgimento  in  sfera  molto  più  larga,  degli  scambi,  ripartisce 
fra  tutti  coloro  che  mantengono  i  loro  impegni  le  perdite  derivan- 
ti da  quelli  che  non  mantegono  le  loro  promesse  di  pagamento. 
Quando  dunque  1'  imposta  sulla  circolazione  oltrepassa  certi 
limiti,  le  banche  riversano  l'onere  che  viene  imposto  su  coloro 
che  scontano.  Le  banche  potrebbero  in  alcuni  casi  diminuire 
i  benefizi.  Ma  quando  i  benefizi  della  banca  sono  discesi  al  sag- 


I 


240  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO   II. 

gio  corrente  dei  profitti,  non  è  possibile  diminuirli  più  ancora 
senza  danno,  anzi  senza  rovina  degli  istituti  bancari.  Si  tratta 
per  altro  di  un  rimedio  eroico  ;  che  può  essere  adottato  in  casi 
eccezionali,  ma  giammai  d'ordinario. 

La  circolazione  delle  banche  non  è  necessariamente  in  rap- 
porto con  le  operazioni  che  esse  fanno,  né  con  i  profitti.  Avviene 
che  la  circolazione  si  aumenta  di  tutto  il  peso  dei  biglietti  di- 
strutti e  di  quelli  conservati  con  la  stessa  fiducia  del  numerario. 
La  sola  circolazione  utile  alle  banche  è  quella  che  è  rappresen- 
tata come  contro  valore  dal  portafoglio  e  dai  prestiti.  La  Banca 
d'Inghilterra,  oltre  a  essere  il  vero  banchiere  dello  Stato  ingle- 
se e  a  fare  con  tenue  indennizzo  il  servizio  di  pagamento  degli 
interessi  del  debito  pubblico,  paga  allo  Stato  da  230  a  250  mila 
sterline  all'  anno  :  somma  tenue  quando  si  pensi  alla  massa  del- 
le sue  operazioni.  La  Banca  di  Francia  paga  ogni  anno  un  contri- 
buto eguale  al  prodotto  dell'ottavo  del  saggio  dello  sconto  della 
circolazione  produttiva:  senza  che  questa  contribuzione  possa 
essere  inferiore  a  2  milioni.  In  Italia  le  banche  di  emissione  sono 
state  assoggettate  a  contribuzioni  enormi  :  prima  del  1891 
pagavano  1,44  per  ogni  100  lire  di  circolazione.  Anche  adesso, 
che  danno  assai  meno,  contribuiscono  con  una  somma  doppia 
di  quella  della  Banca  di  Francia,  che  è  un  istituto  poderosissi- 
mo, che,  prima  della  guerra  del  1914  aveva  oltre  3.500  milioni 
di  circolazione  !  Si  comprende  che  lo  Stato,  concedendo  il  mo- 
nopolio o  il  privilegio  della  emissione,  partecipi  ai  benefizi;  ma 
non  si  comprende  che  con  pesi  enormi  riesca  ad  annullare  i  be- 
nefizi del  credito  *. 


*  La  legislazione  positiva  in  materia  bancaria  presenta  notevoli  va- 
rietà. Nell'Impero  Germanico,  ad  esempio,  la  Reichsbanck,  con  sede  a 
Berlino,  era  sotto  la  sorveglianza  e  la  direzione  dello  Impero  ed  era  am- 
ministrata da  organi  dell'Impero  stesso.  Essa  era  una  persona  giuridica 
indipendente,  il  cui  capitale  di  180  milioni  di  marchi  era  in  azioni  no- 
minative. Gli  azionisti  non  avevano  alcuna  influenza  sulla  gestione  della 
Banca.  Fungeva  da  Direttore  nominalmente  il  Cancelliere  dell'Impero; 
di  fatto  il  Segretario  di  Stato  per  gli  Interni,  che  lo  sostituiva.  La  Banca 
godeva  il  privilegio  dell'emissione.  Aveva  funzioni  di  Cassa  dell'Impero. 
I  benefizi  della  Banca,  detratti  i  dividendi  agli  azionisti  e  il  10%  da 
assegnarsi  al  fondo  di  i 
alla  Cassa  dell'  Impero. 


CAP     III.J  LA  POSTA  241 

III.    La   pesta. 

94.  Vi  sono  alcuni  servizi  pubblici,  come  le  strade  ordi- 
narie, che  per  necessità  non  possono  essere  lasciate  alla  indu- 
stria privata,  che  sarebbe  insufficiente;  altri  che  la  collettività 
assume  per  ragioni  di  ordine  o  di  sicurezza,  come  la  monetazio- 
ne ;  altri  che,  pur  avendo  carattere  speciale,  come  la  posta  e  il 
telegrafo,  perchè  tendenti  per  necessità  al  monopolio,  non  pos- 
sono essere  esercitati  economicamente  che  dallo  Stato  ;  altri 
che  hanno  ancora  carattere  più  incerto  come  le  ferrovie  e  i  tele- 
foni. Le  ragioni  per  cui  il  servizio  postale  e  il  servizio  telegrafico 
sono  esercitati  sempre  dallo  Stato  nei  paesi  civili  odierni  non 
hanno  bisogno  di  essere  chiarite  :  sono  ragioni  di  ordine,  di  pre- 
cisione, di  sicurezza.  La  trasmissione  della  parola  scritta,  per 
mezzo  della  posta  o  del  telegrafo,  deve  essere  garantita  da  ogni 
possibile  abuso.  Il  segreto  postale  e  telegrafico  è  senza  dubbio 
mantenuto  meglio  da  impiegati  dello  Stato  responsabili  che  da 
compagnie  private,  interessate  più  o  meno  direttamente  in 
speculazioni.  La  natura  stessa  di  questi  servizi  li  fa  tendere  ver- 
so il  monopolio  :  e  in  nessuno  paese  civile  monopoli  così  delica- 
ti come  la  posta  e  il  telegrafo  e  che  riguardano  la  vita  di  tutta 
la  nazione  sono  abbandonati  nelle  mani  di  società  private.  Così, 
dovunque  la  posta,  quasi  dovunque  i  telegrafi  all'interno  di 
ciascuna  nazione,  in  qualche  paese  i  telefoni,  sono  esercitati 
direttamente  dallo  Stato.  E  l'importanza  di  queste  pubbliche 
imprese  diventa  ogni  giorno  più  grande,  con  il  crescere  degli 
scambi,  con  il  moltiplicarsi  delle  relazioni  internazionali,  con 
lo  sviluppo  di  tutte  le  forme  dell'attività  economica. 

Ancora  un  secolo  fa,  in  ciascuna  famiglia  scrivere  una  lettera 
costituiva  un  avvenimento,  e  lo  stile  espistolare  era  curato  in 
guisa  che  le  lettere  antiche  quando  vengono  alla  luce,  ci  danno 
una  idea  della  lentezza  e  della  gravità  con  cui  erano  ordina- 
riamente concepite.  Sulla  origine  e  sullo  sviluppo  del  servizio 
postale  numerose  opere  sono  state  scritte.  È  inutile  risalire  per 
noi  all'antichità.  Se  di  ogni  istituto  e  di  ogni  servizio  pubblico 
si  dovesse  fare  la  storia,  si  finirebbe  col  perdersi  in  un  laberinto 
di  notizie,  che  non  hanno  spesso  se  non  un  valore  molto  medio- 
cre per  la  nostra  trattazione* .  Lo  Stato  per  ragioni  di  universa- 

*   Sulle  poste  cfr.    Joyee:  History  of  the  Post  Office.   London   1883 
Nitti.  16 


2.|2  SCIENZA    DELLE    FINANZE  TlIBRO    II. 

lità  di  ordine  e  di  regolarità  ha  assunto  dunque  in  tutti  i  paesi 
civili  sotto  la  forma  di  monopolio  il  servizio  postale. 

Oramai  la  posta  è  prevalentemente  un  servizio  economico 
sociale:  nel  senso  che  pur  quando  sia  redditizia,  scopo  dello  Stato 
quasi  dovunque  non  è  di  ricavare  un  reddito  mediante  il  mono- 
polio. Il  servizio  postale  è  per  sua  natura  monopolio;  risponde 
a  un  bisogno  sentito  dalla  grande  massa  della  popolazione  :  lo 
Stato  infine  dà  il  buon  mercato  assai  più  che  non  darebbe  la 
industria  privata.  L'organizzazione  vera  delle  poste  non  data 
che  da  qualche  secolo:  l'organizzazione  sotto  la  forma  attuale  è 
un  fatto  modernissimo.  È  anzi  solo  nel  secolo  decimonono  che  la 
posta  ha  avuto  1'  enorme  sviluppo  attuale.  La  posta  non  si  oc- 
cupava da  prima  se  non  della  trasmissione  della  corrispondenza: 
la  trasmissione  dei  valori  è  stata  fatta  molto  più  tardi.  E  nella 
trasmissione  della  corrispondenza  si  tenevano  presenti  due 
criteri:  il  peso  e  la  distanza  *.  Né  in  Inghilterra,  né  in  Germania, 
né  in  Italia  si  sviluppò  se  non  quando  alcuni  criteri  di  sempli- 
cità nelle  tariffe,  di  precisione  negli  ordinamenti  postali ,  si  so- 
stituirono ai  criteri  antichi  che  rendevano  ogni  sviluppo  im- 
possibile. 

Fin  quando,  per  esempio,  il  peso  e  la  distanza  erano  due  criteri 
che  occorreva  combinare  nelle  tariffe,  la  scala  di  esse  veniva  ad 
allungarsi  per  necessità  smisuratamente  e  si  cercava  quanto 
più  era  possibile  di  non  scrivere  o  di  ricorrere  ad  altri  mezzi  che 


B  e  1  1  o  e  :  Les  postes  frangaises,  Paris  i886;  Von  Stephan:  Geschichte 
der  preussichen  Poste,  Éerlin  1859;  Veredarius:  Das  Buch  von  der 
Weltpost,  Berlin  1894  ;  G.  B  i  t  k  b  e  e  h  Hill:  Life  of  sir  Rowland  Hill. 
London  1395;  Lewins:  Her  Majesty's  Mails,  London  1864  ;  e  sopra 
tutto  B  a  i  n  e  s  :  Party  years  of  the  Post  Office.  London  1895  e  le  grandi 
pubblicazioni  fatte  per  il  XXV  anniversario  della  Unione  postale. 

*  Nel  1676  in  Francia,  per  esempio;  una  lettera  pagava  2  soldi  a  meno 
di  25  leghe,  3  soldi  da  25  a  60  leghe,  4  soldi  da  60  a  80  leghe.  Se  la  lettera 
pesava  più  di  un'oncia  pagava  4  soldi  a  meno  di  25  leghe  e  io  al  di  là  di 
80.  Nel  1795,  il  governo  rivoluzionario  accrebbe  in  modo  enorme  le  tariffe 
postali  ;  una  lettera  pagava  4  soldi  nello  stesso  dipartimento,  5  a  meno 
di  20  leghe,  6  soldi  da  20  a  30  leghe,  7  da  30  a  40,  ecc.  Una  lettera  oltre 
180  leghe  pagava  15  soldi  e  più.  Era  un  sistema  complicatissimo  e  pesan- 
te, che  ebbe  per  effetto  di  distruggere  quasi  ogni  sviluppo  della  corrispon- 
denza. 


[II.  j  LA    POSTA  2-13 

[la  posta  per  far  pervenire  la  propria  corrispondenza.  La  sem- 
lificazione  dei  mezzi,  la  introduzione  da  prima  di  fogli  di  carta 
Dstale  bollata  (nel  regno  di  Sardegna  nel  1818  e  poi  nel  regno 
t  Napoli),  che  erano  buste  o  fogli  su  cui  era  stampato  un 
rubro,  come  sulle  odierne  buste  postali  inglesi  o  americane, 
itti  questi  mezzi  che  precedettero  1'  uso  o  la  diffusione  del 
ancobollo,  furono  le  prime  cause  di  trasformazione. 
Ma  un'altra  va  ne  fu  più  grande  :  la  soppressione  del  criterio 
3lla  distanza,  soppressione  che  da  principio  pareva  assurda, 
3n  sembrando  logico  che  una  lettera  dovesse  pagare  la  stessa 
)mma  per  andare  aio  chilometri  lontano  di  un'altra  per  anda- 
a  i.ooo.  Eppure  fu  questa  semplice  e  in  apparenza  assurda 
edificazione  che,  semplificando  il  servizio  postale,  gli  diede 
più  grande  sviluppo.  Sostituire  la  tariffa  unica  alle  varie  tariffe 
i  oporzionali,  graduali  o  differenziali  è  stata  la  vera  causa  del 
I  ande  sviluppo  della  posta  *. 

La  posta  presenta  per  lo  sviluppo  della  vita  sociale  un  inte- 
;  sse  grandissimo.  Ond'è  che  quanto  è  più  possibile  non  deve 
1  sere  considerata  come  un  mezzo  di  guadagno,  ma  piuttosto 
I  «me  pubblico  servizio.  L'Inghilterra  è  il  paese  in  cui  lo  Stato 
j  :ava  maggior  beneficio  finanziario  dalle  poste:  circa  100  mi- 


*  Nel  1837  sir  Rowland  Hill  propose  quella  riforma,  che  ebbe  tanta 
3  in  tutto  il  mondo.  Si  trattava  di  ridurre  le  tariffe  e  nello  stesso  tempo 

semplificare  il  servizio.  La  maggiore  semplificazione  veniva  dall'aboli- 
)ae  del  criterio  della  distanza  :  nell'  interno  del  Regno,  qualunque  la 
stanza,  si  pagava  sempre  per  lettere  di  non  oltre  mezza  oncia  (grammi 
,55)  quattro  pence,  cioè   40    centesimi.  Da  prima  si  pagavano  in  media 

a  74  centesimi,  737%  pence.  La  riforma  di  sir  Rowland  Hill  fu  ten- 
ta a  titolo  di  esperimento  {la  politique  expèrimentale  avrebbe  detto 
onDonnet)  nel  dicembre  del  1839.  L'autore  della  proposta    non  era  né 

ministro,  né  un  uomo  politico  :  era  un  privato  cittadino.  Fu  tale  l'im- 
:diato  effetto  che  la  riforma  ebbe  che  fu  subito  adottata,  anzi  la  tassa 
Ila  lettera  semplice  di  15.55  grammi  fu  ridotta  a  i  penny,  cioè  a  io  cen- 
'imi.  Si  soppressero  nello  stesso  tempo  le  franchigie  parlamentari  per 
i  i  deputati  potevano  ricevere  gratis  15  lettere  al  giorno  e  scriverne  io. 
Mentre  nell'Inghilterra,  nel  1839,  prima  della  riforma,  si  scrivevano  so- 
78' milioni  di  lettere,  se  ne  scrissero  169  milioni  nel  1840,  227  nel  1845, 
0  nel  1855  ;  oramai  il  numero  delle  lettere  spedite  ogni  anno  non  si 
fita  più  a  milioni  :  da  un  quarto  di  secolo  ha  sorpassato  un  miliardo  e 
a  si  avvicina  ai  2  miliardi. 


244  SCIENZA    DELLE   FIN'ANZE  [LIBRO   IL 

lioni  all'anno.  E  in  generale  nei  paesi  d'Europa,  a  popolazione 
densa  e  con  largo  sviluppo  di  comunicazioni,  ormai  la  posta 
rende  e  rappresenta  un'attività  notevole.  Nei  paesi  nuovi,  so- 
pra tutto  in  America  e  in  Africa,  rappresenta  un  passivo  che 
tende  sempre  più  a  ridursi  a  minime  proporzioni.  La  rapidità 
dei  mezzi  attuali  di  trasporto  per  terra  e  jper  mare  ha  permesso 
imo  sviluppo  immane  di  relazioni  e  per  alcuni  generi  ha  deter- 
minata la  unificazione  vera  del  mercato,  lu'aes  tripiex,  di  cui 
Orazio  voleva  corazzato  il  cuore  dei  primi  naviganti,  ora  che 
la  navigazione  è  relativamente  così  sicura,  serve  piuttosto  per 
fare  dei  bastimenti. 

La  posta  in  tutti  i  paesi  civili  è  un  servizio  pubblico  mono- 
polizzato, le  cui  tariffe  non  hanno  carattere  fiscale,  ma  gravitano 
quasi  dovunque  sul  costo. 

95.  In  tutti  i  paesi  civili  la  posta  non  si  limita  ormai  al  sempli- 
ce servizio  della  corrispondenza;  sarebbe  troppo  poca  cosa  data 
un'organizzazione  cosi  poderosa.  Se  il  compito  principale  rimane 
il  servizio  della  corrispondenza,  vi  sono  molti  servizi  accessori 
che  assumono  ogni  giorno  una  importanza  maggiore  :  questi 
servizi  accessori  in  Italia  per  esempio,  sono  :  a)  i  pacchi  ;  h) 
la  trasmissione  dei  valori  mediante  vaglia,  cartoline-vaglia  e 
titoli  di  credito;  e)  le  riscossioni  per  conto  di  terzi  in  Italia  e 
all'estero  ;  d)  le  associazioni  a  giornali  italiani  e  stranieri  :  e) 
le  casse  di  risparmio  :  /)  il  pagamento  delle  cedole  di  rendita 
del  Debito  pubblico  al  portatore  o  a  vista  :  g)  la  legalizzazione 
(per  parte  dei  Ministeri  degli  affari  esteri  e  della  giustizia  e  dei 
presidenti  dei  tribunali,  a  secondo  dei  casi)  di  atti  fuori  del 
Regno  e  di  atti  pure  in  temi  da  valere  in  altre  circoscrizioni 
giudiziarie  e  della  registrazione  di  verbali  e  di  sentenze  di 
giudici  conciliatori.  Inoltre  può  rilasciare  libretti  di  ricono- 
scimento. Taluni  di  questi  servizi  sono,  s'intende,  limitati  allo 
in  temo  del  Regno  :  altri  sono  estesi  ai  rapporti  con  l'estero. 
La  più  gran  parte  degli  Stati  civili  hanno  data  la  stessa  esten- 
sione ai  servizi  postali,  assumendone  anche  alcuni  di  carattere 
diversissimo. 

La  posta  dunque  oltre  al  servizio  della  corrispondenza,  fa 
anche  servizi  che  hanno  carattere  veramente  bancario.  I 
vaglia  e  le  cartoline- vaglia  servono  alla  trasmissione  dei  valori: 


(  Al*.    III.J  LA    POSTA  243 

pure  questo  è  un  servizio  per  cui  prima  si  ricorreva  anche  per 
somme  non  elevate  ai  banchieri.  (Anche  adesso  in  molti  paesi 
gli  istituti  di  emissione  rilasciano  gratis  i  vaglia  cambiari).  Ma 
accettando  risparmi  o  corrispondendo  loro  un  interesse,  la  posta 
rende  un  servizio  di  carattere  esclusivamente  bancario.  Poiché 
lo  Stato  a  sua  volta  è  in  Italia  costretto,  mediante  la  cassa 
depositi  e  prestiti,  a  prestare  le  somme  che  ha  ricevuto  in  depo- 
sito, vi  sono  dunque  le  due  operazioni  fondamentali  delle  ban- 
che :  il  deposito  e  lo  sconto.  Il  movimento  postale  è  un  in- 
dice sicuro  del  movimento  degli  affari  di  ciascun  paese;  per  lo 
meno  è  un  indice  di  grandissimo  valore  :  onde  le  statistiche 
postali  hanno  una  vera  importanza  economica  e  commerciale. 
Poiché  la  posta  in  moltissimi  Stati  raccoglie  il  risparmio  popo- 
lare, bisogna  pure  che  lo  impieghi.  Per  questo  bisogno  e  per 
altri  non  meno  importanti  (  custodia  delle  cauzioni,  dei  depo- 
siti giudiziari  ecc.)  in  molti  paesi  sono  sorte  grandi  istituzioni 
di  Stato  sul  tipo  della  Caisse  des  depòts  et.  consignations ,  di 
Francia,  della  Cassa  di  depositi  e  prestiti  in  Italia,  ecc. 

Queste  istituzioni  sono  in  generale  separate  nettamente 
dal  Tesoro  e  funzionano  sotto  il  controllo  dell'autorità  legisla- 
tiva :  hanno  quasi  dovunque  una  grande  importanza  e  un  ma- 
neggio di  fondi  in  generale  gigantesco  per  la  sua  importanza, 
ma  limitato  dalla  legge  in  quanto  all'impiego  (titoli  di  Stato, 
in  qualche  paese  titoli  di  enti  locali  o  prestiti  ad  essi)  ecc. 

Attualmente,  lo  sviluppo  postale  e  telegrafico  è  stato  reso 
più  agevole  dal  crescere  dei  rapporti  internazionali  e  dalle 
convenzioni  che  si  vanno  ogni  giorno  stabilendo  anche  con 
Stati  più  lontani.  Le  convenzioni  internazionali  postale  e  tele- 
grafica, che  hanno  creato  un  grande  ufficio  a  Berna,  il  quale 
agisce  come  clearing  house  (casa  di  compensazione)  tra  tutti 
gli  Stati,  hanno  singolarmente  agevolato  il  movimento  delle 
comunicazioni.  L'  Union  postale  universelle  è  stata  fondata 
nel  1874  ^  costituisce  un  solo  territorio  per  lo  scambio  reci- 
proco della  corrispondenza  fra  gli  uffici  di  posta  dei  paesi  ade- 
renti. Sviluppata  in  seguito  con  successive  convenzioni,  essa 
rappresenta  la  più  grande  unione  che  sia  mai  esistita  nel 
mondo  fra  1075  milioni  di  abitanti,  sparsi  su  102  milioni  di 
chilometri  quadrati.  'L'Union  postale  di  Berna  non  solo  agisce 


246  SCIENZA      DELLE      FINANZE  [LIBKO     1 

come  potente  ufficio  di  informazioni  ;  ma  regola  in  tant 
parte  le  relazioni  postali  tra  i  vari  stati  e  sopra  tutto  agisc( 
giusta  ciò  che  si  è  detto,  come  una  grande  clearing  houst 
Dopo  la  guerra  i  servizi  pubblici  riguardanti  le  comun 
cazioni  e  anche  la  posta  sono  divenuti  passivi  per  lo  Stato 
quasi  dovunque  si  sono  verificati  aumenti  di  tasse.  L'arrest 
degli  scambi  è  venuto  a  coincidere  col  maggior  costo  de 
servizi  e  con   le  maggiori  difficoltà  delle  comunicazioni. 

IV.  Il  telegrafo. 

96.  Per  il  telegrafo  valgono  le  stesse  ragioni  che  per  la  ^a 
sta  :  lo  Stato  l'esercita  in  monopolio  quasi  in  tutti  i  paes 
Anzi  il  telegrafo,  che  sorse  quasi  dovunque  per  mezzo  d'impn 
se  private,  è  diventato  anche  più  presto  monopolio  di  Stat( 
Società  industriali  non  potrebbero  impiantare  linee  telegrafich 
traverso  proprietà  private  senza  intervento  delle  autorità  gc 
vernative  e  senza  speciali  concessioni  di  legge:  né  d'altra  pari 
le  impianterebbero  se  non  dove  fosse  convenienza  economie; 
Così  tutti  i  paesi  che  avevano  conceduto  l'esercizio  dei  tel( 
grafi  a  società  private,  tendono  a  riscattarli  allo  Stato.  In  Ir 
ghilterra  il  riscatto  è  stato  compiuto  nel  1880.  Negli  Stati  Uni 
di  America  l'esercizio  privato  dei  telegrafi  ha  dato  luogo  a 
abusi  grandissimi;  a  sindacati  tra  le  compagnie,  a  tariffe  qua 
che  volta  eccessive,  ecc.  * 

Ben  diverso  è  il  caso  delle  linee  all'interno  di  una  nazioi 
e  di  quelle  fra  una  nazione  e  l'altra.  Queste  ultime  sono  costru 
te  ed  esercitate  generalmente  da  società  private.  Le  ragioi 
sono  molteplici  ed  evidenti.  Prima  di  tutto,  quando  si  stabilisc 
una  comunicazione  fra  due  paesi  stranieri,  nessuno  Stato  pi 
avere  il  monopolio  senza  destare  i  sospetti  dell'altro  ;  e  p'  j 
vengono  a  mancare  molte  delle  ragioni  che  rendono  il  telegra  ' 
interno   un   servizio   monopolizzato.    L'Inghilterra  e   gli  St 
Uniti  possiedono  i  più  grandi  cables  telegrafici  e  le  più  t^rai 


*  Sui  telegrafi  e  sullo  sviluppo  di  essi  v.  la  nota  opera  sulle  comunic 
zioni  di  Sax:  Die  Verkehrsmittel  in  Wolk  und  Staatswirthschaft,  Wie 
1878  ;  Bozza:  Cenni  storici  sulla  telegrafia  elettrica  nelle  Due  Sieil 
Napoli,  1861  ;  N  i  V  o  i  X  :  Thèlègraphe  nel  D.  d.  C.  ;  ecc. 


i 


IL  TELEGRAFO 


247 


linee  telegrafiche  internazionali  ;  ma  anche  gli  Stati  scandinavi 
ne  possiedono  non  pochi.  L'Inghilterra,  per  esempio,  è  legata 
air  America  del  Nord  da  numerosi  cables,  che  appartengono 
tutti  a  società  private,  in  prevalenza  inglesi  e  americane.  I 
telegrafi  internazionali  sono,  dunque,  in  generale»  esercitati 
da  società  private  :  i  telegrafi  interni  dallo  Stato. 

Anche  le  tariffe  telegrafiche  dopo  essere  state  proporzionali  e 
graduali,  sono  diventate  all'interno  di  ciascun  paese  uniche  : , 
ma  ciò  é  avvenuto  assai  più  lentamente  che  per  la  posta.  Allo 
interno  di  ciascun  paese,  data  1'  unità  degli  scopi,  le  amministra- 
zioni dei  telegrafi  e  delle  poste  sono  generalmente  riunite  ; 
anche  in  alcuni  paesi  il  personale  è  lo  stesso  o  quasi  e  le  norme 
comuni. 

Tutte  queste  considerazioni  valgono  per  il  telegrafo  così 
com'è  stato  finora  adoperato.  Ma  le  recenti  scoverte  e  applica- 
zioni sul  telegrafo  senza  fili  vengono  a  cambiare  notevolmente 
quanto  si  è  fatto  sino  adesso.  E'  assai  probabile  che,  a  causa 
di  queste  scoperte,  in  avvenire  il  telegriafo  non  sia  più  regolato 
com'è  adesso  :  che  i  privati  possano  comunicare  fra  di  loro 
anche  a  grandi  distanze  senza  bisogno  di  ricorrere  né  allo 
Stato,  né  ad  alcuna  amministrazione  privata.  Ma  anche  in 
questo  caso  per  la  grande  massa  del  pubblico  sarà  lo  Stato 
che  eserciterà  il  telegrafo. 

Come  per  la  posta,  esiste  a  Berna  anche  un  Bureau  Inter- 
national des  administrations  télégraphiques,  istituito  nel  1868; 
dopo  la  conferenza  internazionale  di  Berna.  Tale  ufficio  funzio- 
na fin  dal  1869:  i  fondi  perché  esso  funzioni  sono  anticipati 
dalla  Confederazione  svizzera  e  rimborsati  poi  dalle  amministra- 
zioni degli  stati  aderenti 

V.   Il  telefono. 

97.  Importanza  crescente  ha  anche  il  telefono:  esso  non 
serve  ormai  soltanto  alle  comunicazioni  fra  brevi  distanze, 
ma  anche  a  distanze  grandi.  Così  accade  del  telefono  ciò  che 
è  accaduto  del  telegrafo  :  esso  ormai  è  quasi  dovunque  con- 
siderato come  un  servizio  pubblico  e  ha  un'  importanza 
sempre  crescente.  Da  prima  il  telefono  si  limitava  alle  comu- 
nicazioni a  breve   distanza  e   pareva   che   dovesse  avere   uno 


248  SCIENZA     DELLE     FINANZE  [LIBRO     II. 

sviluppo  assai  limitato.  È  stato  dunque  quasi  in  tutti  i  paesi 
esercitato  all'interno  delle  città  da  società  private.  Ma  da  quan- 
do il  telefono  divenne  ogni  giorno  più  adatto  a  comunicare  a 
grandi  distanze,  sopra  tutto  dopo  l'applicazione  del  microfono, 
da  quando  anzi  è  diventato  internazionale  (congiunge  adesso 
alcune  fra  le  maggiori  capitali  di  Europa)  tende  ad  assumere 
lo  stesso  ordinamento  del  telegrafo.  Il  telefono  ha  sul  telegrafo 
una  superiorità  notevole  in  quanto  le  spese  di  impianto  sono 
in  generale  meno  costose,  gli  apparecchi  più  semplici  e  di  più 
facile  uso,  la  corrispondenza  più  vantaggiosa  per  la  soppressio- 
ne di  ogni  intermediario  *. 

In  alcuni  paesi  lo  sviluppo  dei  telefoni  si  svolge  all'ombra 
di  quello  postale,  come  già  avvenne  del  servizio  telegrafico. 
Così  in  Germania,  per  esempio,  l'amministrazione  delle  poste 
e  telegrafi  dell'Impero  aveva  contribuito  notevolmente  a  dif- 
fondere l'uso  del  telefono  per  il  pubblico  con  l'introduzione 
di  distributori  automatici  che  riescono  a  eliminare  gli  im- 
piegati t  •  La  posta,  il  telegrafo,  il  telefono  (quesf  ultimo 
sopra  tutto  se  fuori  della  città)  sono  servizi  strettamente  le- 
gati l'uno  all'  altro,  che  hanno  assunto  e  tendono  ad  assumere 
forme  monopolistiche.  Così  in  Svezia,  dove  il  telefono  ha  as- 
sunto più  grande  sviluppo,  le  prime  linee  furono  in  generale 
costruite  da  società  private  e  più  tardi  furono  riscattate  dallo 
Stato,  che  ha  adesso  le  maggiori  reti  telefoniche,  pure  es- 
sendovi società   private   di   molta  importanza. 

In  Italia  il  telefono  è  esercitato  dallo  Stato  fin  dal  1907. 

Il  servizio  della  posta,  del  telegrafo  sono  con  il  crescere 
della  popolazione  e  degli  scambi  destinati  a  un'importanza 
sempre  crescente:  e  anche  dove  attualmente  non  sono,  tendono 
a  diventare  servizi  di  Stato. 


*  L'uso  dei  telefoni  in  alcuni  paesi  si  allarga  a  tal  punto  da  limitare 
notevolmente  quello  del  telegrafo.  Secondo  Sundbàrg,  i  paesi  del  mon- 
do che  fanno  maggiore  uso  del  telefono  sono:  la  Svezia  e  gli  Stati  Uniti  di 
America;  poi  la  Norvegia,  la  Svizzera,  il  Canada,  la  Germania,  la  Gran 
Brettagna,  la  Francia,  l'Italia  vengono  a  gran  distanza. 

t  Sui  telefoni  cfr.  F.  M  e  i  1  :  Das  Telephonrecht,  Leipzig,  1885  ;  P  i  p  i  a  : 
Uelettricità  nel  diritto,  Milano,  1700  ;  L.  R  a  v  a  :  //  telefono  nella  legisla- 
zione italiana,  ecc. 


GAP.   III.J  11-  TELEFONU  2.\[) 

VI.  /  grandi  mezzi  di  trasporto:  le  ferrovie. 

98.  Vi  sono,  come  abbiamo  già  detto,  alcune  industrie,  che 
per  il  loro  carattere  stesso  e  per  la  loro  natura,  interessano 
più  delle  altre  la  collettività  e  tendono  ad  assumere  inevitabil- 
mente la  forma  monopolistica.  Ora  lo  Stato  e  gli  enti  locali  ten- 
dono o  a  monopolizzarle  per  loro  conto  o  a  farle  esercitare  sotto 
il  loro  controllo.  Ciò  che  nella  vita  dello  Stato  è  per  le  ferrovie 
è  anche  nella  vita  locale  per  le  condutture  d'acqua,  per  i  mezzi 
d'illuminazione  e  di  trasporto,  ecc.  Sono  industrie  dove  assai 
spesso  la  concorrenza  non  è  possibile,  e  se  è  possibile  non  e 
vantaggiosa  per  la  società  * . 

Le  questioni  ferroviarie,  i  sistemi  di  costruzione  e  di  esercizio 
delle  ferrovie,  hanno  una  letteratura  interminabile.  Noi  non 
faremo  che  accennarvi  ;  938  mila  chilometri  di  ferrovie  erano 
stati  costruiti,  a  tutto  il  1906,  in  tutto  il  mondo  e  sono  stati 
i  sistemi  di  costruzione  differenti  e  sono  i  sistemi  di  esercizio 
i  più  vari.  Dal  1830  a  ora,  in  meno  di  un  secolo,  la  terra  è  quasi 
tutta  coverta  di  ferrovie.  L'  America  e  l'Europa  sono  giù  tra- 
versate in  tutti  i  sensi  da  ferrovie  :  l'Australia  ha  grandi  li- 
nee ;  l'Africa  stessa  non  tarderà  ad  avere  una  ferrovia  che  con- 
giunga Alessandria  a  Cape  Town.  Sono  progressi  appena  vero- 
simili quando  si  pensi  che  ancora  sono  viventi  coloro  i  quali 
ricordano  Thiers  affermare  nel  Parlamento  francese  che  la 
Francia  non  avrebbe  mai  potuto  costruire  6  leghe  di  ferrovia 
all'anno.  Quante  cose  egli  temeva  e  quante  cose  si  temevano 
in  quel  tempo!  Non  vi  era,  si  diceva,  tanto  ferro  da  costruire 
le  linee  più  importanti  ;  il  fumo  della  vaporiera  avrebbe 
rovinato  i  campi  ;  la  scintilla  li  avrebbe  incendiati  ;  i  piccoli 
centri  sarebbero   stati   rovinati...    È   celebre   il   consiglio   che 


*  «  I  mezzi  di  trasporto  non  possono  considerarsi  come  un'industria 
qualunque  ma  sono  sempre  uno  strumento  di  civiltà  e  di  progresso,  che 
arreca  immensi  benefici  economici.  Ora  i  privati  pensano  soltanto  al  gua- 
dagno immediato,  non  si  oreoccupano  se  il  ribasso  dei  prezzi,  spesso  por- 
tando una  perdita  per  il  momento,  farà  in  seguito  aumentare  il  traffico 
è  darà  impulso  a  qualche  ramo  di  produzione,  non  possono  tener  conto 
di  tutti  questi  vantaggi,  che  risultano  dallo  sviluppo  dei  trasporti  e  che 
non  sono  calcolabili  in  danaro  ».  C.  S  u  p  i  n  o  :  Principii  di  economia 
politica,  pag.  317. 


250  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

l'eminente  sir  Astley  Cooper  dava  a  Stephenson  :  non  avesse 
mai  tentato  di  generalizzare  la  sua  scoperta  poiché  ne  sareb- 
bero venuti  danni  immensi.  Bastava,  diceva  Cooper,  che  una 
vacca  fosse  messa  sul  binario  per  rovinare  un  treno.  Tanto  peg- 
gio per  la  vacca  rispondeva  Stephenson.  L'obiezione  della 
vacca  sorge  per  ogni  cosa  nuova  nel  mondo  *. 

La  via,  il  veicolo  e  la  forza  motrice,  che  sono,  come  dice 
Engel,  i  tre  elementi  tecnici  di  ogni  mezzo  di  trasporto,  sono 
tutti  venuti  a  mutare  :  sopra  tutto  nei  trasporti  per  terra. 
Le  ferrovie  contengono  inevitabilmente  un  monopolio  e  non 
si  può    lasciare    la    costruzione  o  l'esercizio  a  società  private 

*  Secondo  le  statistiche  alla  fine  del  1906  l'Europa  avea  321,575  chi- 
lometri di  ferrovie,  l'America  468,279,  l'Africa  31,609,  l'Asia  86,821. 
l'Oceania  29,000.  Gli  Stati  Uniti  di  America  hanno  da  soli  più  ferrovie 
di  tutta  l'Europa.  Opera  immane,  la  quale  non  si  è  potuta  compiere 
senza  grandi  sacrifizi  da  una  parte,  senza  spese  immense  dall'altra.  Nes- 
suna guerra  ha  mai  ucciso  tanti  soldati  quanti  individui  la  costruzione 
delle  ferrovie  ;  e  l'esercizio  stesso  della  industria  presenta  tutta  una 
serie  di  rischi  e  un  gran  numero  d'infortuni  ogni  armo.  I  285mila  chi- 
lometri di  ferrovie  costruiti  in  Europa  fino  al  1900  son  costati  oltre 
200  miliardi  di  franchi.  Si  può  calcolare  che  siano  stati  investiti  finora 
nella  sola  Europa  in  costruzioni  di  ferrovie,  comprese  le  reti  secondarie, 
assai  più  che  250,000  milioni.  Nessuna  intrapresa  al  mondo  ha  determi- 
nato così  largo  impiego  di  capitali;  è  una  trasformazione  di  una  gran- 
diosità senza  precedenti.  Ed  è  sopra  tutto  per  questo  fatto  e  per  le 
numerose  applicazioni  dell'elettricità  alle  industrie  e  per  lo  sviluppo 
enorme  della  navigazione  marittima,  che  il  prezzo  del  capitale  si  è  man- 
tenuto elevato,  quando  l'accumulazione  era  massima. 

Alla  rivoluzione,  che  è  stata  operata  nei  trasporti  non  è  nemmeno  il 
caso  di  accennare  in  questi  cenni  fuggevoli  su  questioni  che  andrebbero 
trattate  separatamente  una  per  una.  Nel  suo  bellissimo  studio  su  U indu- 
strie des  transports,  A.  de  Foville  ha  riferito  una  serie  di  calcoli  che  dimo- 
strano la  profonda  rivoluzione  che  si  è  compiuta.  Le  distanze  sono  state 
ridotte  oramai  in  modo  vertiginoso  :  la  prima  locomotiva  di  Stephenson 
non  facea  che  6.500  metri  all'ora  ;  negli  Stati  Uniti  di  America  non 
sono  ora  rari  i  treni  che  fanno  98  chilometri  all'ora.  Tenendo  conto  della 
diminuzione  delle  distanze,  operata  coll'aumento  della  velocità  in  Fran- 
cia, secondo  Chèysson,  il  territorio  francese  si  può  dire  che  in  due  secoli 
si  sia  ristretto  da  sei  a  settecento  volte.  E  così  per  la  spesa  dei  trasporti. 
Oramai  non  è  raro  il  caso  di  linee  in  cui,  in  America,  le  merci  viaggino  a 
meno  di  3  centesimi  per  tonnellata  chilometrica.  D  e  F  o  v  i  1 1  e  :  La  tran- 
sformation  des  moyens  de  transport  et  ses  consèquences  économiques,  Paris 
1880. 


CAP.   III.  LE  FERROVIE  25  l 

senza  sottometterle  a  norme  inspirate  all'interesse  generale. 
Dal  punto  di  vista  della  costruzione  è  chiaro  che  l'industria 
privata  si  rivolgerebbe  solo  alle  linee  più  redditizie  e  trascure- 
rebbe quelle  altre  che  hanno  un  reddito  minore.  A  differenza 
che  nei  trasporti  per  via  di  mare,  ove  la  via  essendo  aperta  a 
tutti  e  non  essendo  occorso  tracciarla,  ne  occorrendo  spese 
per  mantenerla,  non  si  determinano  monopoli,  oppure  si  de- 
terminano solo  assai  limitatamente,  i  grandi  trasporti  per  via 
di  terra  tendono  tutti  ad  assumere  forme  monopolistiche.  Le 
più  potenti  società  di  navigazione  sono  costrette  spesso  a  im- 
piegare ogni  sforzo  per  resistere  alla  concorrenza  di  velieri  che 
si  valgono  di  una  forza  motrice  naturale  quasi  gratuita.  Non 
è  così  nei  trasporti  per  via  di  terra,  dove  la  via  è  costruita 
solo  con  grandi  spese  e  dove  la  concorrenza,  dalle  forme  mi- 
nori alle  maggiori,  spesso  non  è  possibile  :  e,  sopra  tutto  nei 
paesi  a  grande  densità,  è  assai  raro  che  accanto  a/ una  ferrovia 
ne   sorga  un'altra. 

Lo  Stato  può  esso  medesimo  costruire  le  sue  reti  ferrovia- 
rie ;  ma  anche  quando  lo  Stato  costruisce  per  proprio  conto 
preferisce  nel  maggior  numero  dei  casi  appaltare  i  lavori.  La 
legislazione  ferroviaria  è  differentissima.  In  alcuni  paesi  le 
costruzioni  sono  fatte  dallo  Stato,  in  altri  sono  concesse  a 
compagnie  o  imprese  private.  Fatta  eccezione  di  pochi  paesi, 
in  generale,  le  costruzioni  ferroviarie  sono  state  sottomesse 
a  norme  molto  rigide  e  subordinate  tutte  ad  un  criterio  di 
utilità  generale. 

È  assai  diffìcile  in  una  materia  come  quella  che  si  attiene  alle 
ferrovie  dire  quali  sistemi  siano  preferibili,  ciascun  paese 
avendo  condizioni  diversissime  e  ciascuno  ordinamenti  diversi. 
Si  può  notare  però  che  nei  paesi  a  popolazione  densa  e  dove 
è  prevedibile  che  le  ferrovie  dovranno  acquistare  una  impor- 
tanza sempre  più  grande,  lo  Stato  ten^e  a  far  costruire  per  suo 
conto  le  linee  di  interesse  generale.  Cosi  anche  molti  paesi 
che  da  principio  aveano  conceduto  la  costruzione  delle  ferrovie 
a  società  private,  tendono  a  riscattarle,  o  almeno  ad  aumenta- 
re sempre  più  le  linee  di  proprietà  dello  Stato  :  così  è  accaduto 
in  Germania,  in  Austria,  in  Francia,  in  Svizzera,  in  Italia  ecc.  *. 

*  E  inutile    anche  accennare  alle  innumerevoli  pubblicazioni  sulle  fer- 


2^2  SCIENZA    DELLK    FINANZE  [LIBRO    li. 

Gli  Stati  Uniti  di  America  restano  insieme  all'Inghilterra  le 
sole  vere  eccezioni  :  ma  non  si  può  dire  che  il  loro  esempio  ab- 
bia molta  importanza,  in  Inghilterra  le  ferrovie  essendo,  non 
ostante  le  condizioni  singolarmente  vantaggiose  e  facili,  assai 
costose  *,  e  l'America  costituendo  più  che  una  legislazione  una 
situazione  speciale.  Durante  la  guerra  le  ferrovie  del  Nord 
America  sono  state  anch'esse  controllate  per  conto  dello  Stato. 

Se  le  ferrovie  devano  essere  esercitate  dallo  Stato  o  da  gran- 
di società  è  problema  molto  discusso,  ma  in  cui  è  assai  diffìci- 
le portare  criterii  assoluti.  In  alcuni  paesi  come  nel  Belgio  o 
in  Prussia,  l'esercizio  delle  ferrovie  da  parte  dello  Stato  ha 
fatto  buona  prova.  In  ogni  modo  la  questione  va  studiata  sem- 
pre dal  punto  di  vista  della  convenienza  pratica. 

L'esercizio  di  Stato  riesce  meglio  dove  le  condizioni  del  traf- 
fico sono  più  vantaggiose.  Il  Belgio,  per  esempio  dove  il  car- 
bone è  prodotto  in  gran  parte  sopra  luogo,  che  si  avvale  non 
poco  del  commercio  di  transito,  ha  le  condizioni  più  favore- 
voli per  l'esercizio  di  Stato.  In  condizioni  analoghe  è  la  Prussia. 
99.  La  concorrenza  in*  materia  di  ferrovie  non  è  possibi- 
le che  nei  paesi  nuovi  ;  e  non  esiste,  o  almeno  non  è  esistita 
infatti  che  in  un  sol  paese,  negli  Stati  Uniti  d'America  t-  Gli 


rovie.  Si  confrontino  utilmente  :  Spaventa:  Lo  Stato  e  le  ferrovie  : 
riscatto  ed  esercizio,  Milano  1876  ;  Sax:  Die  Eisenbahnen,  1879  ;  Ul- 
rich: Personentarif  reform  und  Zonentarif,  Berlin,  1895  ;  Picard:  Les 
chemins  de  fer  jrancais,  Paris  1884  :  Launhardt:  Theorie  der  Tarif 
bildung  der  Eisenbahnen,  Berlin,  1870  ;  Jeans:  The  Economics  of  Euro- 
pean  Railways,  nel  B.  I.  S.  1886  ;J.  F.  Screiber:  Die  Eisenbahnen 
als  òffentliche  Verkehrseinrichtungen  und  ihre  Tarif politik,  Wien  1887  ;  L. 
C  li  o  r  o  n  :  Etude  sur  le  regime  general  des  chemins  de  fer.  Paris,  1885  ecc. 
È  utile  sopra  tutto  la  Bibliotek  des  Eisenbahnwesen,  con  studi  di  H  a  b  e- 
rer,  Schreiber,  Weill,  Reitlere  Loewesu  tutti  gli  aspetti 
del  problema  ferroviario,  Wien,  1884-87. 

*  Cfr.  Gustav  Cohn:  Untersùchùngen  Uber  die  englische  Eisenbahn- 
politik,  Leipzig,  1874,  e  Die  Englische  Eisenbahnpolitik  der  letzeten  Zehn 
lahre  1783-1883  Leipzig,  1883. 

t  «  Nei  mezzi  di  trasporto  il  monopolio  è  il  sistema  più  economico.  Gli 
impianti  costosi  devono  essere  sfruttati  al  massimo  grado  possibile  e  de- 
vono avere  un  rapido  ammortamento  per  evitare  la  p'erdita  dei  capitali 
impiegati  ;  ora  questo  doppio  scopo  si  raggiunge  concentrando  tutto  il 


CAP.    III.]  LE   FERROVIE  253 

Stati  Uniti  che,  bisogna  ricordarlo  sempre,  sono  il  paese  in  con- 
dizioni naturalmente  più  vantaggiose  :  un  paese  grande  quanto 
un  continente,  messo  tra  due  oceani,  con  grande  rete  di  fiumi 
ed  ottima  distribuzione  di  acque,  con  la  più  grande  produzione 
di  carbone  e  di  ferro,  con  grandissime  estensioni  piane,  con 
enormi  cadute  d'acqua:  gli  Stati  Uniti  presentano  dunque  la 
vera  concorrenza.  In  essi  le  ferrovie  sono  sorte  e  sorgono  per 
semplice  impulso  di  privati  :  e  vi  sono  compagnie  le  cui  linee 
si  estendono  per  8  mila,  per  io  mila,  per  12  mila  chilometri. 
Accanto  ad  una  ferrovia  antica  niuno  impedisce  che  ne  sorga 
una  nuova.  Dove  vi  sono  terre  da  colonizzare  si  preferisce  spes- 
so fare  una  ferrovia  piuttosto  che  una  strada  rotabile  :  la  ter- 
ra è  fertile  e  non  sfruttata,  il  ferro  abbondante,  il  carbone 
a  buon  mercato.  La  concessione  nel  senso  europeo  della  paro- 
la, non  esiste  :  non  esiste  cioè  l'esercizio  di  un  monopolio  con- 
ferito dallo  Stato  sotto  alcune  condizioni.  La  charter,  ossia  il 
riconoscimento  della  società  da  parte  dello  Stato,  è  una  pura 
formalità  commerciale.  La  compagnia  ottiene  d'ordinario  la 
concessione  incondizionatamente,  e  ottiene  allo  stesso  modo 
il  diritto  di  espropriazione  :  bene  inteso  che  la  concessione 
non  accorda  alcun  privilegio.  Ebbene  questo  regime  di  libertà 
assoluta  esercitato  nelle  condizioni  più  estremamente  vantag- 
giose, ha  dato  luogo  a  dispersioni  enormi  di  ricchezza:  si  son 
viste  in  tre  anni  fallire  società  che  esercitavano  ferrovie  più 
lunghe  di  quelle  di  tutta  1'  Asia  e  di  tutta  1'  Australia  unite 
assieme  ;  ferrovie  più  lunghe  di  quelle  di  tutta  1'  Africa  sono 
state  vendute  all'incanto.  Numerosissime  sono  le  compagnie 
che  anche  adesso  non  danno  alcun  dividendo  :  e  se  la  situazio- 
ne migliora  ogni  anno,  è  che  si  tende  verso  forme  di  concen- 
trazione,  di  sindacati,   che  sono  veri  monopoli  di  fatto  *. 

Le  ferrovie  possono  essere  costruite  dallo  Stato  ed  esercitate 
da  esso  :  costruite  ed  esercitate  da  società  private  ;  costruite  in 
tutto  o  in  parte  per  conto  dello  Stato  ed  esercitate   da   società 


movimento  sopra  il  mezzo  di  trasporto  che  già  esiste,  mentre  non  si  rag- 
giungerebbe se  il    movimento  stesso  si  dovesse  ripartire  sopra  più  mezzi 
ili  trasporto  ».  Supino:  Principi  di  economia  politica,  pag.  316. 
*  L.  P  a  u  1-D  u  b  o  i  s  :  op.  cit.  158  e  seg. 


254  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO     II. 

private  (Olanda) .  Le  ferrovie  sono  esercitate  dallo  Stato  nei 
paesi  germanici  (Prussia,  Sassonia,  Wurttemberg,  Baden, 
Baviera);  in  Austria  ;  nel  Belgio;  in  Italia;  in  Russia;  nel  Giap- 
pone; in  molte  tra  le  colonie  inglesi;  nella  Svizzera.  In  Italia 
lo  Sta':o  riprese  tra  il  1905  e  il  1906  l'esercizio  definitivo  delle 
ferrovie  che  prima  era  affidato  alle  società  private  * . 

Le  ferrovie,  prima  del  1914,  avevano  un  rendimento  grande 
in  alcuni  paesi,  scarso  in  altri.  In  Europa  alcuni  stati  hanno  po- 
tuto costruire  grandi  reti  senza  notevoli  sacrifizi:  questo  è  il  caso 
della  Germania.  Messa  nel  centro  di  tutta  l'Europa,  con  abbon- 
dante produzione  di  carbone  e  di  ferro,  con  una  superficie  piana 
immensa,  le  sue  costruzioni  son  costate  assai  poco,  meno  per 
perizia  di  uomini  che  per  circostanze  favorevoli.  Così  la  costru- 
zione è  stata  facile  :  più  facile  è  l'esercizio,  dove  le  materie 
prime  costano  meno  e  vi  è  possibilità  di  un  immenso  commer- 
cio di  transito.  Fra  i  grandi  paesi  di  Europa,  l' Italia  ha  co- 
struito le  sue  ferrovie  in  condizioni  più  difficili.  Infatti,  mancan- 
do del  tutto  di  carbone  e  di  ferro,  l'Italia  è  anche  fra  tutti  i 
paesi  maggiori  quello  che  ha  la  superficie  più  accidentata  e 
maggiore  estensione  di  montagne.  Le  costruzioni  sono  state 
generalmente  costose:  l'esercizio  è  anch'esso  difficile  e  costoso. 
E  anche,  data  la  conformazione  del  paese  estremamente  al- 
lungato, le  distanze  sono  rilevanti  e  non  vi  è  possibilità  di 
sviluppo  del  commercio  di  transito  f . 

100.   Quali  tariffe  sono  preferibili  sulle  ferrovie?  Il  siste- 
ma non  può  essere  unico  in  tutti  i  paesi:  esso  è  mutevole  secondo 


*  In  Francia  la  rete  di  Stato  è  stata  aumentata  nel  1908  col  riscatto 
delle  linee  appartenenti  alla  Compagnie  de  VOuest.  Prima  del  1908  la  rete 
di  stato  era  di  3000  chilometri  ;  ora  è  di  9  mila  chilometri.  La  rete  totale 
francese  è  di  40  mila  chilometri.  In  Italia,  al  30  giugno  1907  lo  Stato 
possedeva  ed  esercitava  13.282,744  chilometri  di  ferrovie.  Erano  lasciate 
in  concessione  all'industria  privata  4610  chilometri  di  ferrovie.  Le  fer- 
rovie sonò  costruite  ed  esercitate  da  società  private  in  Inghilterra  e  negli 
Stati  Uniti  di  America. 

t  Qualche  anno  fa  il  signor  H.  Bonneau,  capo  dell'esercizio  della  Paris- 
Lyon  Mediterranée  nel  suo  importantissimo  Ètude  sur  les  chemins  de  jer 
jrangais  calcolava  il  rendimento  dei  viaggiatori  per  ferrovia  nei  princi- 
pali Stati.  Dopo,  molte  altre  ricerche  della  stessa  natura  sono  state  com- 
iiiute. 


CAP.    ITI.]  TARIFFE    FERROVIARIE  255 

le  condizioni  *.  L'ideale,  man  mano  che  le  ferrovie  tendono 
ad  assumere  forma  e  carattere  monopolistici,  sarebbe  la  tariffa 
unica:  ma  il  carattere  del  servizio  ferroviario  non  permette  an- 
cora in  nessuno  paese  una  riforma  di  questa  natura.  Tra  i  vari 
ordini  di  consumatori  del  servizio  ferroviario  sono  differenze 
troppo  profonde  e  tuttavia  il  numero  di  coloro  che  viaggiano 
e  si  servono  delle  ferrovie  è  ancora  troppo  limitato  in  paragone 
di  coloro  che  si  servono  della  posta.  Cosi  ancora  in  molte  fer- 
rovie, come  le  inglesi,  prevalgono  tariffe  proporzionali  ;  in  al- 
tre **  vi  sono  tariffe  differenziali;  in  altre  infine  si  è  già  giunti 
alle  tariffe  graduali.  In  tutti  i  paesi  si  cerca,  quanto  più  è  pos- 
sibile di  diminuire  le  tariffe  ferroviarie,  di  fare  in  guisa  che  il 
commercio  possa  agevolarsi  della  facilità  e  della  economicità 
dei  trasporti.  Sono  stati  ideati  alcuni  procedimenti  molto  inge- 
gnosi, sopra  tutto  in  Ungheria,  e  la  materia  delle  tariffe  è  og- 
getto di  studio  continuo  da  parte  degli  specialisti  più  auto- 
revoli. 

L'Ungheria,  prima  della  guerra,  avea  introdotto  la  tariffa  a 
zona  dal  i^  agosto  1889.  Questa  tariffa,  che  è  essenzialmente 
graduale,  distingue  tra  il  traffico  locale,  cioè  fino  a  20  chilometri, 
e  il  traffico  lontano  :  il  traffico  locale  comprende  due  gradi 
corrispondenti  alla  prima  e  alla  seconda  stazione  a  contare  dal 
punto  di  partenza;  il  traffico  lontano  è  diviso  in  quattordici 
zone,  per  ciascuna  delle  quali  vi  è  una  tariffa  separata.  La  ta- 
riffa per  zone,  modificata  nel  1896  è  basata  su  un  sistema  gra- 
duale in  cui  le  tasse  unitarie  diminuiscono  al  di  là  di  alcune 
distanze,  e  ha  avuto  per  effetto  di  aumentare  i  traffici  più 
lunghi  f. 

La  tariffa  russa  era  a  sua  volta  costituita  nel  senso  di  dare 
una  specie  di  premio  ai  viaggi  più  lunghi  f  \ . 


*  C  o  1  s  o  n  :  op.  cit.  p.  191. 

**  Come  nelle  ferrovie  italiane  per  distanze  che  superino  i  200  chilo- 
metri. 

t  Cfr.  A.  N  e  m  e  n  y   in  R.  d.  E.  P.  luglio  1891. 

tt  Così  per  esempio  il  prezzo  dei  biglietti  di  terza  classe  era,  in  Russia, 
fissato  così:  fino  a  170  verste  (i  verste  =  i   Kil.   067)  si  pagavano  1.4375 

pechi  (i  kopeck  —  00  fr.04);  da  160  a  300  verste  si  pagavano  160  ver- 
it-,   più   7  copechi  per  io   verste  supplementari  (22.8  cent,  per  io  Kil.  ; 


256  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Questa  tariffa  fu  applicata  con  il  criterio  che  dovesse  appor- 
tare una  perdita  che  era  prevista  anche  in  25  milioni  di  lire. 
Invece  ha  apportato  un  guadagno  notevolissimo  e  ha  avuto  per 
effetto  di  diminuire  le  distanze  e  di  aumentare  il  traffico  note- 
volmente. È  ciò  che  si  dovrebbe  vedere  se  è  possibile  in  un  paese 
come  l'Italia,  per  il  quale  la  lunghezza  estrema  costituisce  una 
ragione  di  difficoltà  per  il  traffico,  sopra  tutto  della  parte  meri- 
dionale. 

loi.  Da  qualche  anno  a  questa  parte  si  va  determinando  un 
gran  movimento  per  la  trasformazione  dei  sistemi  di  trazione 
ferroviaria:  si  tenta  cioè  di  sostituire  la  elettricità  al  vapore. 

I  vantaggi  della  trazione  elettrica  sono  riconosciuti  anche  da 
coloro  i  quali  sono  meno  propensi  ad  ammettere  che  nella 
industria  ferroviaria  i  risultati  delle  applicazioni  della  elettri- 
cità siano  sempre  incoraggianti*.  Certo  la  trazione  elettrica, 
insieme  a  una  più  grande  sicurezza  personale,  consente  con 
identica  spesa  e  qualche  volta  minore,  una  velocità  più  grande 
e  un  maggiore  numero  di  treni.  Se  i  sistemi  proposti  finora 
per  fornire  la  corrente  ai  motori  dei  veicoli  non  hanno  raggiun- 
to, isolatamente  considerati,  quella  perfezione  tecnica  che  de- 
ciderà soltanto  della  sostituzione  su  larga  scala  della  elettri- 
cità al  vapore;  considerati  nel  loro  insieme,  essi  dimostrano  che 
già  buona  parte  della  distanza  da  percorrere  per  raggiungere 
la  mèta  è  superata. 

I  motori  elettrici,  come  tutti  gli  organi  elettrici  e  magnetici 
di  trasmissione  e  trasformazione  della  energia,  avendo  una  ca- 
pacità di  sovraccarico  considerevole,  si  adattano  bene  a  vincere 
resistenze  anormali  e  quindi  anche  a  comunicare  grandi  acce- 
lerazioni e  superare  forti  dislivelli.  Ogni  macchina  dinamo  elet- 
trica, funzionando  da  motore,  imprime  all'asse  un  movimento 

da  301  a  326  verste,  24  copechi  di  più  per  300  verste.  È  allora  soltanto 
che  cominciavano  le  zone.  Dopo  325  verste  vi  erano  7  zone  di  25  verste 
ciascuna  a  20  copechi  (54  centesimi),  poi  7  di  30,  8  di  45,  14  di  40,  sem- 
pre a  20  copechi.  Infine  un  numero  indefinito  di  zone  a  50  copechi. 
Cfr.  Combes  deLestrade:La  Russie  économique  et  sociale,  Paris, 
1896  pag.  347  e  seg. 

*  Cfr.  in  tutte  le  questioni  relative  alla  trazione  elettrica  N  i  1 1  i  : 
op.  cit.  L'Italia  è  attualmente  il  paese  di  Europa  che  ha  le  maggiori  e 
più  importanti  linee  ferroviarie  a  trazione  idroelettrica. 


GAP.    IIT.j  LA    TRAZIONE   ELETTRICA  237 

di  rotazione  assolutamente  uniforme  e  pochissimo  variabile 
nella  durata  di  un  periodo.  Cessano  in  tal  guisa  le  azioni  dissi- 
metriche  e,  a  parità  di  potenza  media,  cresce  notevolmente  l'ef- 
fetto utile.  Inoltre  i  motori  elettrici  sono  in  grado  di  funzionare 
da  freni  continui,  convertendosi  in  macchine  generatrici,  che 
possono  restituire  alla  sorgente  di  alimentazione  una  parte 
della  energia  comunicata  dal  treno  per  forza  viva  o  di  quella 
che  per  forza  di  gravità  sviluppa  nelle  discese.  Permettono 
non  solo  dunque  una  velocità  maggiore,  ma  anche  danno  il 
modo  di  meglio  regolare  tale  velocità. 

Sulle  grandi  linee  di  montagna,  sopra  tutto  sulle  aspre  salite 
con  profili  accidentati  e  traffico  limitato,  la  trazione  elettrica 
è  destinata  a  operare  una  vera  rivoluzione:  essa  soltanto,  anzi 
rende  possibile  l'esercizio  di  ferrovie  in  siti  e  ad  altezze  che 
prima  erano  considerati  inaccessibili. 

Si  può  prevedere  che  prima  le  linee  urbane,  poi  le  linee  in- 
terurbane, infine  le  Unee  a  grande  traffico  e  molto  lunghe  sosti- 
tuiranno lentamente,  ove  è  possibile,  la  elettricità  al  vapore.  I 
vantaggi  della  sostituzione,  anche  a  parità  di  costo,  sono  e- 
videnti.  Sono  prima  di  tutto  vantaggi  di  velocità.  Non  sol- 
tanto perchè  con  minore  rischio  dei  viaggiatori  si  può  avere 
una  velocità  maggiore,  ma  perchè  anche  le  fermate  diventano 
più  facili  e  più  brevi.  Sono  vantaggi  di  nettezza  e  di  semplicità  : 
l'assenza  di  fumo  non  solo  permette  una  maggiore  comodità, 
ma  anche  conserva  meglio  il  materiale,  evita  infortuni  e  rende 
facile  un  traffico  più  frequente.  La  trazione  elettrica  rende, 
ciò  che  è  più  importante,  possibili  notevoli  economie  di  perso- 
nale. Può  sembrare  che  le  linee  destinate  sopra  tutto  alle  mer- 
ci abbiano  minor  vantaggio  nell'  adozione  della  elettricità. 
Ma  è  anche  vero  che  le  stazioni  centrali  di  elettricità  hanno 
un  rendimento  maggiore  quanto  più  il  loro  funzionamento  è 
continuo.  Ora  i  treni  di  merci,  che  viaggiano  sopra  tutto  la 
notte,  quando  il  servizio  dei  viaggiatori  è  poco  intenso,  uti- 
lizzeranno meglio  e  più  convenientemente  le  forze  delle  sta- 
zioni centrali. 

Ma  sopra  tutto  dove  sono    unità    leggere  e  frequenti  la  tra- 
zione   elettrica  può  essere  più  utile.  I  paesi  con  grandi    catene 
N  i  t  t  i  17 


258  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

di  montagne  come  l'Italia,  vedranno  non  solo  l'esercizio  dive- 
nire sempre  più  agevole,  ma  anche  meno  costoso. 

In  questa  materia  però  solo  l'esperienza  può  essere  guida 
sicura.  Ma  si  può  prevedere  fin  d'  ora  che  ai  prezzi  attuali  del 
carbone ,  la  sostituzione  della  elettriciùà  al  vapore  diven- 
terà sempre  più  conveniente  sulle  linee  ferroviarie  dei  paesi 
ricchi  di  cadute  di  acqua.  E  anche  possibile  per  i  paesi,  che 
non  hanno  forze  idrauliche  sufficienti  e  in  cui  i  corsi  d'acqua 
sono  abbondanti  solo  in  otto  o  nove  mesi  dell'  anno  e  scarsi 
in  estate,  un  esercizio  misto  delle  ferrovie;  in  essi  nelle  epo- 
che di  magra  vi  sarà  esercizio  in  tutto  o  in  parte  a  vapore,  o  pu- 
re l'impianto  fisso  idraulico  sarà  aiutato  da  un  impianto  fisso 
a  vapore  lasciando  sempre  circolare  la  locomotiva  elettrica. 

Così  una  nuova  grande  trasformazione  si  delinea  ed  essa  pe- 
serà non  poco  sulla  finanza  e  sull'  indirizzo  dei  lavori  pubblici 
negli  stati  moderni.  Questa  trasformazione  avrà  anche  per  ef- 
fetto di  spingere  lo  Stato  in  molti  paesi  a  esercitare  per  suo 
conto  le  ferrovie.  Le  grandi  cadute  di  acqua  che  producono 
la  forza  sono  quasi  generalmente  proprietà  collettiva  :  quando 
il  motore  sarà  l'elettricità  e  non  il  vapore  e  i  costi  delle  singole 
unità  di  consumo  non  avranno  per  effetto  delle  distanze  va- 
riazioni notevoli,  allora  nuove  cause  spingeranno  a  trasformare 
le  tariffe  proporzionali  da  prima  in  differenziali  e  graduali  e 
infine,  forse,  per  vastissime  zone  in  tariffe  uniche. 


PARTE  IL 

NOZIONI    GENERALI    SULLE    IMPOSTE. 

IV. 

Natura  e  forma  delle  imposte. 

I02.  La  imposta  è  quella  parte  di  ricchezza  che  i  cittadini 
danno  obbligatoriamente  allo  Stato  e  agli  enti  locali  di  diritto 
amministrativo,  per  provvedere  alla  soddisfazione  di  bisogni 
collettivi.  Ha  quindi  carattere  coattivo  e  serve  per  produrre 
quei  servizi  la  cui  utilità  è  generale  e  di  sua  natura  non  divisi- 
bile. Si  può  dire  sotto  alcuni  aspetti  il  sacrifizio  di  ciascun  cit- 
tadino per  la  comune  partecipazione  alla  vita  dell'  insieme. 
Il  diritto  all'imposta  è  essenziale  per  la  funzione  dello  Stato  e 
spetta  ad  esso  soltanto  ed  è  esso  solo  che  può  delegarlo  agli 
enti  amministrativi  o  ad  altre  persone  giuridiche. 

Le  definizioni  della  imposta  sono  infinite  nella  loro  varietà  : 
poiché  partono  appunto  da  concetti  diversi.  Le  varie  scuole 
economiche  le  quali  mettono  un  principio  diverso  a  fondamento 
della  pubblica  finanza,  definiscono  per  necessità  in  modo  diver- 
so. Alcuni  confondono  ciò  che  è  con  ciò  che  dovrebbe  essere: 
altri,  dominati  da  teorie  etiche,  assegnano  alla  imposta  una 
funzione  ch'essa  non  ha,  né  può  avere.  Per  alcuni  l'imposta  é 
come  un  premio  di  assicurazione  che  i  cittadini  pagano  allo  Stato 


26o  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [lIBRO    II. 

per  la  loro  sicurezza  *;  per  altri  le  imposte  sono  prestazioni  in 
cambio  di  servizi  ri  cevuti;  per  alcuni  le  imposte  rappresentano 
le  spese  generali  di  esercizio  del  capitale  sociale,  ecc.  Tutto  ciò  è 
assurdo  e  non  è  meno  assurdo  spiegare  il  fenomeno  della  impo- 
sta con  principi  etici:  lo  scopo,  buono  o  cattivo,  cui  le  contribu- 
zioni dei  cittadini  sono  destinate,  è  estraneo  al  principio  del- 
l'imposizione. Qualche  volta  i  popoli  più  oppressi  pagano  an- 
che più  imposte. 

Vi  sono  servizi  pubblici  non  divisibili,  come  la  sicurezza  in- 
tema ed  estema,  la  giustizia,  la  igiene  pubblica,  la  conserva- 
zione del  territorio,  ecc.  I  cittadini  tutti  hanno  bisogno  della  si- 
curezza, ma  non  si  può  dire  fino  a  qual  punto  ne  abbiano  bi- 
sogno. Non  essendo  in  questo  caso  possibile  parlare  di  tasse, 
cioè  di  contribuzioni  per  servizi  divisibili,  è  necessario  che  le 
spese  generali  siano  fatte  con' imposte.  L'imposta,  dunque,  è 
quella  parte  di  ricchezza,  che  i  cittadini  danno  allo  Stato  e  agli 
enti  locali  di  diritto  amministrativo  per  il  soddisfacimento  dei 
bisogni  collettivi  + . 

Molti  scrittori  tedeschi,  e  sopra  tutto  Wagner,  Scheel,  Neu- 
mann,  ritengono  che  l'imposta  deva  avere  un'azione  prepon- 

*  «  Les  revenus  de  l'État,  dice  Montesquieu,  sont  une  portion 
quo  chaque  citoyen  donne  de  son  bien  pour  avoir  la  sùreté  de  l'autre  cu 
pour  en  jouir  plus  agréablement  ».  Espris  des  lois.  XIII.  E.  T  h  i  e  r  s  : 
De  la  proprietà,  libro  V,  cap.  Ili,  diceva  :  «  En  reproduisant  la  comparai- 
son  que  j'ai  déjà  faite  de  la  societé  avec  una  compagnie  d'assurance  rnu- 
tuelle  (comparaison  la  plus  vraie,  la  plus  complètement  exacte  qu'on 
puisse  employer)  je  dis  qu'on  doit  payer  le  risque  en  proportion  de  la 
somme  de  propriété  assurèe  ».  Come  abbiam  visto  niente  è  mero  vero. 

t  Sulle  questioni  generali  relative  alle  imposte,  sulla  teoria  generale, 
sui  principi  giuridici  ed  economici  della  imposizione  e  sull'ordinamento 
amministrativo  delle  imposte  migliaia  di  opere  sono  state  scritte.  Una  bi- 
bliografia delle  opere  sulla  teoria  dell'imposta  è  in  L.  C  o  s  s  a  nel  G.  d.  E. 
febbraio  e  agosto  1899.  Oltre  le  opere  già  citate  di  Wagner,  Vocke, 
Bastable,  Leroy  Beaulieu,  Sax,  cfr.  F.  N  e  u  m  a  n  n:  Die 
Steuer,  Leipzig,  1887  ;  M  ay  er  :  Deutsches  Verwaltungsrecht,  1895,  l  §  27; 
Graziani:  Di  alcune  questioni  intorno  alla  natura  e  agli  effetti  econo- 
mici delle  imposte.  Siena  1889  ;  E.  R.  A.  S  e  1  i  g  m  a  n  :  Essays  on  Taxa- 
tion,  V,  ediz.  New- York  1905  ;  Emilio  Cossa:  La  teoria  dell'impo- 
sta, Milano  1902,  cap.  I-III  ;  A.  P.  Charton:  La  riforme  fiscale  en 
France  et  à  Vètranger,  Paris,  1901,  §  I-II;  Barone:  Principi  di  economia 
finanziaria,  Roma,  1920,  pag.  17  e  seg.  ;  ecc.  ecc. 


GAP.   IV.]  LE    IMPOSTE  201 

derante  nel  senso  di  attuire  gli  urti  più  gravi  e  di  rendere  mi- 
gliore la  distribuzione  della  ricchezza.  È  una  cosa  che  può  anche 
accadere  :  e  vi  sono  infatti  alcune  imposte  che  agiscono  util- 
mente sulla  distribuzione  :  come  vi  sono  altre  che  agiscono  nel 
senso  più  dannoso.  Ma  non  è  questo  un  requisito  fondamentale 
della  imposta.  Lo  Stato,  anche  dove  non  ha  fini  di  politica  so- 
ciale elevati,  esiste  ed  è  necessario  alla  vita  dell'insieme:  anche 
in  quei  casi  esige  imposte  e  ha  un  suo  sistema  finanziario. 

Data  la  grandezza  degli  stati  moderni,  formati  spesso  di  enor- 
mi aggregati  di  30,  di  50,  di  100  milioni  di  uomini,  le  grandi  spese 
occorrenti  alla  vita  collettiva  sono  alimentate  prevalentemente 
dalle  imposte:  dovunque  queste  ultime  sono  nel  loro  complesso 
assai  più  importanti  del  demanio  e  delle  tasse  e  se,  in  qualche 
paese,  sembrano  minori  dei  proventi  di  esercizi  industriali  (co- 
me in  qualche  stato  germanico),  è  che  si  calcola  non  l'entrata 
netta  ma  l'entrata  lorda  di  essi,  che  sopra  tutto  per  le  ferrovie 
non  è  quella  da  tener  presente.  Gli  stati  moderni  hanno  dunque 
la  necessità  di  provvedere  ai  grandi  fini  collettivi  con  mezzi 
adeguati.  Vi  sono  ora  paesi  in  cui  lo  Stato  e  gli  enti  locali  pren- 
dono ai  cittadini  sotto  forma  di  contribuzione  monetaria  de- 
cine di  miliardi  all'anno.  Le  norme  che  presiedono  a  questo 
prelevamento,  i  fenomeni  che  ne  derivano,  l'ordinamento  tecni- 
co e  amministrativo  di  una  così  vasta  opera  sono  l'oggetto  della 
finanza.  Senza  dubbio  anche  Roma  antica  ebbe  una  potente 
organizzazione  finanziaria:  ma  bisogna  ricordare  che  si  trattava 
più  che  altro  di  un  vasto  organismo  amministrativo.  Erano 
i  paesi  dominati  che  concorrevano  alla  vita  e  alle  spese 
della  metropoli,  conservando  in  gran  parte  ordinamenti  loro 
propri. 

Le  imposte  sono  divenute  oramai  l'entrata  tipo  dei  bilanci 
moderni  :  esse  ne  sono  la  base  e  costituiscono  non  solo  la  più 
gran  parte  di  tutte  le  entrate,  ma  anche  il  fondamento  di  tut- 
ti i  sistemi  finanziari.  Poi  che,  in  ciascun  grado  di  civiltà,  vi 
sono,  vi  saranno  sempre  servizi  pubblici  diretti  a  vantaggio 
di  tutti  i  cittadini,  nessuna  società  può  fare  mai  a  meno  delle 
imposte.  E  se  anche  per  ipotesi  potesse  esistere  una  società 
comunistica,  i  componenti  di  essa  non  potrebbero  mai  avere 
il  prodotto  integrale  del  lavoro,  una  parte  dovendo  sempre  es- 


202  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    li. 

sere  trattenuta  per  spese  generali,  cioè  per  bisogni  generali,  a 
cui  gli  individui  non  possono  soddisfare.  Così  nessuno  può  ne- 
gare che  l'imposta  sia  un  fatto  necessario  e  permanente  di 
ogni  società  civile  e  che  solo  mediante  essa  il  consorzio  civile 
sia  possibile.  Se  l'imposta  viene  percepita  dovunque  coattiva- 
mente, ciò  non  significa  che  essa  sia  una  diminuzione  di  li- 
bertà :  anche  la  giustizia  e  la  sicurezza  sono  mantenute  coat- 
tivamente ed  è  ciò  appunto  che  rende  possibile  lo  sviluppo 
della  libertà. 

L' imposta  dunque  non  è  altra  cosa  che  un  prelevamento 
di  ricchezza  che  lo  Stato  e  gli  enti  locali  fanno  sulle  facoltà 
individuali  dei  componenti  ciascuna  società,  allo  scopo  di  prov- 
vedere ai  pubblici  servizi. 

È  quindi  una  prestazione  incondizionata  :  a  differenza  del- 
la tassa  che  è  in  rapporto  con  il  benefìzio  ricevuto. 

103.  Non  si  può  negare  che  in  tutti  i  paesi  moderni  l'im- 
posta ha  un  duplice  scopo  :  a)  finanziario,  b)  economico. 
La  maggior  parte  degli  scrittori  trova  contrario  ai  fini  e  alle 
tendenze  della  scienza  finanziaria  che  lo  Stato  cerchi  con  la 
imposta  di  agire  sulla  distribuzione  della  ricchezza  ;  o  di  im- 
pedire o  limitare  alcune  forme  di  produzione  o  di  scambio; 
e  trova  del  pari  dannoso  che  l'imposta  si  attribuisca  scopi  di 
politica  sociale.  Non  è  meno  vero  che  sempre,  e  ora  più  che 
mai,  la  imposta  ha  assunto  un  duplice  aspetto  ;  produttivo, 
cioè  puramente  finanziario  e  non  avente  altro  scopo  che-  di 
apportare  allo  Stato  e  agli  enti  locali  i  mezzi  necessari  alla 
loro  esistenza  ;  proibitivo  o  limitativo ,  cioè  economico.  La- 
sciamo stare  le  vecchie  imposte  :  ma  in  tutti  i  bilanci  mo- 
derni le  imposte  prendono  ogni  giorno  più  aspetto  proibitive 
o  limitativo  di  alcune  forme  ritenute  dannose,  e  protettivo  di 
altre  ritenute  utili.  Cosi  anche  i  paesi  che  non  hanno  impo- 
ste con  saggi  progressivi  cercano  di  agire  utilmente  sulla 
distribuzione  della  ricchezza  :  esentano  i  redditi  minimi,  spes- 
so fino  a  cifra  elevata  (Inghilterra)  ;  colpiscono  quei  generi 
di  consumo,  che  ritengono  meno  utili  alla  vita  popolare,  e  vi- 
ceversa cercano  di  esentare  altri  che  ritengono  più  vantaggio- 
si ;  ecc.  La  funzione  delle  dogane  oramai  è  solo  in  minima  par- 


(  AP.  IV.]  CARATTERE  DELLE  IMPOSTE  263 

le  fiscale;  esse,  nate  per  ragioni  fiscali,  assumono  anzi  un  ca- 
rattere prevalentemente  economico  *. 

Vi  sono  molte  imposte  che  hanno  carattere  quasi  esclusi- 
vamente economico  :  e  in  cui  lo  scopo  fiscale  spesso  è  il  meno 
importante!  Forse  non  è  né  meno  il  caso  di  accennare  a  quelle 
imposte  speciali  che  hanno  carattere  e  forme  non  ammissibili. 
Molti  stati  mettono  imposte  sui  viaggiatori  di  commercio,  o 
imposte  speciali  per  gli  stranieri.  Sono  queste  limitazioni  e  re- 
strizioni ingiuste-  Ma  senza  parlare  di  esse,  non  si  può  discono- 
scere che  vi  sono  in  tutti  gli  stati  moderni  imposte  il  cui  sco- 
po è  prevalentemente  economico  e  solo  sussidiariamente  fi- 
scale. Cosi  i  paesi  che  stabiliscono  forme  di  protezione  doga- 
nale, o  per  proteggere  industrie  esistenti,  o  per  fare  che  altre 
ne  sorgano,  si  valgono  della  imposta  indiretta  come  di  un 
mezzo  di  difesa  ;  mentre  dunque  la  imposta  è  redditizia,  lo 
scopo  non  è  fiscale.  Così  sono  frequenti  le  imposte  che  colpi- 
scono in  forma  generalmente  più  elevata  che  i  redditi  e  i  patri- 
moni privati  i  redditi  e  i  patrimoni  di  società  o  congregazioni 
religiose,  il  cui  sviluppo  è  ritenuto  dannoso. 

È  questione  di  modo  e  di  misura;  ma  l'idea  che  le  classi  poli- 
ticamente dominanti,  nello  stabilire  i  sistemi  di  tassazione,  cer- 
chino di  correggere  la  ripartizione  dei  redditi  in  proprio  favore,  è 
nella  realtà  sempre  un  riflesso  di  ciò  che  è  "avvenuto  ed  avverrà 
sempre. 

Le  vecchie  imposte  suntuarie  sono  scomparse.  Ma  non  è 
meno  vero  che  le  imposte  indirette  tendono  prevalentemen- 
te a  colpire  i  consumi  non  necessari  e  i' monopoli  si  svolgono 
specialmente  a  quei  consumi  il  cui  sviluppo  non  è  ritenuto 
utile.  In  Francia,  per  esempio,  molti  scrittori  e  uomini  politi- 
ci illustri  patrocinavano  recentemente  il  monopolio  dell'alcool 

*  Nel  suo  famoso  discorso  di  Sheffield  nel  1903  lord  Balfour,  primo  mi- 
nistro della  Gran  Brettagna,  riconosceva  la  necessità  di  abbandonare  la 
dottrina  prevalsa  per  due  generazioni  «  che  non  si  debba  ricorrere  alla 
imposta  se  non  per  far  fronte  a  spese  pubbliche  ».  Questa  affermazione 
è  parsa  una  eresia  a  molti  economisti  inglesi,  che  vi  hanno  visto  l'abban- 
dono dei  principi  di  Peel  e  di  Gladstone  (cfr.  B  a  s  t  a  b  1  e  in  E.  J.  dicem- 
bre 1903).  Il  B  ast  abl  e  trova  a  dirittura  questi  principi  dannosissi- 
mi; ma  la  sua  dimostrazione  è  poco  conclusiva,  perchè  è  fatta  senza  tener 
conto  della  legislazione  di  tutta  Europa. 


264  SCIENZA     DELLE     FINANZE  [LIBRO     II. 

non  per  accrescere  il  consumo  di  questa  sostanza,  né  solo  per- 
chè lo  Stato  ne  ricavasse  una  entrata,  ma  anzi  per  migliorare 
la  qualità  degli  alcool  e  nello  stesso  tempo  per  cercare  di  ri- 
durne il  consumo. 

In  Svizzera  l'art.  13  della  legge  del  1886  sul  monopolio  del- 
l'alcool destina  il  decimo  delle  somme  riscosse  quale  prodotto 
del  monopolio  alla  lotta  contro  l'alcoolismo  e  i  suoi  effetti. 

Lt'imposta  è  un'arma  troppo  poderosa,  perchè  rimanga  chiu- 
sa nel  piccolo  arsenale  delle  leggi  puramente  finanziarie.  E 
benché  si  possa  da  alcuno  non  ammettere  teoricamente  che 
la  imposta  deva  avere  scopi  economici,  protettivi,  proibiti- 
vi o  limitativi,  non  si  può  negare  che  ciò  sia,  e  non  si  può  non 
dare  ai  fatti  l'importanza  che  essi  hanno. 

D'altra  parte  ogni  giorno  più  aumenta  il  numero  di  coloro 
i  quali  credono  che  l'imposta  non  sia  solo  il  modo  di  alimentare 
le  casse  della  Stato,  ma  possa  essere  un  fattore  economico  e 
sociale  di  grande  importanza.  Nessuno  può  ammettere  che 
vi  siano  immunità  tributarie  né  che  le  imposte  siano  causa 
di  spoliazioni.  Ma  non  si  può  d'altra  parte  disconoscere  che 
nella  scelta  delle  imposte,  nella  loro  determinazione,  nel 
loro  ordinamento  prevalgono  ora  principi  sociali  assai  diffe- 
renti da  quelli  prevalsi  finora  ;  e  non  è,  sopra  tutto  nei  paesi 
più  ricchi,  la  produttività  delle  imposte  che  le  fa  preferire,  ma 
spesso  l'azione  che  esse  esercitano  sulla  vita  sociale.  Cosi, 
quando  si  esentano  da  ogni  imposta  i  generi  più  indispensabili 
al  consumo  popolare,  quando  si  esentano  i  minori  redditi  da 
imposte  dirette ,  quando  si  dichiarano  insequestrabili  anche 
per  debiti  d'imposta  le  minori  proprietà,  quando  con  esenzio- 
ni speciali  si  cerca  di  aiutare  il  sorgere  di  alcune  forme  eco- 
nomiche, come  gli  istituti  cooperativi  ;  allora  la  prevalenza 
del  principio  sociale  è  evidente  e  negarlo  sarebbe  assurdo.  La 
imposta  però  non  mira  mai  a  mutare  l' gessetto  sociale  odierno, 
che  essa  considera  come  un  presupposto  necessario  ;  ma  piut- 
tosto a  raggiungere  nel  campo  finanziario  la  giustizia  e  ad  at- 
tutire, quanto  più  è  possibile,  le  forme  più  gravi  di  attrito. 

L'imposta  rimane  sempre  uno  strumento  poderoso  di  rifor- 
me economiche  ;  quantunque,  anche  dal  punto  dì  vista  del- 


CAP.    IV.]  TEORIA    DELLE    IMPOSTE  265 

l'azione  dello  Stato,  non  sia  né  il  maggiore,  né  anche  il  più  ef- 
ficace. 

104.  Ma  quale  criterio  di  ripartizione  deve  presiedere  alle 
imposte  ? 

Gioverà  qui  ricordare  quanto  si  è  detto  sul  principio  fon- 
damentale della  finanza.  Gli  scrittori  che  insistono  sui  concet- 
ti di  prestazioni  reciproche,  di  equivalenza,  di  scambio,  di  as- 
sicurazione, danno  all'imposta  come  base  un  principio  che  si 
collega  appunto  alle  idee  anzidette  ;  tutti  questi  concetti  so- 
no in  generale  erronei  e  alcune  teorie,  benché  ornai  antiche, 
non  meritano  nemmeno  il  rispetto  della  loro  età  venerabile. 

L'imposta  emana  dalla  sovranità  dello  Stato  ;  è  un  fatto  essen- 
zialmente politico  e  risponde  alla  necessità  generale  e  perma- 
nente di  provvedere  a  quei  servizi  che  sono  di  loro  natura  in- 
divisibili. A  quale  criterio  essa  però  deve  essere  commisurata? 
Alla  capacità  contributiva  di  ciascun  cittadmo,  dice  qualche 
scrittore  (Wagner,  Schàffle,  Neumann  ecc.)  ;  alla  eguaglianza 
di  sacrifizio,  dice  qualche  altro  (J.  S.  Mill). 

La  capacità  contributiva  presuppone  che  ciascun  individuo 
paghi  in  proporzione  del  suo  reddito  e  delle  sue  ricchezze  : 
l'imposta  quindi  deve  essere  graduata  in  guisa  da  seguire  nelle 
sue  variazioni  le  variazioni  del  reddito  dei  cittadini  che  fanno 
parte  del  consorzio  politico  e  che  concorrono  ai  benefizi  di  esso. 
Ma  la  capacità  contributiva  presuppone  un'altra  cosa  :  reddito 
eguale  è  ben  lungi  dal  rappresentare  eguale  capacità  contribu- 
tiva. La  capacità  contributiva  non  é  sempre  nella  stessa  misura 
del  reddito;  poi  che  il  carattere  dei  redditi  è  differente  e  vi  sono 
non  pochi  beni  che  non  possono  considerarsi  come  redditi. 
Nella  vita  delle  società  moderne  non  è  possibile,  sopra  tutto 
nei  paesi  più  civili,  non  tener  conto,  nei  sistemi  d'imposte,  del- 
le condizioni  individuali  dei  cittadini.  I  fattori  qualitativi  e 
subbiettivi  della  capacità  economica,  sono  tali  da  determinare 
differenze  enormi  anche  dato  lo  stesso  reddito.  Il  reddito  da  solo 
non  può  dunque  essere  il  criterio  della  capacità  contributiva. 
E  perciò  evidente  che  un  sistema  d' imposte  il  quale  richiedes- 
se puramente  e  semplicemente  da  redditi  eguali  imposte  eguali, 
determinerebbe    sacrifizi    assai    diseguali.  Onde  l'applicazione 


2h()  scip:nza  delle  finanze  [libro  II. 

della  progressività  non  deve  logicamente  considerarsi  come 
una  violazione  del  principio  della  capacità  contributiva. 

Stuart  Mill,  che  sentiva  l'inconsistenza  delle  teorie  relative 
alla  imposta,  volle  trovare  un  principio  più  scientifico,  e  for- 
mulò la  teoria  della  eguaglianza  di  sacrifizio.  Secondo  Mill, 
ammessa  la  necessità  di  un  consorzio  civile  e  che  deva  prov- 
vedersi alla  spesa  dell'ente  politico,  ciascuna  persona  deve  sop- 
portare una  imposizione  né  maggiore  né  minore  di  quella  che 
altri  sopporta:  ma  questa  non  deve  essere  già  una  eguaglianza 
formale.  Ciascun  cittadino  dovrebbe  fornire  allo  Stato  quella 
parte  del  suo  reddito  per  cui  sopporterebbe  un  sacrifizio  eguale 
{principle  of  equal  sacri  fica),  a  quello  di  altri  contribuenti  ;  in 
guisa  che  pagata  la  imposta  i  cittadini  rimarrebbero  nella  stessa 
posizione  economica  in  cui  erano  prima.  È  un  criterio  dunque 
di  eguaglianza  relativa;  per  cui  diventa  norma  della  imposizio- 
ne il  criterio  che  la  imposta  deve  rappresentare  per  ciascuno 
il  medesimo  valore,  quindi  il  medesimo  sacrifizio  *. 

Non  si  può  negare  che  questa  idea  del  Mill  sia  assai  più  larga 
di  quelle  che  informano  le  altre  teorie.  Ma  non  si  può  negare  né 
rtieno  che  essa,  pure  essendo  conforme  al  carattere  personale 
della  imposta,presenti  in  pratica  gravi  difiicoltà.  È  assai  difficile 
infatti  determinare  che  cosa  sia  l'eguaglianza  di  sacrifizio  per 
chi  voglia  tradurre  questo  principio  nella  legislazione  positiva. 
Nondimeno  la  idea  del  Mill,  se  anche  non  determinabile  in  ogni 
caso  praticamente,  rappresenta  nella  legislazione  positiva  uno 
stimolo  efficace  verso  un  indirizzo  di  giustizia:  una  meta  piut- 
tosto che  un  metodo. 

Riannodandosi  a  Bentham,  Èdgeworth  crede  che  nelle  im- 
poste bisogna  badare  principalmente  al  principio  del  sacrifi- 
zio minimo  di  tutti  [principia  of  least  sacrifica).  Così,  egli  dice, 
bisogna  badare  sopra  tutto  alle  conseguenze  che  le  imposte 
hanno  sulla  produzione  e  sulla  distribuzione  delle  ricchezze  : 
ma  sopra  tutto  sulla  produzione.  Il  massimo    vantaggio  della 

*  Le  idee  di  J.  S.  Mill  furono  svolte  e  applicate  in  Inghilterra  a  propo- 
sito deW income  tax.  Cfr.  J.  S.  M  i  1 1  :  Principles  oj  politicai  economy  (ediz. 
E  a  u  g  1  i  n  )  ,  pag.  539,540.  Cfr.  pure  Oraziani:  Istituzioni  di  Scien- 
za delle  Finanze,  II  edizione,  Torino  1910,  pag.  291295;  Pierson: 
Problemi,  ecc.,  pag.  441  e  seg. 


GAP.    IV.J  TEORIE   DELLE   IMPOSTE  267 

imposta,  ovvero  il  minimo  sacrifizio  dei  contribuenti,  si  ha  in 
funzione  di  due  variabili:  la  massima  eguaglianza  di  distribu- 
zione dell'imposta  sui  cittadini  e  il  minimo  ostacolo  posto  al- 
l'incremento   della   produzione  *. 

La  imposta,  cioè  il  contributo  dei  cittadini  per  servizi  pub- 
blici di  utilità  generale  e  non  divisibili,  è  essenzialmente  un 
fatto  ^politico  :  essa  è  prelevata  secondo  le  forme  della  distribu- 
zione della  ricchezza,  secondo  la  quantità  di  ricchezze  dispo- 
nibile in  ciascuna  e  in  tutte  le  economie  individuali;  secondo 
che  i  bisogni  collettivi  sono  risentiti  dal  gruppo  politico  o  dalla 
maggioranza  politica  che  governa  e  dirige  l'azione  dello  Sta- 
to. La  tendenza  cui  deve  sopra  tutto  inspirarsi,  in  uno  Stato 
moderno,  la  imposta  è  il  minimo  sacrifizio  possibile  dei  cittadi- 
ni :  è  il  bisogno  di  non  creare  alcuno  ostacolo  alla  produzione; 
è  infine,  per  quanto  è  possibile,  la  eguaglianza  di  sacrifizio 
da  parte  di  tutti  i  cittadini. 

Nella  realtà  sono  preferibili  quei  sistemi  d'imposta,  che  limi- 
tano il  meno  possibile  la  produzione,  e  dato  il  fabbisogno  da  pre- 
levare, ostacoUno  il  meno  possibile  la  formazione  e  lo  sviluppo 
dei  redditi  medi. 

105,  È  generalmente  riconosciuto  che  le  imposte  de  vano 
avere  per  base  due  principi  fondamentali  :  la  uniformità  e  la 
generalità.  Poi  che  non  si  può  ammettere  che  in  un  paese  be- 
ne ordinato  vi  sia  differenza  di  situazióni  dal  punto  di  vista 
della  legge,  non  si  può  ritenere  né  meno  che  le  leggi  tributa- 
rie assoggettino  a  uno  stesso  onere  persone  di  differenti  con- 
dizioni, o  a  un  diverso  onere  persone  di  una  stessa  condizio- 
ne. L'uniformità  e  la  generalità  sono  dunque  la  conseguenza 
di  questo  principio  f.  La  generalità  include  l' idea  che  nessun 
individuo  il  quale  appartenga  al  consorzio    politico  e    che   ne 


*  E  d  g  e  w  o  r  t  h  :  The  pure  Theory  of  Taxation  in  E.  J.  Volume  VII, 
PP-  551-556  e  Voi.  X,  1900,  pag.  175. 

t  «  La  regola  della  generalità  vuol  dire  chi  deve  pagare  l'imposta  ;  la 
regola  della  uniformità  sembra  determinare  la  misura  nella  quale  cia- 
scuno deve  essere  tassato.  In  realtà  questi  principi  significano  che  alcune 
istituzioni  del  passato  che  sembrano  oggi  contrarie  all'equità  sono  state 
soppresse  ».  Cfr.  J  é  z  e  :  Cours  élémentaire  de  Science  dcs  fiiianccs.  IV. 
Édition.  Paris.  Giard  et  Brière,  1910,  pag.  652. 


268  SCIENZA  DELLE  FINAN  ZE  [LIBRO  II. 

goda  i  benefici  deve  andare  esente  dagli  oneri.  Ciascuno  deve 
quindi  concorrere  mediante  contribuzioni,  come  concorre  ai 
benefizi.  Vi  è  senza  dubbio  qualche  eccezione,  ma  le  eccezioni 
hanno  natura  non  soltanto  diversa,  ma  opposta  a  quelle  del 
passato.  Le  esenzioni  di  prima  erano  fatte  non  a  benefizio  delle 
classi  più  povere,  ma  delle  più  ricche:  si  esentavano  la  nobiltà, 
il  clero,  ecc.  ecc.  Ora  l'imposta  tende  ad  esentare  coloro  che 
non  hanno  una  vera  capacità  contributiva. 

Dice  il  vecchio  proverbio  che  dove  non  vi  è  nulla  il  re  perde 
i  suoi  diritti.  E  non  solo  il  re  !  Il  poeta  latino  aveva  detto  con 
molto  spirito  :  cantabit  vacuus  coram  latrane  viator.  Chi  non  ha 
nuHa,  non  teme  nulla:  né  meno  il  ladrone.  Ma  anche  chi  non  ha 
nulla,  dato  lo  Stato  moderno,  paga  le  imposte:  qualche  volta,  e 
in  ciò  è  il  male,  può  darsi  che  ne  paghi  anche  in  maggior  misura. 
Le  imposte  indirette,  sopra  tutto  quelle  sui  consumi  necessari, 
colpiscono  un  pò  tutti:  sicché  non  vi  é  alcuno  che  riesca  a  eva- 
derla. L'imposta  sul  sale  é  pagata  anche  dai  più  poveri,  anzi 
é  pagata  in  misura  più  grande.  E  cosi  tante  imposte.  E  d'altra 
parte,  per  fenomeni  di  traslazione  molto  complessi,  spesso 
anche  le  classi  lavoratrici  pagano  imposte  da  cui  sembra  non 
abbiano  nulla  a  temere.  Ecco  la  imposta  sulla  circolazione  dei 
biglietti  di  banca  :  che  cosa  può  parere  più  estraneo  e  più  indif- 
ferente alle  classi  lavoratrici  ?  Eppure  se  il  danaro  costa  più 
caro  e  se  il  prezzo  dei  prodotti  viene  ad  elevarsi,  é  in  realtà  il 
popolo    dei    consumatori    che    paga. 

Ma  i  paesi  che  hanno  raggiunto  un  notevole  grado  di  ricchezza 
(e  son  ben  pochi  e  la  loro  ricchezza  é  ancora  scarsa  per  i  biso- 
gni di  uomini  civili)  tendono  da  una  parte  a  esentare  i  redditi 
minimi  dalle  imposte  dirette  e  dall'altra  a  esentare  dalle  impo- 
ste indirette  i  consumi  di  prima  necessità.  In  questo  caso  può 
prodursi  qualche  volta  una  esenzione,  se  non  completa,  certo 
assai  larga  di  una  grande  massa  di  cittadini  dalla  imposta. 
Non  rappresenta  tutto  ciò  una  violazione  del  principio  della 
generalità  ?  In  realtà  la  violazione  é  soltanto  apparente.  Dovun- 
que si  tende  a  elevare  le  condizioni  di  esistenza  delle  classi 
popolari:  e  ciò  non  è  solo  conseguenza  di  un  maggiore  sviluppo 
delle  idee  morali  ma  sopra  tutto  di  una  concezione  economica 
più  conforme  alla  realtà.  Lavoratori  mal  pagati  e  mal  nutriti 


CAP.    IV. J  TEORIE   DELLE   IMPOSTE  r^ÓQ 

non  rispondono  alle  esigenze  della  produzione  moderna,  che 
richiede  operai  sempre  più  abili.  Onde  elevare  i  consumi  si- 
gnifica agire  utilmente  sulla  produzione,  anzi  sullo  stesso 
impiego  di  capitale.  La  esistenza  delle  democrazie  moderne  è 
legata  allo  sviluppo  economico  e  morale  delle  classi  popolari. 
Ma  niente  è  più  pericoloso  che  abusare  di  queste  verità  :  e  si 
tende  spesso  ad  abusare  ! 

È  idea  generalmente  diffusa  che  basti  colpire  i  redditi  mag- 
giori per  avere  grandi  entrate  ;  qualcuno  ha  detto  perfino  che 
in  avvenire  si  potrà  basare  il  bilancio  su  grandi  imposte  gene- 
rali sul  reddito,  con  esenzione  non  solo  dei  redditi  minimi,  ma 
dei  redditi  medi.  Non  vi  è  nulla  di  meno  vero.  Studiando  la  di- 
stribuzione dei  redditi  noi  abbiamo  visto  che  le  classi  così 
dette  ricche  rappresentano  una  minima  parte  _del,  reddiJto_so- 
ciale  ;  e  che  esistono  due  spiccate  tendenze,  l'una  dei  redditi 
medi  ad  aumentare  e  l'altra  dei  redditi  minimi  ad  elevarsi. 
Ora  dunque  non  è  possibile  che  le  imposte,  le  quali  non  abbiano 
il  carattere  di  generalità,  siano  veramente  produttive  ;  senza 
dubbio  però,  accogliere  la  esenzione  del  minimo  di  esistenza 
è  opportunità  di  politica  finanziaria  e  anche  buona  regola  di 
giustizia  sociale.  Ma  anche  in  questo  caso  bisogna  ricordare 
che  i  bilanci  odierni  sono  basati,  nella  più  grande  parte,  sujle 
imposte  indirette  e  che  quindi  in  realtà  esenzioni  complete  non 
esistono. 

Ma  non  basta  che  tutti  paghino  le  imposte:  occorre  che  tutti 
»  sopportino  un  sacrifizio  eguale.  Occorre  che  ai  bisogni  della  vita 
dell'insieme  ciascuno  contribuisca  secondo  la  sua  capacità. 
Vi  deve  dunque  essere  un  criterio  uniforme  di  misura.  La  uni- 
formità delle  imposte  esige  che  ciascun  cittadino  paghi  in  misu- 
ra graduale  alla  sua  condizione  economica.  Quindi  due  indivi- 
dui che  hanno  lo  stesso  reddito  e  sieno  nelle  stesse  condizioni 
si  presume  che  devano  pagare  allo  stesso  modo.  La  giustizia 
tributaria  esige  non  una  uniformità  esteriore,  ma  una  unifor- 
mità intrinseca.  Un  reddito  di  2  mila  lire,  se  deriva  dall'atti- 
vità personale  e  deve  provvedere  a  una  famiglia  numerosa, 
è  addirittura  in  condizioni  diverse,  e  deve  essere  assai  meno 
colpito,  di  un  reddito  della  stessa  somma,  derivante  da  interes- 
se del  capitale  e  destinato  a  mantenere  una  sola  persona. 


270  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   II. 

Uniformità  e  generalità  non  sono  raggiunte  mai  però  comple- 
tamente. Sopra  tutto  l'uniformità,  per  la  difficoltà  pratica  che 
la  tassazione  incontra  nel  colpire  alcune  forme  di  reddito  piut- 
tosto che  altre,  non  sarà  forse  mai  completamente  raggiunta. 

V. 

Imposta  unica  e  imposte  molteplici. 

Classifica  dei   redditi  e  delle  imposte. 

106.  Uno  dei  punti  più  discussi,  e  non  da  ora,  è  se  vi  deva 
essere  una  sola  imposta  o  se  ve  ne  devano  essere  molte,  sì 
come  nei  sistemi  tributari  odierni.  I  fisiocrati,  i  quali  riattac- 
cavano ai  fenomeni  fondiari  tutti  i  fatti  economici,  non  esi- 
tavano ad  affermare  che  una  sola  grande  imposta  sulla  terra 
dovesse  essere  la  base  di  ogni  sistema  tributario  *. 


*  Già  nella  stessa  Francia,  prima  di  essi,  Bodin  avea  sostenuto  che  oltre 
ai  diritti  doganali  non  convenisse  avere  che  una  sola  imposta  generale 
sul  reddito  ;  e  Vauban,  nella  Dime  royale,  avea  espresso  l'idea  che  non  oc- 
corresse se  non  una  grande  imposta  generale  e  alcune  piccole  imposte 
indirette  :  un  grande  astro  con  dei  piccolissimi  satelliti.  E  Boisguillebert 
avea  a  sua  volta  sostenuto  che  si  potessero  abolire  quasi  tutte  le  imposte, 
convertendole  in  tailles  foncières.  L'idea  di  una  imposta  unica  è  dunque 
assai  più  antica  dei  fisiocrati,  benché  i  fisiocrati  sopra  tutto  l'abbiano  vol- 
garizzata. 

I  fisiocrati  credevano  che  tutte  le  ricchezze  derivassero  dalla  terra  : 
bastava  quindi  colpire  il  reddito  agricolo  per  colpire  tutti  i  consumatori, 
cioè  tutta  la  società.  E  niuno  in  questo  caso  sarebbe  stato  esente  dalla 
imposta.  Q  u  e  s  n  a  y  divideva  la  società  in  tre  classi  :  classe  productive, 
foi'mata  dai  coltivatori  ;  classe  proprietaire,  composta  dai  proprietari,  dal 
sovrano  e  dai  dècimateurs  ;  e  classe  stèrile,  composta  da  industriali  e  com- 
mercianti. Voleva  una  imposta  unica  sul  prodotto  netto  della  terra  e  ri- 
teneva che  il  terzo  di  tale  prodotto  fosse  sufficiente  ai  bisogni  dello  Stato. 
Le  quattro  idee  fondamentali  della  fisiocrazia  sono  :  i.  esistono  leggi  fon- 
damentali delle  società  umane  ed  anche,  sopra  tutto,  una  legge  dinamica 
della  popolazione,  per  cui  i  salari  tendono  a  non  sorpassare  alcuni  limiti  ; 
2.  esiste  una  legge  naturale  dell'interesse  dei  capitali,  che  tende  a  stabi- 
lirsi a  un  livello  fisso  invariabile  ;  3.  fissi  essendo  i  salari  e  gl'interessi,  per 
effetto  di  leggi  naturali,  il  valore  dei  prodotti  è  chiuso  entro  limiti  prede- 
terminati ;  4.  solo  la  industria  agricola  dà  un  prodQtto  netto,  poiché,  raen- 


GAP.   V.]  UNITÀ    E   MOLTEPLICITÀ    DELLE   IMPOSTE  IJl 

Oramai  niuno  mette  il  problema  in  termini  cosi  semplici  e 
anche  cosi  ingenui.  Non  si  tratta  già  di  trovare  una  forma  di 
produzione  o  di  reddito,  colpendo  la  quale  si  riesca  a  colpirle 
tutte  ;  ma  prevale  un'altra  illusione,  quella  di  riunire  in  una 
sola  grande  imposta  personale  sul  reddito  tutte  le  altre  imposte 
e  di  fare  déiVhnpót  unique,  tante  volte  vagheggiata  e  sempre 
non  applicata  dai  francesi,  il  fondamento  unico  dei  bilanci  mo- 
derni. Non  vi  è  nulla  che  sia  più  assurdo,  non  ostante  le  appa- 
renze di  logica  scientifica  di  cui  danno  prova  i  seguaci  di  questo 
sistema  *.  Se  si  trattasse,  ^er  esempio,  di  colpire  i  redditi  in 
proporzione  del  3  ed  anche  del  io  per  1000,  senza  dubbio  una 
imposta  diretta  unica  sarebbe  possibile.  Supponendo,  per  esem- 
pio, un  paese  ideale,  che  non  è  mai  esistito,  né  esisterà  mai, 
un  paese  straordinariamente  ricco  con  spese  pubbliche  assai 
ristrette,  potrebbe  bene  esservi  una  sola  imposta.  In  un 
paese  il  cui  reddito  fosse  di  50  miliardi  e  le  spese  pubbliche 


tre  le  altre  industrie  non  aumentano  le  ricchezze  materiali,  la  industria 
agricola  soltanto  le  aumenta.  Dalla  terra  deriva  direttamente  o  indiret- 
tamente ogni  ricchezza.  Quest'ultima  premessa  determinava  un  gran 
numero  di  idee  economiche  e  finanziarie.  Sopra  tutto  la  idea  che,  colpen- 
do la  terra  con  l'imposta,  si  potesse  fare  a  meno  di  ogni  altra  imposizione. 
Donde  il  programma  di  una  grande  imposta  fondiaria. 

È  celebre  la  favola  di  Voltaire  :  ì'homme  aux  quarante  écus.  Nessuna  iro- 
nia più  atroce  :  niente  di  più  crudele  contro  i  fisiocrati.  Voltaire  suppone 
che  le  idee  dei  fisiocrati  e  sopra  tutto  di  Mercier  de  la  Rivière,  siano  state 
applicate  e  che  vi  sia  una  imposta  unica  sulla  terra.  L'uomo  che  ha  40 
scudi  di  reddito  dalla  terra  racconta  le  sue  sventure  a  uno  scienziato  :  e 
il  semplice  racconto  basta  a  dimostrare  la  vanità  della  costruzione  finan- 
ziaria dei  fisiocrati. 

La  favola  AéiVhomme  aux  quarante  ècus  di  Voltaire  è  ancora  quanto  si 
è  scritto  di  meglio  non  solo  contro  i  fisiocrati,  ma  anche,  in  gran  parte, 
contro  la  illusione  di  una  imposta  unica.  Per  intenderla  bisogna  ricordare 
che  Mercier  de  la  Rivière,  uno  dei  fisiocrati  più  celebri,  avea  scritto  che 
in  imo  stato  bene  ordinato  40  scudi  di  reddito  doveano  bastare  all'esi- 
stenza di  ciascun  cittadino,  secondo  la  dottrina  fisiocratica. 

*  Cfr.  in  vario  senso  oltre  le  opere  citate  :  L.  Stein:  Lehrbuch  der 
Finanzaeissenschaft,  voi.  I;  Seligmann:  The  single  tax  negli  Essays; 
R  o  s  e  h  e  r  :  op.  cit.  Mathieu  Bodet:  La  rè/orme  des  impots  et  les 
projets  de  taxe  unique  nella  Revue  des  deux  mondes  del  i  giugno  1880  ; 
P  i  e  r  s  o  n  :  loc.  cit.,  L.  S  a  y  :  Impót  unique  sur  le  capital  nel  Dictinnnairr 
des  fmances,  ecc. 


272  SCIENZA  DELLE  FINANZE     '  [LIBRO  II, 

di  mezzo  miliardo,  stesse  cioè  in  rapporto  del  io  per  1000  la 
contribuzione  al  reddito,  una  imposta  unica  non  troverebbe  dif- 
ficoltà. Sarebbe  anzi  la  sola  logica.  Ma  questo  paese  fantastico 
non  è  mai  esistito  ;  lo  Stato  prende  ai  cittadini  anche  nei  paesi 
a  minore  tassazione  sino  al  io  per  cento;  in  altri  circa  il  20  per 
cento.  Come  si  può    supporre  che  vi  sia  una   imposta  unica? 

Le  forme  di  produzione  sono  cosi  molteplici,  l'attività  indu- 
striale è  si  varia,  il  movimento  della  ricchezza  è  così  protei- 
forme, che  nessuna  imposta  generale  e  unica  avrebbe  mai  i 
due  requisiti  essenziali  di  ogni  sistema  tributario  :  la  unifor- 
mità e  la  generalità.  Come  si  potrebbero  portare  a  una  comune 
misura  redditi  cosi  differenti  e  colpire  tutti  i  redditi  con  una  sola 
imposta?  La  Gran  Brettagna,  prima  della  guerra  del  1914,  non 
ricavava  dalla  income  tax  in  periodi  normali  più  di  16  o  17 
milioni  di  sterline  :  gli  altri  stati  hanno  per  la  imposta  sul 
reddito  aliquote  molto  elevate  con  i*isultati  scarsi.  La  pro- 
duttività delle  imposte  generali  dirette  è  un  pò  dovunque  as- 
sai limitata.  La  difficoltà  più  grande  nell' applicare  imposte  ge- 
nerali o  a  dirittura  uniche  sta  nel  trovare  una  base  razionale 
per  quanto  riguarda  la  misura  della  imposta.  O  l'imposta  ge- 
nerale si  basa  sul  reddito,  e  le  manca  ogni  fondamento  giusto  ; 
o  si  basa  sul  capitale,  e  l'arbitrio  è  anche  più  grande.  In  realtà 
noi  riesciamo  a  calcolare  con  difficoltà  il  reddito  di  ciascun 
paese  :  e  anche  i  nostri  calcoli  sono  basati  su  induzioni  più 
o  meno  approssimative.  Ora  mettere  una  imposta  generale 
del  10%,  per  esempio,  partendo  dalla  predeterminazione  di  un 
reddito,  può  menare  facilmente  in  alcuni  casi  a  oneri  del  20  per 
cento. 

Ripetiamo  che  se  si  trattasse  di  imposte  dell'i  per  100  non 
vi  sarebbero  vere  difficoltà  ;  ma  si  tratta  di  prender  spesso 
ai  contribuenti  il  io,  il  15,  qualche  volta  il  20  %;  e  dato  lo  svi- 
luppo dei  pubblici  servizi  non  è  possibile  sperare  di  aver  biso- 
gno di  molto  meno.  Ora  imposte  sì  gravi  in  tutti  gli  stati  si  paga- 
no e  si  possono  pagare  solo  perchè  sono  nella  più  parte  invisi- 
bili, si  com penetrano  nei  prezzi,  si  identificano  nei  prodotti.  Che 
cosa  sarebbe  se  si  dovesse  pagare  apertamente  anche  la  metà 
di  ciò  che  si  paga  adesso?  Supponiamo  una  imposta  generale 
del  IO  %:  una  famiglia  con  2000  lire  di  reddito  dovrebbe  pa- 


GAP.  V.]  UNITÀ  E  MOLTEPLICITÀ  DELLE  IMPOSTE  273 

game  200  di  imposta.  Date  le  abitudini  della  vita  moderna 
la  poca  parsimonia,  i  bisogni  crescenti,  quante  famiglie  con 
200  lire  di  reddito  potrebbero  pagarne  200  di  imposta,  a  rate 
fisse  ?  Sarebbe,  anche  in  una  nazione  ricca  e  parsimoniosa, 
solo  una  piccola  minoranza  puntuale;  gli  altri  non  sarebbero  e 
non  potrebbero.  Oramai  in  tutti  i  paesi  in  cui  vi  sono  o  si  voglio- 
no introdurre  imposte  generali  sul  reddito,  non  si  tratta  già  di 
applicare  una  imposta  unica,  ma  solamente  di  avere  un  cor- 
rettivo contro  alcune  delle  più  stridenti  ingiustizie  dei  sistemi 
tributari   odierni. 

A  base  di  tutti  i  sistema  finanziari  odierni  sono  le  imposte 
indirette,  le  imposte  sui  consumi:  ciò  non  solo  è^  necessario, 
date  le  forme  di  ripartizione  del  reddito,  ma  rende  possibile  le 
entrate  elevate  di  cui  abbisognano  i  bilanci  odierni.  Invero 
le  imposte  indirette  sono  state  causa  di  abusi  frequenti  (  e  si 
deve  cercare  in  ogni  guisa  che  non  ostacolino  la  produzione 
e  gli  scambi)  ma  sono  le^sole  veramente  ^  produttive.  Ora  le 
imposte  indirette,  rimanendo  la  base  dei  bilanci,  hanno  biso- 
gno di  essere  completate  :  e  sono  completate  dalle  imposte  dirette 
reali  e  sopra  tutto  dalle  imposte  personali.  Queste  ultime 
in  molti  stati  hanno  funzione  di  imposte  complementari  e 
servono  più  che  altro  a  colpire  i  redditi  che  senza  di  esse  sfuggi- 
rebbero alla  imposizione. 

Al  di  fuori  della  concezione  oramai  arcaica  dei  fisiocrati  come 
può  essere  concepita  una  imposta  unica?  Una  unica  imposta 
sul  consumo  è  praticamente  assurda:  non  si  tratta  dunque  che 
di  scegliere  il  capitale  o  il  reddito  come  fonte  esclusiva  di  con- 
tribuzione ;  ora  imposta  unica  sul  reddito,  imposta  unica  sul 
capitale  sono  del  pari  viziose  e  al  di  fuori  della  realtà. 

Se  le  imposte  seguono  la  produzione  e  la  distribuzione  della 
ricchezza  si  può  dire  che,  date  le  forme  attuali  e  quelle  che  si 
delineano  ogni  giorno,  tutti  i  tentativi  di  portare  i  sistemi  fi- 
nanziari verso  la  unicità  devono  fatalmente  infrangersi  contro 
la  realtà.  L'imposta  deve  tendere  alla  semplicità  :  ma  ciò  non 
dice  che  deve  tendere  alla  unicità  *. 

*  C  o  s  s  a  :  Primi  elementi  di  Scienza  delle  Finanze,  X  Edizione  ;  Mila- 
no 1909,  a  pag.  100  dice  però  non  senza  ragione  :  «  ...  il  sistema  della  im- 
posta unica,  benché  d'impossibile  effettuazione,  nelle   condizioni   della  ci- 
Ni  tti.  18 


274  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO   II. 

La  semplicità  democratica  delle  nostre  società  rende  sempre 
più  difficile  lo  sviluppo  delle  imposte  dirette.  E  queste  ultime, 
quando  si  adottino  aliquote  non  molto  elevate  e  si  accettino 
minimi  di  esenzione  non  estremamente  bassi,  sono  poco  pro- 
duttive se  non  vogliono  diventare  odiose  e  spoliatrici. 

Le  tendenze  che  nei  sistemi  tributari  si  delineano,  e  che  sono 
destinate  senza  dubbio  a  prevalere,  sono  assai  spiccate  e  assai 
generali  per  costituire  un  fenomeno  transitorio  :  le  imposte  in- 
dirette rimangono  la  base  di  tutte  le  entrate  pubbliche,  per  la 
loro  grande  produttività  :  la  loro  asprezza  diminuisce  ogni 
giorno  dove,  raggiunto  un  grado  relativo  di  sviluppo,  si  esen- 
tano da  imposta  i  consumi  di  prima  necessità  ;  esistono  ac- 
canto ad  esse  le  imposte  reali  e  di  cui  la  funzione  è  semplice 
ed  evidente  ;  e  vicino  alle  imposte  reali  si  sviluppano  alcune 
imposte  di  complemento,  imposte  sul  patrimonio,  imposte  ge- 
nerali sul  reddito,  imposte  di  successione,  ecc. 

Ma  è  fuori  di  ogni  dubbio  che,  date  le  somme  enormi  che 
sono  necessarie  alle  spese  degli  stati  moderni,  non  vi  è  nemme- 
no la  possibilità  di  parlare  di  unicità  d'imposta.  I  progetti 
tante  volte  discussi  sono  così  lontani  da  ogni  possibilità  pra- 
tica, che  non  varrebbe  quasi  la  pena  di  accennarvi. 

107.  Non  esiste  dunque,  non  esisterà  forse  mai  (se  in  que- 
sta materia  è  lecito  prevedere)  una  imposta  unica.  Bisogna 
quindi  attingere  a  fonti  differenti  e  quanto  più  è  possibile  col 
minimo  sacrifizio  di  tutti  e  senza  danno  della  produzione. 

Nella  nostra  società  non  vi  sono  più  differenze  fra  le  classi 
sociali,  nel  senso  che  non  è  impedito  ad  alcuno,  almeno  legal- 
mente, di  uscire  da  una  classe  per  entrare  in  un'altra.  Molti 
infatti   si    elevano  ;    molti   operai    diventano   intraprenditori. 


viltà  attuale,  non  è  per  altro  privo  di  valore,  tanto  teorico  quanto  pratico. 
Esso  infatti  costituisce  un  ideale  che  non  si  potrà  forse  mai  raggiungere, 
ma  che  non  si  deve  per  questo  dimenticare,  e  ciò,  perchè  l'utopista,  il  qua- 
le ritiene  senz'altro  applicabili  i  suoi  ideali,  non  è  meno  riprovevole  del- 
Vempirico,  che  non  ne  riconosce  alcuno  ».  Noi  crediamo  che  l'imposta  uni- 
ca non  possa  essere  né  meno  un  ideale  verosimile  ;  ma  che  si  possa  ten- 
dere verso  grandi  imposte  dirette  sul  reddito  o  sul  patrimonio  riunendo 
molte  delle  attuali,  le  imposte  indirette  però  sono  e  rimarranno  durevol- 
mente la  base  dei  bilanci. 


CAP.  V.J  LE  CLASSI   SOCIALI  275 

molti  intraprenditori  decadono.  Il  figlio  del  contadino  diven- 
ta qualche  volta  il  reggitore  dello  Stato.  Tutto  ciò  non  si  può 
negare  da  alcuno.  Ma  è  anche  evidente  che  la  maggior  parte 
degli  uomini,  anche  nella  nostra  società,  rimane  nella  classe 
in  cui  è  nata. 

La  divisione  fra  le  classi  sociali  non  è  ora  basata,  almeno 
negli  stati  progrediti,  sul  criterio  della  nascita,  e  né  meno  è 
riconosciuta  da  alcuna  legge  :  si  basa  esclusivamente  sul  red- 
dito. Ora  in  tutta  la  nostra  società  vi  è  ancora  una  larga  classe 
di  produttori  autonomi  :  cioè  di  persone  che  fanno  valere  da  sé 
stessi  la  terra  o  i  capitali  che  possiedono  :  cosi  un  piccolo  agri- 
coltore, un  bottegaio,  un  artigiano  che  lavori  per  suo  conto, 
sono  produttori  autonomi.  Vi  sono  persone  che  possiedono 
troppi  capitali  o  troppi  agenti  naturali  per  farli  valere  diret- 
tamente e  allora  impiegano  il  lavoro  di  altri  uomini;  sono  gli 
industriali,  o  intraprenditori,  e  il  benefizio  che  esso  ricavano 
comprende  non  solo  l'interesse  del  loro  capitale,  ma  anche  una 
remunerazione  della  loro  attività  personale  e  del  rischio  che  essi 
corrono  :  percepiscono  dunque  un  profitto.  Vi  sono  d'altra 
parte  persone  che  non  possiedono  o  possiedono  troppo  poco  e 
che  vendono  la  loro  forza  di  lavoro  dietro  un  compenso  che  si 
chiama  salario  :  è  la  grande  maggioranza  che  si  trova  in  queste 
condizioni.  Vi  sono  coloro  che  non  partecipano  in  alcuna  guisa 
alla  produzione,  ma  che  possiedono  o  terre,  o  case,  o  capitali 
e  li  danno  in  uso  ;  vivono  dunque  delle  entrate  periodiche  che 
assicurano  loro  i  fìtti,  gl'interessi,  i  dividendi  :  é  una  classe  che 
vive  dello  interesse  del  capitale.  Infine  é  assai  grande  nella 
società  il  numero  di  coloro  che  non  fanno  niente,  che  per  colpa 
propria  o  senza  colpa  propria,  per  crisi  industriali,  o  per  sven- 
tura, sono  caduti  in  povertà  e  vivono  sulla  pubblica  assistenza 
o  beneficenza. 

Naturalmente  queste  divisioni  non  hanno  niente  di  assoluto  : 
accade  spesso  che  una  persona  partecipi  a  varie  forme  di  red- 
dito e  non  viva  né  meno  prevalentemente  di  una:  spesso  anche 
che  partecipi  a  due  o  tre  forme  di  reddito.  Non  mancano,  nei 
paesi  ricchi,  operai  che,  pur  ricevendo  salario,  possiedono  la  lo- 
ro casa  di  abitazione  e  ricavano  interesse  da  titoli  o  rendite. 

Resta  ancora  un  grandissimo  numero  di  persone,  la  parte 


2  7^'»  SCIENZA    DELLE    FINANZE  ^LIBRO    TI. 

prevalente  in  alcune  nazioni,  composta  di  esercenti  professio- 
ni liberali  e  di  impiegati,  che  è  assai  difficile  classificare:  i  primi 
sarebbero  in  realtà  dei  produttori  autonomi,  i  secondi  sono 
degli  stipendiati,  che  non  differiscono  notevolmente  da  coloro 
che  danno  per  salario  la  loro  attività.  Ma  si  tratta  di  classi  che 
hanno   una  fisonomia   particolare. 

La  distinzione  un  pò  arbitraria  tra  borghesia  e  proletariato 
risponde  a  un  altro  criterio  ;  ma  si  tratta  di  una  distinzione  che 
non  ha  una  grande  precisione,  mancando  una  differenza  netta 
fra  le  due  forme  considerate  ed  essendo  assai  grande  il  numero 
delle  persone  che  non  si  può  assegnare  né  all'una  classe,  né  al- 
l'altra. 

Ora  i  redditi  essendo  vari,  non  solo  per  la  loro  fonte  di  ori- 
gine, ma  per  la  loro  durata,  un  identico  saggio  di  imposta  non 
solo  sarebbe  ingiusto,  ma  imporrebbe  sacrifici  disuguali  :  é 
perciò  che  i  seguaci  della  proporzionalità  dell'  imposta  solo 
in  apparenza  seguono  un  criterio  di  giustizia. 

Dal  punto  di  vista  della  loro  natura  i  redditi  possono  dividersi 
molto  semplicemente  tra  :  redditi  fondati,  cioè  che  hanno  a  base 
un  patrimonio,  come  i  redditi  derivanti  da  terre,  case,  titoli 
industriali,  ecc.  redditi  non  fondati,  che  derivano  dall'attività 
personale  e  non  hanno  alcuna  base  patrimoniale,  come  il  red- 
dito di  un  professionista,  di  un  operaio,  ecc.  *. 

I  redditi  della  prima  categoria  hanno  natura  interamente 
diversa  dagli  altri  :  non  solo  dal  punto  di  vista  della  loro  durata, 
ma  anche  della  sicurezza,.  E  anche  in  generale  molti  fra  di  essi 
come  quelli  derivanti  dall'interesse  del  capitale,  non  solo  pre- 
sentano un  rischio  assai  più  tenue  dei  redditi  personali,  ma  non 
derivano  punto  dall'  attività  individuale  di  chi  li  percepisce. 
Molti  uomini  infatti  che  possiedono  case,  terre,  capitale  non  si 
danno  altra  pena  fuori  di  quella  di  esigere  i  loro  redditi:  alcuni, 
e  non  sono  i  più  ammirabili,  non  fanno  che  tagliare  cuponi  di 
rendita.  Chi  vive  del  lavoro  personale,  o  reddito  non  fondato, 
deve  provvedere  non  solo  al  presente,   ma  alla  vecchiaia  :   deve 


*  Sulla  questione  discussa  si  vedano  M  i  1  1  :  op.  cit.  pag.  544  e  seg.  ; 
Ricca  Salerno:  Dell' imposta  sul  reddito  nelV  Annuario  di  Fer- 
raris, Milano,  1881,  pag.  385  ;  P  i  e  r  s  o  n  :  o/>.  cit. 


GAP.    V.]  LA    DIVERSIFICAZIONE   DEI    REDDITI  277 

prevedere  un  accidente  o  una  sventura  che  isteriliscano  in  lui  le 
fonti  stesse  del  reddito.  Chi  può  più  deve  più.  Ora  chi  ricava 
dalle  sue  terre  o  dai  suoi  valori  io  mila  lire  di  reddito  ne  dispone 
interamente  senza  restrizione  :  chi  ricava  io  mila  lire  dal  suo 
lavoro  dispone  solo  di  una  parte  del  reddito,  se  vuol  prevedere 
i  casi  di  infortunio  e  di  vecchiaia. 

Anche  fra  i  redditi  fondati  vi  sono  distinzioni  di  non  dubbia 
importanza,  sopra  tutto  in  quanto  riguarda  la  loro  durata.  Una 
buona  terra  che  renda  sicuramente  io  mila  lire  sotto  alcuni 
aspetti  è  preferibile  a  dei  titoli  di  Stato  che  rendano  altret- 
tanto ;  prima  di  tutto  presenta  una  sicurezza  più  grande  e  poi 
non  dipende  da  alcun  arbitrio,  non  deve  temere  né  riduzioni  né 
conversioni. 

Bisogna  dunque  che  l'imposta  tenga  conto  di  queste  diffe- 
renze di  fatto;  che  i  redditi  siano  colpiti:  secondo  la  loro  durata, 
secondo  la  loro  sicurezza,  secondo  la  maggiore  o  minore  parte- 
cipazione personale  di  coloro  che  li  percepiscono  alla  loro  for- 
mazione ;  e  non  a  un  saggio  uniforme.  Abbiamo  già  detto  che 
saggi  uniformi  per  redditi  differenti  vogliono  dire  sacrifizi  di- 
seguali e  non  possono  essere  ammessi  in  nessuna  guisa. 

Stuart  Mill,  sostenendo  anch'egli  il  principio  della  diversifi- 
cazione dei  redditi,  voleva  che  il  risparmio  fosse  esentato  dalla 
imposta.  Ora  in  tesi  generali  la  idea  di  Mill  non  può  essere 
accolta.  Quando  si  tratti  di  vero  risparmio  delle  classi  lavora- 
trici, la  esenzione  ne  é  giustificata  :  ma  il  risparmio  delle  classi 
ricche  é  un  fatto  automatico,  che  si  produce  sotto  la  forma 
di  accumulazione,  e,  che  nella  più  gran  parte  dei  casi,  non  deriva 
da  alcun  merito  speciale. 

I  redditi  dunque  sono  di  natura  assai  differente  e  vanno  di- 
versamente considerati  dalla  imposta:  è  naturale  che  paghino 
più  i  redditi  perpetui  dei  temporanei,  più  i  certi  che  gì'  incerti, 
più  i  redditi  fondati  dei  non  fondati.  Solo  imponendo  sacrifizi 
in  apparenza  diseguali  si  può  ottenere,''almeno  approssimativa- 
mente, una  eguaglianza  di  sacrifizi  almeno  relativa. 

Se  i  redditi  sono  differenti  e  di  varia  natura,  anche  le  imposte 
che  li  colpiscono  sono  quindi  differenti.  I  sistema  d' imposte, 
comunque  considerati,  non  rappresentano  ideali  di  giustizia 
astratta  ;   ma  seguono  da    vicino  le  forme    di    produzione    e 


278  SCIENZA    DELL    FINANZE  [LIBRO    II. 

distribuzione  della  ricchezza.  Onde  la  volontà  del  legislatore  è 
quasi  sempre  assai  meno  libera  di  ciò  che  il  pubblico  non  sia 
disposto  a  credere. 

Vi  sono  in  materia  di  imposte  alcune  distinzioni  che  sono  per 
sé  stesse  evidenti.  Così,  per  esempio,  in  ordine  alla  forma  di 
pagamento  noi  distinguiamo  tra  imposte  in  natura  e  imposte 
in  moneta:  in  ordine  alla  permanenza  o  alla  transitorietà,  tra 
imposte  ordinarie  e  imposte  straordinarie  :  in  ordine  al  carattere 
economico  di  ciascuna  imposta,  tra  imposte  reali  e  imposte 
personali,  ecc.  Nelle  organizzazioni  primitive,  il  contributo 
era  quasi  sempre  pagato  in  natura:  ora  è  pagato  in  moneta. 
Si  può  anzi  dire  che  ora  sia  ben  raro  il  contributo  sotto  la 
forma  di  imposte  in  natura.  Imposte  ordinarie  sono  quelle 
che  si  ripetono  costantemente  in  ciascun  esercizio  finanziario 
e  che  hanno  carattere  di  permanenza.  Imposte  straordinarie 
quelle  che  rispondono  a  bisogni  eventuali  della  finanza  e  si 
percepiscono  una  volta  tanto  o  solo  temporaneamente,  come 
imposte  di  guerra  ecc. 

Ma  se  si  consideri    la    natura    delle  imposte  e  si  voglia  in 
base  ad  esse  avere  una  classifica  conveniente,  si  può  raggrup- 
parle  nel   seguente   modo  : 
* 

l    sui  consumi  necessari 
/  sul  consumo  < 
Indirette     \  \    sui  consumi   non  necessari 

/  1   di  tutto  il  patrimoi 

Imposte  sulle  trasmissioni  e  sugli  scambi 

'  di  una  parte  di  ese 
/   reali 
Dirette        )  (   personali  sul  reddito 

\  personali  < 
\  {   personali  sul  patrimonio 


Sarà   bene  chiarire  la  varia  natura  di  queste  imposte. 

Le  imposte  dirette  colpiscono  la  persona,  il  reddito  0  il  capi- 
tale :  e  sono  d'ordinario  percepite  mediante  ruoli  nominativi. 
Carattere  delle  imposte  dirette,  nota  giustamente  de  Foville, 
è  quello  di  colpire  nel  contribuente  alcuni  elementi  che  hanno 
carattere  costante,  durevole  0  almeno  continuo,  come  l'esistenza. 


e  AP.    V.]  IMPOSTE    DIRETTE    E    INDIRETTE  279 

il  possesso  o  la  professione.  Le  imposte  indirette  colpiscono  un 
atto,  un  fatto  o  uno  scambio,  e  si  esigono  d'ordinario  mediante 
tariffe.  Carattere  delle  imposte  indirette  è  quello  di  colpire  non 
già  qualità  o  possessi,  ma  circostanze,  fatti  particolari  o  atti 
permanenti.  In  sostanza,  mentre  lo  Stato  e  gli  enti  locali  con 
le  imposte  dirette  argomentano  la  capacità  contributiva  dei 
cittadini  da  manifestazioni  immediate  (possesso,  reddito)  con 
le  imposte  indirette  la  argomentano  dalle  manifestazioni  stesse 
di  tale  capacità  (consumo,  scambio  ecc.).  Mentre  le  imposte 
dirette  colpiscono  dunque  direttamente  ciò  che  è  la  fonte  del- 
la imposta,  le  imposte  indirette  colpiscono  sopra  tutto  un  rap- 
porto, una  relazione  di  scambio. 

L'imposta  fondiaria  sui  terreni  è  una  imposta  diretta  :  essa 
colpisce  direttamente  il  reddito  fondiario  dei  proprietari  delle 
terre.  Cosi  l'imposta  sui  fabbricati,  che  colpisce  il  reddito  edi- 
lizio; così  altre.  Viceversa,  un  dazio  doganale  suU'  introduzione 
del  petrolio  è  una  imposta  indiretta  :  esso  colpisce  infatti  l'atto 
della  introduzione,  indipendentemente  dalla  persona  o  dal  red- 
dito. È  del  pari  una  imposta  indiretta  la  vendita  in  regime  di 
monopolio  del  sale  o  del  tabacco,  come  in  Italia  ;  il  lotto,  ecc. 
Le  imposte  indirette  sono  la  base  dei  bilanci  moderni,  il  fon- 
damento stesso  della  pubblica  finanza  :  la  loro  enorme  pro- 
duttività può  solo  rendere  possibili  le  grandi  spese  pubbliche. 
E  ciò  si  spiega  quando  si  guardi  alla  ripartizione  del  reddito. 
Se  in  Prussia  95.81  per  cento  di  tutta  la  popolazione  ha  redditi 
inferiori  a  3  mila  marchi,  66.85  P^r  cento  ha  redditi  inferiori  a 
900  marchi  o  è  in  posizione  non  stabile.  Solo  le  imposte  indiret- 
te possono  costituire  la  base  delle  entrate  *. 

Le  imposte  indirette  possono  colpire  il  consumo  o  la  circo- 
lazione della  ricchezza  :  cioè  le  trasmissioni  totali  o  parziali 
del  patrimonio  a  titolo  oneroso  e  a  titolo  gratuito. 

Le  imposte  reali,  come  la  fondiaria  sui  terreni,  colpiscono  le 
industri  o  i  beni,  tenendo  conto  della  persona  solo  in  quanto 
costituisce  soggetto  di  contribuzione:  le  imposte  personali  si 
riferiscono  direttamente  alla  persona  o  non  tenendo  o  pure  te-, 

*  J.  B.  S  ay  :  Traile,  tom.  Ili,  cap.  IX  scriveva  :  «  L'impót  est  un 
fardeau;  un  des  moyens  pour  qu'il  pése  le  moins  possible  sur  chacuu, 
c'est  qu'il  porte  sur  tous  ». 


28o  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II, 

nendo  conto  della  ricchezza  che  possiede.  Però  le  imposte  per- 
sonali, non  in  proporzione  con  il  reddito  (come  i  vecchi  testa- 
tici) sono  quasi  abbandonate  in  tutti  i  paesi:  o  almeno  tendono 
ad  avere  una  importanza  scarsissima  nei  paesi  moderni.  In  altri 
termini,  la  imposta  reale  differisce  dalla  personale  in  quanto 
ha  sempre  per  oggetto  una  sorgente  determinata  di  reddito  : 
segue  il  reddito  come  se  vi  fosse  aderente  senza  tener  conto 
delle  condizioni  in  cui  si  trova  la  persona  che  lo  percepisce.  Co- 
si una  imposta  reale  sulla  terra  non  tiene  conto  delle  condi- 
zioni del  proprietario  :  se  egli  ha  debiti,  se  egli  ha  famiglia 
numerosa  o  breve,  ecc.  La  imposta  personale  tende  a  far  con- 
tribuire i  cittadini  tenendo  conto  di  tutti  i  rapporti  che  si  sta- 
biliscono tra  la  persona  e  gli  altri  individui  in  riguardo  al  patri- 
monio. Le  imposte  reali,  per  loro  natura,  colpiscono  sempre 
separatamente  particolari  forme  di  reddito  :  la  terra,  le  case,  i 
valori  mobiliari.  Le  imposte  personali,  negli  stati  moderni,  ten- 
dono a  riunire  insieme  gli  elementi  patrimoniali  e  a  conside- 
rare il  patrimonio  nel  suo  complesso  :  solo  in  tal  guisa  essendo 
possibile  avere  un  criterio  del  reddito  in  rapporto  alle  condizioni 
della  persona. 

109.  È  una  questione  lungamente  discussa  quella  di  sape- 
re se  le  imposte  devano  colpire  il  capitale  o  il  reddito.  Ma  d'or- 
dinario la  questione  è  messa  male.  Occorre,  anzi  tutto,  non 
confondere,  come  assai  spesso  avviene,  fra  imposte  prelevate 
sul  capitale  e  imposte  misurate  sul  capitale.  Nel  maggior  nu- 
mero dei  casi:  tener  presente  il  capitale  o  il  reddito  significa 
tener  presente  solo  l'uno  o  l'altro  come  misura  d'imposizione. 
La  imposta  sul  capitale  è  proporzionale  al  valore  del  capitale 
posseduto  da  ciascun  contribuente  ;  mentre  l' imposta  sul 
reddito  è  proporzionale  al  reddito  che  ciascuno  ricava.  Per 
quanto  l'una  forma  e  l'altra  giungono  a  risultati  diversi  poiché 
vi  sono  capitali  che  non  producono  redditi  pecuniari  e  redditi 
differenti  per  capitali  eguali  *,  pure  nondimeno  siamo  di  fronte 


*  Non  pochi,  economisti  hanno  manifestato  una  vivace  antipatia  per 
le  imposte  dirette  basate  sul  reddito.  Stuart  Mill,  che  propendeva  per  la 
imposta  sul  capitale,  riteneva  che  l'imposta  sul  reddito  è  sempre  inegua- 
le nelle  sua  applicazione,  in  questo  senso  :  che  grava  di  un  peso  più  forte 


GAP.   V.]  LE   IMPOSTE   SUL  REDDITO  281 

sempre  ad  uno  piuttosto  che  all'altro  elemento  scelto  come 
criterio  di  imposizione.  Una  vera  imposta  sul  capitale  dovrebbe 
assumere  come  fonte  continuativa  e  reale  dell'  imposta  il  capi 
tale  (cioè  gli  elementi  produttivi  del  patrimonio),  ora  una  impo- 
sta generale  ed  esclusiva  sul  capitale,  che  sostituisca  le  imposte 
sul  reddito  e  le  imposte  dirette  tutte,  è  ancor  da  tentare.  Ab- 
biamo in  vari  Stati  imposte  che  assumono  il  capitale  come  mi- 
sura della  imposizione,  in  nessuno  ancora  una  vera  imposta  ge- 
nerale ed  eclusiva  sul  capitale.  Imposte  sul  patrimonio,  sempre 
preso  come  misura  della  imposizione  e  non  come  fonte  della  me- 
desima, erano  principalmente  negli  Stati  Germanici  (imposte 
sulla  fortuna:  Vermògensteuer):  in  Prussia  (14  luglio  1893);  ii^l 
Braunschweig  (1899)  ;  in  Assia  (legge  12  aprile  1899)  ;  nel- 
la Sassonia,  regno  (leggi  1902 -1906)  ;  nella  Sassonia-Gotha 
(legge  17  marzo  1902)  ;  nel  Granducato  di  OMenburg  (legge 
13  maggio  1906);  nel  Baden  (i  gennaio  1908)  ;  ma  erano  do- 
vunque imposte  o  complementari  sul  reddito  introdotte  allo 
scopo  di  integrare  la  diversificazione  dei  saggi  delle  imposte, 
come  in  Prussia;  oppure  imposte  che  colpiscono  il  patrimonio 
nominalmente,  come  nel  Baden,  e  di  fatto  si  rivolgono  al  pro- 
dotto. Anche  in  Isvizzera  vi  sono  delle  imposte  di  simil  genere, 

sul  contribuente  più  coscienzioso.  E  Leon  Say  andava  anche  più  in  là. 
Egli  affermava  d'accordo  con  Leon  Faucher  che  l'imposta  sul  reddito  si 
applichi  meglio  alla  infanzia  della  società,  quando  con  il  sistema  delle 
decime  l'imposta  è  pagata  in  natura,  che  non  alle  società  civili.  La  tra- 
sformazione delle  imposte  molteplici  sui  redditi,  imposta  reale,  imposta 
sul  reddito,  imposta  personale,  costituiva,  secondo  Say,  non  già  un  pro- 
gresso, ma  un  regresso.  Queste  osservazioni  non  hanno  un  grande  valore 
e  le  tendenze  della  legislazione  degli  stati  moderni  giungono  a  dare  loro 
torto.  L'osservazione  di  Mill,  per  esempio,  è  basata  sopra  un  ostacolo 
niente  affatto  solido  e  sopra  tutto  esterno  :  cioè  sulla  possibilità  di  una 
frode  più  larga  da  parte  dei  contribuenti  meno  onesti.  E  un  sottile  eco- 
nomista avea  del  resto  ben  ragione  di  ritenere  che  quali  che  siano  gli  er- 
rori inevitabili  nel  calcolare  l'imposta  sui  redditi,  sono  sempre  minori 
di  quelli  che  vi  sarebbero  calcolando  l'imposta  sui  capitali.  Cfr.  Smith: 
op.  cit.,  lib.  V  ;  R  i  e  a  r  d  o  :  Principles  ,  cap.  Vili  ;  J.  G  a  r  n  i  e  r  : 
Tratte  des  finances,  3.  ediz.  Paris,  1872,  cap.  VI  e  IX  ;  L.  L.  F  a  u  e  h  e  r 
nella  Revue  des  deux  mondes,  i  ottobre  1849  ;  Esquiron  de  Par- 
ie u  :  Histoire  des  impóts  gènèraux  sur  la  proprietà  et  le  revenu,  Paris, 
1859;  J.  S.  Mill:  Principles,  lib.  III,  §  5  ;  De  Werenville: 
op.  cit.  pag.  93  e  seg.  ;  C  h  a  r  t  o  n  :  op.  cit.  pag.  152  ;  ecc.  ecc. 


282  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    li. 

che  pendono  il  capitale  a  misura  della  imposizione,  ma  che  non 
cadono  sul  capitale,  e  che  del  resto  sono  accoppiate  a  imposte 
sul  reddito  come  nei  Cantoni  del  Ticino  e  di  Friburgo,  che  hanno 
imposte  proporzionali  sul  patrimonio  e  sul  reddito,  e  come  nei 
cantoni  di  Basilea  (Stadt  und  Land)  e  Zurigo,  che  hanno  imposte 
progressive  sul  reddito  e  sul  patrimonio  :  anche  colà  dunque 
queste  contribuzioni  sono  regolate  più  che  altro  apparente- 
mente sul  patrimonio  e  riguardano  il  reddito,  e  colà  si  nota  una 
tendenza  sempre  più  ferma  alla  trasformazione  delle  imposte 
sul  capitale  in  imposte  sul  reddito.  Una  imposta  sul  patri- 
monio vi  è  negli  Stati  Uniti  di  America  e  la  hanno  quasi  tutti  gli 
Stati  della  Confederazione  :  la  general  property  tax  ;  contro  i 
cui  difetti  non  poco  si  grida  e  che  finisce  per  cadere  sulla  pro- 
prietà fondiaria,  si  può  dir  per  intero  (nello  Stato  di  New- York 
per  il  90.01%  del  totale)  non  riuscendo  a  colpire  che  in  propor- 
zioni irrisorie  le  proprietà  personali.  Come  si  vede  le  imposte 
cui  si  è  accennato  e  quella  sul  capitale  che  vi  è  in  Olanda,  sono 
in  realtà,  non  ostante  il  nome  che  ad  esse  si  dà,  imposte  mi- 
surate sulla  fortuna  e  non  prelevate  sul  capitale.  L'imposta  è 
prelevata  sempre  sul  reddito  del  contribuente. 

Esempi  di  vere  imposte  sul  capitale  abbiamo  nei  tributi  sui 
plus-valori  fondiari;  sulle  successioni  e  in  trasferimenti  a  titolo 
oneroso;  sulle  vincite  al  lotto:  se  non  sempre,  quando  per  l'ecces- 
sività del  loro  saggio,  operano  una  vera  riduzione  del  patrimo- 
nio dell'erede,  del  debitore  ecc. 

La  maggior  parte  degli  scrittori  di  finanza  è  contraria  alle 
imposte  sul  capitale,  intese  nel  senso  vero,  in  quanto  esse  ten- 
derebbero, colpendo  il  patrimonio  nei  suoi  elementi  sostanziali 
(capitali  fìssi  e  circolanti),  ad  arrestare  la  produzione.  Adolfo 
Wagner  però  distingue  il  capitale  nazionale  dal  privato  e  so- 
stiene che  questo  possa  essere  soggetto  ad  imposta.  Gaston 
Jéze  ritiene  che  i  dannosi  effetti  della  imposta  sul  capitale  si 
avvertirebbero  solo  quando  il  tributo  colpisse  il  capitale 
nazionale;  onde  non  crede  siano  da  escludere  le  imposte  sul  ca- 
pitale individuale,  in  quanto  non  ogni  prelevamento  sul  capitale 
individuale  si  risolve  in  una  riduzione  di  capitale  nazionale,  che 
è  qualche  volta  anzi  accresciuto,  come  quando  si  gravi  sul  capi- 
tale privato  per  costruire  una  ferrovia,  un  porto,  una  strada. 


GAP.  V.J  LE  IMPOSTE  SUL  REDDITO  283 

un  canale;  o  quando  si  attinga  al  capitale  degli  uni  per  costi- 
tuire capitali  a  favore  di  altri  (opere  di  assistenza  sociale,  co- 
stituzione di  rendite  vitalizie,  di  pensioni  operaie  etc).  Qualche 
volta  poi  una  imposta  sul  capitale  serve  a  correggere  le  ine- 
guaglianze tributarie,  come  nel  caso  della  imposta  sulle  succes- 
sioni. Imposte  permanenti  sul  capitale  nazionale  non  sono  am- 
missibili, secondo  Wagner  e  Jéze  ;  si  può  però  giustificarle  nei 
casi  assolutamente  eccezionali,  come  in  caso  di  guerra*,  il  che 
del  resto  è  ammesso  anche  dagli  scrittori  che  non  ammettono 
la  possibilità  di  colpire  i  capitali  individuali.  Allo  stato  attuale 
della  legislazione  tributaria,  quando  si  parla  d'imposta  sul  ca- 
pitale si  confonde  «  la  fonte  della  imposta  colla  base  imponibile, 
ossia  con  l'oggetto  che  serve  a  misurarla».  Il  capitale  è  assunto 
come  misura  non  come  fonte. 

Il  reddito  di  una  nazione  è,  inoltre,  costituito,  nella  maggior 
parte,  da  capitali  personali,  da  ciò  che  si  chiama  comunemente 
(se  pure  la  locuzione  non  è  tecnicamente  rigorosa)  il  capitale 
umano  :  i  redditi  derivati  da  capitali  fondiari  o  mobiliari  non 
rappresentano  che  la  minima  parte.  Nella  nostra  società  i  red- 
diti professionali  hanno  una  importanza  crescente;  e  in  gene- 
rale tutti  i  redditi  derivanti  dal  lavoro  e  dall'  attività  indi- 
duale  hanno  una  parte  sempre  più  grande  nel  reddito  comples- 
sivo di  ciascuna  nazione.  D'altronde,  data  la  complessività  del- 
la vita  moderna  e  delle  relazioni  economiche  e  finanziarie,  tran- 
ne nei  casi  di  successioni  o  di  vendite,  è  difficile  distinguere  e 
valutare  i  capitali  esistenti. 

Quasi  dovunque  la  legislazione  dei  paesi  moderni  tende  ora  a 
prendere  come  materia  d'imposizione,  non  il  capitale  ma  il  red- 
dito :  sono  ragioni  di  giustizia,  ragioni  di  convenienza  pratica  e 
di  opportunità  finanziaria,  che  maggiormente  consigliano  di 
considerare  il  reddito,  come  la  base  dell'  imposizione. 

Solo  avere  come  base  delle  imposte  dirette  il  reddito  permette 
forme  di  tassazione  diverse  per  le  molteplici  forme  del  reddito  ; 
mentre,  a  un'imposta  sul  capitale  non  pochi  redditi  si  sottrar- 
rebbero. Secondo  la  natura  del  reddito,  più -o  meno  duratura, 

*  Jéze:  Cours  éléméìitaire  de  Science  des  Finances — Paris,  1910, 
pp.   678-679. 


284  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    IL 

più  o  meno  precaria,  l'imposta  può  essere  applicata  con  saggi 
differenti.  Le  imposte  dirette,  che  abbiano  per  base  il  capitale, 
non  solo  non  possono  colpire  dunque  le  forme  svariate  di  red- 
diti infondati  che  acquistano  nella  società  nostra  importanza 
sempre  maggiore,  ma  si  dirigono  in  generale  verso  i  capitali 
fissi.  D'altronde,  se  il  reddito  è  difficile  a  valutare,  assai  più 
difficile  a  valutare  è  il  capitale:  anzi  accade  spesso  che  il  ca- 
pitale può  essere  valutato  solo  dal  reddito.  Cosi  è  assai  più 
facile  valutare  il  reddito  dei  possessori  di  titoli  mobiliari,  azioni, 
obbligazioni,  ecc.  che  non  sia  valutare  il  loro  capitale.  In  ogni 
modo,  si  tratta  di  discutere  se  il  capitale  o  il  reddito  devano 
essere  la  fonte  delle  imposte  dirette  e  non  più  ;  poiché  non  sem- 
bra possibile  né  una  imposta  unica  sul  reddito,  né  una  impo- 
sta unica  sul  capitale. 

Quando  coesistono  imposte  sul  reddito  e  imposte  sul  capitale, 
l'imposta  sul  reddito  ha  saggi  uniformi  per  le  diverse  forme  di 
reddito  ;  e  l'imposta  sul  capitale  può  intervenire,  come  in 
Prussia,  per  operare  una  discriminazione  fra  redditi  fondati 
e  redditi  infondati  o  temporanei.  Ammessa  una  imposta  gene- 
rale sul  reddito,  può  esservi  infatti,  utilmente,  a  fianco  ad  essa, 
una  imposta  sul  capitale  ;  il  reddito  non  é  sempre  proporzio- 
nale al  valore  dei  fondi  ed  è  questo  valore  che  l'imposta  sul  ca- 
pitale può  avere  di  mira.  Inoltre,  siccome  i  redditi  sono  di  di- 
versa natura,  temporanei  o  permanenti,  fondati  e  non  fondati, 
se  l'imposta  sul  reddito  non  opera  discriminazione  e  colpisce 
tutti  i  redditi  allo  stesso  modo,  una  imposta  speciale  sul  capi- 
tale può  operare  in  fatto  la  discriminazione.  A  ciò  tendeva,  si  é 
detto,  la  imposta  complementare  sul  patrimonio  stabilita  in 
Prussia  con  legge  14  luglio  1893. 

Ammessa  la  convenienza  di  colpire  il  reddito  e  non  il .  capi- 
tale, si  chiede  se  debba  essere  colpito  il  reddito  netto  o  il  lordo. 
Generalmente  si  ritiene  che  si  dovrebbe  colpire  il  reddito  netto 
dei  privati  «ossia  quella  parte  di  ricchezza  che  può  essere  con- 
sumata senza  intaccare  il  capitale  da  cui  deriva»  ;  ma  siffatta 
discriminazione  del  reddito  é  assai  difficile,  ed  é  addirittura  im- 
possibile nelle  imposte  sul  consumo,  che  colpiscono  il  reddito 
lordo  ;  onde  è  che  le  legislazioni  positive  colpiscono  di  ordinario 
il  reddito  lordo. 


CAP.     V.|  ESENZIONI     DELLE     IMPOSTE  285 

HO.  Tutti  i  cittadini  devono  essere  colpiti  dalla  imposta  ; 
è  una  conseguenza  del  principio  della  generalità.  Persone  fisiche 
o  persone  morali,  niuno  deve  essere  eccettuato  ;  e  l'ideale  di  un 
buon  sistema  tributario  è  di  fare  che  ognuno  paghi  in  propor- 
zione del  suo  reddito,  bene  inteso  che  bisogna  tener  conto  della 
diversa    natura    dei    redditi. 

Le  imposte  reali  mal  si  prestano  a  considerare  la  situazione 
delle  singole  persone  :  se  si  paghino  imposte  su  terre,  case,  titoli 
mobiliari,  si  paga  indipendentemente  da  ogni  criterio  sulla  si- 
tuazione della  persona  colpita.  Le  imposte  personali  sono  da 
questo  punto  di  vista  più  pratiche  e  più  giuste. 

Sono  soggetti  alla  imposta  tutti  i  cittadini  di  uno  Stato  e  anche 
gli  stranieri  che  in  esso  risiedono.  Vi  sono  però  alcune  eccezioni 
generalmente  ammesse.  Prima  di  tutto  vi  è  il  capo  dello  Stato, 
la  cui  lista  civile  o  il  cui  assegno  è  dovunque  esente  da  imposta  ; 
e  che  nella  più  gran  parte  degli  stati  è  esente  anche  per  i 
suoi  beni  privati.  Sono  del  pari,  quasi  dovunque,  esenti  dalle 
imposte  dirette  personali  sulla  base  di  concessioni  reciproche, 
i  rappresentanti  di  stati  esteri. 

Nel  diritto  tributario  internazionale  vigente,  nella  più  gran 
parte  degli  stati  di  Europa,  gli  stranieri,  che  in  uno  Stato  di- 
morano abitualmente  a  scopo  di  guadagno,  sono  considerati 
allo  stesso  modo  dei  cittadini.  Gli  stranieri  che  non  dimorano  in 
un  paese,  ma  che  vi  fanno  dei  guadagni,  (come  per  esempio, 
chi,  senza  abitarvi  possieda  in  paese  estero  case  o  terre)  paga- 
no per  quei  redditi  che  in  realtà  percepiscono.  Infine  gli  stra- 
nieri che  solo  occasionalmente,  o  per  breve  tempo,  o  in  ogni 
modo  senza  scopo  di  guadagno,  si  trovano  in  uno  Stato,  ven- 
gono esentati  sempre  dalle  imposte  dirette  e  sono  in  generale 
colpiti  sólo  (perchè  non  è  possibile  esentarli)  dalle  imposte  in- 
dirette sul  consumo. 

Ciò  che  occorre  evitare,  mediante  sviluppo  degli  accordi 
intemazionali,  è  che  una  stessa  ricchezza  sia  colpita  due  volte  : 
che  vi  sia  doppia  imposizione,  così  del  paese  dove  si  trovano  i 
beni,  come  del  proprio.  Caso  non  infrequente  quest'ultimo  sopra 
tutto  nei  paesi  che  hanno  imposte  sul  reddito  insieme  a  im- 
poste dirette  reali. 

Sono  in  generale  esclusi  dalle  imposte  personali  le  istituzioni 


286  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO    II. 

pubbliche,  gli  enti  di  diritto  amministrativo,  la  cui  funzione 
sotto  tanti  aspetti  è  integrale  di  quella  dello  Stato.  Altre  ecce- 
zioni in  generale  non  sono  ammissibili,  a  meno  che  non  si  basi- 
no sul  criterio  di  esentare  i  redditi  minimi,  sopra  tutto  quando 
servono  a  famiglie  molto  numerose*.  Le  imposte  personali 
soltanto  possono  permettere  la  formazione  di  un  sistema  tri- 
butario il  quale  insieme  alla  diversificazione  dei  redditi  tenga 
veramente  conto  della  situazione  delle  persone  colpite  dalla 
imposta  e  si  avvicini,  per  quanto  è  possibile,  in  questa  mate- 
ria,  a  principi  di  giustizia. 

VI. 

Le  imposte  dirette  e  le  imposte  indirette 

NEI   bilanci   moderni. 

III.  Mentre  le  tasse  si  applicano  a  servizi  pubblici  di  cui 
è  valutabile  il  consumo  diretto  individuale  ;  le  imposte  dirette 
e  indirette  si  applicano  dunque  per  provvedere  a  servizi  pub- 
blici di  utilità  generale  e  il  cui  consumo  non  sia  individualmen- 
te valutabile.  Le  imposte  dirette  però  prendono  il  capitale  o 
il  reddito  come  fonte  di  contribuzione  ;  le  imposte  indirette 
colpiscono  il  consumo  individuale,  come  quantità  indiziaria, 
equipollente  del  reddito.  Imposte  dirette  e  imposte  indirette 
esistono  in  quasi  tutti  i  bilanci.  Ma  gli  scrittori  le  considerano, 
sopra  tutto  le  hanno  considerate,  assai  diversamente.  Le  im- 
poste indirette  sono  state  in  passato  la  base  dei  bilanci  :  f  poi 

*  Cfr.  su  questo  argomento  :  R  o  n  e  a  I  i  :  L^  imposte  personali  sul  red- 
dito nelle  moderne  riforme  tributarie,  Genova  1872;  S  e  1  i  g  m  a  n  :  The 
taxation  of  corporations,  New  York,  1890  ;  E.  C  o  s  s  a  :  o/).  cit.  cap.  V  ;  ecc. 

t  Montesquieu:  Esprit  des  lois,  lib.  XIII,  dice  a  dirittura:  «  Les 
droits  sur  les  marchandises  sont  ceux  que  les  pueples  sentent  le  moins, 
parce  qu'on  neleur  fait  une  deinande  formelle.  Ils  peuvent  étre  si  sage- 
ment  ménagés  que  le  pueple  ignorerà  presque  qu'ils  les  paye.  Un  con- 
temporaneo di  SuUy  diceva:  «Entre  les  piqùres  veniraeuses,  ontient  que 
celle  de  l'aspic  est  la  plus  douce,  parce  qu'elle  tue  insensibleraent,  endor- 
mant,  ceux  qui  en  sont  atteints,  et  les  faisant  passer  d'un  sommeil  à  l'au- 
tre  ;  et  entre  les  impóts,  celui-ci  est  le  plus  tolèrable  (l'impót  indirect), 
parce  qu'on  le  paye  sans  le  payer  achetant  suelement  la  marchandise  un 


CAP.    VI.]  IMPOSTE    DIRETTE    E    INDIRETTE  287 

per  l'abuso  che  se  ne  è  fatto,  sopra  tutto  per  i  generi  di  prima 
necessità,  hanno  trovato  vivace  avversione  negli  economisti. 
Ora  si  va  nell'eccesso  opposto:  non  vi  è  alcun  scrittore  auto- 
revole il  quale  dubiti  che  le  grandi  entrate  possano  ricavarsi 
altrimenti  che  da  esse  ;  e  forse  si  tende  a  essere  molto  indul- 
genti nel  giudicarle.  In  realtà  i  bilanci  moderni  si  basano  in 
generale  sulle  ijnposte  indirette  :  e  se  questo  fatto  si  produce 
generalmente,  vuol  dire  che  risponde  a  un  bisogno  della  pro- 
duzione e  degli  scambi. 

In  generale  si  può  ritenere  che  i  sistemi  tributari,  quale  che 
sia  la  loro  formazione  storica,  sono  basati  su  questo  duplice 
criterio  :  le  imposte  dirette  seguono  le  varie  forme  del  reddito  ; 
le  imposte  indirette  seguono  in  generale  il  consumo  e  le  sue 
variazioni.  La  finanza  pubblica,  in  altri  termini,  è  regolata 
nelle  sue  linee  generali,  dai  rapporti  economici  di  ciascuna 
nazione. 

Le  statistiche  del  consumo  hanno  sempre  qualche  cosa  di 
arbitrario  ed  è  assai  difficile  pretendere  da  esse  una  grande  pre- 
cisione: pure  le  loro  approssimazioni  hanno  qualche  vantaggio. 

In  generale  si  può  dire  che  vi  sono  alcuni  paesi  come  l'Inghil- 
terra sopra  tutto,  in  cui  i  consumi  non  necessari  hanno  avuto 
uno  sviluppo  grande  e  crescente  :  altri  dove  i  consumi  popolari 
sono  d'ordinario  limitati  ai  generi  più  indispensabili  e  meno 
costosi.  Negli  uni  e  negli  altri  le  imposte  indirette  rimangano 
la  base  del  bilancio  :  ma,  mentre  i  primi  possono  colpire  i  con- 
sumi voluttuari  senza  danno;  i  secondi  devono  sopra  tutto 
colpire  i  consumi  necessari. 

Si  parla  spesso  della  finanza  democratica  inglese  in  contrap- 


ptie  plus  cher,  ce  qui  se  f  ait  souvent  sans  établir  le  sold  pour  livre...  C'est 
la  plus  juste  et  la  plus  raisonnable  subvention  que  l'on  puisse  inventer, 
parce  que  toutes  les  personnes  y  contribuent...  chacun  selon  qu'il  a  le  mo- 
yen  d'avoir  des  raarchandises  et  autant  recclésiastique  et  le  noble  que  le 
roturier  et  le  nonprivilégié...»  J.  C  h  ali  1  e  y  :  IntroducHon  aux  Économies 
royales  de  Sully  :  pag.  XXIX.  E  Sully  stesso  scriveva:  «Il  n'y  a  point 
d'impositions  plus  équitables  que  les  réelles  sur  les  denrées  et  marchan- 
dises».  Sully:  Économies  royales,  ed.  di  Chailley,  Paris,  1893, 
pag  34.  Nella  prima  metà  del  secolo  XVIII,  Walpole  pensava  di  soppe- 
rire con  le  sole  imposte  indirette  alle  necessità  della  finanza  inglese. 


2  88  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

posto  dei  paesi  che  colpiscono  i  consumi  popolari;  ma  nel  1835, 
l'Inghilterra  era  in  uno  stadio  del  suo  sviluppo  economico  assai 
poco  avanzato;  e  la  sua  finanza  si  basava  sui  consumi  di  prima 
necessità.  Le  entrate  dello  Stato  in  Inghilterra  erano  nel  1836 
di  62  milioni  di  sterline  e  si  fondavano  in  tal  guisa  su  imposte 
indirette  riguardanti  generi  di  prima  ^necessità,  che  ricavavano 
da  esse  71,8  o/o  di  tutte  le  entrate.  I  dazi  doganali  sul  thè,  pur 
non  essendo  elevatissimi,  danno  ora  all'Inghilterra  assai  più  di 
quanto  davano  le  imposte  fondiarie  e  personali  nella  Russia 
dello  Czar.  Diritti  doganali  e  accise  sulle  sole  bevande  spiritose 
(una  imposta  che  non  nuoce  e  che  non  incontra  ostacoli)  ren- 
dono in  Inghilterra  assai  più  che  tutte  le  imposte  dirette  dell'I- 
talia, dove  pure  le  imposte  dirette  sono  assai  aspre. 

Più  il  consumo  dei  generi  non  necessari  aumenta  e  più  con 
vantaggio  grande  della  finanza  e  sopra  tutto  della  economia 
pubblica,  le  imposte  indirette  si  spostano  verso  di  essi  e  abban- 
donano i  consumi  necessari:  la  stessa  trasformazione  si  va  de- 
terminando in  Francia,  in  Belgio,  altrove;  in  generale  nei 
paesi  che  hanno  sorpassato  gli  stadi  più  bassi  dello  sviluppo 
economico  *. 

Tendenza  di  un  sistema  tributario  veramente  moderno  è 
quella  di  basarsi  su  imposte  indirette  sui  consumi  voluttuari, 
esentando  i  generi  di  prima  necessità,  e  di  avere  come  corre- 
zione e  come  utile  complemento  grandi  imposte  personali  e  la 
imposta  di  successione.  Ma  una  finanza  cosi  fatta  può  essere 
solo  di  paesi  che  hanno  raggiunto  un  alto  grado  di  sviluppo 
economico  e  quindi  un  grande  consumo  di  generi  voluttuari. 
La  caratteristica  dei  paesi  non  ricchi  è  invece  quella  di  colpire 

*  Il  cancelliere  dello  scacchiere  d'Inghilterra,  sir  Michael  Hicks  Beach, 
raccontava  in  un  discorso  che  in  un  rapporto  indirizzato  nel  1841  da  Carl- 
ton  Tuffnel  alla  Commissione  per  l'imposta  sui  poveri  veniva  presentato 
un  bilancio  di  una  famiglia  operaia  il  cui  guadagno  settimanale  era  di  13 
scellini  e  2  pence.  Calcolando  le  sostanze  che  tale  famiglia  consumava  e 
le  imposte  indirette  di  quel  tempo  anche  per  cinque  sole  merci  (zucchero, 
thè,  tabacco,  sapone,  pepe)  si  ha  che  nell'anno  la  famiglia  pagava  in  com- 
plesso per  queste  sole  cinque  merci  2  lire  sterline,  3  scellini  e  5  pence, 
mentre  oggi  per  un  eguale  consumo  di  merci  di  quelle  indicate  da  Carl- 
ton  Tufifnel  si  pagano  appena  12  scellini  e  5  Yz  pence.  Bull.  S.  1.  e.  aprile 
igoi. 


CAP.    VI.]  IMPOSTE  DIRETTE  E  INDIRETTE  289 

i  consumi  necessari,  non  per  spirito  di  ingiustizia,  ma  per  colpa 
della  povertà.  Senza  dubbio  anche  ad  essi,  ad  essi  sopra  tutto 
anzi  importa  ridurre  le  imposte  indirette  più  aspre,  per  veder 
svolgere  i  consumi  e  quindi  la  prosperità:  ma  in  momenti  di 
strettezza  non  possono  rivolgere  la  tassazione  che  ai  consumi 
necessari.  Lo  stesso  processo  si  verifica  nella  finanza  locale:  più 
i  comuni  sono  poveri  e  più,  quando  devono  applicare  imposte 
indirette,  colpiscono  i  generi  di  prima  necessità.  E  assai  strano 
quindi  attribuire  a  merito  di  alcuni  stati  ciò  che  è  effetto  della 
loro  situazione. 

Se  le  imposte  indirette  seguono  il  consumo,  le  imposte  diret- 
te seguono  le  forme  della  produzione  e  del  reddito,' i  paesi  agri- 
coli non  potendo  ricavare  altre  entrate  da  imposte  industriali 
e  viceversa.  Così  i  diversi  sistemi  d'imposte  dirette  della  Francia 
e  dell'Inghilterra  rispondono  a  due  situazioni  diverse,  le  pro- 
porzioni fra  la  fondiaria  e  la  ricchezza  mobiliare  e  industriale 
dei  due  paesi  essendo  assai  differenti  *. 

112.  Dovunque  in  Europa,  nei  paesi  ricchi  come  nei  pove- 
ri, nei  primi  sopra  tutto,  le  imposte  indirette  hanno  propor- 
zionalmente un'importanza  assai  maggiore  delle  dirette. 

Cominciamo  dall'Inghilterra.  Quale  è  la  importanza  della 
income  tax  che  in  certa  guisa  racchiude  tutte  le  imposte  dirette? 
Sinora  non  è  mai  stata  grande.  Essa  rappresenta  prima  della 
guerra  del  19 14,  dal  io  al  15%  di  tutte  le  entrate  :  circa  la  metà 
delle  entrate  era  data  dalle  dogane  e  dalle  accise,  f  Anche  nel- 


♦Bastiat  che  guardava  con  spavento  l'accrescersi  delle  spese 
pubbliche  considerava  già  che  questo  fatto  che  fosse  possibile  per  effetto 
delle  imposte  indirette  «  Partout,  dès  que  l'État  veut  donner  aux  citoyens 
toutes  sortes  de  bienfaits,  l' instruction,  la  religion,  la  moralité,  on  est 
obbligè  de  donner  à  cet  État  des  taxes  indirectes  considérables  ».  Oeuvres 
complètes,  tom.  V.  pag.  468.  Credeva  anche  (quante  profezie  sbagUò  !) 
che  le  imposte  indirette  non  avrebbero  resistito  al  suffragio    universale. 

t  Secondo  G  i  f  f  e  n  :  loc.  cit.  in  Inghilterra  le  spese  dello  Stato  erano 
nel  1871  di  miUoni  di  sterline  70.4  nel  1901  di  130.4.  Rappresentando 
queste  due  cifre  con  100  si  ha  che  sono  avvenute  le  seguenti  variazioni  : 
Nitti.  IO 


20O 


ftCIENZA   DELLE  FINANZE 


[libro   II. 


r  esercizio  chiusosi  il  31  marzo  1910  1'  income  tax  dava  solo 
13.295  mila  sterline,  mentre  le  dogane  ne  davano  31.846  mila, 
le   accise  31.032  mila,  le  successioni  e  il  bollo  20.845. 

In  Germania  tutte  le  imposte  dirette  e  indirette  (escluse  le 
tasse,  i  proventi  dei  servizi  pubblici,  le  entrate  demaniali),  se- 
condo dati  complessivi  che  si  riferiscono  al  1908,  fruttavano 
all'  Impero  e  agli  stati  particolari  2554  milioni  di  lire:  ma  1893 
rappresentavano  le  imposte  indirette  e  appena  660  milioni  di  lire 
le  imposte  dirette  *.  Le  grandi  imposte  dirette  della  Prussia, 
della  Sassonia,  della  Baviera,  così  discusse,  così  spesso  ammi- 
rate, avevano  in  realtà  una  produttività  scarsissima.  Wagner 
ha  dimostrata  che  in  Prussia  dal  1847  al  1894  l'incremento  delle 
imposte  dirette  è  stato  scarsissimo  :  grande  quello  delle  indi- 
rette, t 


Entrai»   dello  Stato 


1861 
Somma 


1901 


Somma     •  Somma 

ri-  Pro-        ri-  Pro-         ri-  Pro- 

scossa   porzio-  scossa    porzio-    scossa   porzio- 
milioni     ne  a     milioni     ne  a     milioni     ne  a 

di       100  del       di       100  del       di       100  del 
sterline  totale   sterline  totale   sterline  totale 


I.  luco  me  tax 

10.9 

15 

13-3 

15 

29.9 

21 

II.  Successioni 

3-5 

5 

7-4 

8 

130 

IO 

III.  Imposta  fondiaria 

ed  edilizia 

31 

4 

2.6 

3 

2.5 

2 

IV^.  Dogane    e    dazi    in- 

terni di  consumo, 

{customs  and  excises) 

42.7 

61 

44-3 

49 

59-4 

45 

V.  Bollo  (escluse  le 

successioni) 

5.0 

7 

6.0 

7 

7-8 

6 

VI.  Poste  e  telegrafi 

3.4 

5 

12.3 

14 

7-3 

i3 

VII,  Entrate  diverse 

1.8 

3 

3-6 

4 

3-3 

3 

Totale 

=  - 

ro.4 


89.5 


1304  LOO 


Il  igoi  fu  anno  di  guerra  e  come  è  noto  Vincome  tax  fu  straordinaria- 
mente accresciuta.  Ordinariamente  invece  Vincome  tax  t  la  imposta  fon- 
diaria ed  edilizia  rappresentavano  insieme  solo  il  15  %  di  tutte  le  entrate. 

*   7  a  h  n  :  loc.  cit. 

t  Dal  1847   al   1894,  dividendo  le  entrate  di  diritto    pubblico   della 


CAP.   VI.ì  IMPOSTE   DIRETTE   E   INDIRETTE  29 1 

In  Francia  le  vere  imposte  dirette  non  rappresentano  che  circa 
un  sesto  di  tutte  le  entrate*. 

Anche  nei  paesi  ove  le  democrazie  sono  arbitre  del  governo 
e  più  scarse  sono  le  spese  militari,  quindi  più  agevoli  le  riforme 
finanziarie,  le  imposte  indirette  sono  la  base  dei  bilanci  e  le 
imposte  dirette  hanno  un'importanza  relativamente  scarsa  ; 
così  a  prima  giunta  può  parere  spiegabile,  se  non  accettabile, 
l'aforisma  di  Thiers  :  essere  le  imposte  indirette  più  conformi 
alla  civiltà   e   giustificabile   il   noto   aforisma   di  Montesquieu: 


Prussia  in  4  categorie  :  imposte  dirette,  registro  e  bollo,  imposte  indi- 
rette e  sul  -consumo  e  piccole  imposte  speciali,  si  ha  che  la  parte  pro- 
porzionale di  queste  imposte,  supponendo  il  totale  100,  è  stata  : 


1847  1870  1885  1894 


Imposte  dirette 

Registro  e  bollo 

Imposte  indirette  di  consumo 
Piccole  imposte 


30.2 

21-5 

16.6 

18 

23.1 

29 

26.3 

23-9 

42.3 

46 

48.6 

51.8 

4-4 

3-3 

8.5 

6.3 

100. —       100. —       100. — 


Se  invece  di  seguire  questo  sistema  di  comparazione  si  assegna  a  cia- 
scuna delle  quattro  categorie  indicate  il  valore  100  per  l'anno  1847,  le 
variazioni  avvenute  posteriormente  si  possono  raffigurare  così  : 

1847  1870  1885  1894 

Imposte  dirette 

Registro  e  bollo 

Imposte  indirette  di  consumo 
Piccole  imposte 

Sotto  la  denominazione  piccole  imposte  ve  ne  sono  alcune  poi  abolite 
(imposte  sulla  carta  e  sugli  oli  minerali,  il  monopolio  dei  fiammiferi  e 
della  polvere,  le  cosi  dette  tasse  assimilate,  le  imposte  sugli  oli  vegetali 
e  animali,  sulla  stearina,  ecc.  ecc.)  che  erano  anch'esse  vere  imposte  in- 
dirette. 

Wagner:  Finanz.  dritter  Theil,  pag.  137. 

*  Cfr.  R.  S  t  o  u  r  m  nella  Revue  de  Paris,  15  aprile  1897, 


100 

100.3 

134.6 

106.3 

100 

175.9 

269 

280 

100 

152.5 

281.7 

331.8 

100 

114. 2 

475.7 

387.6 

202  .  SCIENZA   DELLE   FINANZE  TlIBRO  II. 

essere  le  imposte  indirette  le  più  conformi  a  un  regime  di  li- 
bertà politica.  * 

Secondo  il  Segretario  del  Tesoro  degli  Stati  Uniti  dal 
1791  al  1901  il  Governo  federale  ha  avuto  una  entrata  di 
33.469.977.531   dollari  ripartita  nel  seguente  modo:  f 

Entrate   doganali  8.579.901.258 

Reddito   interno  6.057.590.231 

Imposte    dirette  28.131.990 

Public    land    (terre    pubbliche)  300.320.075 

Altre  entrate  999. 188. 114 

Entrate  del  Tesoro,   (debiti  ecc.)  17.259.242.392 

Il  Governo  federale  degli  Stati  Uniti  si  basava  quindi  quasi 
esclusivamente  sulle  imposte  indirette. 

L'Italia  sembra  rappresentare  una  eccezione  :  in  nessun  pae- 
se come  in  essa  le  imposte  dirette  sono  così  elevate  e  rappre- 
sentano una  parte  maggiore  della  entrata  generale.  Al  30  giu- 
gno 191 1  mentre  le  entrate  ordinarie  erano  accertate  in  2216 
milioni  le  imposte  dirette  rappresentavano  459  milioni  e  le 
così  dette  tasse  sugli  affari,  vere  imposte  sulla  circolazione, 
291   milioni. 

113.  E  accade  che  mentre  molti  teorici  non  cessano  dal 
mostrare  la  loro  antipatia  per  le  imposte  indirette,  queste  con- 
tinuano ad  essere  la  base  di  quasi  tutti  i  bilanci.  Un  contempo- 
raneo di  Sully  scriveva  che  tra  le  punture  velenose  la  più  dol- 
ce è  quella  dell'aspide,  perchè  addormentando  quelli  che  sono 
colpiti,  li  fa  passare  da  un  sonno  all'altro;  e  aggiungeva  che 


*  Thiers  scriveva  nel  1875:  «  On  mesuie  presque  les  nations  à 
la  parte  que  l'iinpót  de  consuinraation  a  chez  elles.  Si  vous  allez  de  la 
Tiirquie  à  l' Angleterre,  vous  verrez,  pour  ainsi  dire  l'échelle  de  la  civi- 
lisation  marquée  par  ceci  :  plus  on  a  d'impòt  directs  et  moins  on  a  une 
place  élevée  dansles  sociétés  civilisées;  plus  on  a  d'inxpót  de  consommation, 
plus  on  a  une  place  élevée  dans  les  sociétés  civilisées».  Montesquieu: 
loc.  cit.  diceva  :  «  L'impòt  par  téte  est  plus  natui-el  à  la  servitude  ;  l'im- 
pót  sur  les  raarchandises  est  plus  natiurel  à  la  liberté». 

t  Annual  Repnrl  of  the  Scerei ary  of  ihe  Tresaury  on  the  Siate  of  the  fi- 
nances  for  iìic  fiscal  year  eiuiiui  jiiiw  30,  iqot,  W.isiiintiton,  1901. 


CAP.    VI.1 


LE    IMPOSTE    INDIRETTE 


293 


tra  tutte  la  più  tollerata  è  la  imposizione  indiretta,  parce 
qu'on  le  paye  sans  le  parer.  Sully  divideva  la  stessa  opinione  e 
il  tempo  ha  dimostrato  che  essi  soltanto  esageravano*. 

Molti  scrittori  hanno  fatto  il  confronto  fra  le  imposte  dirette 
e  le  imposte  indirette,  mettendo  in  evidenza  i  vantaggi  e  gli 
svantaggi  reciproci  delle  une  e  delle  altre.  Ma  la  funzione  di 
queste  imposte  è  differente  e  in  nessun  sistema  tributario  vanno 
disunite.  La  grande  causa  di  prevalenza  delle  imposte  indirette 
è  nella  loro  produttività.  Poi  che  si  percepiscono  per  piccolis- 
sime proporzioni,  esse  sono  di  gran  lunga  più  produttive  delle 
dhette.  Il  vero  vantaggio  pratico  delle  imposte  indirette  è  nel 
fatto  che  esse  sono,  come  si  è  detto,  assai  più  produttive,  perchè 
colpiscono  anche  i  redditi  minimi.  Accade  che  l'imposta  entri 
nel  mezzo  delle  merci:  che  l'abitudine  di  alcuni  prezzi  dopo 
qualche  tempo  si  formi,  e  che  quasi  il  pubblico  non  si  accorga 
di  ciò  che  paga.  Quando  noi  dobbiamo  recarci  a  pagare  anche 
una  piccola  somma  di  imposte  dirette  risentiamo  tutto  l'onere 
della  contribuzione  :  laddove,  tutto  ciò  che  paghiamo  per  im- 
poste  indirette,  compenetrandosi  nel  prezzo  dei  prodotti,  passa 


*  Secondo  un  calcolo,  che  è  vecchio  oramai  di  venti  anni,  ma  che  è 
sempre  istruttivo,  (H.  Tr  uch  y  :  Le  système  des  impóts  directs  d'  Èiats 
en  France,  nella  R.  d.  E.  P.  di  marzo  1901)  nei  vari  paesi  il  rapporto  fra 
le  imposte  dirette  e  il  totale  del  bilancio  sarebbe  stato. 


Entrate  totali  Imposte  dirette 
in  franchi) 


Russia  1898.    .     .    . 
Inghilterra  1900- 1901 
Italia  1899-1900 
Belgio  1900  .    . 
Olanda  1900    , 
Austria   1898    . 
Ungheria  1898. 
Spagna   1900    . 
Francia  1900    . 


4. 120.621. 555 

2.922.500.000 

1. 714. 785. 628 

452.246.618 

303.918.688 

I763755-69I 

1.220. 516. 108 

885.998-215 

3.492.014.270 


270.036.132 
531.250.000 
482.312.900 
56.135.000 
71.421.000 
301.565.355 
242.893.000 
376.020.790 
5I572I-3I3 


Proporzione  delle 
imposte  dirette 
alle  entrate  locali 
( —  1000) 
6.15 
i8.i8 
28.13 
12.41 
23.50 
17.10 
19.90 
42.44 
16.79 


La  Spagna  dunque  è  il  paese  di  Europa  con  più  imposte  dirette:  fra  le 
nazioni  maggiori  V Italia  supera  di  gran  lunga  tutte  le  altre.  Si  noti  che  in 
questo  quadro  non  è,  naturalmente,  cpmpresa  la  imposta  di  successione. 


294  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

senza  destare  le  ire  che  desterebbe  un  contributo  anche  ■  mi- 
nore per  le  imposte  dirette. 

Nei  maggiori  stati  d'  Europa  le  più  umili  cose  che  compaiono 
sul  desco  o  nella  vita  di  una  famiglia  povera  sono  pagate  a  più 
caro  prezzo  per  effetto  delle  imposte  indirette  :  il  pane,  la  carne, 
lo  zucchero,  il  petrolio,  il  cotone,  la  lana,  i  medicinali  ecc.  Ma 
anche  in  Italia,  dove  l'aumento  per  questa  cagione  è  grande, 
niuno  pensa,  tranne  che  non  sia  informato  per  i  suoi  studi 
o  per  la  sua  funzione,  che  senza  quelle  imposte  il  sale  si  ven- 
derebbe a  pochi  centesimi,  la  carne  ad  assai  meno  che  ora. 

Ma  appunto  per  questo  fatto  le  imposte  indirette  non  sono 
proporzionali  alla  fortuna  e  al  reddito  :  questa  mancanza  di 
proporzionalità  è  un  difetto  assai  grave.  Per  essere  produttive 
le  imposte  indirette  devono  in  una  fase  meno  progredita  di 
sviluppo  economico  colpire  i  consumi  di  prima  necessità  ; 
in  una  fase  più  avanzata  possono  colpire  generi  non  neces- 
sari, ma  sempre  di  largo  consumo.  Ora  il  consumo  non  è 
proporzionale  né  al  reddito  né  al  patrimonio.  Una  fami- 
glia povera  di  dieci  persone  consuma  assai  più  sale  di  una 
famiglia  ricca  di  due  :  ma  anche  trattandosi  di  consumi  non 
necessari  accade  la  stessa  cosa.  In  un  paese  freddo  due  persone 
povere  spesso  consumano  più  bevande  alcoliche  di  due  per- 
sone ricche*. 

Non  limitate  con  prudenza  le  imposte  indirette  possono  anche 
avere  per  azione  di  ridurre  da  prima  il  consumo  e  poi  la  produ- 
zione ;  ma  anche  nelle  imposte  dirette  accade  la  stessa  cosa, 
quando  si  applicano  con  troppa  durezza.  Accrescere  artificial- 
mente con  imposte  indirette  i  prezzi  delle  derrate  non  é  assai 


*  Pur  difendendo  le  imposte  indirette,  fin  dal  suo  tempo  J.  B.  S  a  y  no- 
tava che  non  sono  proporzionate  alla  fortuna  dei  contribuenti  :  «une  fa- 
mille  indigente  a  besoin  de  la  méme  quantité  de  sei  qu'une  famille  dont 
le  revenu  peut  étre  dix  mille  iois  plus  considérable».  Cours,  8  parte  cap. 
V.  Montesquieu  {Esprit  des  Iois)  lib.  XIII  scriveva:  «  Ou  peut 
mettre  des  impóts  siur  les  persounes,  sur  les  teiTes  ou  sur  les  marchandises; 
sur  deux  de  ces  choses,  ou  sour  les  trois  ensemble...  Les  droits  sur  les  mar- 
chandises sont  ceux  que  les  peuples  sentent  le  moins,  parce  qu'on  ne  leur 
f  ait  pas  une  demande  formelle.  Ils  peuvent  étre  si  sagement  ménagés  que 
le  peuple  ignorerà  presque  qu'il  les  paye». 


CAP.    VI.]  LE    IMPOSTE    INDIRETTE  295 

più  dannoso  alla  produzione  che  mettere  imposte  sulle  indu- 
strie così  gravi  da  isterilire  l'attività  industriale.  È  vero  che  le 
imposte  indirette  si  nascondono  e  sono  più  insidiose  ;  ma  è  ve- 
ro pure  che  non  mancano  esempi  di  imposte  dirette  assai  aspre 
e    tormentose. 

La  facilità  di  percezione  che  determina  la  spesa  di  riscossione 
sembra  assai  più  grande  nelle  imposte  dirette  che  nelle  indirette: 
anzi  moltissimi  economisti  insistono  su  questo  fatto  per  com- 
battere la  imposizione  indiretta*.  Ecco,  si  dice,  un  esempio  evi- 
dente. Lo  Stato  per  esigere  le  imposte  doganali  deve  spendere 
assai  più  che  per  esigere  le  imposte  dirette  :  deve  mantenere 
un  vero  esercito  di  doganieri,  più  numeroso  forse  di  parecchi 
eserciti  che  presero  parte  alle  grandi  battaglie  storiche  della 
Grecia  antica.  Sopra  tutto  nei  paesi  che  hanno  frontiere  assai 
vaste  e  territorio  assai  grande,  le  imposte  indirette  costano  som- 
me enormi  per  spese  di  percezione.  Ma  queste  affermazioni  non 
sono  molto  esatte.  Anzi  in  non  pochi  paesi  la  riscossione  delle 
imposte  dirette  costa  più  che  quella  delle  indirette.  I  doganieri 
non  esistono  solo  dove  sono  aspre  imposte  indirette,  ma  anche 
dove  sono  mitissime  :  in  Inghilterra,  come  in  Russia,  in  Ger- 
mania più  che  in  Italia.  Se  si  tolgano  le  spese  di  amministra- 
zione dei  monopoli,  che  hanno  vero  carattere  industriale,  si  ha 
che  in  generale  la  riscossione  delle  imposte  indirette  non  costa 
molto  più  delle  dirette  :  qualche  volta  costa  meno,  come  si  ri- 
scontra spesso  in  ItaUa.  Il  bollo,  per  esempio,  costa  dovunque 
pochissimo  per  spese  di  riscossione  :  e  si  percepisce  più  facilmente 
di  qualunque  imposta  diretta.  Per  molto  tempo  si  credeva  che 
le  imposte  indirette  presentassero  una  grande  instabilità,  le  di- 
rette una  grande  stabilità.  È  una  osservazione  che  ricorre  spesso 
nei  fisiocrati  e  che    tante    volte    dopo  è  stata    invocata.    È 


*  «On  a  objecté  contre  les  impóts  indirects les  frais  deperception  qu'ils 
entrainent  ;  ils  exigent  des  nombreux  bureaux,  des  commis,  des  emplo- 
yés,  des  gardes  ;  mais  il  f  aut  observer  qu'une  grande  partie  de  ces  frais 
ne  sont  pas  une  suite  nécessaire  de  l'impót  et  peuvent  étre  prévenus  par 
une  bonne  administration.  L'accise  et  le  timbre  en  Angleterre,  ne  cou- 
taient  plus  que  3  ^f^  p.  100  des  frais  de  perception  en  1799.  II  n'y  a  pas 
d'impót  direct  en  France  qui  ne  coùte  bien  davantage  ».  J.  B.  S  a  y 
TrmiU,  lib.  Ili,  cap.  X 


296  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

impossibile,  diceva  Mercier  de  la  Rivière,  che  si  possa  provve- 
dere a  spese  certe  e  giornaliere  con  imposte  di  cui  la  riscossione 
è  incerta*.  Ma  queste  affermazioni  erano  possibili  solo  quando 
la  legge  dei  grandi  numeri  era  ignota  e  i  progressi  della  stati- 
stica scarsi  ;  quando  non  si  sapeva  che  i  consumi  delle  grandi 
collettività  presentano  una  regolarità  non  minore  dei  redditi. 

Quando  le  imposte  indirette  non  colpiscono  i  consumi  di  pri- 
ma necessità  sono  migliori  e  più  plastiche  delle  dirette,  in  quan- 
to si  proporzionano  più  facilmente  allo  stato  dei  contribuenti. 
Il  provento  delle  imposte  indirette  è  sempre  proporzionato  al 
consumo  dei  contribuenti:  in  molti  casi  essi  possono  astenersi  dal 
consumare,  possono  rinunziare  al  superfluo  ;  così  ogni  imposta 
indiretta  porta  in  sé  come  un  manometro  che  indica  il  grado 
di  pressione  e  mostra  sempre  se  si  è  passato  o  no  il  limite.  Una 
imposta  diretta  anche  mite,  in  circostanze  difficili,  può  togliere 
il  pane  dalla  bocca  del  contribuente:  essere  troppo  aspra  anche 
se  i  saggi  non  sono  molto  elevati.  Giudicate  nella  loro  comples- 
sità, le  imposte  indirette  seguono  assai  meglio  le  variazioni  del- 
la ricchezza  in  ciascun  paese. 

Lo  sviluppo  delle  imposte  indirette  aumenta  le  frodi,  si  è  ri- 
petuto da  molti  :  il  contrabbando  è  una  conseguenza  dei  dazi 
doganali  :  i  monopoli  di  Stato  sono  un  incentivo  alla  frode.  È 
una  obiezione  senza  valore.  La  frode  in  materia  di  imposte 
diventa  più  remunerativa  secondo  l'altezza  dei  saggi  :  ma 
non  è  determinata  dall'  esservi  imposte  indirette,  o  imposte 
dirette. 

Dove  le  imposte  dirette  sono  aspre,  i  cittadini  nascondono  le 

*  Mercier  considerava  i  proventi  delle  imposte  indirette  come  una 
entrata  accidentelle  et  incertaine.  La  stessa  preoccupazione  assolutamente 
priva  di  base,  e  in  L.  F  a  u  e  h  e  r:  Études  sur  V  Angleterre,  tom.  i.  pag. 
130.  J.  B.  S  a  y  aveva  già  distrutto  quésto  errore:  «  On  a  ditque  l'impót 
indirect  ne  promettait  au  fise  qu'une  valeur  variable,  incertaine,  tandis 
que  les  dépenses  publiques  exigeaient  des  fondis  asurs;  mais  les  rentres 
variables  sont  tellement  asérées,  qu'il  n'est  pas  une  qui  n'aitétéaffermée. 
Excepté  dan  des  circostances  extraordinaires  et  rares,  l'expérience  fait 
connaitre,  à  peu  de  choses  près,  ,le  produit  de  tonte  espèce  de  contribu- 
tion.  D'ailleurs  les  impóts  sur  les  consommation  sont,  de  leur  nature, 
variés  ;  la  plus  vaine  des  uns  couvre  le  deficit  des  autres».  Traile,  lib.  Ili, 
cap.  X. 


CAP.   VI,]  IMPOSTE   DIRETTE   E   INDIRETTE  297 

loro  ricchezze  e  rivelano  redditi  assai  minori  :  ciò  non  è  molto 
dissimile  dall'introdurre  in  contrabbando  merci  che  sono  colpite 
da  dazi  troppo  pesanti. 

Dirette  o  indirette  che  siano,  le  migliori  imposte  sono  sem- 
pre quelle  che  raggiungono  il  massimo  rendimento  e  provocano 
il  minimo  malcontento. 

Anche  riconoscendo  gli  svantaggi  delle  imposte  indirette  e 
la  loro  azione  sui  processi  di  distribuzione  interna,  la  loro  gran- 
de produttività,  che  risponde  alla  tendenza  sì  generale  degli 
stati  moderni  ad  accrescere  le  spese  pubbliche,  le  rende  e  le  ren- 
derà necessarie. 

L'azione  dei  finanzieri  illuminati  e  dei  politici  più  onesti 
dev'essere  nel  trovar  loro  un  correttivo,  esentando  o  colpendo 
leggermente  i  consumi  più  indispensabili,  non  colpendo  i  red- 
diti minimi  con  imposte  dirette  e  adottando  saggi  progressivi 
nelle  imposte  sul  reddito  *. 

NOTA 


Anche  e  sopra  tutto  in  Inghilterra,  come  abbiamo  visto,  non  ostante 
tutte  le  esagerazioni,  sull'importanza  deWincome  tax  le  imposte  indi- 
rette sono  la  base  del  bilancio. 

Nei  documenti  finanziari  inglesi  della  Camera  dei  comuni  e  della  Teso- 
reria vi  sono  notizie  complete  su  tutto  il  secolo  XIX;  ma  poiché  queste 
notizie  non  sono  comparabili  ci  limitiamo  per  consiglio  del  sottosegreta- 
rio di  Stato  E.  Hamilton,  ai  confronti  dopo  il  1841. 

Ecco  ora  il  movimento  delle  entrate  nella  Gran  Brettagna  dal  1841  al 
1910. 


*  Oltre  le  opere  citate  cfr.  sulle  imposte  dirette  e  le  indirette  Franz 
Holzer:  Historische  Darstellung  der  Indirekten  Steuern, Wien,  1888  ; 
Min.  Principles  pag.  495  e  seg.;  Stein:  Lehrbuch  der  Finanzwissen- 
schaft,  4.  ediz.  pagina  450  e  sg.;  Ricca:  Finanz.,  Uh.  II,  tit.  II,  cap.  V; 
C  a  n  w  és  :  0^.  cit.,  voi  IV,  §  1243  e  seg. 


298 


SCIENZA   DELLE   FINANZE 


[libro  ] 


ENTRATA    DELLA    GRAN 


ANNO     FINANZIARIO 


Dogane 


Excises 


Imposte 
di 
suc- 
cessione 


Bollo 


5  gennaio  1841  .  . 
5  »  1851  .  . 
31  marzo  i86i  .  . 
»  »         1871      .     . 

1881      .      . 
»  B  i8gi 

Pagate  allo  Scacchiere 
»         Locai  Taxation 
31  marzo  1891.     .     . 


31  marzo  1901. 


Pagate  allo  Scacchiere  .     .     . 
»        Locai  Taxation  A  et.    . 


L. 
25,355,000 

21,981,000 

i  13, 259)000 

I 

20,134,000 
10,184,000 

19,480,000 
190,000 


L. 

16,433,000 

17,103,000 
10,581,000 
13,263,000 
25,300,000 

24,788,000 
4,380,000 


19,670,000 


31  marzo    191U 

Pagate  allo  Scacchiere.     .     .     .       31,348,000 


26,262,000 
277,000 


26,539,000 


29,168,000 


33,100,000 
5,207,000 


L. 

2,098,000 

2,248,000 
3,450,000 
4,805,000 
6,657,000 

7,443,000 
2,404,000 


9,847,000 


12,980,000 
4,215,000 


38,397,000 


31,031,000 


17,195,000 


L. 

5,i79,0( 

4,479,o< 
4,738,0( 
3,61 3,0( 
4,421, 0( 

6,oi7,o< 


6,01 7,  oc 


7,825,00 


7,825,00 


22,083,594 


8,647,05 


CAP.  vi]  imposte   dirette  e  indirette 

BRETTAGNA    DOPO    IL    184I : 


299 


Landtax 

a)  Window  tax 
b)  Inhabited 
house  duty 

Imposte 

sulla 

proprietà 

e 

sul 
reddito 

Posta 
(net) 

Terre 

della 

Corona 

(net) 

Azioni 

del 
Canale 
di  Suez 

TOTALE 

L. 
1,181,000 

1,159,006 

i,i44,ooo 

1,091,000 

1,050,000 

i,o3o,ooo 

L. 

(a)     1,404,000 

(a)  1,708,010 

(b)  8i  2,000 
(b)     1,129,000 
(b)     1,690,000 

(b)     1,570,000 

L. 

5,383,000 
10,924,000 

6,350,000 
10,650,000 

13,  250,000 

L. 

74,00 

434,000 

1,476,000 

3,239,000 

3,649,000 

L. 

167,000 

160,000 
290,000 
385,000 
390,000 

430,000 

L. 

L. 

49,817,000 

54,295,000 
65,642,000 
62,246,000 
72,581,000 

77.757,000 
6,974,000 

1,030,000 

1,570,000 

13,250,000 

3,649,000 

430,000 

— 

84,631,000 

755,000 

(b)     1, 710,000 

26,920,000 

3,897,000 

500,000 

815,000 

114,774,000 
9,739,000 

755,000 

i,7^§>ooo 

26,920,000 

3,897,000 

500,000 

815,000 

124,513,000 

j 

1        161, 8j7 

(b)        512,628 

13,-93,000 

18,220,000 
(lorde) 

480,000 

1,268,909 

137,124,840 

300  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    IT. 

VII. 

Le  IMPOSTE    DIRETTE    REALI    E    PERSONALI. 

114.  Abbiamo  già  mostrato  quale  differenza  vi  sia  tra  le 
imposte  reali  od  obbiettive  e  le  imposte  personali  o  soggettive. 
Mentre  le  prime  colpiscono  beni  e  redditi  non  tenendo  conto 
della  persona  se  non  come  soggetto  di  contribuzione  ;  le  imposte 
personali  si  riferiscono  in  generale  alla  persona  e  tendono  a  col- 
pire i  cittadini  tenendo  conto  di  tutti  i  rapporti  che  si  stabiliscono 
fra  il  contribuente  e  altri  individui  in  rapporto  al  patrimonio. 
Tutto  ciò  sarà  anche  più  evidente  con  un  esempio.  L'  imposta 
fondiaria  sui  terreni,  che  colpisce  il  reddito  netto  dei  proprietari 
del  suolo,  è  generalmente  una  imposta  diretta  reale  od  ogget- 
tiva. Che  cosa  significa  tutto  ciò?  Significa  prima  di  tutto  che 
essa  colpisce  il  proprietario  della  terra  indipendentemente  dalla 
sua  persona,  colpisce  cioè  la  fonte  di  reddito:  il  proprietario  può 
essere  cittadino  o  straniero,  ricco  o  povero,  indebitato  o  no, 
pagherà  sempre  allo  stesso  modo.  Così,  se  un  proprietario  di 
terre  è  solo,  o  ha  dieci  figliuoli  :  non  ha  debiti,  o  ha  sul  fondo 
atesso  debiti  ipotecari,  quali  che  siano  le  sue  condizioni,  paga 
allo  stesso  modo.  È  perchè  l'imposta  colpisce  il  reddito  o  il 
patrimonio.  Due  conseguenze  derivano  :  le  imposte  reali  od 
oggettive  danno  prima  di  tutto  luogo  a  una  vera  obbligazione 
reale  ;  e  poi  esse  sono  sempre  parziali,  cioè  considerano  isola- 
tamente le  fonti  di  reddito  che  colpiscono  (terreni,  fabbricati, 
valori  mobiliari,  ecc.).  Le  imposte  personali  o  soggettive  invece 
seguono  un  criterio  diverso.  Esse  sono  generalmente  globali, 
cioè  uniscono  assieme  gli  elementi  patrimoniali  e  li  trasformano 
in  valori,  considerando  il  patrimonio  come  un  sol  tutto.  Sup- 
poniamo la  esistenza  di  una  imposta  generale  sul  reddito  del  5 
per  cento.  Qualunque  sia  la  fonte  del  reddito,  dunque,  (e  bene 
inteso  che"  ciascun  reddito  può  esser  considerato  diversamente: 
essere  cioè  discriminato)  la  persona  che  lo  percepisce  pagherà 
la  imposta.  Ma  avremo  prima  di  tutto  una  obbhgazione  perso- 
nale e  appunto  perciò  la  imposta  si  dirigerà  alle  persone  che 
fanno  parte  dello  Stato  e  non  direttamente  ai  loro  beni.  L'im- 


CAP.  VTI.l  IMPOSTE   REALI   E   PERSONALI  30I 

posta  dunque  può,  anzi  deve  tener  conto  delle  condizioni  del 
contribuente:  s'egli  ha  o  non  debiti,  s'  egli  è  già  colpito  da  altre 
imposte  personali,  ecc. 

Wagner  dice  che  le  imposte  personali  o  soggettive  sono  quelle 
che  si  applicano  alle  condizioni  personali  del  contribuente  o 
al  reddito  o  al  patrimonio,  che  si  raccolgono  nella  sua  persona, 
soggettivamente  (imposte  di  capitazione  in  rapporto  col  reddito 
o  col  patrimonio;  imposte  di  famiglia  o  di  fuocatico;  imposte 
generali  o  globali  sul  reddito  o  sul  patrimonio,  con  carattere 
personale;  imposte  di  successione  etc.)  e  che  sono  imposte  reali 
od  oggettive  quelle  che  si  collegano  alle  condizioni  patrimoniali 
considerate  oggettivamente  (cioè  indipendentemente  dalla  per- 
sona) come  al  terreno,  alle  case,  al  capitale,  e  vengono  misu- 
rate secondo  il  numero,  l'ampiezza,  il  valore  di  questi  oggetti*. 

Alcune  imposte  con  carattere  reale  però  potrebbero  essere 
trasformate  in  imposte  con  carattere  personale,  per  cui,  come 
nota  Jéze,  anche  le  imposte  sui  terreni,  sui  fabbricati,  sui  red- 
diti industriali  e  commerciali  e  professionali  potrebbero  acqui- 
stare carattere  personale  quando  tenessero  conto  della  capaci- 
tà personale  contributiva  dei  colpiti  :  il  che  ora  quasi  dovun- 
que non  fanno  f .  Il  criterio  della  personalità  o  realtà  delle 
imposte  non  sembra  abbastanza  importante  a  molti  scrittori  di 
finanza  ed  a  torto:  perchè  la  imposta  sia  uniforme  deve  essere 
personale,  o  soggettiva,  deve  cioè  tener  conto  della  situazione 
personale  del  colpito  ;  se  non  sempre  ciò  può  avvenire  è  sovra 
tutto  per  difficoltà  di  ordine  pratico  in  rapporto  alla  distribu- 
zione della  ricchezza.  Nei  paesi  che  hanno  struttura  economica 
semplice  e  redditi  non  molto  disformi  e  non  molto  diversi, 
le  imposte  reali  sono  preferibili  perchè  facili  e  sino  ad  un  certo 
punto  anche  relativamente  eque;  negli  stati  a  struttura  econo- 
mica complicata  e  con  redditi  assai  diversi  di  qualità  e  di  entità 
le  imposte  personali  sono  le  sole  che  rispondono  al  requisito  della 
uniformità  ;  ecco  perchè  le  personali  sono  le  imposte  dei  grandi 
stati  moderni,  ed  ecco  il  perchè  della  tendenza  così  decisa  delle 
legislazioni  moderne  verso  di  esse.   Infatti,   le  alte  esenzioni  e 


*  Wagner,  op.  cit.  par.  335. 
t  J  è  z  e  ,  op.  cit.   pag.   665. 


302  SCIENZA    DELLE    FINANZE  FlIBRO    II. 

le  limitazioni  tributarie  inglesi,  e  le  imposte  prussiane  ed  alsa- 
ziane, e  il  nuovo  andamento  tributario  che  si  segue  in  Fran- 
cia e  negli  Stati  Uniti  di  America  questa  tendenza  decisamente 
dimostrano.  Non  si  può  quindi  dire  che  la  distinzione  tra 
imposte  reali  e  personali  è  della  finanza  antica  soltanto.  * 
Vero  è  che  storicamente  le  imposte  generali  sulla  fortuna  mo- 
biliare ed  immobiliare  precedono  e,  che  ad  esse  seguono  le  im- 
poste personali  per  classi  e  per  ordini  sulla  fortuna,  accoppiate 
alle  imposte  reali  sulla  terra  ;  che  ad  un  certo  punto  le  imposte 
personali  sulla  fortuna  sono  abbandonate,  perchè  assai  poco 
produttive,  e  si  va  alle  imposte  reali;  ma  le  imposte  personali 
rinascono  collo  sviluppo  della  ricchezza,  col  diversificarsi  dei 
redditi  e  tendono  ad  acquistare  sempre  maggiore  importanza 
nei  sistemi  tributari  moderni. 

Negli  ultimi  tempi  alcuni  finanzieri  hanno  un  pò  esagerato 
i  vantaggi  delle  imposte  dirette  personali.  Dal  punto  di  vista 
fiscale  non  vi  è  nessun  dubbio  che  le  imposte  reali  presentino 
notevole  vantaggio.  Poi  che  l'imposta  colpisce  1'  oggetto  esso 
non  può  sfuggirle:  terra,  case,  titoli  mobiliari  difficilmente  sfug- 
gono a  un'imposta  reale.  Le  imposte  reali  avendo  bisogno  di 
colpire  non  già  rapporti  individuali,  ma  beni,  esonerano  per 
necessità,  almeno  in  gran  parte,  le  classi  le  quali  non  possie- 
dono capitale  e  hanno  il  vantaggio  di  colpire  il  prodotto 
netto,  che  nella  ripartizione  spetta  a  chi  ha  fornito  il  capitale. 
Dal  punto  di  vista  fiscale  dunque  hanno  un  vantaggio  grande  : 
poiché  colpendo  il  reddito  alla  fonte  stessa  da  cui  deriva,  sono 
di  assai  facile  riscossione.  Ma  hanno  anche  un  gravissimo  torto; 
non  tengono  conto  della  capacità  contributiva  dei  cittadini  da 
esse  colpiti.  È  bensì  possibile  in  esse  una  discriminazione  dei 
redditi  :  infatti  possono  esservi  aliquote  più  alte  per  i  redditi 
del  capitale  che  non  per  i  redditi  industriali,  ma  non  si  può 
tener  conto  della  situazione  familiare  e  personale  del  contri- 
buente. Or  poiché  le  imposte  reali  danno  luogo  a  non  poche 
ingiuste  diseguaglianze,  anche  presentando  non  pochi  vantaggi, 
si  può  solo  completarle,  diciamo  così  raddrizzarle,  aggiungendo 

*  FI  or  a  :  Manuale  della  Scienza  delle  Finanze,  III  Edizione.  Livorno 
1909»  pag.   252. 


CAP  VII.]  IMPOSTE  REALI  E  PERSONALI  303 

e  sovrapponendo  ad  esse  altre  imposte  che  le  completino  o  le 
correggano. 

Le  imposte  dirette  personali  o  soggettive  si  prestano  assai 
più  delle  reali  od  oggettive  all'arbitrio  :  esse  infatti  non  possono 
avere  per  base  che  le  dichiarazioni,  sia  pure  controllate,  dei 
contribuenti.  Hanno  inoltre  il  difetto,  guardando  al  complesso 
del  reddito,  di  non  tenere  a  bastanza  presenti  le  varie  forme 
del  reddito:  di  trattarle  spesso  tutte  allo  stesso  modo,  senza 
una  conveniente  differenziazione©  discriminazione  dei  redditi  *. 
Ma  hanno  un  grande  vantaggio  :  quello  di  tenere  presente  e 
di  valutare  la  situazione  personale  e  familiare  dei  contribuenti. 
Quando  si  tratta  di  imposte  personali  sul  patrimonio  si  può 
tenere  presente  la  varia  natura  degli  elementi  che  lo  compon- 
gono :  non  la  produttività  o  la  improduttività  delle  singole  par- 
ti di  cui  il  patrimonio  si  forma.  Quando  si  tratta  di  imposte  ge- 
nerali sul  reddito,  allora  difficilmente  si  può  distinguere  fra  i 
redditi  fondati  e  i  non  fondati.  È  perciò  che  in  alcuni  paesi  per 
avere  un'imposta  personale  secondo  le  esigenze  della  giusti- 
zia tributaria,  si  tien  conto  del  reddito  e  del  patrimonio  e  si 
introducono  insieme  al  principio  della  progressività,  il  criterio 
della  famiglia  e  la  esenzione  dei  redditi  minimi. 

Le  imposte  reali  od  oggettive  presentano  un  fenomeno  me- 
ritevole di  osservazione  relativamente  a  coloro  che  ne  sono  col- 
piti. Abbiamo  detto  che  queste  imposte  colpiscono  alcune  fonti 
di  reddito  indipendentemente  da  coloro  che  le  possiedono: 
l'imposta  è  dunque  un'obbligazione  reale.  Supponiamo  che  in 
un  paese  dove  esistono  imposte  sul  reddito  fondiario,  si  intro- 
duca un  tributo  reale  che  consista  in  una  proporzione  fissa:  per 
esempio  il  io  per  cento.  Se  un  proprietario  possiede  un  fondo 
che  valga  io  mila  lire,  il  reddito  viene  ridotto  in  realtà  a  9  mila 
lire.  Cosi,  se  egli  vuol  vendere  la  sua  terra,  colui  che  compra  sa 
in  precedenza  che  essa  non  rende  io  mila  ma  9  mila  lire;  ed 
è  disposto  a  pagarla  solo  in  questa  ragione.  L' imposta  dunque 


*  Negli  Stati  Uniti,  in  alcuni  stati  della  confederazione  la  general  pro- 
Pertytax  si  risolve  spesso  in  una  burla.  Così,  per  esempio,  al  Kansas.  Cfr. 
F.  W.  Blackmar:  Méthodes  de  taxation  au  Kansas  nella  Revue  de  droit 
public,   marzo- aprile  1902. 


304  SCIENZA     DELLE     FINANZE  [LIBRO     II. 

incide  soltanto  il  propretario  del  tempo  in  cui  viene  o  introdotta 
o  aumentata  ;  poiché  chi  compra  dopo  trova  che  la  terra  ha 
un  valore  minore,  da  che  rende  meno,  e  l'acquista  a  un  prezzo 
minore.  Allo  stesso  modo  se  i  titoli  di  rendita  pubblica,  da  pri- 
ma esenti  da  imposta,  vengono  colpiti  da  un  imposta  del  io  per 
cento,  essi  si  svalutano  in  proporzione  e  il  possessore  che  voglia 
venderli,  vede  di  altrettanto  diminuito  il  suo  patrimonio. 
«  Quello  dei  due  patrimoni  ugualmente  fruttiferi,  il  quale  è 
più  gravato  dell'altro,  per  l'incidenza  maggiore  d'imposte  per- 
mutandosi contro  quello  meno  gravato  subirà  un  deprezzamento 
eguale  alla  maggiore  gravezza  d'incidenza  capitalizzata  ;  oppu- 
re l'altro  subirà  un  aumento  di  valore  uguale  alla  minore 
gravezza  capitalizzata»*.  È  dunque  evidente,  che  in  materia 
d'imposte  reali  applicando  un'imposta  nuova  elevando  un'im- 
posta antica  limitatamente  ad  alcuni  redditi,  si  viene  a  colpire 
soltanto  i  proprietari  del  tempo  in  cui  l'imposta  è  applicata  o 
aumentata.  I  proprietari  che  seguono  ad  essi,  acquistano  i  beni 
a  un  prezzo  minore;  onde  l'imposta  non  viene  a  colpirli.  E 
deriva  da  ciò  un'altra  conseguenza:  ogni  riduzione  parziale  di 
un*  imposta  reale  giova  solo  ai  proprietari  del  tempo.  Togliere 
un'imposta  del  io  per  cento  o  ridurla  al  5  per  cento,  significa 
aumentare  il  valore  del  fondo  del  100  del  5  per  cento  a  vantag- 
gio del  proprietario  del  fondo.  I  proprietari  venturi  del  fondo, 
infatti,  dovendo  acquistare  la  terra  a  un  prezzo  assai  maggiore,  ■ 
non  risentono  almeno  per  certo  tempo,  alcun  vantaggio  dalla 
riduzione  della  imposta. 

Questo  carattere  particolare  delle  imposte  reali  è  stato  già 
notato  da  molti  scrittori  :  Ricardo  sopra  tutto  lo  avea  già  net- 
tamente indicato.  È  evidente  da  quanto  abbiamo  detto  finora 
che  allor  quando  si  applica  un'imposta  reale  su  una  o  alcune 
categorie  di  beni,  si  toglie  a  coloro  che  li  possiedano  un  capi- 
tale eguale  allo  ammontare  della  imposta  capitalizzato  ;  vice- 
versa coloro  che  seguono  a  essi,  acquistando  a  un  prezzo  minore, 
non  pagano  in  realtà  la  imposta.  Del  pari  ogni  riduzione  par- 
ziale delle    imposte    reali  si  riduce  in  vantaggio  di  coloro  che 


*   Pantaleoni:   Teoria  della   Traslazione  dei  Tributi,  Roma  1882, 
p.  183. 


CkP.    VII.]  rivlPOSTÈ    REALI   E   PÈRSÒIS'ALI  ^^0^ 

possiedono  al  momento  in  cui  l'imposta  è  diminuita  *.  Questo  ca- 
rattere delle  imposte  reali,  riconosciuto  da  Verri  e  Ricardo 
e  poi  da  moltissimi  scrittori,  è  dunque  vero  se  trattasi  di  impo- 
ste  parziali. 

Ma  facciamo  un  altro  caso  :  si  tratti  non  di  un'imposta  par- 
ziale, ma  di  un'imposta  reale  uniforme  (sia  pure  con  le  giuste 
differenze  o  discriminazioni)  per  tutti  i  redditi.  Qui  cadono  le 
considerazioni  fatte  finora,  poiché  l'ammortamento  della  im- 
posta (cioè  la  diminuzione  di  prezzo  che  deriva  dall'effetto  di 
traslazione  del  tributo)  opera  solo  quando  si  colpiscono  alcuni 
redditi.  È  evidente  che  se  la  terra  è  troppo  colpita  da  imposte, 
si  può  comperare  case  o  titoli  mobiliari  :  ma  gli  uni  e  le  altre, 
se  sono  al  pari  colpiti  da  imposte,  non  presentano  più  nessun 
vantaggio  speciale.  Dunque,  se  le  imposte  reali  colpiscono  tutti 
i  redditi  e  non  avvengono  aumenti  parziali,  ma  generali  (bene 
inteso  considerando  la  diversa  natura  dei  redditi)  l'ammorta- 
mento non  avviene,  perchè  l'aumento  essendo  generale  non 
ha  nessuna  azione  sui  prezzi  di  acquisto  dei  benij.  Sono  dun- 
que dannose  e  non  ammissibili  le  idee  tante  volte  divulgate, 
secondo  cui  non  si  possono  convenientemente  introdurre  im- 
poste reali  nuove  o  aumentare  le  antiche.  L'essenziale  è  che 
non  avvengano  mutazioni  parziali  non  giustificate  :  altrimenti 
esse  possono  operare  come  un  vero  canone  a  danno  dei  pro- 
prietari dei  beni  immobili  o  di  titoli  parzialmente  sottomessi 
all'imposta. 

Le  imposte  reali  hanno  inoltre  una  funzione  ben  chiara  ;  far 
contribuire  i  proprietari  di  beni  immobili  a  opere  pubbliche,  che 
sono  in  molta  parte  a  loro  vantaggio.    Nella    finanza  locale  le 


*  Cfr.  R  i  e  a  r  d  o  :  Principles,  cap.  X  :  Taxes  on  reni  ;  P  ie  r  s  o  n  : 
loc,  cit.  ;  H  e  1  d  :  Die  Einkommensteuer ,  Bonn,  1872  ;  Destuttde 
T  r  a  e  y  :  Tratte  à' economie  poUtique  ;  cap.  VII  :  \V  a  1  r  a  s  :  Elements 
d'economie  politique,  II.  ediz.  Lausanne  1889,  pagina  512  e  seguenti. 

t  P  i  e  r  s  o  n  :  loc.  cit.,  distingue  fra  le  imposte  reali,  a)  quelle  che  ven- 
gono prelevate  in  forza  di  un  diritto  storico  dello  Stato,  come  l'imposta 
sui  terreni  ;  b)  quelle  che  colpiscono  redditi  derivanti  da  imprese  privi- 
legiate e  che  per  loro  natura  escludono  la  concorrenza;  e)  quelle  infine  che 
vengono  prelevate  in  forza  del  medesimo  principio  che  giustifica  il  pre- 
levamento delle  tasse. 

N  i  t  t  i .  20 


^oò  ébifek^AE  DELL   FlkANzÈ  [tlìsko   ti. 

imposte  reali  hanno  lo  scopo  prevalente,  anzi  essenziale,  di  far 
contribuire  alle  spese  locali  le  persone,  che  abitano  in  siti  dif- 
ferenti da  quello  dove  si  trovano  i  loro  beni. 

Lo  Stato  esercita  la  sua  azione  in  tutto  il  territorio  nazionale: 
e  i  risultati  di  essa  sono  quindi  generali.  È  naturale  che  tutte 
le  persone  contribuiscano,  indipendentemente  dal  domicilio  di 
ciascuna.  Invece  il  comune  rappresenta  l'unione  di  un  certo 
numero  di  famiglie  per  uno  scopo  economico  :  nello  stesso  co- 
mune le  spese  fruttano  in  misura  assai  disuguale  a  chi  possiede 
e  a  chi  non  possiede.  Questo  principio  è  talmente  vero  che  nei 
paesi  come  l'Italia  e  la  Francia,  dove  lo  Stato  ha  grandi  im- 
poste dirette  reali,  fonte  importantissima  di  entrate  per  i  comuni 
sono  i  centesimi  addizionali  sulle  imposte  reah  di  Stato.  Del 
pari  in  Inghilterra  le  entrate  degli  enti  locali  sono  costituite  non 
solo  prevalentemente,  ma  quasi  esclusivamente  dalle  imposte 
dirette.  Così  mentre  la  finanza  dello  Stato  si  basa  ogni  giorno 
più  sulle  imposte  indirette,  completate  da  imposte  personali  sul 
reddito  e  da  imposte  di  successione;  nella  finanza  locale  le  im- 
poste dirette  reali  hanno  un'importanza  crescente. 

115.  Le  imposte  personali  sono  sempre  riscosse  con  il  me- 
todo della  quotila,  le  imposte  reali  qualche  volta  con  quello 
della   contingenza.  In  che  cosa  differiscono  questi  due  metodi  ? 

Il  metodo  di  quotità  è  semplice  :  è  la  determinazione  di  una 
tariffa  o  quota  in  base  a  cui  si  applica  l'imposta.  I  redditi  del 
capitale  siano,  per  esempio,  colpiti  del  7  per  cento  :  se  essi  sono 
I  miliardo,  l'imposta  renderà  70  milioni,  se  sono  2  miliardi, 
ne  renderà  140.  Se  la  ricchezza  imponibile  cresce,  aumenta  il 
reddito  della  imposta,  se  diminuisce  vi  è  invece  corrispondente 
diminuzione.  Il  metodo  di  contingenza  o  di  ripartizioìie  consiste 
nella  determinazione  della  somma  da  riscuotere,  che  viene  pò: 
ripartita  fra  i  contribuenti.  Sono  imposte  di  contingenza  o  d: 
ripartizione  quelle  in  cui  lo  Stato  stabilisce  l'ammontare  del- 
l'intera imposta  e  lo  ripartisce  poi  sulla  massa  degl'individui  e 
dei  redditi  colpiti.  Così  in  Italia  per  l'imposta  erariale  sui  ter 
reni  lo  Stato  stabilisce  dapprima  la  somma  che  deve  esigere  e 
poi  la  ripartisce  per  contingenti  provinciali.  È  solo  in  ultimo  cht 


GAP.  Vii.]  gÙOTltÀ  È  CONTINGÈNZA  ^O^ 

ha  luogo  la  ripartizione  tra  i  singoli  contribuenti,  senza  stabilire 
prima  le  quote,  ma  solo  in  base  dell'ultimo  contingente. 

Ammesso  il  sistema  di  contingenza,  si  supponga  che  i  redditi 
dei  proprietari  fondiari  siano  di  i  miliardo  :  l'imposta  fissata  in 
70  milioni  colpisce,  dunque  in  proporzione  del  7  per  cento.  Se 
la  ricchezza  fondiaria  raddoppia  ed  il  reddito  dei  proprietari  di- 
venta di  2  miliardi,  i  proprietari  pagano  sempre  70  milioni,  cioè 
3,50  per  cento  :  ma  se  per  crisi  o  per  altre  cause  si  riduca  della 
metà  cioè  a  500  milioni,  l'imposta  colpisce  in  realtà  in  propor- 
zione  del   14  %. 

Queste  sono  le  differenze  tra  i  due  metodi  d'imposizione.  Ac- 
cade però  in  realtà  che  allorquando  si  adopera  il  metodo  di 
contingenza,  si  sa  prima  per  mezzo  di  statistiche  o  di  catasti 
l'ammontare  effettivo  dei  redditi  da  colpire.  Però  spesso  le  no- 
tizie sono  imprecise.  È  chiaro  che  il  sistema  del  contingente 
non  segue  da  vicino  il  movimento  della  ricchezza.  Vi  sia  au- 
mento o  diminuzione,  l' industria  colpita  sia  in  progresso  o  sia 
in  regresso,  il  contingente  rimane  immobile.  Se  il  sistema  di 
quotità  non  assicura  un  prodotto  stabile,  segue  da  vicino  i 
movimenti  della  ricchezza.  Se  questa  aumenta  e  l'imposta  rende 
di  più,  nessuno  ha  diritto  di  dolersi  rimanendo  le  aliquote 
invariate  :  viceversa  qualunque  aumento  dell'imposta  di  contin- 
gente, rischiando  di  essere  ingiusto,  è  sempre  assai  più  difficile. 
Se  il  metodo  di  contingenza  è  qualche  volta  preferito  nella  pra- 
tica finanziaria  è  perchè  presenta,  oltre  a  parecchi  altri,  due 
vantaggi  :  l'uno  fiscale  e  l'altro  economico.  Il  vantaggio  fiscale 
è  evidente  :  l'imposta  è  veramente  certa  e  non  vi  è  luogo  a 
minori  o  maggiori  entrate.  Quindi  1'  amministrazione  procede 
d'ordinario  più  semplicemente,  anche  più  facilmente  nelle  appli- 
cazioni dell'imposta.  Il  fisco  riceve  in  certa  guisa  un  aiuto  dai 
contribuenti,  i  quali  non  desiderano  che  altri  sfugga  all'imposta 
perchè  questa  diventerebbe  più  aspra  per  essi. 

La  ragione  economica  di  preferenza  riguarda  la  natura  delle 
imposte  reali.  Niente  altro  coloro  che  pagano  queste  imposte  te- 
mono più  che  gli  aumenti  improvvisi  delle  imposte,  che  gravano 
su  di  essi.  Cosi:  fra  tutte  le  imposte  reali,  aggravare  soltanto  la 
imposta  fondiaria  sui  terreni,  significa  mettere  i  proprietari  di 
terre  del  tempo  in  condizione  singolarmente  svantaggiosa.  Un 'al- 


^oS,  sciEx:^.A  bELLfe  tiNÀNzÈ  [tJBÉb  ir. 

tra  ragione  di  preferenza  è  la  imperfezione  dei  metodi  di  accerta- 
mento dell'imposta.  Quando  non  si  può  stabilire  con  precisione 
il  reddito  di  un  fondo  e  non  si  può  quindi  applicare  il  sistema 
della  quotità,  si  applica  il  sistema  della  ripartizione  in  base  a 
criteri  incerti.  È  un  sistema  che  corrisponde  a  uno  stadio  pri- 
mitivo della  tecnica  tributaria. 

È  perciò  che  non  ostante  che  non  seguano  il  reddito  nelle  sue 
variazioni  e  che  sotto  un  certo  aspetto  sembrino  irrazionali,  le 
imposte  reali  sono  applicate  non  di  rado  con  il  metodo  di 
contingenza,  sopra  tutto  quando  si  tratti  di  colpire  il  reddito 
fondiario.  * 

Vili. 

La  progressività  e  la  proporzionalità 
delle  imposte. 

II 6.  Ecco  un  tema  che  ha  molto  appassionato,  che  è  stato 
anche  causa  di  violente  discussioni  e  agitazioni:  neanche  adesso 
vi  è  accordo  fra  gli  studiosi,  può  darsi  che  l'accordo  sia  anche 
lontano.  Ma  ciascuna  di  queste  più  gravi  questioni  solvitur  ambu- 
lando, come  dicevano  gli  stoici  :  si  risolverà  per  via  con  l'osserva- 
zione e  con  l'esperienza.  In  quale  misura  devono  essere  ripartite 
le  imposte  e  anche  con  quale  criterio  di  ripartizione  ?  Benché 
le  dispute  tra  i  fautori  del  saggio  proporzionale  e  quelli  del  saggio 
progressivo  delle  imposte  siano  tutt'altro  che  sopite,  la  questione 
è  oggi  considerata  con  molta  maggiore  serenità  che  non  si  usas- 
se fare  quando  il  principio  della  progressività,  ora  applicato 
anche  in  alcune  legislazioni  finanziarie  dei  paesi  più  conservato- 
ri, destava  preoccupazioni  grandissime.  È  proporzionale  l'im- 
posta quando  il  rapporto  fra  la  aliquota  e  la  ricchezza  colpita 
è  invariabile.  Così  se  chi  ha  loo  paga  i,  chi  ha  200  paga  2,  chi 
ha  300  paga  3,  ecc.  :  vi  è  in  altri  termini,  una  percentuale  d'im- 
posta fìssa  ;  le  singole  quote  aumentano  con  l'ammontare  del 


♦  Tranne  l'imposta  fondiaria  sui  terreni,  tutte  le  imposte  sono  applicate 
in  Italia  col  sistema  di  ciuotità,  che  risponde  meglio  non  solo  alle  esigenze 
cicUa  finanza,  ma  ai  principi  di  ('(iniià. 


CAP.   Vili.]  PROGRESSIVITÀ    E   PROPORZIONALITÀ  309 

capitale  o  del  reddito.  Un'imposta  del  io  per  cento  su  tutti 
i  redditi  personali,  quale  che  sia  la  loro  importanza  ed  entità, 
è  una  imposta  proporzionale.  È  progressiva  l'imposta  quando 
il  rapporto  fra  l'aliquota  e  la  ricchezza  colpita  varia  secondo 
l'aumento  della  ricchezza  imponibile.  Cosi  se  chi  ha  loo  paga 
I,  chi  ha  200  non  paga  2  ma  2  e  qualche  cosa  di  più,  chi  ha 
300  non  paga  3,  ma  per  esempio,  paga  4.  Dunque  in  questo 
caso  il  saggio  dell'  imposta  non  è  fisso  :  ma  è  variabile  e  au- 
menta con  r  aumentare  dei  redditi  o  dei  capitali,  secondo  che 
l'imposta  colpisca  gli  uni  o  gli  altri.  Vi  è  un  metodo  un  pò 
bastardo  ;  la  degressione  ;  una  imposta  è  degressiva  quando  a 
partire  da  una  certa  cifra  è  proporzionale  e  al  di  sotto  tll 
tale  cifra  le  aliquote  variano  in  senso  degressivo.  Per  esempio  : 
una  imposta  sul  reddito  è  degressiva  se  colpisce  al  di  sopra  di 
IO  mila  lire  in  proporzione  del  5  per  100  ;  e  viceversa  colpisce  i 
redditi  da  8  a  io  mila  lire  in  proporzione  del  4,50  ;  da  6  a  8 
mila  lire  a  4,  da  4  a  6  mila  lire  a  3,50  ;  da  2  a  4  mila  lire  a  3  ; 
ecc. 

È  evidente  che  il  metodo  della  progressività  non  può  riguar- 
dare che  le  imposte  dirette,  e  solo  quelle  imposte  indirette,  che 
colpiscono  i  trasferimenti  della  ricchezza  a  titolo  gratuito  (suc- 
cessioni, donazioni)  e  qualche  volta  trasferimenti  della  ricchez- 
za a  titolo  oneroso  (bollo,  registro,  ecc.).  Le  imposte  sui  consumi 
non  si  prestano  alla  progressione  e  non  vi  è  alcuno  che  ritenga 
si  possano  applicare  in  tal  guisa  :  bene  inteso  che  il  legislatore 
però  opera  in  certa  guisa  come  se  applicasse  la  progressione, 
quando  esenta  consumi  di  prima  necessità  e  colpisce  con  saggi 
più  alti  i  consumi  voluttuari.  È  evidente  anche  che  fra  le  im- 
poste dirette  sono  soltanto  le  personali  che  si  prestano  alla 
progressione  :  le  imposte  reali  per  loro  natura  non  possono 
essere  progressive  senza  grave  danno  e  anche  senza  creare  pro- 
fonde ingiustizie.  Invece  le  imposte  dirette  personali  quando 
abbiano  carattere  di  imposte  generali  su  tutto  il  reddito  o  su 
tutto  il  patrimonio  e  possano  sovrapporsi  alle  imposte  dirette 
reali  e  alle  imposte  indirette,  in  guisa  da  correggerle  e  da  com- 
pletarle, sono  più  adatte  alla  progressione.  Il  torto  maggiore 
è  nel  parlare  in  generale  di  progressione  o  di  proporzione  per 
tutte  le  imposte  dirette  ;  cosa  che  ingenera  equivoco  e  desta 


3 IO  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

giustificate  inquietudini  anche  negli  spiriti  più  sereni.  In  pas- 
sato si  credeva  in  realtà  di  applicare  tutte  le  imposte  dirette 
con  metodi  progressivi,  senza  distinguere  fra  le  reali  e  le  perso- 
nali, e  le  preoccupazioni  erano  pienamente  giustificate*.  Ma 
ora  nessuno  scrittore  avveduto  oserebbe  più  mettere  la  questio- 
ne in  termini  così  assurdi  e  pericolosi.  È  anche  inutile  aggiungere 
che  si  tratta  di  progressione  ordinata  in  tal  guisa  da  colpire 
più  che  proporzionalmente  i  redditi  maggiori  :  e  non  già  di 
progressione  che  segua  il  procedimento  inverso,  come  era  fre- 
quente più  che  non  si  pensi,  prima  d'ora,  f 


*  L*  immensa  bibliografia  su  questo  argomento  forma  dei  veri  volumi. 
La  questione  della  proporzionalità  e  della  progressività  della  imposte  è 
stata  la  più  tormentata  di  tutte.  Migliaia  di  opere  sono  state  scritte  in 
proposito:  molte  sono  utili,  altre  combattono  spesso  molini  a  vento;  una 
larga  bibliografia  si  trova  inMasè  Dari:  La  imposta  progressiva,  To- 
rino, 1897.  Fra  le  pubblicazioni  più  fondamentali  sono  M  i  1 1  :  PnncipUs 
oj  politicai  economy,  libro  V,  cap.  II  (dove  la  questione  è  largamente 
trattata)  ;  S  e  1  i  g  m  a  n  :  The  Theory  of  Progressive  Taxation,  Baltimore 
1894,  2.  edizione  1908;  traduzione  francese  :  U'Impót  Progressi/.  Paris 
1909:  Ricca  Salerno:  Dell'  imposta  progressiva  secondo  alcune  recenti 
dottrine  tedesche  nel  G.  d.  E.  1878  e  L'imposta  progressiva  e  le  riforme  tri- 
butarie di  alcuni  stati  europei  nel  B.  I.  S.  Roma  ,1894  e  Le  ultime  riforme 
tributarie  in  Prussia  (estratto);  Schaeffle:  Gruendsaetze  der  Steuerpo- 
litik  ;  T  h  i  e  r  s  :  De  la  propriété,  cap.  Ili  ;  L.  S  a  y  :  La  solution  dèmo- 
cratique  de  la  question  des  impòts,  Paris  1886  ;  R.  M  e  y  e  :  Principien  der 
gerechten  Besteuerung,  Berlin  1884;  Sax:  Die  Progressivesteuer  (estratto), 
Wien,  1886  ;  Denis:  L'impót,  pag.  88  e  seg.  ;  Wagner:  Finanz., 
tom  II,  §  377  e  §  397  ;G.  Cavaignac:  Pour  l'impót  progressif,  Paris 
1895  ;  F.  Neumann:  Dei  progressive  Einkommensteuer,  ecc.,  Leipzig, 
1874;  S  e  h  e  e  1  in  Zeit  1875;  L  e  h  r  in  J.  N.  1877;  J.  Neumann  in 
J.  N.  1888;  Max  Grabein,  Beitràge  zur  Geschichte  der  Lehre  von  der 
steuer-progression  in  Finanzarchiv.  1895  e  1896  ecc.;  confronta  anche  i 
trattati  generali  di  Scienza  delle  Finanze  (Cohn,  Leroy-Bealieau 
Rau,  Rocher,Stein,  Bastable,Jéze,  etc.)  e  tra  quelli  di 
Economia  Politica  più  specialmente:  Nicholson  e  Pierson.  Per 
la  storia  della  Teoriaconfronta  anche:  L  h  er  e  ,  Kritische  Bemerkugeen 
zu  den  wichtigeren  fur  und  wider  den  progressiven  Sterufuss  vorgebracthen 
Grunde,  nei  J arbùrcher  fur  N.  und  S.  voi.  XXIX,  1897. 

t  Nel  marzo  del  1356  gli  Stati  generali  di  Francia  misero  una  imposta 
sul  reddito  che  è  tipica  come  esempio  di  progressione  a  rovescio  :  i  più 
poveri  dovevano  pagare  il  io  per  cento,  i  piccoli  e  medi  possidenti  dal 
4  al  5  e  i  più  ricchi  solamente  il  2  per  100.  Ma  anche  in  quest'ultimo  caso 


CAP.  Vili.]  PROGRESSIVITÀ  E  PROPORZIONALITÀ  3II 

117.  La  proporzionalità  è  il  metodo  seguito  prevalente- 
mente nei  tempi  a  noi  più  vicini  :  ma  non  mancano  anche  nel- 
l'antichità più  lontana  esempi  di  imposte  progressive,  j  Ancora 


erano  esenti  dall'iniposta  gli  ecclesiastici  e  i  nobili  che  non  pagavano  se 
non  fino  a  1000  lire  di  reddito. 

Levasseur:  Histoire  des  classes  ouvriéres,  II  ediz.  Paris  1900,  Voi. 
I.    pag.    505- 

t  «Sembra  che  nell'India  avesse  carattere  progressivo  una  forma  deci- 
mata di  tributo  fondiario,  in  quanto  era  sottratta  ai  coltivatori  del  suolo 
una  frazione  del  complessivo  raccolto  di  grano  tanto  maggiore  quanto  più 
elevata  era  la  produttività  del  suolo  :  da  un  sesto  (terrei\i  più  fertili)  a  un 
dodicesimo  (terreni  più  sterili).  A  Cartagine  e  a  Tiro  esisteva  l'imposta 
progressiva  sul  capitale.  Per  quanto  il  Deteuronomio  (XVI,  16  e  17)  san- 
cisca per  gli  Ebrei  la  proporzionalità  soggettiva  della  imposta  («  Nessuno 
verrà  a  me  dinanzi  a  mani  vuote,  ma  ognuno  dovrà  offrire  a  me  a  seconda 
delle  sue  facoltà»),  fondata  sulla  decima,  non  manca  tra  essi  qualche  esem- 
pio di  tributo  straordinario  con  carattere  progressivo,  come  quello  che  fu 
imposto  dopo  la  sconfìtta  di  losah,  re  di  Giuda,  per  le  armi  del  Farao- 
ne Neco.  Alcuni  scrittori,  sulle  tracce  del  Meurdiiis,  di  Montesquieu  e  del 
Boechk  sostengono  che  l'imposta  progressiva  sarebbe  stata  introdotta  in 
Atene  colla  riforma  di  Solone  che  avrebbe  instaurato  mediante  la  sCacpopà 
un  nuovo  sistema  tributario.  Questa  opinione  sarebbe  basata  su  di  un 
passo  dello  storico  bizantino  Giulio  Polluce,  che  visse  quìndici  secoli  dopo 
Solone  (cioè  nel  X  secolo  dopo  Cristo)  ;  ma,  secondo  ìlLecrivainsi 
tratterebbe  di  un'ipotesi  assai  complicata  poiché  il  testo  di  Polluce  non 
stabilisce  né  la  data  della  riforma  né  alcun  nesso  preciso  fra  le  quattro 
classi,  in  cui  Solone  aveva  diviso  gli  ateniesi  secondo  il  loro  censo.e  la  ripar- 
tizione della  imposta.  Onde  altri  scrittori  sostengono  che  la  riforma  Solo- 
niana  ebbe  carattere  puramente  politico  e  si  propose  un  censimento  del- 
le fortune  private  e  della  popolazione  allo  scopo  di  divìdere  il  popolo  ate- 
niese in  classi.  La  divisione  del  popolo  in  classi  dovea  servire  come  misura 
della  partecipazione  agli  uffizi  pubblici.  Atene  avrebbe  avuta  una  imposta 
progressiva,  ma  solo  nel  428  avanti  Cristo,  ima  eiacpopà  di  200  talenti  (lire 
1,178,000)  lorda  sui  cittadini  tutti,  al  momento  della  dedizione  di  Meti- 
lene, nelle  guerre  contro  Sparta,  e  che  sarebbe  durata  a  quanto  pare  sino 
alla  centesima  olimpiade,  sino  cioè  al  380  avanti  Cristo.  Era  un  tributo 
trasformatosi  in  ordinario,  distribuito  per  classi  e  graduato  secondo  la 
ricchezza  personale  il  quale  in  qualche  momento  fu  fatto  gravare  sulle 
sole  classi  ricche  mentre  ì  theti,  esenti,  dilapidavano  il  danaro  dello  Stato 
in  guerre  e  in  spese  di  lusso.  Era  una  vera  imposta  sul  capitale  che  gravava 
anche  gli  stranieri  abitanti  Atene.  Roma  antica  a  malgrado  della  con- 
traria opinione  del  Bonghi,  non  ebbe  che  imposte  proporzionali: 
'<  Tributum  scrive  V  a  r  r  o  n  e  {De  lingua  latina.  IV.  36)  dictum  est  a  tri- 
hutiis,  quod  éu;  pecunia  qiiae popido  imperata  erat  tribidum  a  singuUs  propor- 


312  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO   II. 

adesso  la  legislazione  tributaria  del  maggior  numero  di  stati  si 
basa  generalmente  sulla  proporzione.  Perchè  nondimeno,  contra- 
riamente a  ciò  che  si  è  fatto,  a  ciò  che  si  fa,  moltissimi  scrittori, 
anzi  ora  la  maggior  parte  forse,  tende  alla  progressività  ?  Da 
prima  si  dava  alla  progressione  carattei'e  quasi  rivoluzionario 
o  socialistico':  ma  adesso  questa  esagerazione  non  può  più  ripe- 
tersi senza  cadere  nel  ridicolo.  La  progressione  è  un  metodo 
che  va  giudicato  o  applicato  all'infuori  di  queste  preoccupazioni  ; 
e  anche  non  pochi  di  coloro  che  partono  dal  presupposto  che 
la  finanza  non  possa  agire  nel  senso  di  mutare  le  forme  sociali 
presenti  e  né  meno  di  modificarle  profondamente,  non  esitano 
ad  ammettere  che  il  metodo  progressivo  sia  più  adatto. 


iionc  ceiisus  exigebatur»  ;  e  se  qualche  volta  fu  imposto  come  nel  538  di 
Roma,  al  tempo  della  seconda  guerra  punica,  un  prestito  forzato  che  ebbe 
carattere  progressivo,  si  trattava  sempre  di  prelevamenti  straordinarii. 
La  progressività  si  presenta  nel  disordine  delle  finanze  imperiali;  e  acqui- 
sta carattere  progressivo  il  tributo  fondiario,  divenuto  generale  coU'im- 
peratore  Marco  Aurelio  e  commisurato  all'altezza  dell'imponibile,  in  gui- 
sa che  come  questo  cresceva  aumentava  la  percezione.  Carattere  pro- 
gressivo ebbe  anche  il  tributo  che  il  Codice  Tedosiano  designa  col  nome  di 
collatio  glebalis  o  gleba  senatoria,  che  colpiva  l'ordine  dei  senatores,  divi- 
dendoli in  tre  classi  e  colpendoli  in  base  alla  fortuna  presunta  e  sui  beni 
fondiari.  Anche  progressiva  era  l'imposta  che  veniva  percetta  per  la  con- 
cessione dei  terreni  dello  Stato  ai  coloni  {agri  vectigales).  Il  vectigal  era  mi- 
surato in  ragione  di  jugero,  di  prodotto  e  di  fertilità.  Acquistò  un  carat- 
tere progressivo  la  vicesima  hereditatum,  ai  tempi  di  Trajano.  Nella  pri- 
ma metà  del  medio  Evo  e  durante  la  finanza  feudale  non  è  a  parlarsi  ili 
progressività  se  non  a  rovescio:  le  imposte,  infatti  gravavano  più  che  pro- 
porzionalmente i  poveri.  In  Italia,  nei  Comuni  e  nelle  RepubbUche  «  lo 
spirito  democratico  invade  la  finanza  e  la  volge  a  fini  di  lotte  civili  e  di 
faziosità»  :  appaiono  qua  e  là  imposte  graduate  progressive  o  degressive, 
con  carattere  non  ben  definito  ed  arbitrario.  Carattere  progressivo  eb- 
bero i  prestiti  forzati  imposti  secondo  la  fortuna,  e  non  solo  sui  privati, 
ma  anche  su  fondazioni,  dal  XIII  al  XV  secolo:  come  a  Lucca,  Siena, 
Perugia,  Pisa,  Genova,  Firenze  etc.  Ma  nei  Comuni  e  nelle  Repubbliche 
la  progressività  dei  tributi  non  si  esplicò  mai  in  sistema  organico  di  fi- 
nanza. La  decima  scalata,  di  cui  si  dice  che  fu  una  vera  imposta  progressi- 
va, ebbe  in  Firenze  più  che  altro  sul  principio  un  carattere  di  prestito 
forzato  imposto  ai  ricchi  nel  1378,  dopo  il  tumulto  dei  Ciompi.  Nel  1427 
la  decima  scalata  fu  imposta  ordinaria  e  graduata,  a  saggi  lievemente 
progredienti  coli' aumentare  del  reddito:  acquistò  carattere  quasi  socia- 
listico coi  Medici,  che  la  spinsero  ad  aliquote  del  50  %  (1447  )>  per  ingra- 


CAP.  Vili.]  PROGRESSIVITÀ  E  PROPORZIONALITÀ  3I3 

È  dubbio  se  Adamo  Smith  sia  stato  per  la  progressione  o  per 
la  proporzione.  In  un  punto  della  sua  grande  opera  egli  ha 
scritto  :  «Non  è  affatto  sragionevole  che  i  ricchi  contribuiscano 
alle  spese  dello  Stato,  non  solo  in  proporzione  del  loro  reddit©, 
ma  anche  al  di  là  di  questa  proporzione».  Queste  parole  lo  di- 
mostrerebbero più  propenso  al  sistema  progressivo  che  al  pro- 
porzionale; ma  è  anche  vero  che  in  altri  luoghi  del  trattato  egli 
discorre  della  proporzionalità  con  tanta  recisione  che  il  ritener- 
lo fautore  della  progressione,  come  vuole  il  Say,  è  per  lo  meno 
azzardato.  Fra  i  filosofi  e  gli  economisti  maggiormente  favore- 
voli alla  progressività  vanno  annoverati  Rousseau,  Saint  Pierre, 
Condorcet,    Fonteyrand,   J.  B.  Say,    Rossi,  Garnier,  Wagner, 


ziarsi  la  plebe,  e,  cacciati  ch'essi  furono,  continuò  ed  essere  percepita  tra 
il  149^  e  il  1530  durante  la  Repubblica,  ora  in  forma  di  prestito  forzato, 
or  di  imposta  democratica.  Tornati  i  Medici  (1530)  essa  fu  abbandonata, 
tinche  Cosimo  III  la  fece  risorgere  sotto  diverso  nome  nel  1710.  Là  «scala 
generale  di  proporzione»  era  un  tributo  progressivo  che  dall'i  %  saUva  al 
20  %  secondo  il  reddito,  da  30  a  100  scudi.  Dopo  a  Firenze  non  si  parlò 
più  di  progressione.  Dicono  alcuni  scrittori  che  Venezia  abbia  avuta  una 
imposta  sul  capitale  con  carattere  progressivo: ma  nulla  vi  è  di  provato:  si 
sa  piuttosto  di  una  imposta  di  capitazione  in  forma  progressiva  introdotta 
senza  fortuna  nel  1539.  Qualche  studioso  riferisce  che  anche  Paolo  IV 
papa  avrebbe  nel  1556- 1558  decretata  un'imposta  progressiva  a  due  sca- 
glioni sul  valore  degli  stabili:  per  quanto  ne  tacciano  gli  storici.  In  Fran- 
cia vi  hanno  decisi  accenni  di  progressività  ai  tempi  di  Carlomagno 
{heribannum  nell'Sos)  ;  imposte  di  classe  graduate  ;  tributi  con  carattere 
nettamente  progressivo  come  la  cinquantième  di  Filippo  il  Bello  (1295)  ; 
imposte  generali  e  progressive  sul  reddito  consentite  dagli  Stati  Gene- 
rali (1355;  1561,  1694)  sino  alla  fine  del  regno  del  Re  Sole;  poi  nulla 
sino  alla  Rivoluzione,  durante  la  quale  qualche  applicazione  della  pro- 
gressività vi  fu,  per  quanto  vi  sian  stati  più  discorsi  e  progetti  che  fatti  ». 
Per  queste  notizie  confronta  sovra  tutto  M  a  s  è  -  D  a  r  i  :  U imposta  Pro- 
gressiva, Torino  1897:  pp.  1-93.  Questo  stesso  autore  può  essere  util- 
mente consultato  per  quanto  riguarda  1'  Inghilterra,  la  Germania,  la 
Svizzera,  l'Austria,  la  Russia,  la  Finlandia  etc.  In  Inghilterra  il  primo 
e  più  lontano  esempio  di  imposta  progressiva  sul  reddito  risale  al  1435: 
esistevano  prima,  sin  dal  1379,  le  graduated  poli  taxes,  capitazioni  gra- 
duate, le  quali  però  finirono  sempre  col  cadere  sui  poveri.  Confronta  su 
quanto  precede  sempre  utilmente  anche  S  e  1  i  g  m  a  n  :  Uimpòt  Pro- 
gressi/ en  Theorie  et  en  Pratique.  Paris,  1909,  pp.  9-125.  Seligman 
però  aderisce  anch'egli  all'opinione  che  la  èiacpopà  di  Salone  fosse  un'im- 
posta progressiva;  il  che  non    pare    provato. 


314  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO   II. 

Walker,  Schàffle,  Neumann,  Mamiani,  e  gran  numero  di  teo- 
rici tedeschi  olandesi  e  italiani*.  Anzi  ora  si  può  dire  che  il  mag- 
gior numero  sia  favorevole  alla  progressività.  Ma  grande  invece 
fu  nel  passato  l'avversione  di  molti  autori  per  ogni  forma  di 
progressività  :  Mill,  d'ordinario  così  temperalo,  parlava  di 
furto  graduato  ;  Wolowski  di  principio  distruttivo  e  funesto  ; 
Proudhon  di  joujou  démocratique,  ecc.  E  ciò  senza  parlare  di 
Thiers,  politico  celebre  ma  economista  assai  mediocre,  che 
affermava  la  progressività  essere  un  ributtante  arbitrio,  che 
costituiva  un  attentato  alla  proprietà  f . 

Abbiamo   citato   queste  testimonianza  contrarie  o  favorevoli. 


*  Tra  gli  scrittori  italiani  favorevoli  alla  progressività  si  cita  qualche 
volta  Nicolò  Machiavelli  e  come  tale  lo  ricorda,  ad  esempio 
il  Loria  {Studi  suW imposta  Progressiva,  in  Verso  la  Giustizia  sociale, 
Milano  1904,  pag.  384)  ;  mentre  il  segretario  Fiorentino  se  fu  fautore  di 
un'imposta  generale  sul  patrimonio  la  volle  proporzionale  e  non  progres- 
siva (Discorsi  sulla  Prima  Dee.  I,  55).  Vero  è  che  il  Machiavelli  riteneva 
condizione  indispensabile  a  tale  impostala  massima  eguaglianza  di  fortu- 
na fra  i  cittadini-,eguaglianza  che  si  sarebbe  potuta  ottenere  coli' ammazsa- 
meiìto  di  coloro  la  cui  fortuna  e  la  cui  potenza  superano  il  limite  dell'egua- 
glianza. Né  fu  favorevole  per  conto  suo,  alla  progressività  il  Guicciar- 
dini :  egli  si  limitò  a  esporre  le  ragioni  che  militano  a  favore  della  pro- 
gressività e  della  proporzionalità  in  due  discorsi  sulla  Decima  Scalata  di 
Firenze  che  sono  ancora  un  modello  di  acume  e  di  precisione  {Opere  Ine- 
dite Voi.  X  Firenze  1867,  pp.  355-378).  Quanto  al  Boterò,  che  ad  alcu- 
no pare  seguace  della  progressività,  è  a  notare  che  egli,  nella  sua  Ragion  di 
Stato,  discorre  d'imposte  accogliendo  in  massima  le  idee  del  B  o  d  i  n 
fermandosi  a  dimostrare  che  devano  necessariamente  prevalere  le  imposte 
reali  sulle  personali  :  «Non  si  debbono  tassare  se  non  gli  stabili  (scrive 
Boterò  {Ragion  di  Stato  Venezia  1589,  pag  185)  e  l'aver  voluto  tassare 
i  mobili  alterò  tuttala  Fiandra  contro  il  Duca  di  Alba».  Su  ciò  confronta 
RiccaSalerno:  Storia  delle  Dottrine  Finanziarie  in  Italia,  II  Edizio- 
ne, Palermo  1896.  Confronta  anche  S  el  i  g  m  a  n  ,  L' impót  p.  131-132 
e  Masé-Darip.  273-242.  S  eli  g  man  dà  grande  importanza  alle 
discussioni  del   Guicciardini. 

t  Oramai  nessuno  più  parla  di  tal  giiisa  e  la  questione,  entrando  nel 
campo  pratico  ha  perduto  l'antica  asprezza.  E  gli  argomenti  di  Thiers 
non  sono  presi  in  considerazione  da  nessun  toerico  serio.  Questo  scrittore 
avea  in  materia  finanziaria  idee  così  confuse  che  credeva  l'imposta 
avesse  pour  tendance  essentielle  et  utile  de  se  diversifier  à  Vinfini  e  basava 
tutto  il  suo  sistema  su  una  costruzione  banale  di  diffusion  de  V  impót,  la 
quale  bastava  a  spiegar  tutto. 


CAP.   Vili.]  OBIEZIONI   DELLA   PROGRESSIVITÀ  3I5 

non  perchè  i  nomi  degli  autori  possano  in  materia  simile  avere 
grande  importanza,  la  scienza  avendo  carattere  impersonale  e 
le  verità  scientifiche  essendo  sempre  tali,  da  chiunque  sostenu- 
te :  ma  per  dimostrare  appunto  come  l'accordo  non  si  possa 
mai  forse  raggiungere  nelle  questioni  che  interessano  da  vicino 
la  nostra  esistenza  pratica. 

Si  può  ammettere  senza  difficoltà  che  l'imposta  proporzionale 
sia  stata  per  un  lungo  periodo,  almeno  come  base  dei  diversi 
sistemi  tributari,  la  regola  :  perchè  si  vorrebbe  mutarla  ?  Le 
ragioni  sono  molteplici  :  alcuni  vorrebbero,  perchè  sono  convinti 
che  solo  con  la  progressione  si  possono  attutire  gli  urti  più  gravi 
nella  disuguaglianza  della  ricchezza.  Sono  i  loro  argomenti 
gravi,  ma  non  decisivi.  Altri  vorrebbero,  perchè  ritengono  e 
non  a  torto,  che  i  redditi  minori  siano  colpiti  più  che  i  mag- 
giori dalle  imposte  indirette  :  la  progressione  sarebbe  in  questo 
caso  una  correzione,  o  una  compensazione,  se  meglio  piace. 
Altri  vede  più  a  fondo  la  questione,  come  si  può  chiedere  e  si 
deve  pretendere  in  materia  simile  :  e  allora  non  limita  la  difesa 
a  fatti  esteriori.  Non  è  vero  forse,  si  dice  ,  che  la  ricchezza  è 
di  sua  natura  tale  che  a  misura  che  noi  ne  disponiamo  in  mag- 
giore misura  essa  ha  per  noi  una  utilità  finale  minore  ?  Non  è 
vero  che  né  la  capacità  contributiva,  ne  la  eguaglianza  di  sa- 
crifizio sono  rispettate  quando  si  pretende  che  ricchi  e  poveri 
paghino  nella  stessa  misura  ?  Queste  domande  non  mancano  di 
gravità,  né  è  facile  rispondere  negativamente. 

118.  Ma  molti  autori  oppongono  a  ogni  discussione  su  que- 
sta materia  una  specie  di  fin  de  non  recevoir,  che  a  sua  volta  non 
manca  di  creare  imbarazzo  :  oppongono  senza  molti  riguardi  che 
la  progressività  sia  contraria  allo  sviluppo  della  produzione  ; 
che  sia  arbitraria;  che  sia  antigiuridica;  che  sia  impraticabile 
ecc.  Si  può  continuare  la  enumerazione  :  ma  è  forse  inutile.  La 
giumenta  di  Orlando  aveva  tutti  i  pregi  e  un  solo  difetto:  era 
morta.  Se  la  progressività  avesse  uno  solo  dei  difetti  accennati 
si  potrebbe  fare  a  meno  di  enumerare  i  vantaggi. 

Invece,  in  questo  fin  de  non  recevoir  così  reciso  vi  è  spesso 
una  specie  di  prevenzione,  che  oramai  è  ingiustificabile.  Dal 
punto  di  vista  nettamente  economico  le  indagini  fatte  finora 
non  autorizzano  in  alcuna  guisa  a  preferire  nelle  imposte  dirette 


31 6  SCIENZA    DELLE    FINANZE  ^LIBRO   II 

personali  e  in  quelle  di  successione  il  saggio  proporzionale  al 
saggio  progressivo  :  la  preferenza  può  essere  determinata  piut- 
tosto da  ragioni  di  convenienza  pratica  e  corrisponde  a  speciali 
forme  di  distribuzione. 

Si  cita  sempre  una  obiezione  di  Stuart  Mill,  che  sembra  de- 
cisiva; ma  che  ha  un  valore  mediocre.  Questo  scrittore  ha  detto 
che  in  una  pubblica  sottoscrizione  nella  quale  tutti  siano  inte- 
ressati, si  considera  che  ciascuno  abbia  fatto  il  suo  dovere  se 
ha  sottoscritto  secondo  i  suoi  mezzi,  cioè  fatto  un  sacrifizio 
eguale  per  il  bene  comune.  Lo  stesso  principio  deve  essere  ap- 
plicato alle  contribuzioni  forzate  ed  è  inutile  di  cercare  una 
base  più  ingegnosa*.  Ora  questa  obbiezione,  che  ha  l'aria  di 
esser  decisiva,  non  ha  alcun  potere  di  persuasione.  In  una 
pubblica  sottoscrizione  non  concorrerebbero  i  più  poveri;  e  in 
ogni  caso  un  uomo  ricco  e  senza  figliuoli,  che  possedendo  un 
milione  di  reddito  desse  looo  lire,  farebbe  a  giudizio  unanime 
assai  meno  il  suo  dovere  di  un  salariato  con  numerosa  prole, 
che  avendo  looo  lire  di  reddito  contribuisse  con  ,una  lira.  Anzi 
la  teoria  della  eguaglianza  di  sacrifizio,  messa  da  Mill  a  base 
della  imposta,  mena  direttamente  alla  progressività.  Infatti,  vi 
è  una  parte  del  reddito  di  ogni  famiglia  che  deve  considerarsi 
come  indispensabile  alla  esistenza:  gli  aumenti  successivi  invece 
non  corrispondono  a  bisogni  urgenti  finché  si  raggiunge  un 
limite  in  cui  ogni  aumento  risponde  a  bisogni  superflui.  Or 
colpire  tutti  i  redditi  con  tasso  uniforme  significa  indurre  i  cit- 
tadini a  sopportare  sacrifizi  inversamente  diseguali. 

La  progressività  della  imposta  è  stata  nei  secoli  decorsi  usata 
assai  male,  come  strumento  di  vendette  politiche,  sopra  tutto 
nei  piccoli  stati  e  nel  prevalere  di  fazioni  popolari.  Quindi  ri- 
mane contro  di  essa  un  senso  di  prevenzione:  e  qualche  volta 
si  combatte  in  un  nome  della  giustizia  ciò  che  non  solo  è  giusto, 
ma  risponde  ai  nostri  stessi  sentimenti!.  Ma  quali  sono  i  più 
gravi  argomenti  invocati  contro  ogni  forma    di  progressività  ? 

*  J.  S.  Mill:  Frinciples,  V,  2. 

t  Bisogna  dire  della  giustizia  ciò  che  Montaigne  dice  della  gloria  :  —  Il 
y  a  le  nom  et  la  chose  ;  le  nom  c'est  une  voix  qui  remarque  et  signifie  la 
chose  ;  le  nom,  ce  n'est  pas  une  partie  de  la  chose,  ny  de  la  substance; 
c'est  une  pièce  etrangière  joincte  à  la  chose  et  hors  d'elle. 


L'Ai',    vili.]  OfetisZlONi    bELLA    PROGRESSivttÀ  ^X^f 

La  progressività,  si  dice,  è  contraria  allo  sviluppo  della  pro- 
duzione ;  su  quest'ultima  agisce  infatti  come  un  principio  di  uti- 
lità decrescente.  Se  aumenta  il  reddito  lordo  di  ogni  proprie- 
tario o  imprenditore  non  aumenta  in  pari  proporzione  l'utile 
netto.  Se  la  progressività  agisse  dannosamente  sulla  produzione 
bisognerebbe  respingerla  senz'altro  :  niente  più  interessando 
all'umanità,  anche  nella  parte  sua  ricca  e  più  colta,  che  lo  svi- 
luppo della  produzione.  Ma  non  è  cosi. 

Quando  si  dice  che  la  maggiore  operosità,  la  maggiore  attività 
verrebbe  colpita  anche  di  più  e  si  teme  che  la  progressività  agisca 
come  una  forza  limitatrice  delle  intraprese  industriali,  non  si 
tien  conto  che  non  si  tratta  già  delle  applicazioni  pratiche  di 
aliquote  enormi,  tali  da  scoraggiare  la  produzione,  ma  sempli- 
cemente di  aliquote  progressivamente  più  elevate. 

Che  la  produzione  scoraggi  il  produttore,  come  tanti  han  detto 
e  ripetuto,  è  cosa  che  dipende  sempre  dalla  entità  e  dalla  gra- 
vità delle  aliquote.  Un  paese  che  abbia  col  metodo  proporzionale 
aliquote  del  25%scoraggirà  la  produzione  ben  più  che  un  paese 
in  cui  le  aliquote  progressive  più  alte  non  sorpassino  il  20. 

La  progressività,  secondo  alcuni,  secondo  molti,  ha  per  effetto 
di  assorbire  il  reddito;  q^\2Xq)ì\q  volta  si  dice  perfino  di  zw^accofré? 
il  capitale. 

Se  anche,  si  osserva,  la  progressione  cresca  tenuemente,  come 
per  esempio  di  0,50  per  ogni  1,000  lire,  arriverà  un  punto  in 
cui  assorbirà  tutto  il  reddito  e  intaccherà  il  capitale.  Non  occorre 
avere  competenza  matematica  per  capir  ciò.  Man  mano  si  sale, 
la  progressione  deve  scoraggire  ogni  formazione  ulteriore  di 
ricchezza  :  e  oltre  un  certo  hmite  deve  assorbire  tutto  il  reddito. 
È  una  obbiezione  di  carattere  pratico,  più  che  di  carattere  teo- 
rico. Ma  è  evidente,  e  lo  dimostrano  tutti  i  sistemi  d' imposi- 
zione progressiva,  che  nell 'applicare  la  progressività  si  seguono 
norme  che  evitano  il  pericolo  dell'assorbimento  del  reddito.  I 
finanzieri  pratici  trovano  facilmente,  e  l'han  trovato  tante  volte, 
il  modo  di  fare  che  una  misura  giusta  e  conveniente  impedisca 
quei  mali  che  si  temono. 

Ma  nelle  istituzioni  umane  si  tollera  più  la  durezza  che  l'ar- 
bitrio, più  la  severità  che  l'abuso:  è  opinione  comune  che  la  pro- 
gressività sia  arhi/mria  e  quindi  antigiuridica.    Dove  si  fermerà 


^ÌÈ  SCIÈNZA  dèlLe  FikÀNzÈ  [Lifeko  it. 

la  progressione  ?  Non  sarà  come  nel  passato  a  Firenze,  ove  la 
decima  scalata,  la  progressione  del  tempo,  serviva  piuttosto  agli 
uni  per  dare  la  scalata  al  governo  o  agli  altri  per  restarvi,  per 
fare  vendette  o  per  atterrare  gli  avversarli  o,  come  fecero  i 
Medici,  per  abbassare  la  potenza  dei  ricchi  e  dei  nobili?*. 
Ora  l'arbitrarietà  non  esiste,  altrimenti  bisognerebbe  mettere 
per  logica  un  ordine  naturale  delle  imposte.  Forse  non  è  ar- 
bitraria la  proporzionalità  ?  Vi  è  un  limite  logico,  o  scientifico 
il  quale  dica  che  la  proporzione  deva  essere  uno,  o  cinque,  o 
quindici  o  venti  per  cento  ?  E  se  è  fissato  appunto  il  Umite 
massimo  della  progressività  in  una  imposizione  del  quindici 
per  cento,  chi  può  dire  che  sia  antigiuridico  o  ingiusto  che  i 
redditi  minori  paghino  uno,  i  medi  cinque,  i  massimi  quindici 
per  cento  ?  Perchè  ciò  è  più  ingiusto,  è  più  antigiuridico,  che 
se  tutti,  ricchi  e  poveri  pagassero  dieci  e  il  povero  dovesse  su 
una  entrata  media  annuale  di  famiglia  di  appena  cinquecento 
lire  togliere  cinquanta  lire  che  sono  il  pane,  la  vita  stessa  ?  Men- 
tre per  chi  ha  centomila  lire  di  reddito  anche  saggi  più  alti  non 
modificano  sostanzialmente  le  condizioni  di  esistenza.  Appunto 
perchè  nella  nostra  società  si  tende  con  ogni  sforzo  verso  la 
uniformità  della  imposta,  occorre  che  il  sacrifizio  dei  contri- 
buenti sia  eguale  e  quindi  si  tenga  conto  delle  condizioni  sog- 
gettive  di   ciascuno. 

L'imposta  progressiva,  si  afferma  inoltre,  non  è  mai  stata  pra- 
ticata ed  è  impraticabile;  la  prima  cosa  è  vera  solo  se  si  riferisce 
al  complesso  dei  vari  sistemi  tributari,  la  seconda  non  è  vera 
affatto  ;  in  ogni  caso  i  due  termini  non  sono  in  rapporto  fra  di 
loro.  Certo  non  esiste  nei  tempi  moderni  alcuno  esempio  di  un 
paese  che  abbia  applicato  tutte  la  sue  imposte  nessuna  esclusa 
con  metodo  progressivo.  Le  imposte  indirette  sui  consumi  non 
si  prestano  alla  progressione:  le  imposte  dirette  reali  si  prestano 
poco,  perchè  si  rischia  di  colpire  ingiustamente,  non  tenendo 
conto  della  situazione  personale  dei  contribuenti*.  Non  si  tratta 


*  La  decima  scalata  acquistò  un  carattere  a  dir  così  socialista  coi  Medici, 
Dal  1471  al  1494,  anno  della  loro  cacciata,  i  Medici  sottrassero  ai  cittadini 
con  le  decime  graduate  circa  6.426.724  fiorini,  pari  a  quasi  640  milioni  di 
oggi  —  Cfr.  M  a  s  è  D  a  r  i  :  L'imposta  etc,  pp.  65-66. 


CAP.   Vìii,]  BASE   DfeLLÀ   PROGRESSlVltÀ  ^ÌOi 

che  delle  grandi  imposte  dirette  personali,  le  quali  in  passato  o 
non  esistevano  o  dati  i  mezzi  di  accertamento  e  lo  sviluppo  della 
società  in  cui  venivano  applicate,  erano  assai  arbitrarie.  D'al- 
tra parte  la  società  così  com'è  ora,  è  storicamente  un  fatto  nuo- 
vo :  alcune  nazioni  di  Europa  hanno  da  sole  più  abitanti  che 
non  avesse  il  mondo  conosciuto  dai  romani.  Esistono  lotte  so- 
ciali :  non  lotte  fra  ricchi  e  poveri  sotto  forma  di  fazioni.  I  mez- 
zi di  accertamento  e  di  valutazione  dei  patrimoni  individuali 
sono  facili.  Non  si  tratta  più  di  affidare  intere  province,  messe 
a  molti  giorni  o  a  mesi  di  distanza,  all'arbitrio  di  un  percettore 
delle  imposte.  Si  calcola  agevolmente  l'ammontare  della  ric- 
chezza privata  ;  si  conoscono  i  patrimoni  maggiori  ;  si  classi- 
ficano persino  la  famiglie  secondo  i  redditi.  La  statistica  fa  tut- 
to ciò  a  bastanza  abilmente  :  quindi  l'esempio  del  passato  non 
ha  valore  decisivo  e  né  meno  assai  grande.  Ma  perchè  allora 
la  progressività  sarebbe  impraticabile  sotto  ogni  forma  e  in  tut- 
te le  imposte  ? 

Perchè,  si  dice,  la  progressività  scoraggia  il  risparmio  e  co- 
stringe il  capitale  ad  emigrare.  Che  la  progressività  scoraggi  la 
formazione  del  risparmio  non  è  punto  vero,  se  le  aliquote  più 
elevate  non  sono  tali  da  assorbire  o  minacciare  il  reddito.  Anche 
dato  il  sistema  proporzionale,  le  aliquote  molto  elevate  scorag- 
giano il  risparmio.  Non  è  dunque  la  distribuzione  della  imposta, 
secondo  proporzione  o  progressione,  che  scoraggi  il  risparmio, 
ma  semplicemente  l'altezza  dei  saggi.  D'altronde,  ammesse 
anche  in  pratica  aliquote  relativamente  elevate  per  redditi  mol- 
to elevati,  se  queste  non  sono  tali  da  rendere  svantaggiosa  la 
speculazione  o  inutile  il  risparmio  (e  nulla  si  può  dire  in  linea 
assoluta,  tutto  dipendendo  da  condizioni  mutabilissime),  la 
progressività  non  agirà  in  nessun  modo  come  prevedono  i  suoi 
avversari.  D'altra  parte  nelle  nostre  società  il  risparmio  avvie- 
ne in  proporzioni  assai  maggiori  che  non  sia  mai  avvenuto  : 

*  La  progressione  è  applicata  alla  imposta  fondiaria  nella  Nuova  Zelan- 
da {Land  and  Incoine  Assessment  Ad  dell'S  settembre  1891);  e  nello  Stato 
di  Oklaoma  (Stati  Uniti  di  America)  dal  maggio  1908.  Neil'  Australia, 
a  Victoria,  sono  colpite  le  proprietà  fondiarie  il  cui  valore  supera  le  2.500 
sterline  ;  nella  Nuova  Galles  del  Sud,  nell'Australia  del  Sud,  e  nelIaXasma- 
nia  sono  colpite  progressivamente  le  terre  non  coltivate. 


320  -.c\f\7.A  nittj.T-  MKAS^/i  Librò  ti. 

l'accumulazione  del  capitale,  principalmente  nei  paesi  più  ric- 
chi, è  quasi  automatica. 

L  idea  banale  che  il  capitale  colpito  progressivamente  tenda 
a  emigrare,  si  confuta  facilmente.  Tutte  le  volte  che  una  cosa 
che  non  si  voleva  è  stata  fatta,  si  è  detto  sempre  che  il  capitale 
sarebbe  fuggito.  Sarebbe  fuggito  se  si  fossero  impedite  le  forme 
di  sfruttamento  delle  classi  operaie,  mediante  una  buona  legi- 
slazione delle  fabbriche  :  sarebbe  fuggito  se  le  speculazioni  di 
borsa  fossero  state  frenate  in  ciò  che  hanno  di  più  immorale; 
sarebbe  fuggito  se  si  fosse  attaccato  all'industria  il  grave  peso 
dell'assicurazione  obbligatoria.  Molti  stati  han  fatto  tutte  que- 
ste cose  e  il  capitale  non  è  fuggito  ;  anzi  il  suo  accrescimento  è 
avvenuto  rapidamente.  La  mobilità  del  capitale  è  meno  grande 
che  non  si  creda  ;  e  in  ogni  modo  questa  obbiezione,  come  la 
precedente,  non  riguarda  già  il  metodo  d'imposizione,  ma  l'al- 
tezza dei  saggi.  Ecco  il  caso  della  Prussia  :  quante  volte  il  ca- 
pitale dovea  fuggire  !  Dovea  con  la  legislazione  delle  fabbriche 
e  con  le  assicurazioni  obbligatorie  :  peso  assai  rude  per  le  in- 
dustrie ;  dovea  fuggire,  dato  l'ordinamento  militare  del  paese 
(e  ne  è  stata  più  volte  segnalata  imminente  la  fuga)  e  per  la 
legislazione  delle  borse  e  per  i  criteri  progressivi  adottati  alla 
imposizione  diretta*  ecc.  Dovea  per  tante  altre  cose  ancora. 
E  pure  la  capitalizzazione  annuale  della  Prussia  aumentava  ogni 
giorno;  edera  grande.  Il  capitale  come  i  coristi  di  teatro  annunzia 
molto  spesso  la  partenza;  ma  anche  quando  parte  si  sa  bene  che 
rimane  a  poca  distanza.  Si  citano  sempre  i  casi  di  qualche  Can- 
tone svizzero,  dove  in  conseguenza  di  imposte  progressive  mol- 
ti capitali  sono  emigrati,  la  Svizzera  è  troppo  piccola  per  es- 
sere confrontata  a  un  paese  grande  :  ma  sopra  tutto  i  suoi  Can- 
toni sono  qualche  volta  unità  di  popolazione  quasi  invisibili. 
Vi  sono  Cantoni  che  hanno  meno  di  14  mila  abitanti:  uno  solo 
passa  mezzo  milione  di  abitanti.  Il  cantone  di  Vaud,  che  da 
più  antico  tempo  ha  applicato  la  progressività   (tante   volte 

*  La  legislazione  sulle  borse  senza  dubbio  determinò  in  principio  una 
fuga  del  capitale  mobile  di  speculazione  dalla  Germania,  con  danno 
degli  industriali  e  degli  agricoltori,  ma  in  pratica  la  tolleranza  in  mate- 
ria di  contratti  a  termine  ha  riparato  subito  ai  primi  risultati  della  le- 
gislazione. 


CAP.    Vlir.l  BASE    DELLA    PROGRESSIVITÀ  321 

inutilmente  citato)  avea  303.139  abitanti  al  1907  su  un  terri- 
torio di  3253  Kil.  q.  Ebbene  una  imposta  progressiva  in  un  pae- 
se simile,  dove  tutti  si  conoscono,  dove  è  singolarmente  noio- 
so far  sapere  il  patrimonio  proprio  a  tutti  (le  piccole  colletti- 
vità, principalmente  se  democratiche,  soffrono  più  fortemente 
la  gelosia)  che  imbarazzi  deve  portare!  che  noja  deve  essere  ogni 
inquisizione!  E  in  compenso  che  cosa  costa  percorrere  io  o  15  chi- 
lometri e  andare  ad  abitare  in  un  paese  vicino,  cioè  in  un  altro 
Cantone  dove  si  paga  un  poco  meno  e  vi  sono  gli  stessi  vantaggi? 
E  a  pochi  chilometri  vi  è  un'altra  legge  d'imposta  speciale.  Mol- 
to probabilmente  se  a  Pavia  vi  fosse  una  imposta  speciale  molto 
inquisitiva,  i  cittadini  più  ricchi  preferirebbero  stare  a  Mila- 
no. Ben  diverso  è  il  caso  di  imposte  generali  applicate  in  grandi 
unità  territoriali.  D'altra  parte,  quando  si  pensi  che  quasi  tutti 
gli  stati  maggiori  della  Germania,  l'Inghilterra,  l'Austria,  hanno 
imposte  progressive,  come  quasi  tutti  i  grandi  stati  hanno  una 
legislazione  delle  fabbriche,  appare  evidente  che  la  fuga  del 
capitale  è  impossibile.  Nella  medesima  Svizzera,  osserva  il 
Seligman  «  la  prosperità  nazionale  si  sviluppa,  i  capitali  aumen- 
tano ;  mentre  in  Australia  dove  la  progressione  è  applicata 
anche  alle  imposte  reali,  la  proprietà  privata,  non  è  indebolita  e 
i  capitali  non  sono  stati  scacciati  ». 

Infine  in  alcuni  paesi  si  oppone  che  l'imposta  progressiva  è 
contraria  a  leggi  statutarie  fondamentali:  è  un'obbiezione  con- 
tingente e  di  gravità  non  grande.  In  Italia,  per  esempio,  l'ar- 
ticolo 25  dello  Statuto  dice  che  tutti  i  cittadini  contribuiscono 
indistintamente,  nella  proporzione  dei  loro  averi,  ai  carichi  dello 
Stato.  Ma  in  materia  di  diritto  pubblico  quante  disposizioni  sono 
cadute  in  desuetudine  !  Nello  stesso  statuto  italiano  l'articolo 
28  prescrive  che  le  bibbie,  i  catechismi,  i  libri  liturgici  e  di  pre- 
ghiera, non  potranno  essere  stampati  senza  il  preventivo  per- 
messo del  vescovo.  Invece  sono  stati  stampati  sempre  senza 
alcun  permesso  del  vescovo,  e  quell'articolo  non  è  stato  mai 
applicato*.  In  Inghilterra  esempi  di  tale  natura  sono  anche  più 


*  E  non  è  il  solo  articolo  28  andato  in  desuetudine  !  Son  caduti  l'art. 18 
per  effetto  della  legge  delle  guarentigie;  l'art.  40  suU'obbligo  del  giuramento, 
Nitti.  21 


322  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO  II. 

frequeilti.  D'altra  parte  ciò  che  è  stato  stabilito  con  una  legge 
sia  pure  fondamentale  si  può  con  un'  altra  abrogare  :  occorre 
solo  sapere  se  la  mutazione  sia  vantaggiosa  e  giustificabile. 

In  conclusione,  dunque,  non  esiste  alcuna  ragione,  per  cui  la 
progressività  deva  essere  condannata  in  precedenza  :  né  alcuna 
perchè  sia  accolta,  come  dicevamo,  con  un  fin  de  non  recevoìr 
ingiustificabile. 

Noi  consideriamo  invece  la  progressività  e  la  proporzionalità 
non  già  come  due  metodi  di  cui  l'uno  escluda  l'altro  e  che  im- 
pongano quindi  all'osservatore  di  decidersi  per  uno  dei  due, 
ma  piuttosto  come  due  metodi  che  si  completino  a  vicenda. 
Le  imposte  sui  consumi  devono  essere  per  necessità  proporzio- 
nali ;  e  le  imposte  dirette  reali,  che  potrebbero  essere  arbitrarie 
se  progressive  è  bene  che  siano  anch'  esse  proporzionali. 
Ma  preferire  la  progressività  nelle  imposte  dirette  personali  può 
dipendere  da  criteri  di  politica  e  di  legislazione  finanziaria,  la 
cui  opportunità  può  essere  consigliata  solo  da  circostanze 
particolari.  I  sistemi  tributari  sono  il  risultato  di  condizioni 
storiche  e  ciascuno  risponde  a  una  situazione  differente.  La 
distribuzione  della  ricchezza,  la  forma  che  la  tassazione  assume 
nel  suo  complesso,  possono  solo  giustificare  la  proporzionalità 
e  la  progressività,  che  non  sono  né  l'uno  né  l'altro  metodi  con- 
dannevoli  in  via  assoluta. 

119.  Noi  abbiamo  visto  per  quali  ragioni  si  possa  e  si  deva 
non  accogliere  nessuno  di  quelli  che  alcuni  economisti  conside- 
rano come  i  vizi  redibitori  della  progressività.  Ciò  non  significa 
che  si  deva  accoglierla  come  base  generale  del  sistema  tributa- 
rio, forse  né  meno  che  si  possa.  Che  cosa  dunque  può  giustificar- 
ne la  introduzione,  o  per  dir  meglio,  poiché  nessuna  scienza  può 
aver  per  scopo  di  giustificare  alcuna  cosa,  ma  piuttosto  di  spie- 
gare :  che  cosa  spiega  la  introduzione  del  metodo  di  progres- 
sività da  parte  di  molti  stati  ? 

Le  ragioni  per  cui  la  progressività  viene  introdotta  sono  mol- 
teplici ;  prevalgono  ragioni  pratiche  (compensazione) ,  o  socia- 
dentro  due  mesi,  dei  deputati;  l'art.  53  sulla  maggioranza  assoluta  nelle 
votazioni;  l'art.  62  sull'uso  della  lingua  francese;  l'art.  76  sulla  milizia 
comunale  ;  e  parecchi  altri  articoli. 


CAP.   Vili.]  BASE   DELLA   PROGRESSIVITÀ  323 

li,  o  economiche*.  Alcuni  la  desiderano  sempre  per  una  ragione 
pratica  :  a  scopo  di  compensazione.  Non  è  una  spiegazione  scien- 
tifica del  fatto:  ma  né  meno  è  una  spiegazione  da  trascurare. 
Le  imposte  indirette,  che  sono  la  base  dei  bilanci  odierni,  che 
sono  a  dirittura  la  quasi  totalità  di  alcuni  bilanci,  colpiscono 
senza  dubbio  in  proporzione  assai  maggiore  i  redditi  minori. 
La  imposta  sul  sale,  per  esempio,  colpisce  più  i  poveri  che  i 
ricchi,  più  le  famiglie  numerose  che  quelle  poco  numerose.  Una 
famiglia  di  contadini  paga  spesso  quanto  una  famigha  di  milio- 
nari. Tutte  le  imposte  indirette  che  colpiscono  generi  di  prima 
necessità  o  almeno  di  largo  consumo  operano  presso  a  poco 
allo  stesso  modo.  Le  imposte  dirette  reali  non  possono  essere 
un  correttivo:  qualche  volte  anzi  aggravano  il  male. 

Ora  con  imposte  personali  progressive  si  può  bene  correggere 
le  disuguaglianze,  o  per  dir  meglio  le  ingiustizie  più  stridenti. 
Gli  economisti  trovano  questa  spiegazione  della  progressività 
un  poco  banale,  poiché  piuttosto  che  risalire  ad  alcun  principio, 
risale  a  una  circostanza  di  fatto.  Pure  la  loro  maraviglia  é  im 


*  S  e  1  i  g  m  a  n,  nel  libro  più  volte  citato,  sottopone  a  minuto  e  dotto 
esame  le  idee  degli  scrittori  che  in  vario  senso  hanno  sostenuto  il  principio 
della  progressività  e  le  raggruppa  secondo  i  principi  da  cui  partono.  In- 
teressantissimi sono  sopra  tutto  gli  scrittori  olandes  i  :  Pierson,  Treut), 
von  den  Linden,  Bok,  ecc.  che  partendo  appunto  dal  noto  principio,  che 
ogni  dose  successiva  di  ricchezza  ha  un  grado  di  utiUtà  finale  minore  della 
precedente,  ritengono  che  la  eguaglianza  di  sacrifizio  renda  necessario 
ammettere  il  sisteina  progressivo  come  il  solo  giusto.  Sono  state  oggetto  di 
grandi  discussioni  negli  ultimi  anni  le  teorie  di  un  altro  olandese,  Cohen 
Steuart,  il  quale  alla  progressività  ha  cercato  dare  un  solido  fondamento 
dottrinale:  benché  la  sua  pretesa  di  precisione  psicologica  e  matematica 
non  sia  confortata  dai  risultati.  Non  ammettendo  le  conseguenze  della 
teoria  del  grado  di  utilità  finale,  Cohen  Steuart,  con  un  lungo  ragionamento 
matematico,  stabilisce  una  serie  di  aliquote  subordinate,  le  quali,a  seconda 
del  valore  attribuito  all'aliquota  iniziale,  che  serve  come  punto  di  partenza, 
oscillano  tra  un  massimo  e  un  minimo  e  producono  le  combinazioni  di 
serie  di  aliquote  medie,  che  secondo  lo  scrittore  olandese,  danno  un  giu- 
sto sistema  di  distribuzione  del  carico  tributario  e  che,  senza  eccessivo  gia- 
vame,  applicano  il  principio  dell'  eguaglianza  di  sacrifizio  mediante  la 
progressione  o  la  degressione.  Non  è  ora  il  caso  di  entrare  in  particolari 
relativamente  ai  calcoli  e  alle  teorie  del  Cohen  Steuart,  che  sono  state 
ripetutamente  esaminate,  sopra  tutto  in  Italia  dal  Loria.  Confronta 
Sei  ig  man:   L'impót  etc,   pp.    125294. 


324  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO  II. 

poco  ingiustificata  ;  in  questa  materia  sono  i  fatti  che  hanno  la 
più  grande  importanza  e  invocare  un  fatto  innegabile  ed  evi- 
dente non  è  cosa  di  poca  importanza. 

Ma  molti  vanno  più  in  là:  essi  si  propongono  di  dimostrare 
che  occorre  introdurre  la  progressività  per  correggere  le  dise- 
guaglianze più  aspre,  che  esistono  nella  ripartizione  della  ric- 
chezza. Essi  vogliono  in  altri  termini,  che  l'imposta  abbia  una 
funzione' sociale.  E  ciò  che  dice  Wagner:  sono  le  idee  di  Scheel, 
di  von  Sybel,  di  numerosi  scrittori  tedeschi  che  assegnano  al- 
l'imposta una  funzione  etico-sociale  *. 

Queste  ragioni  non  sono  molte  persuasive.  Perchè  l'imposta 
possa  agire  sui  fenomeni  di  distribuzione,  occorre  che  i  saggi 
di  essa  siano  elevatissimi  e  ancora  che  intacchino  vivamente 
la  potenza  di  accrescimento  del  capitale.  È  una  cosa  la  quale 
non  può  esser  fatta  senza  pericolo  e  che  presenta  una  serie  d'in- 
convenienti grandissimi.  Niente  più  si  presta  alla  spoliazione 
quanto  ammettere  teoricamente  che  essa  sia  lecita,  riconoscer- 
la come  un  diritto,  anzi  come  un  dovere.  Date  le  lotte  tra  le 
classi  sociali,  nulla  è  più  pericoloso  che  ammettere  che  una  clas- 
se, perchè  ha  il  potere  politico,  deva  spogliare  le  altre  :  non 
si  può  elevare  a  principio  l'abuso,  tanto  meno  la  violenza. 

Assai  maggiore  importanza  hanno  quelle  spiegazioni,  le  quali 
risalgono  alla  teoria  generale  del  valore  :  e  che  trovano  nella 
progressività  un  fondamento  economico.  È  fuon  di  dubbio  (e 
il  fatto  era  riconosciuto  anche  prima  che  la  scuola  economica 
austriaca  facesse  accettare  la  teoria  del  grado  di  utilità  finale) 
che  le  soddisfazioni  le  quali  derivano  da  ogni  aumento  del  red- 
dito sono  minori  mano  mano  che  si  sale.  Se  è  vero  che  ogni  bene 
posseduto  da  un  individuo  si  decompone,  ed  è  sempre  la  uti- 
lità della  frazione  meno  utile  che  determina  il  valore  di  tutte 

*  Wagner  ritiene  che  la  forma  attuale  di  proprietà  e  le  idee  correnti 
intorno  ad  essa  menino  necessari  aniente  al  sistema  proporzionale.  Chiun- 
que, egli  scrive,  sia  partigiano  della  proprietà  individuale  secondo  l'at- 
tuale organizzazione  della  società,  dev'  essere  partigiano  dell'imposta 
proporzionale  (con  la  facoltà  ^i  migliorarla  quando  sia  possibile)  :  chi 
invece  crede  vi  sia  ragione  di  modificare  il  diritto  di  proprietà,  di  livellare 
le  fortune,  deve  caldeggiare  l'imposta  progressiva  perchè  essa  è  un  ottimo 
strumento  di  riforma  sociale.  Wagner:  Allgemeine  Steuerlehre,  Stut- 
tgart,   1880,    pag.    195-216. 


CAP.    Vili.]  BASE    DELLA    PROGRESSIVITÀ  325 

le  altre,  è  vero  per  conseguenza  che  il  sacrifizio  dei  contribuen- 
ti è  tanto  maggiore  quanto  minore  è  la  loro  ricchezza.  E  anche 
è  vero  che  la  capacità  contributiva  non  è  proporzionale  al  reddito 
ma  aumenta  progressivamente  con  l'aumentare  di  esso.  In  altri 
termini,  chi  abbia  appena  un  reddito  di  i.ooo  lire  se  è  colpito 
da  una  imposta  proporzionale  del  io  per  cento,  sopporta  un 
sacrifizio  assai  più  grande  di  chi  avendo  un  reddito  di  lire  loo 
mila,  paghi  perla  stessa  ragione  io  mila  lire  di  imposte.  Senza 
dubbio  molte  condizioni  particolari  :  il  carattere  delle  perso- 
ne, le  condizioni  di  esistenza,  la  famiglia,  fanno  sì  che  la  valu- 
tazione di  ogni  successivo  aumento  del  reddito  sia  diversa  se- 
condo le  persone.  Ma  ciò,  se  prova  che  gli  aumenti  successivi 
del  reddito  producono  in  persone  differenti  conseguenze  diverse, 
non  prova  già  che  in  via  generale  non  si  debba  ammettere  che 
la  utilità  finale  del  reddito  diminuisca  con  l'aumentare  di  esso. 
Ora  soltanto  l'imposta  progressiva,  la  quale  sottrae  una  quan- 
tità di  ricchezza  più  grande  ai  possessori  dei  redditi  più  ele- 
vati, garentisce  un  eguale  rapporto  dell'utilità  assorbita  dal- 
l'imposta totale  della  ricchezza  *. 

È  evidente  dunque  che,  risalendo  ai  principi  economici  ge- 
nerali, la  progressività  dell'imposta  trova  un  fondamento  soli- 
do :  e  del  pari  è  evidente  che  base  non  meno  solida  ha  nel  fatto 
che  le  imposte  personali  progressive  appaiono  sempre  più  come 
un  utilissimo  completamento  e  un  ottimo  correttivo  delle  im- 
poste indirette. 

Qui  non  vale  né  meno  la  pena  di  accennare  ad  alcune  obiezioni 
di  cui  assai  spesso  si  è  abusato:  una  sopra  tutto  di  Thiers,  che 
viene  sempre  ripetuta  f .  Thiers  diceva  che  se  l'imposta  è  un 
premio  di  assicurazione  che  ciascun  individuo  paga  allo  Stato, 
il  contributo  di  ciascun  cittadino  deve  essere  appunto  propor- 
zionale alla  somma  assicurata  ;  o  nel  caso  d'imposta  il  contri-' 
buto  dei  cittadini  deve  essere  proporzionale  alla  quantità  e  al- 
l'entità dei  diritti  che  lo  Stato  protegge.  Quindi,  chi  ha  la  pro- 
tezione per  cento  paga  uno,  chi  l'ha  per  mille  deve  pagare  in 
proporzione  dieci  e  non  più.  Noi  abbiamo  visto  come  la  teoria, 


•  Cfr.  Sax:  op.  cit.  pag.  52e  seg.  e  Di:  Pi'ugitssiv, 
■t  Thiers;  De  la  pyopriété,  lib,  I V  cap.  III. 


326  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

che  mette  a  base  della  imposta  il  principio  dell'assicurazione, 
non  abbia  in  nessuna  guisa  fondamento  scientifico,  Ma  ammes- 
so pure  che  l'abbia,  l'argomento  di  Thiers  è  fragile.  Nelle  società 
di  assicurazioni  il  premio  non  è  proporzionate  soltanto  all'entità 
della  somma  assicurata,  ma  al  grado  di  probabilità  di  perdita 
e  all'entità  della  perdita  stessa.  Così  le  società  di  assicurazioni, 
quando  assicurano  un  individuo  per  somma  elevata,  a  loro 
volta  si  riassicurano  quasi  sempre  presso  altre  società,  mosse 
dal  desiderio  di  ripartire  il  rischio.  Inoltre  il  premio  annuale  è 
commisurato,  come  si  è  detto,  alle  probabilità  di  perdita. 

Un  individuo  povero,  in  realtà,  in  ogni  mutamento  di  so- 
cietà ha  poco  da  perdere  e  si  può  ben  ritenere  che  poco  gl'impor- 
ti se  un  governo  succeda  ad  un  altro,  una  dominazione  ad  una 
altra.  Non  può  dirsi  la  stessa  cosa  delle  persone  ricche  a  cui  be- 
nefizio, diretto  o  indiretto,  ridondano  gran  parte  dei  servigi  pub- 
blici, e  in  generale  tutte  le  spese  pubbliche.  L'esempio  di  Thiers  è 
dunque  scelto  molto  male  a  proposito  ;  la  qual  cosa  non  è  rara 
dover  notare  in  tutta  l'opera  economica  e  finanziaria  dell'il- 
lustre politico. 

I20.  Mettiamo  da  parte  l'obiezione  che  oltre  un  certo  li- 
mite (oltre  tredici  gradi,  in  alcuni  casi)  l'imposta  progressiva 
assorba  tutto  il  reddito.  Non  è  un'obiezione  seria  :  a  ogni  mo- 
do la  pratica  l'ha  già  ampiamente  chiarita.  Sono  poche  le  le- 
gislazioni moderne  nelle  quali  il  principio  della  progressività 
non  è  penetrato.  In  Inghilterra,  in  Prussia,  in  Olanda,  in  Austria, 
in  Svizzera,  in  America,  in  Australia,  il  metodo  della  pro- 
gressività è  applicato  a  molte  imposte.  Sono  notevoli  sopra  tut- 
to le  riforme  tributarie  in  alcuni  stati  della  Germania.  Impor- 
tantissima la  riforma  compiuta  nel  1896  in  Austria.  Scopo  di 
essa  è  stato  preparare  nelle  imposte  dirette  il  passaggio  della 
imposizione  obiettiva  sul  reddito  alla  imposizione  subbiettiva 
sulla  entrata  e  dalla  imposizione  separata  dei  singoli  redditi 
a  quella  unica  e  generale  sull'entrata. 

Se  non  vi  è  sistema  tributario  che  applichi  la  progressione 
a  tutte  le  imposte,  non  vi  è  si  può  dire,  oggi,  stato  civile  di 
Europa  o  di  America,  al  cui  sistema  tributario  la  progressione 
sia  ignota.  L'Inghilterra  non  aveva  una  vera  imposta  progres- 
siva sul  reddito  {income  tax)  ma  le  riforme  di    Lloyd  George 


CAP.  Vili.]  FORME  DELLA  PROGRESSIVITÀ  327 

mutarono,  nel  igio,  il  carattere  dell'imposta;  che  era  prima  pro- 
porzionale per  i  redditi  superiori  a  700  sterline  (17654  lire)  e  de- 
gressiva  da  questa  cifra  sino  a  quella  di  160  sterline  (quattro- 
mila lire  )  che  segna  il  limite  d'esenzione.  In  Inghilterra  è  pro- 
gressiva l'imposta  sulle  successioni.  L'imposta  sul  reddito 
era  progressiva  in  Prussia,  nel  Baden,  nella  Baviera,  nel  Wurt- 
temberg,  nel  regno  di  Sassonia,  nelle  città  anseatiche  etc:  era- 
no progressive  anche  in  Germania  alcune  imposte  locali;  l'Im- 
pero aveva  dal  1906  un'imposta  progressiva  sulle  successioni 
(eia  avevano  già  il  Baden,  sin  dal  1899,  Amburgo  e  Lubecca 
sin  dal  1903,  Brema  dal  1904,  Anhalt  e  Reuss  dal  1905); 
e  dal  1905  si  cominciava  ad  applicare  un'imposta  progressiva 
sul  plus  valore  dei  terreni  [Wertz  ivachesteuer)  in  varie  città 
(Colonia,  Francoforte  sul  Meno,  Dortmund,  Essen,  Gelsen- 
kirchen,  Hanau,  Liegnitz,  sobborghi  di  Lipsia  e  di  Berlino  ecc.) 
lu  Austria,  era  in  parte  progressiva  l'imposta  sul  reddito  ed  era 
anche  progressiva  l'imposta  supplementare  sui  maggiori  stipendi. 
Nella  Svizzera  l'imposta  progressiva  sul  solo  reddito  o  sul  red- 
dito e  sul  capitale  si  incontra  in  tutti  i  25  Cantoni  :  in  nove 
è  progressiva  quella  sulle  successioni,  e  imposte  progressive 
di  una  qualsiasi  natura  esistono  in  21  Cantoni.  Nel  Belgio 
la  progressività  è  riservata  ad  alcune  imposte  locali.  Anche 
in  Olanda  gli  enti  locali  (Amsterdam,  Terneuzen,  ecc.)  han- 
no imposte  progressive,  ed  è  colà  progressiva  l'imposta  sul  capi- 
tale e  sul  reddito  del  1893.  In  Danimarca  esiste  un'imposta  sul 
reddito,  accoppiata  ad  un'imposta  complementare  sul  patri- 
monio ;  la  prima  è  progressiva  e  la  seconda  è  proporzionale  e 
l'imposta  sul  reddito  presenta  una  specialità  da  ricordare,  in 
quanto  ha  un  minimo  di  esenzione  diverso  secondo  la  na- 
tura del  distretto  :  a  Copenaghen ,  ad  esempio,  il  mini- 
mo di  esenzione  è  di  800  corone  in  città,  di  700  nei  borghi 
e  di  400  nella  campagna.  Nella  Svezia  si  hanno  un'imposta 
progressiva  sul  reddito  e  una  sulle  successioni  come  anche  in 
Norvegia.  In  Francia,  può  avere  carattere  progressivo  la  con- 
tribution  mobilière  (legge  15  luglio  1903)  ed  è  progressiva  l'im- 
posta sulle  successioni.  Neil'  Australasia  l' imposta  sulle  suc- 
cessioni è  progressiva  (Nuova  Galles  del  Sud,  Victoria,  AustraUa 
del  Sud,  Queensland,  Australia  Occidentale,  Tasmania,   Nuova 


328  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO  II. 

Zelanda);  Victoria  ha  un'imposta  fondiaria  progressiva  sulle 
proprietà  il  cui  valore  superi  le  2500  sterline  ;  ha  un'  imposta 
progressiva  fondiaria  al  disopra  del  valore  di  500  sterline  la 
Nuova  Zelanda  :  hanno  imposte  progressive  fondiarie  sui  ter- 
reni non  migliorati  la  Nuova  Galles  del  Sud,  l'Australia  del 
Sud  e  la  Tasmania  ;  vi  è  un'imposta  progressiva  sul  reddito 
a  Victoria,  nel  Queensland,  nell'Australia,  del  Sud,  nella  Tas- 
mania (dove  é  graduata  sul  valore  locativo  delle  abitazioni) , 
nella  Nuova  Zelanda.  Gli  Stati  Uniti  di  America,  non  presen- 
tano che  due  insignificanti  esempi  d'imposta  progressiva  sul 
reddito  :  nella  Carolina  del  Nord  e  nella  Carolina  del  Sud  ;  i 
progetti  di  una  impo.sta  generale  federale  sul  reddito  essendosi 
arrestati  sinora  di  fronte  alla  dichiarata  incostituzionalità  di 
una  imposta  sui  redditi  già  altrimenti  tassati  :  vi  è  un  qualche 
carattere  progressivo  o  degressivo  nelle  imposte  sulle  società 
commerciali  (corporation  taxes)  dei  singoli  Stati  (nella  maggior 
parte  degli  Stati  del  Sud  e  negli  Stati  di  Wisconsin,  Michigan, 
Vermont,  Maryland)  ;  ed  in  tredici  Stati  è  progressiva  1'  impo- 
sta sulle  successioni,  con  progressione  che  in  cinque  Stati  si 
applica  a  tutte  le  classi  di  eredi  (California,  Idaho,  Massachus- 
set,  Minnesota,  Wisconsin);  in  sei  ai  parenti  meno  prossimi  e 
agli  estranei  (Colorado,  Illinois,  Nebraska,  Carolina  del  Nord, 
Oregon,  Dakota  del  Sud)  e  in  due  agli  eredi  in  linea  collaterale 
(Texas  e  W^ashington),  Nel  Canada,  due  provincie  hanno  l'im- 
posta progressiva  sulle  successioni  dal  1892  (Ontario  e  Nuova 
Scozia)  una  terza  (Isola  del  Principe  Edoardo)  la  ha  del  1894  » 
e  più  recentemente  es^a  è  stata  introdotta  in  quelle  di  Nuova 
Brunswick,  di  Manitoba,  di  Quebec,  e  Columbia  brittannica. 
Nel  1904  un  imposta  progressiva  sul  reddito  è  stata  introdotta 
nella  Colonia  del  Capo  di  Buona  Speranza  ;  un  income-tax  pro- 
gressiva esiste  anche,  dal  1904,  nella  Colonia  inglese  di  Saint 
Vincent  (Piccole  Antille,  gruppo  delle  Isole  sopra  Vento),  men- 
tre nelle  Isole  Sottovento  (anche  esse  appartenenti  alle  Pic- 
cole Antille)  vi  è  una  qualche  graduazione  nella  imposta  sul 
reddito.  Nel  Messico  si  ha  una  imposta  leggermente  progressiva 
sul  reddito,  dal  1901.  Nel  Giappone  sono  progressive  la  imposta 
sul  reddito  e  quella  sulle  successioni.  «  Da  quanto  si  vede  — 
nota  il  Seligman   —    risulta  chiaramente  che  la  tendenza  alle 


CAP.    Vili. 


FORME   DELLA   PROGRESSIVITÀ 


329 


imposte  progressive  si  sviluppa  quasi  dovunque  ;  ma  occorre 
ricordare  che  le  principali  applicazioni  del  principio  progres- 
sivo negli  ultimi  anni  si  hanno  nelle  imposte  sulle  successioni, 
che  si  percepiscono  una  volta  tanto,  mentre  in  quanto  riguarda 
le  imposte  sul  reddito  e  sul  capitale,  che  si  percepiscono  ogni 
anno,  la  graduazione  ha  assunto  piuttosto  la  forma  della  de- 
gressione  che  quella  della  progressione  »  *. 

121.  Come  può  essere  applicata  la  progressività  ?  con  qua- 
li temperamenti  ?  secondo  quali  criteri  ? 

Dove  la  progressività  della  imposta  è  stata  applicata,  si  se- 
guono nell'applicazione  criterii  assai  differenti  :  vi  sono  imposte 
progressive  e  degressive,  sistemi  progressivi  con  esenzione  ge- 
nerale del  minimo  di  esistenza,  con  tassi  variabili,  per  categorie, 
con  elemento  imponibile  variabile,  ecc.  **. 

Si  possono  cosi,  per  semplicità,  raggruppare  le  varie  forme 
nelle  quali  la  progressività  è  applicata  : 

I.  Progressione  mediante  esenzione  generale  del  minimo  di 
e  sistema. 1\  contribuente  ha  in  questo  caso  il  diritto  di  dedurre 
dal  suo  reddito  netto,  qualunque  esso  sia,  una  somma  determi- 
nata, 500,  600,  700  franchi  che  rappresentano  un  minimo  ne- 
cessario all'  esistenza.  In  alcuni  cantoni  svizzeri  la  esenzione  è 
limitata  alle  persone  che  hanno  un  reddito  inferiore  a  una  som- 
ma stabilita.  Quando  si  applichi  il  primo  metodo  sopra  tutto, 
si  viene  ad  ottenere  una  forma  tenuissima  di  progressione. 
Supponiamo  4  redditi:  A,  di  looi  franchi,  B,  di  10,000  e  D  di 
1,000,000  di  franchi.  Supponiamo  ora  che  ogni  contribuente 
abbia  il  diritto  di  far  esentare  1,000  franchi  di  reddito  dalla  im- 
posta ;  questa  allora  colpirà  con  lievissima  progressione  i  quat- 
tro redditi  da  noi  indicati.  È  una  progressione  assai  attenuata 
e  di  cui  non  si  può  dire  anzi  che  sia  una  vera  progressione f . 

*  Confronta  su  tutto  ciò:  S  e  li  g  man:  L'impòt  Progressi^,  pp.  58-13.2 
**   De   Cére  n  ville:  Les  impót  en  Suisse,  pag.  3146  seg. 
t  Ciò  è  reso  più  evidente  da  un  esempio  : 


Rapporto  fra 

la  somma 

Somma 

Dedu- 

Somma 

Saggio 

Imposta 

dichiarata  e 

dichiarata 

zione 

colpita 

propor- 
zionale 

pagata 

la  imposta 
pagata 

A. 

I.OOI 

1000 

I 

IO     %        f. 

O.IU 

o.oi  % 

B. 

10.0(^0 

1000 

9.000 

IO      » 

900.— 

9.% 

C. 

lóo.oóo 

1000 

99.000 

IO      » 

9.900— 

9.9% 

D. 

1. 000.000 

1000 

999.000 

IO       » 

99.900.— 

9-99% 

330  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Molti  scrittori  credono  che  questa  forma  di  progressività,  che 
si  trova  in  parte  neìVinconie  tax  inglese  e  in  altre  imposte,  possa 
conciliare  proporzione  e  progressione  e  non  si  rifiutano  di  ac- 
cettarla. De  Foville  calcolava  che  esentando  250  lire  come  mi- 
nimo di  esistenza  per  ciascun  individuo  e  calcolando  una  fa- 
miglia di  sei  persone,  fino  a  1.500  lire,  una  imposta  proporzio- 
nale del  10%  non  colpisce  alcuno,  a  1.750  lire  colpisce  in  pro- 
porzione di  1.42,  a  2.000  di  2.05,  a3.  000  di  5,  a  4  mila  di  6.27. 
a  5  mila  di  7,  a  6,000  di  7.50  ecc.*.  Cosi  vi  può  essere  una  pro- 
gressione che  si  ottiene  mediante  detrazione  di  una  quantità  fissa 
come  mediante  detrazione  di  una  quantità  variabile. 

2.  Progressione  per  gradi,  o  come  si  dice  comunemente 
da  molti  per  scaglioni.  Si  dividono  i  vari  redditi  o  patrimoni 
in  classi  ;  a  ogni  classe  si  assegna  un'aliquota  diversa,  che  au- 
menta con  l'aumentare  del  reddito.  In  ogni  classe  l'aliquota 
rimane  la  stessa  :  per  esempio  da  3  mila  a  4  mila,  da  4  mila  a  5 
mila,  da  5  mila  a  6  mila  vi  sono  tre  saggi  diversi  di  imposta, 
ma  sempre  eguali  per  ciascuna  classe.  U estate  duty  inglese  che 
colpisce  le  eredità  è  ordinata  cosi  f  ;  così  in  Finlandia  la  impo- 
sta sul  reddito  e  nel  cantone  di  Vaud  l'imposta  mobiliare,  ecc. 
Questa  forma  sembra  più  adatta  per  le  trasmissioni  di  ricchez- 
za a  titolo  gratuito. 

3.  Progressione  per  classi.  I  redditi  sono  divisi  non  già  in 
gradi,  in  grossi  gruppi,  ma  in  numerosissime  categorie:  comin- 
ciano da  un  minimo  di  esenzione  e  vanno  fino  a  un  reddito 
in  generale  molto  elevato.  In  ciascuna  categoria  vi  è  una  quota 
fissa  d'imposta.  I  redditi  di  una  stessa  categoria  pagano  la  stes- 
sa imposta.  Così  è  ordinata  l'imposta  sul  reddito  {Einkommen- 
steuer)  in  Prussia,  in  cui  le  categorie  sono  numerosissime  e  pic- 
cole. 


*De    Foville:  La  Justice  dans  Vlmpot  in  R.   P.    P.  aprile  1902. 

t  U estate  duty,  secondo  la  legge  di  Finanza  29  aprile  19 io  proposta  da 
Lloyd  George  colpiva  in  ragione  di  i  %  da  100  a  500  sterline;  di  2  da  500 
a  i.ooo  :  di  3  da  i.ooo  a  5  mila:  di  4  da  5  niila  a  io  mila:  di  5  da  io  a  20 
mila  :  di  6  da  20  a  40  mila:  di  7  da  40  a  70  mila  ;  di  8  da  70  mila  a 
100  mila;  di  9  da  100  a  150  mila:  di  io,  da  150  a  200  mila;  di  11  da 
200  mila  a  400  mila  etc.  di  15  per  cento  oltre  il  milione. 


CAP.    Vili.]  FORME    DELLA    PROGRESSIVITÀ  33I 

4.  Supplemento  progressivo  aggiunto  a  fianco  all'imposta. 
In  questo  sistema  il  supplemento  progressivo  non  dipende  di- 
rettamente come  i  precedenti  dal  reddito  o  dal  capitale  impo- 
nibile, ma  dalla  somma  delle  imposte  dovute  dal  contribuente, 
per  il  capitale  o  reddito,  aumentata  di  un  tanto  per  cento  :  per 
esempio  oltre  una  certa  cifra,  non  sottomessa  all'aumento,  vi 
è  aumento  dal  5  al  20  per  cento.  Alcuni  cantoni  della  Svizzera 
(Soletta,  Sciaffusa  e  Argovia)  adoperano  questo  metodo  che  fa 
dipendere  l'ammontare  del  supplemento  progressivo  non  dal 
capitale  o  dal  reddito  imposto,  ma  dalla  somma  delle  imposte, 
calcolate  proporzionalmente  a  un  tasso  fisso  della  legge,  sul 
capitale  e  il  reddito.  È  un  metodo  assai  complicato  e  i  cui  ri- 
sultati   sono    scarsi. 

Vi  sono  molte  forme  derivate,  che  sono  state  adottate  ogni 
giorno  senza  dar  luogo  a  nessuno  degli  inconvenienti  che  si 
temevano  e  che  si  esageravano. 

In  generale  il  metodo  progressivo  si  applica  meglio  alle  im- 
poste generali  sul  reddito  e  alle  imposte  sui  trasferimenti  della 
ricchezza  a  titolo  gratuito  (successioni,  donazioni  ecc.). 


NOTA 


In  Austria  la  legge  riguardante  l'entrata  messa  in  vigore  il  25  ottobre 
1896  avea  la  formula  per  la  progressione  sino  a  29.000  fiorini  di  entrata 
nel  seguente  modo  : 


_  /     135        ,      4,8583  \ 


in  cui  P  indica  la  percentuale  della  imposta,  m  la  media  delle  entrate  di 
ciascun   grado. 

Per  le  entrate  che  arrivano  a  fiorini  1000.000  la  formula  era 

400 
P  =.  ni 


E  da  100  mila  fiorini  in  su  la  formula  era 

m 


332  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Molti  scrittori  hanno  proposto  formule  adatte  a  togliere  alla  progressi- 
vità ogni  arbitrio  :  o  per  dir  meglio  a  toglierle  ogni  pericolo.  Alcune  di 
queste  formule  sono  veramente  ingegnose. 

A  titolo  di  esempio  (ve  ne  son  tante,  che  non  si  può  parlare  qui  che  di 
un  esempio)  si  riporta  la  formula  di  Vauthier.  (Cfr,  V  au  t  hi  er:  De  Vitnpói 
progressi/,  Paris,  1861  e  l'articolo  nella  R.  d.  E,  P.  marzo  1893).  È  assai 
facile,  dice  questo  scrittore,  costituire  una  infinità  di  serie  numeriche  con- 
tinue, più  complesse  ma  anche  così  nettamente  determinate  come  quelle 
che  reggono  le  imposte  progressive  usuali;  e  mediante  l' impiego  di  una  di 
queste  serie  convenientemente  scelta,  è  facile  sfuggire  a  quello  che  pare  il 
grande  pericolo  della  progressione:  l'assorbimento  del  reddito  e  del  capitale. 
Vauthier  ricerca  una  formula  che  permetta  colpire  non  la  totalità  de: 
valori  contemplati  dall'imposta,  masoltanto  ciò  che  in  questi  valori  eccede 
un  quantum  determinato  e  sottratto  a  ogni  prelevamento.  Si  chiamino: 

X  l'espressione  generale  del  valore  considerato  dalla  imposta, 

a  la  quantità  esente  dall'imposta, 

i  l'ammontare  della  imposta  prelevata, 

m  il  tasso  fisso  del  prelevamento  sulla  parte  del  valore  imposto  ecce- 
dente il   minimo  esente, 

y  il  tasso  del  prelevamento  riportato  al  valore  totale  imposto. 
Il  prelevamento  i  sulla  paite  x  — a  del  valore  imposto  ha  dunque  per 
espressione  : 

i  =  m  (x  —  a) 

da  cui  si  ha  :  y^;  — ». 

yx  =  m  {X  —  a) 

ma 

e  si  ha  inoltre  y  =  m  — . 

X 

Caratteristica  di  questa  formula  è  che  t  cresce  proporzionalmente  a 
{x  —  a)  e  che  il  saggio  y  è  variabile,  ma  non  si  può  mai  sorpassare  il  limite 
m   fissato   precedentemente. 

Molte  altre  formule  sono  state  proposte  e  alcune  sono  assai  ingegnose 
e  raggiungono  perfettamente  lo  scopo  dì  togliere  alla  progressività  i  peri- 
coli di  assorbimento  del  reddito,  tante  volte  constatati.  Si  può  consul- 
tare su  ciò:  Marsilj  Libelli:  Per  V  Imposta  Progressiva.  Firenze  1903. 

Non  pochi  dei  parlamentari  italiani  più  notevoli  hanno  in  occasioni 
molteplici  dimostrato  la  loro  simpatia  per  il  metodo  di  progressione. 

Quintino  Sella,  che  è  stato  uno  dei  pochi  finanzieri  audaci  che  abbia 
avuto  l'Italia,  così  si  esprimeva  alla  nostra  Camera  dei  deputati,  fin  dal 
18  novembre  1862  :  «I  redditi,  di  cui  ciascheduno  dispone,  sono  il  mezzo 
di  soddisfare  alle  necessità  ed  ai  piaceri  dell'esistenza,  e  se  la  intensità  dei 
bisogni  umani  fosse  una  sola  e  costante,  le  unità  numeriche  del  reddito,  cor- 
rispondendo ad  altrettanti  bisogni  eguali,  sarebbero  tante  unità   sostanziai- 


CAP.   Vili.]  ESENZIONI    DELLE    IMPOSTE  333 

mente  eguali  Jra  loro  come  numericamente  lo  sono.  Invece  di  ciò  siccome 
esse  rispondono  a  bisogni,  non  solo  diversi,  ma  graduati  di  energia  e  di 
effetti,  partendo  dallo  alimento  più  semplice  ed  ascendendo  sino  ai  più  sfre- 
nati capricci,  così  non  solamente  ogni  unità  differisce  dalle  altre,  ma  cia- 
scuna ha  una  importanza  minore  a  misura  che  in  un  reddito  più  esteso  oc- 
cupi un  posto  pivi:  alto. 

«  A  misura  che  dall'uomo  più  dovizioso  si  venga  al  più  miserabile,  si 
trovano  dei  redditi,  le  cui  estreme  unità,  sulle  quali  cade  l'azione  del  fisco, 
rappresentano  soddisfazioni  sempre  più  serie,  il  rinunziare  alle  quali  costa 
sacrifizi  sempre  crescenti,  crescenti  con  quella  rapidità  con  cui  si  sale  dalla 
semplice  noia  alla  morte.  Noi  vogliamo  che  l'imposta  sia  proporzionale 
al  reddito,  ma  perché  lo  fosse  evidentemente  la  semplice  proporzione  nume- 
rica non  potrebbe  bastare.  Una  tassa  del  io  %  su  tutti  sembrerà  affatto  equa, 
perchè  domanda  una  lira  a  chi  ne  ha  io  e  domanda  io  centesimi  a  chi 
possiede  una  lira  ma  se  l'unica  lira  del  povero  è  destinata  a  salvarlo  dalla 
fame  la  decima  lira  del  ricco  serve  perchè  egli  entri  in  teatro,  ciò  che  in  entrambi 
chiamasi  lira  non  ha  una  eguale  importanza,  e  il  contribuire  una  medesima 
parte  aliquota  corrisponde  a  sacrifizi  radicalmente  diversi  ». 

IX. 

Esenzioni  e  limitazioni  nei  sistemi    tributari  moderni. 

122.  Si  devono  ammettere  esenzioni  da  imposte  ?  In  pas- 
sato si  esentavano  assai  spesso  i  più  ricchi,  i  più  potenti.  L'ar- 
civescovo di  Sens  rispondeva  a  Richelieu  :  L'usage  ancien  était 
que  le  peuple  contribuàf  par  ses  biens,  la  noblesse  par  son  sang 
et  le  clergè  par  ses  prières.  Senza  dubbio  quest'ultima  forma  di 
contribuzione  era  la  meno  incomoda  e  anche  la  meno  dispen- 
diosa. Cosi  per  gran  tempo  allo  sfasciarsi  del  vecchio  regime  fu 
una  reazione  necessaria  quella  che  si  determinò  :  nessuna  esen- 
zione, né  meno  quella  dei  più  poveri.  Chi  partecipa  al  governo 
paghi  le  imposte  :  non  vi  è  democrazia  senza  obblighi.  I  vecchi 
rivoluzionari  avrebbero  creduto  fare  ofìesa  alla  democrazia 
esentando  i  più  poveri  e  in  certa  guisa  reagivano  in  tal  modo  ai 
vecchi  sistemi  di  esenzione*. 


*  Nel  famoso  discorso  pronunziato  alla  Convenzione  il  17  giugno  1793 
Robespierre,  l'uomo  de  la  pauvre  pensée,  come  dice  Jaurès,  ma  anche  ra- 
gionatore assai  logico,  protestava  contro  esenzioni  che  avrebbero  demo- 
ralizzato il  popolo  e  creato  l'aristocrazia  dei  ricchi.  N'ótez  pas  aux  citoyens 


334  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO  II. 

Ma  ora  la  questione  è  assai  diversa  e  si  mette  in  termini  as- 
sai differenti.  Tutti  i  cittadini  pagano  imposte:  poiché  i  tri- 
buti indiretti  colpiscono  tutti  e  né  meno  i  più  poveri  riescono  a 
evaderli.  Ma  chi  non  ha  redditi  fondati  deve  anche  pagare  per 
i  minori  redditi  del  lavoro  ?  E  chi  ha  redditi  fondati,  da  cui  ri- 
cava assai  poco,  come  chi  possieda  un  ettaro  di  terra  o  una 
piccola  casa,  deve  pagare  anch'egli  l'imposta  fondiaria  e  l'im- 
posta edilizia  ?  I  teorici  tedeschi  parlano  spesso  di  un  Existenz 
minimum,  di  una  entrata  minima,  necessaria  alla  esistenza  e 
che  va  esente  da  imposte.  Naturalmente  non  esiste  un  minimo 
assoluto,  eguale  dovunque,  di  esistenza.  Il  problema,  dunque, 
è  ben  diverso. 

Si  tratta  di  esentare  i  redditi  minori:  a)  o  per  ragioni  di  con- 
venienza pratica,  quando  si  crede  che  la  imposta  verrebbe  eva- 
sa o  trasferita  dalla  maggior  parte  dei  minori  contribuenti  o 
per  lo  meno  riuscirebbe  improduttiva  ;  b)  o  per  criterio  di 
giustizia,  non  ritenendosi  che  i  minori  contribuenti,  cui  non  è 
dato  che  viver  di  una  vita  inferiore,  devano  sia  pure  di  poco 
ridurne  ancora  il  livello  ;  e)  o  per  ragioni  di  compenso.  Sono  in- 
fatti i  minori  contribuenti  quelli  che  sono  più  duramente  col- 
piti dalle  imposte  indirette  sui  consumi.  Ora  è  logico  ed  é  giusto 
che  siano  esentati  quando  é  possibile. 

La  esenzione  dei  redditi  minimi  è  ammessa  oramai  general- 
mente così  dai  paesi  che  praticano  il  metodo  progressivo,  come 
da  quelli  che  praticano  il  metodo  proporzionale. 

L'esenzione  del  minimo  di  esistenza  dalla  imposta  trova  in 
generale  consenzienti  anche  coloro  i  quali  più  ritengono  dan- 
nosa la  progressività.  Sono  oltre  che  ragioni  economiche  ragioni 
politiche,  le  quali  inducono  all'accordo  le  maggior  parte  degli 
autori.  L'accordo  è  tanto  più  inevitabile  in  quanto,  ricono- 
scendo oramai  tutti  che  le  imposte  indirette  colpiscono  assai 
più  le  classi  inferiori  che  le  classi  ricche,  si  vuole  con  la  esenzione 
dei  redditi  minimi  compensare  le  asprezze  maggiori.  Così  anche 
che  i  più  avversi  alla  progressività,  come  Mill,  non  hanno  esitato 

ce  qui  est  le  plus  nécessaire.  Bien  loin  d' inserire  dans  la  constitution 
une  distinction  odieuse,  il  faut  au  contraire  y  consacrer  l'onorable  obhligation 
Pour  tous  les  citoyens  de  payer  les  contributions.  Era  la  reazione  necessaria. 


CAP.    IX.]  ESENZIONI    DELLE    IMPOSTE  335 

ad  ammettere  che  dalle  imposte  dirette  si  possano  e  si  devano 
esentare   i   redditi   minimi. 

È  evidente  che  in  ciascuna  società  organizzata  su  basi  demo- 
cratiche è  necessario,  quanto  più  è  possibile,  sviluppare  le  condi- 
zioni di  esistenza  delle  classi  popolari  ed  educarle  e  migliorarle*. 

Senza  dubbio  uno  stesso  reddito,  supponiamo  3.000  lire, 
può  esprimere  situazioni  differentissime:  Si  può  avere  una  nume- 
rosa famiglia  o  non  averne  ;  vivere  in  città  o  vivere  in  cam- 
pagna ;  essere  vecchio  e  malato,  bisognoso  di  cure  od  esser  gio- 
vane e  sano.  Redditi  eguali  non  corrispondono  a  situazioni  egua- 
li. Né  l'imposta  anche  tenendo  conto  delle  condizioni  di  fa- 
miglia dei  contribuenti,  sarà  mai  completamente  giusta. 
Soltanto  essa  può,  con  approssimazioni  relative,  introdurre 
criteri  tali  che  salvino  dalle  più  stridenti  ingiustizie. 

Molti  scrittori  desiderano  che  siano  esenti  dalle  imposte  di- 
rette non  solo  i  minori  redditi  del  lavoro,  ma  anche  la  quote 
minime  immobiliari.  Mentre  non  pochi  desiderano  che  la  pic- 
cola proprietà  sia  diffusa  e,  mediante  Vhomestead  ed  altre  mi- 
sure analoghe,  si  cerca  di  renderla  insequestrabile,  è  strano  che 
la  imposta  operi  in  senso  contrario.  L'esenzione  delle  quote 
minime  risponde  meno  a  un  bisogno  di  giustizia  astratta  che 
a  un  bisogno  di  convenienza  pratica. 

Noi  crediamo  però  che  in  questa  materia  si  dia  spesso  luogo 
a  notevoli  esagerazioni.  La  distribuzione  del  reddito,  come  noi 
abbiamo  già  avuto  occasione  di    avvertirne,  si  presenta  tale 


*  Nella  monarchia  assoluta  e  accentratrice  bastava  qualche  volta  edu- 
care con  cura  il  principe  ereditario  (il  Delfino  come  si  chiamava  in  Fran- 
cia) per  sperare  bene  nell'  avvenire.  Ma  ora,  datoli  suffragio  universale  o 
quasi,  il  delfino  è  la  massa  intera  della  nazione  e  non  si  può  trascurarne 
senza  danno,  né  la  educazione  intellettuale,  né  il  miglioramento  delle 
condizioni  di  esistenza.  I  bassi  salari,  che  corrispondono  a  operai  mal 
pagati  e  mal  nutriti,  sono  a  loro  volta  causa  di  depressione  :  poiché  agi- 
scono sullo  sviluppo  della  produzione  e  del  consumo  in  forma  assai  dan- 
nosa. Noi  non  crediamo  che  esista  un  minimo  assoluto  e  sempre  identico 
di  esistenza:  un  Existenz  minimum,  come  dicono  i  tedeschi  è  assurdo, 
in  quanto  se  si  può  ridurlo,  vuol  dire  che  non  è  il  minimo.  Ma,  esiste  un 
reddito  variabile  con  il  variare  delle  varie  forme  di  distribuzione  e  sopra 
tutto  con  i  progressi  della  produzione  che  si  può  considerare  sia  vantag- 
gioso sottrarre  alle  imposte  dirette. 


33^  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

che  i  redditi  superiori  formano  poca  parte  del  reddito  totale  e 
complessivo.  Le  esenzioni  troppo  elevate  hanno  per  conseguen- 
za di  rendere  le  imposte  dirette  pochissimo  produttive. 

Perchè  l'Inghilterra  ha  un  minimo  di  esenzione  elevato  ? 
Le  ragioni  sono  di  un  duplice  ordine.  Prima  di  tutto  perchè  in 
essa  il  concentramento  della  ricchezza  è  maggiore  che  nei  paesi 
del  continente  europeo,  o  almeno  in  molti  ;  quindi  sopra  tutto 
per  i  redditi  del  lavoro  la  non  esenzione  incontrerebbe  vive  an- 
tipatie, e  poi  perchè  le  imposte  indirette  sono  largamente  pro- 
duttive  o   di  correzione. 

Dove  esistono  imposte  sul  reddito,  come    in    Sassonia,  noi 
vediamo  sempre  che  i  redditi  superiori  sono  pochi  e  che  vicever- 
sa la  più  gran  parte  del  reddito  nazionale  è  sorto  dai  redditi 
minori.  In   Sassonia  tre  quinti  di  tutto  il  reddito  nazionale  è  a^: 
sorbito  da  persone  che  hanno  meno  di  8.300  marchi*.  w 

Esentare  i  redditi  inferiori  a  8.300  marchi  significa  esentare 
dunque  tre  quinti  del  reddito  nazionale:  potrebbero  gli  altri  duf 
quinti   assicurare  alte  entrate  ? 

NOTA 

L'esenzione  dei  redditi  minimi  nella  pratica  tributaria. 

V income  ta^  inglese  esenta  dalla  imposta  i  redditi  che  non  superane 
I-  4935.20  italiane  (160  sterline).  Nella  oramai  storica  esposizione  fi 
nanziaria  del  29  aprile  1909,  il  Cancelliei-e  dello  Scacchiere  Lloyd  Georgijj» 
diceva  :  «  La  cifra  che  un'esperienza  di  settanta  anni  ha  consacrata  come^ 
quella  che  separa  il  necessario  dall'agiatezza  è  di  160  sterline  V  anno.  Ogni 
capitale  che,  collocato  in  valori  sicuri  produce  un  reddito  superiore  a  quel- 
la cifra  deve  essere  classificato  in  una  categoria  diversa  da  quella  in  cui  va 
iscritto  il  capitale  che  fornisce  una  somma  inferiore.  Un  popolo  istruito, 
ben  nutrito,  ben  vestito,  bene  alloggiato  permette  lo  sviluppo  di  una  nu- 
merosa classe  agiata.  Sele  classi  ricche  si  rifiutassero  di  contribuire  alle  spese 
destinate  a  garantire  quella  sicurezza  che  è  una  delle  principali  con- 
dizioni della  loro  esistenza,  od  a  trarre  dalla  miseria  e  dalle  privazioni  le 
persone  attempate,  che  con  la  loro  industria  e  col  loro  lavoro  hanno  creata  ; 

♦  Una  storia  dettagliata  di  tutte  le  discussioni  relative  alle  esenzioni 
dei  redditi  minori  si  trova  in  H.  S  e  h  m  i  d  t  :  Die  Steuerfreiheit  des  Exi- 
stenzminimum.  Leipzig.  1877;  si  cfr.  inoltre:  Mi  11:  Principles,  libro  V 
cap.  II§  3;Northardt:  nella  Zeit.  1897,  pag.  115-131  ;  Denis; 
Vimpòt,  pag.  99  e  seg  :    De    Cére  n  ville:  cit.  pag.  86  e  seg.  ecc. 


CAÌ».    1^.]  L-.SKXZIOXÈ    DEt    Ri-.J^niTT    Ml.Vt.\[t  ^^f 

laricchezza  e  rhatiuo  resa  pioduttKa,  si  potit-hlH-  tlire  die  ciiielle  classi  sono 
di  spirito  meschino,  non  solo,  ma  anche  di  corta  \ista  «.  Lo  scopo  sociale 
della  esenzione  non  potrebbe  risultare  meglio  che  dalle  queste  parole.  Né 
Vincome  tax  si  ferma  alla  esenzione  dei  redditi  al  disotto  del  4035,  20  lire 
italiane,  poi  che  accorda  deduzioni  [aba/cinciiis)  per  i  redditi  fra  le  160 
e  le  700  sterline,  cioè  fra  4035,20  e  17654  lire  italiane  di  reddito;  per  la 
legge  di  bilancio  del  1907,  che  ha  introdotta  la  descriminazione  dei  redditi 
che  prima  non  era  praticata,  colpisce  inoltre,  i  redditi  guadagnati  {carned), 
sine  a  50440  lire  italiane  (2000  sterline)  solo  in  ragione  del  3,75  %  in- 
vece che  del  5%  misura  nella  quale  sono  ccjlpiti  i  redditi  non  guadagnati 
[unearned);  e  per  la  riforma  di  Lloyd  George,  infine,  accorda  un  abatemcnt 
speciale  in  ragione  di  lire  252.20  italiane  (io  sterline)  di  reddito  da  de- 
dursi  per  ciascun  figlio  minore  degli  anni  16,  quando  il  reddito  del  pa- 
dre di  famiglia  non  superi  le  12610  lire  italiane  (500  sterline).  Di  fatto, 
poi,  per  i  redditi  fra  4036,20  e  1088  lire  nostre  160  e  400  sterline  si  deducono 
4035,20  lire  italiane  (160  sterline)  dallo  imponibile,  onde  il  contribuente 
pagherà  su  di  un  reddito  di  6052,80  lire  italiane;  per  i  redditi  fra  10088 
e  12810  lire  italiane  (400  e  500  sterline)  si  deducono  dallo  imponibile 
3783  lire  italiane,  (150  sterline)  onde  il  contribuente  pagherà  su  di  un 
reddito  di  8827  lire  italiane;  per  i  redditi  fra  12610  e  15132  lire  italiane 
(500  e  600  sterline)  si  deducono  dallo  imponibile  3026,40  lire  italiane  (125 
sterline)  onde  il  contribuente  pagherà  su  di  un  reddito  di  12105,60  lire 
nostre;  per  i  redditi  fra  151 32  e  17654  lire  italiane  (600  e  700  sterline)  si 
deducono  dallo  imponibile  1766,40  lire  italiane  (70  sterline)  onde  il  contri- 
buente pagherà  su  di   un  reddito  di    15887,60  lire  nostre. 

In  Prussia,  V Einkommen-Steuer  esentava  i  redditi  sino  a  1107  lire  ita- 
liane (900  marchi)  e  colpiva  con  una  imposta  di  6  marchi  (lire  ital.  7.38) 
i  redditi  fra  1107  e  1291.50  lire  italiane  (1050  marchi)  ;  l'imposta  sul  pa- 
trimonio {Ergdnzungsteuer)  esentava  le  persone  che  avevano  un  patrimo- 
nio inferiore  alle  7380  lire  italiane  (6000  marchi),  quelle  il  cui  reddito 
imponibile  non  eccedeva  le  1107  lire  nostre  (900  marchi)  quantlo  il  loro 
patrimonio  non  superava  le  24600  lire  italiane  (20000  marchi)  e  le  donne 
che  avevano  a  carico  minori  e  gli  orfani  quando  il  loro  patrimonio  non 
superava  le  24600  lire  nostre  ed  il  reddito  non  eccedale  1476  lire  (1200 
marchi);  e  l'imposta  locale  industriale  {Geuerbesteuer)  esentava  le  imprese 
che  non  arrivavano  ad  avere  un  prodotto  annuo  di  1845  lire  itaUane  (1500 
marchi)  né  un  capitale  complessivo  di  3690  lire  (3000  marchi).  Nel  Gran- 
ducato di  Baden  la  Steuranschlàge  (stima  dei  valori  imponibih)  del  1906 
non  considerava  redditi  al  disotto  delle  1 107  lire  itahane.  In  Sassonia  non 
erano  colpiti  i  redditi  sino  a  492  lire  italiane  (400  marchi).  Nel  Ducato  di 
Brunswich  erano  esentati  i  redditi  sino  a  900  marchi  (1107  lire  )  ;  e  nel 
Gran  Ducato  di  Assia  quelli  sino  a  615  lire  (500  marchi). 

In  Austria  l'imposta  personale  sul  reddito  {Personal  Einkommen 
Steuer)  non  considerava  il  reddito  individuale  ma  quello  della  famiglia  ed 
esentava  i  redditi  sino  a  1260  lire  (600  fiorini,  gulden)  e  accordava  esen- 
zioni di  famiglia.  '     , 

Nella  Svizzera,  le  imposte  sul  capitale  dei  diversi  cantoni  esentano  2r>o 
N  i  t  t  i.  22 


^^i  SCIE'NZA    DELLE   EINaÌ^ZE  [LlfeRÒ  lì. 

franchi  di  capitale  a  Saint  Cali,  600  a  Obwald,  800  ad  Appenzell  esterno, 
1000  franchi  nei  Cantoni  di  Zug,  dei  (irigioni,  Lucerna  e  Bàie-Campagne; 
1500  a  Neuchàtel  ;  2000  a  Uri,  3000  a  Ginevra  (di  solo  capitale  mobiliare) 
a  Glaris  e  a  Soleure  ;  5000  a  Bàie-Ville.   Nella  stessa  Svizzera,  le  imposte 
sul  reddito  dei  diversi   Cantoni  esentano  :  franclii  di  reddito   100  a  Thur- 
govie  ;  200  nei  Grigioni  ;  300  ad  Argovia  ;  500  a  Bàie  Campagne  a  Obwald 
e  a  Zurigo  ;  600  a  Berna,  a  Neuchàtel  e  a  Zoug  ;  700  a  Uri  a  Vaud  e  a  Soleu- 
re; 800  a  Saint  Gali  e  ad  Appenzell  esterno.  Occorre  però  distinguere:  in 
alcmii  Cantoni  (Argovia.    Zurigo,    tema,   Neuchàtel,    Zoug,    Uri,    Vaud  e 
Soletta)  l'esenzione  del  minimo  d'esistenza  è  generale  per  tutti  i  contribuenti 
onde  si  detrae  la  somma  esentata  dallo  imponibile  qualunque  sia  il  suo 
ammontare  ;  in  altri  invece  (Turgovia,  Grigioni,  Basilea  Campagna,  Ob- 
wald, San  Gali,  Appenzell  esterno,  Basilea  -  Città)  l'esenzione  è  accorda- 
ta solo  a  coloro  il  cui  reddito  è  inferiore  alla  somma  fissata  come  minimo 
di  esistenza  della  legge  d'imposta  e  gli  altri  contribuenti  pagano  l'imposta 
sul    reddito  integrale  ;   a    Basilea  -  città,  a   Basilea  -  campagna  a  Solet- 
ta l'esenzione  si  estende  al  reddito  globale  del  contribuente  quale  che  sii  = 
sia  la  natura  di  esso,  sia  che  provenga  dal  capitale  sia  dal  lavoro;  a  Sciaf-f"" 
fusa  non  vi  è  deduzione  di  minimo  fisso,  ma  ciascun  contribuente  ha  di- 
ritto di  dedurre  dalla  imposta  calcolata  sul  suo  patrimonio  e  sul  suo  red- 
dito la  somma  fissa  di  4  franchi  ;  nel  Cantone  dei  Grigioni  poi  200  franchi! 
di  reddito  sono  esentati  in  ogni  caso,  ma  l'esenzione  giunge  ad  800  franchici 
quando  il  contribuente  non  ha  alcun   patrimonio,  a  700  quando  possiede* 
un  capitale  inferiore  a  3000  lire  e  a  600  quando  ne  ha  uno  fra  3000  e  6000. 

In  Olanda,  l'imposta  sul  capitale  stabilita,  su  proposta  del  Pierson,  con 
legge  27  settembre  1892,  esenta  un  minimo  di  esistenza  che  ascende  a 
27300  lire  italiane  di  capitale  (fiorini,  gulden,  13  mila)  ;  colpisce  i  capitali 
fra  27300  e  29400  lire  italiane  (13  mila  e  14  mila  fiorini)  con  un'impost 
di  lire  italiane  4,20  (due  fiorini),  e  i  capitali  fra  29400  e  31500  lire  italiane 
(14  e  15  mila  fiorini)  con  un'imposta  di  lire  italiane  8,40  (quattro  fiorini)  ; 
per  i  capitali  poi  superiori  alle  31500  lire  (15  mila  fiorini)  vi  è  un'esenzione 
di  21  mila  lire  nostre  (io  mila  fiorini).  Parimenti  in  Olanda,  l'imposta  sui 
redditi  non  fondati  del  2  ottobre  1893,  dovuta  anche  al  Pierson,  esenta 
i  redditi  del  lavoro  sino  a  1365  lire  italiane  (650  fio  ini)  ed  esenta  i  redditi 
che  sono  già  colpiti  dall'imposta  sul  capitale  sino  a  525  lire  nostre  (250 
fiorini). 

La  Danimarca  offre  un  esempio  di  graduazione  dei  minimi  imponibili 
secondo  la  natura  del  luogo  in  cui  vive  il  contribuente  che  meriterebbe  di 
essere  imitato  ;  vi  è  là,  sin  dal  1903,  un'imposta  sul  reddito,  cui  si  accom- 
pagna un'imposta  complementare  sul  capitale.  La  prima  esenta  a  Copena- 
ghen i  redditi  sino  a  11 20  lire  italiane  (800  kroner  danesi)  ;  nei  borghi  sino 
a  980  lire  italiane  (700  kroner)  e  nei  distretti  rurali  sino  a  510  lire  italiane 
(400  kroner)  soltanto:  ispirandosi  al  concetto  assai  logico  che  il  minimo  di 
esistenza  va  considerato  in  modo  diverso  secondo  le  residenze  più  o  meno 
costose. 

La  Norvegia  esenta  dalla  imposta  i  redditi  sino  a  1390  lire  (1000  kroner 
norvegesi)  ;  colpisce  fra  le  1390  e  le  5560  lire  nostre  (1000  e  4000  kroner 


lel  1 


CA?.    tX.]  ESENZIONE    t)ÈI    kEDDtTI    MtNlMl  ^3^ 

norvegesi)  solo  una  parte  del  reddito,  variabile  a  seconda  del  numero  de 
le  persone  che  sono  a  carico  del  contribuente,  e  al  disopra  delle  5560  lire 
nostre  (4000  kroner)  accorda  deduzioni  che  variano  da  834  lire  (600  kro 
ner)  a  2502  lire  nostre  (1800  kroner)  sempre  secondo  il  numero  delle 
persone  a  carico  del  colpito.  La  Svezia  esenta  dalla  imposta  sul  reddito 
i  redditi  inferiori  a  1390  lire  (1000  kroner  svedesi),  colpisce  secondo  una 
scala  progressiva  solo  una  parte  del  reddito  per  i  redditi  fra  1390  e  5560 
lire  nostre  (1000  e  4000  kroner). 

In  Francia,  la  contribution  mobilière  esenta  del  tutto  i  padri  di  numerosa 
prole  e  gli  indigenti.  É  autorizzata  la  città  di  Parigi  ad  esentar  dal  tributo 
coloro  che  pagano  un  affitto  non  superiore  alle  lire  500  ed  a  dedurre  dai 
ruoli  del  valor  locativo  una  somma  uniforme  per  tutti  i  contribuenti,  la 
quale  non  potrà  essere  superiore  ai  375  franchi  ;  per  la  legge  poi  dal  13 
luglio  1903  (articolo  4)  questa  facoltà  di  esentare  un  minimum  di  affitto 
è  estesa  a  tutti  i  comuni  capoluoghi  di  dipartimento  e  a  quelli  la  cui  popo- 
lazione agglomerata  supera  i  5000  abitanti  (è  il  35%  della  popolazione 
totale  a  cui  può  estendersi  la  concessione);  e  infine  per  la  legge  del  20  luglio 
1904  (articolo  20)  è  data  facoltà  agli  stessi  enti  locali  di  aumentare  il  mi 
nimo  di  affitto  da  esentare  di  un  decimo  per  ciascima  persona  che  sia  a  ca 
rico  del  contribuente  senza  che  la  deduzione  totale  possa  oltrepassare  il 
doppio  del  minimum  di  affitto,  (che  è  di  lire  375),  onde  è  possibile  esentare 
sino  a  750  in  tutto  di  affitto. 

L'imposta  italiana  di  Ricchezza  Mobile  distingue  i  redditi  in  categorie 
a  seconda  che  derivino  dal  capitale  puro  (Categorie  A'  e  A"),  dai  capitali 
misti  a  lavoro  (industrie  e  commerci;    categoria  B),  o  dal  solo  lavoro  (ca- 
tegorie C  e  D).  Per  i  redditi  derivanti  dal  capitale  puro  (categorie  A'  e  A") 
non  è  ammessa    alcuna  esenzione  ;  per  i  redditi  delle  categorie    B,  C  e  D 
(redditi  del  capitale  misto  al  lavoro  o  del  solo  lavoro)  si  hanno  esenzioni  e 
riduzioni  cosi  distinte.  I  redditi  del  capitale  misto  al  lavoro  (Categoria  B, 
rediiti  industriali  e  commerciali)  sono  del  tutto  esenti  da  imposte  al  di- 
sotto di  effettive  lire  533,33  di  reddito  ;  godono  di  una  detrazione  dallo 
imponibile  tra  le  533,34  e  1066,67  lire  effettive  di  reddito  :  detrazioni  che 
sono  di  lire  166,66  per  i  redditi  fra  le  lire  533,34  e  666,66  (imponibili,  quin- 
di, lire  266,67  a  333,33);  di  lire  133,33  per  i  redditi  da  666,67  a  800  (im- 
ponibili, cosi,  lire  333,33  a  400)  ;  di  lire  100  per  i  redditi  da  800  a  933,33 
lire  effettive  (imponibili  quindi  da  400,  a  466,67);  di  lire  66,66  per  i  redditi 
<^a  933,33  a  1066,66  lire  effettive  (imponibili  lire  466,67  a  533,33).  I  red- 
diti del  solo  lavoro  di  Categoria  C  (redditi  temporanei  o  vitalizi  dipendenti 
dal  solo  lavoro)  sono  totalmente  esenti  da  imposta  al  disotto  di  effettive 
lire  640  e  godono  di  detrazioni  dallo  i  mponibile  tra  le  640  e  1280  lire  ef- 
fettive di  reddito;  detrazioni  che  sono:  di  lire   180  per  i  redditi  fra  640  e 
800  lire  (imponibile  lire  288  a  360);  di  lire  144  per  i  redditi  fra  lire  800  e 
960  (imponibili  lire  360  a  442)  ;  di  lire  108  per  i  redditi  fra  960  e  1120  lire 
(impoiibili  lire  442  a  504);  di  lire  72  per  i  redditi  fra  lire  1220  e  1280  ef- 
fettive (imponibili  lire  504  a  576).  I  redditi  di  Categoria  D  sono  esenti 
al  disotto  delle  lire  800  effettive  di  reddito  (l'esenzione  riguarda  gli  sti- 
pendi pagati  dallo  Stato,  dalle  Provincie,  dai  Comuni  e  ai  ferrovieri)  e  go- 


.'Uo  feCtliNZÀ  delLé  finanze  ìLtbììo  li 

dono  di  riduzioni  dallo  imponibile  di  lire  800  a  1000  (imponibili  lire  300  ; 
385,  per  una  detrazione  dilire  75).  Come  si  vede  i  minimi  di  esenziom 
stabiliti  dalla  Ricchezza  Mobile  italiana  sono  fra  i  più  bassi  di  Europa 
'ire  533>33  per  le  industrie  e  i  commerci,  640  per  i  redditi  temporanei  o  vi 
talizi  del  solo  lavoro  e  800  gli  stipendi  e  pensioni  sono  assai  poche 
specie  in  un  paese  in  cui  la  media  dei  redditi  individuali  è  così  poco  eleva 
ta  come  in  Italia;  ma  è  forse  in  ciò  la  ragione  fiscale  della  cosa. 

Anche  fuori  di  Europa  la  esenzione  dei  redditi  minimi  è  generalment' 
attuata  nei  paesi  democratici.  Così  in  Australia,  aviatoria,  sono  esentat 
i  redditi  professionali  sino  all'ammontare  di5044  lire  italiane  (aoosterline 
e  i  redditi  del  capitale  puro  sino  a  3959,54 lire  italiane  (157  sterline)  ;  que 
sti  ultimi  godono  fra  le  3959,54  e  le  i26iolire italiane  (157  a  500  sterline) 
di  una  detrazione  dallo  imponibile  di  2522  lire  italiane  (pari  a  100  sterline) 
nel  Queensland  sono  esenti  dalla  imposta  i  redditi  sino  a  2522  lire  italian' 
(100  sterline),  al  disopra  della  quale  cifra  se  si  tratta  di  redditi  prò 
venienti  dal  lavoro  sono  colpiti  sino  a  3152,50  lireitaliane  (125  sterline 
con  un  fisso  di  io  scellini  (lire  12.61)  e  se  si  tratta  di  redditi  del  capital 
sono  colpiti  sino  a  3026.40  lire  italiane  (120  sterline)  con  un  fisso  di  25,2 
lireitaliane  (i  sterlina)  ;  nell'Australia  del Sudl'imposta  sul  reddito  esent; 
i  redditi  sino  a  lire  Ital.  3783  (150  sterline)  quando  il  reddito  totale  de 
contribuente  è  inferiore  a  10088  lire  italiane  (400  sterline);  e  nella  Tasma 
ni  a  l'imposta  sui  redditi  del  capitale  esenta  quelli  inferiori  a  lire  ital. 252 
(100  sterline).  Nella  Nuova  Zelanda  sono  esenti  i  redditi  sino  a  lire  italian 
7566   (300  sterline). 

Il  Giappone  esenta  dalla  imposta  i  redditi  sino  a  260  lire  italiane  (ic 
yens). 

In  Italia  si  discusse  spesso  intorno  alla  esenzione  delle  quote  miuim 
immobiliari.  Il  problema  fu  posto  la  prima  volta  nel  1877,  in  occasion 
della  legge  2^  giugno  sui  redditi  della  ricchezza  mobile,  che  stabiliva  esei; 
zioni-e  detrazioni  per  i  -edditi  minimi  mobiliari,  e  si  pensò  se  per  un  cri  te 
rio  di  giustizia  tributaria  non  convenisse  applicare  quelle  esenzioni  e  quell  i 
deduzioni  allo  imponibile  dei  terreni  e  dei  fabbricati.  Dal  ministro  dell  ' 
Finanze  del  tempo,  on.  Seismit  -  Doda,  fu  presentato  ai  26  novem.  1876 
un  progetto  di  legge  che  proponeva  l'esonero  delle  quote  minime  immobi 
liari,  proponendo  contemporaneamente  la  reimposizione  dell'onere  sgra 
vato  sugli  altri  contribuenti  della  medesima  categoria  ;  ciò  che  fece,  ce 
pretesto  della  sperequazione  e  dell'eccessivo  gravame  che  nesarebber 
derivati,  naufragare  il  progetto.  Seismit  -  Doda  non  proponeva  l'esen 
zione  delle  quote  minime  sui  terreni  sino  a  lire  2  (misura  per  la  qual 
1873074  quote  per  un'imposta  erariale  di  1597795  lire  sarebbero  stat 
esentate)  e  di  quelle  sui  fabbiùcati  sino  a  lire  3,25  (onde  sarebbero  stat 
esonerate  1036998  quote  per  un'imposta  erariale  di  1831468  lire);  ma  li 
mitava  l'esonero  delle  prime  a  lire  1,50  d'imposta  e  quelle  dei  fabbricai  i 
a  lire  2,43.  Il  15  novembre  1S80  l'on.  Magliani  presentava  un  nuovo  di 
segno  di  legge  che  si  limitava  a  proporre  che  l'esattore  non  potesse  prc 
cedere  alla  esecuzione  immobiliare  contro  il  possessore  di  un  fondo  rustie  1 
la  cui  imposta  erariale  non  eccedesse  le  lire  2  né  contro  il  possessore  di  m 


CAP.    IX.  LA    FAMIGLIA    i:    l' IMPOSTA  34I 

fondo  urbano  la  cui  imposta  erariale  non  eccedesse  le  3,25  ;  e  poiché  a  nul- 
la si  riesci  lo  stesso  on.  Magliani  cambiava  nel  1884  strada  e  con  un  nuovo 
progetto  di  legge  (7  aprile  1884)  proponeva  che  i  contribuenti  potessero 
riacquistare  col  semplice  pagamento  di  una  somma  corrispondente  all'an- 
nua imposta  che  li  gravava  gli  immobili  devoluti  al  demanio  in  seguito 
a  procedimenti  coattivi.  Il  2  luglio  1885  il  progetto  dell'on.  Magliani  di- 
venne   legge. 

Preoccupava  più  che  altro  la  continua  devoluzione  allo  Stato  delle  pic- 
cole quote  che  si  andavano  vendendo  per  mancato  pagamento  d'imposte 
tanto  che  l'on.  Colombo  proponeva  nel  1892  che  gli  stabili  invenduti  fos- 
sero devoluti  ai  comuni  e  non  allo  Stato.  Finalmentenel  1900  l'on.Chimirri, 
ministro  delle  Finanze,  proponeva  che  per  le  quote  di  non  più  che  25  lire 
tra  imposte  e  sovrimposta  la  procedura  si  fosse  arrestata  allo  incanto  e 
che  ove  questo  fosse  andato  deserto  fosse  soppressa  la  devoluzione  dichia- 
rando inesigibile  la  quota  :  proponeva  inoltre  che,  con  una  specie  di  indulto 
si  restituissero  agli  spropri ati  senza  spesa  i  fondi  già  devoluti  al  demanio 
o  ai  comuni.  Secondo  l'on.  Chimirri  dunque  1'  esenzione  sarebbe  nata  dal 
fatto  della  mancanza  di  acquirenti  degli  stabili  posti  ad  incanto  :  il  che  in 
ogni  caso  avrebbe  evitata  la  devoluzione'.  Era  questo  più  che  altro  lo  scopo 
della  legge  :  1  iberare  Stato  e  comuni  da  devoluzioni  costose,  e  a  ciò  tendeva 
l'a.ticolo  2,  perchè  la  gestione  dei  fondi  devoluti  costava  allo  Stato  e  ai  co- 
muni 20omila  lire  e  ne  rendeva  in  quel  tempo  poco  più  di  15  mila.  Non  se,, 
ne  fece  nulla  e  continuarono  le  cose  come  prima.  Il  scjIo  vero  tentativo, 
di  introdurre  l'esenzione  dells  quote  minine  immobiliari  si  arresta  al  prò- 
getto  Seismit  -  Dota.  I^ei  1907  si  tornò  con  legge  proposta  dall'on.  LacaVa 
al  sistema  della  restituzione  dei  beni  ^espropriati  mediante  il  pagamento 
della  imposta  dell'anno  in  corso. 

123.  La  famiglia  è  ancora,  sarà  sempre  la  istituzione  sociale 
che  ha  maggiore  fondamento  nelle  leggi  naturali:  lo  sviluppo 
dello  spirito  di  faiìiiglia  corrisponde  sempre  a  un  senso  più 
grande  di  elevazione.  Certo  la  famiglia  nella  forma  antica, 
base  e  centro  di  produzione,  con  clienti,  con  legami  poderosi 
anche  con  i  parenti  più  lontani,  legami  di  difesa  e  di  offesa,  è 
già  scomparsa  quasi  dovunque  nei  paesi  civili,  poiché,  con  l'au- 
mento della  sicurezza,  non  avea  ragione  di  esistere.  Ma  la  fami- 
glia, così  com'è  stabilita  quasi  dal  principio  dei  tempi  storici, 
è  lungi  dall 'indebolirsi.  I  paesi  in  cui  i  legami  familiari  s'indebo- 
liscono, sono,  prima  o  dopo,  condannati  alla  dissoluzione: 
i  paesi  dove  prevalgono  i  celibi,  dove  i  matrimoni  sono  molto 
tardivi,  dove  lo  spirito  familiare  è  debole,  non  hanno  alcuna 
probabilità  di  vincere  nelle  grandi  lotte  dei  popoli  moderni. 
Ora  il  regime  tributario   non  può  agire  nel  modificare  prò- 


342  SCIENZA   DELLE    FINANZE  [LIBRO   II. 

fondamente  i  rapporti  esistenti:  non  può  né  meno  imporre  la 
morale  dove  non  è.  Mettere  imposte  speciali  sui  celibi,  come  si 
vorrebbe  in  Francia,  non  è  detto  che  induca  al  matrimonio: 
molti  preferiranno  non  sposarsi  e  pagare  un'imposta.  Ma  è  fuori 
di  dubbio  che  il  regime  tributario  deve  tener  conto  della  situa- 
zione dei  contribuenti  e  non  operare  in  senso  dannoso.  Ora  ope- 
rerebbe in  senso  dannoso  e  immorale  se,  supposti  due  redditi 
eguali,  l'imposta  fosse  la  stessa  per  un  celibe  e  per  una  famiglia 
di  dieci  figliuoli. 

Vi  sono  due  specie  di  imposte  in  cui  di  questo  principio  della 
famiglia  si  può  meglio  tener  conto:  la  imposta  di  successione, 
la  imposta  generale  sul  patrimonio  o  sul  reddito.  Quest'ultima 
sopra  tutto  si  presta  più  di  ogni  altra  imposta  a  tener  conto 
della  situazione  dei  capi  di  famiglia.  Le  prove  della  prevalenza 
di  questo  principio  nella  legislazione  di  alcuni  stati  moderni 
sono  numerose.  Ne  daremo  alcuni  esempi  nella  nota  che  segue. 

Naturalmente  sono  soltanto  le  imposte  dirette  personali 
e  generali  che  si  prestano  a  tener  conto  della  situazione  fami- 
liare dei  contribuenti:  nelle  altre  è  assai  diffìcile  che  il  legislatore 
possa   tenerne   conto. 

Per  ragioni  di  altra  natura  alcune  imposte  generali  sul  red- 
dito esentano  i  redditi  delle  vedove  e  degli  orfani  e  delle  per- 
sone inabilitate  a  guadagnare  la  loro  vita  per  cifre  superiori 
alle  esenzioni  ordinarie  accordate  ai  redditi  minori. 

NOTA 

La  situazione  della  famiglia  e  l'imposta  in  alcune  legislazioni  tributarie. 

Prima  del  1907  il  criterio  della  famiglia  non  influiva  sulla  legislazione 
finanziaria  inglese  ;  vi  fa  una  timida  comparsa  con  la  legge  di  bilancio  di 
quell'anno  per  un'agevolezza  accordata  ai  redditi  dei  coniugi  la  cui  entrata 
totale  non  superi  le  12610  lire  italiane  (500  sterline),  e  in  questo  senso  : 
per  il  finance  ad  del  1907  qualora  due  coniugi  hanno  redditi  propri  il  cui 
complessivo  ammontare  superi  le  12610  lire  italiane  annue  i  loro  redditi 
sono  considerati  congiuntemente  e  colpiti  nel  loro  totale  e  se  superano 
presi  insieme  le  lire  50440  italiane  (2000  sterline)  mentre  disgiuntamente 
uno  dei  due  è  inferiore  allo  2000  sterline,  non  potranno  godere  del  tasso 
di  favore  concesso  ai  redditi  earned  (che  è  del  3,75  %)  e  pagheranno  invece 
il  tasso  ordinario  del  5%  ;  mentre  quando  i  redditi  del  marito  e  della  moglie 
uniti  provengano  dalla  loro  attività  personale  e  non  superino  sommati 
insieme  le  12610  lire  italiane  (500  sterline)  saranno  tassati  separatamente, 


CAP.    IX.]  LA   FAMIGLIA   E   l'IMPOSTA  343 

con  le  esenzioni  o  le  deduzioni  che  ne  conseguono.  Era  in  verità  poco.  È 
colle  proposte  di  Lbyd  George  che  si  va  più  avanti:  il  cancelliere 
dello  Scacchiere,  infatti,  proponeva  nella  sua  esposizione  finanzia- 
ria del  29  aprile  1909  che  i  redditi  inferiori  alle  500  sterline  (12610 
liro italiane)  venissero  agli  effetti  della  imposta  ridotti  di  252.20  lire  ital. 
(io  sterline)  per  ogni  figlio  di  età  inferiore  ai  16  anni,  e  così  giustificava 
la  sua  proposta  :  «  Anche  dal  punto  di  vista  fiscale  egli  dice,  vi  è  una  so- 
stanziale differenza  fra  le  condizioni  di  un  padre  di  famiglia  e  quelle  di  un 
contribuente  che  non  ha  delle  responsabilità  di  tale  natura.  II  primo  è 
in  generale,  più  aggravato  d'imposte  nella  parte  del  suo  reddito  che  è 
coloita  dalle  imposte  indirette  e  da  quella  sulle  abitazioni  ;  di  guisa  che 
in  confronto  di  un  celibe  è  piuttosto  tassato  in  ragione  delle  sue  spese  che 
delle  sue  entrate.  ISion  vi  è  alcuna  categoria  sociale  che  debba  sostenere 
una  lotta  più  aspra  e  condurre  una  esistenza  più  piena  di  preoccupazioni. 
Col  loro  piccolo  reddito  (i  padri  di  famiglia,  i  cui  redditi  non  superino  le 
12610  lire  italiane)  devono  non  solo  provvedere  alla  loro  sussistenza  ;  ma 
sacrificarne  ancora  una  gran  parte  al  più  faticoso  e  al  più  disastroso  degli 
sforzi,  quello  che  è  conosciuto  sotto  nome  di  salvaguardia  delle  apparenze. 
Essi  sono  spesso  in  peggiori  condizioni  e  più  degni  di  pietà  che  non  l'arti- 
giano che  guadagni  la  metà  meno  di  loro  ».  Sagge  parole  e  veramente  im- 
prontate di  nobiltà  ;  ma  che  dovrebbero  dire  i  padri  di  famiglia  in  paesf 
come  il  nostro  in  cui  1 2610  lire  di  reddito  sono  quasi  l'agiatezza  ? 

In  Prussia  VEinkommensteusr  detraeva  dal  reddito  del  capo  di  famiglia 
quando  non  superava  le  3690  lire  italiane  (3000  marchi),  una  somma  di 
61,50  lire  nostre  (50  marchi)  per  ogni  membro  della  famiglia  al  disotto  dei 
14  anni  e  pe^-sonalmente  non  imponibile  ;  quando  nella  famiglia  vi  erano 
almeno  tre  persone  in  condizioni  simili,  l'imposta  era  abb  issata  di  un  gra- 
do, cioè  si  applicava  l'imposta  della  classe  inferiore,  e  quando  concorrevano 
speciali  condizioni  (oneri  straordinari  per  il  mantenimento  e  l'educazione 
dei  fanciulli,  spese  per  il  mantenimento  di  parenti  poveri,  malattie,  debiti, 
infortuni)  ed  il  reddito  non  superava  le  lire  nostre  11685  (9500  marchi),  le 
Commissioni  incaricate  dello  accertamento  potevano  concedere  al  contri- 
buente che  si  trovava  in  siffatte  condizioni  una  diminuzione  da  uno  a  tre 
gradi  il  che  implica  l'applicazione  della  imposta  di  una  delle  tre  classi,  che 
immediatamente  precedono.  Effetti  di  tali  detrazioni  furono  che  nel  1903, 
per  la  disposizione  del  paragrafo  18  (redditi  al  disotto  delle  3690  lire 
3000  marchi  e  detrazione  di  lire  61.50  =  50  marchi  per  ogni  figlio  e  ab- 
bassamento di  un  grado  della  imposta)  su  di  un  totale  di  oltre  2  milioni 
di  persone,  con  un  reddito  non  superiore  a  lire'3690,  154566  padri  di  fa- 
miglia furono  esentati  dalla  imposta  e  143308  ebbero  una  diminuzione 
di  essa  :  e  per  la  disposizione  del  paragrafo  19  della  legge  regolante  l'im- 
posta sul  reddito  (24  giugno  1891),  paragrafo  che  riguarda  le  detrazioni 
sui  redditi  inferiori  a  lire  11685  (9500  marchi)  su  di  1.379,094  contri- 
buenti con  tal  reddito,  4430  individui  furono  dichiarati  esenti  da  im- 
posta e  48535  ebbero  una  diminuizione  di  essa.  Nella  stessa  Prussia  l'im- 
posta sul  patrimonio  {Ergànzungsteuer) ,  introdotta  con  legge  14  lugUo 
1893,  esentava  le  donne  che  avevano  a  loro  carico  dei  minori  e  gli  orfani 


344  SCIENZA     DELLE    FINANZE  [LIBRO   li. 

di  padre  in  età  minore  se  il  loro  patrimonio  non  eccedeva  le  lire  24000 
(20000  marchi)  e  il  loro  reddito  non  superi  le  1476  lire  (1200  marchi).  In 
Sassonia,  V Einkommensteuer  tiene  anche  contp  della  famiglia. 

In  Austria,  1'  ihiposta  personale  sul  reddito  (Personal  einkommensteuer) 
si  preoccupava  delle  condizioni  della  famiglia  ed  esentava  ^ j^  del  red- 
dito del  capo  di  famiglia  per  ognuno  dei  membri  di  essa,  quando  la  com- 
ponevano oltre  la  moglie  più  di  due  persone  ed  il  reddito  totale  non  su- 
perava le  4200  lire  (2000  fiorini),  disposizione  questa  che  riesciva  special- 
mente favorevole  agli  agricoltori  che  avevano  di  ordinario  famiglie  più 
numerose  ;  inoltre  se  pur  sempre  nei  limiti  di  un  reddito  inferiore  a  lire 
4200,  la  moglie  od  altro  membro  della  famiglia  arrecavano  un  reddito 
indipendente  da  esso  si  detraevano,  senza  tenere  conto  del  numero  dei 
componenti  la  famiglia  ^525  lire  italiane  (250  fiorini)  ;  e  se  il  reddito  del 
capo  di  famiglia  non  superava  le  10500  lire  (5000  fiorini)  si  poteva  tener 
conto  di  tutti  i  carichi  straordinari  per  spese  di  educazione,  malattie  etc. 
che  su  di  lui  incombevano. 

In  Francia,  la  contribution  mobilière  esenta  i  padri  o  le  madri  di  sette 
figli  viventi,  minori,  legittimi  o  leggittimati;  inoltre  per  l'articolo  4  della 
legge  20  luglio  1904  il  Consiglio  comunale  può  dedurre,  a  titolo  di  minimo 
di  affitto,  oltre  la  somma  fissa  di  Ure  375,  un  decimo  di  essa  per  ogni  per- 
sona,esci  usa  la  prima,  che  si  trovi  a  carico  del  contribuente  e  nel  suo  do- 
micilio, considerando  come  persone  a  carico  del  contribuente  i  figli  mi- 
nori di  16  anni,  gli  ascendenti  vecchi  o  infermi,  i  fanciulli  orfani  od  ab- 
bandonati   che    siano    stati    da   lui   raccolti. 

Nella  Svizzera  vi  hanno  esenzioni  ai  capi  di  famigliae  alle  vedove  e  agli 
orfani  «  Dal  momento  che  la  legge  vuole  esonerare,  nota  DeCéren- 
ville  (Les  Impòts  en  Suisse  pp-89-93);  ciò  che  è  giusto,  il  minimo  neces- 
sario all'esistenza  del  contribuente,  essa  non  protrebbe  in  buona  logica 
prelevare  alcuna  parte  del  reddito  necessario  alla  vita  di  quelle  persone 
che  sono  a  suo  carico. <>  Ciò  malgrado,  non  è  che  in  poco  più  di  un  quar- 
to del  Cantoni,  otto  su  22,  che  si  tien  conto  dei  carichi  di  famiglia  nel  cal- 
colo del  reddito  imponibile  del  padre  di  fam.iglia.  Ciò  avviene  nei  cantoni 
di  Appenzell  esterno,  Basilea-città,  Lucerna,  Neuchàtel,  Soletta,  Ticino 
Vaud  e  Zug.  Nel  cantone  di  Vaud,  per  la  legge  del  18  novembre  1897, 
sono  esenti  dalla  imposta  sul  reddito  700  franchi  perii  capo  di  famigliae 
per  là  moglie  e  700  per  ogni  figlio.  È  forse  un  pò  troppo.  È  stato  notato 
che  il  capo  del  governo  di  Vaud,  cioè  il  più  alto  funzionario,  non  ha  che  7 
mila  franchi  di  stipendio  :  e  se  avesse  dunque  moglie  e  otto  figliuoli  sareb- 
be del  tutto  esente.  In  alcuni  cantoni  le  esenzioni  sono  minori  ;  così  a 
Zoug  ogni  cittadino  è  esente  da  imposta  per  900  franchi  di  reddito  se  am- 
mogliato, per  600  se  celibe  e  ha  200  franchi  di  esenzione  per  ogni  figlio  mi- 
nore di  15  anni.  A  Soleure  il  capo  di  famiglia  è  esente  per  900  franchi 
per  sé  e  per  100  per  ciascuno  figlio  minore  di  18  anni  :  non  può  essere  e- 
sente  che  per  700  franchi  se  celibe.  A  Neuchàtel  vie  esenzione  per  ogni  fi- 
glio al  disotto  di  18  anni  per  200  lire  di  reddito.  In  altri  cantoni  si  seguono 
criteri  diversi.  A  Lucerna  i  redditi  dei  celibi  si  esentano  fino  a  500  lire, fino 
a  800  quelli  dei  coniugati;  mentre  è  esente  il  patrimonio  dei  celibi  sino 


CAP.    IX.;  LA   FAMIGLIA    E   L  IMPOSTA  345 

a  1000  e  quello  delle  famiglie  sino  a  2000.  A  Basilea-città,  le  famiglie,  con 
figli  o  senza,  non  pagano  imposte  se  il  loro  reddito  annuale  non  supera  i 
1500  franchi  per  anno.  Ad  Appenzell  esterno  è  esente  il  reddito  delle  fa- 
miglie con  tre  figli  quando  non  superi  le  1200  lire,  nel  Canton  Ticino  il 
reddito  del  capo  di  famiglia  con  quattro  figli  è  ridotto  del  quarto. In  quanto 
riguarda  le  vedove,  gli  orfani,  gli  inabili  al  lavoro,  i  vecchi,  abbiamo  che 
il  Cantone  di  Obwàld  esenta  il  patrimonio  delle  vedove  sino  all'ammon- 
tare di  1200  lire,  Argovia  e  Schwyz  sino  a  quello  di  2000  lire,  Zeug  sino  a 
loooo  quando  vi  siano  minori  la  cui  educazione  incomba  sulla  madre  e 
Basilea-città  sino  a  20  mila  lire.  Nel  cantone  di Glarona  se  il  patrimonio 
é  inferiore  a  40  mila  franchisi  deducono  le  prime  15  mila  li  re:  in  quello 
di  San  Gallo  le  vedove  pagano  l'imposta  sulla  metà  pel  loro  capitale  se 
questo  é  inferiore  a  20  mila  lire  e  sui  tre  quarti  se  eccede  quella  somma. 
Obwàld,  Schwyz,  Zoug,  Glarona,  e  S.  Gallo  trattano  al  medesimo  modo 
di  quelli  delle  vedove  i  patrimoni  degli  oi'fani;  Basilea-città  accorda  de- 
duzioni solo  quando  il  patrimonio  è  inferiore  a  6000  lire  ;  ed  Appenzel 
esterno,  Grigioni,  Lucerna,  Turgovia  e  Zurigo  che  non  danno  facilitazioni 
alle  vedove,  considerano  in  diverso  modo, gli  orfani.  Il  patrimonio  degli 
orfani  è  esente  sino  a  1200  ad  Appenzell  esterno  sino  a  3000  nei  Grigioni 
e  a  Zurigo;  a  Turgovia  è  esente  sino  a  1000  lire  per  intero  e  per  il  50%  si- 
no a  3000  ;  a  Lucerna,  è  esente  il  quinto  delle  fortune  inferiori  a  6000  li- 
re. Appenzell  R.  E.  e  Basilea  campagna  accordano  anche  deduzione  ai 
redditi  delle  vedove  e  degli  orfani  agli  effetti  dei  tributi  sul  reddito. 

In  Norvegia  l'imposta  generale  sul  patrimonio  e  sul  reddito  del  29  giu- 
gno 1892  divide  addirittura  i  contribuenti  in  quattro  classi  :  i  celibi  o  i 
coniugati  senza  prole  ;  coloro  che  hanno  i  a  3  persone  di  famiglia  :  coloro 
che  ne  hanno  da  4  a  6  ;  coloro  infine  che  ne  hanno  7  o  più.  E  le  esenzioni 
dilla  imposta  sono  assai  diverse.  Supponendo  un  reddito  di  2  mila  corone 
un  celibe  paga  su  1400,  una  persona  che  ha  sette  figli  su  600.  Supponendo 
un  reddito  di  4  mila  corone  la  parte  colpita  da  imposte  sarà  rispettivamente 
per  le  4  classi  di  3.400  ;  3.000,  2.600  e  2.200  corone. 

Nella  Tasmania  l'imposta  sulle  facoltà  (redditi  non  guadagnati)  del 
1904,  che  si  basa  sul  valore  locativo,  ed  é  simile  in  fondo  alla  contribu- 
tion  mobilière  francese,  quando  il  valore  imponibile  é  inferiore  a  100  ster- 
line (2522  lire)  deduce  lire  252,20  (io  sterline)  per  ciascun  figlio  in  età  in- 
feriore  ai   sette    anni. 

In  quanto  agli  incapaci  a  guadagnarsi  la  vita,  la  Svizzera  offre  notevoli 
esempi  di  esenzione.  I  Cantoni  di  Argovia,  Grigioni,  Zurigo,  Lucerna  e 
Glarona  accordano  alle  persone  incapaci,  per  una  causa  o  per  un  altra,  di 
guadagnarsi  la  vita  (malattia, vecchiaia)  gli  stessi  sgravi  tributari  che  ac- 
cordano agli  orfani  minori  ;  Zoug  e  Soletta  fanno  agli  inabili  condizioni 
speciali,  in  quanto  esentano  Zug  i  redditi  sino  a  6000  e  Soletta  quelli 
sino  a  7000.  E  anche  a  notare  che  Zug,  Soletta  e  Glarona  accordano  fino 
ai  6000  e  anche  sino  a  loooo  (Glarona)  franchi  di  reddito  esenzioni  par- 
ziali o  totali  in  caso  di  incapacità  temporanea  al  lavoro  per  malattia  od 
altro    accidente. 


346  SCIENZA     DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

124.  Le  imposte  reali,  come  quelle  che  colpiscono  i  capitali 
o  i  redditi  indipendentemente  dalla  persona  che  li  possiede, 
non  tengono  alcun  conto  della  condizione  in  cui  si  trova  chi  li 
possiede  o  chi  li  percepisce.  Il  proprietario  di  una  terra  la  quale 
abbia  un  valore  di  200  mila  lire  e  su  cui  gravi  un  debito  ipote- 
cario di  100  mila,  in  realtà  non  possiede  che  metà  del  suo  fondo. 
Pure  paga  l'imposta  sull'intero  fondo,  come  se  ne  percepisse 
tutto  il  reddito.  Può  anche  accadere  che  si  paghino  imposte 
per  fondi  da  cui  non  si  ricava  più  nulla,  ma  i  cui  proprietari 
credono  o  sperano  di  potersi  liberare  dai  debiti  prima  o  dopo. 

Ben  diverso  è  il  caso  delle  imposte  generali  e  personali  e 
delle  imposte  di  successione.  Le  prime  colpiscono  le  persone 
per  il  loro  reddito  :  le  seconde  per  gli  accrescimenti  di  patri- 
monio. Ora  una  imposta  generale  sul  reddito  che  colpisca  un 
individuo  il  quale  abbia  un'entrata  di  io  mila  lire,  non  può 
colpirlo  che  per  8  mila,  se  egli  paghi  2  mila  lire  l'anno  di  inte- 
ressi di  debiti.  È  illogico  colpire  il  debitore,  quando  è  più  sem- 
plice rivolgersi  al  creditore  che  possiede  realmente  la  ricchezza 
imponibile*.  Del  pari  la  imposta  di  successione  fa  contribuire 
chi  eredita  secondo  ciò  che  in  realtà  egli  ha  ricevuto  in  eredità: 
se  su  una  proprietà  di  100  mila  lire  vi  sono  debiti  per  40  mila, 
è  naturale  che  chi  riceve  in  realtà  solo  60  mila,  paghi  esclusi- 
vamente per  questa  somma. 

Non  tener  conto  affatto  della  situazione  del  contribuente 
non  è  il  minore  difetto  delle  imposte  reali:  è  perciò  anzi  che 
alcuni  scrittori,  con  esagerazione  un  po'  evidente,  le  conside- 
rano come  imposte  che  han  fatto  il  loro  tempo  è  che  non  è  pos- 
sibile più  ammettere.  È  però  fuori  di  dubbio  che  i  tributi 
reali  danno  luogo  a  cumuli  d'imposte.  Il  proprietario  di  una 
terra  paga  per  un  reddito  di  io  mila  lire,  anche  se  per  causa 
dei  suoi  debiti  percepisca  solo  5  mila  :  ma  a  loro  volta  i  credi- 
tori ipotecari  pagano  sul  reddito  di  5  mila  lire.  Cosi  non  si  tien 
conto  delle  circostanze  che  alterano  la  capacità  contributiva 
di  alcune  classi  di  cittadini,  sopratutto  dei  proprietari  fondiari. 

*  Cfr.  su  questo  argomento  sopra  tutto:  Von  H  e  e  k  e  1  :  Dei  Einkom- 
mcnsteuer  und  die  Schuldzinsen.  Leipzig,  1890,  pagina  120  e  seg.;  E. 
Cessa:  op.  cit.  pag.  53  e  seg.;  De  Cérenville:o^.  cit.  pag.  65  e  seg. 


CAP.    IX .]  LA    DETRAZIONE   DEI  DEBITÌ  347 

Quando  si  può,  è  senza  dubbio  preferibile  colpire  il  reddito 
dove  veramente  si  trova  ed  evitare  cumuli  dannosi  :  o  che  si 
conceda  quindi  al  debitore  di  farsi  rimborsare  dal  creditore  ciò 
che  egli  paga  per  imposta,  o  meglio  ancora  che  Io  Stato  colpi- 
sca direttamente  il  creditore,  è  bene  che  la  detrazione  sia  fatta. 
Il  primo  metodo  ha  il  vantaggio  di  evitare  la  pubblicità  (cosi 
spesso  antipatica  ai  debitori)  e  permette  di  colpire  i  capitali 
degli  stranieri  che  danno  a  prestito,  ma  ha  anche  inconvenienti 
non  pochi  come  quello  di  essere  di  più  diffìcile  attuazione  e 
sopra  tutto  meno  semplice.  Ciascun  sistema  tributario,  dove 
la  detrazione  dei  debiti  è  ammessa,  segue  in  ogni  modo  pro- 
cedimenti speciali,  che  si  basano  sull'uno  o  sull'altro  criterio. 

NOTA 

La  detrazione  dei  debiti  nella  pratica  tributaria. 

Diamo  qualche  esempio  di  detrazione  dei  debiti  dall'  imponibile. 

L'imposta  prussiana  sul  reddito  del  1891  ammetteva  la  detrazione  dei 
debiti  per  il  calcolo  del  reddito  netto  imponibile  e  per  di  più  ai  contri- 
buenti il  cui  reddito  non  superava  lire  11685  (9500  marchi)  è,  anche  in  ra- 
gione dei  debiti  onerosi  e  nvmierosi,  accordata  la  diminuzione  di  tre  gradi 
della  imposta.  Ugualmente  l'imposta  complementare  prussiana  sul  pa- 
trimonio del  14  luglio  1893  detraeva  dal  patrimonio  di  ogni  contribuente 
la  somma  corrispondente  ai  suoi  debiti  personali  e  reali,  nonché  alle  reu- 
dite e  altri  diritti  pecuniari  dovuti  da  lui. 

Nella  Svizzera,  tutti  i  Cantoni,  meno  Friburgo  e  il  Vallese,  autorizzano 
il  contribuente  a  dedurre  l'ammontare  dei  suoi  debiti  chirografari;  nel 
Canton  Ticino  sono  defalcati  i  debiti  dallo  imponibile  del  debitore,  solo 
quando  il  creditore  paghi  nel  Cantone  l'imposta  sull'  ammontare  del  suo 
credito.  Un  sistema  assai  ingegnoso  é  adottato  nel  Cantone  del  Vaud, 
che  permette  al  contribuente  di  defalcare  i  suoi  debiti  non  solo  dallo  am- 
montare del  suo  patrimonio  mobiliare  o  immobiliare,  ma  ancora  dai  suoi 
redditi  professionali  o  del  lavoro  in  generale,  in  quanto  se  i  debiti  non  si 
possono  defalcare  dalla  imposta  fondiaria  si  defalcheranno  dal  patrimonio 
mobiliare  soggetto  a  relativa  imposta  e  se  la  somma  dei  debiti  oltrepassa 
la  fortuna  mobiliare  imponibile,  il  5%  dell'eccedenza  é  sottratto  dalle  en- 
trate derivanti  da  rendite  e  usufrutti  e  se  questa  deduzione  non  può  nem- 
meno così  farsi,  in  tutto  o  in  parte,  la  parte  di  questo  5%  da  dedursi  si  rad- 
doppia ed  é  sottratta  al  prodotto  del  lavoro.  In  quanto  ai  debiti  ipotecarli 
non  vi  è  parità  di  trattamento  in  tutti  icantoni;  Appenzell  interno,  Ginevra 
e  il  Vallese  non  ammettono  deduzione  di  passività  e  colpiscono  gl'immobili 
nel  loro  valore  totale;  Argovia  e  Basilea-campagna  colpiscono  al  contra- 
rio la  fortuna  netta  del  contribuente,  deducendone  tutte  la  passività  ; 
i  cantoni  di  Vaud,  Neuchàtel,  Nidwal;  Appenzell  esterno,  Turgovia,  San 


348  SCIENZA     DELLE    FINANZE  [LIBRO   II. 

Gallo  e  Uri  fanno  dipendere  la  detrazione  o  meno  dei  debiti  dal  domicilio 
del  proprietario  debitore,  nel  senso  che  é  ammessa  la  detrazione  solo  quan- 
do r  immobile  gravato  da  passività  appartiene  ad  un  proprietario  domi- 
ciliato nel  cantone,  e  in  caso  opposto  non  è  ammessa;  il  cantone  di  Glarona 
e  quello  di  Basilea-campagna  negano  anche  essi  la  detrazione  dei  debiti 
quando  il  proprietario  oberato  viva  fuor  del  cantone,  ma  1'  ammettono 
solo  nel  caso  che  l'interessato  provi  che  sarebbe  una  reale  ingiustizia 
{cine  Wesentliche  U nbilligkeit)  l'importo  sul  valore  totale  dei  fondi  gravati 
da  ipoteca:  i  cantoni  di  Schwyz,  Zurigo,  Obwald,  Sciaffusa,  Soletta,  Zug 
e  Basilea-Città  ammettono  in  massima  la  detrazione  dei  debiti  pei  proprie- 
tari domiciliati  nei  cantoni  stessi,  ammeno  che  il  contribuente  non  provi 
che  la  proporzione  fra  il  debito  e  il  valore  dello  immobile  ipotecato  sia 
uguale  o  inferiore  a  quella  esistente  fra  l'ammontare  del  debito  e  tutta  la 
sua  fortuna  ;  i  cantoni  di  Lucerna  e  dei  Grigioni  ammettono  anche  i  pro- 
prietari domiciliati  fuori  cantone  alla  detrazione  del  passivo,  purché  sia 
domiciliato  nei  due  cantoni  il  creditore  e  paghi  imposta  sull'ammontare 
del  suo  credito  ;  i  cantoni  di  Friburgo,  Berna  e  del  Ticino,  con  un  criterio 
assai  poco  logico,  ammettono,  invece,  la  deduzione  dei  debiti  dallo 
imponibile  immobiliare  del  debitore,  solo  quando  il  creditore  risieda  nei 
cantoni  citati  e  paghi  imposta  sull'ammontare  del  suo  credito. 


La  ripercussione  delle  imposte. 

125.  La  ripercussione  delle  imposte  è  il  punto  più  impor- 
tante di  tutta  la  disciplina  finanziaria,  sì  come  la  profonda 
mente  di  Davide  Riccardo  avea  fin  dal  suo  tempo  chiaramente 
compreso.  Il  problema  fondamentale  della  finanza  è  senza 
dubbio  quello  della  incidenza,  della  traslazione  e  della  per- 
cussione della  imposta.  Anche  adesso  Edgeworth  crede  che 
i  due  problemi  fondamentali  della  finanza  siano  :  quali  sono 
i  primi  principi  in  base  a  cui  deve  essere  ripartito  fra  i  cit- 
tadini l'onere  dei  tributi;  quali  sono  gli  effetti  delle  imposte?* 
Per  rispondere  a  questa  ultima  domanda  bisogna  appunto  inda- 
gare nel  più  vasto  campo  della  disciplina  finanziaria.  Nelle 
imposte,  vi  è  ciò  che  si  vede  e  vi  è  ciò  che  non  si  vede.  Assai 
spesso  chi  in  apparenza  paga  l'imposta,  non  la  paga  in  realtà  : 
e  viceversa   n'  è   colpito  chi  pareva  ne  fosse  esente. 

*  Edgeworth;  The  pure  Iheory  oj  taxation,  iu  E.  J.  1906. 


VXTP     X.ì  RTpERdUSSrONÉ   DELLE   lMPO?^tE.  ^J{Cì 

Chi  introduce  dalla  Russia  e  dagli  Stati  l'niti  petrolio  in 
Italia  paga  un  dazio  d'introduzione.  Ma  a  sua  volta  egli  che 
potea  vendere  il  petrolio  a  un  prezzo,  lo  venderà  a  un  altro 
molto  maggiore.  Tenterà  cioè,  e  in  questo  caso  riuscirà,  a 
trasferire  l'imposta  sui  consumatori.  Sarà  dunque  il  popolo 
dei  consumatori  che  pagherà  in  realtà  l'imposta.  Ma  chi  im- 
porta il  petrolio,  può  trovarsi  di  fronte  a  una  serie  di  situa- 
zioni differenti.  Vi  sono  importatori  concorrenti  da  altri 
paesi  ?  Il  mercato  ha  capacità  di  sostituire  altri  prodotti 
similari  ?  L'  industria  richiedente  ha  capacità  di  espansione  ? 
Vi  sono  situazioni  di  monopolio  nell'ordinamento  del  mer- 
cato interno  ?  Vi  è  tutta  una  serie  di  fenomeni  di  trasla- 
zione, di  percussione,  di  incidenza,  di  evasione  delle  imposte, 
che  formano  il  campo  più  interessante  delle  discipline  finan- 
ziarie *.  Ora  noi  dobbiamo  fare  due  ipotesi:  una  prima  è  che 
la  imposta  non  si  paghi  affatto  e  allora  vi  è  evasione.  Dicesi 
evasione  dalla  imposta  la  mancanza  di  pagamento  dell'impo- 
sta senza  trasferimento  ad  alcuna  persona.  Può  avvenire 
cosi  per  frode  (contrabbando),  come  perchè  venga  a  mancare 
r  oggetto  della  imposta.  Per  esempio  :  se  l'alto  dazio  sul 
petrolio  facesse  sviluppare  le  industrie  del  gaz  luce  e  della 
luce  elettrica,  a  tal  punto  da  far  rinunziare  al  petrolio,  avrem- 
mo evasione. 

Ma  possiamo  supporre  che  l'imposta  non  si  possa  evadere 
e  allora  si  possono  avere  fenomeni  di  percussione,  di  trasla- 
zione  e   di   incidenza. 


*  Fra  le  opere  fondamentali  su  questo  argomento  cfr.  Pantaleoni: 
Teoria  della  traslazione  dei  tributi,  Roma  1882;  S  e  1  i  g  m  a  n  :  On  the  shi- 
fling  and  incidence  oftaxation,  3  ediz.  New  York,  1910.De  Lauwere  yns 
deRoosendaele:  La  repercussion  de  l'impót,  Paris  1901;  K  a  i  z  1  : 
Die  Lehre  von  der  Uebenvalzung  der  Steuern,  Leipzig.  1882  :  K  n  u  t  \V  i- 
c  k  s  e  1  1  :  Finanztheor etiche  Untersuchungen  ecc,  Jena,  1906,  I  ;  E  d  g  e- 
w  o  r  t  h  :  The  pure  theory  0/  taxation,  in  E.  J.  1897:  etc.  etc. 

Tra  le  opere  italiane  si  possono  consultare  :  Conigliani:  Teoria 
generale  degli  effetti  economici  delle  imposte,  Milano  1890  ;  Einaudi: 
Studi  sugli  effetti  delle  imposte,  Torino  1902;  T  i  v  a  r  o  n  i  ,  Translazione 
ed  incidenza  deelle  imposte,  Verona  1905;  Natoli:  Studi  sugli  effetti  eco- 
nomici  delle   imposte,    Palermo    1909,  etc. 


J50  SCtfekiÀ  bÈttfe  JFl^AtJ^È  [LtJBkO  tt. 

Si  chiama  percussione  la  caduta  della  imposta  sul  contri- 
buente de  jure  :  il  quale  può  pagarla  egli  stesso  o  può  trasfe- 
rirla ad   altri. 

La  traslazione  della  imposta  è  quel  processo,  mediante  cui 
l'individuo  colpito  tende  a  trasferirà,  o  in  tutto  o  in  parte, 
su  altri  l'onere  del  tributo.  Corrisponde  a  ciò  che  i  tedeschi 
chiamano   Uberwàlzung  *  e  gli  inglesi  Shifting. 

In  altri  termini  la  traslazione  della  imposta  si  ha  quando 
il  contribuente  de  jure,  riversa  l'imposta  su  un  contribuente 
de  facto,  il  quale  o  a  sua  volta  la  riversa  su  altri  o  ne  è  inciso. 

Dicesi  incidenza  la  direzione  effettiva  della  imposta  :  quando 
un  individuo  non  può  trasferire  su  altri  il  tributo  e  lo  paga 
in  realtà,  egli  è  allora  inciso  dall'  imposta.  "L'incidenza  si  ha 
dunque  quando  una  nuova  ripercussione  non  è  più   possibile. 

Nel  caso  citato  l'importatore  di  petrolio  è  colpito  col  dazio  ; 
vi  è  dunque  un  fenomeno  di  percussione.  A  sua  volta  egli 
trasferisce  su  altri  l'onore  del  dazio  :  vi  è  traslazione.  Il  con- 
sumatore è  in  realtà  colpito  dalla  impesta  e  paga  esso  il 
dazio  :  vi  è  incidenza.  Il  contrabbando  si  sviluppa  o  molti 
pensano  sostituire  il  gaz  o  la  luce  elettrica  al  petrolio:  vi  è 
evasione. 

Quando  si  applichi  una  imposta  si  deve  sempre  ricercare  se 
a  causa  di  essa,  la  domanda  o  l'offerta  della  ricchezza  o  del 
servizio  colpiti  aumentino  o  diminuiscano.  Supponiamo  ancora 
l'esempio  da  noi  prescelto  :  quello  di  un  importatore  di  pe- 
trolio. Dopo  un  aumento  di  dazio    vi  può  essere  aumento  del 


*  Ma  i  tedeschi  il  cui  linguaggio  si  presta  molto  alla  formazione  di  pa- 
role nuove,  distinguono,  a  dirittura  la  traslazione  {Uberwàlzung)  in  Ab- 
u>dlzung,Fortwàlzung,  Ruckwàlzung:  a)  Vi  è  Abwàlzung  quando  una  somma 
di  imposte  determinata  viene  a  ripartirsi  o  sopra  una  più  grande  somma 
di  ricchezze,  e  sopra  un  reddito  maggiore,  o  sopra  un  prodotto  più  grande. 
Non  si  tratta  veramente  di  una  ripercussione  :  ma  di  un  fatto  che  ha 
anch'esso  la  maggior  importanza  nei  fenomeni  finanziari:  b)  vi  è  Fortwàl- 
xung  o  ripercussione  progressiva  quando  la  traslazione  va  del  produttore 
al  consumatore  o  dall'intraprenditore  all'operaio;  e)  vi  è  Ruckwàlzung  o 
progressione  indietro  allorché  la  traslazione  avviene  da  operaio  a  impren- 
ditore, da  consumatore  a  produttore.  Cfr.  Wagner:  Finanz,  voi.  II. 
pag.  346  e  seg. 


CÀt>.    k.]  feÌÌ>ÈkCtJSStONÈ    bÈLLÈ    ÌMtOStÈ  ^5! 

prezzo  della  merce  :  sarà  allora  il  petrolio  meno  richiesto  di 
prima  ?  Oppure  gli  importatori,  essendo  in  concorrenza,  pre- 
feriranno non  aumentare  il  prezzo  ?  e  poiché  l'introduzione  è 
meno  vantaggiosa  vi  sarà  allora  minore  offerta  di  prima  ? 
Se  un  nuovo  aumento  del  dazio  determina  aumento  di  prezzo 
in  quale  misura  avviene  la  evasione?  in  quale  forma?  Abbiamo 
supposto  un  caso  semplice  e  quindi  abbiamo  proposto  quesiti 
semplici  ;  ma  vi  sono  casi  estremamente  più  complessi.  In 
fondo  la  traslazione  della  imposta  può  avvenire  solo  con  una 
variazione  dei  prezzi  :  e  questa  a  sua  volta  non  può  che 
derivare  da  aumento  o  diminuzione  dell'offerta  o  della  do- 
manda. Cosi  i  fenomeni  della  traslazione  vengono  a  trovarsi 
in  stretto  contatto  e  in  certa  guisa  a  essere  conseguenza  dei 
fenomeni  del  valore. 

Tutti  i  fenomeni  relativi  alle  imposte  possono  studiarsi  in 
casi  assai  differenti:  per  esempio,  secondo  che  vi  sia  libera 
concorrenza,  o  monopolio  di  una  delle  parti  ;  o  si  tratti  di 
merci  e  di  beni  prodotti  a  costo  crescente  o  decrescente  ;  che 
vi  sia  o  no  mobilità  o  immobilità  di  lavoro  o  di  capitale,  ecc. 
D'altra  parte  ciascun  sistema  di  imposte  non  può  essere  con- 
siderato isolatamente  ma  nelle  circostanze  in  cui  opera  :  più 
una  imposta  è  generale  e  meno  è  grande  la  sua  traslazione. 

In  generale  vi  sono  due  forme  fondamentali  per  l'imposi- 
zione :  I .  Lo  stato  preleva  direttamente  una  parte  del  reddito  o 
del  capitale  dei  cittadini  {imposte  dirette) '2.  Lo  Stato  impone 
ai  produttori  o  a  coloro  che  scambiano  ricchezze  un  prelievo 
su  ogni  atto,  o  fatto,  o  scambio  {imposte  indirette)  e  allora  ven- 
gono colpiti  in  forma  indiretta  gl'interessi,  i  profitti,  i  salari. 
È  evidente  che  in  questo  secondo  caso  si  determinano  più 
largamente  fenomeni  di  traslazione. 

126.  Una  imposta  generale  sul  reddito  non  presenta  d'or- 
dinario alcuna  possibilità  di  traslazione  :  più  (abbiamo  detto) 
una  imposta  é  generale  e  meno  si  trasferisce.  Supponendo  una 
imposta  unica  del  io  per  cento  su  tutti  i  redditi,  la  traslazio- 
ne non  sarebbe  possibile  ;  più  ancora  non  presenterebbe  alcu- 
na possibilità  di  traslazione  una  imposta  unica  di   capitazione  ; 


352  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LlfeRO  IL 

una    lira    per    sibilante  *.    Ma    questa    è    ipotesi   fuori    della 
realtà. 

lu'imposta  è  grave  o  è  tenue  ?  Nell'un  caso  e  nell'altro  i  con- 
tribuenti si  regoleranno  diversamente  :  un'imposta  molto  te- 
nue è  d'ordinario  trasferita  assai  meno  di  un'imposta  grave. 
Nei  paesi  dove  s'introducono,  in  forma  lievissima,  imposte  sulla 
fabbricazione  di  alcune  merci,  accade  spesso  che  i  produttori 
preferiscano  sopportarle  essi  stessi  piuttosto  che  portare  una 
qualsiasi  alterazione  nel  prezzo  delle  merci  e,  comunque,  cor- 
rere   dei    rischi. 

Diverso  è  il  caso  del  monopolio,  diverso  il  caso  della  concor- 
renza dal  punto  di  vista  della  ripercussione  delle  imposte.  Quan- 
do esiste  una  industria  monopolizzata,  l'imposta  che  la  colpi- 
sce non  presenta  ordinariamente  alcuna  possibilità  di  trasla- 
zione. Infatti  che  cosa  può  fare  il  monopolista  ?  j  Elevare  il 
prezzo  non  puvò,  perchè  se  ciò  fosse  stato  consentito  dalla  con- 
venienza economica,  avrebbe  fatto  anche  prima.  Il  prezzo 
antecedente  all'imposta  coincideva  col  consumo  corrispon| 
dente  al  maggiore  benefìzio  ;  una  elevazione  qualsiasi  non  pu^ 
che  restringere  il  consumo  e  quindi  ridurre  ancora  il  proli tt< 
Ben  diverso  è  il  caso  in  regime  di  libera  concorrenza  ;  in  ess 
l'in  traprenditore  cercherà  aumentare  il  prezzo  dei  suoi  prodot^ 
ti.  Quando  si  tratti  di  una  imposta  generale  ciò  è  più  diffìci- 
le ;  le  ragioni  dello  scambio  rimanendo  invariate  tra  i  diversi 
produttori,  questi  finiscono  con  avere  una  diminuzione  di  red- 
dito. Ma  quando  si  tratta  di  imposte  parziali,  le  merci  colpite, 
avendo  un  più  alto  costo  di  produzione,  dovranno    aumentare 

*  Cfr.  A.  H  e  1  d  :  Zur  Lehre  der  U ebericàlzung  der  Steuern  in  Tubingen 
Zeitschrift  1898,  XXIV.  pag,  467  ;  S  h  a  w  :  The  Single  Tax,  New  York. 
1896,   cap.  IV,   ecc.. 

t  «  Il  monopolista,  come  ogni  altro  uomo  di  affari  tende  ad  ottenere  il 
maggior  possibile  guadagno.  E  perciò  aumenta  i  prezzi  fino  al  punto  che 
gli  conviene.  Ma,  ad  ogni  aumento  di  prezzo  la  domanda  e  la  vendita  di- 
minuiscono e  si  giunge  al  punto  in  cui  la  vendita  comincia  a  diminuire 
in  proporzione  più  forte  di  quella  con  cui,  a  causa  dell'accrescimento  del 
prezzo  aumenta  il  profitto  netto  per  ogni  unità  della  merce  venduta.  Da 
questo  punto  ogni  nuovo  aumento  di  prezzo  diminuirebbe  a  sua  volta  i' 
profitto  netto  totale  del  monopolista  e  viene  quindi  tralasciato»;  W  i  e  k- 
se  11;  Finanztheoretische  U ntersuchiingen,  pag.  11. 


CAP.    X.  CASI    DI'  TRASLAZIONE  353 

di  prezzo.  Se  il  consumo  proporzionai rr ente  diminuisce,  è  il  pro- 
duttore che  viene  colpito  dalla  imposta  ;  ma  se  si  tratta  di  mer- 
ci il  cui  consumo  non  si  restringe  perchè  non  si  può  restringe- 
re, i  consumatori  diventeranno  i  contribuenti  di  fatto.  In  Une  a 
generale,  perchè  in  libera  concorrenza  si  verifichi  la  traslazione, 
occorre  che  i  produttori  possano  vendere  la  stessa  quantità 
di  merci  di  prima  a  un  prezzo  maggiore.  Quando  il  consumo 
viceversa  si  restringe,  allora  la  traslazione  generalmente  non 
si  avvera. 

La  varia  mobilità  del  capitale  ha  azione  grandissima  sugli  effetti 
delle  imposte.  In  realtà  il  capitale  non  ha  mai  una  mobilità 
perfetta  ;  ma  fra  i  capitali  di  speculazione  e  i  capitali  fondia- 
ri la  differenza  è  grande  e  i  gradi  di  mobilità  sono  estremamen- 
te diversi.  Tanto  più  un  capitale  è  mobile  e  tento  più  esso  ten- 
de a  sottrarsi  alla  imposta  :  quando  un  capitale  è  durevolmen- 
te investito  in  una  industria,  difficilmente  alcuna  traslazione 
è  possibile.  La  mobilità  del  capitale  dipende,  non  solo  dalla 
natura  delle  intraprese,  ma  ancora  dagli  ostacoli  legali,  dai 
rischi,  dalle  considerazioni  sociali,  dalla  intelligenza  e  dall'ordi- 
namento dei  capitalisti.  La  pura  mobilità  non  è  che  un'ipotesi. 

Vi  sono  cose  che  sono  entrate  talmente  nelle  nostre  abitu- 
dini che  noi  non  riesciamo  a  fame  di  meno:  vi  sono  altre  cui 
rinunziamo  facilmente.  Una  imposta  che  colpisca  la  fabbrica- 
zione delle  prime  agisce  diversamente  da  un'imposta  che  col- 
pisca la  fabbricazione  di  queste  ultime  :  poiché  bisogna  tener 
conto  della  elasticità  della  domanda.  Supponendo  una  imposta 
tale  che  raddoppi  alcuni  prezzi,  noi  possiamo  avere  consumi 
che  spariscano,  altri  che  diminuiscano,  altri  che  rimangano 
immobili.  Le  cose  senza  dubbio  non  si  presentano  mai  in  forma 
cosi  semplice.  Ma  dato  che  vi  sia  un  consumo  rigido,  in  cui  il 
compratore  acquisti  a  qualunque  prezzo,  è  egli  che  in  realtà  vie- 
ne inciso  dalla  imposta.  Molti  prezzi  però  possono  elevarsi 
anche  notevolmente  senza  che  la  domanda  diminuisca.  I  beni 
di  prima  necessità,  per  esempio,  presentano  un  consumo  poco 
elastico  :  e  così  quelli  di  grande  lusso.  E  il  comfort  moderato, 
il  lusso  medio  diciamo  cosi,  che  si  presenta  più  elastico  e  più 
soggetto  a  variare  sotto  la  pressione  della  imposta. 

N  i  t  t  i.  '23 


354  SCIENZA    DELLE    FINANZE  ^LIBRO    II. 

Vi  sono  prodotti  a  costi  crescenti,  decrescenti,  costanti.  Le  in- 
dustrie naturali  limitate  come  la  terra,  le  miniere,  ecc.  presen- 
tano costi  crescenti  :  a  masse  successive  di  capitali  investiti  in 
esse,  corrispondono  benefizi  proporzionalmente  minori  ;  vice- 
versa nelle  industrie  manifatturiere  il  concentramento,  la  produ- 
zione della  forza  a  piti  buon  mercato,  fanno  si  che  vi  sian  costi 
decrescenti  ;  vi  sono  infine  industrie  a  costo  costante  *.  Ora, 
scrive  Seligman,  le  forze  che  tendono  a  far  prevalere  le  diverse 
leggi  della  produzione  si  combinano  diversamente  in  caso  di 
monopolio  e  di  libera  concorrenza.  In  caso  di  monopolio  a  costo 
costante,  il  monopolista  fissa  il  suo  prezzo  al  livello  più  alto  che 
sia  permesso  dalla  elasticità  della  domanda  ;  a  costo  decrescente 
tende  a  fissarlo  meno  alto  perchè  meno  produce,  più  si  eleva 
la  percentuale  del  costo  :  più  la  decrescenza  del  costo  si  accen- 
tua e  meno  tenterà  di  ripercuotere  l'imposta  ;  a  costo  crescente 
si  verificherà  la  tendenza  inversa.  Nel  caso  di  libera  concorren- 
za le  industrie  a  costo  costante  si  regoleranno  allo  stesso  modo  : 
quelle  a  costo  decrescente  tenderanno  a  elevare  i  prezzi  più  che 
in  caso  di  costo  costante  ;  quelle  a  costo  crescente  avranno  la 
tendenza  inversa,  perchè  più  il  consumo  si  riduce,  più  si  abbassa 
il  costo  di  produzione  di  ciascuna  unità  per  il  produttore.  Così 
la  condizione  più  favorevole  al  monopolio  essendo  il  costo  de- 
crescente, è  questo  che  determina  la  minore  elevazione  di  prez- 
zi; e  la  condizione  più  favorevole  alla  concorrenza  essendo  quel- 
la del  costo  crescente,  è  questo  a  sua  volta  che  implica  la  mi- 
nore elevazione.  Di  molte  altre  condizioni  bisogna  tener  conto 
nello  studio  degli  effetti  delle  imposte  e  sopra  tutto  nello 
studio  della  traslazione:  se  l'imposta  colpisce  redditi,  o  sopra 
redditi,  se  si  tratti  di  industrie  in  cui  i  vantaggi  differenziali  nel- 
la produzione  hanno  o  no  molta  importanza.  In  quasi  tutte  le 
industrie  vi  sono  produttori  messi  in  condizioni  migliori  degli 
altri  :  o  hanno  mercati  di  consumo  più  prossimi  e  migliori,  o 
abbondanza  di  capitali,  o  più  grande  attività.  In  caso  di  una 
imposta  nuova,  o  di  un  accrescimento  delle  antiche,  il  produt- 


*   Seligman:    Incidence,   pag.    179-219;     cfr,   Marshall:    Prin- 
ciples,  5  ediz.  (London  1907)  pag.  453  ;  Edgevvorth:  he.  cit. 


GAP.    X.  CASI    DI    TRASLAZIONE  355 

tore  messo  in  condizioni  migliori  può  sforzarsi  a  produrre  più 
a  buon  mercato  ;  quindi  a  mantenere  i  prezzi  quali  erano,  la- 
vorando sopra  tutto  per  l'avvenire.  Come  agisce  l'imposta  in 
questo  caso  ?  Nel  senso  di  obbligare  i  produttori  meno  abili, 
o  meno  fortunati  a  sparire  :  i  più  forti,  è  solo  per  breve  tempo 
che  vedono  ridotti  i  loro  profitti,  ma  l'imposta  rimane  come 
un'alleata  nell'opera  di  selezione.  In  Germania  non  solo  i 
tributi,  ma  gli  obblighi  imposti  dalla  legislazione  sociale,  han- 
na  agito  nel  senso  di  far  scomparire  i  produttori  messi  nelle 
condizioni  meno  vantaggiose. 

Nello  studio  di  ciascuna  imposta  noi  avremo  occasione  di  con- 
statare quaU  limiti  presenta  la  traslazione  :  si  può  dire  che  per 
ciascuna  operino  cause  diverse  e  diversamente  secondo  circo- 
stanze speciali.  Onde  lo  studio  dei  fenomeni  di  traslazione  si 
presenta  sempre  estremamente  complesso. 

Certo  vi  sono  alcune  regole  oramai  acquisite.  Così  si  può 
dire  che  le  imposte  dirette,  tranne  quelle  sui  profìtti,  sono  in  ge- 
nerale meno  soggette  a  traslazione  delle  indirette.  Alcune  im- 
poste fra  le  dirette,  come  quelle  di  successione,  non  danno 
luogo  ad  alcuna  traslazione.  Ma  le  imposte  indirette  presentano 
in  generale  una  grande  trasferibilità  ;  sopra  tutto  quelle  che 
riguardano  il  consumo  e  gli  scambi.  Così  è  di  una  estrema  im- 
portanza organizzare  il  sistema  fiscale  in  guisa  che  i  processi 
di  traslazione  siano  previsti  e  calcolati  in  giusta  misura  nei 
loro   risultati. 

Le  tasse,  come  quelle  che  d'ordinario  non  danno  luogo  a  tra- 
slazione, sono  preferibili  quando  sono  possibili.  Ma  poi  che  la 
loro  azione  è  hmitata  solo  ad  alcuni  servizi  e  le  imposte  sono 
inevitabiU,  bisogna  nelle  loro  organizzazione  tener  conto  di 
tutti  i  processi  di  traslazione  :  compensare  gli  effetti  delle  im- 
poste indirette  che  colpiscono  in  più  larga  misura  i  deboli,  con 
imposte  dirette  e  imposte  di  successione,  il  cui  trasferimento 
è  o  impossibile,  o  assai  limitato  e  che  colpiscono  sopra  tutto 
i    forti    e    i    ricchi  *. 


*  Wagner:  Finanz.  §  100. 


^^6  SCIENZA    DELLE    FINANZE  LIBRO    II. 

XI. 

Alcune  regole  relative  alle  imposte. 

127.  È  gran  tempo  che  Adamo  Smith  con  mirabile  pre- 
cisione ha  chiarito  in  quattro  regole  famose,  nella  sua  grande 
opera,  i  principi  che  devono  regolare  l'esazione  delle  imposte. 
Anche  ora  a  quelle  regole  si  può  dire  che  vi  sia  assai  poco  da 
aggiungere.  Quelle  regole,  che  prima  erano  state  esposte  for- 
se da  altri,  ma  che  certo  nessuno  indicò  con  tanta  precisione, 
sono  giustamente  chiamate  da  Mill  classiche  e  da  Hock  logiche. 
Alcuni  scrittori  però  la  espongono  in  forma  dommatica  :  invece 
è  bene  avvertire  che  esse  non  sono  le  sole  che  vanno  tenute 
presenti  nell'amministrazione  tributaria  :  e  che  altre  ve  ne  sono 
d'importanza  non  minore.  In  ogni  modo  sarà  bene  esporle  per 
semplicità  così  come  Smith  le  ha  formulate  : 

Prima  regola  :  i  cittadini  di  uno  Stato  devono  contribuire  al  man- 
tenimento del  Governo  nel  maggior  modo  possibile  in  proporzione 
del  reddito  di  cui  godono  sotto  la  protezione  dello  Stato.  La  spesa 
del  governo  è  in  riguardo  agli  individui  di  una  grande  nazione 
come  le  spese  d' amministrazione  sono  in  rapporto  ai  proprieta- 
ri di  un  grande  dominio,  i  quali  sono  obbligati  tutti  a  contribui- 
re a  tali  spese  in  proporzione  dell'interesse  che  hanno  rispettiva- 
mente in  tale  dominio.  Questo  principio,  detto  di  giustizia  o 
di  proporzione,  è  di  carattere  teorico  ;  afferma  che  l'imposta 
deve  avere  i  requisiti  di  uniformità  e  di  generalità  ;  che  cioè 
ciascun  cittadino  deve  contribuire  in  proporzione  delle  sue 
sostanze.  La  imposta,  diceva  J.  B.  Say,  è  un  fardello  ;  perchè 
pesi  meno  su  ciascuno  occorre  che  pesi  un  pò  su  tutti.  I  citta- 
dini possono  contribuire,  o  in  proporzione  del  loro  reddito, 
o  in  misura  progressiva. 

Seconda  regola  :  l'imposta  0  parte  d'imposta  che  ciascun  citta- 
dino è  tenuto  a  pagare  dev'essere  certa  e  non  arbitraria.  Il  tempo 
del  pagamento,  il  modo,  la  somma  da  pagare,  tutto  dev'essere  chia- 
ro e  preciso,  tanto  per  il  contribuente  come  per  ogni  altra  perso- 
na. Questo  principio  è  detto  della  certezza;  l'imposta  dunque  sia 
certa  e  non  arbitraria.  Il  principio  della  certezza  richiede  che 


GAP,    XI.  REGOLE    DI    A.    SMITH  357 

i  contribuenti  ben  sappiano  ciò  che  devono  dare  sia  per  quoti- 
la sia  per  contingenza.  L'indeterminatezza  per  le  leggi  d'impo- 
sta è  uno  dei  peggiori  mali  che  si  possono  immaginare  :  qua- 
lunque disuguaglianza  reale  o  supposta  è  sempre  di  grandissimo 
danno  *  i  ruoli  delle  imposte  devono  essere  in  tal  guisa  redatti 
che  si  possa  leggervi  dentro  agevolmente  :  nessuna  indecisione 
e  sopra  tutto  nessuna  possibilità  di  arbitrio  f. 

Terza  regola  :  ogni  imposta  dev'essere  riscossa  nel  tempo  e  nel 
modo  che  si  possano  presumere  e  ritenere  più  comodi  per  il  con- 
tribuente. Questo  principio  è  detto  della  comodità.  Il  contri- 
buente dev'essere  vessato  il  meno  che  sia  possibile  e  l'imposta 
deve  essere  percepita  in  modo  che  per  condizioni  di  luogo  e  di 
tempo  gli  si  imponga  il  minor  fastidio  possibile.  D'ordinario, 
tranne  per  i  dazi  doganali  e  per  le  imposte  indirette,  il  paga- 
mento si  fa  nella  città  ove  il  contribuente  dimora.  Il  Tesoro 
dello  Stato  cerca  da  parte  sua  con  i  suoi  pagamenti  di  agire  util- 
mente sulla  circolazione  quando  il  maggior  numero  di  riscos- 
sioni dev'essere  fatto.  Ogni  giorno  più  si  tende    a  sopprimere 


*  J  é  z  e  dice  che  il  principio  generale  formulato  da  Adamo  Smith  de- 
ve essere  sviluppato  in  questa  direzione:  i.  le  leggi  e  i  regolamenti  tribu- 
tari devono  essere  redatti  in  modo  chiaro  in  guisa  che  tutti  possano 
comprenderli,  non  devono  quindi  contenere  formule  ambigue  ed  imprecise: 
la  Francia  ha  leggi  fiscali  abbastanza  chiare,  gli  Stati  Uniti  e  l'Inghilterra 
no,  la  Germania  cerca  di  dare  alle  sue  leggi  una  redazione  scientifica; 
2.  i  contribuenti  devono  avere  i  mezzi  di  conoscere  facilmente  le  leggi  e 
i  regolamenti  d'imposta  e  le  circolari  che  le  esplicano  ;  3.  quando  una 
somma  d'imposte  è  da  essi  reclamata,  i  contribuenti  devono  conoscere 
quanto  devono  pagare  allo  Stato  a  quanto  agli  enti  locali  se  l'imposta  è 
dovuta  all'uno  e  agli  altri;  4.  deve  preferirsi  il  metodo  di  quotità  a  quello 
della  ripartizione  (contingenza)  sempre  che  si  può,  perchè  il  secondo  è 
incerto  e  il  primo  certo.  Cfr.  J  é  z  e  Cours,  pp.  686-688. 

t  Cfr.  sopra  tutto  Smith  op,  cit.  libro  V.  cap.  II  §  i,  di  cui  dice  L. 
de  Lavergne  (Reuve  des  deux  mondes,  15  settembre  1859)  :  «Quand  on 
songe  à  ce  qu'était  alorspartout  la  constitutiondesimpóts  établis  et  pergus 
au  hasard,  on  s'étonne  de  ce  qu'il  a  fallu  de  réflexion  et  de  perspicacité 
pour  créer  de  toutes  piéces  une  nouvelle  théorie».  Cfr. pure  J.  B.  S  ay  : 
Tratte,  tom.  III.  chap.  IX;  Wagner:  Finanz.  tom.  II,  pag.  220  e  seg. 
S  t  o  u  r  m,  Systémes  généraux  dHinpots  pag.  32  e  seg.;  Sismondi: 
Nouveaux  principes  politique,  tom.  II,  47  cap.  Vili  ;  G  a  r  n  i  e  r:  Traité 
de  finances,  pag.  161  e  seg.;  Pi  ersou  :  loc.  cit.  ecc. 


358  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO    II. 

le  formalità  inutili  o  dannose  :  l'abuso  dei  giuramenti,  delle 
perquisizioni,  delle  esibizioni  di  documenti,  di  tutto  ciò  che 
restringe  la  libertà  personale  è  da  ritenersi  estremamente  dan- 
noso. Le  imposte  dirette  sono  pagate  quasi  dovunque  per  fra- 
zioni mensili,  bimestrali,  o  semestrali  ;  le  imposte  indirette  d'or- 
dinario nel  modo  più  utile  per  il  contribuente  *. 

*  La  regola  della  comodità  implica  1'  accertamento  dello  imponibile 
(reddito  o  capitale),  la  determinazione  dell'ammontare  del  tributo  per 
ogni  contribuente  ;  il  modo  di  pagamento  ;  il  tempo  del  pagamento.  L'ac- 
certamento dello  imponibile  può  farsi  in  tre  modi:  i.  mediante  dichiara- 
zione del  contribuente:  2.  mediante  valutazione  amministrativa:  3.  in  base 
a  segni  esteriori.  La  dichiarazione  del  contribuente  prevale  nella  determi- 
nazione dello  imponibile  per  le  imposte  sulle  fortune  mobiliari,  sui  redditi 
professionali,  sui  redditi  mobiliari,  perchè  in  queste  imposte  lasciare 
al  fisco  la  determinazione  dello  imponibile  è  pericoloso  :  il  contribuente, 
convinto  di  dover  compiere  un  dovere  sociale  é  lui  che  deve  dichiarare 
l'entità  degli  elementi  imponibili.  La  valutazione  amministrativa  é  il 
metodo  più  adatto  quando  la  determinazione  dello  imponibile  è  facile, 
come  nei  casi  di  imposte  sulle  fortune  immobiliari,  rustiche  ed  urbane, 
sui  redditi  immobiliari,  sui  plus-valori  immobiliari.  La  valutazione  dello 
imponibile  in  base  a  segni  esteriori  o  sistema  indiziario,  sembra  spesso 
la  più  comoda  per  il  fisco,  che  è  sicuro  degli  accertamenti  del  reddito, 
e  per  il  contribuente,  nei  cui  affari  gli  agenti  del  fisco  non  intervengono  ; 
ma  é  anche  assai  spesso  la  più  ingiusta,  poi  che  nessun  metodo  indiziario 
potrà  mai  garentire  l'esatta  valutazione  delle  facoltà  contributive  dei 
cittadini  senza  dire  che  i  segni  esteriori  sono  spesso  assai  male  scelti.  Per 
necessità  di  cose,  dato  lo  sviluppo  delle  fortune  mobiliari,  la  dichiarazione 
del  contribuente,  controllata  dal  fisco,  é  il  metodo  più  in  uso  in  tutti  gli  Sta 
ti  e  non  solo  per  le  imposte  mobiliari,  anche  per  quelle  sulla  fortuna  e  sul 
reddito  globali,  per  le  doganali,  per  quelle  di  registro,  di  successione  etc; 
il  controllo  del  fisco  evita  il  maggiore  pericolo  del  sistema  (gli  occultamenti) 
per  quanto  qualche  volta  lo  muti  in  un  vero  metodo  di  inquisizione  ;  ad  ogni 
modo  dove  il  controllo  è  oculato  le  dichiarazioni  dei  contribuenti  danno 
buoni  risultati.  Il  sistema  delle  dichiarazioni  fu  adottato,  ad  esempio,  in 
Prussia  (imposta  sul  reddito)  e  con  sì  buona  fortuna  che  uno  scrittore 
potè  affermare  che  l'imposta  sul  reddito  in  Prussia  si  evolveva  sempre  più 
verso  una  tassazione  modello;  è  adottato  in  Inghilterra  per  la  cedula  D 
dell'  income  tax  (redditi  professionali)  ma  con  risultati  assai  discutibili, 
poiché  le  dichiarazioni  non  sono  sempre  esatte  e  il  controllo  della  ammi- 
nistrazione lascia  a  desiderare  ;  in  Svizzera  nei  Cantoni  che  hanno  imposta 
sul  reddito  ;  é  anche  adottato  negli  Stati  Uniti  di  America  per  le  general 
properiy  tax  e  dà  anche  lì  luogo  a  occultamenti  considerevoli,  a  malgrado 
di  un  controllo  spietato.  In  Francia  il  sistema  delle  dichiarazioni  control- 
late è  adoperato  per  l'accertamento  dello   imponibile  in  molte  imposte 


CAP.    XI. ]  REGOLE    DI    A.    SMITH  359 

Quarta  regola  :  ogni  imposta    dev'essere  riscossa  in  modo  che 
si  tolga  dalle  mani  del  popolo  la  minor  somma  possibile,  al  di  là 


indirette  di  fabbricazione  o  vendita  all'ingrosso  (bevande  alcoliche,  alcool 
denaturato,  birra,  sali,  zucchero  e  glucosio,  olii  vegetali  ed  animali,  stea- 
riche, dinamite,  carte  da  giuoco)  o  di  esercizio  (ferrovie,  tramvie  a  tra- 
zione meccanica)  e  nella  imposta  di  successione.  In  Italia  le  dichiarazioni 
dei  contribuenti  sono  richieste  agli  effetti  della  imposta  di  ricchezza  mo- 
bile e  sono  tenuti  a  presentarle  i  nuovi  iscritti  nella  lista  del  Comune  ; 
gli  iscritti  precedentemente  che  possedessero  nuovi  redditi,  i  contribu- 
enti omessi  nei  ruoli  precedenti  gì'  iscritti  i  cui  redditi  siano  accresciuti 
o  variati  in  confronto  della  risultanza  dei  ruoli  ;  le  dichiarazioni  devono 
essere  fatte  dal  i  al  31  luglio  di  ogni  anno  ;  le  successioni  poi  devono  es- 
sere denunziate  dagli  eredi,  legatari,  tutori,  curatori  o  amministratori  giu- 
diziari entro  quattro  mesi  della  morte  dell'autore  se  egli  è  morto  nel  regno 
e  sei  se  è  morto  all'estero  ;  anche  per  le  donazioni  si  procede  in  base  al 
valore  dichiarato  etc.  L'imponibile  si  induce  da  segni  esteriori  là  dove  è 
presa  una  qualsiasi  manifestazione  esterna  o  indizio  a  base  del  reddito  da 
stabilire  ;  è  un  sistema  che  viola  assai  spesso  la  regola  della  uniformità  ; 
ciò  malgrado  è  adottato  ancora,  specie  nella  Francia  e  nel  Belgio.  In  Fran- 
cia, l'imposta  sulle  patenti  è  basata  su  un  accertamento  indiziario  del 
reddito,  e,  non  ostante  la  molteplicità  dei  segni  esteriori  che  servono  a 
indicarlo  è  di  una  ineguaglianza  molestissima  ai  contribuenti  ;  è  basata 
colà  su  r  accertamento  indiziario  l' imposta  sulle  porte  e  sulle  finestre 
(che  vuole  indurre  il  reddito  nientemeno  che  dal  numero  delle  porte  e 
delle  finestre  della  casa  occupata  dal  contribuente)  ;  lo  stesso  avviene 
della  contrihution  mobilière  che  è  basata  sullo  affitto  dello  appartamento 
occupato,  mentre  è  noto  che  l'affitto  varia  non  solo  con  la  ricchezza  del 
contribuente,  ma  anche  sovra  tutto  con  il  suo  tenor  di  vita,  i  suoi  carichi 
di  famiglia,  la  situazione  sociale  etc.  Per  i  redditi  immobiliari  la  valu- 
tazione dell'  amministrazione  può  essere  fatta  mediante  catasti.  Un  si- 
stema intermedio  è  quello  degli  abbonamenti  volontari  o  obbligatori,  ado- 
perato specialmente  per  le  imposte  sul  consumo  o  per  quelle  sugli  affari, 
anche  in  Italia.  Si  calcola  quanto  l'esercente  potrà  vendere  o  quanto  l'in- 
dustriale potrà  fabbricare  o  quanti  affari  potrà  fare  in  genere  l'abbonato 
'1  in  base  a  tali  presunzioni  o  per  via  d'accordi  consensuali  o  di  deci- 
sioni arbitrali  o  di  giurisdizioni  speciali  si  determinano  le  quantità  su  cui 
deve  pagarsi  l'imposta.  Il  metodo  dello  abbonamento  è  necessariamente 
difettoso  in  quanto  all'  accerta-nento  ;  ma  non  è  pericoloso  alla  produ- 
ione  o  allo  smercio,  in  quanto,  data  la  fissità  della  somma  da  pagare,  il 
mtribuente  ha  interesse  più  a  produrre  molto  che  poco. 
Si  é  detto  che  la  regola  della  certezza  implica  oltre  che  1'  accertamento 
del  reddito  imponibile  la  determinazione  dello  ammontare  della  imposta. 
Occorre  distinguere  tra  imposte  che  si  percepiscono  periodicamente  e  im- 
poste che  si  pagano  una  volta  tanto  (imposte  di  successione,  sui  trasferi- 
■lenti  etc).  Per  queste  ultime  l'ammontare  della  imposta  é  determinato 


360  SCIENZA    DELLE    FINANZE  |^LIBRO    II. 

di  ciò  che  deve  entrare  nel  tesoro  dello  Stato,  e  nello  stesso  tempo 
sia  tenuto  il  meno  possibile  il  danaro  del  popolo  prima  che  entri 


immediatamente  dopo  l'accertamento  dello  imponibile  e  basta.  Per  quelle 
che  si  percepiscono  periodicamente  si  determina  prima  l'imponibile,  si 
procede  poi  alla  liquidazione  dell'ammontare  e  infine  si  notifica  al  contri- 
buente il  suo  debito  individuale.  Di  ordinario  l'imponibile  è  riportato 
in  speciali  registri  (catasti,  matrici)  e  si  calcola  una  volta  tanto  allor- 
quando si  accerta  per  la  prima  volta,  salvo  poi  a  rettificarlo  per  successivi 
arraienti  e  diminuizioni,  e  le  quote  individuali  di  imposta  sono  esatte  per 
ruoli  nominativi.  La  quota  individuale  può  essere  fissata  o  per  quotità 
o  per  contingente.  Il  metodo  del  contingente  era  prima  molto  adoperato 
e  ora  lo  è  assai  meno:  in  Italia  abbiamo  una  sola  imposta  di  contingenza, 
la  fondiaria  sui  terreni;  in  Francia,  oltre  alla  imposta  fondiaria  sui  terreni 
che  per  la  legge  31  decembre  1907  é  in  via  di  trasformarsi  in  imposta  di 
quotità,  sono  di  contingente  o  di  ripartizione  la  contrihution personelle  mo- 
bilière e  l'imposta  des  portes  et  fenétres  ;  nella  Prussia  erano  imposte  di 
ripartizione  la  imposta  fondiaria  sui  terreni  e  quella  sui  redditi  industriali 
{Gewerbesteuer),  che  appartenevano  agli  enti  locali.  L'imposta  industriale 
era  di  ripartizione  anche  in  Austria. 

Perchè  l'imposta  sia  certa,  certo  deve  essere  il  modo  di  pagamento. 
Le  imposte  possono  pagarsi  :  per  versamento  diretto  del  contribuente  ; 
per  versamento  indiretto  di  un  terzo  (ritenute  indirette,  come  nella  ric- 
chezza mobile  italiana  ;  imposte  sui  consumi,  nella  forma  di  tasse  di  ven- 
dita, che  sono  pagate  dal  venditore  :  imposte  di  confine,  pagate  da  chi 
importa  ;  imposte  di  fabbricazione  etc.)  ;  mediante  il  bollo  o  mediante  il 
registro;  nella  forma  di  prodotti  monopolizzati  (tabacco,  sale,  alcool), 
dallo  Stato  o  dall'ente  che  percepisce  l'imposta,  e  in  questo  caso  il  di  più, 
al  di  là  del  costo  di  produzione  della  merce,  che  si  paga  costituisce  un'im- 
posta indiretta  sul  consumo.  Possono  essere  pagate  poi  o  agli  agenti  del 
fisco  (regia)  o  mediante  appalto:  prima  l'appalto  era  molto  in  uso  quando 
mancavano  veri  congegni  fiscali:  ora  è  in  tutti  gli  stati  di  regola  la  regia: 
il  sistema  degli  appalti  é  ancora  consentito  in  Italia  per  i  dazi  comunali  e 
in  Francia  per  i  droits  d'octroi.  In  quanto  a  ciò  che  si  deve  dare  oramai  non 
più  si  discute:  poiché  almeno  da  un  pezzo  non  si  prelevano  imposte  in  na- 
tura (in  momenti,  di  crisi  se  ne  prelevarono  più  recentemente  in  Dani- 
marca nel  1814,  in  Ungheria  nel  1864  e  nel  1865)  le  imposte  si  pagano 
da  tutti  e  dovunque  in  moneta.  Certo  deve  essere  il  tempo  del  pagamento. 
Quando  si  tratta  d'imposte  che  si  pagano  una  volta  tanto  il  pagament(  > 
deve  avvenire  anche  una  volta  tanto,  almeno  di  regola,  tranne  non  si 
tratti  di  somme  importanti,  per  cui  possono  dalle  legge  essere  accordate 
facilitazioni:  le  successioni  si  pagano  in  termini  più  o  meno  lunghi  (in  In- 
ghilterra V estate  duty  può  essere  pagata  in  otto  anni).  Le  imposte  perio- 
diche si  pagano  a  periodi  determinati  (mensuali,  bimestrali).  Cfr.  J  é  z  e  , 
Cours  p.  689-739  ;  Ingenbleek:  Impósi  sur  le  revenu,  1908  p.  240 
e  seg.    H  o  1 1  a  n  d  e  r  :  Studies  in  State  Taxation,  Baltimore  1900. 


CAP.    XI.  REGOLA    DI    A.    SMITH  36I 

nel  tesoro  dello  Stato.  Questo  principio  riguarda  la  economicità 
della  riscossione.  Il  meno  che  possibile  del  danaro  dato  dai 
contribuenti  vada  per  spese  di  riscossione.  Il  meno  che  pos- 
sibile questo  danaro  rimanga  nelle  mani  dei  percettori.  Di 
ordinario  si  può  dire  che  i  migliori  sistemi  tributari  sono  appun- 
to quelli  in  cui  l'entrata  netta  dello  Stato  è  maggiore  e  gli  sforzi 
dei  contribuenti  non  vanno  perduti  in  rivoli  tortuosi.  Quei 
sistemi  in  cui  la  spese  di  riscossione  sono  minori,  sono  anche 
quelli  in  cui  gli  ordinamenti  finanziari  sono  migliori.  D'ordi- 
nario si  fa  una  confusione  fra  le  spese  di  riscossione  e  le  spese  di 
esercizio:  ond'è  che  in  taluni  bilanci  le  spese  effettive  sembrano 
maggiori  che  non  siano  in  realtà,  in  altri  minori.  Vi  sono  alcuni 
paesi  che  hanno  un  demanio  fiscale  grandissimo  :  altri  che 
ne  hanno  uno  assai  piccolo  ;  fare  dei  confronti  sommari  si- 
gnifica cadere  certamente  in  errore.  Miglior  procedimento  è 
quello  di  confrontar  imposta  per  imposta  :  o  almeno  singoli 
gruppi  di  imposte  con  altri  gruppi  omogenei*.  Cosi  soltanto 
si  potrà  vedere  quali  siano  le  spese  reali  di  riscossione.  Senza 
dubbio  ogni  giorno  tutti  gli  stati  cercano  di  ridurre  le  spese  di 
riscossione  al  minimo,  e  una  diminuizione  costante  vi  è  stata 
quasi  dovunque.  Le  comunicazioni  più  pronte  e  migliori,  la 
cresciuta  ricchezza,  la  semplificazione  dei  meccanismi  finanziari 
fanno  sì  che  i  redditi  fiscali  aumentino  in  proporzione  maggiore 
che  non  le  spese  relative  a  essi  f.  Noi  non  crediamo  che  i  raf- 
fronti che  si  fanno  d'ordinario  abbiamo  alcun  valore,  soprat- 
tutto quando  si  confronta  la  massa  totale  del  bilancio.  Allora 
non  solo  non  si  tien  conto  della    diversità  tra  le  spese  di  eser- 


*  Secondo  J  éze  {Cours  p.  717)  la  percentuale  delle  spese  di  riscossione, 
sarebbe  così  variata  in  Francia  tra  il  1828  e  il  1900  sul  prodotto  totale 
delle  seguenti  categorie  d'imposte  :  Inposte  dirette  5%  nel  1828,  2.9  % 
nel  1900  ;  Registro  e  bollo  5.4%  nel  1828  2%  nel  1900:  Dogane  e  sale 
61.5  %  nel  1828  6.4  %  nel  1900  ;  Imposte  indirette  sui  consumi  4.9  ''o 
nel  1828  ;  3.8%  nel  1900. 

t  Ai  tempi  di  Sully,  in  Francia,  di  150  milioni  che  formavano  il  prodotto 
lordo  delle  imposte  ,  solo  30  entravano  di  netto  nelle  casse  dello  Stato. 
Al  tempo  di  Necker  le  spese  di  percezione  si  elevavano  a  11%  del  prodotto 
totale  :  sono  poi  scemate  a  10.7%  nel  1828  a  7,4  nel  1836  ;  ora  rappre- 
sentano una  cifra  di  gran  lunga  minore. 


362  SCIENZA    DELLE    FINANZE  ^LIBRO    II. 

cizio  in  generale  e  quelle  di  riscossione,  ma  di  un  insieme  di 
fatti  che  altererebbero  profondamente  il  risultato,  laddove  fos- 
sero tenuti  presenti.  In  Italia  i  dazi  interni  di  consumo  che  lo 
Stato  percepisce,  pare  quasi  che  non  determinino  alcuna  spesa 
di  riscossione,  poiché  sono  i  comuni  che  li  pagano  allo  Stato, 
ma  la  spesa  di  riscossione  è  viceversa  enorme.  Non  è  che  un  e- 
sempio,  ma  se  ne  potrebbero  citare  in  numero  infinito.  Migliore  \ 
sistema  è  dunque  quello  di  confrontare  imposta  per  imposta: 
solo  così  si  potrà  sapere  quali  siano  le  spese  di  riscossione  e 
quale  sia  la  entrata  netta  dello  Stato.  Si  deve  quanto  più  è  pos- 
sibile curare  di  ridurre  al  minimo  le  spese  di  riscossione  ;  ma 
per  la  più  gran  parte  delle  imposte  indirette  questa  riduzione 
non  potrà  mai  essere  così  grande  come  si  potrebbe  desiderare. 
128.  Sismondi,  Garnier,  Wagner,  Stourm,  Pierson,  numerosi 
altri  scrittori  hanno  completato  con  altre  regole  quelle  che  con 
tanta  precisone  formulò  già  a  suo  tempo  A.  Smith  :  ma  molte 
delle  loro  regole  si  trovano  già  in  germe  nei  principi  di  Smith. 
Certo  ogni  sistema  tributario  oltre  alla  giustizia,  alla  certezza, 
alla  comodità,  aUa  economicità  di  riscossione  deve  idealmente 
rispondere  ancora  ad  altri  requisiti. 

Il  primo,  il  fondamentale  principio  che  non  bisogna  mai  dimen- 
ticare è  questo:  la  produzione  non  sia  mai  ostacolata  dalle  impo- 
ste. Non  vi  è  al  mondo  alcun  paese  che  sia  tanto  ricco  da  non 
considerare  come  dannosa  ogni  diminuzione  della  produzio- 
ne. Quando  dunque  un'imposta  per  ragioni  diverse  ;  o  che  sia 
molto  aspra,  o  che  colpisca  il  prodotto  lordo  più  del  prodotto 
netto,  o  perchè  sia  vessatoria,  ostacoli  la  produzione,  è  da  ri- 
tenersi dannosa.  Può  sembrare  che  ogni  imposta  abbia,  sia  pu 
re  limitatamente,  questo  effetto.  Una  imposta  infatti  diminui- 
sce sempre  la  capacità  di  risparmio  dei  cittadini.  Ma  il  prin- 
cipio esposto  va  inteso  in  senso  più  limitato  :  non  bisogna  mai 
adottare  imposte  che  ostacolino  la  produzione  o  che  diminui- 
scano lo  spirito  d'iniziativa  o  lo  stimolo  al  lavoro  e  alla  specula- 
zione. Un  paese  che  metta  dazi  di  esportazione  su  merci  che 
non  hanno  un  dominio  incontrastato  sul  mercato  intemazionale 
ostacola  la  sua  produzione:  l'ostacola  del  pari  se  con  altre  impo- 
ste sulla  fabbricazione  accresce  artificialmente  il  costo  di  produ- 
zione. Ma  se  le  imposte  sono  percepite  per  lo  sviluppo  di  ser- 


CAP.    XI.]  ALTRE    NORME    TRIBUTARIE  363 

vizi  che  giovano  allo  stesso  incremento  delle  industrie  non  so- 
no in  ninna  guisa  da  condannarsi.  Anche  in  questa  materia 
è  da  distinguere  riguardo  alla  natura  delle  imposte:  ve  ne  sono 
alcune  di  carattere  locale,  per  esempio,  i  cui  effetti  sono  imme- 
diatamente visibili  in  favore  della  produzione  :  altre  locali  o 
generali  i  cui  effetti  sono  solo  mediatamente  visibili.  Se  il  pro- 
vento di  un'imposta  locale  viene  destinato  internamente  a  co- 
struire una  buona  strada  che  unisca  un  quartiere  industriale  a 
ima  stazione  ferroviaria,  è  probabile  che  gl'industriali  che  han 
pagato  l'imposta  risentano  l'effetto  vant^iggioso  immediatamen- 
te. Nelle  imposte  di  Stato  destinate  a  servizi  pubblici  di  carat- 
tere più  generale,  gli  effetti,  buoni  o  dannosi,  §ono  risentiti  sem- 
pre meno  direttamente.  Non  bisogna  in  ogni  modo  dare  al  prin- 
cipio da  noi  esposto  una  interpretazione  troppo  larga  :  ogni 
imposta  in  definitiva  preleva  una  parte  del  risparmio  dei  pri- 
vati cittadini.  Ma  ciò  che  bisogna  vedere  è  se  tale  prelevamento 
sia  necessario  e  se,  facendone  a  meno,  non  si  nuocerebbe  di  più 
alla  produzione  abbandonando  e  trascurando  servizi  pubblici  di 
utilità  generale.  Le  imposte  dunque,  se  devono  essere  sempre 
prese  dal  risparmio  e  dalla  produzione  annuale  della  nazione, 
non  siano  mai  tali  da  scoraggiare  la  produzione, 

Per  le  stesse  ragioni  le  imposte  devono  essere  ridotte  o  abolite 
quando  tendono  a  ridurre  il  consumo.  Che  cosa  producono  im- 
poste sui  consumi  troppo  alte  ?  Il  danno  di  tutti  :  riducono 
il  consumo  e  quindi  la  produzione  e  costringono  spesso  la  po- 
polazione a  scendere  inutilmente  a  un  livello  di  vita  più  basso. 
Qui  sta,  nota  con  molto  acume  Pierson,  il  grande  danno  dei 
dazi  di  consumo  molto  gravi  :  la  popolazione  ricorre  ai  surro- 
gati inferiori.  Chi  non  può  sopportare  la  spesa  non  compra  più 
l'articolo  di  qualità  superiore,  ma  quello  di  qualità  inferiore. 
Il  buon  cibo,  la  bevanda  pura  sono  sostituiti  da  un  cibo  cat- 
tivo e  da  una  bevanda  impura.  Con  vantaggio  di  chi  ?  Non 
certo  dello  Stato,non  del  produttore  e  né  meno  del  consumatore. 
È  ciò  che  colpiva  già  ai  suoi  tempi  J.  B.  Say  che  trovavasi  in 
Inghilterra  quando  s'introdusse  un'imposta  sulle  finestre  :  il 
padrone  della  casa  ne  fece  subito  murare  alcune.  Chi  ne  ha 
avuto  vantaggio  ?  si  chiedeva  Say.  Lo  Stato  no,  perchè  non  ha 
guadagnato  niente  ;  chi  abitava  la  casa  no,  perchè  ha  perduto 


364  SCIENZA    DELLE    FINANZE  'LIBRO    II. 

luce  ;  il  padrone  di  casa  nemmeno,  perchè  ha  dovuto  murar  le 
finestre,  quindi  spender  danaro  inutilmente. 

Quando  un'imposta  ha  per  effetto  di  ridurre  il  consumo  note- 
volmente, bisogna  diminuirla,  e  se  si  può,  abolirla.  Abbiamo 
detto  notevolmente  poiché  ogni  imposta  infine,  diminuendo  la 
disponibilità,  riduce  sia  pure  limitatamente  il  consumo.  Vi  sono 
alcune  imposte  locali  che  qualche  volta  però  hanno  per  effetto 
di  migliorare  visibilmente  la  materia  di  consumo.  Se  il  muni- 
cipio, per  esempio,  dai  proventi  di  un'imposta  nuova  sugli  af- 
fitti ricava  tanto  da  selciare  la  nuove  strade,  da  fornirle  di  luce 
e  da  fare  la  conduttura  di  acqua,  le  case  che  sono  in  quelle  stra- 
de aumentano  senza  dubbio  di  valore  e  spesso  non  in  propor- 
zione della  spesa,  ma  in  proporzione  assai  maggiore.  Ecco  un 
caso  in  cui  la  imposta  può  migliorare  il  consumo.  Ma  supponia- 
mo un'imposta  sul  valore  locativo  molto  aspra  :  essa  visibil- 
mente peggiorerà  il  consumo  ;  indurrà  gli  abitanti  di  una  città 
a  scegliere  case  peggiori,  abbandonando  le  migliori. 

In  molti  stati  è  una  grande  instabilità  in  materia  di  leggi  : 
anche  le  leggi  fiscali  sono  molto  tormentate,  quasi  sempre  dal 
desiderio  di  ricavare  mediante  esse  un  provento  maggiore;  spesso 
per  vaghezza  di  riforme.  Qualche  volta,  i  politici  abusano  delle 
così  dette  riforme  finanziarie  :  spesso  queste  riforme  sono  più 
formali  che  reali,  più  dannose  che  utili.  Invece  in  materia  tribu- 
taria niente  più  nuoce  della  instabilità  ;  coeteris  paribus,  come 
dicono  i  matematici,  un'imposta  vecchia  è  sempre  preferibile  a 
una  imposta  nuova.  Non  è  che  bisogna  considerare  lo  statu  quo 
come  l'ideale  ;  non  è  possibile  e  non  è  utile.  Ma  non  bisogna  fare 
modifica  alcuna  senza  che  essa  costituisca  un  progresso  reale  : 
e  bisogna  quanto  più  è  possibile  fare  riforme  in  circostanze  favo- 
revoli e  con  molta  prudenza.  Anche  nei  progetti  di  ritorme  è 
sempre  meglio,  quando  è  possibile,  partire  da  ciò  che  esiste. 

L'imposta  deve  avere  sempre  una  funzione  essenzialmente  fi- 
scale :  deve  fornire  i  me2:zi  perchè  funzionino  gli  organismi 
necessari  alla  vita  collettiva.  Ogni  altro  scopo  è  sussidiario  : 
qualche  volta  è  dannoso.  L'imposta  non  può  colpire  a  caso  : 
e  perciò  che  ogni  giorno  più  si  cerca  di  tener  conto  delle  condi- 
zioni personali  dei  contribuenti.  Ma  è  assurdo  credere  che  me- 
diante la    imposta    si    possa  mutare  l'assetto  della  società,  o 


CAP.    XI. j  ALTRE    NORME    TRIBUTARIE  3O5 

introdurre  la  morale,  o  riparare  le  ingiustizie.  La  imposta  non 
può  mutare  l'organismo  sociale,  di  cui  essa  stessa  non  è  che 
un'emanazione  ;  può  solo  essere  un  utile  strumento  di  riforme 
sociali,  attutire  gli  abusi  più  dannosi,  compensare  le  ingiu- 
stizie più  stridenti.  È  utile  che  il  legislatore  guardi  allo  scopo 
di  alcune  istituzioni  cosi  può  esentare  le  cooperative  di  produ- 
zione, non  i  cafèschantants.  Ma  è  del  pari  evidente  che  pure  es- 
sendo un  valido  strumento  di  riforma,  la  imposta  non  può  ri- 
condurre la  morale  dove  non  è  (come  pretendevano  i  sostenitori 
delle  imposte  suntuarie)  e  nemmeno  può  mutare  nelle  sue  basi 
l'ordinamento  sociale  da  cui  emana. 

Quanto  più  è  possibile  è  bene  evitare  i  contatti  degli  agenti 
del  fisco  con  i  contribuenti  ;  ciò  deriva  dalla  regola  stessa  la  quale 
dice  che  ogni  imposta  deve  rimanere  il  meno  possibile  nelle 
mani  dei  percettori  e  andare  nella  maggior  parte  possibile  allo 
Stato.  Ma  ciò  non  vuol  dire  solo  che  la  riscossione  deve  costare 
poco  :  ma  che  si  devono  evitare  tutte  le  inutili  inquisizioni 
e  in  generale  che  si  devono  evitare  il  più  che  è  possibile  i  contatti 
diretti  degli  agenti  del  fìsco  con  i  contribuenti.  Nelle  imposte 
indirette  lo  scopo  si  raggiunge  quando  con  le  imposte  sulla 
fabbricazione  si  colpisce  la  merce  al  momento  stesso  della  pro- 
duzione: con  i  dazi  doganali  quando  si  colpisce  il  grande  impor- 
tatore. I  dazi  di  consumo  hanno  viceversa  il  torto  di  mettere 
in  troppo  diretto  contatto  i  piccoli  consumatori  e  gli  agenti 
fiscali  e  son  perciò  generalmente  detestati.  Anche  nelle  im- 
poste indirette  si  tende  quanto  più  è  possibile  ad  abbandonare 
forme  inquisitive,  che  riescono  sotto  ogni  forma  dannose. 

È  evidente  poi  che  l'imposta  dev'  essere  elastica  :  bastare  ai 
bisogni  cui  è  destinata  e  nello  stesso  tempo  presentare  possibi- 
lità di  aumento.  I  paesi  che  hanno  raggiunto  un  alto  grado 
di  pressione  tributaria  e  che  non  hanno  più  imposte  elastiche, 
ma  rigide  e  poco  mutevoli, si  trovano  in  gravi  difficoltà  di  fronte 
a  ogni  mutamento,  alle  esigenze  improvvise  della  politica  e  del- 
l'amministrazione. Invece  sono  in  condizioni  assai  vantaggiose 
quei  paesi  che  hanno  imposte  tenui  e  quindi  molto  elastiche. 
Uincome  tax  inglese  in  contingenze  straordinarie  potè  in  pas- 
sato essere  raddoppiata  senza  nessun  inconveniente. 


366  SCIENZA    DELLE    FINANZE  ILIBRO    II. 


XII. 

Alcuni  sofismi  relativi  alle  imposte  : 
I  limiti  della  imposizione. 

129.  Molte  teorie  riguardanti  le  imposte  sono  state  nei 
parlamenti  sfruttate  abilmente  :  così  anche  non  poche  teorie 
riguardanti  le  spese  pubbliche. 

L'imposta,  è  stato  detto,  induce  alla  economia  e  agisce  util- 
mente, anzi  oome  stimolante,  sulla  produzione.  Avendo  Adamo 
Smith  fin  dal  suo  tempo  notato  che  le  guerre  avevano  assorbito 
gran  parte  della  ricchezza  d'Inghilterra  e  che  molta  attività  era 
stata  dispersa,  Mac  Culloch  più  tardi  credeva  correggere  le  af- 
fermazioni di  Smith  con  alcune  osservazioni  in  gran  parte  giuste 
ma  che  hanno  determinato  non  pochi  equivoci  sopra  tutto  per 
colpa  di  chi  ha  creduto  esagerare  la  portata  delle  parole  di  Mac 
Culloch. 

Notava  questo  scrittore  che  senza  le  guerre  in  cui  l'Inghil- 
terra è  stata  impegnata  dopo  la  rivoluzione  del  1688  la  maggior 
parte  dei  capitali  che  sono  stati  impiegati  nelle  spese  della  lotta 
non  sarebbero  mai  stati  creati.  In  altri  termini,  secondo  Mac 
Culloch,  un  aumento  delle  imposte  ha  la  stessa  potente  influenza 
sopra  una  nazione  di  quella  che  ha  su  ciascuna  individuo  un 
aumento  della  sua  famiglia  e  delle  sue  spese  necessarie. 

L'Inghilterra  sotto  la  pressione  della  guerra,  cominciata  nel 
1799,  intensificò  la  sua  industria,  diede  prova  di  un  maggiore 
spirito  di  intrapresa  e  di  invenzione.  Tutte  le  classi  sociali  fe- 
cero del  loro  meglio  per  uscire  da  uno  stato  penoso  e  la  pro- 
duzione se  ne  giovò.  Senza  dubbio  se  le  imposte  fossero  state 
molto  opprimenti  non  avrebbero  avuto  questo  effetto  ;  ma  esse 
non  erano  a  bastanza  forti  per  produrre  l'abbattimento  e  la  di- 
sperazione, quantunque  fossero  pesanti  a  bastanza  da  rendere 
necessario  un  considerevole  accrescimento  dell'industria  o  del 
risparmio,  a  fin  di  prevenire  la  diminuzione  delle  fortune  par- 
ticolari o  del  saggio  del  loro  accrescimento  annuale. 

L'uomo  agisce  per  timore  e  per  speranza  ;  la  imposizione 
spesso  eccita  il  primo  sentimento.  Un  aumento  d'imposte  prò- 


GAP.    XII. j  ,  SOFISMI    DELLE    IMPOSTE  367 

voca  il  timore  di  decadere  da  una  posizione  elevata,  di  essere 
privato  delle  comodità  e  dagli  agi  che  l'abitudine  ha  resi  in- 
dispensabili ;  e  la  combinazione  di  questi  due  sentimenti  pro- 
duce effetti  che  non  si  sarebbero  altrimenti  avuti  né  meno  dal- 
l'azione isolata  di  uno  dei  due.  «Senza  la  guerra  contro  l'America 
e  la  guerra  contro  la  Francia  —  conchiudeva  Mac  CuUoch  —  vi 
sarebbero  state  minore  industria  e  minore  frugalità,  perchè  si 
avrebbe  avuto  minor  bisogno  dell'una  e  dell'altra  E  noi  incli- 
niamo a  pensare  che  coloro  che  studiano  spassionatamente  la 
materia  saranno  portati  a  riconoscere  che  l'accrescimento  delle 
industrie  e  della  frugalità,  causato  da  questi  conflitti,  ha  fatto 
più  che  compensare  la  enormi  spese  di  queste  guerre  e  che  il 
capitale  di  questo  paese  è  probabilmente  tanto  grande  all'ora 
presente  quanto  non  lo  sarebbe  stato  se  questi  conflitti  non 
avessero  avuto  luogo  »  *. 

Tutto  ciò  è  molto  acuto  :  noi  non  osiamo  dire  che  sia  intera- 
mente vero  :  se  bene  incliniamo  a  credere  che  ora  si  esageri 
nel  senso  contrario  di  Mac  Culloch.  Le  difficoltà,  ha  detto  Mac 
CuUoch  nella  stessa  opera,  acuiscono  la  mente.  Senza  dubbio  : 
allo  stesso  modo  che  la  dominazione  spesso  dà  più  intenso  lo 
amore  della  libertà.  Ma  si  può  proprio  dire  che  il  dispotismo 
sia  la  cosa  più  utile  alla  libertà  ?  Qualche  volta  l'imposta  può 
essere  una  spinta;  ma  senza  dubbio  entro  limiti  assai  circoscritti: 
allo  stesso  modo  che  una  sofferenza  può  indurci  a  un  sistema 
igienico  migliore  e  in  questo  senso  darci  la  sanità.  L'imposta 
acuisce  qualche  volta  le  attività  :  i  debitori  per  uscire  da  una 
situazione  tormentosa  spesso  moltiplicano  la  loro  attività,  ma 
non  è  che  i  loro  debiti  siano  un  benefizio. 

Però  la  portata  dell'osservazione  di  Mac  Culloch  è  più  pro- 
fonda che  non  si  creda  d'ordinario.  I  fenomeni  sociali  sono 
estremamente  complessi  :  e  i  sentimenti  che  ci  spingono  ad  agire 
diversissimi.  Quando  ora  si  abusa  del  metodo  semplicista  e  si 
calcola,  per  esempio,  quanto  avrebbe  risparmiato  un  paese  se 
non  avesse  alcune  imposte,  si  cade  in  una  esagerazione  assai 
più  grave  :  perchè  si  calcola  che  in  diverse  condizioni  si  sareb- 
bero prodotti  gli  stessi  fenomeni  di  produzione  e  di  scambio. 

*Mac    Culloch:  On  taxation  and  the  funding  system  London,  1845. 


368  SCIENZA   DELLE  FINANZE  ^LIBRO   II. 

Del  pari  l'affermazione  che  in  tanti  discorsi  parlamentari  ritorna 
e  che  è  diffusa  si  spesso  nei  giornali,  secondo  cui  l'imposta  ri- 
tornando nelle  mani  stesse  di  coloro  che  l'hanno  pagata,  non 
nuoce  in  alcuna  guisa,  è  semplicemente  puerile  :  e  non  si  può 
spiegare  come  uomini  di  cultura  a  bastanza  elevata  la  ripetano 
tuttavia.  Si  dice  :  lo  stato  in  Italia  prende  tariti  miUardi 
ai  contribuenti  ;  poco  male,  poiché  è  danaro  che  circola  se- 
condo la  espressione  volgare.  Hamilton  ha  da  gran  tempo 
mostrato  il  ridicolo  di  questa  affermazione.  Pretendere,  egli  ha 
detto,  che  il  danaro  tolto  mediante  imposte,  essendo  speso  fra 
quelli  che  lo  han  pagato,  non  dia  luogo  a  perdite  per  i  contri- 
tribuenti,  non  è  meno  assurdo  che  se  si  volesse  assolvere  un  la- 
dro, che  avesse  rubato  il  danaro  ad  un  mercante,  e  che  si  giusti- 
ficasse dicendo  che  gli  ha  restituito  posteriormente  questo 
danaro,  comprandogli  delle  mercanzie.  Senza  dubbio  il  caso 
di  un  paese  che  paghi  un  tributo  allo  straniero,  come  una  co- 
lonia duramente  amministrata,  non  è  quello  di  un  paese  in  cui 
il  provento  delle  imposte  è  dedicato  a  servizi  di  utilità  genera- 
le. Ma  in  questo  secondo  caso  la  similitudine  del  mercante  è 
perfettamente  vera.  Non  è  che  le  imposte  devano  essere  impie- 
gate utilmente  :  possono  servire  così  a  sviluppare  la  ricchezza, 
come  a  deprimerla,  così  a  scopi  di  civiltà  come  a  scopi  di  male. 
Un  paese  che  si  abbandoni  a  una  conquista  coloniale  folle  e  a 
una  guerra  dannosa,  impiega  molto  male  ciò  che  i  suoi  contri- 
buenti han  dato.  Ma  ciò  non  toglie  che  i  contributi  pagati 
dai  cittadini  non  siano  vere  imposte.  Anche  nei  nostri  paesi  non 
possiamo  dire  che  sia  speso  utilmente  tutto  ciò  che  lo  Stato 
prende  ai  contribuenti.  Supponiamo  che  una  diminuzione  di 
spese  pubbliche  si  possa  fare  senza  diminuire  la  sicurezza  e  la 
difesa  e  senza  disorganizzare  i  servizi  pubblici  ;  e  supponiamo 
che  tutto  ciò  porti  una  diminuzione  delle  imposte.  Si  può  ne- 
gare che  questo  fatto  sia  un  grande  benefizio?  Una  diminuzione 
delle  spese  pubbliche  (si  può  bene  ripetere  con  Mac  Culloch) 
e  per  conseguenza  una  diminuzione  delle  imposte,  offre  ai 
contribuenti  un  vantaggio  della  stessa  natura  di  quello  che 
presenta  al  pubblico  la  diminuzione  del  prezzo  di  ogni  merce 
indispensabile   o   universalmente  utile. 

La  difficoltà  può  essere  stimolo  all'attività  :  ciò  è  vero,  ma  ^ 


CAP.    XII  j.  SOFISMI    SULLE    IMPOSTE  369 

condizione  che  le  difficoltà  non  siano  così  gravi  da  isterilire  le 
attività.  Uno  stimolo  può  essere  utile  ;  una  serie  di  preoccupa- 
zioni può  deprimere  e  isterilire  ogni  attività.      ^ 

La  grande  guerra  europea,  combattuta  fra  il  1914  e  il  1918 
per  la  sua  grandiosa  violenza,  per  la  sua  durata,  per  la  sua  im- 
mensità, per  il  modo  assurdo  con  cui  la  varie  paci  sono  state 
conchiuse,  ha  avuto  per  effetto  di  attossicare  l'Europa  e  di  di- 
minuire ogni  forza  produttiva.  A  parte  il  fatto  notevole  della 
difficoltà  degli  scambi,  si  è  verificato  il  fatto  morale  della  cre- 
sciuta diffidenza  fra  le  classi  sociali  e  della  diminuita  energia 
di  lavoro.  Si  pretende  in  generale  lavorare  meno  con  salari  più 
alti  e  la  facoltà  di  produrre  la  ricchezza  è  quasi  dovunque  li- 
mitata dalla  minore  energia,  o  per  lo  meno  dalla  minore  volontà 
di  lavoro. 

Infine,  è  stato  detto  :  l'imposta  è  un  investimento  ;  anzi  può 
essere  il  migliore  degli  investimenti.  Lo  Stato  prende  sotto  la 
forma  d'imposte,  il  risparmio  dei  cittadini  e  lo  destina  a  opere 
di  produzione  :  fa  grandi  lavori  pubblici,  diffonde  la  coltura, 
l'insegnamento  tecnico,  ecc.  Anche  in  questo  vi  è  l'errore  fon- 
damentale delle  affermazioni  precedenti  :  cioè  il  supporre  che 
i  proventi  delle  imposte  devano  essere  impiegati  a  scopi  da 
produzione.  E  se  fossero  impiegati  male  ?  Si  può  proprio  dire 
che  la  Spagna,  la  quale  ha  sacrificato  a  Cuba  tanta  ricchezza 
la  abbia  spesa  bene  ?  che  le  iiliposte  altissime  pagate  allora  dagli 
spagnuoli  siano  state  il  migliore  degli  investimenti  ? 

I  cittadini  russi  subivano  dure  imposte  dal  regime  assolu- 
tista dello  Czar  ;  subiscono  ora  più  duri  prelevamenti  dal  re- 
gime comunista.  Sono  ricchezze  in  gran  parte  male  impiegate, 
ma  rispondono  a  particolari  situazioni  politiche.  Non  bisogna 
dimenticare  che  l'imposta  è  sopra  tutto  un  fenomeno  politico  : 
essa  risponde  nelle  sue  manifestazioni  a  situazioni  politiche. 
Nella  fase  attuale  è  innegabile  che  molte  ricchezze  vanno  di- 
sperse per  effetto  della  condotta  dei  ceti  poli  ici  prevalenti,  che 
in  molti  paesi  tendono  ad  assicurarsi  il  massino  dei  benefizi  e 
quindi  spesso  a  danneggiare  lo  sviluppo  della  produzione  con  im- 
poste troppo  alte  o  con  dispersione  troppo  grande  di  ricchezze. 

Molto  spesso  lo  Stato  impiega  le  ricchezze  tolte  ai  cittadini 

N  i  t  t  i  .  24 


370  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [LIBRO  li. 

assai  utilmente  :   qualche  volta  meglio  dei  privati.  Ma  non  è 
deito  che  ciò  deva  essere. 

Senza  dubbip  il  caso  dei  paesi  moderni,  ove  la  grande  mag- 
gioranza dei  cittadini  partecipa  direttanemte  o  indirettamente 
al  governo,  è  ben  diverso  da  quello  degli  antichi  stati.  Ma  non 
bisogna  né  meno  esagerare  dicendo  che  le  imposte  siano  sempre 
buoni  investimenti. 

Un'  altra  illusione  è  da  distruggere;  una  illusione  non  meno 
dannosa,  di  cui  Rousseau  è  stato  il  teorico,  ma  di  cui  la  pratica 
è  assai  più  antica:  la  illusione  che  la  diseguaglianza  delle  con- 
dizioni possa  essere  corretta  dalle  imposte.  L'imposta  non  può 
mai  mutare  i  rapporti  economici  esistenti;  può  tutto  al  più  cor- 
reggere alcune  asprezze. 

Questa  illusione  è  anche  più  dannosa,  in  quanto,  come  ab- 
biamo visto,  la  distribuzione  del  reddito  quasi  dovunque  è  tale 
che  non  si  può  ritenere  segua  quel  processo  di  accentramento, 
tante  volte  indicato.  Anzi  si  nota  piuttosto  nella  società  nostra 
una  tendenza  dei  redditi  medi  a  crescere  e  i  redditi  minimi 
hanno  una  tendenza  sempre  maggiore  ad  elevarsi  nelle  loro 
entità. 

130.  Le  entrate  pubbliche  sono,  come  abbiamo  visto,  deter- 
minate dalle  pubbliche  spese  ;  ma  in  definitiva  sono  limitate  dal 
reddito  di  ciascuna  nazione  e  dalla  intensità  dei  bisogni  collettivi 
risentiti  dai  cittadini.  Perchè  la  imposte  siano  proporzionate  al 
reddito  nazionale  e  perchè  si  possano  vederne  gli  effetti,  occorre 
poterne  misurare  la  pressione.  Le  ricchezze  che  lo  Stato  e  gli 
enti  collettivi  prendono  ai  cittadini  sono  sempre  tolte  ai  consumi 
individuali:  e  sono  destinate  alla  produzione  dei  pubblici  servigi 
o  per  lo  meno  a  mentenere  le  forme  prevalenti  di  governo.  Ora 
la  pressione  dei  tributi  non  si  può  misurare  Se  non  tenendo  conto 
di  tre  elementi:  l'ammontare  della  ricchezza  privata  dei  cittadini , 
l'ammontare  delle  entrate  pubbliche  e  infine  la  importanza  dei 
servizi  pubblici,  che  rappresentano  la  restituzione  che  lo  Stato 
fa  ai  cittadini.  Tutto  ciò  non  si  può  rilevare  se  non  da  una  serie 
numerosa  di  elementi  :  dalla  osservazione  di  un  insieme  di  fe- 
nomeni generali  della  vita  economica. 

I  sintomi  della  pressione  tributaria  si  hanno  in  una  serie  dei 
fatti  riguardanti  la  produzione,  gli  scambi  o  il  consumo.  Come 


CAP.    XII.]  LIMITE    DELLE    IMPOSTE  37 1 

questi  fenomeni  si  svolgano  in  rapporto  alla  attività  finanziaria 
e  come  questa  agisca  o  reagisca  su  di  essi,  si  può  vedere  da  una 
serie  di  manifestazioni  esterne.  Cosi  un  regime  di  dazi  può  avere 
per  effetto  di  mantenere  invariata  la  curva  del  consumo  ;  o  di 
abbassarla.  Ogni  aumento  di  imposta ,  oltre  un  certo  limite, 
finisce  con  ridurre  il  consumo  o  limitare  la  produzione  :  si 
tratta  dunque  di  veder  ben  chiaro  il  punto  in  cui  ogni  ulteriore 
aumento  opera  come  una  riduzione.  La  elasticità  positiva  delle 
imposte  dirette,  per  esempio,  prova  che  la  situazione  è  buona: 
la  elasticità  negativa  che  è  viceversa  cattiva  * . 

Del  pari  l'aumento  nei  proventi  delle  imposte  indirette, 
che  seguono  il  movimento  degli  scambi  e  l'aumento  dei  con- 
sumi superiori,  è  indice  di  situazione  vantaggiosa.  Tutte  le  volte 
in  cui  la  imposizione  tende  a  ridurre  o  i  consumi  ,  o  la  produ- 
zione o  gli  scambi,  deve  per  necessità  esser  frenata  ;  se  non  si 
vuole  che  a  imposte  più  gravi  corrispondano  entrate  minori, 
come  è  accaduto  in  alcuni  paesi  che  più  delle  imposte  hanno 
abusato. 

In  qualche  colonia  dell' Australasia.  esiste  come  si  è  ricordato, 
la  imposta  progressiva  sui  terreni  :  la  Nuova  Zelanda  l'applica 
in  guisa  che  13  mila  grandi  proprietari  soltanto  sono  colpiti  e 
90  mila  medi  e  piccoli  sono  esenti.  Ma  vi  è  in  quel  paese  una 
innovazione  legislativa  che  costituisce  un  fatto  unico  e  senza 
riscontro  in  tutti  i  sistemi  tributari.  Se  un  grande  proprietario 
trova  che  egli  è  stato  colpito  da  imposta  al  di  là  della  giusti- 
zia, ha  diritto  di  abbandonare  la  sua  terra  all'  amministra- 
zione finanziaria  al  prezzo  cui  essa  l' ha  calcolata.  È  accaduto 
anche  che  qualche  terra  di  grande  estensione  '85  mila  acri  di 
terreno  a  Christchurch)  è  stata  così  devoluta  al  governo.  Il 
quale  l'ha  acquistata  e  venduta  a  un  gran  numero  di  piccoli 
coltivatori  :  e  l'affare  è  riuscito  anzi  vantaggioso  ad  esso.  Non- 
dimeno anche  il  governo  della  Nuova  Zelanda  f  evita  che  fatti 


*  Cfr,  Pantaleoni:  Toeria  della  pressione  tributaria  :  Roma  1887 
(ripubblicata  in  Scritti  varii  di  Economia,  Palermo  1904,  pp.  11 1-202)  e 
anche  Observation  sur  la  semiologie  économique  nella  R.  d.  E.  P.  dello 
stesso  Pantaleoni. 

t  The  New  Zealand  officiai  Year  Book,  1900,  pag.  435. 


372  SCIENZA  DELLE  FINANZE  ^^LIBRO  II. 

simili  si  producano  e  preferisce  sempre  piuttosto  che  comperare 
le  terre  ridure  le  imposte  *. 

Una  legislazione  come  quella  della  Nuova  Zelanda  non  può 
nondimeno  essere  estesa  a  paesi  a  grande  densità  di  popolazione 
e  dove  la  vita  ecomomica  e  sociale  è  più  intensa  e  i  rapporti  sono 
più  complessi.  Pure  anche  in  essi  occorrerebbe  trovare  misure  le 
quali  impedissero  l'abuso  della  tassazione  e  dessero  al  contri- 
buente il  modo  di  reagire  contro  gli  abusi  più  pericolosi. 


*  Sulla  legislazione  della  Nuova  Zelanda  cfr.  la  pubblicazione  fatta  per 
conto  deirOj^c^  du  travail  di  Francia  da  A.  M  é  t  i  n:  Législation  ouvriérc 
et  sociale  cn  Australie  et  Nouv elle- Zelande,  Paris,  1901  pag.  23  e  seg. 


PARTE  III. 

LE      IMPOSTE      DIRETTE. 
XIII. 

Le  imposte  personali  e  familiari  non  in  rapporto  con  il 
reddito  :  capitazioni  e  imposte  sulle  manifestazioni 
esterne  della  ricchezza. 

131.  Le  imposte  possono  assumere  forme  assai  differenti  : 
pure  sono  tutte  o  dirette  o  indirette,  colpiscono  nel  primo  caso 
la  persona,  il  capitale  ,  o  il  reddito  ;  colpiscono  nel  secondo 
caso  non  già  qualità  o  possessi,  ma  circostanze,  fatti  particolari 
o  atti  permanenti.  Ora  dovremo  occuparci  separatamente  delle 
principali  imposte  dirette  e  indirette  e  studiare  la  loro  impor- 
tanza relativa  :  cominceremo  dalle  imposte  dirette,  che  se  hanno 
minore  importanza  delle  dirette  in  tutti  i  bilanci  odierni,  hanno 
in  tutti  i  sistemi  tributari  una  funzione  molto  importante. 

Le  imposte  dirette  possono  avere  a  base  o  la  persona  indi- 
pendentemente dal  reddito  (le  imposte  di  capitazione),  o  colpire 
il  capitale,  o  colpire  il  reddito  da  qualunque  ionte  derivi  :  ren- 
dita della  terra,  profitto  di  capitali,  prodotti  dell'attività  per- 
sonale. 

La  forma  più  semplice,  forse  troppo  semplice  d' imposta  di- 
retta, è  colpire  egualmente  tutti  i  cittadini  :  chiunque  fa  parte 
del  consorzio  politico,  sia  povero  o  ricco,  paga  la  stessa  imposta. 
E  questa  imposta  diretta,  non  in  rapporto  con  il  reddito,  può 
essere  pagata  in  due  modi  diversi  :  o  tanto  per  persona  o 
tanto  per  famiglia. 

Nitti.  25 


374  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO   II. 

Fra  le  più  antiche  forme  di  imposizione,  è  comunissima  quella 
di  capitazione  [capitatio,  da  caput),  imposta  diretta  generale, 
personale,  che  colpiva  tutti  i  cittadini,  non  in  rapporto  al  loro 
reddito.  A  Roma  antica,  oltre  la  capitatio  terrena,  vi  era  la 
capitatio  humana  o  illatio  capitis,  la  quale  colpiva  le  sole  classi 
inferiori  e  coloro  che  non  essendo  proprietarii  nulla  avevano  a 
pagare  :  non  avevano  cioè,  come  si  esprime  il  Codice  Teodo- 
siano  quantulamcumque  possessio  terrarum.  Per  coloro  che  non 
avessero.  5^a^ws  (coloni  e  schiavi)  la  capitatio  era  pagata  dai  loro 
padroni  o  rappresentanti,  onde  si  convertiva  per  costoro  in  una 
imposta  suntuaria  del  genere  delle  nostre  tasse  sui  domestici. 
Nelle  Gallie  poi  la  capitatio  humana  o  capitatio  pleheia,  detta 
così  appunto  perchè  pagata  da  chi  non  era  proprietario,  fu  in 
seguito  trasformata  dall'imperatore  Galerio(296-3ii  dopo  Cristo) 
in  un  tributo  generale  su  quanti  non  pagassero  altre  imposte, 
anche  se  non  poveri  ;  con  carattere  quasi  progressivo,  in  quanto 
non  era  percepita  colla  consueta  massima  fiscale  quot  capita 
tot  census,  ma  raggruppava  un  certo  numero  di  capita  poveri  in  un 
solo  caput  censuarium  e  colpiva  un  solo  caput  ricco  allo  stesso 
modo  di  parecchi  capita  poveri  raggruppati  in  un  solo  caput 
censuarium.  Durante  il  medio  evo  e  anche  nei  tempi  moderni 
le  imposte  personali  e  familiari  sono  state  in  uso  in  tutta  Eu- 
ropa*. Si  applicavano  per  lo  più  sulle  base  della  famiglia.  An. 


*  Nell'alto  Medioevo  i  testatici  erano  vere  imposte  progressive  a  rove- 
scio, che  gravavano  assai  più  sui  poveri,  a  seconda  del  grado  di  libertà  di 
cui  essi  godevano  (ingenui,  coloni,  lidi,  servi,  schiavi)  e  come  questo  dimi- 
nuiva più  grave  diventava  il  capaticum  o  census  capitale.  Più  colpiti  di 
tutti  erano  i  lidi  {litimonium)  ed  i  servi:  questi  ultimi  in  modo  assai  grave 
perchè  erano  colpiti  anche  i  figliuoli  in  tenera  età,  onde  i  genitori  prefe- 
rivano vederli  morire.  Clodoveo  II,  uno  dei  re  fainéants,  che  regnò  sulla 
Neustria  e  sulla  Borgogna  dal  638  al  656,  impose  una  capitazione  così  gra- 
ve che  non  appena  egli  fu  morto,  per  fortuna  in  giovane  età,  sua  moglie 
Batilde,  che  fu  poi  Santa  Batilde,  dovette  subito  levarla  :  orinavit, 
è  scritto  nella  sua  vita,  ut  et  pessima  et  impia  consuetudo  cessaretur  prò 
qua  multoplures  homines  filios  suos  magis  mori  quam  nutrite  obstabant.  La 
capitazione  venne  col  tempo  ad  essere  estorta  in  varie  forme:  come  im- 
posta che  colpiva  la  persona,  o  l'abitazione  o  la  famiglia,  di  queste  il  fuo- 
catico,  la  taglia,  l'imposta  di  classe  erano  le  più  generali,  gravose  ed  usate. 
Qualche  volta,  ed  era  un  miracolo  di  giustizia,  queste  imposte  assumevano 
un  carattere  equamente  progressivo,  come  nel  caso  della  tassa  sui  fuochi 


CAP.    XIII.]  LE   IMPOSTE    DI    CAPITAZIONE  375 

che  adesso  in  alcune  legislazioni  moderne  le  imposte  fami- 
liari si  sono  conservate  :  o  quelle  in  vigore  sono  niente  altro  che 
trasformazioni  di  antiche  imposte  di  capitazione. 

Ma," perchè  una  contribuzione    eguale  per  tutti  o  poco  dise- 


accordata  nel  1331  al  conte  Aimone  di  Savoia,  la  quale  era  ripartita  in 
guisa  che  i  contadini  pagavano  4  denari  per  fuoco  e  i  borghesi  io  denari 
ed  I  obolo.  La  Sicilia  ebbe  sotto  la  dominazione  mussulmana  (secoli  IX  e 
XII)  una  capitazione,  giziah,  la  cui  quota  fissa  per  ogni  categoria  era  più 
elevata  quanto  maggiore  era  la  ricchezza  del  contribuente  :  la  giziah  era 
pagata  come  il  prezzo  della  sicurezza,  che  lo  Stato  garentiva  alle  per- 
sone e  alle  cose. 

Testatici,  fuocatici,  capitazioni  si  ebbero  in  Italia,  dovunque,  anche  do- 
po la  sparizione  dei  piccoli  centri  nazionali  indipendenti  e  diurarono  a 
lungo,  anche  dopo  che  il  Medio  Evo  era  finito  da  un  pezzo. 

In  Francia,  è  celebre  la  capitazione  {taille  egalèe)  accolta  su  proposta 
degli  Stati  Generali  di  Linguadoca  da  Luigi  XIV  nel  1694-95.  Era  una 
capitation  qui  soit,  proponevano  gli  Stati  Generali,  supportée  par  ious  ses 
sujeis  chacun  selon  sa  force;  distribuita  in  22  classi,  determinate  e  fissate 
secondo  il  grado,  la  qualità  e  la  condizione  patrimoniale  del  contribuen- 
te :  restando  esenti  i  poveri,  i  religiosi  mendicanti  e  tutti  coloro  il  cui  red- 
dito era  inferiore  a  40  soldi.  Nel  1696  il  limite  di  esenzione  fu  abbassato 
a  20  soldi.  La  capitazione  generale,  imposta  straordinaria  di  guerra,  ces- 
sa nel  1698,  ma  riappare  nel  1701  e  nel  1705;  è  aggravata  pei  poveri  con 
maggiori  esenzioni  ai  nobili  e  al  clero.  La  rivoluzione  francese,  come  è 
noto,  colla  legge  18  gennaio  1791,  stabiliva  una  nuova  imposta,  per  so- 
stituire le  vecchie  imposte  personali  e  mobiliari  :  la  còte  personelle  e  mo- 
bilière, dalla  quale  deriva  la  moderna  imposta  francese. 

L'  Inghilterra  ebbe  le  poll-taxes,  sia  nella  forma  di  capitazioni  pure 
e  semplici  {tallage  of  groats)  come  nel  1377  ;  sia  in  quella  di  imposte  di 
classe,  com.e  nel  1379,  nel  1641.  Alcuni  borghi,  inoltre  dovettero  per  m,ol- 
to  tempo  pagare  una  capitazione  per  avere  la  franchigia  elettorale.  Quan- 
do Carlo  II  Stuart  (1660- 1685)  -ebbe  bisogno  di  danaro,  impose,  nel 
1666,  1667,  1770,  poll-taxes,  che  colpivano  le  persone  al  disopra  di  16  an- 
ni, ed  alcune,  specie  quella  del  1870,  erano  graduate.  Una  serie  dipoU- 
taxes  graduate  si  ebbero  fra  il  1689  e  il  1698  regnando  Guglielmo  III  di 
Nassau.  La  poll-tax  del  1694  era  composta  di  una  capitazione  di  quattro 
scellini  per  testa  senza  riguardo  alle  qualità  delle  persone  e  di  un'impo- 
sta in  due  gradi  sulla  entrata. 

La  Russia  stabilì  nel  1690  una  capitazione  generale  di  80  kopecks  per 
testa  senza  distinzione.  Variamente  modificata  la  capitazione  durò  in 
Russia  sino  al  31  maggio  1882,  quando  fu  abolita  per  tutti.  S  e  1  i  g- 
ra  a  n,  op.  cit.  ;  M  a  s  è  -  D  a  r  i,  op.  cit.  ;  e  W  a  g  n  e  r:  Teoria  speciale 
della  imposta,  nel  Manuale  di  E.  P.  di  Schonherg,  voi.  II,  I  Parte,  To- 
rino  1889  ;  pp.   428-775. 


376  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

guale  sia  giusta,  occorrerebbe  che  tutti  i  cittadini  avessero 
eguaglianza  almeno  relativa  di  condizioni  :  essendo  assurdo 
costringere  e  ricchi  e  poveri  a  pagare  allo  stesso  modo. 

Quale  può  essere  dunque  la  funzione  di  queste  imposte  nei 
paesi  dove  esistono  ?  Il  fatto  che  esse  si  trovano  ancora  in  qual- 
che paese  dimostra  che  la  antica  origine  è  dimenticata;  oramai 
esse  servono  a  niente  altro  che  a  colpire  quei  redditi  che  sfug- 
girebbero alle  imposte,  dove  mancano  grandi  imposte  sul  red- 
dito e  hanno  una  funzione  assai  limitata.  Bisogna  anche  ag- 
giungere che  si  nota  la  loro  mancanza  di  proporzionalità  e 
l'arbitrio  che  contengono  assai  spesso. 

1.2i  contribution  personnelle  mobilière  francese  sorse  nel  1791 
con  lo  scopo  di  colpire  tutti  i  redditi  che  non  erano  colpiti  dalla 
imposta  fondiaria:  ma  si  componeva  di  parecchi  elementi;  te- 
neva conto  dell'abitazione  come  indice  di  ricchezza  e  assumeva 
carattere  di  imposta  suntuaria,  colpendo  l'uso  di  domestici,  di 
cavalli,  ecc.  Più  tardi  il  carattere  di  questa  imposta  venne  com- 
pletamente a  mutare.  Si  decomponeva  in  due  parti:  la  taxe 
personelle  e  la  contribution  mobilière. 

La  contribution  personnelle  era  una  capitazione  dovuta  da 
ciascun  abitante,  senza  distinzione  di  nazionalità,  o  di  sesso, 
perchè  godesse  dei  suoi  diritti  e  non  fosse  reputato  indigente. 
Non  si  consideravano  come  in  possesso  dei  loro  diritti,  e  quindi 
non  erano  soggetti  ad  imposta,  le  donne  maritate  fino  a  che  vi- 
veva il  marito  e  non  erano  da  lui  separate  o  divorziate;  i  figli  é 
le  figlie,  anche  se  di  età  maggiore,  che  vivendo  coi  genitori,  col 
tutore  o  col  curatore,  non  avessero  sufficienti  mezzi  di  esistenza 
poiché  era  causa  della  imposta  non  il  piccolo  reddito  che  il  la- 
voro poteva  procurare  ad  un  uomo  valido,  ma  l'entrata  che 
lasciava  presumere  un'esistenza  indipendente.  Erano  reputati 
indigenti  coloro  che  il  Consiglio  municipale  del  comune  riteneva 
tali  o  nominativamente  o  per  presunzione,  dichiarando  non  im- 
ponibili coloro  che  pagavano  un  affitto  inferiore  ad  una  somma 
determinata,  che  a  Parigi  era  di  500  lire.  Questo  criterio  era 
assolutamente  ingiusto  perchè  non  teneva  conto  del  numero 
dei  componenti  la  famiglia:  un  ceibe  che  occupava  una  sola 
camera  poteva  essere  esentato,  anche  se  agiato;  un  padre  di 
numerosa  prole  che  aveva  bisogno  di  un  alloggio  più  vasto  era 


CAP.   XIII.]  LE   IMPOSTE   DI   CAPITAZIONE  377 

colpito,  anche  se  povero,  solo  perchè  pagava  più  del  minimo 
di  affitto.  La  legge  inoltre  stabiliva  una  presunzione  d'indi- 
genza a  favore  dei  padri  o  delle  madri,  quando  il  marito  era 
morto,  di  sette  figli  viventi,  minori  (legittimi  o  legittimati)  che 
pagavano  una  contribuzione  personnelle  mobilière  di  almeno  io 
franchi.  La  contribuzione  personale  non  era  matematicamente 
esatta  per  tutti.  Equivaleva  a  tre  giornate  di  lavoro,  la  cui  va- 
lutazione era  fissata  ogni  anno  dal  Consiglio  generale  del  di- 
partimento, in  un  limite  che  andava  da  lire  0.50  a  lire  1.50; 
e  nella  Savoia  era  di  lire  0.30  per  giorno  di  lavoro:  questa  im- 
posta oscillava  quindi  fra  lire  0.90  per  la  Savoia  e  lire  1.50  a  4.50 
negli  altri  dipartimenti.  Era  dunque  una  lieve  imposta,  da  cui 
erano  esclusi  solo  i  figlioli,  viventi  con  i  genitori,  e  i  domestici; 
ma  colpiva  tutti,  uomini  e  donne,  cittadini  e  stranieri  che  ri- 
siedevano sul  territorio  nazionale.  Nelle  città,  in  cui  vi  erano 
octrois,  il  Consiglio  comunale  poteva  con  decisione  che  doveva 
essere  approvata  dal  Presidente  della  Repubblica,  esonerare  i 
cittadini  della  contrihution  personnelle,  mediante  un  prelevamen- 
to sui  prodotti  déW.' octroi .  La  contrihution  personnelle  non  soffriva 
centesimi  addizionali:  si  pagava  solo  in  principale,  poi  che,  per 
quanto  mite,  essa  poteva  essere  grave  per  alcuni  soggetti,  tanto 
più  che  l'imposta  non  poteva  mai  dar  luogo  a  traslazione  ed 
incideva  il  contribuente  percosso.  Nel  1906  il  numero  delle 
còtes  personnelles  fu  di  8.978.000  e  il  gettito  della  imposta  di 
18.616.800,  con  una  còte  moyenne  di  lire  2.07  per  colpito. 

La  imposta  francese  di  capitazione  è  stata  abolita  con  la 
legge  31  luglio  191 7,  che  sopprimeva  le  vecchie  imposte  indi- 
ziarie {contributions  per sonelle -mobilière,  des  portes  et  fenétres  et 
des  patentes).  Per  la  contrihution  mobilière  e  le  imposte  di 
porte  e  finestre  furono  provvisoriamente  mantenuti  i  centesimi 
addizionali  a  favore  dei  dipartimenti  e  dei  comuni.  La  capi- 
tazione, che  non  soffriva  addizionali,  è  definitivamente  sparita. 
In  Svizzera  le  imposte  generali  non  in  rapporto  con  il  reddito 
sotto  la  forma  di  vere  capitazioni  sono  assai  diffuse.  Esse  ser- 
vono sopra  tutto  a  colpire  in  tenue  misura  quella  grande  massa 
di  contribuenti,  che  non  pagano  alcuna  imposta  diretta  né  sul 
capitale,  né  sul  reddito.  Bisogna  aggiungere  che  in  Svizzera  le 
imposte  di  capitazione  sono  state  messe  in  molti  cantoni  solo 


378  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO  II. 

da  pochi  anni  :  ciò  che  dimostra  che  si  tratta  non  di  un  feno- 
meno di  sopravvivenza,  ma  di  una  istituzione  finanziaria  sempre 
nuova  e  vitale.  In  Svizzera  la  imposta  di  capitazione  in  alcuni 
cantoni  esenta  i  cittadini  ài  di  sotto  di  1 8  anni  o  i  minori  (Nid- 
wald,  Ginevra,  Obwald)  ;  in  altri  è  una  imposta  virile  che  col- 
pisce i  maschi  in  età  maggiore    (Appenzell    esterno,     Glaris, 
Grigioni,  Sciafiusa,  Schwyz  e  Uri)  ;  in  altri  è  una  imposta  elet- 
torale. Così  a  Zurigo  è  una  imposta  elettorale  sul  cittadino  at- 
tivo {Activbiirgersteuer)  dovuta  da  tutti  i  cittadini  che  hanno 
diritto  di  voto  negli  affari  cantonali.  A  Zug  vi  è  un'imposta  di    , 
capitazione  virile,  che  cade  sui  maggiori  degli  anni  19,  la  quale 
diventa  con  una  piccola  addizione  anche  un'imposta  elettorale 
quando  il  colpito  ha  diritto  al  voto  per  gli  affari    cantonali. 
L'imposta  di  capitazione  colpisce  in  ragione  di  5  lire  a  Gine- 
vra, 2  ad  Appenzell  esterno,  Schwyz  e  Sciaffusa,  1.30  a  Zurigo: 
si  scende  fino  a  i   lira  nei  Grigioni  a  0.50  a  Uri,  a  0.30  a  Ob- 
wald * .  A  Ginevra  il  tasso  più  elevato  si  spiega  col  fatto  che 
questa  imposta  è  la  sola  che,  in  un  gran  numero  di  casi,  sia 
fatta  pagare  agli  stranieri  che  vi  risiedano  da  oltre  un  anno. 
Nei  cantoni  di  Glaris,  Obwald,  Sciaffusa,   Schwyz,   Uri,   Zoug 
e  Zurigo  il  tasso  della  imposta  di  capitazione  dipende  da  quello 
della  imposta  sul  capitale:  l'una  e  l'altra  aumentano  e  diminui- 
scono in  una  proporzione  corrispondente;   a  Schwyz,   cosi,  il 
saggio  della  imposta  di  capitazione  è  di  i  franco  quando  quello 
dell'imposta  sul  capitale  è  dell' i%o  è  di  2  franchi  quando   il 
saggio  dell'imposta  sul  capitale  è  di  2  franchi  0/00  di  capitale; 
a  Zoug  però,  pur  seguendosi  questo  sistema,  l'imposta  di  capi- 
tazione non  può  superare  mai  le  3  lire  per  cittadino  attivo.  Que- 
sto sistema  di  un  saggio  che  si  regoli  parellelamente  ai  saggi 
dell'imposta  sul  capitale  è  assai  sennato:  è  il  contribuente  che 
determina,  sia  pure  indirettamente  mediante  i  suoi  eletti,  l'al- 
tezza della  imposta  sul  capitale:  è  bene  quindi   che   egli  senta 
la  responsabilità  di  un'azione  che  può  avere  conseguenze  anche 
per  lui.  L'  imposta  di  capitazione  ha  poche  esenzioni,    meno 
che  a  Ginevra,  dove  essa  è  più  elevata.  A  Ginevra  sono  esenti 

*  Cfr.  su  questa  imposta  iu  Svizzera:  D  e  C  é  r  e  u  v  i  1  1  e  :  np.  cit.  pag. 

123- 


CAP.   XIII. ]  LE   IMPOSTE   DI   CAPITAZIONE  379 

le  donne  che  vivono  coi  loro  mariti  e  i  domestici  che  vivono 
coi  padroni;  sono  anche  esenti  i  celibi,  i  coniugi  senza  figli, 
i  genitori  con  figli  minori  se  non  hanno  domestici  e  non  pa- 
ghino un  affitto  più  alto  di  un  massimo,  che  è  di  L.  150  pei 
celibi,  250  pei  coniugi  senza  prole  e  300  pei  padri  con  figli  mi- 
nori a  Ginevra  e  nelle  altre  città  maggiori  del  cantone.  Altri 
cantoni  esentano  gli  assistiti,  ma  li  privano  contemporanea- 
mente del  voto.  La  Spagna  ha  la  sua  imposta  di  capitazione 
nella  cedala  personal,  che  pagano  tutti  al  disopra  dei  quattordici 
anni  con  aliquote  che  vanno  da  50  centesimi  a  100  lire.  In  un 
certo  senso  le  imposte  di  capitazione  non  meritano  tutta  l'anti- 
patia di  cui  sono  circondate.  Nei  popoli  moderni  dove  le  demo- 
crazie danno  a  tutti  il  diritto  di  partecipare  al  governo,  è  sempre 
bene  che  ciascun  cittadino,  sia  pure  in  forma  tenue,  partecipi 
alle  imposte  dirette:  non  si  può  ammettere  che  una  classe  di  cit- 
tadini paghi  e  un'altra  governi.  D'altra  parte,  la  imposta  di  capi- 
tazione soltanto  permette  in  molti  casi  di  colpire  gli  stranieri; 
essa  sola,  dove  i  minimi  di  esenzione  sono  molto  elevati,  dà  alla 
massa  degli  elettori  un  più  largo  senso  della  portata  e  della  re- 
sponsabilità delle  spese  pubbliche.  Imposte  di  capitazione  {polle - 
taxes)  vi  sono  in  quasi  la  metà  degli  Stati  che  compongono  1'  U- 
nione  Americana  del  Nord,  specie  in  quelli  del  Sud  e  della 
Nuova  Inghilterra  (Maine,  New  Hampshire,  Massachussetts, 
Vermont,  Rhode  Island,  Connecticut),  e  in  diversi  stati  sono 
vere  imposte  elettorali.  La  Federazione  Nord- Americana  poi  pre- 
leva una  imposta  da  ogni  immigrante  che  sbarchi  in  un  porto 
dell'Unione:  è  un'altra  specie  di  imposta  personale  limitata  agli 
stranieri. 

Ora,  le  capitazioni  sono  anche  usate  nelle  finanze  coloniali, 
come  imposte  sugli  indigeni  da  alcuni  Stati  civili  colonizzatori, 
sotto  il  nome  di  capitazioni,  Kopfsteuer,  o  di  impòt  sur  les  huties 
(sulle  capanne).  La  Francia  percepisce  una  capitazione  dagli  in- 
digeni nel  Madagascar,  nel  Dahomey,  nel  Congo.  A  Tunisi  tutti 
gli  indigeni  maschi  e  adulti  pagano  un'  imposta  {medjbù)  di  20 
franchi  a  testa.  La  Germania  (prima  di  perdere  il  proprio  im- 
pero coloniale)  percepiva  una  capitazione  di  4  marchi  a  testa 
per  indigeno  maschio  adulto  a  Samoa;  e  nell'Africa  Occiden- 
tale usava  un'imposta   sulle  capanne. 


380  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   II 

È  perciò  che  queste  imposte,  possono  vivere  ancora  non 
ostante  il  difetto  fondamentale  della  mancanza  di  proporzione, 
a,  un  patto:  che  siano  mantenute  entro  limiti  assai  tenui  e  che 
si  applichino  dove  vi  sono  minimi  di  esenzioni  molto  elevati 
nelle  imposte  sul  capitale  e  sul  reddito. 

132.  Le  imposte  di  capitazione  sono  come  si  è  detto  indi- 
pendenti dal  reddito.  Altre  imposte  vi  sono  le  quali  non  sono 
indipendenti  dal  reddito,  ma  cercano  d'intuirlo  da  manifesta- 
zioni esterne  della  ricchezza.  Invece  di  determinare  in  modo 
preciso  la  materia  imponibile  queste  imposte  cercano  di  intuirla 
da  indizi,  da  segni  apparenti:  come  l'affitto  che  il  contribuente 
paga,   il  numero  delle  porte  e  finestre  della  sua  abitazione.  È 
un  sistema  che  era  adoperato  in  Francia  prima  del  191 7,  che 
era  a  base  dell'imposizione  diretta  nel  Belgio,  che  è  stato  imitato 
in  qualche  paese  nuovo,  la  Tasmania,  ad  esempio.  Si  dice  che 
si  evita  in  questo  modo  quella  inquisizione  degli  agenti  del  fìsco 
che  è  così  poco  gradita  ai  contribuenti:  il  fìsco  resta  estraneo 
alla  valutazione   delle  facoltà  imponibili,  il  contribuente  non 
ha   alcun  obbligo  di  dichiarazione  e  quindi  non  è  indotto   alla 
frode  e  via  dicendo.  Ma,  lasciando  che  in  ogni  caso  questo  si- 
stema  non    può  essere   applicato,    e    male,    che   a  un  piccolo 
numero  d'imposte:   tributi    sui    redditi  professionali   (imposte 
sulle    patenti)    o    sul   reddito    globale   o    sulla   fortuna    totale 
resta  sempre  il  fatto  che  è  addirittura  impossibile  organizzare 
un  sistema  indiziario  soddisfacente,   cioè  scegliere  manifesta- 
zioni esteriori  della  fortuna  o  del  reddito  che  ritraggano  fedel- 
mente la  realtà;  onde  è  che  esse  adducono  assai  spesso  alle  mag- 
giori ingiustizie.  È  così  che  queste  imposte  si  mutano  nella  loro 
applicazione,   e  invece  di   essere  imposte  dirette  sul  reddito  o 
sulla  fortuna  globali,  come  vorrebbero,  diventano  vere  imposte 
indirette  ,   che  assumono  assai  spesso  un  carattere  proibitivo;  ad 
ogni  modo  riescono  progressive  a  rovescio,  perchè  è    noto  che 
la    spesa    dell'  abitazione,    sulla  quale  codeste  imposte  basano 
non  è  proporzionale  al  reddito,  ma  prende  una  parte  maggiore 
dei  bilanci  più  poveri    e  non  minore,  proporzionalmente  al- 
l'entrata totale,  della  parte  che  prende  nei  bilanci  più  ricchi  *. 

♦  Un'inchiesta  internazionale  americana  del  1892,  dava  questi  risultati 


GAP.    XIII. J  LE    IMPOSTE    DI    CAPITAZIONE  381 

La  contribution  mobilière  francese  (che  è  provvisoriamente 
in  vita  solo  per  i  centesimi  addizionali  dei  dipartimenti  e  dei 
comuni)  è  un'imposta  sulle  facoltà  globali  del  contribuente.  È 
regolata  ancora,  in  fondo,  dalla  legge  21  aprile  1832.  Il  reddito 
globale  del  contribuente  si  desume,  in  principio,  dall'affitto  del- 
la abitazione;  si  considera  quindi  il  valore  locativo  come  base  del- 
l'imposta, alla  quale  sono  sottoposti  tutti  i  residenti  in  Francia, 
nazionali  o  stranieri,  quale  ne  sia  il  sesso,  purché  godono  dei  loro 
diritti,  compresi  le  vedove  e  le  donne  divorziate  o  legalmente  se- 
parate dal  marito  e  i  minori  che  abbiano  mezzi  sufficienti  di  esi- 
stenza. Se  una  persona  ha  più  case  mobiliate  è  sottoposto  tante 
volte  alla  imposta  per  quante  case  ha.  Sono  esenti  totalmente  gli 
agenti  diplomatici  o  consolari  di  potenze  estere  almeno  che  non 
siano  francesi  naturali  o  naturalizzati  e  i  genitori  di  sette  figli 
viventi  o  minori,  e  gli  indigenti,  che  siano  riconosciuti  tali  dal 
consiglio  municipale  del  comune,  o  mediante  liste  nominative  o 
mediante  determinazione  di  un  minimo  di  affitto  al  disotto  del 
quale  la  dichiarazione  d'indigenza  è  implicita.  Così  a  Parigi  chi 
paga  un  affitto  inferiore  ai  500  franchi  annuali  può  essere  eso- 

in  ordine  agli  affitti:  pei  bilanci  inferiori  ai  1000  franchi  l'abitazione  rap- 
presenta il  15%  dell'entrata  in  America  è  il  9%  in  Europa;  pei  bilanci 
sino  a  2000  lire  anche  il  15%  della  entrata  in  America  e  il  12%  in  Europa; 
pei  bilanci  da  2500  a  3000  il  15  in  America  e  Vii%  in  Europa  ;  da  3000 
a  3500  in  America  il  16  e  in  Europa  il  9  ;  da  3500  a  4000  in  America  il 
16  in  Europa  il  9  ;  da  4000  a  5000  in  America  il  15  e  in  Europa  il  io%  del- 
la entrata.  Sono  probabilmente  dati  alla  cui  elaborazione  il  canone  del- 
la comparabilità  non  ha  molto  contribuito  :  le  condizioni  edilizie  dei  va- 
ri centri  sono  così  differenti  che  le  valutazioni  medie  internazionali  de- 
vono essere  necessariamente  difficili.  Da  dati  presentati  alla  Camera  bel- 
ga, nel  1901  da  M.  H.  Denis  e  che  si  riferiscono  ad  alcune  città  tedesche, 
si  ha  che  le  spese  di  affitto  assorbivano  per  le  entrate  al  di  sotto  di  600 
marchi  a  Berlino  il  41.6%  del  reddito,  ad  Amburgo  il  26.5  ;  a  Breslau 
il  28.7  ;  a  Lipsia  il  29.9  ;  a  Dresda  il  26.8  ;  per  le  entrate  tra  601  e  1200 
marchi  a  Berlino  il  24.7  ;  ad  Amburgo  il  23.5,  a  Breslau  il  21  ed  anche  a 
Lipsia  il  21,  a  Dresda  il  18  ;  per  le  entrate  da  2400  a  3000  marchi  a  Berli- 
no il  18.6,  ad  Amburgo  il  18.8,  a  Breslau  il  19,7%,  a  Lipsia  il  18,3,  a  Dre- 
sda il  15.4;  mentre  per  le  entrate  da  12  a  30  mila  marchi  la  spesa  per  la 
abitazione  rappresenta  1*11.7  ^  Berlino,  il  12.2  ad  Amburgo,  1*8.9  a  Bre- 
slau, 1*8.4  a  Lipsia  ;  il  9.9  a  Dresda  ;  e  per  quelle  al  disopra  dei  60  mila 
marchi  il  3.6  a  Berlino,  il  3.9  ad  Amburgo  ;  il  3.4  a  Breslau  ;  1*1.9  ^  Lip- 
sia, il  3.9  a  Dresda. 


382  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

nerato  dalla  contribution  mobilière.  Per  la  legge  del  1900  è  ammes- 
sa una  deduzione  del  valore  locativo  imponibile  di  lire  375  per 
tutti  i  comuni  la  cui  popolazione  agglomerata  sorpassi  i  5000  abi- 
tanti su  deliberazione  dei  consigli  comunali  da  sottoporsi  al  visto 
del  prefetto  e  del  Direttore  generale  delle  contribuzioni  dirette  ; 
e  per  la  legge  del  1904  la  somma  di  375  lire  a  dedursi  dal  valore 
locativo  imponibile  può  essere  aumentata  di  un  decimo  per  ogni 
persona  che  sia  a  carico  del  contribuente,  meno  la  prima,  senza 
però  che  la  deduzione  totale  possa  oltrepassare  il  doppio  del 
minimo  di  affitto.  A  tutto  il  1908  trentatrè  città  aveano  profit- 
tato  di    questa   facoltà,  portando  la  deduzione  a  750  lire. 

La  contribution  des  portes  et  fenétres  (che  è  conservata  anche 
essa  solo  per  i  centesimi  addizionali  dei  dipartimenti  e  dei  co- 
muni) è  anch'  essa  un'imposta  sul  reddito  globale  del  contri- 
buente francese  in  quanto  il  reddito  può  presumersi  dal  numero 
delle  aperture  della  sua  abitazione. Se  le  imposte  sul  valore  loca- 
tivo hanno  ancora  qualche  fautore,  difficile  è  trovare  chi  difenda 
questa  sulle  porte  e  sulle  finestre,  che  vorrebbe  desumere  il  red- 
dito del  numero  delle  aperture  della  casa  abitata;  mentre  nulla 
è  più  ingannevole  di  questo  segno  esterno.  Un  appartamento 
di  otto  camere  con  io  finestre,  infatti  nel  centro  di  una  grande 
città,  in  uno  dei  quartieri  che  la  gente  più  in  vista  ama  abitare, 
avrà  un  affitto  alto  e  non  potrà  quindi  essere  abitato  se  non  da  un 
ricco  o  quasi  mentre  un  altro  appartamento  anche  di  otto  camere 
e  anche  con  io  finestre  in  un  quartiere  suburbano  costerà  assai 
meno  e  vi  potrebbe  alloggiare  poniamo,  un  modesto  impiegato: 
poi  che  le  finestre  sono  sempre  io  pagherebbero  lo  stesso  il  ricco 
e  il  non  ricco;  almeno  che  quest'ultimo,  per  non  lasciarsi  im- 
porre, non  facesse  sparire  la  metà,  poniamo  delle  finestre 
di  casa  sua,  condannando  sé  ed  i  suoi  alla  mancanza  di  aria 
e  di  luce. 

Questa  imposta  deve  anche  essa  la  sua  origine  alla  finanza 
rivoluzionaria  (legge  dell'anno  VII)  e  fu  prima  di  quotità:  di- 
venne nell'anno  X  di  contingenza  e  nel  1831  tornò  di  quotità; 
dal  1836  fu  nuovamente  di  contingenza.  Una  legge  del  18  luglio 
1892  l'aveva  abolita  ;  ma  con  le  successive  leggi  di  finanza  è  sta- 
ta di  anno  in  anno  prorogata  fino  a  che  la  legge  31  luglio  1917 


CAP.    XIV.]  l'imposta   sui    TERRENI  383 

la  ha  soppresse  insieme  alla   contribuiion   mobilière  e  a  quella 
sulle    patenti. 

Si  dirà  più  oltre  della  riforma  francese  del  191 7,  che  metteva 
fine  al  sistema  fiscale  indiziario  e  sostituiva  alla  contribuiion 
mobilière,  alla  imposta  di  porte  e  finestre  e  a  quella  sulle  patenti 
speciali  imposte  cedolari.  Poi  che  sui  tre  vecchi  tributi  i  diparti- 
menti e  i  comuni  imponevano  centesimi  addizionali,  lo,  contri- 
buiion mobilière,  la  imposta  sulle  porte  e  finestre  e  quella  sulle 
patenti  sono  state  temporaneamente  conservate  per  la  sola  parte 
addizionale  e  non  sono  più  esatte  per  quanto  riguarda  lo  Stato. 
L'articolo  44  della  legge  31  luglio  19 17  conserva,  a  titolo  fitti- 
zio, senza  modificazioni,  la  parte  principale  delle  imposte  sop- 
presse (parte  che  non  è  più  esatta)  perchè  i  centesimi  addizio- 
nali conservino  la  loro  base.  È  un  sistema  che  aveva  in  Francia 
fatto  prova  cattiva  questo  del  principale  fittizio,  nel  1890, 
quando  fu  additato  per  la  imposta  sui  fabbricati;  e  che  dà  ora 
luogo  a  molti  inconvenienti  date  le  non  liete  condizioni  delle 
finanze  locali  francesi.  L'  unica  giustificazione  è  nella  provvi- 
sorietà. 


XIV. 

La  imposta  fondiaria  sui  terreni. 

133.  Tra  tutte  le  imposte  dirette,  quella  che  da  tempo  più 
antico  ha  avuto  la  maggiore  importanza  è  senza  dubbio  la  im- 
posta fondiaria  sui  terreni.  La  proprietà  rustica  non  ha  ora  la 
importanza  relativa  che  aveva  in  passato,  quando  la  ricchezza 
industriale  e  la  ricchezza  mobiliare  erano  ancora  poca  cosa. 
Allora  la  terra  era  quasi  tutto  ;  la  proprietà  immobiliare  era  il 
fundus  optimus  maximus.  Come  nella  Bibbia  la  ricchezza  dei 
personag^  è  indicata  dal  numero  dei  capi  di  bestiame  che  pos- 
sedevano, cosi  in  passato  la  ricchezza  consisteva,  principal- 
mente, se  non  quasi  soltanto,  nella  terra  e  nei  prodotti  della 
terra  o  nelle  industrie  agricole. 

La  terra,  è  noto  già  a  chiunque  si  sia  occupato  di  economia 
politica,  è  una  industria  diversa  dalle  altre,  perchè  sottemessa 


384  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO   II. 

a  condizioni  differenti.  Il  fenomeno  della  rendita,  benché  non 
sia  particolare  alla  industria  della  terra,  è  certamente  in  essa 
più  ampio  e  più  generale.  Poi  che  la  terra  è  limitata  in  esten- 
sione e  in  fertilità,  al  contrario  che  nelle  industrie,  ogni  sovrap- 
posizione di  capitali  determina  prodotti  proporzionalmente  de- 
crescenti. Questa  che  pareva  a  Stuart  Mill  la  legge  fondamen- 
tale della  economia  (la  legge  dei  compensi  crescenti  nelle  in- 
dustrie manifatturiere,  la  legge  dei  compensi  decrescenti  nelìa 
industria  agraria  e  in  generale  nelle  industrie  estrattive)  ha 
influenza  innegabile  su  tutti  i  fencmeni  economici. 

L'  imposta  fondiaria  tende  a  colpire  il  reddito  del  proprietario 
della  terra,  ma  ha  avuto  d'ordinario  e  ha  forme  differentissime, 
colpendo  ora  il  prodotto  lordo,  ora  il  prodotto  netto.  In  passato 
si  è  applicata  con  criteri  assai  diversi.  Data  la  cultura  estensiva, 
non  erano  necessarii  i  procedimenti  complicati  che  ora  si  se- 
guono nella  determinazione  del  tributo.  Da  prima  quindi  si 
colpiva  quasi  semplicemente  la  estensione  :  tutte  le  terre 
pagavano  quale  che  fosse  la  loro  fertilità  presso  a  poco  allo 
stesso  modo,  tenendo  conto  solo  della  superficie.  Più  tardi  il 
metodo  delle  decime,  cioè  il  metodo  della  partecipazione  al 
prodotto,  caratteristica  di  una  economia  naturale  o  di  un'eco- 
nomia monetaria  poco  progredita,  è  stato  adottato  ed  è  tutta- 
via in  paesi,  in  cui  le  forme  di  coltivazione  non  sono  molto 
progredite,  né  molto  grandi  i  capitali  investiti  nella  terra.  Il 
proprietario  della  terra,  dà  un  decimo,  o  almeno  una  parte 
(decima  spesso  rimane  solo  nel  senso  di  proporzione)  del  rac- 
colto annuale  della  terra. 

Data  un'economia  agricola  basata  sulla  cultura  estensiva 
ciò  non  era  né  meno  molto  ingiusto.  Ma  quando  l'accrescimento 
della  popolazione  ha  determinato  la  messa  a  cultura  di  terre 
inferiori  e  perciò  investimento  di  capitali  e  di  lavoro  in  propor- 
zione assai  differente,  e  da  quando  l'intensificazione  della  cul- 
tura ha  determinato  condizioni  diverse,  allora  é  stato  impos- 
sibile applicare  ancora  il  sistema  delle  decime.  Il  prodotto 
lordo  del  fondo  non  indica  né  meno  in  modo  approssimativo 
il  reddito  netto  :  il  capitale  fisso  impiegato  nella  produzione 
varia  secondo  condizioni  differentissime.  Ond'é  che  appena  le 
culture  cominciarono  a  intensificarsi,  il  sistema  delle  decime 


CAP.  XIV.]  l'  imposta  sui  terreni  385 

e  tutti  i  sistemi  che  non  miravano  se  non  a  colpire  la  estensione 
o  il  prodotto  lordo  apparvero  ingiusti  e  inattuabili.  Ora  quasi 
dovunque  l'imposta  fondiaria  colpisce  il  reddito  netto,  ed  è  assai 
spesso  una  imposta  reale  in  quanto  astrae  dalla  persona  di  chi 
possiede  e  non  tien  conto  delle  passività  che  gravano  sul  fondo. 
L'imposta  fondiaria  non  colpisce,  né  la  ricchezza  del  sottosuolo, 
né  i  terreni  ove  sono  case  ed  officine,  che  vengono  colpiti  da 
imposte  particolari.  Da  principio  l'imposta  fondiaria  e  l'imposta 
sui  fabbricati  andavano  confuse:  ora,  per  lo  sviluppo  grande  che 
la  proprietà  edilizia  ha  avuto  in  quasi  tutti  i  paesi,  sono  se- 
parate. 

L'imposta  fondiaria,  come  imposta  sul  reddito  della  terra,  con 
fisonomia  più  o  meno  distinta  e  speciale,  esiste  ormai  in  quasi 
tutti  i  paesi  di  Europa  e  si  può  dire  in  quasi  tutti  i  paesi  civili. 

Il  prodotto  della  terra  vien  ripartito  fra  unaserie  di  fattori  che 
hanno  contribuito  alla  produzione:  tolta  infatti  la  reintegrazione 
del  capitale  investito,  il  prodotto  netto  si  ripartisse  fra  profitti 
dell'imprenditore,  salari  dei  lavoratori,  interessi  del  capitale  di 
esercizio  e  interesse  del  capitale  investito  nel  suolo  per  migliora- 
menti e  infine  in  quella  forma  particolare  di  compenso  dovuta 
ai  proprietari  del  suolo  che  si  chiama  rendita  fondiaria  e  costi- 
tuisce  un   extraprofitto. 

Ora  salari  e  profitti  non  sono,  al  pari  degli  interessi  del 
capitale  di  esercizio,  coip'ti  dalla  imposta  fondiaria,  quando 
essa  prende  una  speciale  fisonomia;  ma  son  colpiti,  invece 
cosi  il  capitale  permanentemente  investito,  come  la  rendita 
fondiaria. 

Il  prodotto  dominicale  o  padronale  è  costituito  dalla  ren- 
dita fondiaria,  quando  essa  vi  è,  e  dall'interesse  dei  capitali 
investiti. 

Nel  caso  di  un  produttore  autonomo,  cioè  di  una  persona  che 
coltivi  da  sé  stessa  un  fondo  di  sua  proprietà  ed  è  quindi  proprie- 
tario imprenditore,  si  ha  che  tutto  il  prodotto  netto  va  a  una  sola 
persona.  Ma  vi  sono  proprietari  imprenditori  che  non  coltivano 
essi  stessi  e  che  quindi  danno  salari  ai  lavoratori  :  è  il  sistema 
di  economia  diretta,  il  più  conveniente  di  tutti,  data  la  forma 
capitalistica.  In  questo  caso  l'imposta  deve  colpire  ciò  che,  de- 
tratti i  salari  dei  lavoratori,  rappresenta  il  reddito  capitalistico. 


3^6  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO    II. 

Vi  sono  poi  persone  che  possiedono  terra  e  la  danno  in  colonia 
parziale  o  mezzadria  :  cioè  stabiliscono  una  vera  associazione 
fra  proprietario  e  contadino.  Il  proprietario  percepisce  oltre  la 
rendita  fondiaria,  l'interesse  del  capitale  di  esercizio  proprio  e 
qualche  volta  una  quota  di  direzione  :  è  su  questi  elementi 
che  deve  cadere  la  imposta. 

Infine  vi  è  la  forma  del  fitto,  che  va  qualche  volta  unita  a 
quella  del  subaffitto.  Il  proprietario  cede  in  locazione  le  sue  terre, 
senza  interessarsi  in  alcuna  guisa  di  esse,  o  d'ordinario  occupan- 
dosene solo  assai  poco;  l'azienda  è  a  rischio  del  fittuario.  Il  pro- 
prietario percepisce  la  rendita  fondiaria  e  l'interesse  del  capi- 
tale. In  molti  paesi  esiste,  d'altronde  assai  giustificata,  una 
viva  avversione  per  quest'ultima  forma  di  contratto,  che  pure 
è  la  più  diffusa  e  che  è  la  meno  giustificàbile.  Non  vi  è  in- 
fatti nulla  di  più  dannoso  che  i  proprietari  della  terra  siano 
semplici  percettori  di  rendita  ;  in  questo  caso  la  loro  esistenza 
essendo  completamente  inutile  se  non  dannosa. 

La  imposta  fondiaria,  in  quasi  tutti  i  paesi,  colpisce  dunque  il 
reddito  dominicale,  come  dicono  i  giuristi  ;  è  nel  più  gran  numero 
di  essi  un'imposta  reale  :  quindi  non  si  detraggono  punto  i  debiti 
del  proprietario  e  né  meno  quelli  ipotecari.  L'imposta  fondiaria 
reale  è  rimasta  ancora  in  molti  sistemi  tributari  come  un'obligatio 
propter  rem  :  quindi  l'inscritto  risponde  con  tutti  i  suoi  beni  mo- 
bili e  immobili  del  pagamento  della  imposta  finché  é  inscritto  nei 
ruoli  di  essa.  La  trasmissione  della  qualità  di  possessore  del 
fondo  da  un  individuo  a  un  altro  implica  anche  trasmissione  del- 
l'obbligo dell'imposta,  con  tutti  gli  altri:  la  più  gran  parte  delle 
leggi  però  limitano  quest'obbligo  del  nuovo  possessore  solamente 
all'anno  in  corso  o  al  precedente  e  all'immobile  per  cui  si  paga 
il    tributo  *. 

*  Sull'imposta  fondiaria  in  generale  vedansi  sopra  tutto  :  V  o  e  k  e  :  Die 
Au  ugen  Abgabcn  und  die  Steuer,  Stuttgart,  1887,  pag.  342  e  seg.;  Messe- 
d  a  g  1  i  a  :  Relazione  della  commissione  parlamentare  sul  riordinamento 
dell'imposta  fondiaria,  negli  Atti  parlamentari,  i.  semestre  1881-83,  do 
cumento  54  A.  ;  B  a  s  t  a  b  1  e  :  Finance,  pag.  395  e  seg.  ;  W  a  1  r  a  s  : 
Études  d'economie  sociale,  pagina  267  e  seg.  ;  Principes  d'economie  poli- 
tique  pure,  pag.  512  e  se.  ce.  ;  Denis:  L'Impó*,  pag.  i  8  e  seg,  ;  Se- 
1  i  g  m  a  n  :  Incidence,  pag.  220-233  ;  D  u  f  o  u  r  :  Traile  de  l'impót  fon- 
der,  Paris,    1880. 


GAP.  XIV.]        IL   FENOMENO    DEL    CONSOLIDAMENTO  387 

Le  sole  esenzioni  ammesse,  dovunque,  sono,  quelle  del  de- 
manio pubblico  e  del  demanio  privato  (non  potendo  lo  Stato 
colpire  sé  stesso);  anche  i  terreni  incoltivabili  e  che  perciò  non 
possono  dare  beneficio  economico  al  proprietario  sono  esenti. 
Non  sono  invece  esenti  le  terre  tenute  a  scopo  di  delizie,  par- 
chi, giardini,  ecc.  se  anche  non  producano  alcun  reddito. 

134.  L'imposta  fondiaria  incide  il  proprietario  della  terra,  o 
questi  può  trasferirla  sui  fittuari,  o  sui  consumatori  dei  prodotti 
agricoli  ?  *  I  prodotti  agricoli  sono  quasi  tutti  dei  prodotti  di 
necessità,  di  cui  il  consumo  può  restringersi  difficilmente:  lo  svi- 
luppo di  sostanze  succedanee  ha  poca  importanza.  Avrebbe  im- 
portanza assai  più  grande  la  importazione  dai  paesi  nuovi,  se 
quasi  tutti  gli  Stati  non  la  limitassero  al  puro  necessario  e  con 
dazi  elevati  non  difendessero  l'agricoltura  nazionale.  11  pro- 
prietario colpito  da  imposta  fondiaria  può  riversarne  assai  dif- 
ficilmente l'onere  sui  fittuari  o  sui  consumatori  e  solo  in  alcuni 
casi  speciali  :  in  genere  egli  sopporta  il  peso  della  imposta.  Certo 
dove  la  domanda  di  prodotti  sia  superiore  all'offerta  e  la  con- 
correnza non  agisca,  il  proprietario  della  terra  può  trasferire 
facilmente  l'imposta  sui  consumatori.  Anche  i  salariati  e  i  fit- 
tuari risentono  l'onere  della  imposta  fondiaria  per  effetto  di 
traslazione.  Quando  l'imprenditore  paga  per  fitto  non  già  la 
somma  massima  oltre  cui  deve  rinunziare  all'impresa,  ma  un 
fitto  minore,  può  essere  egli  inciso  dalla  imposta  ;  quando  il  la- 
voratore agricolo  riceve  non  il  minimo,  ma  di  più  e  si  produce 
sul  mercato 'offerta  di  lavoro,  vi  può  essere  per  effetto  dell'im- 
posta diminuzione  di   salari. 

Ogni  nuovo  acquirente  cerca  di  sottrarre  dal  prezzo  d'acquisto 
l'onere  del  tributo  capitalizzato.  Or  che  cosa  vi  è  di  vero  in  que- 
sto fenomeno  di  elisione,  o  come  si  voglia  dire  di  ammortamento 
o  di  consolidazione  dell'imposta  fondiaria  ?  Noi  abbiamo  già 
esaminato  questo  argomento  discutendo  della  diversa  natura 
delle  imposte  personali  e  delle  imposte  reali.  È  da  notare  avanti 
tutto  che  non  si  tratta  di  un  fatto  speciale.  Se  la  rendita  pub- 
blica è  colpita  da  imposta  nuova,  essa  è  in  realtà  pagata  dal 

*  Cfr.  S  e  1  i  g  m  a  n  :  Incidence,  pp.  229-232;  Pant  aleoni:  Trasla- 
zione, cap.  Ili;    T  h  u  n  e  n  :  Die  isolirte  Staat,  2.  ed.,  1875,  I,  pp.  526-39 


388  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO    II. 

proprietario  del  tempo  :  poiché  egli  si  trova  espropriato  di  tanta 
parte  del  valore  del  suo  titolo,  quanto  è  l'ammontare  della  im- 
posta, capitalizzato  al  saggio  corrente.  Così  della  più  gran  parte 
delle  imposte.  Se  una  farmacia,  uno  studio  legale,  una  agenzia 
di  affari  sono  colpiti  da  una  imposta  speciale  o  generale,  quante 
volte  si  vorrà  venderli  si  troverà  sempre  che  la  imposta  ne  ha 
ridotto  il  valore,  appunto  in  proporzione  del  suo  ammontare. 
Solamente  per  la  sua  durata,  l'industria  fondiaria  rende  più. 
evidente  questo  fenomeno.  Ma  la  imposta  fondiaria  è  anche  un 
fatto  generale  :  ora  se  si  supponga  che  tutti  gli  investimenti  di- 
ventano nello  stesso  tempo  meno  vantaggiosi,  il  valore  relativo 
dei  capitali  rimane  invariato  :  cosi  la  imposta  non  solo  colpisce 
il  proprietario  del  tempo,  ma  anche  quelli  che  seguono,  poiché 
il  prodotto  netto  di  tutti  gli  investimenti  viene  diminuito.  La 
idea  che  la  imposta  fondiaria  colpisca  50/0  il  proprietario  del 
tempo  e  che,  dopo  un  periodo  più  o  meno  lungo,  non  colpisca 
più  nessuno,  perché  i  compratori  che  si  sono  succeduti,  l'hanno 
dedotta  nel  prezzo  di  compera,  é  strana  ed  inammissibile.  Non 
è  che  si  possa  da  chi  compra  un  fondo  dedurre  la  totalità  della 
imposta,  ma  solo  quella  parte  che  ecceda  la  media  delle  impo- 
ste ;  cioè  quell'insieme  di  imposizioni,  che  colpiscono  capitali 
i  quali  presentino  impiego  egualmente  sicuro  della  rendita  di 
stabili.  Supponiamo  che  un  fondo  che  valga  10.000  e  che  dia 
il  reddito  di  500  lire,  sia  colpito  da  una  imposta  di  100  lire  : 
rimangono  allora  400  lire,  pari  al  reddito  dato  prima  da  8,0000 
lire.  Così  un  titolo  di  rendita  pubblica  di  io  mila  lire  che  pro- 
duca il  5  per  %,  se  é  colpito  da  una  imposta  del  20  per  %  rende 
appena  400  lire  ;  cioè  rende  quanto  rendeva  prima  un  titolo  di 
8.000  lire.  Il  proprietario  della  terra,  o  il  proprietario  del  titolo 
sono  dunque  nella  stessa  condizione  :  soffrendo  una  diminu- 
zione di  reddito,  subiscono  anche  in  realtà  una  diminuzione 
del  valore  dei  loro  capitali.  Ma  non  é  punto  vero  che  l'imposta 
non  gravi  i  proprietari  successivi.  Poiché,  se  non  solo  la  terra, 
ma  tutti  i  capitali,  sono  colpiti  in  modo  che  il  reddito  venga  li- 
mitato dalla  imposta,  allora  gli  investimenti  saranno  sempre 
proporzionali  alla  sicurezza,  e  al  rendimento  della  intrapresa. 
Ciò  è  vero  per  la  terra;  ma  non  é  men  vero  per  ogni  altra  forma 
d'investimento.   Ammesso   un   paese  con   una  imposta  unica 


CAP.    XIV.]      IL   FENOMENO   DEL    CONSOLIDAMENTO  389 

sulla  terra  e  con  esenzione  delle  altre  forme  di  reddito,  la  teoria 
del  consolidamento  sarebbe  vera.  In  generale,  più  la  imposta 
fondiaria  si  proporziona  al  reddito  effettivo  e  meno  la  capita- 
lizzazione è  possibile  ;  quindi  ciò  che  più  occorre  in.  questa  ma- 
teria è  un  sistema  tributario,  che  consenta  all'imposta  di  seguire 
le  variazioni   del   reddito. 

L'ammortamento  della  imposta  fondiaria  suppone  in  fondo 
che  un  terreno  colpito  da  imposta  passi  ad  altro  proprietario  e 
il  compratore  del  fondo  paghi  una  somma  minore,  che  rappre- 
senta l'ammontare  dell'imposta  capitalizzato.  Occorre  dunque 
vi  sia  prima  di  tutto  una  vendita  ;  e  poi,  che  il  reddito  dato 
in  cambio  sia  esente  da  imposta.  Se  le  cartelle  del  debito  pub- 
blico sono  esenti  da  imposta  e  la  terra  è  colpita  in  proporzione 
del  IO  %,  chi  si  decide  a  vendere  le  cartelle  del  debito  per  com- 
perare terra  è  disposto  a  tener  presente  l'imposta:  avviene  dun- 
que in  tutto  o  in  parte  la  elisione.  Ma  se  tutti  i  valori  mobi- 
liari e  immobiliari  sono  sottomessi  alla  stessa  imposta,  sia  pure 
tenendo  conto  con  saggi  diversi  della  differente  sicurezza  e 
durata,  allora  la  elisione  non  è  possibile. 

Un'applicazione  importante  della  teoria  del  consolidamento 
della  imposta  fondiaria  si  ebbe  in  Inghilterra  ai  tempi  di  Pitt, 
quando  quel  ministro  fece  adottare  dal  parlamento  la  sua  pro- 
posta che  autorizzava  i  proprietari  a  riscattare  la  impo:  ta  fondia- 
ria*. Prima  d'allora  in  Inghilterra  erano  esenti  i  redditi  mobi- 
liari :  esisteva  solo  la  land  tax.  Pitt  avea  perciò  introdotto 
l'imposta  generale  sul  reddito  con  aliquote  uniformi;  ma  acca- 
deva che  i  proprietari  di  terre  pagavano  l' imposta  nuova  e 
l'antica.  Allora  fu  lasciato  libero  ai  proprietari  di  riscattare 
la  land  tax.  Questa  veniva  in  tal  guisa  considerata  come  un 
canone,  di  cui  potevano  liberarsi  coloro  che  n'erano  colpiti  pa- 
gandone r  ammontare  complessivo  allo  Stato.  Era  un  espe- 
diente finanziario  per  accrescere  le  entrate  del  tesoro,  in  un 
momento  in  cui  ve  n'era  assai  bisogno. 

Nel  concetto  di  Pitt  non  era  già  di  operare  puramente  e 
semplicemente  una  conversione,  ma  di  applicare  la  imposta 

*  Sulla  portata  delle  riforme  di  Pitt,  cfr.  :  L  e  e  k  y  :  History  of  En- 
gland  in  iSth  Century,  1887,  voi.  V,  pp.  294-305  ;  D  o  w  e  1 1  :  op.  cit. 
voi.  II  cap.  VII. 

N  i  t  t  i  26 


390  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

fondiaria  mediante  l'imposta  generale  sul  reddito  come  si  pra- 
tica ora.  Difatti  Vincome  tax  colpisce  non  già  solo  la  rendita, 
ma  tutto  il  prodotto  capitalistico  ;  e  il  suo  reddito  è  relativa- 
mente tenue,  è  perchè  l'agricoltura  rappresenta  la  minor  parte 
della  ricchezza  nazionale  inglese.  Ma  non  ostante  le  grandi  age- 
volezze concedute  sopra  tutto  dopo  il  1856,  ancor  oggi  il  riscatto 
è  ben  lungi  dall'essere  compiuto.  Prima  e  dopo  di  Pitt,  altre 
riforme  della  stessa  natura  sono  state  tentate  sempre  con  ri- 
sultato   mediocre  *. 

L'imposta  fondiaria  non  è  un  canone  che  si  possa  riscattare: 
è  un  fatto  generale  ;  e  ammesso  il  riscatto  della  imposta  sui  ter- 
reni, non  vi  è  alcuna  ragione  di  non  ammettere  quello  della  im- 
posta sui  fabbricati  ;  e  perchè  non  quello  della  imposta  sulla 
ricchezza  mobiliare  ?  Basterebbe  tener  conto  della  diversa 
natura  e  durata  dei  redditi.  Quale  sarebbe  la  conseguenza  ? 
Un  enorme  accumulo  di  capitali  nelle  mani  dello  Stato,  che  do- 
vrebbe ritirare  dall'interesse  di  questi  capitali  (dati  a  prestito?) 
le    sue    risorse. 

Come  ciò  può  coincidere  con  il  fatto  che  in  molti  paesi  si  è 
voluto  applicare  alla  imposta  fondiaria  il  metodo  di  contin- 
genza, in  cui  l'imposta  rimane  immobile  e  non  segue  le  varia- 
zioni del  reddito  ?  La  Francia  e  l'Italia  difatti  hanno  avuto  per 
la  imposta  fondiaria  il  metodo  di  contingenza.  E  in  generale  gli 
scrittori  che  sono  favorevoli  a  questo  metodo  invocano  in  suo 
favore  la  difficoltà  delle  valutazioni  periodiche,  l'incertezza  dei 
risultati  e  quindi  tutti  i  pericoli  della  mobilità  ;  l'avversione 
che  in  generale  hanno  le  popolazioni  rurali  per  le  revisioni  pe- 
riodiche del  reddito  ;  la  difficoltà  di  mettere  in  diverso  contatto 
i  coltivatori  con  gli  agenti  del  fisco;  ecc.  Qualche  scrittore,  come 
Leon  Say,  è  giunto  fino  a  considerare  l'imposta  fondiaria  di 
quotità  come  una  impossibilità  assoluta.  Vi  è  forse  della  esage- 
razione in  tutto  ciò.  In  Belgio  dopo  il  1867  l'imposta  fondiaria 
sui  terreni,  da  contingente  è  stata  mutata  in  imposta  di  quotità: 

*  In  Toscana  dal  1778  al  1794  fu  permesso  di  riscattare  la  imposta  fon- 
diaria in  rendita  pubblica  :  il  tentativo  non  riesci.  Nel  1866  il  ministro^ 
Scialoja  propose  alla  Camera  dei  deputati  una  riforma  analoga  a  quella 
di  Pitt  :  ma  non  ebbe  fortuna.  Cfr.  la  sua  esposizione  finanziaria  del  22 
gennaio  1866  e  il  suo  disegno  di  legge  del  27  gennaio  1866. 


CAP.  XIV.]  l'imposta  fondiaria  unica  391 

e  non  si  è  verificato  nessun  inconveniente.  Anzi  si  è  visto  a  un 
aumento  del  reddito  corrispondere  un  abbassamento  del  saggio 
dell'imposta.  La  differenza  fra  quotità  e  ripartizione  o  contin- 
genza è  spesso  formale  ;  è  reale  invece  quando  i  redditi  fondiari 
non  sono  stati  accertati  con  metodo  uniforme  su  tutto  il  terri- 
torio. Riesce  allora  preferibile  la  contingenza,  che  permette  ri- 
partire l'imposta  più  equamente. 

135.  La  vecchia  illusione  di  una  imposta  unica  sulla  terra 
rinasce  sotto  forme  differenti.  Che  cosa  siano  state  queste  im- 
poste uniche  sulla  terra  ci  dicono  le  vecchie  monarchie  orien- 
tali, la  vecchia  Francia  e  la  Spagna  del  medio  evo  :  che  cosa 
sarebbero  si  può  prevedere  senza  difficoltà. 

Numerosi  sono  tuttavia  gli  economisti  i  quali  attaccano  una 
importanza  grandissima  al  fenomeno  della  rendita  fondiaria: 
e  non  pochi  coloro  i  quali,    da  Gossen  in  qua,  partendo  dal 
principio  che  quella  forma  speciale  di  ultraprofitto,  che  costi- 
tuisce la  rendita,  non  sia  se  non  causa  di  ingiusta  espropriazione 
vorrebbero,  con  imposte  o  con  altri  mezzi,  assorbire  la  rendita. 
Noi  riteniamo  però  che  il  fenomeno  della  rendita,  si  come  era 
constatato  un  secolo  fa,  si  come  è  ancora  nei  paesi  nuovi,  abbia 
perduto  oggidì  gran  parte  dell'antica  importanza  ;  e  conserva 
oramai  una  importanza  prevalentemente  storica  e  teorica.  Il 
grande  aumento  dei  mezzi  di  comunicazione,  che   ha  ridotto  i 
prezzi  dei  trasporti  ;   il  carattere   prevalentemente   industriale 
che  prende  ogni  giorno   l'agricoltura,    hanno    scemato  le  due 
grandi   cause    di  rendita,    cioè    la   maggiore    o   minore  lonta- 
nanza del  mercato  e  la  varia  fertilità  del  suolo.  La  concorrenza 
dei  paesi  nuovi  ha  assunto  forme  cosi  aspre  che  1'  Inghilterra, 
pure  avendo  industrializzata  la  sua  agricoltura,  in  forme  che 
cinquanta  anni  sono  non  erano  quasi  prevedibili,  riesce  a  mala 
pena  a  resistere  alla  crisi  agraria  che  si  manifesta  in  tutte  le 
guise.  A  ogni  modo  si  può  dire  che  il  tempo  in  cui  Ricardo  scri- 
veva a  quello  in  cui  più  tardi  Peel  compieva  le  sue  riforme,  siano 
non  solo  cronologicamente,  ma  anche  economicamente,  assai 
lontani. 

Senza  dubbio  dal  punto  di  vista  teorico,  la  tesi  di  Ricardo  è 
vera  ;  quando  un  mercato  richiede  una  quantità  di  generi  di 
consumo  superiori  a  quelli  forniti  dalle  terre  migliori  ed  è  ne- 


392  SCIENZA    DELLIi    FINANZE  [LIBRO    II. 

cessarlo  mettere  a  cultura  quelle  meno  buone,  il  prezzo  tende 
a  regolarsi  sul  costo  di  produzione  di  queste  ultime.  I  proprie- 
tari della  terra  godono  quindi  di  un  extraprofitto,  conseguenza 
di  un  monopolio  naturale  relativo.  Senza  dubbio  la  industria 
agricola  ha  un  carattere  speciale  :  la  terra  è  in  quantità  limi- 
tata ma  dura  indefinitamente  e  risponde  ai  bisogni  essenziali 
della  popolazione.  Ma  il  fenomeno  della  rendita  non  si  limita 
solo  alla  proprietà  fondiaria  ;  anzi  ora  in  essa  è  minore  che  nella 
proprietà     urbana. 

Vi  sono  alcuni  scrittori  che  propongono  la  nazionalizzazione 
del  suolo;  altri,  una  imposta  sulla  terra,  che  confischi  la  rendita: 
ciò  che  gli  economisti  inglesi  chiamano  aumento  non  guadagnato 
unearaed  iacrement;  altri  propongono  infine  una  imposta  unica 
sulla  terra.  Sopra  tutto  in  America  queste  ultime  proposte  hanno 
suscitato  grandi  discussioni  e  lunghe  lotte  *  . 

Senza  negare  che  l'aggregato  collettivo  deve  "sempre  consi- 
derarsi il  proprietario  supremo  della  terra,  non  bisogna  negare 
né  meno  che  la  proprietà  individuale  rappresenta  sempre  una 
necessità  della  produzione.  I  progetti  di  nazionalizzazione,  co- 
munque esposti,  hanno  sempre  qualche  cosa  d' incerto  e  d'in- 
determinato. Ma,  checché  sia  di  tali  progetti,  essi  sarebbero  pre- 
feribili a  un'imposta  unica  sulla  terra,  la  quale,  per  sopperire 
alle  esigenze  degli  stati  moderni,  dovrebbe  prendere  dai  pro- 
prietari della  terra,  non  già  la  rendita  soltanto,  come  si  pretende, 
ma  anche  il  profitto  del  capitale  in  misura  non  tollerabile.  D'al- 
tra parte,  le  idee  manifestate  in  questo  senso  sono  nate  o  in 
grandi  paesi,  aperti  ancora  di  recente  alla  civiltà,  come  gli  Stati 
Uniti  di  America,  dove  il  fenomeno  della  rendita  si  è  prodotto 
in  forma  violenta,  o  in  paesi  fortemente  industriali  come  la 
Svizzera,  dove  il  reddito  agricolo  rappresenta   la  minor  parte; 


•  Cfr.  sopra  tutto  S  e  li  g  m  a  n  :  Essays,  cap.  III.  È  celebre  l'agita- 
zione di  Henry  George  in  America  con  i  suoi  libri.  Progress  and 
Poverty,  New  York,  1879  ;  Social  Problems,  New  York,  1884  ;  The  Land. 
Question,  New  York,  1888.  Cfr.  pure  A.  R.  Wallace:  Land  Nationa- 
lisation,  London,  18^  2  ;  W  a  1  e  k  e  r  :  Land  and  its  Rent,  Boston,  1883 
Harris:  The  Righi  of  Property  and  the  Onnership  of  Land,  Boston, 
1887  ;   ecc. 


€AP.    XIV. J  LA    RENDITA    FONDIA-  lA  393 

e  nello  stesso  tempo  prevalentemente  industriali  e  a  grande  po- 
polazione, come  l'Inghilterra  e  come  il  Belgio  *. 

Lo  sviluppo  crescente  del  debito  ipotecario,  l'abbandono  di 
molte  culture  nei  paesi  europei  dove  non  vi  sono  dazi,  rispon- 
dono a  una  situazione  difficile,  che  deriva  sopra  tutto  dalla 
difficoltà  di  resistere  alla  concorrenza  dei  paesi  che  sfruttano 
la  naturale  fertilità  del  suolo.  Cosi  si  spiega  che,  non  ostante 
che  i  proprietari  fondiari  abbiano  un  assai  minore  potere  poli- 
tico che  un  secolo  fa,  le  imposte  sulla  terra  sono  quelle  che  au- 
mentano meno  :  in  alcuni  paesi  a  dirittura  sono  diminuite.  In 
Italia  si  paga  allo  Stato  meno  ora  che  nel  1871  ;  in  Francia  meno 
ora  che  un  secolo  fa.  È  vero  che  la  imposizione  locale  è  cresciuta 
enormemente  :  ma  dovunque,  nei  paesi  vecchi,  la  terra  si  trova 
in  difficoltà  grandi.  È  perciò  che  l'imposta  fondiaria  tende  in 
alcuni  paesi  a  perdere  il  suo  carattere  d'imposta  reale  :  che 
scomparso  o  quasi  il  fenomeno  della  rendita,  si  considerano  i 
redditi  industriali.  L'imposta  fondiaria  si  risolve  in  molti  paesi 
in  una  vera  imposta  sul  profitto,  suscettibile  quindi  di  riper- 
cussione e  di  diffusione.  L'imposta  fondiaria  francese  e  la  ita- 
liana sono  imposte  reali  che  mirano  a  colpire  la  rendita  e  l'in- 
teresse del  capitale  investito  nel  suolo.  Ma  le  imposte  più  recenti 
tendono  a  colpire  l'intero  reddito  capitalistico  e  a  prendere  il 
carattere  di  vere  imposte  sul  reddito. 

Nei  paesi  a  cultura  intensiva  e  a  grandi  investimenti  di  ca- 
pitale la  rendita  fondiaria,  com'era  stata  formulata  da  Ricardo, 
quasi  non  esiste  più.  Il  capitale  circolante  acquista  nella  terra 


Ma  la  terra,  sopra  tutto  in  Europa,  nei  paesi  dove  è  stata  più  lunga- 
mente coltivata,  non  solo  non  vede  svolgersi  il  fenomeno  della  rendita, 
con  l'ampiezza  prevista  da  Ricardo,  ma  vede  a  dirittura  cause  molte- 
plici operare  in  senso  opposto.  Ogni  giorno  più  gli  extraprofitti  di  cui  i 
proprietari  di  terre  migliori  godono  in  paragone  di  quelli  di  terre  infe- 
riori, hanno  minore  importanza  :  la  cultura  della  terra,  diventando  sempre 
più  intensiva  e  più  industriale,  vede  sviluppare  la  importanza  relativa 
del  lavoro  e  del  capitale  in  misura  crescente. 

D'altra  parte  la  concorrenza  dei  paesi  nuovi  attenua  o  distrugge  il  fe- 
nomeno della  rendita.  È  vero  che  vi  sono,  per  neutralizzarne  V  effetto, 
dazi  protettori  quasi  dovunque  ;  ma  è  vero  che,  non  ostante  essi,  la  in- 
dustria fondiaria  è  quasi  in  tutti  i  paesi  vecchi  in  situazione  assai  diffì- 
cile e  in  alcuni  addirittura  in  situazione  tormentosa. 


"394  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    li, 

importanza  sempre  maggiore:  là  dove  prima  era  il  capitale  fisso 
soltanto  ad  averne.  Non  solo  oramai  si  tende  a  restituire  alla 
terra  ciò  che  si  è  tolto  con  la  produzione,  ma  anche  ad  arric- 
chirla :  lo  sviluppo  grandissimo  dell'uso  dei  concimi  chimici 
vuol  dire  niente  altro  che  sviluppo  del  carattere  industriale 
della  cultura.  Lo  sviluppo  della  patologia  vegetale  ha  determi- 
nato a  sua  volta  una  serie  di  sistemi  spesso  assai  costosi  per 
combattere  le  malattie  delle  piante  :  cosi  altre  cause  assai  nu- 
merose hanno  tolto  all'agricoltura  quel  carattere  speciale  che 
essa  ha  conservato  fino  a  poco  tempo  fa  e  che  dava  luogo  alle 
profonde  osservazioni  di  Ricardo,  importanti  ora  solo  dal  punto 
di   vista  storico. 

La  conservazione  dell'agricoltura  per  i  paesi  di  Europa  non 
è  solo  un  grande  interesse  economico,  ma  un  grande  interesse 
demografico.  La  campagna  è  stata  in  tutti  i  tempi,  è  tuttavia 
il  più  grande  serbatoio  delle  energie  umane  :  è  in  essa  che  si  for- 
mano le  popolazioni  più  forti,  più  tenaci,  più  resistenti  al  la- 
voro. Essa  non  solo  dà  la  base  degli  eserciti  ed  è  la  forza  viva  di 
ogni  società,  ma  aUmenta  e  rinnova  periodicamente  le  città, 
fornisce  le  energie  vive  di  tutte  le  civiltà.  Se  anche  fosse  possi- 
bile una  nazione  di  poche  grandi  città  che  fornisse  prodotti 
industriali  da  scambiare  con  i  paesi  agricoli,  sarebbe  destinata 
a  decadere.  Ora  quasi  tutti  i  paesi  civili  s'industrializzano  e  per 
ogni  stato  di  Europa,  fatta  qualche  eccezione,  si  mette  il  pro- 
blema di  essere  nello  stesso  tempo  paese  industriale  e  agricolo. 
L'agricoltura  rimane  anche  nei  paesi  vecchi,  sopra  tutto  in  essi, 
il  più  grande  interesse  nazionale  per  la  conserv-azione  e  lo  svi- 
luppo di  ciascun  gruppo  sociale  *  . 

136.  Devono  essere  esentate  dalla  imposta  fondiaria  le 
minori  quote  immobihari  ?  A  parte  le  ragioni  indicate  nello 
studio  della  esenzione^  dei  redditi  fondiari  minori.  Mentre  nei 

*  H.  Francolle:  L'industrie  dans  la  Grece  ancienne,  voi.  II,  pag. 
327  dice  :  «  La  cité  puisait,  dans  les  populations  rurales,  une  seve  qui  la 
rajeunissait  et  il  fallut  longtemps  pour  que  catte  seve  s'epuisàt  tout  à 
f  ait  ».  C  a  t  o  n  e  in  D^  y^  rustica  diceva  a  proposito  della  campagna  una 
cosa  che  era  vera  per  i  romani,  com'è  vera  oggi  :  «  At  ex  agricolis  et  viri 
fortissimi  et  milites  strenuissirai  gignuntur,  maximeque  pius  quaestus 
stabilissimusque  consequitur,  minimeque  invidio'sus  ;  minimeque  raalt 
cogitantes  sunt,  qui  in  eo  stu'.iio  o  cupati  sunt  ». 


CAP.    XIV.]  ESENZIONI    DELLA    FONLIAkIA  395 

trasporti  la  grande  intrapresa  rappresenta  una  necessità;  mentre 
nell'industria  la  grande  produzione  prevale  perchè  riesce  a  pro- 
durre in  generale  meglio  e  più  a  buon  mercato,  nell'agricoltura 
la  grande  produzione  non  è  socialmente  più  vantaggiosa  della 
piccola.  La  cultura  più  intensiva  corrisponde  quasi  sempre  con 
la  diffusione  della  piccola  proprietà  o  della  piccola  coltivazione: 
e  da  gran  tempo  è  stato  dimostrato  che  se  la  grande  cultura 
dà  spesso  un  prodotto  netto  maggiore,  dà  più  spesso  ancora  un 
prodotto  lordo  minore.  Ora  è  quest'ultimo  sopra  tutto  che  in- 
teressa alla  società,  dato  l'accrescimento  della  popolazione,  di- 
ventata assai  densa  in  molti  stati  di  Europa  e  dell'Asia. 

D'altronde  bisogna  distinguere  fra  divisione  del  possesso  e 
divisione  della  cultura  :  le  vaste  proprietà  sono  spesso  date 
in  affitto,  o  in  subaffitto  e  coltivate  da  molti  individui  separa- 
tamente. La  grande  proprietà  non  vuol  dire  la  grande  produ- 
zione :  né  questa  assicura  il  prodotto  lordo  maggiore.  Lo  spi- 
rito di  associazione,  che  si  diffonde  sempre  più  nei  paesi  pro- 
grediti, può  far  anche  in  guisa  che  molti  piccoli  coltivatori, 
riuniti  insieme,  possono  avere  tutti  i  vantaggi  della  grande  pro- 
duzione (acquisto  di  macchine  costose,  di  sementi  selezionate 
e  di  concimi,  ecc .  vendita  fatta  insieme  e  in  condizioni  opportune, 
conveniente  uso  del  credito,  ecc.)  senza  averne  gli  inconve- 
nienti. 

Dato  il  carattere  della  industria  agricola  niente  più  giova 
quanto  l'attaccamento  dei  coltivatori  alla  terra,  niente  è  più 
dannoso  della  indifferenza  di  essi  e  dei  fitti  a  breve  termine. 
Ora  la  formazione  e  la  diffusione  di  una  piccola  proprietà  agri- 
cola, nei  paesi  che  hanno  raggiunto  una  densità  notevole,  rap- 
presenta un  grande  vantaggio  sociale,  rappresenta  spesso  un 
grande    vantaggio    della    produzione. 

Così  la  esenzione  da  ogni  imposta  delle  piccole  quote  fon- 
diarie tutte  le  volte  che  può  essere  fatta,  rappresenta  un  vero 
beneficio  :  non  potendosi  ammettere  che  la  pubblica  finanza 
operi  in  senso  contrario  della  economia  pubbHca,  per  cui  è  van- 
taggioso lo  sviluppo  della  piccola  proprietà  agricola. 

In  molti  paesi,  sopra  tutto  negli  Stati  Uniti  di  America,  vi 
sono  esenzioni  speciali  accordate  alla  piccola  proprietà  fondia- 
ria e  anche  speciali  vantaggi.  In  quasi  tutti  gli  stati  della  confe- 


39^  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [lIBRO     II. 

derazione  americana  si  esonerano  da  sequestro  e  vendita  giu- 
diziaria, sotto  determ,inate  condizioni,  fondi  aventi  da  40  a  240 
acri  di  estensione  e  del  valore  da  500  a  5000  dollari.  Alcune  volte 
questa  esenzione  è  di  diritto,  alcune  altre  facoltativa.  Questa 
istituzione  detta  dell' homeste ad  ha  senza  dubbio  per  conseguenza 
il  diminuire  il  credito  alla  piccola  proprietà,  rendendola  inse- 
questrabile ;  ma  anche  ha  il  merito  di  salvaguardarla.  Istitu- 
zioni analoghe  si  trovano  in  Germania  e  anche  in  altri  paesi. 
Ora  esse  non  sono  possibili,  o  non  sono  efficaci,  se  non  esentando 
in  tutto  dalla  imposta  la  casa  eie  piccole  proprietà  rustiche  di- 
chiarate insequestrabili.  Infatti  che  cosa  servirebbe  mantenere 
un'imposta  quando  i  beni  soggetti  ad  essa  sono  insequestrabili  ? 
e  a  che  cosa  serve  l 'insequestrabili tà  se  non  è  estesa  anche  allo 
Stato,  che  in  alcuni  paesi,  come  in  Italia,  è  sempre  il  più  grande 
espropriatore  ?  *. 

*  Vhomestead  è  negli  Stati  Uniti  di  America  quell'assieme  di  disposi- 
zioni legali  che  esentano  dallo  esproprio  per  debiti  la  proprietà  immobi- 
liare sulla  quale  una  famiglia  ha  la  sua  abitazione  e  che  esigono  per  la 
vendita  o  l'ipoteca  di  questa  proprietà  il  consenso  della  moglie.  La  legge 
federale  nord- americana  del  1862  concede  64  ettari  al  massimo  ad  ogni 
capo  di  famiglia,  naturale  o  naturalizzato,  che  non  possieda  altri  beni  verso 
il  iolo  corrispettivo  delle  spese  di  registrazione  e  catasto,  con  l'obbligo  di 
lavorare  il  terreno  e  abitarlo  per  un  periodo  di  almeno  cinque  anni,  du- 
rante il  quale  non  può  essere  sequestrato  né  gravato  di  pesi  ;  trascorsi 
i  cinque  anni  il  colono  diviene  proprietario  assolutò^del  fondo.  Questa  è 
la  legge  generale  per  tutti  gli  stati  della  Confederazione  :  ciascuno  di  essi 
ha  poi  la  sua  speciale  legge  di  esenzione,  meno  cinque  che  non  ne  hanno 
alcuna.  In  generale  non  può  costituire  un  homestead  chi  non  sia  capo  di 
famiglia  e  Vhomestead  non  può  essere  alienato  o  ipotecato  senza  il  con- 
senso della  moglie,  né  può  essere  sequestrato  od  ipotecato  finché  sia  vivo 
il  coniuge  o  finché  sia  giunto  in  maggiore  età  il  più  piccolo  dei  figli,  né 
il  marito  può  dispome  per  testamento,  senza  il  consenso  della  moglie,  la 
quale  eredita  sempre  almeno  il  diritto  di  usufrutto  restando  la  divisione 
sospesa  sino  alla  maggiore  età  dell'ultimo  figlio.  L'hotnestead  nord-ame- 
ricano, che  fu  un  ottimo  mezzo  di  colonizzazione,  riguarda  la  famiglia 
quale  era  al  momento  in  cui  esso  fu  costituito  e  resta  integro  sino  a  che 
l'ultimo  dei  figli  non  ne  sia  legalmente  uscito.  Questo  istituto  non  si  preoc- 
cupa quindi  di  assicurare  la  perpetuità  del  patrimonio  domestico. 

In  Australia  si  è  tentato  da  alcune  colonie  di  spingere  i  proprietari  dei 
f^randi  domini  alla  vendita  dei  loro  terreni  in  piccoli  lotti  colpendoli  con 
un'imposta  progressiva  sul  grande  possesso.  Così  Victoria,  la  colonia  dalle 
mine  di  oro,  colpì,  a  questo  fine,  sin  dal  1877,  con  un  tributo  progressivo 


CAP.    XIV.]  LA    PICCOLA   PROPRIETÀ  397 

Noi  riteniamo  ogni  imposta  reale  applicata  progressivamente 
come  dannosa:  perciò  anche  la  imposta  fondiaria,  se  applicata 
progressivamente  quando  sia  molto  alta  per  i  redditi  maggiori 

la  proprietà  superiore  ai  640  acri.  Però  non  fu  raggiunto  l'effetto  desi- 
derato. Nella  Nuova  Zelanda,  una  legge  del  1891  {Land  for  settlements 
act)  autorizzava  il  governo  a  spendere  sino  a  50  mila  sterline  all'anno  per 
riacquistare  dai  grandi  proprietari  tenute  da  dividere  in  lotti  320  acri  al 
massimo.  Nel  1897  l'assegnazione  fu  portata  a  12  milioni  e  mezzo  di  lire. 
Con  le  leggi  poi  del  1894  e  1896  si  è  introdotta  l'espropriazione  per  l'uti- 
lità pubblica  {compulsory  repurchase)  :  il  governo  offre  prima  al  grande 
proprietario  che  vuole  espropriare  un  certo  prezzo  di  acquisto  ed  ove 
l'offerta  non  sia  accettata  procede  alla  espropriazione  mediante  un'in- 
dennità stabilita  da  un  giurì  speciale.  I  terreni  cosi  acquistati  sono  di- 
visi e  concessi  ad  associazioni  di  12  persone  contro  un  tenue  corrispettivo 
di  afiìtto  ;  o  anche  ad  individui  isolati,  in  enfiteusi,  quando  tutte  le  anti- 
cipazioni siano  state  pagate.  Si  danno  anche  ai  lavoratori  più  poveri  e 
più  abili  piccolissime  tenute  (bloks)  destinate  a  garentire  un  focolare  e 
un  aumento  di  salari.  Nella  Nuova  Zelanda  le  concessioni  sono  in  media 
di  100  acri  ciascuna  e  sembra  che  i  proprietari  stessi  non  siano  ostili  alla 
divisione  delle  loro  terre.  Nel  1894,  anche  il  Queensland  si  è  fatto  auto- 
rizzare per  legge  ad  acquistare  per  100  mila  sterline  all'anno  di  grandi 
proprietà  per  rivenderle  a  piccoli  coltivatori  ;  non  si  fa  luogo  però  ad  espro- 
priazione forzata.  Victoria  compra  terreni  allo  stesso  scopo  dal  1899. 
Nel  Sud-Australia  si  acquistano  anche  terreni  allo  scopo  di  aumentare 
la  densità  della  popolazione.  La  Nuova  Zelanda,  inoltre,  concede  facili- 
tazioni assai  grandi  alla  piccola  proprietà,  che  vuole  costituire,  e  che  ren- 
de di  fatto  inalienabile,  perchè  la  concede  in  enfiteusi  e  non  in  dominio. 
Furono  creati  prima  i  villaggi  di  piccoli  proprietari  {village-settlements) 
offrendo  a  chi  vi  si  stabiliva  un  lotto  al  massimo  di  100  acri,  sempre  in 
enfiteusi,  e  i  acre  nell'abitato  per  la  casa,  e  dopo  si  incoraggiò  il  costi- 
tuirsi di  associazioni  {small  farm  association,  special  settlements  associa- 
tion)  di  almeno  12  persone  alle  quali  si  possono  concedere  lotti  di  320  acri 
al  massimo  sempre  in  enfiteusi.  Il  governo  della  Nuova  Zelanda  accorda 
le  maggiori  facilitazioni,  anticipando  capitali  e  assicurando  ai  coloni  di 
preferenza  lavoro  nelle  opere  pubbliche. 

La  legislazione  germanica  si  preoccupava  anzi  tutto  dello  smembra- 
mento della  proprietà,  il  cui  eccessivo  sminuzzarsi  si  riteneva  pericoloso. 
La  legge  prussiana  26  aprile  1886  pose  a  disposizione  del  governo  un  fon- 
do di  100  milioni  di  marchi  per  l'acquisto  di  terre  e  spese  di  istallazione 
e  scuole:  queste  terre  divise  in  lotti  dovevano  essere  cedute  per  una  mo- 
dica rendita  annuale,  affrancabile  col  consenso  delle  due  parti-  ma  il  ri- 
sultato che  si  ottenne  fu  quasi  nullo.  Per  le  leggi  prussiane  27  giugno  90 
e  7  luglio  lo  Stato  si  limitava  a  servir  d'intermediario  per  gli  acquisti, 
esaminava  le  domande  di  vendita  e  quelle  di  enfiteusi,  determina  le  par- 
celle, l'estensione  e  il  numero  delle  colonie.  Assegnato  che  era  il  lotto  ad 


39  c5  LA     RENDITA    FONDIARIA  l^IBRO     IU 

non  è  né  utile,    né   equa.   Ma   dove  l'imposta  fondiaria  colpisce 
ta^to    il  reddito  capitalistico  e,  tenendo  conto  delle  condizio- 

un  colono  il  prezzo  di  esso  era  pagato  al  venditore  da  una  Banca  speciale 
per  314  del  valore  e  per  114  dal  colono.  Questi  poi  rimborsava  la  Banca 
in  annualità  nel  termine  massimo  di  60  anni.  Sugli  utili,  la  Banca  era 
tenuta  a  far  prestiti  ai  coloni  per  le  prime  spese,  e  per  la  legge  12  luglio 
1900  si  potevano  prelevare  sino  a  io  milioni  di  marchi  dai  fondi  di  riserva 
di  queste  Banche  speciali  per  il  pagamento  dei  debiti  che  gravano  le  pro- 
prietà da  dividersi  e  per  la  costruzione  di  case  sui  beni  colonizzati.  Così 
si  fondava  il  bene  famigliare,  della  cui  conservazione  e  trasmissione  la 
legislazione  prussiana  si  preoccupava,  e  che  si  voleva  tutelare  colla  isti- 
tuzione, tradizionale  colà  per  lunghe  consuetudini  feudali  e  monarchiche 
dello  erede  unico,  designato  dal  de  cuius  o  dalla  legge  o  dagli  eredi  stessi, 
per  le  proprietà  che  fanno  parte  dei  beni  colonizzati,  ai  sensi  delle  leggi 
del  1886,  1890  e  1891.  Ai  coeredi  era  dovuta  un'indennità,  che  essi  po- 
tevano anche  pretendere  dalla  Banca  che  si  surrogava  nei  loro  diritti  ere- 
ditari. È  questo  della  trasmissione  dei  beni  di  famiglia  (Hofrecht,  heim- 
stalle)  un  caso  particolare  della  legislazione  più  generale,  detta  Aner- 
benrechl,  che  mirava  alla  trasmissione  integrale  delle  proprietà  fondiarie, 
che  giungeva  sino  al  fide  commesso  per  la  grande  proprietà  e  rendeva  il 
proprietario  semplice  utilista  di  un  deminio  di  cui  era  direttaria  la  fami- 
glia. Per  VHoef  dominio  rurale  era  proibita  anche  la  trasmissione  tra  vivi, 
senza  il  consenso  di  una  speciale  commissione.  U Hofrecht  prussiano  e  in 
generale  germanico  era  del  tutto  dissimile  dallo  homeslcad  americano  :  il 
primo  mirava  a  costituire  e  a  trasmettere  la  pie  ola  proprietà  rurale,  e 
non  più  ;  cuindi  non  sancisce  la  insequestrabilità  dei  beni  ;  mentre  il 
secondo  non  mirava  che  alla  costituzione  e  alla  conservazione 'dei  beni 
della  famiglia  fino  a  che  essa  non  si  discioglieva,  garentendone  la  inseque- 
strabilità, ma  senza  preoccuparsi  di  ciò  che  avverrebbe  dei  leni  dopo 
la  maggiore  età  dell'  ultimo  figlio. 

In  Danimarca,  varie  leggi  (26  marzo  1898,  24  marzo  1899  e  22  aprile 
1504)  agevolano  la  formazione  delle  piccole  proprietà  rurali,  autorizzando, 
o  a  mezzo  delle  cooperative  tipo  Raffeisen  o  direttamente,  prestiti  agli 
agricoltori  che  vogliono  acquistare  piccoli  domini,  pagandne  del  proprio 
e  subito  34  del  prezzo.  La  piccola  proprietà  rurale  è  per  consuetudine  tra- 
smessa ad  un  unico  erede,  agli  altri  si  accorda  un'ipoteca  per  un  credito 
corrispondente  alla  loro  quota,  che  essi  riescono  a  farsi  scontare  da  qual- 
che   Banca. 

In  Inghilterra  gli  sforzi  per  la  costituzione  della  piccola  proprietà  ru- 
rale cominciarcno  dopo  la  grande  crisi  agraria  che  si  determinò  nel  1875. 
Leggi  del  1887,  1890  e  1894  tendono  a  procurare  all'  operaio  e  al  conta- 
dino una  parcella  di  40  acri  di  terra,  concessa  in  affitto  perpetuo  e  che 
non  pu  )  essere  ceduta,  la  quale  lo  occupi  nelle  ore  di  ozio  e  gli  offra  un 
supplemento  di  salario  in  natura.  La  le^ge  del  1892  poi  provvide  mediante 
gli  small  holdings  a  formare  una  classe  di  piccoli  proprietarii  con  conces- 


CAP.    XIV. j  LA    PICCOLA    PRQPKILTA  399 

ni  della  persona,  assume  il  carattere  di  vera  imposta  sul  reddito, 
niente  è  più  giusto  della  progressività.  Anzi  è  tanto  più  ammis- 
sioni di  terre  sufficienti  ai  bisogni  della  famiglia,  la  superficie  delle  quali 
non  può  superare  i  ::o  ettari  coi#un  reddito  massimo  di  1250  lire. Un  quin- 
to del  prezzo  è  pagato  in  contanti,  il  resto  in  un  periodo  di  50  anni  al  mas- 
simo, durante  il  quale  la  proprietà  non  può  esser  divisa  o  subaffittata 
se  il  pagamento  non  è  stato  fatto,  come  non  può  essere  subaffittata  o  ce- 
duta in  ogni  caso  prima  dei  20  anni.  Se  la  terra  è  divisa  per  testamento, 
il  Consiglio  di  Contea  può  chiederne  la  vendita,  conservando  in  questo, 
come  nei  casi  di  vendita  volontaria,  il  diritto  di  prelazione.  Ma  è  solo  con 
la  legge  del  1907  con  la  legge  sulle  piccole  tenute,  che  la  legislazione  fon- 
diaria inglese  è  stata  profondamente  modificata.  Allo  scopo  di  limitare 
lo  spopolame  to  progressivo  delle  campagne  ed  arrestare  nei  limiti  del 
p.-ssibile  l'emigrazione  degli  agricoltori  verso  le  città,  che  sembra  la  causa 
prima  dal  pauperismo  urbano,  il  governo  liberale  presentò  ai  27  maggio 
1907  una  legge  che  modificava  quella  del  1892  sugli  small  holdings,  e  che 
non  fu  accettata,  se  non  traverso  molte  e  gravi  resistenze,  tre  mesi  dopo 
(27  agosto)  dai  Lords.  La  legge  del  1907  mirava  a  creare  non  piccoli  prò-- 
prietari,  ma  numerosi  enfiteuti,  o  fittavoli  dei  Consigli  di  Contea,  ciò  che 
faceva  risparmiare  il  capitale  di  acquisto  sempre  relativamente  elevato,  e 
permetteva  gli  agricoltori  di  dedicare  tutte  le  loro  forze  alla  messa  in  va- 
lore del  fondo.  Quando  i  Consigli  di  Contea  ne  fossero  richiesti  e  non  con- 
sentissero a  censire  piccole  tenute  si  può  arrivare  alla  esecuzione  forzata  e 
possono  essere  addirittura  espropriati  i  landlords  che  non  volessero  cedere 
i  loro  domini  o  darli  in  affitto.  In  Irlanda  la  più  recente  legislazione  tende 
allo  smembramento  della  grande  proprietà  e  alla  creazione  di  numerosi 
piccoli  proprietari.  Il  conduttore  che  lo  voglia  può  per  la  legge  del  1903 
acquistare  dal  locatore  la  terra  mediante  pagamento  allo  stato  di  un'an- 
nualità eguale  o  inferiore  al  fitto  pagato  al  landlords,  che  a  sua  volta  ri- 
ceve dallo  stato  n  capitale  rappresentativo  delle  annualità  dovute  dal 
conduttore. 

La  legge  rumena  del  1864  e  quella  della  Polonia  russa  del  1890  si  preoc- 
cupano della  vendita  d:;lla  piccola  proprietà  rurale,  la  quale  in  Rumania 
non  poteva  esser  venduta,  per  30  anni  dalla  emancipazione  dei  servi, 
che  al  villaggio  ed  anche  ora  deve  essere  venduta  di  preferenza  al  villag- 
gio, che  ha  diiitto  di  prelazione,  p  quella  della  Polonia  russa  vieta  al  con- 
tadino il  frazionamento  delle  sue  terre  al  di  là  di  tre  ettari  e  impedisce  la 
ipoteca  e  la  vendita  tranne  che  a  favore  dell'agricoltore  polacco. 

Lo  Stato  europeo  che  ha  una  istituzione  in  qualche  modo  somigliante 
ailVhomestead  Nord  americano  è  la  Serbia.  La  legge  24  decembre  1873 
esenta  da  sequestro,  quando  il  jroprietario  faccia  l'agricoltore  per  pro- 
fessione abituale  :  i.  una  proprietà  rurale  di  cinque  giornate  di  terra  ara- 
bile o  una  superficie  equivalente  coltivata  a  vigna,  a  bosco  o  a  frutteto  ; 
2.  il  raccolto  di  questi  beni  ;  3.  la  casa  di  abitazione  colle  dipendenze  ed 
un  terreno  attiguo  della  estensione  di  una  giornata  di  lavoro  in  terra  ara- 


400  SCIENZA     DELLE     FINANZE  [LIBRO    II. 

sibile  in  quanto  a  differenza  della  industria,  dove  solo  la  grande 
associazione  rende  possibile  ogni  ulteriore  sviluppo  della  produ- 

bile  ;  4.  l'aratro,  il  carro,  due  buoi  o  cavalli  da  tiro  una  vacca  ed  un  vi- 
tello, una  cavalla  ed  un  puledro,  dieci  licore,  cinque  porci,  cinque  capre, 
una  vanga,  un'ascia,  una  zappa  ed  una  falce  ;  5.  la  quantità  di  grano  o 
di  mais  necessaria  a  nutrire  la  famiglia  e  gli  animali  domestici  sino  al  pros- 
simo raccolto.  Una  legge  del  1898  poi  dichiarava  l'insequestrabilità  di  20 
are  di  terra  arabile  anche  per  debiti  verso  lo  ttato. 

Nella  Svizzera,  secondo  il  Codice  civile,  i  Cantoni  sono  autoriz- 
zati a  permettere  che  sia  costituito  in  bene  o  asilo  di  famiglia  ogni  im- 
mobile che  abbia  destinazione  agricola  o  industriale,  ogni  casa  di  abita- 
zione con  le  sue  dipendenze,  a  condizione  che  il  proprietario  si  serva  egli 
stesso  dello  immobile  o  abiti  la  casa  annessavi  (articolo  360).  L'immo- 
bile costituito  in  bene  di  famiglia  non  può  essere  gravato  da  ipoteche  ; 
il  proprietario  non  può  alienarlo  né  darlo  a  pigione.  L'immobile  e  i  suoi 
accessori  sono  insequestrabili.  Il  bene  di  famiglia  è  iscritto  nel  registro 
fondiario  e  cessa  di  esser  tale  alla  morte  del  proprietario  (articolo  362). 

In  Francia  furono  presentati  vari  progetti  di  legge  piti  o  meno  radi- 
cali :  fu  adottato  solo  quello  del  Siegfried,  che  divenne  legge  nel  1896, 
estednente  alla  proprietà  agricola  i  benefìci  della  legge  delle  case  a  buon 
-mercato,  con  lo  scopo  di  facilitare  l'acquisto  delle  piccole  proprietà  ru- 
stiche. 

Per  l'Italia,  si  parlò  dei  disegni  di  legge  relativi  alla  insequestrabilità 
delle  minore  quote  immobiliari,  innanzi,  a  proposito  della  esenzione  dei 
redditi  minimi  ;  per  ciò  che  riguarda  i  beni  di  famiglia  vi  è  qualche  accenno 
a  crearli  nella  legge  21  febbraio  1892  sulla  colonizzazione  del  bosco  Mon- 
talo e  in  quella  4  agosto  1894  sull'ordinamento  dei  domini  collettivi  del- 
l'ex-Stato  p  ;  tifìcio.  Nel  1893,  l'on.  Rinaldi  presentava  un  disegno  di 
legge  perchè  le  terre  pubbliche  fossero  devolute  ai  poveri,  e  nel  1894  l'on  - 
revole  Pandolfì  ne  presentava  un  altro  mirante  alla  istituzione  di  veri 
e  propri  beni  di  famiglia  :  né  l'uno  né  l'altro  furono  discussi.  La  legge  2 
agosto  1897  per  la  Sardegna  dispone  all'articolo  5  che  durante  un  period 
di  20  anni  dalla  data  d'immissione  in  possesso  dei  terreni,  che  per  detta 
legge  son:)  concessi  la  casa  colonica  abitata  dal  concessionario,  la  stalla 
annessa  ed  una  zona  di  terreno  adiacente  di  cinque  ettari  non  saranno  sog- 
getti ad  esecuzione  i  er  qual  iasi  credito,  all'infuori  di  q  u  Ili  derivanti  da 
contributi  consorziali  e  dei  crediti  privileggiati  per  l'articolo  1962  Codice 
Civile.  La  insequestrabilità  e  la  istituzi  ne  di  una  minima  proprietà  fon- 
diaria e  sancita  per  la  Colonia  eritrea  dall',  rticolo  2  della  legge  24  maggio 
1503,  riguardante  l'ordinamento  >  eli  Colonia  Eritrea.  Il  Bollettino  di 
Statistica  e  Legislazione  comparata  (anno  V.  fascicolo  II.  1904-1905,  pag. 
559),  dal  quale  sono  desunte  in  massima  tutte  queste  notizie,  «ricorda 
alcune  istituzioni  che  vivono  e  prosperano  in  Italia  da  secoli  in  qualche 
regione  ».  Le  Partecipanze,  o  consorzi  di  famiglia  esistenti  nelle  provincie 
-di  Ferrara,  di  Modena  e  di  Bologna  sono  istituzioni  sui  generis  ex  dip^ve- 


CAP.     XIV.]     LA  PROGRESSIONE    NELLA  IMPOSTA  FONDIARIA      4OI 

zionela  grande  proprietà  rurale  è  lungi  assai  spesso  del  rappre- 
sentare la  forma  migliore  e  più  conveniente  di  produzione. 
La  guerra  rese  possibile  anche  in  Italia  la  trasformazione 
della  imposta  sui  terreni  da  proporzionale  in  progressiva.  Come 
è  noto,  stabilito  il  reddito  imponibile  del  terreno,  si  calcola 
l'imposta,  in  Italia,  con  una  proporzione  percentuale  od  ali- 
quota. L'articolo  46  della  legge  1°  marzo  1886  fissava  l'aliquota 
al  7  %,  la  quale  quando  il  gettito  globale  della  fondiaria  avesse 
superato  i  cento  milioni  sarebbe  stata  ridotta  in  proporzione. 
I  primi  risultati  delle  operazioni  catastali  tarparono  le  ali  ai 
sogni  di  redditi  paradossali  e  fecero  prevedere,  invece,  perdite 
gravi  per  l'erario.  Venne  perciò  la  legge  21  gennaio  1897,  iium. 
23,  che  elevò  l'aliquota  dal  7  allo  8  %,  sempre  disponendone  la 
riduzione  ove  il  gettito  della  imposta  avesse  in  avvenire  a  su- 
perare i  cento  milioni.  Restava  sempre  in  vita  il  decimo  di  guer- 
ra stabilito  nel  1866;  e  però,  in  seguito  alla  legge  del  gennaio 
1897  l'aliquota  era  a  calcolarsi  in  ragione  di  8.8  %.  Dopo 
il  terremoto  dei  28  decembre  1908,  la  legge  12  gennaio  1909, 
num.  12  (i  cui  effetti  furono  prorogati  dalla  legge  28  luglio  1911, 
num.  842)  sanciva  un'addizionale  di  due  centesimi  per  ogni 
lira  d'imposta  erariale  (principale)  a  favore  delle  province  e  dei 
comuni  danneggiati.  L'aliquota  divenne  cosi  deir8.96  %,  e  re- 
stò dello  8.96  %  sino  a  tutto  il  1914.  In  virtù  della  legge  19  lu- 
glio 1914,  il  regio  decreto  15  ottobre  1914,  num.  1128,  elevava 

sentano  un  ente  tipicamente  storico,  come  l'hanno  creatogli  avvenimenti. 
Esse  sono  regolate  da  un  originario  patto  di  famiglia,  che  è  la  loro  legge 
fondamentale.  Secondo  questo,  si  ha  la  comunione  perpetua  inalienabile 
dei  terreni  nelle  famiglie  originarie  acquirenti  e  nei  loro  discendenti;  e 
la  divisione  periodica,  mediante  estrazione  a  sorte,  dei  terreni  stessi,  ogni 
ventennio,  fra  i  maschi  capi  di  famiglia  e  discendenti  delle  singole  fami- 
glie originarie.  Questi  usufruttuari  possono  disporre  della  cosa  causa  mor- 
tis,  ma  limitatamente  a!  periodo  del  ventennio  ancora  non  trascorso. 
Scopo  finale  si  è  il  bonificamento  progressivo  del  terreno  col  lavoro  in- 
dipendente e  libero  del  possessore  usufruttuario.  Queste  Parteciparne 
hanilo  una  regolare  rappresentanza  eletta  dall'assemblea  e  godono  at- 
tualmente di  personalità  giuridica.  Simili  alle  Parteciparne,  ma  d'origine 
diversa  sono  le  comunità  dette  degli  «  Ex  originari  del  Garda  e  di  Pesci- 
na  »  in  provincia  di  Verona. 

Fu  presentato,  nel  1910,  alla  Camera  un  progetto   di  legge   tendente  a 
facilitare  ai  contadini  la  costituzione  della  piccola  proprietà  rurale. 


402  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO     11. 

l'addizionale  a  cinque  centesimi  per  lira,  a  datare  dal  i»  gen- 
naio 191 5,  ed  il  provento  dell'addizionale  complessivo  fu  at- 
tribuito allo  Stato  e  non  più  corrisposto  ai  comuni  danneggiati 
dal  terremoto  dei  28  decembre  1908,  ai  quali  fu  assegnato  un 
compenso  fìsso  a  carico  del  Tesoro.  Una  legge  dei  16  decembre 
1914,  impose  un  altro  decimo  a  partire  dal  i^  gennaio  '15. 
L'aliquota  della  imposta  fondiaria  erariale  è  così,  dal  1°  gen- 
naio 191 5,  stabilita  in  ragione  del  io  %  (e  cioè  :  8  %  im- 
posta principale  erariale  per  la  legge  21  gennaio  1897  ;  0,80  % 
decimo  di  guerra  del  1866)  0,40  %  addizionale  del  5  %  del  de- 
creto regio  15  ottobre  1914-;  0,80  %  decimo  della  legge  16  de- 
cembre 1914).  Al  IO  %  vanno  aggiunti  gli  agi  di  riscossione  e 
le  sovrimposte  provinciali  e  comunali  (centesimi  addizionali 
locali).  L'imposta  erariale  viene  ad  essere,  spesso  raddoppiata 
e  qualche  volta  triplicata  dai  centesimi  addizionali  a  favore 
delle  province  e  dei  comuni.  Dalla  addizionale  del  5  %  del  de- 
creto regio  15  ottobre  1914  e  dal  decimo  della  legge  16  decem- 
bre 191 4  sono  esenti  le  quote  d'imposta  erariale  principale  che 
non  superano  le  lire  io,  il  che  equivale  a  dire  che  i  nuovi  addi- 
zionali erariali  non  colpiscono  i  redditi  imponihih  fino  a  lire 
125.  Già,  sin  dal  gennaio  1915,  un  principio  di  progressività  è 
introdotto  nella  imposta  fondiaria  italiana,  in  quanto  mentre 
i  redditi  imponibili  non  superanti  le  lire  125  pagavano  l'8.8o  % 
quelli  superiori  pagavano  il  io  %. 

Il  decreto  legge  9  novembre  1916  num.  1525  trasforma  ad- 
dirittura l'imposta  fondiaria  da  proporzionale  in  progressiva. 
Quel  decreto,  infatti,  stabiliva  che,  a  decorrere  dal  i  gennaio 
1917,  mentre  restava  immutata  l'aliquota  deir8.8o  %  per  le 
quote  d'imposta  (che  calcolate  in  base  all'H  %)  risultavano  non 
superiori  alle  lire  io,  avrebbero  dovuto  pagare  il  io  %  le  quote 
d'imposta  (calcolate  in  base  al  io  %)  comprese,  nel  distretto 
di  agenzia,  fra  le  lire  10,01  e  le  lire  50;  avrebbero  dovuto  pagare 
il  12  %  le  quote  d'imposta  (calcolate  in  base  al  io  %)  com- 
prese, nel  distretto  di  agenzia,  fra  le  lire  50,01  e  le  lire  300  ;  a- 
vrebbero  dovuto  pagare  il  13  %  le  quote  d'imposta  (calcolate 
in  base  al  io  %/  comprese,  nel  distretto  di  agenzia,  fra  le  lire 
300,01  e  le  lire  500  ;  che  avrebbero  dovuto  pagare  il  14  %  tutte 
le  altre.  Erano  compresi  il  decimo  della  legge  16  decembre  191 4 


CAI'.    XiV.]       LA  PROGRESSIONE  NELLA  IMPOSTA  FONDIARIA       405 

e  i  cinque  centesimi  del  decreto  regio  15  ottobre  191 4  nelle  ali- 
quote sopra  riferite,  le  quali  erano,  naturalmente,  applicabili 
nelle  province  a  nuovo  catasto.  Nelle  cinquanta  province  in 
cui  allo  inizio  del  191 7  il  catasto  nuovo  non  era  in  vigore,  il  de- 
creto legge  9  novembre  1916  stabiliva  l'elevazione  del  contin- 
gente per  provincia  nella  stessa  proporzione  dell'aumento  por- 
tato all'aliquota  d'imposta  per  i  contribuenti  gravati  d'imposta 
superiore  alle  50  lire. 

Più  chiaramente  progressiva  divenne  la  fondiaria  in  virtù 
del  decreto  legge  9  settembre  1917,  che  lasciando  inalterate 
le  aliquote  per  le  quote  d'imposta  sino  e  lire  50,  aumentava 
al  13%  l'aliquota  per  le  quote  d'imposta  fra  le  lire  50,01 
e  le  lire  300  ;  portava  al  14%  l'aliquota  per  le  quote  d' im- 
posta fra  le  lire  300,01  e  le  500  ;  ed  elevava  infine  al  15%  la 
aliquota  per  tutte  le  altre  quote  d'imposte  superiori  alle  lire 
500.  Per  intendersi  :  l'aliquota  è  per  le  province  a  catasto 
nuovo  deir8,8o%  per  i  redditi  sino  a  lire  125  ;  del  10%  per 
quelli  fra  125,01  e  500  lire  ;  del  13%  fra  500.01  e  3000  ;  del  14% 
da  3000,01  a  5000;  del  15%  per  i  redditi  superiori  alle  lire  5000. 
Effetto  della  riforma  fu  quello  di  portare  da  90  milioni  di 
lire  neir  esercizio  1915-1916  a  162  milioni  di  lire  nel  191 8- 
191 9,  il  gettito  della  imposta. 

Esistono  imposte  progressive  sulla  proprietà  fondiaria  nei 
paesi  nuovi,  specie  dell'Australia.  Victoria  ne  ha  una  sin 
dal  1877,  che  colpisce  tutte  le  proprietà  che  abbiano  una 
superficie  superiore  a  640  acri  (pari  a  243  ettari  circa)  ed 
un  valore  superiore  a  lire  63050  (2500  sterline),  in  ragione 
dell'uno  e  quarto  per  cento  del  loro  valore  capitale,  dedotte 
sempre  le  prime  63050  lire.  La  stima  della  terra  è  fatta  su  di 
una  base  pastorale  tenendo  conto  dell'attitudine  di  essa  a  nu- 
trire i  montoni  e  non  del  suo  valore  agricolo.  Cosi  può  dirsi 
che  l'imposta  sia  leggermehte  degressiva  :  si  comincia  infatti 
coH'attribuire  un  valore  di  4  sterline  alla  terra  capace  di  nu- 
trire due  o  più  montoni  per  acre  (terreni  di  1  classe)  ;  di  3  ster- 
line alla  terra  che  può  nutrire  un  montone  e  mezzo  per  acre 
(terre  di  II  classe  );  di  2  sterline  a  quella  capace  di  nutrire  un 
montone  per  acre  (terre  di  III  classe);  di  i  sterlina  infine  alla 
terra  che  può  nutrire  meno  di  un  mon  tone  per  acre  (terre  di  IV 


404  SCIENZA  DELLE    FINANZE  [LIBRO     II. 

classe).  Nell'Australia  del  Sud,    è  colpita  progressivamente  la 
terra  non  messa  in  valore;  con  mezzo  denaro  per  lira  sterline 
sino  a  126000  lire  (5000  sterline)   e  con  l'aggiunta  di  un  altro 
mezzo  denaro  per  sterlina  al  disopra%di  questo  valore;  i  proprie- 
tàri inoltre  che  siano  assenti  dalle  loro  terre  per  un  anno  sono  col- 
piti con  un'imposta  supplementare  del  20%.  Nella  Tasmania, 
l'imposta  fondiaria  è  progressiva  dal  1902,  sempre  per  le  terre 
non  messe  in  valore,  al  disopra  delle  126000  lire,  con  un  tasso 
che  va  da  mezzo  denaro  per  sterlina  ad  i  denaro  per  i  valori  che 
non  superano  le  80  mila  sterline  2.018.400  lire  vi  è  una  deduzione 
per  i  debiti  ipotecari.  Chi  batte  il    record  in  materia  è  la  Nuo- 
va Zelanda  :  essa  distingue  fra  terre  messe  in    valore    e    non  : 
alle     prime    applica   un'imposta   proporzionale   dell'i %;  alle 
non  messe  in  valore  un  saggio  progressivo,  a  cominciare  da 
•quelle  che  hanno  un  valore  superiore  a  12610  lire  (500  sterline  ); 
che  sono  colpite  con  un  penny,  e  a  continuare  con  una  progres- 
sione a  mezzo  di  un  supplemento  di  ij8  dipenny  per  classe  le  terre 
sono  divise  in  quattordici  classi  sino  a  40  mila  sterline  (i  milione 
di  lire),    e  poi  con  saggi  più  alti,  che  dal  1910  furono  aumen- 
tati del  25   %  ;    gli  assenti  da  quattro  anni  sono  colpiti  con 
un'imposta  del  50  %.  Questa  della  nuova  Zelanda  è  un'impo- 
sta assai  grave,  per  quanto  poco  redditizia,  il  che  vuol  dire  che 
i  saggi  più  elevati  non  sono  mai  applicati. L'esempio  dell'Austra- 
lasia  è   stato   imitato,  negli  stati  Uniti,  dallo    stato  di  Okla- 
homa, nal  1908,  uno  stato  nuovo  recentemente  ammesso  nella 
confederazione  nord-Americana,  il  quale  nella  sua    costituzio- 
ne e  nella  legislazione,  dà  prova  di  vero  radicalismo.  L'imposta 
progressiva  sulla  proprietà  fondiaria  costituisce  una   novità  nel 
diritto  americano.  Lo  stato  di  Oklahoma  colpisce  la  proprietà 
sin  a  640  acri  con  l'imposta  fondiaria  ordinaria,  e  al  disopra  di 
quella  estensiva  con  saggi  progressivi  di  0,25%  da  640  a  1280 
acri,  di  1%  da  1280  a  3000  acri  ;  di  2%  dà  3000  a  5000  acri; 
del  10%    da    loooo  a    25000  acri.    È  una  progressione  assai 
rapida.   Sono  esenti  320  acri  di  terra  quale  che  ne  sia  il  va- 
lore.   La  legge    di   finanza  Lloyd  George  introduce   anche  in 
Inghilterra  un'imposta  sui  terreni  non  messi  in   valore  {unde- 
veloped   land);   ma  è  un'imposta  proporzionale  di  14  denaro  per 
20  scellini  di  valore  del  suolo  e  non  progressiva. 


GAP.   XIV.]      MOBILITÀ    DELLA    PROPRIETÀ    FONDIARIA  4O5 

Molti  scrittori  visto  che  la  proprietà  fondiaria  si  trasferisce 
assai  più  difficilmente  delle  altre  forme  di  proprietà  e  che  que- 
sta lentezza  o  pesantezza  nelle  trasmissioni  è  a  causa  non  ulti- 
ma della  difficoltà  del  credito,  vorrebbero  assicurarne  la  facol- 
tà di  alienazione,  mediante  l'introduzione  del  così  detto  siste- 
ma Torrens,  applicato  già  da  gran  tempo  in  Australia,  in  alcune 
altre  colonie  inglesi,  in  Tunisia,  ecc.  Questo  sistema  è  assai 
semplice* .  Esiste  un  registro,  una  specie  di  stato  civile  della  pro- 
prietà fondiaria  dove  a  ciascun  immobile  è  riservata  una  pagi- 
na, che  ne  ha  la  storia  e  la  descrizione.  Vi  è  poi  un  titolo,  ripro- 
duzione qualche  volta  fotografia,  della  pagina  del  registro,  che 
dato  al  proprietario,  rappresenta  l'immobile  :  può  essere  ce- 
duto, dato  in  garenzia,  ecc.  La  proprietà  fondiaria  diventa  come 
un  titolo  mobiliare  almeno  per  quanto  riguarda  la  sua  cedibi- 
lità e  senza  dubbio  essa  è  allora  mobilissima,  in  quanto  si  può 
alienarla  facilmente.  Inoltre  il  credito  ipotecario  diventa  assai 
più  facile.  In  molti  stati  europei  si  è  proposto  di  introdurre  il 
Real  Property  ^  e/,  conosciuto  sotto  il  nome  di  ac^  Torrews."  nes- 
suno l'ha  adottato,  anche  molti  avendo  diminuiti  gli  ostacoli 
(e  sopra  tutto  le  imposte  !)  che  si  oppongono  alle  trasmissioni 
della  proprietà  fondiaria.  Quel  sistema  non  può  essere  accolto 
che  da  paesi  ove  la  proprietà  fondiaria  è  recente  :  dove  sono 
grandi  estensioni  con  uniformità  di  cultura  e  nei  paesi  nuovi 
ove  la  proprietà  pubblica  ha  preyalenza  sulla  privata,  che 
da  essa  lentamente  sorge.  Dove  sono  invece  culture  frazionate 
e  intensive  non  è  possibile  sia  introdotto.  Infatti  quale  descri- 
zione è  sufficiente  per  una  terra  messa  in  Alsazia,  o  più  ancora 
nei  dintorni  di  Napoli  dove  è  tanta  varietà  di  culture  ?  D'al- 
tra parte  è  forse  necessario  seguire  la  via  opposta.  La  cosi 
detta  mobilizzazione  della  proprietà  fondiaria  non  è  sempre 
un  bene.  Anzi  come  tutto  ciò  che  allontana  il  proprietario 
dalla  terra,  è  spesso  un  male  :  e  d'altronde  alla  terra  niente 
più  nuoce  dell'abuso  del  credito.  Fra  tutti  i  fatti  più  dannosi 
all'agricoltura  questo  non  è  senza  dubbio  il  minore. 

*  Cfr.  R.  R.  Torrens:  Reform  of  the  Law  of  Real  Property, 
London,  1858  ;  Registration  of  the  Title  Land,  London,  1859  ;  Cfr.  pure 
Fortescue:  Le  sy stèrne  Torrens  en  Angleterre  e  I.  Dumas:  Les  li- 
vres  fonder s  in  R,  d.  E.  P.  maggio  giugno  1896  e  aprile  1900. 

N  i  t  t  i.  27 


406  SCIENZA     DELLE     FINANZE  [LIBRO     II. 

In  alcuni  paesi  l'imposta  fondiaria  e  altre  imposte  reali 
contribuicono  alla  finanza  locale  con  i  centesimi  addizionali  : 
si  tratta  in  questo  caso  di  vere  sovraimposte.  Gli  enti  locali 
prendono  con  questo  metodo  tanti  centesimi  di  ciò  che  il  con- 
tribuente dà  allo  Stato  :  in  una  sovraimposta  del  45  %  per 
esempio  chi  contribuisce  allo  Stato  con  i.ooo  lire  contribui- 
sce agli  enti  locali  con  450  ;  vi  sono  in  altri  termini  45  cente- 
simi addizionali. 

In  Francia,  sino  al  1890,  l'imposta  fondiaria  colpiva,  come 
un  tempo  in  Italia ,  insieme  terre  e  case  :  la  legge  8  agosto 
1890  distinse  la  contribution  fondere  des  propriétés  non  bàties 
(imposta  sui  terreni)  dalla  contribution  fondere  des  propriétés 
bàties  (imposta  sui  fabbricati),  e  mentre  prima  le  due  contri- 
buzioni erano  applicate  col  metodo  di  contingenza,  d'allora 
r  imposta  fabbricati  diventò  un'  imposta  di  quotità,  mentre 
l'altra  sui  terreni  continuò  ad  essere  di  contingenza.  Con  la 
legge  29  marzo  1914  la  contribution  fondere  des  propriétés 
non  bàties,  cioè  la  fondiaria  sui  terreni,  fu  ,  in  Francia,  ra- 
dicalmente modificata,  divenendo  un'  imposta  di  quotità  che 
colpisce,  in  principale,  col  tasso  del  4  %  i  quattro  quinti  del 
reddito  netto,  quale  risulta  all'amministrazione,  che  è  tenuta 
a  sottoporre  a  revisioni  ventennali  il  reddito  dei  terreni.  Le 
nuove  valutazioni  saranno  fatte  dall'  amministrazione  unita- 
mente ad  agenti  elettivi  e  ai  rappresentanti  di  proprietari  e 
col  diritto  di  ogni  proprietario  non  solo  di  poter  reclamare 
alle  commissioni  amministrative  di  estimo  ma  anche  di  poter 
ricorrere  ai  tribunali  amministrativi  per  impugnare  i  valori 
attribuiti  ai  propri  terreni.  Il  piccolo  proprietario  che  coltivi 
direttamente  il  fondo  può  chiedere  l'esenzione  totale  se  la  sua 
quota  d'imposta,  in  principale,  non  supera  gli  otto  franchi  e 
godrà  di  un'esenzione  fissa  di  8  franchi  se  non  deve^  allo  Stato 
un  tributo  fondiario  che  superi  gli  otto  e  non  sorpassi  i  se- 
dici franchi.  Effetto  della  riforma  fu  la  riduzione  da  115  a  65 
milioni  di  franchi  (cioè  di  50  milioni,  pari  al  42.20  %)  del 
prodotto  annuale  dell'imposta  di  Stato  sui  terreni  in  Francia. 
Ai  comuni  continueranno  a  spettare   i  centesimi    addizionali. 

L'Inghilterra  ha  due  imposte  sui  redditi    fondiari  rustici: 
land  tax  e  income  tax  ceduta  A .  La  land    tax,    introdotta  nel 


GAP.    XIV.]     l'imposta    FONDIARIA    IN    ALCUNI    STATI  4O7 

1692,  non  ha  più  alcuna  importanza    (rende  meno  di  20  mi- 
lioni di  lire  per  anno),   non   somiglia  alle  imposte  fondiarie 
continentali  ed  è  stata  in  gran  parte  riscattata  :  pesa  ancora 
su  tutti  i  priprietari  che  non  la  riscattarono,  esentando   le   pro- 
prietà fondiarie  che  rendono  meno  di  lire  126.10  per  anno  (5 
sterline)  ;    è  cosi   difettosa  che  Harcourt   dichiarava  ai  comu- 
ni nel  1893  che  l'unico  rimedio  sarebbe  quello  di  abolirla,  non 
potendo  essere  migliorata.   'L'income  tax  cedula  A    colpisce  i 
redditi    della   proprietà   fondiaria  :     i    proprietari    dichiarano 
ogni  tre  anni  il  reddito  lordo  delle  loro  terre  e  una  commis- 
sione di  notabili  locali  controlla  le  dichiarazioni  sotto  la  sor- 
veglianza degli  agenti  del  fisco;  il  reddito  imponibile  si  ottiene 
deducendo  un  ottavo  del  reddito  lordo,  e  al  reddito  imponibile 
si  applica  ogni  anno  il  tasso  fissato  dal  Parlamento,  nel  finan- 
ce  act.  I  redditi  di  categoria  appartengono,  dal  1907,  alla    ca- 
tegoria degli  unearned  (non  guadagnati)  colpiti  a  tariffa  intera. 
137.   Quali  sono  i  migliori  sistemi  di  accertamento   del 
reddito  fondiario  ?  *  È  una  questione  sempre  discussa  e  sem- 
pre contestata.  In  fondo  vi   sono  tre  sistemi  di  accertamento: 
I.    la    dichiarazione    del    contribuente,    obbligatoria     e    debi- 
tamente controllata  dagli    agenti  dello    Stato  ;    come  si  fa  in 
Inghilterra  per  i  redditi  fondiari,  che  entrano  appunto  nell'iw- 
come  tax  ;  2.  stima  ufficiale  fatta  dal  governo  per  mezzo   dei 
suoi  funzionari  in  cui  è   appunto   il   governo  che  in  certa  gui- 
sa denuncia  il  reddito,  ma  dove  il  privato  ha  il  diritto  di  recla- 
mo; 3.  la  stima  automatica,  fatta  mediante  catasto.  L'operazione 
di  catasto  di  cui  l'origine  è  antica,  è  l'inventario  generale  della 
ricchezza  fondiaria.  Catasto,  dal  basso  latino  capitastrum,  regi- 
stro dell'imposta  per  capo,  ora  è  l'insieme  delle  operazioni  me- 
diante le  quali  si  rileva  la  proprietà  fondiaria,  per  l'applicazione 
della  imposta  e  anche  per  scopi  economici  e  giuridici.  Il  reddito 
fondiario  mediante  il  catasto  è  accertato  direttamente,  in  modo 
reale    e    indipendente  dalla   stima  del   fisco  e  del  contribuen- 


♦  Per  la  storia  del  catasto  nei  vari  paesi  cfr.  Gaston  LeCouppey: 
De  Vimpót  fonder  et  des  garanties  de  la  propriété  territoriale  nella  Biblio- 
thèque  univer selle  di  novembre  e  dicembre  1873  ;  W  a  1  r  a  s  :  Études  d'eco- 
nomie sociale,   pag.    387   e   seg. 


408  SCIENZA     DELLE    FINANZE  [lIBRO     II. 

te.  Ora  il  catasto  ha  la  duplice  funzione  di  essere  uno  stato 
descrittivo  e  valutativo  della  proprietà  fondiaria  (con  tut- 
ti i  benefizi  che  da  questo  fatto  derivano)  e  di  essere  la  base 
sicura  per  la  imposizione  del  tributo  fondiario.  E  però  un  ca- 
tasto accurato  e  preciso  non  ha  solo  lo  scopo  di  mettere  una 
solida  base  alla  imposizione,  ma  anche  e  sopra  tutto  uno  scopo 
civile  e  giuridico  :  quello  di  dare  un  esatto  accertamento  della 
proprietà  immobiliare. 

Quando  le  mappe  censuarie  sono  bene  eseguite,  ciascun 
proprietario  può  avere  in  tutti  gli  affari  che  riguardano  mu- 
tui o  vendite  del  suo  fondo,  disponibilità  maggiore.  L'imposta 
può  essere  distribuita  con  maggiore  precisione  e  giustizia  ; 
infine,  per  quanto  riguarda  le  opere  pubbliche,  l'esistenza  di 
buone  mappe  agevola  facilmente  la  ricerca  dei  possessori 
e  le  stime  relative  e  qualche  volta  gli  studi  anche  preparato- 
torii,  risparmiando  rilevazioni  lunghe  e  costose. 

La  mobilità  della  proprietà  fondiaria,  in  ciò  che  essa  ha  di 
più  vantaggioso,  dipende  sopra  tutto  dall'avere  buoni  catasti 
e  la  stessa  legislazione  fondiaria  è  determinata  in  gran  parte 
dalla  sicurezza  e  dall'ampiezza  dei  rilievi  catastali. 

Un  catasto  costa  di  parecchie  operazioni-:  alcune  sono  geo- 
metriche ;   altre  tecniche  ed  economiche. 

Il  catasto  dicesi  geometrico  particellare  estimativo,  per  il 
metodo  con  cui  è  seguito.  È  geometrico  perchè  comprende 
la  misura  geometrica,  proiettata  in  un  piano  orizzontale  con 
l'estensione  e  la  posizione  di  ciascun  immobile,  in  rapporto 
a  tutti  gli  altri  beni  costituenti  il  territorio  dello  Stato,  nella 
loro  continuità.  Un'operazione  preliminare  alla  misura  è  la 
triangolazione,  per  cui  si  forma  una  rete  trigonometrica, 
in  cui  i  vertici  dei  triangoli  rappresentano  i  punti  trigonome- 
trici indispensabili  all'esatto  orientamento  e  collegamento 
delle  mappe.  È  noto  che,  quando  si  possono  attuare  deter- 
minati triangoli,  è  più  facile  misurare  degli  angoli  delle 
linee  sul  terreno.  Secondo  la  legge  italiana  del  1886,  il  cata- 
sto è  costituito  dai  seguenti  elementi:  a)  la  mappa  particel- 
lare ;  b)  la  tavola  censuaria  ;  e)  il  registro  delle  partite  ; 
d)    la    matricola  dei  possessori.  La  parcella  o  particella   cata- 


GAP.    XIV.]  l'operazione    DI    CATASTO  4O9 

stale  è  costituita  da  una  porzione  continua  di  terreno  o  da  un 
fabbricato  che  siano  situati  in  un  medesimo  comune,  apparten- 
gano allo  stesso  possessore,  siano  della  medesima  qualità  e  clas- 
se e  abbiano  la  stessa  destinazione.  Chiamasi  mappa  la  rappre- 
sentazione grafica  degli  elementi  che  costituiscono  la  misura 
del  territorio  ;  ogni  mappa  rappresenta  il  fondo  come  unità 
catastale  e  come  parte  di  tutto  il  territorio  da  censire.  La 
mappa  è  sempre  planimetrica,  cioè  rappresenta  la  superfi- 
cie orizzontalmente  sul  territorio.  Scala  della  mappa  è  na- 
turalmente il  rapporto  tra  la  estensione  della  superficie 
e  la  mappa.  Ma  il  catasto  è  anche  estimativo  e  valutativo, 
in  quanto  non  procede  già  alla  misurazione  e  alla  rilevazio- 
ne dei  fondi,  ma  ha  una  parte  più  strettamente  tecnico-econo- 
mica, cioè  in  quanto  stima  il  reddito  dei  fondi.  La  stima  può  es- 
sere sintetica  quando  è  basata  sullo  spoglio  dei  contratti  di 
affitto  e  di  compra  vendita  ;  analitica  quando  è  il  risultato  del- 
l'analisi diretta  dei  perito.  La  tavola  censuaria  contiene  la 
descrizione  di  tutti  gli  apprezzamenti  o  particelle  di  una  data 
circoscrizione,  mentre  l'elenco  dei  possessori  con  i  beni  che  ad 
essi  appartengono  costituisce  il  libro  delle  partite.  Le  mappe 
censuarie  sono  poi  costituite  dai  rilievi  planimetrici. 

In  Italia  per  procedere  alla  stima,  cioè  a  quelle  serie  di 
operazioni  e  calcoli  con  cui  si  stabilisce  la  rendita  imponibile, 
si  formano,  secondo  la  legge  i.  marzo  1886,  le  tariffe  di  estimo 
nelle  quali  è  determinata,  comune  per  comune,  la  rendita 
imponibile  di  ogni  qualità  e  classe.  La  tariffa  esprime  in  mo- 
neta legale  la  rendita  imponibile  di  un  ettaro  per  ogni  qualità 
e  classe  ;  e  la  rendita  imponibile  è  quella  parte  del  prodotto 
totale  del  fondo  che  rimane  al  proprietario,  depurata  dalle  spe- 
se e  dalle  perdite  eventuali.  La  stima  dei  terreni  comprende 
quattro  operazioni  diverse:  i.  Si  distinguono  particelle  secondo 
le  diverse  qualità  di  cultura  o  per  altra  loro  destinazione  ; 
2.  Queste  particelle  poi  si  graduano  in  vario  modo  secondo  la 
loro  capacità  reddituale,  distinguendo  ogni  qualità  di  cultura 
in  un  certo  numero  di  classi;  3.  Si  applicano  i  due  criteri 
precedenti  a  tutte  le  particelle  di  ogni  territorio  comunale,  di- 
videndole prima  per  qualità,  e  poi  ciascun  gruppo  della  stessa 
qualità  pel  numero  di  classi   corrispondenti  ;  in  altri    termini 


4IO  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

si  attribuiscono  le  qualità  e  la  classe  alle  singole  particelle  ; 
4.  infine  si  stabiliscono  le  rendite  imponibili  unitarie  relative 
a  ciascuna  qualità  e  classe  [compilazione  delle  tariffe  di  ren- 
dita) .  Le  operazioni  di  stima  sono  riservate  a  giunte  tecniche 
che  risiedono  in  ogni  provincia,  le  quali  giunte  hanno  il  com- 
pito :  di  accertare  le  qualità  di  culture  [qualificazione);  di 
stabilire  le  classi  [classificazioni)  ;  di  formare  la  tariffa,  de- 
terminando la  rendita  imponibile  per  ogni  ettaro  di  terreno  di 
ciascuna  qualità  e  classe. 

Il  catasto  italiano  è  particellare. 

Per  i  terreni  produttivi  la  particella    è    determinata  dagli 
elementi  seguenti;    i.  Superficie  continua,  ossia  che  si.  trovi 
racchiusa  in  un  solo  contorno  o  perimetro.  La  continuità  è  rot- 
ta anche  se  un  terreno  è  intersecato  da  una  strada,  da  un  fiu- 
me ecc.;    2.  deve  essere   situata  in  un  medesimo  comune  cen- 
suario  ;   3.  deve    appartenere  ad  uno  stesso  possessore  ;  4.  de- 
ve avere  la  stessa  qualità  e  specie  di  cultura  ;    5.  dev'  essere 
infine  della  medesima  classe,  cioè  di  egual  grado  di  fertilità. 
Per  le  costruzioni  rurali  poi  e  per  le  aree  sottratte  alla  coltiva- 
zione la  particella  è  determinata  dalla  destinazione  e  uso  a 
cui  serve,    fermi   gli  altri  termini  sopra  indicati.  In  Italia  si 
segue  il  sistema,  delia  stima  per  classi  e  tariffe.    Per  apphcarlo 
si  dividono  tutti  i  fondi,  che  si  trovano  in  comune  censuario 
in  tante   particelle  quante  sono  le  qualità   o   specie  diverse 
di  cultura  a  cui  sono  adibiti,  e  questa  operazione  vien  detta 
qualificazione.   Alla  sua  volta  ciascuna  qualità  si  gradua  in 
tante  classi  quanti  sono  i  gradi  di  bontà  e  produttività,  nei 
quali  si  ritiene  opportuno  di  distinguerli,  e  questa  è  la  clas- 
sificazione propriamente  detta.  In  prosieguo  di  tempo  si  asse- 
gna a  ciascun  fondo  od  appezzamento  di  terreno  il  posto  che 
gli  spetta  nel  quadro  generale,   e  questo  costituisce  ciò  che 
chima  classamento.  Infine  sijesegue  la  valutazione,  attribuen- 
do ai  terreni  di  ciascun  gruppo      (avente  per  caratteristica 
la  stessa  qualità  e    classe)     una  stessa  rendita    unitaria    già 
fissata  in  un  tanto  per  ettaro,  e  ciò  costituisce  la  tariffa.  Le 
operazioni  di  stima,  hanno  per  iscopo  di  fissare  per  ogni  par- 
ticella la  relativa  quota  di  estimo,  che  formerà  l'imponibile 
catastale.    Lo   scopo     fiscale    del    catasto    dà    un'  importanza 


CAP.  XIV.]  l'imposta  mineraria  411 

air  imponibile,  poiché  questo  deve  servire  in  base  alla  ripar- 
tizione dell'imposta  fondiaria  a  carico  di  tutti  i  contribuenti 
del  Regno.  Qest 'imposta,  che  ha  carattere  d'imposta  reale 
per  eccellenza,  deve  colpire  il  prodotto  dei  fondi  stimato  al 
netto  di  ogni  perdita  eventuale,  non  che  delle  spese  di  conser- 
vazione e  produzione.  Perciò  la  legge  i  marzo  1886  (art. 
14)  stabilisce  che  nel  valutare  i  prodotti  dei  fondi  si  detrag- 
gano :  I  le  spese  di  conservazione,  produzione  e  trasporto  ; 
2  le  spese  ed  i  contributi  per  opere  permanenti  di  difesa 
di  scolo  e  di  bonifica;  3  le  spese  di  manutenzione  del  fondo 
e  dei  fabbricati  rurali  occorrenti,  e- di  reintegrazione  delle  cul- 
ture ;  4  una  quota  per  le  spese  di  amministrazione  ;  5  una 
quota  per  i  danni  provenienti  dagli  infortuni  ;  6  una 
quota  per  gli  eventuali  danni  provenienti  dalle  inondazioni 
ordinarie,  dalle  lavine  e  frane,  dalle  servitù  militari,  dal 
vincolo  forestale,  e,  pei  terreni  prossimi  a  vulcani  in  at- 
tività, dai  fenomeni  vulcanici  o  meteorologici  proprii  di  quel- 
le contrade.  La  rendita  imponibile  che  ricerca  la  nostra  legge 
non  è  la  rendita  netta  attuale  e  precaria,  ma  essa  si  prefigge 
di  fissare  una  rendita  ordinaria,  normale,  duratura,  attribui- 
bile al  fondo  nelle  condizioni  in  cui  questo  si  trova,  ma  de- 
sumendola da  un  periodo  di  tempo  tale  (12  anni)  (^a.  poter 
rappresentare  con  qualche  larghezza  tutte  le  vicende  ordina- 
rie della  coltivazione.  Infatti  l'art.  14  stabilisce  che  la  valu- 
tazione di  ciascun  prodotto  sarà  fatta  sulla  media  dei  tre  an- 
ni di  minimo  prezzo  compresi  nel  dodicennio  1874- 1885  *. 

Il  catasto  ha  vantaggi  economici  e  giuridici  innegabili. 
Ma  è,  come  si  dice,  il  miglior  mezzo  di  accertamento  del  red- 
dito fondiario  ?  Molte  ragioni  vi  sono  per  dubitarne.  La 
immensità  stessa  delle  operazioni  che  il  catasto  richiede  per 
rilevare  il  territorio  di  paesi  così  grandi  come  gli  stati  moder- 
ni, che  occupano  centinaia  di  migliaia,  qualche  volta  milioni 
di  chilometri  quadrati,  fa  si  che  costi  troppo  e  duri  troppo  lun- 
gamente. Vi  sono  catasti  costati  centinaja  di  milioni  e  durati 
non  decine  di  anni  soltanto, ma  qualche  volta  cinquanta, sessan- 


*  Confronta  per    questi  particolari  :   VirgilioRossi:   Brevi    rote 
sulla   catas fazione  in  Italia.  Aquila  1909. 


412  SCIENZA     DELLE     FINANZE  [LIBRO    II. 

ta  anni  e  più.  Naturalmente  una  vera  uniformità  di  criteri  è  dif- 
ficile mantenere  in  cosi  lunghi  periodi  di  tempo  ;  mut  ano  non 
solo  i  metodi  di  cultura,  ma  anche  spesso  per  tante  cause  la 
produttività  dei  terreni.  La  dichiarazione  del  contribuente, 
controllata  dagli  agenti  del  fisco,  è  sistema  molto  più  semplice 
e  molto  meno  costoso  :  onde,  dal  punto  di  vista  fiscale,  il  ca- 
tasto non  avrebbe  ragione  di  esistere  e  di  determinare  le  gra- 
vissime spese  che  costa,  se  non  fosse  richiesto  da  altre  ragio- 
ni,   di  carattere  sopra  tutto  giuridico. 

138.  Nei  paesi  che  possiedono  miniere,  la  imposta  mine- 
raria assume  qualche  volta  caratteri  analoghi  a  quelli  della 
imposta   fondiaria. 

La  proprietà  fondiaria  però  ha  carattere  assai  diverso  dal- 
la mineraria  benché  presenti  comune,  anzi  qualche  volta  più 
spiccatamente,  il  fenomeno  della  rendita.  È  infatti  assai  fre- 
quente il  caso  di  miniere  più  produttive  o  meglio  situate  che  rea- 
lizzano con  le  stesse  spese  di  capitale  e  di  lavoro  un  ultra-pro- 
fitto sulle  altre,  che  costituisce  rendita  *. 

Ma  le  imposte  minerarie,  se  anche  occorre  considerare  a 
parte  il  fenomeno  della  rendita,  non  vanno  disgiunte  da  tut- 
te le  iriiposte  industriali,  non  presentando  ciò  che  costituisce 
il  carattere  essenziale  della  proprietà  fondiaria,  la  durata  in- 
definita. 

Così  la  Prussia  sottopone  i  redditi  delle  miniere  alla  impo- 
sta sul  reddito  e  a  quella  industriale.  Hanno  o  aveano  invece 
imposte  speciali  sui  redditi  minerari  la  Francia,  l'Alsazia  Lo- 
rena, l'Austria,  e   dal  1910,  1'  Inghilterra. 

In  Francia  i  redditi  minerari  sono  sottoposti  a  una  redevan- 
ce  fixe  e  ad  una  redevance  proportionnelle:  la  prima  è  proporzio- 
nale air  estensione  del  perimetro  della  concessione  (sia  o 
non  sfruttata)  in  ragione  di  io  franchi  per  il  kil.  quad.  ;  la 
redevance  proportionelle  è  imposta  di  quotità  (del  5%)  sul 
prodotto  netto  della  impresa.  I  proprietari  minerari  possono 
chiedere  un  abbonamento,  regolato  in  modo  speciale,  data  la 
sua  importanza. 


*  Cfr.  Einaudi;  La  rendita  mineraria. 


GAP.   XIV.]  l'imposta   FONDIARIA   IN   ITALIA  4I3 

Neil'  Alsazia  Lorena  la  legge  14  luglio  1908  sottometteva 
le  miniere  a  un'  imposta  di  superficie  di  14  marco  per  et- 
taro sia  che  la  miniera  sia  sfruttata  o  non  ;  se  poi  la  mi- 
niera è  in  esercizio  i  redditi  di  essa  sono  sottoposti  all'im- 
posta industriale  e  ad  un'altra  di  esercizio  proporzionata 
al  prezzo  medio  di  vendita  dei  minerali  estratti.  Anche  in 
Austria,  la  rendita  mineraria  è  sottoposta  a  due  imposte  : 
di  esercizio  e  di  estrazione. 

Per  la  legge  di  finanza  di  Lloyd  George,  dal  1910,  l'Inghil- 
terra, che  non  aveva  alcuna  imposta  sulle  miniere,  ne  ha  ora 
una.  La  Minerai  righi  duty  è  un'imposta  annuale  il  cui  impo- 
nibile si  desume  dal  valore  dell'affitto  dei  terreni  minerari  o 
dei  diritti  minerari,  che  si  accerta  annualmente  agli  effetti 
della  imposta.  I  diritti  minerari  sono  diversi  :  oltre  quello  di 
proprietà  di  cui  il  titolare  può  conservare  il  godimento, vi  sono 
quelli  che  nascono  dalla  cessione  completa  di  esso;  cessione 
che  conferisce  all'affittuario  potestà  assai  estese  (ricerca,  sco- 
verta, esercizio,  disposizione  del  minerale);  e  altri  derivanti 
da  cessioni  parziali  del  diritto  stesso  (passaggio,  aerazione, 
acquedotto  etc).  I  diritti  minerari  dunque  comprendono 
quanto  può  far  godere  del  diritto  di  disporre  in  tutto  o  in  par- 
te, come  proprietario  o  come  locatario,  di  certi  terreni  mine- 
rari. L'imposta  colpisce  il  valore  della  rendita  annuale  dei 
diritti  afferenti  al  territorio  minerario,  calcolato  sulla  ren- 
dita dell'anno  solare  precedente.  Se  l'esercizio  della  miniera 
è  dato  in  affitto  l'imposta  colpirà  quanto  ricavasi  da  esso  ; 
se  la  miniera  è  esercitata  dallo  stesso  proprietario  il  valore 
imponibile  è  calcolato  dal  fisco  in  ragion  di  ciò  che  egli  avreb- 
be ricavato  dallo  affitto.  I  diritti  di  passaggio,  di  aerazione, 
di  acquedotto  saranno  valutati  in  base  a  quanto  paga  chi  ne 
gode.  La  Minerai  righi  duiy  è  un'imposta  proporzionale,  che 
colpisce  la  rendita  annuale  in  ragion  del  5%. 

NOTA 


L'imposta  fondiaria  sui  terreni  in  Italia. 

L'imposta  fondiaria  sui  terreni  in  Italia  ha  ora  nel  bilancio  dello  Stato 
una  importanza  minore  che  prima    non  avesse  :    pure  è  sempre    parte 


414  SCIHNZ\    DELLE    FINANZE  [LfBRO    II. 

notevele  delle  imposte  dirette.  È  fra  la  poche  imposte,  che,  per  quanto 
riguarda  lo  Stato  prima  della  guerra  era  stata  diminuita.  Da  130  mi- 
lioni, quanto  dava  nel  1872,  era  scesa  sempre  più.  Nell'esercizio  1914- 
1915  (lava  allo  Stato  86.103.000.  Dopo  le  riforme  dal  1917  dà  alla  Stato 
139.000.000  circa.  Se  lo  Stato  però  prende  solo  139  milioni  circa,  213 
milioni  circa  prendono  le  Provincie  e  451.100.000  i  Comuni.  La  pro- 
prietà fondiaria  passa  così  allo  Stato,  alle  Provincie  ed  ai  Comuni,  in- 
sieme, 802,500.000,  Supponendo  il  carico  complessivo  (Stato,  Province 
e  Comuni)  del  1914-1915  (che  era  290  milioni  circa)  usuale  a  100,  esso 
diventa  nel    1921  come    277.10. 

Lo  Stato  grava  anche  però  per  altra  via,  sopra  tutto  aumentando  le 
tasse  sugli  affari,  che  in  non  poca  parte  ricadono  appunto  sulla  pro- 
prietà fondiaria. 

Non  è  qui  il  caso  di  fare  una  storia  della  imposta  fondiaria  in  Italia, 
né  di  esaminare  per  quali  fasi  essa  sia  passata.  In  nessun  paese  forse  la 
letteratura  sull'  argomento  è  cosi  ricca. 

Quando  fu  costituito  il  Regno  d'Italia  si  sentì  subito,  prima  che  per  le 
altre  imposte,  il  bisogno  di  perequare  la  fondiaria.  Si  credeva  che  il  Mez- 
zogiorno molto  più  ricco  (ed  era  invece  così  povero  !)  pagasse  di  meno.  Si 
cominciò  a  parlare  di  perequazione  fondiaria  fin  dal  1861.  Vi  erano  in 
ognuno  degli  antichi  stati,  e  quindi  in  ogni  regione,  catasti  assai  diversi 
per  tempo,  per  valore  e  per  metodo.  Nello  stesso  regno  di  Sardegna  vi 
erano  catasti  assai  differenti. 

Deliberare  un  nuovo  catasto,  subito  dopo  il  1860,  significava  riman- 
dare a  tempo  lontano  ogni  possibilità  di  perequazione  sia  pure  approssi 
mativa  :  fu  necessità,  dunque,  ricorrere  a  conguagli  provvisori.  Si  comin- 
ciò nel  1862  col  decidere  che  l'imposta  fondiaria  fosse  divisa  in  gruppo 
sui  fondi  rustici  e  sui  fondi  urbani  :  la  divisione  andò  in  vigore  solo  nel 
1866.  Il  conguaglio  dell'imposta,  stabilito  con  legge  del  14  luglio  1864, 
giovò  sopra  tutto  ad  alcune  regioni  :  fu  opera  audace.  Non  solo  si  trat- 
tava di  togliere  una  parte  del  peso  ad  alcune  regioni  e  di  addossarle  ad 
altre  ;  ma  si  chiedevano  parecchi  milioni  ancora  alla  proprietà  fondiaria 
producendo  un  cambiamento  enorme  e  repentino.  «  In  realtà  —  scriveva 
Scialoja  più  tardi — questa  duplice  operazione  di  conguaglio  e  di  aumento 
di  fondiaria  fu  la  logica  e  necessaria  conseguenza  di  un  sillogismo,  la  cui 
premessa  fu  l'identità  di  materia  tra  la  prediale  e  la  tassa  sull'entrata  e 
condusse  a  questi  risultati  :  che  cioè  fu  aumentata  di  quattro  milioni  e 
mezzo  la  fondiaria  sui  beni  rustici  e  perciò  fu  diminuito  di  circa  novanta 
milioni  il  valore  del  capitale  terra  in  Italia.  Se  non»  che,  per  l'effetto  del 
conguaglio  di  tributi  già  in  massima  parte  passati  nel  prezzo  dei  fondi, 
alcune  provincie  ebbero  a  risentire  una  perdita  anche  maggiore  di  quei 
90  milioni  ed  altre  ad  avere  il  benefizio  della  differenza.  Quest  \  lo  so,  non 
avviene  nella  pratica  così  precisamente,  come  si  potrebbe  per  cifre  espri- 
mere in  astratto,  ma  si  verifica  in  quelle  proporzioni  che  l'attrito  dei  fatti 
altera  in  parte  e  rende  più  o  meno  esatte,  ma  che  non  possono  in  alcun 
modo  essere  negate.  Ecco  la  ragione  per  cui  il  conguaglio  sebben  infor- 
mato allo  spirito  di  giustizia  che  lo  facea  prescrivere,  riesci  a  sconvolgere 


CAP.    XIV.]  l'imposta    fondiaria    in     ITALIA  4I5 

molti  e  gravi  interessi.  Gli  errori  di  sistema  non  restano  nell'ordine  delle 
idee  quando  si  tratta  di  cose  pratiche,  ma  1  assanò  nei  fatti  e  diventano 
danni  effettivi  e  reali  ». 

A  parte  la  base  teorica  del  concetto  dello  Scialoja,  ciò  che  egli  diceva 
degli  effetti  del  conguaglio,  risponde  alla  realtà.  Scialoja  avea  in  mente 
una  riforma  come  quella  celebre  compiuta  da  Pitt  in  Inghilterra  e  basata 
appunto  sul  principio  del  consolidamento.  Scialoja  progettava  una  grande 
imposta  generale  sulla  entrata,  che  avrebbe  colpito  tutti  i  redditi,  anche 
il  fondiario.  La  terra  sarebbe  stata  colpita  da  una  imposta  reale,  la  vec- 
chia imposta  che  egli  ritenea  consolidata  nel  fondo,  una  specie  di  canone 
del  fondo,  e  una  imposta  personale  sulla  entrata  del  proprietario  e  che 
avrebbe  variato  con  essa,  come  in  tutte  le  imposte  sul  reddito,  in  seguito 
ad  accertamenti  periodici.  La  riforma  vagheggiata  dallo  Scialoja  si  av- 
vicinava nella  sua  prima  parte  a  quella  di  Pitt,  poiché  riteneva  la  imposta 
antica  consolidata  nel  valore  del  fondo  ;  la  voleva  quindi  immutabile  per 
disposizione  legislativa.  Ma  il  principio  non  prevalse  e  invece  i  progetti 
successivi  (Cambray-Digny  1869,  Minghetti  1874,  Depretis  1877,  Ma- 
gliani  1882)  partirono  da  altri  concetti  :  vollero  sopra  tutto  ordinare  de- 
finitivamente l'imposta  mediante  un  accertamento  diretto  fatto  con  un 
nuovo    catasto. 

Nel  primo  conguaglio  dell'imposta  fondiaria  furono  senza  dubbio  fa- 
vorite quelle  regioni  che  faceano  parte  di  stati  in  cui  l'imposta  era  più  gra- 
vosa. Non  si  potea  procedere  se  non  con  criteri  di  approssimazione  :  e 
nella  stessa  commissione  parlamentare  vi  furono  divergenze  vive  sui  cri- 
teri da  seguire.  Volevano  alcuni  commissari  che  si  sopprimessero  senza  al- 
tro le  divergenze  mi;iggiori  nei  vecchi  catasti  :  che  tenendo  conto  dei  prezzi 
nuovi,  si  correggessi  ciò  che  già  vi  era.  Voleano  altri  che,  senza  tener  con- 
to di  catasti  disparat issimi,  si  determinassero  nuovi  contingenti  d'imposta 
per  le  varie  provincie.  basandosi  sopra  altri  criteri  di  accertamento  di- 
retto, per  le  rendite  reali  delie  terre.  Altri  infine  pretendevano  dalle  sta- 
tistiche (così  incerte  allora,  così  incerte  anche  oggi  per  quanto  riguarda 
la  produzione  agraria  !  )  dai  dati  della  popolazione,  della  superfìcie  e  dai 
confronti  parziali  e  generali  degli  elementi  imponibili  arrivare  a  cono- 
scere sia  il  valore  degli  estimi  censuari,  sia  l'ammontare  delle  rendite  ef- 
fettive ;  determinandolo  però  in  modo  indiretto  e  per  via  di  induzioni  più 
o  meno  approssimative.  Fra  tanti  dispareri  si  venne  a  un  partito  inter- 
medio, si  tennero  presenti  le  cifre  catastali  che  presentavano  presumi- 
bilmente minore  distanza  delle  rendite  reali,  m  edificando  le  altre  per  ana- 
logia dei  luoghi  vicini.  Così,"  per  esempio,  le  provincie  di  Chieti  e  di  Te- 
ramo servirono  come  base  alle  modifiche  introdotte  per  le  Marche. 

Il  catasto  generale  del  Regno,  che  fin  dal  1861  era  riconosciuto  come  ne- 
cessario (la  stessa  legge  del  1864  imponeva  al  Governo  una  perequazione 
definitiva  entro  il  1867)  fu  deciso  con  la  legge  del  i.  marzo  1886,  che  si 
prof)oneva  l'accertamento  della  proprietà  immobiliare  e  la  perequazione 
della  imposta  fondiaria  :  ma  che  come  osservò  l'on.  Minghetti  nella  sua 
relazione,  senza  trascurare  il  primo  scopo  si  occupava  sopra  tutto  del  se- 
condo. 


4l6  *         SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

Il  catasto  deliberato  nel  1886  fu  effetto  di  una  illusione  finanziaria  e  di 
una  illusione  più  grande,  in  riguardo  alla  durata.  Per  la  durata  si  fissò  il 
limite  di  un  ventennio,  che  parve  allora  anche  eccessivo  e  si  concedette 
alle  Provincie  che  anticipavano  le  spese  di  chiedere  l' acceleramento  dei 
lavori,  da  compiersi  in  sette  anni  :  ad  esse  dovea  venire  prontamente  ap- 
plicata, in  base  del  nuòvo  estimo,  l'aliquota  del  sette  e  mezzo  per  cento. 
Vi  fu  illusione  grande  nella  spesa.  Il  relatore  del  progetto  di  legge  nel  Se- 
nato, Finali,  prevedeva  una  spe>a  di  80  milioni  ;  il  Ministero  da  50  a  60  ; 
il  Messedaglia  ammetteva  probabilmente  che  tale  somma  sarebbe  stata 
sorpassata.  Era  idea  comune  che  la  spesa  sarebbe  stata  presso  a  poco  di 
lire  3,50  per  ettaro. 

Ora,  in  materia  di  rilievi  catastali,  previsioni  di  spesa  sono  sempre  diffi- 
cili, variando  esse  sopra  tutto  in  base  alla  quantità  di  notizie  che  già  si 
possiedono  o  alla  divisione  della  proprietà,  alle  condizioni  di  ciascun 
paese  e  sopra  tutto  in  base  alla  bontà  ed  esattezza  dei  procedimenti  che 
si  seguono.  Ma  che  cosa  giustificavano  le  strane  previsioni  ?  Nel  Piemonte 
l'ultimo  catasto  Rabbini,  senza  la  stima,  era  costato  13,33  per  ettaro, 
l'ultimo  censo  in  Lombardia  15,59,  il  catasto  di  Modena  e  Reggio  10,24, 
ecc.  I  catasti  costati  poco,  come  il  Pontificio,  non  valevano  nulla.  Ma  più 
gravi  erano  gli  esempi  dell'estero.  Nella  Prussia  renana  il  catasto  era  co- 
stato 19,70  per  ettaro,  8,20  nella  Prussia  occidentale,  10,31  nel  Baden, 
ecc.  Ora  in  Italia,  in  condizioni  spesso  difficili  di  viabilità,  essendo  i  vecchi 
catasti  assai  incerti,  era  quasi  impossibile  che  la  spesa  potesse  essere  di 
meno  di  io  lire  per  ettaro  :  infatti  i  primi  lavori  catastali  mostrarono  che 
la  rilevazione  ex  novo  dei  terreni  importava  una  spesa  di  11  lire  e  di  circa 
8  dove  l'esistenza  di  precedenti  catasti  rendeva  i  lavori  più  facili.  Ora  una 
spesa  di  oltre  io  lire  l'ettaro  per  un  territorio  di  28.664.483  ettari,  come  è 
quello  dell'Italia,  implicava  una  spesa  totale  di  almeno  300  milioni  :  e 
si  prevedevano  invece  50  a  60,  o  al  massimo  80.  E  si  stanziavano  in  bi- 
lancio 9  milioni  all'anno,  che  venivano  poi  successivamente  ridotti  ri- 
petutamente. Gli  effetti  generali  del  catasto  si  potranno  vedere  infatti 
solo  fra  un  secolo,  quando  esso  presenterà  più  che  un  interesse  giuridico 
e  finanziario,  un  interesse  prevalentemente  storico  e  archeologico.  Ben 
vero  che  avendo  alcune  provincie  —  quasi  tutte  nel  Nord  d'Italia  —  chie- 
sto e  ottenuto  l'acceleramento,  esse  si  trovano  già  a  godere  di  riduzioni 
notevoli  ;  e  invece  di  una  perequazione  grande,  come  si  diceva,  si  creano 
ogni  giorno  più  cause  di  sperequazione.  Il  nuovo  catasto  è  in  vigore  in 
15  Provincie  :  Torino,  Cuneo,  Milano,  Bergamo,  Brescia,  Como,  Cremona, 
Pavia,  Mantova,  Verona,  Vicenza,  Padova,  Treviso,  Ancona,  e  Napoli. 

L'imposta  fondiaria  è  applicata  in  Italia  col  sistema  di  contingenza  ; 
anzi  è  l'unica  imposta  applicata  in  questa  guisa.  Secondo  un  calcolo  non 
antico  {N  i  t  t  i  :  //  bilancio  dello  Stato  ecc.)  nei  cinque  esercizi  dal  1894  al 
1898  la  media  annuale  del  contributo  pagato  da  ciascun  abitante  di  ogni 
zona  per  imposta  fondiaria  è  stata  la  seguente  :  Italia  settentrionale  3.68 
Italia  centrale  3,88;  Italia  meridionale  3.39  :  Sicilia  2.15  ;  Sardegna  3,53. 
Ma  ciò  che  colpisce  più  duramente  la  terra  in  Italia  sono  le  imposte  locali. 
Spesso  l'imposta  fondiaria  applicata  in  base  a  leggi  speciali  viene  esacer- 


CAP.  XV.]  l'imposta  sui  fabbricati  417 

bata  da  decimi  di  guerra.  In  circostanze  eccezionali  piuttosto  che  mettere 
un'imposta  nuova  si  preferisce  aumentare  le  vecchie  cui  si  è  sempre  più 
abituati.  In  Italia  i  decimi  di  guerra  sono  stati  messi  assai  volte  ;  durando 
poi,  sopra  tutto  in  pace,  per  anni  ed  anni,  I  centesimi  addizionali  sono 
poi  sovraimposti  ai  tributi  governativi  e  formano  l'entrata  principale 
degli  enti  locali.  Tenuto  conto  di  tutto  l'onere  tributario  che  la  terra  sop- 
porta, si  può  bene  riconoscere  come  in  pochi  paesi  sia  cosi  gravoso  come 
in  Italia  :  poiché  oltre  la  imposta  di  Stato,  vi  sono  i  centesimi  addizio- 
nali dei  comuni  e  delle  Provincie,  quasi  dovunque  elevati,  in  alcune 
Provincie  gravissimi  e  vi  sono  numerose  tasse  o  imposte  a  cui  se  la  ric- 
chezza mobiliare  spesso  sfugge,  non  sfugge  quasi  mai  quella  immobiliare. 
Ciò  è  tanto  più  grave  in  quanto  se  l'Italia  è  destinata  a  trasformarsi 
sempre  più  in  paese  industriale,  l'agricoltura  è  ancor  oggi  la  più  grande 
fonte  di  reddito  della  nazione. 

Negli  ultimi  anni  si  è  avuta  una  legislazione  tributaria  speciale  per  al- 
cune regioni,  che  va  ricordata.  La  legge  31  marzo  1904  riduce  del  30  % 
l'imposta  fondiaria  pei  contribuenti  di  Basilicata  che  hanno  un  imponi- 
bile complessivo  non  superiore  alle  lire  8000.  Dal  i  gennaio  1907  i  con- 
tribuenti delle  tre  provincie  di  Calabria  che  hanno  un  imponibile  com- 
plessivo non  superiore  alle  lire  6000  godono  di  un  abbono  del  30  %  sul- 
l'imposta fondiaria.  In  seguito  questa  ultima  detrazione  fu  estesa  a  tutti 
i  contribuenti  appartenenti  ai  compartimenti  catastali  siciliano,  sardo 
e  napoletano,  i  quali  tutti,  se  hanno  un  imponibile  non  superiore  alle  lire 
6000,  pagano  un'imposta  fondiaria  ridotta  del  30  %. 

Malgrado  queste  agevolazioni  e  malgrado  il  diminuito  gettito  l'imposta 
fondiaria  in  Italia  è  sempre  grave.  Nel  1921,  come  si  è  detto,  se  l'im- 
posta di  Statb  non  dava  che  139  milioni  quasi  la  sovrimposta  comunale 
rappresentava  ben  451.100.000  lire  e  la  sovrimposta  provinciale  altri 
213.000.000  :  i  contribuenti  italiani  cioè  se  aveano  a  pagare  solo  meno 
di  140  milioni  allo  Stato  dovevano  detrarre  dal  loro  reddito  fondiario 
per  pagamento  di  tributi  quasi  803  milioni.  Ora  non  è  a  chi  si  deve  pa- 
gare che  importa,  ma  quanto  si  deve  pagare  :  e  in  Italia  si  paga  troppo. 

Sulla  imposta  fondiaria  in  Italia,  sul  suo  assetto  e  sulla  sua  azione  sul- 
l'economia del  paese  vi  è  una  letteratura  ormai  interminabile.  Vedansi 
sopra  tutto  :  Ricca-Salerno:  Le  entrate  ordinarie  dello  Stato  nel 
Diritto  amministrativo  italiano  di  Orlando,  cap.  Ili,  e  IV  ;  Dell'ordi- 
namento della  imposta  fondiaria  in  Italia,  neW Archivio  di  statistica,  anno 
VII,  fase.  I  ;  S.  A  m  i  :  La  perequazione  dell'imposta  sui  terreni,  ecc.  To- 
rino, 1897;  MarsiljLibelli:  L'imposta  fondiaria  sui  terreni  in 
Italia,  Firenze,  1906  ;  oltre  un  numero  enorme  di  opuscoli  pubblicati  pri- 
ma e  dopo  la  legge  di  perequazione  fondiaria  del  1866.  Nel  Parlamento 
l'assetto  e  la  distribuzione  dell'imposta  fondiaria  han  dato  luogo  a  rela- 
zioni e  a  discussioni  molto  importanti.  Vanno  notate  sopra  tutto  :  la  rela- 
zione Allievi  alla  Camera  dei  deputati,  io  dicembre  1863  ;  la  rela- 
zione Correnti,  24  aprile  1866  ;  la  relazione  Seismit-Doda, 
II  aprile  1867  ;  la  relazione  Minghetti,  20  marzo  1865  ecc.  ;  e  in  Se- 
nato la  relazione   Duchoqué,    15   luglio   1864;   la  relazione   Scia- 


4l8  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    li. 

1  o  j  a,  4  maggio  1865  ;  la  relazione  Finali,  25  febbraio  1886,  ecc.  Im- 
portanti anche  gli  atti  delle  diverse  commissioni,  istituite  in  occasione  delle 
-varie  leggi. 

Sui  vecchi  catasti  degli  Stati  italiani  vedi  la  bibliografia  in  Ricca- 
Salerno:  Storia  delle  dottrine  finanziarie  e  anche  Le  entrate  ordinarie 
dello  Stato,  e  nelle  numerose  relazioni  £ià  citate. 

Sperequazioni  senza  dubbio  esistono  e  in  forma  grave  ;  ma  sono  meno 
fra  regione  e  regione,  che  tra  proprietari  della  stessa  regione. 

La  procedura  attuale  del  catasto  sembra  piuttosto  adatta  ad  acuirle 
in  favore  di  poche  provincie,  generalmente  più  prospere,  che  ad  atte- 
nuarle. Infatti  la  procedura  prescelta  ha  avuto  per  effetto  di  alleggerire  il 
carico  dell'Italia  settentrionale  e  di  creare  nuove  gravezze  all'Italia  me- 
ridionale. I  prezzi  delle  derrate  anteriori  al  1886,  cioè  a  tutto  il  muta- 
mento doganale,  devono  creare  una  nuova  e  profonda  causa  di  sperequa- 
zione a  danno  del  Mezzogiorno. 

XV. 

La  imposta  sul  reddito  edilizio. 

139.  Mentre  l'imposta  fondiaria  colpisce  il  reddito  netto 
dei  proprietari  della  terra,  l'imposta  sui  fabbricati  colpisce 
il  reddito  netto  dei  proprietari  dei  fabbricati.  È  evidente  che 
quando  la  proprietà  edilizia  non  aveva  che  un'importanza 
relativamente  scarsa,  quest'imposta  dovette  venire  unita 
e  confusa  con  quella  fondiaria.  In  tempo  recente  in  Francia 
e  non  molto  lontano  in  Italia,  l'imposta  fondiaria  e  l'imposta 
sul  reddito  edilizio  erano  unite.  Ma  l'importanza  del  movi- 
mento della  popolazione  verso  le  grandi  città,  movimento 
che  costituisce  quasi  un  fatto  nuovo  dei  tempi  moderni,  al- 
meno considerato  nella  sua  grandiosità,  è  cosa  senza  prece- 
denti nella  storia.  Basterà  dire  che  nel  secolo  XVI,  Napoli, 
la  quale  è  ora  preceduta  per  numero  di  abitanti  da  tante  altre 
città  in  Europa,  era  la  seconda  città  europea  e  veniva  subito 
dopo  Parigi  *.  Le  attuali  forme  industriali  hanno  determinato 
in  tanta  parte  lo  svolgersi  dell'urbanismo,  il  continuo  crescere 
di  correnti  migratorie  verso   la   città  f . 

*  N  i  t  t  i  :  La  città  di  Napoli,  Napoli,  1902. 

t  Al  principio  del  secolo  XIX  i  centri  di  popolazione  con  oltre  8,000 
abitanti  comprendevano  appena  4  %  della  popolazione  degli  Stati  Uniti; 


CAP.    XV.]  IL    REDDITO    EDILIZIO  4I9 

In  Europa  le  città  di  oltre  50  mila  abitanti  rappresentano 
presso  a  poco  il  35  per  cento  della  popolazione  totale.  Ora 
le  città  che  hanno  oltre  centomila  abitanti  sono  in  tutta  Eu- 
ropa moltissime  ;  molte  superano  il  milione  (caso  forse  nuovo 
nella  storia  della  civiltà,  se  non  si  tenga  conto  delle  esagera- 
zioni degli  scrittori  antichi)  ;  assistiamo  infine  ad  un  fatto 
che  non  ha  assolutamente  esempio:  cioè  all'esistenza  di  città 
che  hanno  tre,  quattro  e  fino  cinque  milioni  di  abitanti.  Lon- 
dra ha  assai  più  abitanti  della  Grecia  intera  ;  New  York  ne 
ha  due  volte  più  della  Svizzera;  Parigi  quasi  tutta  la  repub- 
blica del  Chili  e  più  del  regno  di  Danimarca;  Berlino  ha  un 
numero  di  abitanti  che  è  di  poco  inferiore  a  quello  dell'  estesis- 
simo regno  di  Norvegia.  Questa  formazione  vertiginosa  delle 
grandi  città  rappresenta  anzi  un  pericolo  della  civiltà  mo- 
derna e  desta  inquietudini  profonde  per  l'avvenire  di  molti 
paesi. 

In  questi  immensi  agglomerati  umani,  viventi  quasi  del  tutto 
sulle  industrie  e  sui  commerci,  enorme  è  il  numero  dei  capitali 
investiti  nelle  costruzioni.  Sono  in  alcune  città  diecine  di  mi- 
liardi. Ora  niente  sarebbe  più  assurdo  che  disconoscere  questo 
fatto  e  riunire  ancora  imposta  sul  reddito  della  terra  e  imposta 
sul  reddito  edilizio. 

140.  Secondo  dati  raccolti  dalla  Direzione  generale  del  de- 

nel  1850  rappresentavano  già  12.5  e  nel  1890  erano  giunti  a  92.2  %.  Più 
recentemente  le  grandi  città  rappresentavano  il  40  %  e  le  piccole  il  18  % 
della  popolazione.  Ma  gli  Stati  Uniti  erano  ancora  fino  a  pochi  anni  or 
sono  un  paese  prevalentemente  agricolo  :  nei  paesi  d'Europa  di  forma- 
zione industriale  meno  recente,  gli  spostamenti  della  popolazione  sono 
stati  a  lor  volta  rilevantissimi. 

L'Inghilterra  prima  di  tutti.  Fra  le  grandi  nazioni  essa  è  quella  in  cui 
la  popolazione  delle  città  ha  maggiore  prevalenza  e  rappresenta  ora,  caso 
unico  nella  storia,  i  sette  decimi  della  popolazione  del  regno.  Le  grandi 
città  hanno  il  68  %  e  le  piccole  il  24  %  della  popolazione  totale.  In  Ger- 
mania le  città  che  aveano  nel  1871  appena  35,1  della  popolazione  del- 
l'impero, son  passate  a  47,2  %  le  grandi  e  a  25  %  le  piccole  ;  in  Austria 
Ungheria  dal  1843  è  avvenuto  uno  spostamento  da  18,9  a  24,4  %  ;  in 
Francia  dal  1846  da  24,4  a  63,5  %  tra  grandi  e  piccole  città.  Così  anche  in 
Italia  dove  il  censimento  del  1881  rivelò  che  la  popolazione  della  città 
era  cresciuta  di  9,9%  nei  capiluoghi  di  provincia  e  solo  di  5,5% 
negli  altri  comuni. 


420  SCIENZA     DELLE    FINANZE  [LIBRO     II. 

manio,  il  reddito  dei  fondi  rustici  e  il  reddito  dei  fabbricati 
stanno  in  Italia  come  2.23  ad  i.  Anche  in  Inghilterra,  tenendo 
conto  dei  redditi  colpiti  daXl'income  tax,  si  ha  che  il  reddito 
edilizio  rappresentava  rispetto  al  reddito  complessivo  20.7  per 
cento  nel  1891  e  22.9  nel  1899.  In  molti  paesi  il  reddito  edili- 
zio è  nella  proporzione  di  un  quarto  o  un  quinto  del  reddito 
totale. 

Si  confonde  qualche  volta  in  Italia  l'imposta  sui  fabbricati 
con  l'imposta  sul  valore  locativo.  Invece  sono  due  imposte 
di  carattere  assolutamente  diverso. 

L'imposta  sui  fabbricati  è  un  tributo  diretto  e  reale  che  col- 
pisce il  reddito  edilizio.  L'imposta  sul  valore  locativo,  che  in 
Italia  è  stata  data  ai  comuni,  è  un'  imposta  indiretta  sul 
consumo,  poiché  essa  considera  la  pigione  quale  indice  di 
ricchezza  e  di  consumo  e  colpisce  gl'inquilini  secondo  la  mag- 
giore o  minore  spesa  della  casa  per  abitazione. 

L'imposta  sul  prodotto,  dei  fabbricati  è  passata  per  parecchie 
fasi.  In  un  primo  periodo  l'imposta  colpì  insieme  reddito  fon- 
diario e  reddito  edilizio.  Allora  la  proprietà  edilizia  era  ben 
lungi  dall'avere  l'importanza  che  ha  ora.  In  un  secondo  periodo 
colpi  i  fabbricati,  distinguendo  l'imposta  fondiaria  dalla  edilizia. 
Ma  quest'ultima  venne  applicata  indipendentemente  dal  valore 
dell'area  su  cui  erano  costruiti,  e  tenendo  conto  o  dell'esten- 
sione degli  edifizi  o  del  numero  di  porte  e  finestre.  In  questo 
caso  si  considerava  il  terreno  su  cui  la  casa  era  come  terreno 
di  prima  qualità  e  il  fabbricato  era  po^  colpito  nella  ragione 
anzidetta.  In  alcuni  paesi  si  è  tenuto  conto  dei  segn^  esteriori 
più  diversi:  non  solo  delle  porte  e  delle  finestre,  ma  dell'esten- 
sione della  facciata,  del  numero  delle  stanze  e  dei  piani,  dello 
spazio  occupato  dalle  case  e  botteghe  ;  ecc.  Ma  questa  forma 
di  imposizione,  in  una  fase  di  urbanismo  molto  avanzata, 
come  quella  determinatasi  dopo  il  principio  di  questo  secolo, 
doveva  parere  del  pari  irragionevole.  Infatti,  case  della  stessa 
grandezza  sono  lungi  dal  dare  lo  stesso  reddito,  dipendendo 
quest'ultimo  dalla  posizione  in  cui  è  l'edifizio.  Un  metro  qua- 
drato di  terra  arabile  o  coltivabile,  anche  di  prima  qualità,  non 
può  valere  che  poche  lire.  E  invece  vi  sono  nel  centro  delle  città 
più  popolose  aree  in  cui  un  metro  quadrato  si  vende  duemila. 


CAP.    XV.]  IL     REDDITO     EDILIZIO  42I 

tremila  lire  e  ancor  più.  Bisogna  ricordarsi  l'enorme  specula- 
zione edilizia  di  Parigi,  di  Vienna,  di  Roma  stessa  per  valutare 
tutta  l'importanza  di  questo  fatto.  In  una  stessa  città  quindi, 
vi  sono  case  le  quali,  avendo  la  stessa  estensione  di  altre,  ren- 
dono infinitamente  di  più.  Un  piccolo  edifizio  spesso,  una  mo- 
desta bottega  nel  centro  degli  affari  di  una  grande  città  posso- 
no dare  un  reddito  venti  volte  superiore,  e  se  occorre,  anche 
più  che  due  o  tre  grandi  fabbricati  messi  in  un  altro  quartiere 
nella  stessa  città.  In  una  terza  fase  dunque,  abbandonati  i 
metodi  antichi  indiziari  ed  imperfetti  che  basavano  l'imposta 
o  sull'area  o  su  indizi  esterni,  come  il  numero  di  porte  e  fine- 
stre, o  il  numero  di  focolari,  si  è  adottato  un  sistema  d'im- 
posizione secondo  cui  vien  colpito  il  reddito  edilizio,  e  questo 
si  desume  d'ordinario  dagli  affitti  delle  case,  dalle  dichiara- 
zioni dei  contribuenti  debitamente  controllate  dagli  agenti  del 
fisco,  dal  parere  di  commissioni  locali,  ecc. 

Il  reddito  edilizio  ha  una  speciale  fisonomia  in  quanto  le 
sue  variazioni  dipendono  spesso  da  cause  pajticolari  o  gene- 
rali non  comuni  con  altre  forme  di  reddito.  L'urbanismo  può 
non  essere  indice  di  ricchezza  :  ma  ha  per  effetto  di  accre- 
scere il  reddito  edilizio.  Ciò  che  ancora  contraddistingue  la 
industria  edilizia  è  la  poca  mobilità  dei  capitali  in  essa  inve- 
stiti. Quando  anche  l'interesse  degli  impieghi  scende  al  di 
sotto  del  saggio  corrente,  i  nuovi  risparmi  non  s'investono 
in  costruzioni;  ma  i  capitali  già  investiti  in  case  non  possono 
seguire  nuova  via.  E  perciò  che  le  crisi  edilizie  sono  gene- 
ralmente più  lunghe  delle  altre  e  riescono  a  vincersi  con  mag- 
giori difficoltà. 

Il  fitto  di  ciascuna  abitazione  comprende  una  serie  di  elemen- 
ti di  cui  i  principali  sono  :  a)  il  valore  del  suolo  su  cui  le  ca- 
se sono  edificate  ;  b  )  l'interesse  del  capitale  investito  nella 
costruzione  ;  e  )  una  quota  di  ammortamento  per  il  deterio- 
ramento che  la  casa  subisce  per  opera  del  tempo  ;  d)  un  pre- 
mio di  assicurazione  contro  i  rischi.  In  questo  la  industria 
delle  abitazioni  non  differisce  da  tutte  le  altre,  tranne  che  per 
il  primo  elemento,  che  le  è  particolare  e  di  cui  si  discute  se  non 
sia  conveniente  che,  per  le  forme  con  cui  si  svolge,  abbia  un 
N  i  t  t  i.  %8 


422  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO   II. 

ordinamento  a  parte  e  costituisca  la  base  di  una  speciale  im- 
posta. 

L'industria  edilizia,  mentre  non  agisce  o  agisce  in  scarsa 
misura  sulle  altre,  nel  senso  che  la  sua  azione  è  singolarmente 
passiva,  risente  gli  effetti  di  tutte  le  altre.  Non  accade  mai  che 
si  formi  un  centro  industriale  in  un  sito,  solo  perchè  vi  sono 
molte  case  disponibiU  ;  ma  ogni  formazione  di  una  industria 
nuova,  ogni  accrescimento  delle  industrie  esistenti  agisce  sul- 
lo sviluppo  delle  costruzioni ,  così  la  formazione  di  nuove  li- 
nee  commerciali  ecc. 

Il  valore  del  suolo  su  cui  le  costruzioni  edihzie  sono  fatte 
è  assai  vario  da  luogo  a  luogo  e  secondo  circostanze  diverse 
di  tempo  e  di  opportunità  :  in  alcuni  siti  il  suolo  ha  un 
valore  enorme  *  .  La  spesa  di  manutenzione  è  d'ordinario 
minima  subito  dopo  la  costruzione  e  negli  ultimi  anni  di  vi- 
ta di  un  edifizio,  in  cui  si  lascia  deperire  ciò  che  non  si  può 
ricostituire.  Le  spese  di  assicurazione  variano  secondo  cir- 
costanze speciali  :  il  luogo  in  cui  è  la  casa,  il  materiale  di  cui 
è   costruita,    ecc. 

La  domanda  di  case  presenta  d'ordinario  una  grande  ela- 
sticità :  sopra  tutto  in  quanto  riguarda  case  di  abitazione,, 
e  non  magazzini,  opifici  ecc.  Questi  ultimi  non  possono  mol- 
tiplicarsi oltre  una  certa  misura  :  ma  1'  accrescimento  di  ric- 
chezza può  ,  anche  in  una  popolaziome  stazionaria,  determi- 
nare bisogno  di  abitazioni  più  grandi  e  migliori  e  viceversa 
una  diminuzione  di  ricchezza  può  agire  nel  senso  opposto. 
La  spesa  dell'  abitazione  risponde  a  un  bisogno  primario  : 
quindi  la  richiesta  di  abitazione  non  può  essere  modificata 
profondamente  dal  mutare  delle  condizioni  economiche.  Si  è 
visto  in  alcuni  paesi  molto  poveri,  dove  pochi  capitali  s'investi- 
vano in  nuove  costruzioni,  i  fitti  rimanere  elevatissimi  e  rappre- 
sentare spesso  (come  a  Napoli  per  le  classi  popolari)   il  terzo 


*  A  Parigi,  nel  1901,  il  prezzo  di  un  metro  quadrato  di  terreno  variava 
fra  un  minimo  di  20  franchi  (quartiere  Saint  Fargeau)  e  un  massimo  di 
1040  franchi  (quartiere  Gaillon).  In  quell'anno  si  calcolava  che  il  valore 
del  sudo  di  Parigi  valesse  oltre  7.224  milioni  di  lire.  Confr.  J  è  z  e  :  Fi- 
nance, ,ypp.  766-67. 


GAP.  XV.]  l'imposta    SUL    REDDITO    EDILIZIO  423 

o  la  metà  della  entrata  complessiva.  Se  la  domanda  di  case 
ha  una  relativa  elasticità,  nel  senso  che  si  tende  dopo  una 
crisi  a  occupare  alloggi  meno  spaziosi  e  meno  buoni  la  elasti- 
cità è  assai  minore  per  la  grande  massa  dalle  case  destinate 
agli  alloggi  popolari.  D'ordinario  però,  si  contraggono  per  tutte 
le  classi  quasi  tutti  gli  altri  consumi  prima  della  spesa  che 
si  è  disposti  a  destinare  agli  alloggi. 

In  generale  si  considerano  irriducibili  le  spese  per  gli  alloggi 
popolari  di  cui  le  variazioni  nel  senso  della  depressione  sono 
poche.  Anche  nei  paesi  più  ricchi  la  grandissima  mag- 
gioranza degli  abitanti  vive  in  piccoli  alloggi  di  una,  due  e  tre 
stanze  ;  l'aumento  degli  affitti  opera  quindi  assai  poco  nel 
senso  di  nuove  restrizioni.  D 'altra  parte  la  mobilità  della  più 
gran  parte  della  popolazione  per  quanto  riguarda  gli  alloggi 
è  assai  relativa,  essendo  il  genere  di  lavoro  che  determina 
quasi  sempre  il  sito  dell'abitazione.  In  campagna  è  assai 
difficile  passare  da  un  paese  a  un  altro  :  anche  nelle  grandi 
città  vi  sono  spesso  molti  ostacoli  per  i  lavoratori  a  passare 
da  un  quartiere  a  un  altro.  Gli  spostamenti  non  avvengono 
che    in  seguito  ad  elevazioni  eccessive. 

Su  chi  cade  la  imposta  sul  prodotto  dei  fabbricati  ?  Vie- 
ne essa  a  incidere  i  propietari  delle  abitazioni  ;  o  non  piut- 
tosto costoro  la  riversano  sugl'inquilini  ?  Il  problema  è  sta- 
to ampiamente  discusso  e  va  considerato  sotto  diversi  punti 
di  vista.  In  linea  generale  si  può  ammettere  che  se  si  tratta 
di  una  città  dove  la  popolazione  cresce  e  dove  viceversa  per 
difficoltà  locali  di  costruzione  o  di  sviluppo  la  quantità  delle 
case  di  abitazione  non  aumenta,  la  imposta  presenta  una  grande 
difficoltà  di  traslazione.  Infatti,  trattandosi  di  una  vera  situa- 
zione di  monopolio,  con  o  senza  imposta,  i  proprietari  tendono 
a  spingere  al  massimo  i  fitti.  L'imposta  non  potendo  ancora 
elevare  i  fitti  oltre  il  massimo,  percuote  e  incide  i  proprietari. 
Facciamo  una  ipotesi  contraria:  che  vi  sia  cioè  una  città  in  cui 
il  numero  di  case  abitabili  sia  superiore  ai  bisogni  della  popola- 
zione o  a  dirittura  che  la  popolazione  diminuisca.  In  questo 
caso,  scemando  la  domanda  ed  aumentando  nello  stesso  tem- 
po l'offerta,  i  proprietari  di  case,  che  sono  tra  loro  necessa- 
riamente in  concorrenza,  non  possono  trasferire  l'imposta  sugli 


424  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

inquilini.  Avviene  invece  la  traslazione  quando,  aumentando  la 
popolazione  si  costruiscono  nuove  case,  le  quali  non  si  costrui- 
rebbero se  i  costruttori  non  fossero  indennizzati  della  imposta 
differenziale  (superiore  alla  normale)  che  devono  pagare  sulle 
case.  Per  l'aliquota  normale  non  v'ha  traslazione.  Cosi  vi 
possono  essere  molte  combinazioni  derivanti  da  rapporti 
tra  la  popolazione  da  una  parte  e  le  case  disponibili  dall'altra. 
Ma  i  fenomeni  di  traslazione  e  d'incidenza  sono  estremamente 
complessi  e  possono  essere  studiati  in  rapporto  alle  città  di 
nuova  formazione,  alle  città  già  costruite,  alle  città  con  popo- 
lazione, case,  ricchezza,  stazionarie  o  variabili,  in  città  pro- 
gressive, ecc.  Le  combinazioni  che  si  producono  sono  assai  dif- 
ferenti *  . 

141.  Il  reddito  dei  fabbricati  contiene  in  sé,  come  abbiamo 
visto,  due  elementi  essenziali  :  il  prodotto  dell'area  su  cui 
è  la  costruzione  e  l'interesse  del  capitale  investito  nell' edifi- 
care. L'imposta  dovrebbe  tener  conto  di  questi  due  elementi. 
Ora  accade  che  il  valore  dell'area  è  profondamente  influen- 
zato da  cause  le  quali  sono  estranee  ad  ogni  opera  individua- 
le :  è  la  società  stessa  che  produce  un  aumento  non  gua- 
dagnato, unearned  increment,  come  dice  Mill.  Se  una  città  svi- 
luppa verso  una  direzione  o  verso  un'altra  può  dare  un  valore 
enorme  a  terreni  che  ne  avevano  uno  scarsissimo  **.  In  que- 
sto caso  né  il  capitale,  né  il  lavoro  hanno  contribuito  alla  deter- 
minazione di  un  cosi  staordinario  aumento,  di  cui  il  merito 
è  tutto  della  società  che,  con  l'aumento  della  popolazione,  o  con 
nuovi  traffici,  ha  determinato  l'accrescimento  f. 

•  Sulle  questioni  generali  relative  all'imposta  sui  fabbricati  cfr.  V  o- 
c  k  e  :  op.  cit.,  pag.  375  e  seg.  ;  P  u  v  i  a  n  i  :  Questioni  preliminari  a  uno 
studio  dell'imposta  sui  fabbricati  ;  Wagner;  Specielle  Steuerlehre,  1899 
3.  parte  ;  LeroyBeaulieu:  voi.  I,  sme  édition,  pag.  354  ;  P  a  n- 
t  a  1  e  o  n  i  :  Teoria  della  traslazione  dei  tributi,  pag.  203  e  sopra  tutto 
Einaudi:  Studi,  Torino,  1902. 

**  È  nota  la  storia  dell'immensa  fortuna  del  duca  di  Westminster  di 
Londra  e  di  alcuni  miliardari  americani,  di  cui  la  Immane  ricchezza  è 
stata  fatta  sol  perché  si  trovavano  a  possedere  terre  dove  grandi  città 
si  sono  for'^ate. 

t  E  perciò  che  molti  teorici,  é  non  sono  quelli  di  idee  più  larghe  e  più 
avanzate  come  Wagner,  ma  quelli   che  sono  più  ostili  ad  ogni  intervento 


GAP.    XV.]  l'imposta  SUL  REDDITO  EDILIZIO  425 

Vi  è  nell'increraento  del  valore  degli  edilizi  e  dei  suoli  edifi- 
catori, un  elemento,  anzi  l'elemento  essenziale,  il  quale  è  e- 
straneo  a  ogni  intervento  di  lavoro  e  di  capitale  :  l'accresci- 
mento di  valore  dipende  eslusivamente  da  cause  sociali.  È  una 
forma  di  rendita  spesso  di  vertiginosa  intensità.  Suoli  che  non 
valgono  quasi  nulla  oggi,  possono  acquistare  domani  un  va- 
lore grandissimo,  solo  perchè  una  città  ha  preso  un  nuovo 
orientamento,  o  un  nuovo  sviluppo.  Questo  fatto  è  accentua- 
to sempre  più  dallo  svolgersi  degli  scambi,  dall'aumento  di 
popolazione  e  di  ricchezza,  e  sopra  tutto  dalla  tendenza 
all'urbanismo,  cosi  comune  e  cosi  diffusa  nei  paesi  moderni. 
Ora  è  evidente  che,  continuando  i  valori  edilizi  a  crescere  sem- 
pre più  e  questo  fatto  ad  acuirsi,  non  è  giusto  che  quanto 
non  deriva  né  dal  capitale,  né  dal  lavoro,  vada  a  proprietari 
privati  :  é  desiderabile  che,  almeno  nelle  forme  più  aspre, 
questa  rendita  edilizia  sia  colpita  da  imposizione,  come  già 
si  è  cominciato  a  fare,  e  come  vedremo  nel  capitolo  che  se- 
gue, e  renda  a  benefizio  di  quella  stessa  collettività  che  1'  ha 
prodotta  *  . 

L'imposta  sulla  rendita  edilizia,  con  carattere  e  fisonomia  pro- 
pria se  non  trova  opposizione  presso  i  principali  teorici,  è  vice- 
versa nella  sua  pratica  applicazione  assai  difficile  a  stabilire  f. 

dello  Stato  e  dei  poteri  collettivi,  come  Leroy  Beaulieu,  hanno  sentito 
come  sìp.  necessario  trovar  modo  che  questo  immeritato  aumento  non  va- 
da nelle  mani  di  persone  che  per  nulla  vi  hanno  contribuito.  È  noto  l'ope- 
ra di  Chamberlain,  in  Ingh  Iterra  e  tutto  ciò  che  egli  ha  fatto  in  questo 
senso,  quando  era  a  capo  del  comune  di  Birmingham.  Ora  questi  unear- 
ned  incretnents,  questi  plus-valori,  si  cominciano  a  colpire  con  imposte 
speciali,  come  si  vedrà  presto. 

*  Secondo  l'Avenal,  il  valore  del  suolo  a  Parigi,  ove  si  tenga  conto 
anche  del  valore  attuale  dèi  suoli  non  ancora  costruiti,  rappresenta  la 
somma  enorme  di  io  miliardi, 

A  Londra  si  calcola  che  approssimativamente  l'aumento  di  valore  an- 
nuale dei  suoli,  per  effetto  della  rendita  edilizia,  sia  di  375  milioni  di  lire. 
E,  dove  più,  dove  meno,  lo  stesso  unearned  increment  si  svolge  dovunque. 

Come  non  colpire  questa  speciale  ground  reni  ?  Ecco  la  causa  delle 
nuove  imposte  sugli  incrementi  di  valore.  Fin  dal  suo  tempo,  e  il  feno- 
meno era  tanto  accentuato  che  ora  non  sia,  Adamo  S  nith,  osservando  la 
rendita  eJilizia,  ne  propugnava  la  tassazione.  Smith:  Wealth  of  Na- 
tions,   lib.    cap.    16. 

t  Sulla  convenienza  di  una  imposta  speciale  sulle  aeree  edilizie  cfr. 


426  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Infatti  ogni  imposta  sugli  incrementi  futuri  del  valore  del  suolo 
non  dovrebbe  colpire  se  non  questo  elemento  :  e  non  già  ciò 
che  viene  da  abilità  o  perizia  dei  costruttori  e  degli  imprendi- 
tori. E  perciò  che  in  realtà  assai  poco  si  è  potuto  fare  finora  in 
questo  senso.  D'altra  parte  è  a  credere,  e  anche  l'EdgeWorth 
inclina  a  questa  opinione,  che  l'aumento  del  valore  dei  suoli 
non  avrà  in  avvenire  la  importanza  che  ha  avuto  in  passato, 
da  un  secolo  a  questa  parte  sopra  tutto.  A  ogni  modo  il  proble- 
mia  interessa  assai  più  i  paesi  ricchi  in  rapido  sviluppo  che 
gli  altri.  Lo  schema  di  confisca  della  rendita  edilizia,  presen- 
tato da  Min,  rimane  ancora  quanto  di  meglio  si  è  ideato  su 
questo  argomento.  Il  fatto  che  l'imposta  sui  fabbricati  è  in  qua- 
si tutti  i  sistemi  tributari  moderni  una  imposta  reale,  deriva 
essenzialmente  dalla  necessità  di  colpire  la  rendita  urbana. 

I  sistemi  di  proprietà  delle  case  sono  estremamente  diversi. 
Vi  può  essere  unione  dell'area  con  la  proprietà  della  casa  : 
è  la  forma  più  comune  in  Europa.  Il  proprietario  può  a  sua 
volta  abitare  la  casa,  o  darla  in  fitto  a  lungo  o  a  breve  ter- 
mine. Ma  in  alcuni  paesi  come  l'Inghilterra  la  complicazione 
si  presenta  assai  più  grande  *  . 

142.  In  quasi  tutti  i  sistemi  tributari  vengono  distintele 
abitazioni  di  campagna  da  quelle  di  città,  e  in  molti  vengono 
escluse  le  prime  dalla  imposta,    quando  f   abbiano  destina- 


sopra  tutto  il  libro  di  EinaudieBastable:  The  taxation  of  Gro- 
und rents  nell'E.  J.,  voi.  Ili,  1895,  e  nella  stessa  rivista  del  1900  gli  studi 
di  F.  V.  Edgeworth;  W.  Smart:  Taxation  of  Land  Values  and 
the  single  Tax,  Glasgow,   1900,  ecc. 

*  Vi  sono  coloro  che  cedono  l'area  a  enfiteusi  perpetua  dietro  un  canone 
fisso  {freehold  rent  charge  sytem)  ;  altri  che  la  cedono  per  un  periodo  lun- 
ghissimo (spesso  per  999  anni)  a  canone  fisso.  In  sostanza  il  termine  in 
questo  caso  non  ha  nessuna  importanza.  Vi  è  il  sistema  più  diffuso  a  Lon- 
dra, detto  anzi  London  leasehold  system,  o  building  lease  che  è  un  affitto 
dell'area  fatto  di  ordinario  per  un  '  anone  fisso  a  coloro  che  costruiscono 
fabbricati,  per  uno  spazio  di  60  a  99  anni.  Dopo  ques  o  periodo,  aree  e 
case  ritornano  senz'altro  pagamento  al  proprietario  dell'area.  Gli  edifizi 
di  Londra  non  hanno,  nella  più  gran  parte,  nien'e  di  monum-^ntale.  Vi 
sono  poi  anche  altri  sistemi  di  complessità  non  minore,  ma  sono  quasi 
speciali  dell'Inghilterra  e  non  vi  è  traccia  di  essi  sul  continente,  dove  in 
generale  va  unita  la  proprietà  dell'area  a  quella  del  fabbricato. 

t  In  Au  tria  sono  esenti  a  dirittura  i  fabb  icati  messi  a  una  certa  di- 


CAP.  XV.]         l'imposta  sul  reddito  edilizio  427 

zione  connessa  alla  coltivazione  dei  fondi.  In  generale,  si  ten- 
de a  conservare  alla  imposta  sui  fabbricati  il  carattere  di  im- 
posta reale  ;  e  molti  scrittori,  anche  per  adattarla  ai  biso- 
gni della  finanza  locale,  vorrebbero  che  fosse  di  contingente  : 
si  ammettono  in  molte  legislazioni  esenzioni  di  quote  mi- 
nime e  diminuzioni  o  esenzioni  in  caso  di  sfitti  parziali  o 
totali  ;  si  considerano  separatamente  i  fabbricati  desti- 
nati a  usi  rurali  e  a  fabbriche  e  opifizi  industriali,  perchè 
costituiscono  un  capitale  da  cui  emana  un  prodotto  netto 
mobiliare,  che  deve  essere  colpito  separatamente.  La  deter- 
minazione del  prodotto  netto  dei  fabbricati  è  fatta  differen- 
temente nei  vari  paesi.  È  impossibile  qui  ricorrere  a  un  meto- 
do di  stima  molto  costoso  e  poco  plastico  come  il  catasto  : 
si  fanno  dunque  stime  ufficiali,  o  in  base  a  indizi,  o  secondo 
dichiarazioni  controllate  da  agenti  fiscali  e  da  apposite  com- 
missioni. Le  stime  ufficiali  nelle  grandi  città,  dove  prevale 
il  fitto,  sono  relativamente  facili.  È  amnaesso  che  il  reddito 
lordo  sia  soggetto  a  detrazioni  non  uniformi,  rna  diverse  se- 
condo le  spese  annuali  di  riparazione  e  di  assicurazione,  par- 
ticolari a  ciascuna  destinazione  e  variabili  secondo  il  clima,  la 
costruzione,  la  posizione  del  fabbricato,  la  natura  dei  materiali, 
ecc.  Sopra  tutto  nelle  grandi  città,  dove  il  reddito  dei  fabbri- 
cati presenta  spesso  mutazioni  rapide,  è  bene  che  le  revisioni 
periodiche  dei  redditi  siano    accurate  e  frequenti. 

In  Italia,  l'imposta  sui  fabbricati,  distinta,  dal  1865,  da  quel- 
la sui  terreni,  è  un'imposta  di  quotità,  che  colpisce  tutti  i  fab- 
bricati suscettibili  di  produrre  un  reddito,  quale  che  ne  sia  la 
loro  destinazione:  per  abitazione,  od  uso  industriale  etc.  L'im- 
posta per  le  case  di  abitazione  è  calcolata  in  base  allo  affitto, 
su  dichiarazione  del  proprietario,  controllata  dagli  agenti 
del  fisco  ;  per  le  altre  è  calcolata  sul  loro  valore  locativo.  Ac- 
certato il  reddito  effettivo,  si  determina  l'imponibile,  de- 
ducendo per  riparazioni  ed  ammortamento  IJ4  per  le  case 
di  abitazione  ed  1^3  per  gli  edifici  industriali.  Non  è  ammessa 
la  deduzione  per  debiti.  Le  nuove  case  sono  esenti  per  due  an- 

staiua  dalla  città.  Anche  i  fabbricati  urbani  poi  non  vengono  colpiti  s« 
non  destinati  ad  abitazione. 


428  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

ni  e  gli  opifici  industriali  per  tre  anni  dalla  imposta.  È  esente 
il  fabbricato  destinato  ad  affitto  quando  resti  chiuso  e  non  af- 
fittato per  un  anno. 

.  Come  si  è  detto  la  legge  26  gennaio  1865,  num.  2136,  dovuta 
al  Sella,  rendeva  autonoma  l'imposta  sui  fabbricati,  prima  ac- 
comunata alla  fondiaria  sui  terreni.  L'articolo  i  della  legge 
II  maggio  1865,  num.  2276,  fissava,  dal  i  gennaio  1866,  l'ali- 
quota della  imposta  principale  sui  fabbricati  nella  misura  uni- 
forme del  12,50  %.  Al  12,50  %  posteriormente  si  aggiunsero 
per  i  vecchi  decimi  di  guerra  il  3,75  %,  per  il  regio  decreto  15 
ottobre  1914  l'addizionale  del  50,  pari  a  0,625  %  e  per  la  legge 
16  dicembre  1914  un  nuovo  decimo  e  cioè  1,25  %:  quindi  pri- 
ma degli  inasprimenti  causati  dalla  guerra  l'aliquota  sul  red- 
dito dei  fabbricati  ammontava  effettivamente  al  18,125  %. 
Addizionale  5  %  e  dal  decimo  della  legge  15  decembre  191 4 
erano  esenti  le  quote  non  superiori  alle  lire  15  nel  distretto  di 
imposta,  le  quali  (calcolate  sull'aliquota  principale  erariale  del- 
la legge  II  maggio  1865,  che  è  del  12.50  %)  corrispondono  ad 
un  reddito  imponibile  di  lire  120  (ciò  che  equivale  a  160  lire  di 
reddito  lordo  per  i  fabbricati  civili  e  a  180  lire  di  reddito  lordo 
per  i  fabbricati  industriali).  Prima  della  guerra,  così,  l'imposta 
sui  fabbricati  colpiva  in  ragione  del  16.25  %  i  redditi  imponi- 
bili sino  a  120  lire  e  con  un'aliquota  del  18.125  %  i  redditi  su- 
periori alle  120  lire.  Le  due  aliquote  (16.25  e  18.125  %)  sono 
soltanto  figurative,  perchè,  come  si  è  detto,  accertato  il  reddito 
lorde  del  fabbricato  da  esso  deve  detrarsi  una  quota  per  ripa- 
razioni coll'ammortamento  (un  quarto  del  reddito  lordo  per  le 
case  civili  ed  un  terzo  per  gli  opifìci)  ;  onde  una  casa  di  abita- 
zione il  cui  reddito  lordo  è  di  1000  lire  è  colpita  per  750  lire 
(1000-250  :  reddito  lordo  meno  il  quarto)  ed  un  opifìcio  indu- 
striale il  cui  reddito  lordo  è  parimenti  di  1000  lire  e  colpito  per 
lire  666,66  (1000-333,33  :  reddito  lordo  meno  il  terzo)  ;  l'ali- 
quota cosi  è  ridotta  di  un  quarto  per  le  abitazioni  e  di  un  terzo 
per  gli  opifici,  quindi  in  realtà  colpisce  in  ragione  di  13.59375  % 
le  case  civili  e  in  misura  del  12.0933  %  i  fabbricati  industriali. 
Tutte  le  case  civili  e  tutti  gli  opifici  industriali  sono  trattati 
ad  un  modo,  il  che  crea  una  sperequazione,  in  quanto  le  spese 
sono  variabili  da  casa  a  casa  e  da  opificio  ad  opificio,  mentre 


CAP.  XV. j  l'imposta  sul  reddito  edilizio  429 

la  detrazione  è  sempre  identica,  e  però  sono  colpiti  più  dura- 
mente case  ed  opifici  che  hanno  bisogno  di  spese  di  manuten- 
zione più  alte. 

È  bene  notare  che  già  prima  della  guerra  l'imposta  italiana 
sui  fabbricati,  in  seguito  al  decreto  15  ottobre  191 4  ed  alla 
legge  16  decembre  19 14,  che  escludevano  dallo  addizionale  del 
5  %  e  dal  nuovo  decimo  le  quote  d'imposta  non  superiori  a 
lire  15  nel  distretto  dell'agenzia,  e  cioè  i  fabbricati  con  reddito 
imponibile  di  lire  120  (pari  a  160  di  reddito  lordo  per  le  case 
civili  e  a  180  di  reddito  lordo  per  i  fabbricati  industriali),  era 
divenuta  leggermente  progressiva,  in  quanto  era  del  16.25  % 
sino  allo  imponibile  di  120  lire  e  del  18.125  %  al  disopra  delle 
120  lire  imponibili.  È  però  col  decreto  luogotenenziale  del  9 
settembre  1917,  num.  1546,  che  l'imposta  sui  fabbricati  è  tra- 
sformata, in  Italia,  da  proporzionale  in  progressiva.  L'articolo 
3  del  decreto-legge  9  settembre  191 7,  infatti,  determinava  che 
a  decorrere  dal  i»  gennaio  19 18,  l'imposta  dovesse  applicarsi 
con  le  seguenti  aliquote  : 

i.o  quote  d'imposta  che  in  base  all'aliquota  del  16  %  non 
superino  nel  distretto  di  agenzia  le  lire  15  e  cioè  redditi  sino  a 
lire  93,75,  aliquota  16  %. 

2.0  quote  d'imposta  che  in  base  all'aliquota  del  18  %  sia- 
no comprese  nel  distretto  di  agenzia  fra  lire  15.01  e  lire  30,  e 
cioè  redditi  fra  lire  93,76  e  166,67,  aliquota  18  %. 

3.0  quote  d'imposta  che  in  base  all'aliquota  del  20  %  siano 
comprese  nel  distretto  di  agenzia  fra  lire  30,01  e  lire  200  e  cioè 
redditi  fra  le  lire  166,68  e  1000,  aliquota  20  %. 

4.0  quote  d'imposta  superiori  alle  lire  200  e  cioè  redditi 
superiori  a  lire  1000,  aliquota  22  %, 

Tali  aliquote  comprendono  i  decimi  di  guerra  delle  leggi  28 
maggio  1867,  num.  3719  ;  26  luglio  1868,  num.  4513  ;  16  decem- 
bre 191 4  num.  1354  ed  i  centesimi  addizionali  del  decreto  le- 
gislativo 15  ottobre  191 4  num.  11 28.  La  innovazione  doveva 
avere  carattere  temporaneo  e  cessar  colla  pace  :  i  redditi  dei 
fabbricati,  infatti,  avrebbero  dovuto  essere  colpiti  dalla  im- 
posta normale  sui  redditi,  come  quelli  dei  terreni  e  di  ricchezza 
mobile,  (articoli  i  e  2  del  decreto  24  novembre  1919  num. 
2162),  nella  categoria  A  2,  e  nella  misura  del  18  %  del    loro 


430  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

ammontare  netto  (articolo  7).  La  riforma  delle  imposte  di- 
rette sui  redditi  avrebbe  dovuto  avere  effetto  dal  1°  gen- 
naio 192 1  ;  ma  il  decreto  legge  7  novembre,  1920,  num. 
1542,  ne  prorogava  l'applicazione  al  i»  gennaio  1922  e  sanciva 
che  sino  a  quando  alla  effettiva  applicazione  di  essa  l'imposta 
sui  fabbricati  sarebbe  stata  applicata  secondo  le  norme  e  con 
le  aliquote  indicate.  Per  T  accertamento  del  reddito  edi- 
lizio si  segue  il  sistema  delle  dichiarazioni  controllate  da  giun- 
te di  stima.  L'agente  delle  imposte  compila  le  schede  dei  pro- 
prietari di  fabbricati  e  le  trasmette  al  sindaco.  Il  proprietario 
iscrive  nella  scheda  per  ciascun  fabbricato  il  reddito  risultante 
dagli  affìtti  in  corso,  se  ci  sono,  o  il  reddito  presunto,  se  non 
è  dato  in  affitto,  presentando  tutti  i  documenti  (contratti  di 
locazione  etc.)  a  conferma  della  dichiarazione  fatta.  L'agente 
controlla  le  dichiarazioni  dei  proprietari  e  pubblica  infine  l'elenco 
dei  redditi  denunziati  e  confermati  o  denunziati  e  rettificati 
o  iscritti  di  ufficio  o  concordati.  Contro  l'accertamento  dell'  a- 
gente  il  proprietario  ha  ricorso  alla  commissione  mandamen- 
tale, in  prima  istanza,  alla  provinciale,  in  seconda,  ed  in  terza 
istanza  alla  commissione  centrale  per  cassazione.  Quando  il 
reddito  è  accertato  è  iscritto  nel  registro  catastale.  A  giudicare 
degli  effetti  della  trasformazione  della  imposta  sui  fabbricati 
susseguente  al  decreto  legislativo  9  settembre  19 17  basterà 
ricordare  che  mentre  nello  esercizio  1916-1917,  precedente  la 
riforma,  l'imposta  fruttò  143  milioni  nell'esercizio  1919-1920 
rese,  invece,   157  milioni. 

Nel  1921  dette,  invece,  allo  Stato  197.800.000.  Ma  anche  qui, 
come  nella  imposta  fondiaria  sui  terreni  -,  il  maggior  carico 
deriva  dai  centesimi  addizionali  che  i  contribuenti  pagano  a 
province  e  comuni. 

Nel  1921  infatti  alle  province  dettero,  per  addizionale  sui 
fabbricati  138.600.000  lire  e  ai  Comuni  247.300.000.  In  tutto 
(Stato,  province  e  comuni)  1'  imposta  sui  fabbricati  fruttò 
583.700.000  lire.  Facendo  eguale  a  100  il  reddito  della  im- 
posta neir  esercizio  1914-1915  ,  data  a  Stato  ed  enti  locali, 
e  che  fu  di  118.000.000,  nel  1921  esso  diventa  209,8.  L'im- 
ponibile sui  fabbricati  è  cresciuta  meno  di  quella  sui  terreni. 

In  Francia,  la  contribution   fondere  sur    les    propriétés  ha- 


CAP.  XV.]  l'imposta  sui  fabbricati  431 

ties  è  una  delle  migliori  imposte  della  Repubblica.  Sino  al 
1890  essa  era  unita  a  quella  sui  terreni;  d'allora  è  indipen- 
dente da  essa,  ed  è  di  quotila.  Per  la  legge  dai  29  marzo  1914, 
colpisce  in  ragione  del  4  %  il  reddito  netto,  che  è  determinato 
sul  valore  locativo  reale,  dedotti  il  25%  per  le  case  di  abita- 
zione e  il  40%  per  gli  opifici,  per  manutenzione  e  riparazioni. 
Sono  esenti  gli  edifici  adibiti  ad  uso  pubblico  e  al  culto,  i 
fabbricati  occorrenti  alle  industrie  rurali,  gli  edifici  di  nuova 
costruzione  o  quelli  in  riparazione.  La  valutazione  del  reddito 
imponibile  è  fatta  dall'amministrazione  (per  la  legge  del  19 14)  in 
concorso  coi  rappresentanti  dei  proprietari.  Anche  in  Francia 
i  dipartimenti  ed  i  comuni  impongono  centesimi  addizionali 
sulla  contribution  fondere  sur  les  propriétés  hàties. 

In  Inghilterra  i  redditi  dei  fabbricati  sono  colpiti  dalla  ce- 
dola A  dell' income  -  tax,  allo  stesso  medo  che  i  redditi  dei  ter- 
reni, come  si  è  innanzi  detto.  Uinhahited  house  duty  è  un  im- 
posta sugli  affitti  e  non  un'imposta  sui  redditi  dei  fabbri- 
cati; non  va  quindi  confusa  con  quella. 

In  Danimarca,  per  la  legge  15  maggio  1903,  che  sopprime 
le  vecchie  imposte  sui  terreni  e  sui  fabbricati,  tutti  gli  im- 
mobili, valutati  al  loro  valor  commerciale,  e  quelli  destinati 
ad  abitazione,  valutati  anche  in  ragione  del  loro  valore  loca- 
tivo, sono  sottoposti  ad  un'imposta  dell'i  %  del  loro  impo- 
nibile. 

NOTA. 


Uimposta  sui  fabbricati  in  Italia. 

L'imposta  sui  fabbricati  in  Italia  è  tra  quelle  che  sono  venute  più  ra- 
pidamente crescendo.  Dal  1862  al  1921  la  sola  imposta  di  stato  è  passata 
da  36,7  milioni  a  197.800.000. 

La  legge  26  gennaio  1865,  che  regola  questa  imposta,  dispone  nell'art. 
1  :  a  I  fabbricanti  e  ogni  altra  stabile  costruzione  saranno  soggetti,  in  pro- 
porzione del  loro  reddito  netto,  ad  una  imposta  la  cui  aliquota  uniforme 
sarà  determinata  con  apposita  legge  ». 

Nei  vecchi  stati  italiani  questa  imposta  era  molto  diversamiente  rego- 
lata. Tranne  che  nel  vecchio  censo  milanese,  nel  Pontificio,  e  nel  regno  di 
Sardegna  dopo  il  1852,  l'imposta  sui  fabbricati  andava  confusa  dovunque 
con  l'imposta  sui  terreni.  Era  abbastanza  grave  in  Piemonte  e  in  Lom- 
bardia ;  tenue  in  Toscana,  nello  stato  Pontificio  e  nel  regno  di  Napoli. 


432  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

Le  modificazioni  portate  alla  legge  del  1865,  tranne  quella  fatta  Vii 
maggio  dello  stesso  anno,  con  cui  il  tributo  fu  trasformato  sulla  base  della 
quotità,  non  ne  hanno  modificata  la  struttiura  essenziale.  La  stessa  legge 
dell'i I  luglio  1887  non  ha  mutato  la  natura  di  questa  imposta.  Tutti  i 
fabbricati  vengono  colpiti  purché  non  abbiano  publica  destinazione,  se- 
condo la  loro  pigione  reale  o  presunta,  sia  che  si  tratti  di  case  di  abita- 
zione, sia  che  si  tratti  di  stabilimenti  industriali. 

Nel  concetto  di  coloro  che  la  idearono  e  l'attuarono,  la  imposta  sui 
fabbricati  si  presentò  molto  diversamente.  Minghetti  e  Sella,  che  ne  fu- 
rono i  veri  autori,  la  considerarono  da  due  diversi  punti  di  vista.  Secondo 
Minghetti  la  imposta  sul  reddito  dei  fabbricati,  dando  modo  di  cono- 
scere le  spese  per  le  abitazioni,  dovea  essere  sopra  tutto  un  mezzo  di  ac- 
certamento per  scoprire  il  reddito  complessivo  e  colpirlo  con  imposte  per- 
sonali. Sella  voleva  invece  che  fosse  una  semplice  imposta  reale  sul  pro- 
dotto   dei    fabbricati. 

L'imposta  sui  fabbricati  in  Italia  colpisce  il  reddito  netto  di  tutte  le 
case  di  abitazione  e  dei  fabbr'cati  industriali,  ad  eccezione  delle  costru- 
zioni rurali  e  concede  una  deduzione  annuale  fissa  di  un  terzo  per  gli  opi- 
fici. Quando  il  proprietario  abiti  egli  stesso  la  sua  casa,  il  reddito  è  pre- 
sunto nella  somma  che  rendono  altre  case  di  abitazione  della  stessa  na- 
tura date  in  fitto.  La  legge  italiana  distingue  tra  case  di  abitazione,  opi- 
fici e  costruzioni  rurali.  Sono  considerate  come  opifizi  le  costruzioni  o 
parti  di  costruzioni  destinate  a  una  industria  o  manifattura  esercitata 
specialmente  per  mezzo  di  meccanismi  o  apparecchi  inamovibili.  Sono 
esenti  dalla  imposta  :  a)  i  fabbricati  destinati  all'  esercizio  dei  culti  ; 
6)  i  cimiteri  con  le  loro  dipendenze;  e)  i  fabbricati  demaniali  dello  Stato  co- 
stituenti le  fortificazioni  e  le  loro  dipendenze.  Sono  del  pari  esenti  da  im- 
poste le  costruzioni  o  parti  di  costruzioni  rurali  con  i  loro  accessori,  quan- 
do appartengono  allo  stesso  proprietario  dei  terreni  cui  servono  e  sono 
destinate  all'abitazione  di  coloro  che  coltivano  il  terreno  di  cui  il  fabbri- 
cato è  dipendenza  ;  il  ricovero  del  bestiame  necessario  per  la  coltivazione 
o  alimentato  dal  terreno  su  cui  vive  ;  o  alla  conservazione  e  prima  mani- 
polazione dei  prodotti  del  terreno  medesimo.  L'imposta  è  applicata  ora 
sulla  base  della  quotità,  con  aliquote  però  molto  elevate.  L'accertamento 
del  reddito  è  fatto  secondo  il  sistema  delle  dichiarazioni  e  i  redditi  sono 
riveduti  ogni  cinque   anni. 

L'imposta  sui  fabbricati  in  Italia  ha  un  grave  difetto  :  essa  tende  a  col- 
pire assai  più  le  regioni  a  popolazione  agglomerata  che  quelle  a  popola- 
zione scarsa.  Quindi  accade  che  l'Italia  meridionale,  che  pure  ha  meno 
grandi  città  e  meno  ricchezza,  paghi  in  realtà  di  più  :  spes-o,  come  è  stato 
dimostrato,  (  N  i  t  t  i  :  //  bilancio  dello  Stato  )  non  solo  relativamente, 
ma  anche  assolutamente.  Tenendo  conto  delle  singole  cause  pertiirba- 
trici,  si  può  quasi  ritenere  come  un  fatto  costante  che  in  Italia  rimpasta 
sui  fabbricati  tende  a  colpire  più  aspramente  gli  abitanti  delle  zone  di  cui 
V agglomer amento  è  maggiore.  Con  popolazione  presso  che  eguale,  Potenza 
poverissima  paga  più  di  Udine,  Bari  assai  più  di  Alessandria,  relativa- 
mente assai  prospera.  Lecce  più  di  Cuneo,  ecc.  Tutto  ciò  perchè  la  popò- 


CAP.   XV.]  LE    IMPOSTE    SUI    FABBRICAI  I  433 

lazione  dell'Italia  meridionale  è,  per  la  sua  povertà  stessa,  agglomerata  : 
ora  secondo  l'asurdo  criterio  che  domina,  comune  piccolo  significherebbe, 
agli  effetti  della  imposta,  comune  povero  e  popolazione  sparsa,  popola- 
zione povera  ;  mentre  è  assolutamente  vero  il  contrario. 

Benché  manchino  criteri  precisi  per  distinguere  la  popolazione  agglo- 
merata dalla  sparsa,  si  può  bene  accettare  il  criterio  ammesso  dalla  sta- 
tistica italiana.  Ora  se  adottiamo  tale  criterio  possiamo  distinguere  in 
Italia  tre  grandi  zone  ;  agglomer amento  minimo,  dal  40  al  54  %  Veneto, 
Marche,  Emilia,  Umbria,  Toscana  ;  agglomer  amento  medio  dal  70  al  76  % 
Piemonte,  Liguria,  Lombardia  ;  agglomer  amento  massimo  da  82  a  93  % 
Lazio,  Abruzzi,  Campania,  Puglie,  Sicilia,  Calabria,  Basilicata.  L'Italia 
meridionale  costituisce,  tranne  piccole  zone,  un  grosso  fondo  di  popola- 
zione e  di  agglomeramento.  Ma  l'esistenza  di  grosse  borgate,  dipendente 
da  cause  storiche  o  climatiche,  lungi  dall'essere  considerata  come  un  fat- 
tore di  prosperità,  è  prova  quasi  sempre  di  povertà  agricola  e  di  difficoltà 
di    sviluppo. 

L'imposta  media  pagata  per  ogni  abitante  nel  quinquennio  1894-1898 
è  stata  :  Italia  settentrionale  2.89,  Italia  centrale  3.39,  Italia  meridionale 
2.56,  Sicilia  2.00,  Sardegna  1.89,  Non  ostante,  dunque,  che  il  Nord  sia 
di  gran  lunga  più  ricco  e  le  città  siano  più  numerose  e  più  prospere,  l'im- 
posta sui  fabbricati  colpisce  quasi  allo  stesso  modo  le  provincie  setten- 
trionali e  le  meridionali  :  anzi,  assai  spesso,  le  più  duramente  colpite  sono 
le  Provincie  del  Sud.  Se  si  tolgono  i  proventi  dell'imposta  edilizia  delle 
città,  al  di  sopra  di  60  mila  abitanti,  Bari  e  Napoli  per  il  Sud,  e  per  il  Nord 
Alessandria,  Brescia,  Genova,  Milano,  Padova,  Torino,  Venezia,  Verona, 
si  vedrà  che  la  proprietà  edilizia  paga  quasi  tre  volte  di  più  nell'Italia  me- 
ridionale che  nella  settentrionale.  In  Italia  Vimposta  sui  fabbricati  esen- 
tando quasi  le  regioni  a  popolazione  sparsa,  colpisce  assai  duramente  le  re- 
gioni a  popolazione  agglomerata,  senza  tener  conto  né  della  entità  del  reddito 
edilizio,  ne  del  valore  degli  stabili. 

Ancora  venti  anni  fa,  non  solo  relativamente,  ma  assolutamente,  l'Ita- 
lia meridionale  pagava  più  della  settentrionale.  Nel  1877  con  una  popo- 
lazione (in  cifra  tonda)  di  9.847.000,  abitanti,  Piemonte,  Liguria,  Lom- 
bardia, Veneto  davano  tutti  insieme  19.802.000  cioè  lire  2.01  per  abitante. 
Nell'istesso  anno  la  quota  per  abitante  era  nell'Italia  meridionale  (esclusi 
gli  Abruzzi)  di  lire  2.17.  A  venti  anni  di  distanza,  nel  1897,  la  quota  per 
abitante  era  nell'Italia  settentrionale  di  2.90  e  nella  meridionale  di  2,74. 
Ma  viceversa  il  rapporto  di  ricchezza  fra  le  due  grandi  zone  era  di  molto 
spostato.  Si  è  creduto  dal  Parlamento  sempre  che  i  comuni  piccoli,  o  ri- 
sultanti da  numerosi  aggregati  di  popolazione  sparsa,  costituiscano  pei 
comuni  poveri.  Così  le  leggi  d'imposta  non  soltanto,  ma  le  leggi  sull'istru- 
zione, sui  lavori  pubblici,  in  generale  tutte  le  leggi  amministrative,  lungi 
dal  riconoscere  che  la  popolazione  agglomerata,  quando  non  risulti  da 
sviluppo  industriale,  è  effetto  di  condizioni  naturali  e  sociali  avverse,  la 
considerano  come  prova  o  causa  di  ricchezze. 

Sull'imposta  dei  fabbricati  nei  vecchi  stati  italiani  cfr.  Alessio, 
op.  cit.,  voi.  I,  cap.  VI;  Ricca-Salerno:  op.  cit.  cap.  V,  ecc.  Sulla 


434  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

imposta  sui  fabbricati  in  Italia  v.  pure  MadonClementini:  Trat- 
tato delVitnposta  sui  fabbricati,  Genova,  1879,  e  Stanco:  Trattato  sulle 
imposte  dei  fabbricati,  Napoli,  1909. 


XVI. 

Le  imposte  sui  plus  valori  immobiliari 

143.  Quando  Stuart  Mill,  considerando  gli  effetti  di  un  fe- 
nomeno naturale,  quale  rendita,  e  guardando  alle  ultime  con- 
seguenze di  esso,  proponeva  di  prelevare,  a  mezzo  di  un'imposta, 
a  vantaggio  della  collettività,  gli  incrementi  di  valore  indipen- 
denti dalle  applicazioni  di  capitale  e  di  lavoro  sul  terreno,  i 
cosi  detti  incrementi  non  guadagnati,  unearnedincrements  estra- 
nei ad  ogni  attività  del  proprietario,  parve  parlasse  da  socia- 
lista e,  in  ogni  caso,  da  uomo  avverso  all'istituto  della  proprietà 
privata*  ;  quando  Wallace  e  Henry  George,  più  specialmente 
questi  per  la  rendita  urbana,  insistevano  sullo  stesso  concetto 
del  Mill,  parvero  sognatori.  In  nome  del  diritto  si  reagiva:  ogni 
incremento  di  valore,  si  diceva,  è  un'accessione  della  proprietà  e 
perciò  appartiene  al  proprietario,  come  a  suo  danno  cadono  i 
deprezzamenti  della  cosa  posseduta  :  or  se  lo  Stato  non  inden- 
nizza chi  perde,  come  potrebbe  colpir  chi  guadagna,  senza  espro- 
priarlo, nei  modi  di  legge  ?  Un'imposta  sui  plus  valori,  viole- 
rebbe, si  aggiungeva,  il  principio  della  uniformità  e  si  risol- 
verebbe in  una  vera  forma  di  espropriazione  forzata,  contraria 
ad  ogni  diritto  acquisito,  violenta,  pericolosa.  Inoltre,  si  notava 
il  plus  valore  non  è  che  raramente  non  guadagnato  e  non  lo  è 
mai  in  teoria  :  gli  incrementi  di  valore  sono  niente  altro  che  una 
conseguenza  della  rendita  fondiaria  od  edilizia;  se  si  ammette 
questa  massima,  in  corrispettivo  del  servizio  che  il  proprietario 
rende  alla  società  coltivando,  servizio  che  è  della  massima  im- 
portanza, come  negare  poi  il  diritto  agli  aumenti  di  valore,  che 
corrispondono  ad  aumenti  di  rendita  ?  In  ogni  caso,  si  conti- 
nuava, se  i  plus  valori  sono  una  conseguenza  dell'attuale  ordi- 

*  Stuart    Mill,  Principles,  L.  V.  Cap.  II,  §  5. 


CAP.    XV.]  LE    IMPOSTE    SUI    PLUSVALORI  435 

nainento  giuridico  e  si  vuole  colpirli  non  si  può  d'altro  canto 
indennizzare  le  diminuzioni  di  valore,  quando  queste  sono 
anche  esse  estranee  all'attività  del  proprietario  e  dipendono 
dall'azione  collettiva  direttam.ente  o  indirettamente  ;  occorre- 
rebbe, sostiene  qualcuno,  indennizzare  almeno  quegli  ammanchi 
di  valore  che  dipendono  dall'azione  collettiva  diretta  *  :  così 
se  le  case  di  una  strada  restano  svalutate  unicamente  per  il 
fatto  che  è  stata  costruita  al  disopra  di  esse  una  ferrovia  aerea, 
occorre  indennizzare  i  proprietari  dal  m.omento  che  li  avreste 
colpiti  ove  da  un'opera  stradale  i  loro  stabili  avessero  avuto 
vantaggio.  Ai  propositi  di  Stuart  Mill,  di  Wallace,  di  George, 
cosi,  altri  si  opponevano,  che  o  negavano  addirittura  la  possi- 
bilità di  plus  valori  non  guadagnati  e  di  conseguenza  quella  di 
colpirli  ;  o,  ritenendo  che  i  fenomeni  di  sopra  valutazione  dei 
suoli,  specie  nelle  città,  si  risolvessero  in  veri  pericoli,  escogita- 
vano il  modo  di  arrestarli,  indennizzando  i  proprietari.  Gossen, 
Walras,  Wagner  proponevano  il  riscatto  o  riacquisto  in  tutti  i 
casi  in  cui  era  avvenuta  la  prescrizione  acquisitiva  ;  Laveleye 
preferiva  che  Stato  e  Comune  tenessero  per  loro  i  terreni  non 
fabbricati,  percepissero  gli  incrementi  di  valore  e  aiutassero  con 
il  ricavato  da  essi  le  classi  povere,  diminuendo  le  imposte;  Leroy 
Beaulieu  suggerisce  l'esproprio  soltanto  dei  terreni  non  fabbri- 
cati che  si  dovrebbero  poi  vendere  agli  incanti,  in  piccoli  lotti, 
ai  costruttori  privati.  Desideri  e  teorie  contrastano,  mentre  i 
fatti  camminano,  il  che  avviene  assai  spesso,  per  conto  loro.  Ed 
è  interessante  notare  che  mentre  la  concezione  teorica  di  un'im- 
postasugli  incrementi  di  valore  fondiarij  fu  di  scrittori  anglo-sas- 
soni in  Europa  le  prime  traduzioni  in  pratica  di  quella  ideasi 
ebbero  nelle  città  tedesche.  Ciò  che  avea  colpito  George:  l'enor- 
me aumento  di  valore  nei  suoh  urbani  finì  col  richiamare  l'at- 
tenzione di  tutti. 

Quando  si  tratta  di  miglioramenti  fondiari  od  agrari  non 
è  a  parlare  di  veri  plus-valori  non  guadagnati  :  questi  possono 
aversi  anche  nelle  proprietà  rustiche,  ma  devono  dipendere  da 
circostanze  favorevoli  estranee  all'opera  del  proprietario  e  solo 

*  R.Brunhuber:  Thi  taxation  of  the  unearned  incremetit  in  Ger- 
tnany,  in  Quatetly  Journal  of  Economics,  Voi.  XXII,  pag.  102. 


43^  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

allora  possono  essere  colpiti  dal  fisco.  Il  campo  classico  degli 
incrementi  di  valore  non  guadagnati  non  è  nella  campagna,  è 
nella  città  ,  è  nella  vicinanza  del  centri,  dei  grandi  opifici,  delle 
grandi  vie  di  comunicazione  interne,  costruiti  dalla  colletti- 
vità, a  spese  di  tutti  ;  e  dunque  un  sacrificio  collettivo  o  un 
insieme  di  combinazioni  favorevoli,  estranee  ad  una  qualsiasi 
opera  del  proprietario,  finiscono  col  profittare  a  lui,  al  di  fuori 
di  ogni  sacrificio  o  di  ogni  sforzo. 

Le  necessità  di  bilancio  hanno  man  mano  indotto  gli  uomini 
di  governo  a  porre  gli  occhi  su  codeste  forme  di  arricchimento, 
che  il  lavoro  non  giustifica.  Se  non  è  sempre  possibile  colpire  i 
guadagni  di  congiuntura,  anzi  se  in  fondo  ad  ogni  arricchimento 
notevole  e  repentino  è  un  guadagno  di  congiuntura  che  le  im- 
poste possono  colpire  solo  nei  modi  ordinari  o  pure  in  causa  di 
trapassi,  quando  l'incremento  di  valore  non  è  frutto  di  un  caso 
favorevole  che  si  incontri  con  l'attività  del  contribuente,  ma 
avviene  al  di  fuori  e  al  di  sopra  di  ogni  suo  sforzo,  e  il  più  delle 
volte  in  virtù  di  sacrifici  collettivi,  di  innovazioni  che  costano 
a  tutti  somme  ingenti,  e  finiscono  col  giovare  di  più  a  pochi,  si 
spiega  che  lo  Stato  voglia  partecipare  agli  aumenti  di  valore, 
che  sono  al  postutto  una  conseguenza  diretta  o  indiretta  dell'o- 
pera sua.  È  una  ferrovia  chfe  si  costruisce,  con  spesa  grande,  e 
i  terreni  che  la  fiancheggiano  acquistano  un  valore  assai  più 
alto  di  quello  agricolo  di  prima;  è  un  porto  che  si  apre,  a  spese 
di  tutti,  e  i  suoi  vicini  diventano  preziosi  ;  sono  grandi  lavori 
edilizi  che  si  fanno  a  cagionano  improvvisi  e  colossali  apprez- 
zamenti degli  edifici  urbani:  in  ciò  l'opera  dello  Stato  o  del  Co- 
mune è  diretta,  e  che  lo  Stato  e  il  Comune  chiedano  di  parteci- 
pare a  guadagni  cui  i  proprietari  non  hanno  in  nulla  contribuito 
se  non  in  quanto  sono  contribuenti,  e  che  la  collettività  ha  ca- 
gionati, non  può  dirsi  strano.  I  proprietari  urbani  reahzzano, 
nei  grandi  centri,  ogni  giorno  può  dirsi,  guadagni  incredibili  : 
a  Parigi,  l'inizio  del  lavori  per  una  nuova  linea  della  Me- 
tropolitana faceva  aumentajre,  come  per  incanto,  valore  dei 
suoli  e  affitti.  Dovunque  l'opera  degli  enti  pubblici  interviene 
a  migliorare,  a  trasformare,  a  risanare,  ad  aprire  nuove  vie 
o  a  dare  nuovi  mezzi  ai  traffici,  terreni,  lasciati  sino  allora  tra- 
scurati ed  incolti  o  malamente  coltivati,  o  sia    pure    coltivati 


CAP.  XV.]         LE  IMPOSTE  SUI  PLUS  VALORI  437 

bene  a  scopi  agricoli,  si  apprezzano  considerevolmente;  qualche 
volta  vecchie  case,  richieste  solo  da  poverissima  gente,  per  una 
nuova  via  che  si  apre  decuplano  di  valore,  altre  fiate  terreni 
abbandonati  e  recinti  da  macerie  se  una  linea  ferroviaria  o 
tramviaria  li  traversa  divengono  d'improvviso  suoli  da  edifi- 
care che  gli  speculatori  accaparrano  per  rivendere  a  prezzi  ele- 
vatissimi poco  dopo.  È  l'incremento  della  popolazione,  lo  svi- 
luppo della  ricchezza,  l'attività  dello  Stato  o  del  comune  che 
causano  tutto  ciò,  senza  alcun  merito  dei  proprietari  che  si  ve- 
dono arricchiti.  Non  è  poi,  dunque,ingiusto  che  la  società,  par- 
tecipi con  un'imposta  a  questi  plus  valori,  ch'essa  ha  creati. 
Se  mai  l'imposta  può  avere  un  fine  economico,  se  in  qualche 
caso  può  agire  utilmente  sulla  distribuzione  della  ricchezza  è 
proprio  qui  :  vi  è  chi  guadagna  sui  sacrifizi  di  tutti,  vi  è  eh 
arricchisce  mentre  la  maggioranza  di  coloro  che,  pagando,  hanno 
contribuito  a  farlo  arricchire  resta  povera,  e  vi  è  sopra  tutto 
chi  sconta  del  suo  l'arricchimento  dell'altro,  in  ciò  che  paga  di 
più  per  l'affitto  di  una  terra,  di  una  casa,  per  l'acquisto  di  un 
suolo  ;  è  perfettamente  spiegabile  che  il  favorito  ceda  una  parte 
della  sua  fortuna  a  vantaggio  di  tutti,  a  vantaggio  dei  meno  fa- 
voriti, sovra  tutto  dei  più  poveri. 

Ma  vi  è  dell'altro.  Non  sempre  il  plus  valore  è  causato  nei  suo  li 
urbani  da  semplici  condizioni  di  favore  creati  da  lavori  di  mi- 
glioramento o  di  trasformazione  edilizia,  e  non  lo  è  sempre 
nemmeno  là  dove  una  ferrovia  o  un  porto  si  costruiscono.  Il  più 
delle  volte  la  speculazione  si  occupa  di  fare  il  resto,  accapar- 
rando i  suoli  o  i  terreni  a  prezzi  vili,  quando  s'intuisce  o  si  pre- 
vede sicuramente  che  rialzeranno  di  valore,  per  rivenderli  dopo 
più  cari,  quando  e  come  si  vorrà.  Allora  gl'interessi  generali 
sono  in  grave  conflitto  con  quelli  degli  accaparratori,  che  agi- 
scono in  monopolio  perfetto  o  imperfetto  e  graduano  l'offerta 
come  meglio  loro  aggrada,  per  sfuggire  il  più  che  è  possibile 
alle  reazioni  delle  quantità  offerte  sui  valori  di  scambio  :  s^  vende 
man  mano,  a  questi  si  e  a  quegli  no,  si  temporeggia,  si  adotta  il 
prezzo  multiplo  più  conveniente.  A  volte  si  cerca  di  accapar- 
rare il  suolo  e  lo  si  conserva  per  attendere  che  aumenti  di  va- 
lore ancora,  mentre  nelle  città  è  grave  penuria  di  abitazioni  e  i 
poveri  e  i  modesti  redditieri  soffrono  dei  gravissimi  affitti  ; 
Nitti.  29 


438  SCIENZA    DELLE  FINANZE  [LIBRO     II. 

a  volte  si  compra  per  edificare  alla  impazzata  o  per  ipotecare 
terreni  e  nuove  fabbriche,  provocando  crisi  spaventevoli  del 
credito  immobiliare  e  delle  imprese  di  costruzione,  come  avviene 
assai  spesso  nei  sobborghi  delle  grandi  città.  Così  ai  plus  valori 
che  diremo  naturali  si  aggiungono  quelli  di  speculazione,  più 
cervellotici,  più  gravi  che  mai  ;  e  la  popolazione  soffre.  S'in- 
tende che  prima  o  dopo  l'equilibrio  deve  ristabilirsi.  L'impo- 
sizione dei  plus-valori  immobiliari  è  un  rimedio  contro  la  spe- 
culazione, sia  che  voglia  colpire  la  immobilizzazione  dei  suoli 
in  poche  mani,  sia  che  tenda  a  limitare  le  vendite.  Nel  primo 
caso  si  imporranno  progressivamente  i  suoli  con  un  tasso  che 
crescerà  colla  durata  della  immobilizzazione  ;  l'imposta  prele- 
verà così  una  parte  crescente  del  plus-valore  se  essa  non  è  do- 
vuta a  miglioramenti  nell'immobile.  Nel  secondo  caso  si  pro- 
cederà inversamente  incoraggiando  la  conservazione  della  pro- 
prietà, mediante  un'imposta  degressiva  sui  plus-valori  gra- 
duata in  base  al  tempo  in  cui  quella  resta  nelle  mani  delle  mede- 
sime persone,  diminuendo  il  tasso  a  misura  che  vi  resta  più  a 
lungo.  Quando  l'imposizione  dei  plus  valori  immobiliari  si  pro- 
pone di  combattere  la  speculazione  sugli  incrementi  artificiali 
del  valore  dei  terreni,  cessa  di  avere  uno  scopo  fiscale  per  con- 
servarne uno  esclusivamente  sociale  :  limitare  lo  sviluppo  degli 
unearned  increments,  i  cui  effetti  sono  così  gravi  ;  potrebbe  dirsi 
quindi  che  in  questo  caso  lo  Stato  miri  a  dare  all'imposta  un 
carattere  proibitivo  che  dovrebbe  renderla  necessariamente  in- 
fruttifera o  assai  poco  fruttifera.  Ma,  poi  che  è  sempre  quistione 
di  misura  quando  l'imposta  non  è  grave,  è  improbabile  che  rag- 
giunga in  tutto  l'effetto  desiderato,  e  quindi  finirà  col  limitare 
ma  non  arresterà  la  speculazione,  la  quale  del  resto  si  esercita 
comunque  quando  non  si  riesca  ad  elidere  colla  imposta  l'in- 
tero plus-valore,  ciò  che  non  è  facile;  di  conseguenza  un  tri- 
buto siffatto  sarà  sempre  redditizio  per  il  fisco  *. 


*  Confronta  per  quanto  riguarda  la  giustificazione  delle  imposte  sui 
plus-valori  immobiliari  :  WilliamOualid:  UlmposiUon  des  plus 
valeurs  immohilières  et  ses  applications  en  Allemagne,  in  Revue  de  Science 
et  Lègislation  Financières  VII  annèe,  num.  2,  1910,  pp.  174-180  ;  i  rias- 
sunti dei  motivi  della  imposta  nelle  ordinanze  della  città  di  Francoforte 
(Bulletin  de  Statistique  et  Lègislation  comparéei  tome  LX,  p.  767)  e  di  Co- 


CAP.  XV.]        LE  IMPOSTE  SUI  PLUS  VALORI  439 

Per  un  verso  o  per  l'altro,  l'imposizione  dei  plus  valori,  è 
una  fonte  di  entrate  per  gli  Stati  o  per  i  comuni,  sino  a 
non  molti  anni  or  sono  sconosciuta  e,  dato  lo  sviluppo  sempre 
crescente  delle  spese  pubbliche  e  l'ansiosa  conseguente  ricerca  di 
nuovi  mezzi,  è  possibile  prevedere  che  gli  esempi  che  si  ebbero 
della  sua  applicazione  saranno  imitati.  Qualche  scrittore  pre- 
vede che  i  tributi  sugli  incrementi  di  valori  immobiliari  non 
guadagnati  potranno  far  ridurre  in  seguito  i  diritti  sulle  tra- 
smissioni immobiliari,  sia  per  vendita,  sia  per  eredità,  ad  un 
limite  che  non  scoraggi,  le  aliquote  troppo  elevate.  Nella  le- 
gislazione dell'Australia  si  avevano  già  esempi  di  imposte  fon- 
diarie progressive  sui  terreni  non  migliorati  *,  ai  quali  si  è  in- 
nanzi accennato  ma  è  in  Germania  che  le  imposte  sui  plus  valori 
immobiliari  acquistano  per  la  prima  volta  assetto  organico, 
nella  forma  d'imposte  locali.  Il  primo  saggio  si  ebbe  a  Magonza 
nel  1872;  quando  furono  compresi  nuovi  terreni  nella  cinta  della 
città  una  legge  speciale  stabili  un'imposta  sul  plus-valore  che 
avrebbero  acquistati  questi  terreni.  In  seguito,  la  legge  Prus- 
siana 14  luglio  1893  permise  ai  comuni  d'imporre  gli  incrementi 
di  valore  causati  da  lavori  pubblici,  e  la  stessa  li  autorizzò  in 
genere  a  esigere  le  imposte  sui  fabbricati  non  in  base  al  reddito, 
ma  al  loro  valore  attuale,  facoltà  della  quale  aveano  usato,  nel 
1906,  234  municipi.  L'imposta  sui  plus  valori  propriamente 
detta  vigeva  in  15  città  prussiane,  tra  le  quali  sono  da  ricordare 
Francoforte  sul  Meno  (ordinanza  14  febbraio  1904)  ,  Colonia 
(ordinanza  15  luglio  1905).  Essen  (ordinanza  5  giugno  1906)  , 
Dortmund  (ordinanza  8  settembre  1906)  f.  La  Germania 
praticava  questa  imposizione  nel  possedimento  ora  perduto  di 

Ionia  {Bull,  de  Statis,  et  Législation  comparée  tome  XL,  pag.  770  ;  B  r  u  n- 
h  u  b  e  r  :  The  taxation  of  unearned  increment  in  Germany,  in.  Quaterly 
Journal  of  Economie,  voi.   XXII,  pag.   83. 

*  A.  F.  D  o  d  d  :  Taxation  of  land  values  in  Australia,  in  Economie 
Journal,  1904,  pag.   401. 

t  Confronta  :  Bulletin  de  Statistique  et  Législation  Comparée,  1906,  II, 
p.  764  ;  Finanz  Archiv.  XXIII,  p.  390  ;  H  o  1  e  o  m  b  e  :  The  financial 
results  of  the  increments-tax  in  German  cities,  in  Quaterly  Journal  of  Eco- 
nomics,  voi.  XXIV,  1909,  p.  194  ;  W  i  1  s  o  n  F  o  x  :  The  rating  of  land 
values,  London,  1908  ;  Natoli:  L'imposta  sull'incremento  di  valore  del 
suolo  urbano,  Palermo,   1909. 


440  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

Kiau-Ciau  :  il  tributo  si  riscoteva  a  periodi  fissi  di  25  anni, 
nella  misura  corrispondente  al  terzo  del  plus  valore  che  si  è 
verificato  nello  intervallo;  l'amministrazione,  ad  evitar  la  frode, 
si  riserbava  il  diritto  di  preenzione  sull'immobile  sopra  valu- 
tato; cosi  si  era  riescito  colà  a  fugare  gli  speculatori  con  discreti 
risultati  fiscali.  La  Germania  stabiliva  con  la  legge  15  luglio  1909 
che  a  datare  del  19 12,  i  plus  valori  immobiliari  venissero  colpiti 
in  tutto  il   teritorio   della  Confederazione  germanica  a  favore 
dell'impero:  cosi  il  tributo  passava  da  locale  a  federale.  In  In- 
ghiltéìTa,    la    legge    di  finanza   del  1910,  proposta  da  Lloyd 
George,  introduceva  l'imposizione  dei  plus  valori  immobiliari  e 
minerari.  In  Austria  era  lasciata  ai  comuni  facoltà   d'imporre 
gli  incrementi  di  valore  non  guadagnati.  In  Danimarca  non 
vi  è  una  tassazione  speciale   dei   plusvalori,   ma,  per  la  legge 
del  15  maggio  1903  *,  tutti  gli  immobili  vengono  stimati    al 
loro   valore   commerciale  e  la  stima  si  ripete  ogni  dieci  anni, 
sul    valore    di   stima    si    paga,    ogni    anno    ri.i%:  ogni  de- 
cennio, quindi,  gli  aumenti  di  valore,  vengono    colpiti  da  im- 
posta.  In  Francia,    il    deputato    Cornaud    presentò  in  luglio 
del  1907  una  proposta  di  legge  tendente    ad    autorizzare  i  co- 
muni a  prelevare  imposte  sui  plus  valori    urbani,   la    quale  fu 
respinta  nel  1909,  col  pretesto  che  i  comuni  avrebbero  potuto 
servirsi  a  questo  scopo  della    legge  16  settembre  1807  (F  arti- 
colo 30  di  essa  autorizza  l'imposizione  degli  incrementi  di  va- 
lore, ma  la  legge  non  è  mai  stata  applicata  per  l'interpreta- 
zione troppo  restrittiva  che  ne  ha  dato  il  Consiglio  di  Stato)    e 
di  quelle  sui  lavori  pubblici  del  3  maggio  1841    (articolo    51) 
e  del  29  decembre  1892  (articolo  14).  A  Parigi,  a  Lione  e  in 
qualche  altra  città  francese,  gli  aumenti  di  valore  sono  colpiti 
indirettamente  come  in  Danimarca  :  vi  è  una  tax  sur  lu  valeur 
venale  des  propriétés  hàties  et  non  hàties,  che  rende  al  municipio 
di  Parigi  14.500.000  franchi  e  a  tutte  le  città  che  la  hanno  in 
complesso  14.700.000  franchi;  ma  né  nella  città  francesi  né  in 
Danimarca  si  tratta  di  vera  imposizione  sugli  incrementi  non 
guadagnati  f. 

*   Confronta  per  il  testo  della  legge  Danese  il  Bulletin  de  Siatistique  et 
Lègislation  Comparèe,  1908,  II,  p.  85. 
t  J  è  z  e  :  Finances,  pag.  857. 


CAP.  XV.]       LE  IMPOSTE  SUI  PLUS  VALORI  44I 

Vere  imposte  sui  plus  valori  immobiliari  non  esistevano  dun- 
que che  in  Germania  dal  1909  e  in  Inghilterra  dal  1910.  Le 
prime  difficoltà  s'incontrano  nel  determinare  ciò  che  si  deve 
imporre  ;  perchè  l'imposta  conservi  il  suo  carattere  deve  colpi- 
re esclusivamente  ciò  che  Lloyd  George  chiama    valore  stret- 
tamente non  guadagnato,    il   plus  valore  che  non  provenga  da 
miglioramenti,  da  costruzioni,  in  genere  dall'opera  del  proprie- 
tario ;  mentre  la  descriminazione  fra  plus-valore  guadagnato  e 
non  guadagnato  non  è  sempre  agevole  e  può  dar  luogo  ad  er- 
rori che  sarebbero  pericolose  ingiustizie.  Perchè  errori  non  ac- 
cadano occorre  valutare  anticipatamente  caso  per  caso  i  valori 
imponibili,  il  che  può  finire  col  costar  troppo.  Altra  difficoltà 
è  nel  tempo  di  percezione  ;  la  si  può  esigere  a  periodi  determi- 
nati,* ed  è  il  metodo  migliore  ;  o  ad  ogni  trapasso  di  proprietà 
per  vendita,  donazione  o  successione,  o  ad  ogni  nuovo  affitto, 
là  dove,  come  in  Inghilterra  per  i  suoli  urbani,  si  usano  affitti 
a  lunga  scadenza  f.  Quale  sarà,  infine,  il  tasso  della  imposta  ? 
Un  tasso  assai  mite  non  raggiungerebbe  lo  scopo  ;  uno  assai  alto 
che  confiscasse  col  tributo  tutto  ì'unearned  increment,  come  vo- 
leva Henry  George,   potrebbe  avere  conseguenze  imprevedi- 
bili. Lloyd  George,  si  limitava  a  proporre  nel  1909  il  tasso  del 
20%  sui  plus-valori  non  guadagnati,  o  strettamente  unearned; 
ebbene  un'associazione  di  competenti,  la  Souyveyors'  Association, 
i  cui  membri  sono  per  prof essione  in  grado  di  giudicare  intorno 
alle  valutazioni    della  proprietà    fondiaria,    protestava    anche 
contro  quel  tasso,  come  contro  l'imposta  in  genere,  perchè  essa 
avrebbe  recato  grave  danno,  si  diceva,  al  valore  dei  terreni  di 
qualsiasi  natura,  perchè  i  capitalisti    avrebbero   preferito  im- 
piegare il  loro  denaro  in  titoli  anzi  che  nell'acquisto  di  immo- 
bili, il  cui  eventuale  plus-valore  venisse  tassato  in  ragione  del 
20%;  e  poiché  non  bisogna   dimenticare,  continuava,  che  quel 
plus  valore  non  è  nella  maggior  parte  dei  casi  che  l'arretrato 
degli  interessi  dei  capitali  di  acquisto  *. 

Una  legge  la  quale    sanzionasse  senz'altro  l'imposizione  di 


t   J  è  z  e  :  Finances,  pag.  856. 

*  Confronta  il  Bollettino  di  Statistica  e  Legislazione  comparata,  Anno 
IX,  Fascicolo  IV,  pag.  386. 


442  SCIENZA     DELLE    FINANZE  [LIBRO   II 

Ogni  incremento  di  valore  sarebbe  addirittura  ingiusta.  Quanto 
è  frutto  dell'attività  dell'individuo  (miglioramenti,  trasfor- 
mazioni) deve  essere  assolutamente  risparmiato  ;  lo  Stato  deve 
incoraggiare  lo  sviluppo  della  proprietà  individuale  e  l'incre- 
mento del  reddito:  ogni  nuovo  capitale  che  si  forma  è  una  nuova 
fonte  di  ricchezza  che  si  apre  ;  ostacolare  la  formazione  dei 
nuovi  capitali  è  addirittura  folle.  Le  imposte  sui  plus  valori  de- 
vono quindi  distinguere  tra  incrementi  guadagnati  e  incrementi 
non  guadagnati  :  tra  aumenti  di  valore  che  sono  viceversa  il 
frutto  dell'attività  del  proprietario  e  aumenti  di  valore  che 
sono  viceversa  il  frutto  dell'attività  sociale  o  di  circostanze  for- 
tuite estranee  del  tutto  all'opera  del  proprietario,  per  colpire 
solo  gl'incrementi  non  guadagnati.  I  più  moderati  vogliono  di- 
chiarare non  imponibili  sinanco  gli  aumenti  di  valore  dovuti 
a  cause  fortuite  e  non  dipendenti  dalla  attività  sociale.  Si  rin- 
viene, ad  esempio,  in  un  fondo,  una  cava,  una  sorgente,  che  ne 
aumentano  di  molto  il  valore  :  è  questo  aumento  di  valore 
imponibile  agli  effetti  di  un'imposta  sui  plus  valori  ?  Poi  che 
la  società  non  ha  contribuito  in  nulla  allo  incremento,  la  pra- 
tica tedesca  decise  che  aumenti  di  valore  dovuti  a  cause  simili 
non  si  dovessero  imporre.  In  questo  senso  il  plus  valore  im- 
ponibile dovrebbe  dipendere  esclusivamente  dall'attività  so- 
ciale. Distinguere  fra  incrementi  guadagnati  e  non  guada- 
gnati è  sempre  difficile.  La  legge  può  anche  determinare  a  priori 
ciò  che  deve  considerarsi  come  effetto  dell'opera  individuale 
in  contrapposto  di  ciò  che  è  effetto  dell'opera  sociale  ;  discri- 
minare non  è  agevole.  Teoricamente  si  può  senza  inciampi  de- 
finire ciò  che  deve  intendersi  per  plus-valore  non  guadagnato 
{la  differenza  fra  la  valutazione  attuale  e  la  precedente  o  fra  il 
prezzo  di  vendita  e  il  precedente,  purché  non  dovuta  alla  attività 
individuale  del  proprietario) ,  in  pratica,  per  distinguere  occorre 
proporsi  alcuni  punti  di  vista  che  sono  essenzialmente  relativi 
In  quale  momento,  anzi  tutto,  si  calcoleranno  gli  incrementi 
di  valore  per  colpirli?  Si  può  valutare,  al  momento  in  cui  entra 
in  vigore  la  legge,  tutta  la  proprietà  capace  di  diventar  materia 
imponibile,  per  poi  determinare  periodicamente,  ogni  tanti  anni 
gli  incrementi  di  valore,  per  esigere  l'imposta  nella  ragione  che 
la  legge  determina  ;  oppure  può  attendersi  l'ora  in  cui  la  prò- 


CAP.  XV.]       LE  IMPOSTE  SUI  PLUS  VALORI  443 

prietà  è  trasferita  per  vendita,  per  donazione  o  per  successione 
per  determinare  quale  aumento  di  valore  essa  abbia  avuto  tra 
il  passaggio  attuale  e  la  vendita  o  la  donazione  o  la  successione 
imnaediatamente  precedenti  a  quella  in  questione.  Logicamente 
è  preferibile  il  primo  sistema,  in  quanto  rende  impossibile  le 
evasioni  per  immobilizzazione  della  proprietà  nelle  mani  di 
società  che*potrebbero  sorgere  allo  scopo  di  creare  plus-valori 
non  iniponibili  :  quando  le  valutazioni  avvengono  ogni  tanti 
anni  e  per  tutti  ninno  può  sfuggire  all'imposta  ;  ma  una  va- 
lutazione delle  proprietà  immobiliari  è  sempre  cosa  costosa  che 
spaventa  gli  stati  o  i  comuni  che  volessero  tentarla.  Colpire  gli 
incrementi  non  guadagnati  in  occasione  dei  passaggi  di  pro- 
prietà da  una  all'altra  mano  è  più  economico  e  anche  più  sem- 
plice ;  ma  quando  manca  una  valutazione  preliminare  le  in- 
certezze e  forse  anche  le  disparità  non  possono  evitarsi.  Un  ter- 
zo sistema  si  può  avere,  valutando  preliminarmente  la  pro- 
prietà e  colpendo  in  seguito  i  plus-valori  ad  ogni  trasferimento 
di  essa  ;  colpendo  a  parte  le  manomorte.  La  valutazione  preli- 
minare degli  imniobili  è  sempre  consigliabile,  poi  che  qualche 
volta  non  si  possono  calcolare  gif  incrementi  non  guadagnati 
in  base  al  valore  della  vendita  o  della  successione  precedenti 
mancando  gli  elementi  per  farlo  :  si  deve  ricorrere  ad  elementi 
induttivi,  che,  per  quanto  suggeriti  da  Stuart  Mill,  sono  sem- 
pre malsicuri  e  quindi  non  giusti. 

In  secondo  luogo,  come  si  calcolerà  il  plus  valore  non  gua- 
dagnato imponibile  ?  Occorre  anzi  tutto  dedurre  dallo  impo- 
nibile quanto  può  essere  effetto  dell'attività  individuale  del 
proprietario  ed  esentare  dalla  imposta  quella  parte  di  incremento 
che  è  guadagnata.  Se  si  tratti  di  un  fabbricato,  quindi,  si  dedur- 
ranno dallo  imponibile,  agli  effetti  della  imposizione  dei  plus- 
valori, tutte  le  spese  di  costruzione,  di  ricostruzione,  di  con- 
servazione, di  abbellimento.  Se  si  tratta  di  un  fondo  rustico 
si  dedurranno  dallo  imponibile  gli  interessi  del  capitale  di 
acquisto  calcolati  dal  giorno  in  cui  il  prezzo  è  divenuto  esigi- 
bile. Sia  nel  caso  di  proprietà  urbane  che  in  quello  di  pro- 
prietà rustiche,  si  dedurranno  dallo  imponibile  le  spese  na- 
turali o  fiscali  (diritti  di  trasferimento,  di  bollo,  etc.)  che 
-siano  occorse  al  passaggio  dell'immobile  da  una  ad  un'  altra 


444  SCIENZA  DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

mano,  quando  l'imposta  si  percepisce  in  occasione  di  trasferi- 
menti. Non  è  poi  possibile  imporre  tutti  gl'incrementi  di  va- 
lore, qualunque  ne  sia  l'altezza  :  occorre  che  si  stabiliscono 
minimi  di  esenzione,  perchè  colpire  anche  gli  aumenti  poco 
sensibili  sarebbe  non  giusto  in  quanto  queste  imposte  si  pro- 
pongono scopi  sociali  e  fiscali  insieme  e  cercano  di  far  contri- 
buire i  più  favoriti  dagli  effetti  delle  maggiori  spése  collettive 
ai  maggiori  oneri  pubblici  ;  quando  il  guadagno  inoltre  è  poco 
sensibile  è  più  difficile  ancora  discriminare  i  valori  non  gua- 
dagnati. Colpire  i  piccoli  incrementi,  per  di  più,  equivale  a 
scoraggiare  ogni  spirito  d'mtrapresa.  Questo  minimum  di  esen- 
zione è  bene  che  sia  diverso  per  le  diverse  specie  di  beni  impo- 
nibili; più  alto  per  i  fabbricati,  pei  quali  i  proprietari  hanno  con- 
tribuito alla  creazione  del  plus-valore,  con  le  spese  di  manu- 
tenzione, di  abbellimento  ecc.;  più  basso,  quando  si  voglia 
darne  uno,  per  i  suoli  edificatori,  al  cui  incremento  di  valore 
i  proprietari  non  hanno  in  nulla  contribuito.  In  quanto  al  tasso 
della  imposta,  occorre  insistere  sul  concetto  che  un  tributo 
Sugli  incrementi  di  valore  delle  grandi  proprietà  [Zuwachsteuef] 
deve  sempre  limitarsi  a  colpire  i  plus-valori  strettamente  non 
guadagnati  e  più  specialmente  quelli  che  sono  conseguenza 
della  attività  collettiva:  in  questi  limiti  determinati,  ogni  plus- 
valore è  un  regalo  che  l'attività,  i  sacrifizi  degli  enti  di  diritto 
pubblico  hanno  fatto  al  proprietario,  e,  in  buona  giustizia, 
l'incremento  potrebbe  spettare  per  intero  ad  essi.  Ragioni  di 
convenienza,  la  difficoltà  di  discriminare  nell'incremento  to- 
tale la  parte  non  guadagnata  dalla  guadagnata,  la  preoccupa- 
zione di  non  scoraggiare,  con  possibili  errori,  lo  spirito  d'intra- 
presa, consigliano  però  di  non  espropriare  a  vantaggio  del  fi- 
sco l'intero  incremento  di  valore,  ma  di  lasciarne  una  buona 
parte  al  proprietario  e  perchè  può  avere  anche  egli  contribuito 
in  qualche  modo  a  crearlo  e  perchè  non  sia  indotto  ad  astenersi 
da  ogni  più  viva  attività  dalla  sicurezza  che  i  maggiori  frurli 
di  essa  gioveranno  solo  allo  Stato  e  al  Comune  e  in  nulla  a  lui. 
Perchè  l'imposta  possa  rispondere  ad  un  concetto  più  sicuro 
di  giustizia,  occorre  che  sia  graduata,  poi  che  solo  saggi  pro- 
gressivi potranno  agire  utilmente  sugli  incrementi  di  valore, 
in  ragione  della  loro  importanza  :  più  moderati  sugli  aumenti 


GAP.  XV.]        LE  IMPOSTE  SUI  PLUS  VALORI  445 

minori,  efficaci  stimoli  ad  intense  attività,  e  più  gravi  sui  plus- 
valori più  alti,  che  possono  agire  come  incentivo  a  non  utili 
accentramenti  della  ricchezza  in  poche  mani.  La  graduazione 
dell'imposta  sarà  progressiva  quando  si  vuole  impedire  che  la 
plus-valenza  non  guadagnata  s'immobilizzi  ;  sarà  degressiva 
quando  si  vogliono  ostacolare  le  speculazioni  e  le  vendite  nu- 
merose ed  irregolari  ;  tenendo  conto  nell'uno  e  nell'altro  caso 
della  durata  del  possesso  sia  che  si  tenda  a  combattere  le  im- 
mobilizzazioni sia  che  si  vogliano  evitare  i  troppo  frequenti 
passaggi  della  proprietà.  Cosi  si  gradueranno  i  saggi  della  im- 
posta non  solo  in  ragione  dell'ammontare  del  plus-valore  non 
guadagnato,  ma  anche  secondo  la  durata  dell'intervallo  tra 
le  due  vendite  o  i  due  trasferimenti  dell'immobile  a  titolo  gra- 
tuito *. 

Con  la  legge  relativa  ai  diritti  imperiali  di  bollo  {Reich- 
stempelgesetz)  del  15  luglio  1909,  paragrafo  90,  l'imposta 
sui  plus-valori  [Reichswertzuwachssteuer)  diventava  un'im- 
posta federale.  «È  per  far  fronte  ai  maggiori  oneri  di  bilancio 
(diceva  nella  sua  esposizione  finanziaria  il  Segretario  di  Stato 
della  Tesoreria  dell'Impero,  Wermuth)  che  i  Governi  con- 
federati hanno  risoluto  di  proporre  l'introduzione  di  un'impo- 
sta dell'impero  sui  plus  valori  degl'  immobili  f.  Col  paragrafo  90 
della  legge  15  luglio  1909,  il  governo  germanico  prendeva  solo 
l'impegno  di  introdurre  a  datare  dal  i  aprile  1912,  con  legge 
da  presentarsi  prima  dell'aprile  1911,  un'imposta  sui  plus-valori 
immobiliari,  calcolata  in  modo  da  produrre  almeno  20  milioni 
di  marchi  all'anno.  L'impegno  fu  adempiuto  anzi  tempo  dal 
governo,  e  l'impero  germanico  ebbe  la  sua  legge  d'imposta  sui 
plus,  valori  immobiliari,  che  su  quella  degli  11  febbraio  1911. 

L'imposta  imperiale  germanica  introdotta  con  legge  14  feb- 
braio 1911  era  percepita,  in  occasione  di  trasferimenti  di  pro- 
prietà degli  immobili,  sugli  incrementi  di  valore  che  non  pro- 
venissero dal  fatto  del   proprietario,  quando  il  prezzo  di  ven- 

*  Per  tutto  ciò  confronta  :  O  u  a  1  i  d  :  U Imposition  des  plus  values 
immohilières  et  ses  applications,  in  Revue  et  Lègislation  financières.  Tome 
Vili,  Num.  2,  1910,  pp.  185-190. 

t  Confrónto  BuUetin  de  statistique  et  Lègislation  cómpdrèe,  XXXIV  an- 
nèe,  dicembre  igio,  pag.  667. 


44^  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO     II. 

dita  dell'immobile,  o,  in  caso  di  vendita  parziale,  il  suo  valore 
complessivo  superava  i  20000  marchi  se  era  un  fabbricato  e  i 
5000  marchi  se  si  trattava  di  suolo  libero,  considerando  come 
suoli  liberi  anche  quelli  sui  quali  siano  terre,  hangars,  capanne, 
o  altre  costruzioni  di  simile  uso.  Al  disotto  di  20000  marchi 
pei  fabbricati  e  di  5000  per  i  suoli  liberi  vi  era  esenzione  dal- 
l'imposta, nel  solo  caso  in  cui  il  venditore  o  i  suoi  congiunti 
non  avessero  goduto  nell'  anno  precedente  di  un  reddito  su- 
periore ai  2000  marchi  e  se  uno  di  essi  avesse  venduto  im- 
mobili per  professione  abituale  (articolo  i).  Se  la  vendita  av- 
veniva per  conto  di  un  terzo  esso  godeva  dell'esenzione  alle 
stesse  condizioni  (reddito  non  superiore  ai  2000  marchi)  di 
chi  vendeva  in  nome  proprio.  Ad  evitare  la  manomorta  o  in 
genere  le  immobilizzazioni  e  le  evasioni,  la  legge  (articolo  3) 
assimilava  ad  una  trasmissione  d'immobili  quella  del  diritti 
sui  patrimoni  di  una  società  a  responsabilità  limitata,  di  una 
società  in  accomandita,  di  un'associazione  professionale,  di  una 
società  a  scopo  economico  (Genossenshaft)  registrata,  di  un'as- 
sociazione registrata  o  di  una  società  commerciale,  in  quanto 
il  patrimonio  sociale  constava  d'immobili,  se  la  messa  in  va- 
lore degli  immobili  rientrava  tra  gli  scopi  dell'  impresa  o  se 
i 'associazione  era  stata  creata  a  fine  di  sfuggire  alla  imposta 
sui  plusvalori. 

L'obbligo  di  pagare  l'imposta  risultava  dall'iscrizione  del 
passaggio  di  proprietà  dello  immobile  nel  libro  fondiario  o,  se 
questa  iscrizione  non  era  necessaria,  dal  fatto  che  provocava 
il  trasferimento;  ove  poi  il  libro  fondiario  non  era  ancora 
impiantato,  l'iscrizione  del  passaggio  sui  libri  ufficiali  teneva 
luogo  di  quella  sul  libro  fondiario.  L'imposta  sui  plus  valori 
non  si  applicava  nei  casi  di  trasmissioni  di  beni  per  eredità  o 
per  donazioni  fra  vivi,  di  costituzione  o  soppressione  di  un 
regime  di  comunione  di  beni  fra'  coniugi,  di  passaggio  di  be- 
ni fra  coeredi,  di  acquisti  fatti  dai  discendenti  di  beni  degli 
ascendenti,  di  apporti  alle  società  costituite  tra  il  venditore 
e  i  suoi  discendenti  con  esclusione  di  ogni  estraneo,  di  appor- 
ti che  provenivano  per  successione  a  società  fra  coeredi,  di 
permute  di  parcelle  di  terreno  fra  miniere  vicine  o  di  riunione 
di  miniere  allo  scopo  di  sfruttarle.  Si  considerava  come  plus- 


CAP.  XV.]        LE  IMPOSTE  SUI  PLUS  VALORI  447 

valore  imponibile  la  differenza  fra  il  prezzo  della  vendita 
precedente,  e  in  caso  di  vendita  forzata  la  differenza  fra  il 
prezzo  di  aggiudicazione  e  quello  della  vendita  anteriore;  ove 
poi  non  era  fissato  alcun  prezzo  di  vendita  si  procedeva  al- 
la valutazione  dello  immobile  al  suo  valor  normale.  Non  si 
calcolavano  come  plus  valori  imponibili  e  si  deducevano  quin- 
di agli  effetti  della  imposta  :  le  spese  di  vendita  ;  i  crediti 
che  il  compratore  vantava  sullo  immobile  in  caso  di  aggiudi- 
cazione a  favor  suo  ;  le  spese  di  manutenzione,  costru- 
zione e  miglioramenti,  le  spese  per  costruzione  di  strade- 
e  canali,  quelle  per  il  miglioramento  dei  terreni  b  la  mes- 
sa in  cultura  di  terre  incolte  o  abbandonate.  Erano  esenti  dalla 
imposta  sui  plus  -  valori,  l'impero,  gli  Stati,  i  comuni  e  le 
unioni  di  comuni,  le  associazioni  che  si  occupavano  di  colo- 
nizzazione interna  o  del  collocamento  di  operai  o  di  costru- 
zione di  case  operaie. 

Tenuto  conto  delle  deduzioni  accennate  l'imposta  colpiva  i 
plus  valori  accertati  in  ragion  progressiva  con  saggi  che  anda- 
vano dal  IO  al  30  %  del  plus  valore. 

L'imposta  imperiale  però  e  le  sovrimposte  locali  non  pote- 
vano mai  in  complesso  oltrepassare  il  30  %  del  plus  va- 
lore   accertato  (art.  59)  *  . 

Assai  più  imponente  della  germanica  era  la  riforma  inglese. 
La  storia  del  Finance  A  et  del  19 10,  che  queste  riforme  tra- 
duceva in  atto  é  nota.  Ai  29  aprile  1909,  il  Cancelliere  dello 
scacchiere  Lloyd  George,  annunziava  alla  Camera  dei  comuni, 
nella  sua  esposizione  finanziaria  un  grave  disavanzo,  al  quale 
proponeva  di  far  fronte  con  nuove  imposte,  che  consistevano: 
I.  in  una  tassa  sui  veicoli  a  motore;  2.  nella  riforma  dell'  in- 
come  tax;  3.  nella  modifica  della  imposta  di  successione  ; 
4.  in  un  aumento  delle  tasse  di  bollo;  5.  in  una  riforma  delle 
tasse  di  licenza  e  in  un  aumento  delle  imposte  sull'alcool  e  sul 
tabacco;  6.  in  imposte   fondiarie  sul  plus  valore  non  guada- 

*  Il  testo  completo  della  legge  14  febbraio  191 1,  colla  quale  è  intro- 
dotta nello  Impero  Germanico  la  imposta  sui  plus-valori  immobiliari,  è 
riportata  nel  Bulletin  de  statistique  et  lègislation  comparèe,  numeri  di 
Mars  1911  (pag.  339-346)  e  Avril  1911  (pp.  442-449)- 


44^  SCIENZA     DELLE     FINANZE  [LIBRO    II 

gnato,  sui  diritti  minerari,  sui  terreni  non  coltivati  e  sulle 
miniere  non  sfruttate  e  sul  diritto  di  riversione.  Queste  pro- 
poste furono  naturalmente  assai  discusse  e  assai  combattute. 
La  Camera  dei  Comuni  approvava  il  4  novembre  1909,  con  la 
maggioranza  di  230  voti,  dopo  una  discussione  protrattasi 
per  72  giorni,  il  complesso  delle  imposte  che  Lloyd  George 
proponeva.  Ai  22  novembre  1909,  lord  Crewe,  segretario  di 
stato  per  le  colonie,  presentava  alla  Camera  dei  lords  il 
Finance  Bill  già  approvato  dai  Comuni,  con  le  parole  che 
dettero  luogo  a  tanto  vivi  dibattiti  :  My  lords  I  beg  io  move 
ihat  this  Bill  he  now  a  second  Urne  Chiedo  miei  lords  ,  che 
questo   Bill  sia   letto  ora  una  seconda  volta. 

L'opposizione  unionista  vide  in  questo  semplice  invito  una 
professione  di  fede  politica  da  parte  del    Gabinetto  tendente 
ad  annullare  il  potere  dei  lords    in    materia    finanziaria,    e 
rispose,  con  la  mozione  di  lord  Landswone,  approvata    il  30 
novembre  1909,  con  una  maggioranza  di  350  voti,  contro  75 
dati  al  Governo,  dopo  una  settimana  di  discussione  :    Questa 
Camera    (dei    Lords)    non    si  sente  autorizzata  a  dare  il  suo 
consentimento  al    Finance  Bill  sino  a  quando  non  sia  stato 
sottoposto  al  giudizio  del  paese  !    Il  Ministero  rispondeva,  lo 
stesso  giorno  del  voto     (30  novembre   1909)    che    rigettava 
il  Finance    Bill,    per    bocca  del    leader  del  Governo  liberale 
alla   Camera   dei  lords,  lord  Crewer  :    Dopo  V  aggiornamento 
del  Finance  Bill,  il  punto  capitale  del  programma  del  parti- 
to  liberale,  al  potere  o  all'  opposizione,  sarà  la  riduzione^  me- 
diante una  legge,  del  potere  finanziario  dei  Lords.  La  lotta 
era  ingaggiata  e  fu  memorabile.  Nel  decembre  1909  la  Came- 
ra dei  Comuni  fu  sciolta  e  furono  indette  le  elezioni,  che  eb- 
bero luogo  in  gennaio  e  febbraio  del  1910.  Il  Gabinetto  libera- 
le ritrovava,  a  Camera  nuova,  273  unionisti,  ed  una  maggio- 
ranza di  124  deputati  :  il  paese  avea  giudicato  contro  i  lords. 
Il   18  aprile   1910,    il  Governo  ripresentava  ai  Comuni  il  Fi- 
nance Bill,  già  aggiornato  dai  Lords  il  30  novembre  dell'anno 
precedente,  chiedendone  l'approvazione  senza  mutamenti  essen- 
ziali del  testo,  che  i  Comuni  aveano  approvato  ai  4  novem- 
bre 1909  prima  delle  elezioni.  Cosi  fu  fatto  ;  si  applicò  il   si- 
stema volgarmente  detto  della  ghigliottina,  e  il  Finance  Bill  fu 


CAP.  XV.]       LE  IMPOSTE  SUI  PLUS  VALORI  449 

approvato  in  terza  lettura  dai  Comuni  ai  27  aprile  191  o.  Lo 
stesso  giorno  fu  presentato  alla  Camera  dei  Lords,  che  lo  votò 
immediatamente  in  prima  lettura,  e  ai  28  aprile,  il  giorno  se- 
guente lo  approvò  in  seconda  e  terza  lettura,  dichiarando  che 
i  lords  mantenevano  la  parola  data  prima  delle  elezioni  e  l'im- 
pegno preso  di  accogliere  il  Finance  Bill  ove  il  paese  avesse 
rimandata  una  maggioranza  liberale,  qualunque  fosse  il  loro 
pensiero  sulle  proposte  riforme.  Ai  29  aprile  re  Edoardo  san- 
zionava il  Finance  Bill,  che  diveniva  cosi  la  legge  di  finanza, 
Finance  Ad,  del  29  aprile  1910.  La  lotta,  per  quello  che 
riguardava  le  nuove  imposte  era  finita,  vittoriosamente  pei 
hberali.  Nell'anno  seguente,  poi,  19 11,  il  potere  dei  lords  in 
materia  finanziaria  veniva  limitato  in  virtù  di  una  legge 
che  i  lords  stessi  accettavano  dopo  viva  resistenza  (legge  18 
agosto  19 II  :  Parliament  Ad  1911)  ;  e  uno  dei  più  interessanti 
e  gravi  conflitti  costituzionali ,  che  ricordi  la  storia  del 
Regno  Unito,  si  chiudeva  con  l'affermazione  della  supremazia 
insindacabile  della  Camera  popolare  in  materia  finanziaria. 

Il  Finance  Ad  del  29  aprile  1910  introduceva  quattro  spe- 
ciaH  imposte:  l'increment  vaine  duty,  imposta  sul  plus  valore 
netto;  la  reversion  duty,  imposta  sui  benefici  del  proprietario 
alla  ripresa  del  terreno  dato  a  lungo  affitto,  allo  spirar  del 
medesimo  ;  l'undeveloped  land  duty,  imposta  sui  terreni  non 
messi  in  valore  o  non  sufficientemente  messi  in  valore  ;  la  mi- 
nerai right  duty,  imposta  sui  diritti  minerari.  È  l'insieme  di 
queste  imposte  che  costituiva  la  riforma  finanziaria  del  19 io: 
due  di  esse  miravano  a  far  partecipare  la  collettività  ai  plus 
valori  non  guadagnati  dai  proprietarii  ed  erano  l'increment 
vaine  dnty  e  la  reversion  duty;  le  altre  due  {undeveloped  land 
dnty  e  minerai  right  dnty)  tendevano  ad  ostacolare  le  immo- 
biUzzazioni  della  proprietà  fondiaria  e  mineraria  e  a  spingere 
1  proprietari  a  metterla  in  valore  o  a  sfruttarla  *. 

L'  imposta  sui  plus-valori  netti  {increment  value-duty)  era 
sancita  dall'articolo  i  del  Finance  Ad  191D    in    questi    ter- 


*  William  Oualid:  U Itnposition  des  plus-values  foncières  en 
Angleterre,  in  Revue  de  Science  et  de  Lègislation  financières.  Vili  annèe 
1910  num.    3. 


45 O  SCIENZA    DELLE  FINANZE  [LIBRO    II. 

mini  :  «  Sarà  stabilito,  imposto  e  percepito  sul  plus-valore  di 
ogni  terreno  {increment  value  )  un  diritto  chiamato  increment 
value  duty,  al  tasso  di  una  sterlina  per  ogni  cinque  sterline 
di  plus-valore  del  fondo  »  .  Come  ebbe  a  dichiarajre  Lloyd  Geor- 
ge nella  sua  esposizione  finanziaria  del  1909,  l'imposta  non 
avrebbe  dovuto  colpire  che  il  plus  valore  strettamente  non 
guadagnato,  cioè  quegli  incrementi  di  valore  che  il  proprietario 
o  chi  per  lui  non  avevano  in  nulla  contribuito  a  creare  dal  30 
aprile  1909.  Si  sarebbe  dovuto  procedere  ad  una  valuta- 
zione di  tutto  il  terrreno  di  proprietà  privata  del  Regno  Unito,, 
ad  una  valutazione  cioè  preventiva  da  venire  di  base  ai  cal- 
coli avvenire,  e  poi ,  nei  casi  in  cui  si  sarebbe  dovuto  in 
seguito  percepire  l'imposta  sulVunearned  increment ,  si  sa- 
rebbe confrontato  il  valore  di  allora  con  quello  prima  ac- 
certato e  si  sarebbe  determinato  quale  parte  del  maggior 
valore  del  fondo  si  sarebbe  dovuto  ritenere  strettamente  non 
guadagnata   e   quindi   soggetta   ad   imposta. 

J^' increment  value  duty  era  un  imposta  proporzionale  che 
colpiva  il  plus  valore  strettamente  non  guadagnato  in  ra- 
gione del  20  %.  Poiché  dava  luogo  a  molte  deduzioni  pu6 
anche  dirsi  che  avesse  in  un  certo  senso  carattere  degressivo. 
Passiamo  ora  alle  altre  imposte  introdotte  col  Finance 
Act  del  29  aprile  1910,  e  cioè  alla  R'eversion  duty,  alla  Undeve- 
loped  land  duty  e  alla  minerai  rights  duty  *. 

La  Reversion  duty  colpiva  i  benefici  che  ricavava  il  loca- 
tore allo  spirare  di  un  affitto  ;  benefici  che  si  calcolavano  nel 
giorno  stesso  in  cui  l'affitto  spirava,  su  dichiarazione  del  lo- 
catore ,  la  quale  poteva  essere  controllata  dai  commissarii. 
L'imposta  colpiva  il  beneficio  netto  del  locatore,  il  vantaggio 
che  a  lui  veniva,  allo  spirar  dell'affitto,  indipendentemente  da 
ogni  suo  lavoro,  anzi  da  ogni  sua  azione.  Per  calcolare  il  bene- 
fizio netto  del  locatore,  si  cominciava  col  calcolare  il  valore 
totale  del  terreno  al  termine  della  locazione,  e  da  esso  si  dedu- 

*  Il  testo  del  Finance  Act  29  aprile  1910,  per  ciò  che  riguarda  le  impo- 
ste sulla  proprietà  fondiaria,  è  nel  Bulletin  de.  StatisHgue  et  Lègislation 
comparèe,   XXIV  annèe,  aoùt   1910,  pp.  222-248.   Per  1'  increment  value 
duty  confr.  più  specialmente  pp.  222-231  (articoli  i  a  14)  e  pp.  239-241 
art.    25-27). 


CAP.    XV.]  LE    IMPOSTE    SUI    PLUSVALORI  45  I 

ce  va  ogni  incremento  di  valore  che  poteva  derivare  da  spese 
fatte  dal  proprietario  nel  corso  dello  affitto,  siano  di  natura 
permanente,  come  le  migliorie,  siano  di  natura  temporanea  ; 
si  deducevano  inoltre  le  indennità  pagate  all'affittuario  al  ter- 
mine dell'affitto,  ai  sensi  della  legge  1908,  e  quanto  il  proprie- 
tario o  il  locatore  avessero  impiegato  in  capitale  e  lavoro. 
Si  aveva  cosi  il  valore  totale  netto  allo  spirare  dello  affitto, 
che  si  doveva  paragonare  al  valore  originario  all'  inizio  di 
esso,  per  conoscere  il  benefizio  del  locatore.  Il  valore  originario 
si  calcolava  in  funzione  dello  affitto  pagato  dal  locatario,  dei 
versamenti  o  premi  da  lui  fatti  una  volta  tanto  e  dei  lavori 
che  si  era  al  principio  impegnato  a  fare,  come  costruzione 
di  edifici,  miglioramenti  etc.  Si  aveva  così  una  somma  che 
rappresenta  il  valore  originario  :  questa  si  paragonava  al  va- 
lore netto  allo  spirare  dell'affitto  e  si  otteneva  la  differenza 
che  costiuisce  il  benefizio  del  locatore,  la  quale  era  soggetta  ad 
imposta.  Questo  benefizio  del  locatore  era  l'oggetto  della  rever- 
sion  duty,  ma  non  era  ancora  l'imponibile  netto,  perchè  la  legge 
ammetteva  da  esso  deduzioni  ed  esenzioni.  Vi  era  la  deduzione 
del  2  ^%  della  somma  dovuta  per  ogni  anno  di  affitto  sino  alla 
concorrenza  del  50%  di  essa,  quando  il  locatore  avesse  rinnovato 
l'affitto  per  una  durata  superiore  ai  21  anno  col  medesimo 
affittuario,  e  quando  sullo  stesso  immobile  che  doveva  essere 
colpito  dalla  reversion  duty  era  già  stata  percepito  per  una 
somma  eguale  o  maggiore  l' increment  value  duty:  se  questo 
era  stata  percepito  per  una  somma  minore  si  sarebbe  pagata 
la  reversion  duty  nella  sola  differenza  ;  ciò  per  evitare  la  dop- 
pia imposizione,  trattandosi  anche  qui  di  un'imposta  sugli 
incrementi  di  valore  non  guadagnati.  Operate  queste  dedu- 
zioni il  benefizio  netto  del  proprietario  era  colpito  dalla  re- 
version duty,  però  esenti  da  questa  imposta:  i  i  benefizi  del 
locatore  che  eiano  stati  venduti  quaranta  anni  prima  della 
fine  dello  affitto;  2  i  benefizi  del  locatore  o  del  sub-locatore 
quando  1'  affitto  spirato  era  stato  concluso  almeno  per  21 
anni  al  suo  principio;  3  gli  affitti  dei  terreni  agricoli.  La  re- 
version duty  colpiva  il  benefizio  del  proprietario  in  ragione 
del  10%.  Èra  un'impost?L  proporzionale,  la  quale  si  risolveva 
in  fondo  anch'essa  in  un'  imposizione  degl'incrementi   di  va- 


452  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

lore  non  guadagnati,  dipendenti  dagli  affitti  e  non  sottoposti 
all' increment   value   duty. 

IL' Undeveloped  land  duty  aveva  scopi  diversi  delle  due  im- 
poste precedenti.  Essa  mirava  a  spingere  i  proprietarii  ad 
utilizzare  le  loro  terre,  colpendo  il  valore  che  esse  avrebbero 
potuto  acquistare  se  coltivate,  e  che  non  avevano  perchè 
trascurate  od  inutilizzate.  Èra  un'imposta  annuale,  cui  avrebbe 
dovuto  servire  di  base  la  valutazione  preventiva  dei  terreni  del 
Regno  Unito  della  quale  si  è  parlato.  Erano  soggette  all'impo- 
sta le  terre  non  messe  in  valore  o  messe  insufficientemente  in 
valore.  Per  accertar  l'imponibile  si  prendeva  per  base  la  va- 
lutazione del  terreno  nudo  nello  stato  in  cui  si  trovava,  si 
calcolava  ciò  che  lo  stesso  sarebbe  potuto  valere  come  terra 
agricola  e  si  trovava  la  differenza  fra  il  valore  attuale  ed 
il  valore  possibile  :  questa  differenza  era  oggetto  della  im- 
posta. Dallo  imponibile  lordo  si  deducevano  tutte  le  spese 
che  il  proprietario  aveva  fatto  in  miglioramenti  e  lavori 
nel  corso  degli  ultimi  dieci  anni,  ragguagliandole  al  valore 
di  un  acre  di  terra  per  ogni  loo  sterline  spese:  ciò  che  restava 
costituiva   l'imponibile    lordo    che   era  colpito    dalla  imposta. 

Per  agevolare  la  formazione  della  piccola  proprietà  colti- 
vatrice, la  legge  di  finanza  del  29  aprile  19 io  prescriveva 
che  non  erano  soggette  all' undeveloped  land  duty  le  terre 
agricole  coltivate  direttamente  dal  proprietario  o  dal  loca- 
tario se  il  complesso  del  terreni  agricoli  posseduti  da  chi 
coltivava  direttamente  non  superava  in  valore  le  lire  12610 
(500  sterUne).  IL' undeveloped  land  duty  era  un'  imposta  an- 
nuale proporzionale,  che  colpiva  in  ragione  di  ^  penny  per 
cento  del  valore  non  sviluppato  netto  imponibile.  La  terra 
non  messa  in  valore  era  dunque  colpita  in  ragione  del 
2.083  %  e  l'imposta  è  percepita  sul  valore  del  terreno  nudo, 
eseguite  tutte  le  deduzioni  di  legge,  comprese  quelle  per  im- 
poste già  pagate,  etc.  *. 

La  guerra  ha  annullato  i  risultati  di  una  tanta  battaglia 
fiscale.   Se  Lloyd   George  era  riuscito  nel    1910  a   far  notare 

•  Oualid  :  L'imposition  des  plus-values  foncières  en  Angleterre,  già 
(itala  nella  Revue  Financière.  1910,  pag.  430. 


CAF.  XVI.]       LE  IMPOSTE  SUI  PLUS  VALORI  453 

dai  Comuni  e  dai  Lords  le  nuove  imposte  fondiarie,  l'animi - 
nistrazione  inglese  non  è  riuscita  a  compiere  quella  valuta- 
zione preventiva  dei  terreni  che  era  indispensabile  alla  ap- 
plicazione della  legge.  Il  30  aprile  1919  il  Cancelliere  dello 
Scacchiere,  Austin  Chamberlain  ,  annunziava  ai  Comuni  che 
la  increment  value  duty,  la  reversion  duty  e  la  undevéloped  4 
land  duty  erano  inapplicabili,  e  che  quindi  sarebbe  occorso  , 
abrogarle,  ciò  che  non  sembrava  nel  momento  prudente;  onde 
proponeva  di  sospenderne  l'applicazione  e  deferire  ad  un  Co- 
mitato scelto  dai  deputati  lo  studio  della  questione.  Così  fu 
deciso,  Llyod  George,  primo  ministro,  era  costretto  a  consen- 
tire che  il  Cancelliere  dello  Scacchiere  del  Gabinetto  da  lui 
presieduto  avesse  composte  in  un  onorata  sepoltura  le  tre  im- 
poste che  il  Premier  di  ora  aveva  dieci  anni  prima  tanto 
faticato  a  mettere  al  mondo.  Può  darsi  tornino  a  nuova 
vita    se  muteranno  i  tempi  ! 

Della  minerai  rights  duty  si  è  parlato  innanzi  a  proposito 
delle  imposte  minerarie.  Per  ragion  di  continenza  diremo 
qui  che  essa  mira  al  fine  stesso,  che  si  propone  1'  undevéloped 
land  duty  :  spingere  i  proprietarii  a  rendere  utile  nello  interes- 
se sociale  le  loro  proprietà  minerarie.  Il  diritto  minerario 
inglese  applica  rigorosamente  il  principio  dell'accessione, 
accordando  al  proprietario  la  proprietà  piena  ed  intera  del 
sottosuolo,  ed  autorizzandolo  quindi  a  metterlo  in  valore 
per  conto  proprio  o  a  cederne  lo  sfruttamento,  mediante 
un'indennità.  La  minerai  rights  duty,  cosi,  è  un'imposta  sul 
reddito  (mentre  Vincrement  value  duty ,  la  reversion  duty 
e  Vundeveloped  land  duty  erano  imposte  sul  capitale)  ,  ed  è 
pur  di  più  un'imposta  sul  reddito  possibile  e  non  sempre  sul 
reddito  reale.  La  legge  stabilisce,  che  il  valore  dei  diritti 
minerari  sia  stimato  annualmente,  quando  si  percepiscono  i 
minerai  rights.  *. 

Una  qualche  analogia  colla  undevéloped  land  duty  hanno 
le   imposte   sulle   aree   edilizie   vacanti,    adoperate   da    molti 

♦  Per  il  testo  delle  leggi  d'imposta  sulla  reversion  duty,  undevéloped 
duty  e  sulla  minerai  rights  duty,  vedi  sempre  il  Bulletin  de  statistique  et 
lègislation  comparèe.  Aoùt  1910,  pp.  230-234,  specialmente,  e  seguenti. 


N  i  t  ti 


30 


454  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO    II. 

comuni  all'estero,  specie  in  Prussia,  e  consentite  anche  in  Italia 
agli  enti  locali  dalle  leggi  8  luglio  1904  e  11  luglio  1907.  La  leg- 
ge del  1904  autor  zzava  i  comuni  a  colpire  le  aree  vacanti 
con  un'aliquota  dell'i  %  si  dimostrò  quindi  di  scarsissimo 
effetto.  La  legge  posteriore  degli  11  luglio  1907  è  un  passo 
verso  l'imposizione  dei  plus  valori  urbani.  Essa  infatti  con- 
sente ai  comuni  d'imporre  la  plus  valenza  delle  aree  non  fab- 
bricate con  un'aliquota  del  3  %.  Il  plus  valore  si  calcola 
nella  differenza  fra  il  valore  attuale  del  terreno  come  suolo 
edilizio  e  il  valore  del  terreno  come  suolo  agricolo,  che  la 
legge  stima  ad  una  lira  per  metro  quadrato.  Il  valore  dei  ter- 
reni è  denunziato  dai  proprietarii  o  in  mancanza  accertato 
dal  Comune,  che  può  sempre  per  tutta  la  durata  del  piano 
regolatore  (25  anni),  espropriare  l'area  al  prezzo  dichia,rato 
dal  proprietario.  Questa  imposta  sulle  aree  edilizie  vacanti 
è  già  applicata  nei  comuni  di  Milano,  Torino,  e  Roma  *. 
In  Italia  e  fuori  queste  imposte  mirano  a  limitare  la  immo- 
bilizzazione e  la  speculazione.  La  politica  municipale  delle 
grandi  città  tende  oramai  a  rendere  più  che  sia  possibile  mo- 
bile il  terreno  vacante,  sia  con  imposte  sui  suoli  liberi,  sia 
con  l'acquisto  diretto  da  parte  delle  municipalità  di  terreno 
fabbricabili  da  cedere  a  società  o  a  privati  coli'  obbligo  di 
costruirvi  case.  In  Inghilterra  Birmingham  e  Glasgow,  ser- 
vendosi del  leasehold,  per  cui  le  aree  fabbricabili  vengono 
affidate  ai  costruttori  in  lunghissimi  affitti,  col  corrispettivo 
di  un  canone  annuo  e  coU'obbligo  di  restituire  alla  fine  dello 
affitto  le  aree  e  gli  edifizii,  riescirono  a  far  costruire  vie  impo- 
nenti e  case.  In  Germania  si,  è  imitato  il  sistema  inglese. 
Le  città,  favorite  dal  nuovo  codice  civile  del  1900,  che  re- 
gola l'istituto  dell'  Erbaurechi  (  analogo  o  quasi  al  nostro 
diritto  di  superficie  )  ,  cedono  ai  privati,  per  un  canone  annuo. 


*  Relativamente  alla  imposta  sule  aree  edilizie  vacanti  in  Italia  cfr., 
Geisser:  L'imposta  sulle  aree  fabbricabili,  in  Riforme  Sociale.  1907» 
p.  426,  e  1908  p.  145  ;  Montemartini:  La  politica  municipale  nei 
grandi  centri  urbani  in  Giornale  degli  Economisti  1907,  p.  1153;  Gobbi. 
L'imposta  sulle  aree  fabbricabili,  in  Giornale  degli  Economisti,  1907,  pag. 
462.  Sulla  politica  delle  abitazioni  e  sui  tributi  edilizii  cfr.  la  rassegna  men- 
iiile  del  Bollettino  dall'Ufficio  del  Lavoro. 


CAP.     XVII.]  LA   RICCHEZZA  MOBILIARE  455 

suoli  dei  quali  conservano  la  proprietà,  col  diritto  di  ripren- 
dere area  e  casa  alla  fine  della  concessione.  Così  hanno  fatto 
Lipsia,  Manheim,  Halle,  Francoforte.  L'Austria  si  era  messa 
prima  della  guerra  sulla  stessa  via.  L' imposizione  dei  plus 
valori  urbani  diventa  cosi  nelle  finanze  comunali  un  espe- 
diente di  politica  municipale   edilizia. 

L'imposizione  dei  plus  valori  nella  sua  forma  tipica,  nuova, 
d'imposizione  di  Stato,  è  cosa  diversa.  Si  tratta  d'imposte 
sul  capitale,  il  cui  esperimento  è  per  i  politici  e  per  gli  stu- 
diosi   della   maggiore   importanza. 


xvn. 

Le    IMPOSTE    SULLA    RICCHEZZA    MOBILIARE 
E  SUI   REDDITI   DEL  LAVORO. 

I.  La  ricchezza  mobiliare. 

144.  Oggidì,  in  quasi  tutti  i  paesi  di  Europa  piìi  progredi- 
ti, la  ricchezza  terriera  e  la  ricchezza  edilizia  non  hanno  più 
l'importanza  relativa  che  avevano  in  passato.  Ormai  l'indu- 
stria ha  avuto  uno  sviluppo  così  enorme  che  in  molti  paesi  ha 
una  importanza  assai  superiore  all'agricoltura,  dal  punto  di 
vista  della  situazione  rispettiva  dei  redditi  agricoli  e  dei  reddi- 
ti industriali.  Vi  sono  in  Europa  paesi  come  l'Inghilterra,  il 
Belgio,  la  Sassonia,  la  Svizzera  dove  la  maggiore  ricchezza  della 
popolazione  è  nella  industria.  La  vilis  mohilium  possessio,  di  cui 
parlano  spesso  con  dispregio  i  vecchi  trattatisti,  e  che  in  passato 
era  quasi  esente  da  imposte,  ha  oramai  una  posizione  preva- 
lente. Nello  stesso  tempo  è  cresciuta  quasi  dovunque  la  ricchezza 
mobiliare  sotto  ogni  forma:  titoli  pubblici,  di  società  industriali, 
di  miniere,  di  banche,  azioni  e  obbligazioni  di  ferrovie,  ecc. 

Lo  sviluppo  delle  società  in  accomandita  e  delle  anonime, 
ripartendo  più  largamente  il  rischio,  ha  permesso  lo  svolgersi 
di  industrie  che  prima  non  sarebbero  state  possibili  e  che  ora 
hanno  avuto   svolgimento   enorme. 

Secondo  ricerche  relativamente  non   antiche,  secondo  dati 


456  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO   II. 

raccolti  in  massima  un  venti  anni  or  sono,  la  ricchezza  mobi- 
liare di  Europa  si  poteva  valutare  in  452  miliardi  di  lire,  di  cui 
125  in  rendite  dei  vari  stati  europei,  125  in  titoli  di  ferrovie, 
prestiti  comunali  o  provinciali  ecc.  ,  50  in  titoli  di  credito  fon- 
diario, 125  a  150  in  titoli  di  società  industriali  di  ogni  genere, 
miniere,  assicurazioni,  ecc.  Si  sarebbe  potuto  non  colpire  con 
imposta  una  così  grande  massa  di  ricchezza,  la  maggiore  ric- 
chezza forse  e  la  più  remunerativa  ?  * 

È  innegabile  che  niente  più  dello  sviluppo  dei  valori  mobi- 
liari ha  contribuito  e  contribuisce  allo  sviluppo  economico  del- 
le società  moderne  :  è  innegabile  del  pari  che  oramai  la  ricchez- 
za mobiliare  ha  di  fronte  alla  immobiliare  una  importanza  re- 
lativamente assai  maggiore. 

Non  prendiamo  punto  l'esempio  dell'Inghilterra  e  di  piccoli 
stati  essenzialmente  industriali,  come  la  Svizzera,  o  il  Belgio. 
Prendiamo  l'esempio  della  Francia  ove  la  proprietà  fondiaria 
ha  un'importanza  grandissima .  Anche  in  essa  i  valori  mobi- 
liari assumono  una  importanza   sempre    maggiore  f  . 

♦  Le  valutazioni  cui  si  accei  na  nel  testo  sono  le  seguenti  : 


Ammontare 

della 

Autore  della 

Data  della 

Stato 

valutazione 

valutazione 

valutazione 

(miliardi   di 

lire) 

Inghilterra 

182,6 

Hendricks 

1897 

Germania 

92,0 

Christians 

1896-97 

Austria 

27,1 

Raucheberg 

1898-99 

Belgio 

13,4 

Bidlettin  de  statistique 

1911 

Danimarca 

2,7 

Scharling 

1908 

Francia 

114,0 

Thery 

1908 

Italia 

I7Ó 

Stringher 

1897 

Norvegia 

0,8 

Kiaer 

1898 

Paesi  Bassi 

13,6 

Pierson 

1897-98 

Romania 

1,8 

Ocanesco 

1898-99 

Russia 

25,5 

BuUcttin  de  statistique 

1895 

491,0 
Queste  sono  valutazioni   antiche.  Ma  a  quanto   ammonta  ora  dopo  la 
guerra,  ragguagliata  in  moneta  spesso  svalutate,  la  ricchezza  mobiliare? 

t  II  Thery  ha,  nel  1908  censito  le  forze  economiche  della  Francia  e  ne 
ha  esaminato  lo  svolgimento.  Secondo  i  suoi  calcoli,  la  ricchezza  della 
Repubblica,  che,  nel  1892  ascendeva    a  242  miliardi,  raggiungeva  i  287 


•CAP.   XVII.J 


LA  RICCHEZZA    MOBILIARE 


457 


Secondo  Neymarck,  i  valori  mobiliari  circolanti  in  Europa 
sorpassavano,  da  tempo,  i  500  miliardi.  Così  soltanto  è  stato 


miliardi  nel  1908,  anno  m  cui  fu  ordinata  la    grande    inchiesta    agricola. 
Le  mutazioni  più  notevoli  sarebbero  state  le  seguenti,  in  milioni  di   lire  : 


1892 


Differenza    nel     1908 
1908  Totale         olo 


Proprietà  rustica 

77.847 

75,500 

— 

2,347 

+ 

3,0 

Bestiame 

8,017 

8,930 

+ 

913 

+ 

11,4 

Proprietà  urbana 

48,592 

57,934 

+ 

9,342 

+ 

19,7 

Valori  industriali  e  commerciali 

6,624 

9,520 

+ 

2,896 

+ 

43,7 

Valori  mobil.  francesi 

56,286 

66,446 

+ 

io,i6o 

+ 

81,0 

Valori  mobil.  stranieri 

21,000 

38,000 

+ 

17,000 

+ 

81,0 

Numerario  in  oro 

3,371 

6,600 

+ 

3,229 

+ 

95,8 

Numerario  in  argento 

2,442 

2,065 

377 

— 

15,4 

Mobili,  oggetti  d'arte 

I7»433 

20,270 

+ 

2,837 

+ 

16,3 

Automobili,  vetture 

1,337 

2,017 

+ 

680 

+ 

50,8 

Totale     242,949  287,282    +   44,333    +    18,3 

Il  valore  della  proprietà  rustica  è  diminuito  di  2350  milioni.  Tal  feno- 
meno si  spiega  facilmente  sol  che  si  ripensi  come  dal  1880  in  poi  la  pro- 
prietà terriera  abbia  attraversata  una  crisi  assai  forte.  L'aumento  di  9342 
milioni  nella  proprietà  fabbricata,  si  spiega  coll'urbanismo,  e  quello  di 
17  miliardi  nei  valori  mobiliari  stranieri  coi  prestiti  collocati  in  Francia, 
-da  25  anni  a  questa  parte.  Prima  della  guerra  nello  spazio  di  16  anni  s'è 
arricchito  del   15  %    all'incirca. 

Dalle  cifre  fornite  da  Necker  nel  libro  su  V Administration  des  finances, 
risulta,  che  a  quel  tempo  i  beni  mobili  e  gli  immobili  rendevano  per  le 
imposte  rispettivamente  16  e  84  %  delle  entrate.  E  l'Assemblea  costi- 
tuente calcolava  che  i  beni  mobili  potessero  dare  per  imposte  dirette  al 
bilancio  60  milioni,  gl'immobili  300;  e  queste  cifre  esprimono  senza  dub- 
bio, non  un  rapporto  preciso,  che  allora  era  impossibile  fare,  ma  un'ap- 
prossimazione. E  bene  come  tutto  ciò  è  mutato  !  I  valori  quotati  alla 
Borsa  di  Parigi  erano  nel  1800  appena  7  o  8  in  generale  consolidati,  rap- 
presentanti appena  40  milioni  di  rendita.  Al  28  febbraio  1900  la  cote  o/- 
ficielle  comprendeva  412  società  le  cui  azioni  e  obbligazioni  rappresen- 
tavano al  corso  del  giorno  42  miliardi  e  203  titoli  di  prestiti  di  stati  e  di 
enti  locali  per  circa  56  miliardi.  Aggiungendo  le  rendite  francesi,  erano 
125  miliardi  all'incirca  ammessi  alla  cote.  Senza  dubbio  i  valori  mobiliari 
sfuggono  alla  imposta  di  successione  più  degli  immobiliari:  questi  ultimi 
non  riesce  nascondere  mai,  i  primi  assai  spesso.  Pure  in  Francia  i  primi 
soverchiano  da  gran  tempo  gli  altri.  Dal  1826  al  1898  i  valori  successori 
mobiliari  sono  dunque  cresciuti  del  75  %,  e  gli  immobiliari  appena  del 


458  SCIENZA    DELLE     FINANZE  [LIBRO  II. 

possibile  lo  sviluppo  dell'industria:  così  il  capitale  ha  acqui- 
stato una  vera  mobilità  e,  anche  data  una  tendenza  sempre 
più  accentuata  a  una  ripartizione  più  larga  del  reddito,  si  sono 
potute  compiere  le  grandi  opere  che  costano  e  sono  costate 
molti  miliardi. 

Nel  commercio  internazionale  i  valori  mobiliari  hanno  ac- 
quistato una  grandissima  importanza.  Poi  che  i  titoli  rappre- 
sentano proprietà  di  una  natura  diversissima,  lo  scambio  fra 
di  essi,  che  si  fa  per  semplice  tradizione  se  si  tratta  di  titoli  al 
portatore,  per  trasferimento  se  si  tratta  di  nominativi,  ne  rende 
la  commerciabilità  estrema.  Una  società  con  loo  milioni  di  ca- 
pitale e  con  azioni  di  loo  lire  ciascuna,  può  attirare  il  piccolo 
risparmio  per  la  commerciabilità  stessa  dei  titoli.  Se  un'azione 
è  quotata  in  borsa  i.ioo  lire,  chi  la  possiede  vuol  dire  che 
ha  la  disponibilità  di  questa  somma,  che  cioè  tutte  le  volte  che 
ne  ha  bisogno  può  alienare  il  suo  titolo  e  scambiarlo,  se  crede, 
in  merci  o  in  derrate.  Le  rendite  degli  stati  moderni  erano 
divenute  prima  della  guerra  veri  titoli  internazionali;  il  com- 
mercio internazionale  dei  valori  mobiliari  è  a  sua  volta  una 
parte  dello  scambio  internazionale. 

D'altronde  gli  stessi  redditi  del  lavoro  rappresentano  una 
parte  sempre  maggiore  del  reddito  nazionale;  e  benché  la  esen- 
zione dei  redditi  minori  appaia  non  solo  doverosa,  ma  neces- 
saria, pure  non  si  può  in  via  generale  ammettere  che  siano  e- 
senti  da  imposte.  Le  forze  naturali,  il  lavoro,  il  capitale,  che  so- 
no i  tre  fattori  che  partecipano  a  ogni  atto  della  produzione, 
intervengono  ora  in  assai  diversa  misura  che  in  passato  *.  In 
una  prima  fase  erano  le  forze  naturali,  che  avevano  prevalen- 
za quasi  assoluta:  in  grandi  territori  con  popolazione  scar- 

25  %.  Sullo  sviluppo  e  sulla  importanza  dei  valori  mobiliari  v.  in  Val. 
mob.  fra  le  molte  comunicazioni  quelle  diBesson,  Salefranque, 
M  e  y  m  a  r  e  k,  R.  G.  L  é  v  y,  L  i  m  o  u  s  i  n,  ecc.  Interessanti  i  calcoli 
di  Neyraarck  nel  suo  giornale  Le  Rentier  sulla  ricchezza  mobiliare  in  vari 
paesi.  Altri  calcoli  si  trovano  in  The  Economist  di  Londra  ;  nel  BuUettin 
des  intéréts  matériels  e  neW Economiste  européen  di  Bruxelles,  neW Econo- 
miste frangais  di  Parigi  ecc. 

*  Cfr.  R  o  s  e  h  e  r  :  Grundlagen  der  Nationalokonomie,  Stuttgart  1875, 
p.  101-2.  Schaeffle:  Sistema  sociale  delV economia  umana  nella  B. 
d.   E.  3.  serie  voi.  V.  pag.  462-474- 


CAP.    XVII.]  LE    IMPOSTE    SUL   CAPITALE  459 

sa  erano  le  condizioni  naturali  che  più  determinavano  la  produ- 
zione :  i  boschi,  le  acque,  i  suoli.  In  una  seconda  fase  (che  in- 
comincia, in  generale  nella  seconda  metà  del  medio  evo)  il 
lavoro  assume  nella  produzione  importanza  assai  più  grande. 
Se  non  che,  diventando  la  produzione  sempre  più  intensiva,  il 
capitale  assume  una  importanza  crescente  e  anche  il  capitale 
circolante  cresce  in  ogni  industria  in  proporzione  anche  più 
grande  del  capitale  fisso.  In  questa  terza  fase  è  il  capitale  che 
dà  l'impronta  alla  produzione.  Ora  in  questa  terza  fase  la  rie- 
cliezza  immobihare  si  è  svolta  con  una  progressione  rapida 
e  che  sarebbe  cjuasi  parsa  inverosimile  ancora  mezzo  secolo  fa. 
Ir  redditi  mobiliari  rispetto  alla  fonte  da  cui  derivano  si  di- 
stinguono in  :  I  tQ^i^j^iiAe^c^Unlc ,  derivanti  dall'interesse; 
2  redditi  industriali .  derivanti  dal  profitto;  3  redditi  persona- 
li,  derivanti  in  generale  dal  lavoro. 

II.  Le  imposte  sui  redditi  del  capita!-^. 

145.  Il  capitale,  nelle  società  contemporanee,  più  che  in 
tutte  le  precedenti,  a  causa  sopra  tutto  della  sua  mobilità  e 
della  più  grande  sicurezza  degli  ordinamenti  politici,  si  riprodu- 
ce quasi  automaticamente.  I  detentori  di  titoli  di  Stato,  i  de- 
tentori di  tutte  le  innumerevoli  azioni  e  obbligazioni  che  rap- 
presentano sotto  forme  così  \  arie  la  ricchezza  mobiliare,  as- 
sai spesso  non  hanno  né  meno  una  idea  lontana  delle  intra- 
prese cui  il  loro  capitale  contribuisce. 

Il  creditore  ipotecario  o  chirografario,  il  detentore  di  un  ti- 
tolo di  Stato  prendono  un  interesse  annuale,  che  rappresenta 
il  fitto  del  capitale  da  essi  dato  in  uso.  Ora  questa  forma  di 
reddito,  come  quella  che  si  presenta  in  condizione  più  vantag- 
giosa di  altre  e  anche  assorbe  meno  l'attività  individuale  di 
coloro  che  lo  percepiscono,  non  solo  non  va  esente  da  imposta, 
ma  in  generale  va  considerata  anche  separatamente. 

È  evidente  che  le  imposte  sugli  interessi  del  capitale  assu- 
mono un  aspetto  diverso,  secondo  che  si  tratti  di  operazioni  in 
corso  o  di  nuove  operazioni  da  fare.  Quando  si  tratti  di  opera- 
zioni in  corso,  il  capitalista  colpito  non  può  trasferire  l'impo- 
sta sui  debitori  :  così,  se  una  persona  che  ha  prestato  su  ipote- 


460  SCIENZA  DELLE    FINANZE  [LIBRO   II. 

ca  per  20  anni  è  colpita  dalla  imposta  ,  non  può  trasferirla. 
E  se  vende  il  suo  credito  deve  allo  stesso  modo  di  un  proprieta- 
rio di  terre,  deprezzarlo  dell'ammontare  della  imposta,  ca.pi- 
talizzato  al  saggio  corrente  di  interessi.  Invece,  trattandosi 
di  operazioni  nuove,  l'imposta  può  essere  trasferita  assai  so- 
vente su  i  consumatori  del  credito;  e  i  capitali  nuovi  tenderan- 
no sempre  a  investirsi  nelle  forme  meno  gravate  dalla  imposta. 

Una  imposta  generale  sul  capitale  circolante  è  in  pratica  im- 
possibile ;  ed  essendovi  imposte  differenti,  vi  sono  sempre 
in  realtà  imposte  che  percuotono  disegualmente  i  vari  investi- 
menti del  capitale.  I  mezzi  che  il  legislatore  ha  a  disposizione 
per  costringere  il  capitale  sono  assai  limitati  e  inefficaci.  Ora 
le  imposte  che  colpiscono  il  capitale  devono  sempre  esser  ta- 
li che  non  ne  scoraggino  gli  investimenti.  In  quasi  tutti  i  siste- 
mi tributari  si  usa  colpire  diversamente  i  redditi  che  derivano 
dagli  interessi  del  capitale,  dai  profitti  industriali  e  dal  lavo- 
ro. Ciò  può  parere  ingiusto  a  prima  giunta;  ma  è  la  natura 
stessa  dei  redditi  che  determina  la  differenza.  Infatti,  chi  pos- 
siede un  capitale  e  lo  dà  a  prestito  ha  una  ricchezza  che  pro- 
duce interesse  indipendentemente  dall'attività  della  persona 
che  lo  possiede.  Il  possessore  può  sviluppare  comunque  la  sua 
attività.  Il  caso  è  un  pò  diverso  quando  si  tratti  di  profitti 
industriali  ;  ciascuna  industria  determina  l'attività  di  chi  ne 
è  a  capo,  completamente  o  quasi,  dispiegata  per  essa.  Infine 
i  redditi  professionali,  derivanti  dalla  persona,  sono  del  tutto 
inerenti  alla  persona,  con  cui  finiscono.  È  vero  che  in  pratica 
la  differenza  è  assai  difficile  a  fare  ;  ma,  ciò  non  toglie  punto 
che  esista. 

I  redditi  derivanti  da  interessi  del  capitale  sono  stati  col- 
piti più  tardi  degli  altri  ;  sia  perchè  hanno  avuto  grande  svilup- 
po assai  recentemente,  sia  perchè  nel  passato  (vietando  le  stes- 
se disposizioni  della  legge  ogni  commercio  del  denaro,  e  proi- 
bendo r  interesse  del  capitale)  non  poteano  sorgere.  Non 
mancano  né  meno  adesso  coloro  i  quali  affermano  che  il  ca- 
pitale prestato  paghi  già  mediante  le  imposte  sul  prodotto.  Ma 
non  occorre  né  meno  far  notare  che  qui  si  tratta  di  interessi 
ben  distinti  dai  profitti. 

Le  imposte  sugli  interessi  del  capitale  mirano  a  colpire  co- 


CAP.   XVII.]  LE  IMPOSTE   SUL   CAPII AT.E  46I 

loro-  che  hanno  crediti  di  ogni  natura  :  rendita  pubbHca  e  ti- 
toli di  enti  locaH,  crediti  chirografari,  ipotecari,  interessi  di 
depositi,  ecc.  ;  fondi  nazionali  o  fondi  esteri  posseduti  dai  cit- 
tadini. I  crediti  ipotecari  presentano  d'ordinario  una  grande 
sicurezza  :  ma  non  pochi  scrittori  si  preoccupano  di  colpire 
gli  interessi  che  ne  derivano,  temendo  che  la  imposta  incida 
i  debitori.  Queste  preoccupazioni  sono  eccessive.  Se  si  trat- 
ta di  imposte  generali  su  tutte  le  forme  d'interesse  del  capi- 
tale, i  prestatori  non  sono  arbitri  di  scegliere  uno  piuttosto 
che  un  altro  investimento  a  cagione  della  imposta  :  e  perchè 
la  domanda  di  capitale  non  varia,  è  assai  difficile  che  la  impo- 
sta incida  il  debitore. 

La  difficoltà  di  colpire  i  crediti  chirografari  è  invece  piut- 
tosto di  carattere  positivo:  deriva  dal  fatto  che  è  quasi  impos- 
sibile di  conoscerli,  ove  la  registrazione  non  sia  avvenuta.  È 
perciò  che  in  molti  paesi  si  vorrebbero  dichiarare  nulli  tutti  gli 
atti  non  registrati.  Questa  nullità  non  è  ingiusta  ;  ma  per- 
chè sia  possibile  e  non  dannosa,  occorrerebbe  aver  tasse  di  re- 
gistro fisse,   estremamente  basse. 

146.  Si  è  lungamente  discusso  se  la  imposta  sul  capita- 
le deva  anche  colpire  i  titoli  di  rendita  pubblica.  Pare  infatti 
illogico  che  lo  Stato  adotti  un  procedimento  così  assurdo, 
com'è  quello  di  avere  un  interesse  nominale,  che  diminuisce  con 
una  imposta,  quando  sarebbe  in  realtà  assai  più  semplice  of- 
frire un  interesse  minore,  ma  esente  da  ogni  imposta  * . 

L.  Say  combatteva  come  ingiusta  e  dannosa  ogni  imposta 
sui  titoli  di  rendita  pubblica  :  una  imposta,  egli  diceva,  che 
s'amortit  par  la  perle  en  capital  que  supporte  le  premier  impose, 
una  imposta  che  equivale  a  una  riduzione  del  capitale  del  de- 
bito. È  una  obiezione  di  poco  valore  e  che  riguarda  tutte  le 
imposte  reali.  In  generale  noi  riteniamo  che  se  vi  sono  imposte 
sugli  interessi  del  capitale  non  vi  sia  ragione  alcuna  di  creare 
differenza  fra  i  detentori  di  titoli  dello  Stato  e  detentori  di  ca- 
pitali mobiliari  :    è  logico  che  siano  trattati  tiitti  allo  stesso 

*  Cfr.  su  questi  argomenti:  Pantaleoni:  Teoria  della  traslazione, 
pag.  239  e  seg.;  Leon  Say:  Les  finances  de  la  France  sotts  la  troisiéme 
république,  voi.  Ili,  pag.  665  e  seg.  ;  Fernand  Paure:  L'impót  sur 
la  rente  nella  R.  P.  P.  di  luglio  1895  ;  ecc.  ecc. 


462  SCIENZA   DELLE     FINANZE  [LIBRO   ]I. 

modo,  tutti  esentati  o  tutti  colpiti.  L'Austria  avea  imposta  gra- 
ve sulla  rendita  pubblica  :  in  Italia  i  vecchi  titoli  5  %  fino  al 
1896  han  dato  in  realtà  il  4  %  :  erano  cioè  colpiti  in  propor- 
zione del  20  %.  Anche  in  Inghilterra  Vincome  tax  colpisce  la 
rendita  pubblica  e  non  solo  non  ha  agito  nocevolmente  sul  cor 
so  dei  titoli,  ma  non  ha  impedito  alcuna  conversione.  Ciò  che 
dà  fiducia  nei  titoli  di  rendita  pubblica  non  è  solo  il  loro  ren- 
dimento, ma  sopra  tutto  la  loro  sicurezza.  Un  governo  che 
onestamente  metta  una  imposta  sulla  rendita  rassicura  i  de- 
tentori dei  suoi  titoli  assai  più  di  un  governo  che  faccia  nuo- 
ve e  imprudenti  emissioni  mantenendo  alto  l'interesse.  Dimi- 
nuendo il  premio  di  assicurazione  si  viene  ad  aumentare  il  va- 
lore delle  cartelle,  in  modo  da  compensare  spesso  dopo  qual- 
che tempo,  con  molto  vantaggio  il  deprezzamento  che  deriva 
dall'interesse    minore. 

Un  titolo  di  rendita  è  domandato  in  proporzione  del  suo 
rendimento  e  della  sua  sicurezza,  e,  se  è  poco  rassicurante,  ri- 
chiederà un  alto  premio  di  assicurazione,  quindi  potrà  avere 
corsi  bassi  anche  con  interesse  elevato.  Se  diminuisce  l'in- 
teresse e  agisce  nel  senso  di  accrescere  la  sicurezza,  cioè  di  di- 
minuire il  premio  di  assicurazione,  può  accadere  ed  è  accadu- 
to spesso  che  il  titolo  salga. 

Le  obiezioni  che  muovono  coloro  i  quali  non  vorrebbero  col- 
pire la  rendita  pubblica  sono  molteplici  ;  ma  si  fondano  in  ge- 
nerale su  basi  fragili.  Vi  sono  alcuni  argomenti  sempre  ripetu- 
ti :  lo  Stato  vien  meno  ai  suoi  impegni,  fa  una  bancarotta  par- 
ziale ed  inefficace.  Perchè  ciò  sarebbe  vero  ?  Lo  Stato  può  as- 
sumere debiti,  amministrare,  vendere,  comprare,  erme  un  qua- 
lunque privato  :  il  demanio  fiscale  non  differisce  in  nulla  da 
una  proprietà  privata.  Ora  lo  stato  contrae  debiti  come  un 
privato  potrebbe.  Ma  lo  Stato  rappresenta  gli  interessi  collet- 
tivi :  tutti  devono  contribuire  alla  sua  esistenza.  E  perchè  non 
i  suoi  creditori  ?  In  quanto  a  parlare  di  bancarotta  parziale, 
non  solo  la  espressione,  ma  il  concetto  è  erroneo.  Chi  acquista 
una  terra  sa  quanto  deve  pagare  allo  Stato  :  se  le  imposte  sono 
aumentate,  il  suo  reddito  viene  diminuito.  Vi  è  in  certa  guisa 
una  violazione  di  un  patto  tacito  che  si  era  stabilito  fra  il  com- 
pratore e  lo  Stato.  Ebbene  perchè  ciò  non  dovrebbe  avvenire 


CAP.    XVII.]  LE    IMPOSTE  SUL  CAPITALE  463 

per  la  rendita  pubblica  ?  Una  specie  di  immunità  parziale  data 
ai  creditori  dello  Stato  costituirebbe  un  privilegio  iniquo. 

Le  obiezioni  più  gravi  che  si  muovono  alla  imposizione  della 
rendita  pubblica  sono  piuttosto  di  carattere  pratico.  Si  dice:  a 
che  serve  una  imposta  ?  Quando  la  rendita  pubblica  sorpassa  la 
pari  si  può  convertirla:  ogni  imposta  ritarda  o  impedisce  la  con- 
versione. Ma  la  imposta  ha  uno  scopo  ben  diverso  dalla  con- 
versione: questa  è  una  riduzione  di  interessi  con  la  scelta  data 
al  debitore  di  accettarla  o  di  essere  rimborsato  alla  pari  :  la 
imposta  mira  solo  a  colpire  tutte  le  forme  di  reddito.  Non  si 
può  convertire  una  rendita  che  è  al  di  sotto  della  pari:  ma  se 
essa  dà  il  5%,  cioè  più  della  media  dei  profìtti  fondiari,  perchè 
non  colpirla  ?  L'imposta,  si  dice,  si  ripercuote  sul  corso  della 
rendita  :  ciò  è  verissimo.  Ma  sopra  tutto  in  alcune  condizioni, 
quando  l'imposta  renda  più  sicuro  il  titolo  migliorando  le  con- 
dizioni finanziarie  dello  Stato,  diminuisce  il  premio  di  assicu- 
razione. In  ogni  modo  la  impressione  della  imposta  è  passeg- 
gera e  non  pochi  sono  i  casi  in  cui,  dopo  poco  tempo  dalla  in- 
troduzione della  imposta,  il  corso  della  rendita  si  eleva. 

Alcuni  finanzieri  pratici  dicono:  la  rendita  pubblica  è  non  solo 
il  barometro  della  situazione  di  ciascun  paese,  ma  una  specie 
di  rimorchiatore  degli  altri  valori;  quando  la  rendita  sale  tutti 
gli  altri  valori  salgono.  Accade  mai  che  si  carichi  un  rimorchia- 
tore per  alleggerire  i  battelli  che  esso  deve  trascinare  ? 

Questa  imagine  è  vera  fino  ad  un  certo  punto;  in  ogni  modo 
abbiamo  visto  che  colpire  la  rendita  non  significa  per  necessità 
abbassarne  durevolmente  il  corso  ;  e  d'altra  parte  non  sono 
possibili  corsi  molto  al  di  sopra  della  pari  che  non  preludino 
necessariamente  a  una  conversione. 

Astrazion  fatta  dalla  rendita  pubblica,  il  problema  della  im- 
posizione dei  valori  mobiliari  è  dei  più  complessi.  Lo  sviluppo 
di  essi  è,  come  si  è  detto,  una  delle  caratteristiche  del  secolo 
XIX;  i  capitali  collocati  nelle  industrie  e  nel  commercio  o  pre- 
stati a  privati,  allo  Stato,  a  province,  a  comuni,  a  società  si 
valutano  a  miliardi.  Crediti  chirografari,  crediti  ipotecari,  a- 
zioni,  cointeressenze  in  società,  obbligazioni  di  società  indu- 
striali e  commerciah,  titoli  comunali,  provinciali,  del  credito 
fondiario,  dello  Stato  etc,  sono  tante  forme  d'impiego  del  ca- 


464  SCIENZA    DELLE     FINANZE  [LIBRO      I. 

pitale,  che  i  regimi  fiscali  dei  vari  paesi  non  possono  trascura- 
re. Se  la  terra  paga,  se  pagano  le  case,  perchè  non  dovrebbero 
pagare  queste  nuove  e  tanto  importanti  forme  di  investimento  ? 
Ma  l'imposizione  dei  valori  mobiliari  non  si  presenta  senza  dif- 
ficoltà. Anzitutto  si  obietta  che  i  valori  mobiliari  sono  sem- 
plici titoli  rappresentativi  che  non  hanno  alcun  valore  indipen- 
dente da  ciò  che  rappresentano:  se  la  cosa  rappresentata  per- 
de di  valore  lo  perde  in  conseguenza  il  titolo  che  la  rappresen- 
ta; mentre  invece  case  e  terre  conservano  sempre  un  qualche 
lor  valore,  non  è  raro  il  caso  di  titoli  il  cui  valore  si  riduce  a 
zero.  Un'imposta  che  voglia  colpire  i  valori  mobiliari  non  può 
dimenticar  ciò.  Può  accadere,  inoltre,  data  la  grande  mobilità 
dei  titoli,  che  un'imposta  causi  una  fuga  di  capitali  verso  al- 
tri investimenti  o  verso  l'estero  :  è  la  solita  canzone  del  capita- 
le che  scappa  quando  lo  si  colpisce.  È  chiaro  che  va  verso  al- 
tri investimenti  quando  questi  siano  meno  colpiti  e  che  va  al- 
l'estero se  l'imposta  è  tale  che  si  trovi  una  convenienza  ad  emi- 
grare. Se  si  colpiscono  tutti  gl'investimenti  mobiliari  con  op- 
portuna discriminazione  della  natura  dei  redditi  e  se  non  si 
adottano  saggi  d'imposta  proibitivi  non  avviene  nulla  di  tut- 
to ciò.  La  difficoltà  vera  è  nella  difficile  conoscenza  del  soggetto 
imponibile:  è  possibile  saper  chi  si  deve  colpire  pei  titoli  al 
portatore  e  conoscere  financo  i  crediti  chirografari  ;  in  ciò  è  il 
principale  ostacolo  ad  un'equa  imposizione  dei  valori  mobi- 
liari. E  poi  vi  è  unaquestion  di  giustizia,  che  spesso  si  oppone 
ad  ogni  tentativo:  il  pericolo  della  doppia  imposizione.  I  va- 
lori mobiliari  possono  essere  colpiti  da  un'imposta  generale  sul 
reddito,  che  colpisca  il  reddito  globale  proveniente  da  terre, 
case,  commerci  e  industrie,  professioni,  valori  mobiliari  etc; 
o,  in  un  sistema  d'imposte  speciali,  da  una  che  si  limiti  ai 
soli  valori  mobiliari.  In  questo  secondo  caso,  vi  saranno  im- 
poste sulle  terre,  sulle  case,  sui  benefici  commerciali  e  indu- 
striali e  sui  valori  mobiliari.  Or  come  si  possono  colpire 
presso  il  portatore  le  azioni  di  una  società  che  sono  state 
già  colpite  una  volta  dall'imposta  sui  benefici  commerciali  o 
industriali  della  Società  stessa  ?  La  stessa  obiezione  può  far- 
si quando  accanto  ad  un'imposta  sul  reddito  globale  esistano 
imposte  speciali  sui  benefici  commerciali  ed  industriali  delle 


CAP.  XVII.]     l'imposta  sui  redditi  industriali  465 

società.  Or  fuori  dubbio  anche  a  queste  obiezioni  può  trovarsi 
risposta  col  distinguere  i  due  soggetti  imponibili,  la  società, 
e  l'azionista,  dal  punto  di  vista  dei  redditi  :  si  colpisce  l'ente  che 
potenzia  la  produttività  del  capitale,  moltiplicandone  l'ef- 
ficacia al  di  là  di  ogni  possibilità  individuale;  si  colpisce  il 
privato  portatore  dal  titolo  in  quanto  può  ritrarre  utile  dall'im- 
piego del  suo  denaro.  Sulle  società  vi  è  quindi  come  una  spe- 
cie di  sovratassa  giustificata  dalla  loro  maggiore  efficacia 
produttiva  *.  Ma  la  doppia  imposizione  non  è  eliminata  ,  è 
semplicemente  spiegata.  L'imposizione  dei  valori  mobiliari  deve 
essere,  naturalmente  generale,  colpire  cioè  i  portatori  dei  ti- 
toli o  i  creditori  quale  che  ne  sia  la  nazionalità:  siano  cittadini 
siano  stranieri.  Per  il  debito  pubblico,  gli  stati  che  ne  impon- 
gono i  titoli,  distinguono  qualche  volta,  come  fa  la  Spagna, 
fra  debito  interno  ed  esterno,  colpiscono  il  primo  e  il  secondo 
no.  Anche  i  titoli  emessi  da  società  straniere  e  circolanti  all'in- 
terno devono  essere  colpiti,  quando  e  come  si  possa,  benché  il 
farlo  non  sia  privo  di  difficoltà  pratiche. 

///.  L'imposta  sui  redditi  industriali. 

147.  Le  industrie  moderne,  in  quanto  sono  causa  di  prò 
fitti,  sono  gravate  da  tributi  in  quasi  tutte  le  legislazioni  finan- 
ziarie. Le  industrie  manifatturiere  differiscono  dalle  fondiarie  in 
quanto  sono  in  generale  illimitate  :  la  industria  agraria  non  è  in- 
vece limitata  solo  nel  suo  rendimento,  ma  anche  nella  sua  esten- 
sione. I  28  milioni  di  ettari  che  formavano  il  territorio  dell'Italia 
prima  della  guerra  non  potevano  né  crescere,  né  diminuire  per 
volontà  nostra  :  né  la  terra  potrà  mai  dare  oltre  certi  limiti. 
Noi  non  possiamo  invece  prevedere  quale  potrà  essere  doma- 
ni la  produzione  industriale  della  soda  e  dell'alluminio.  Sen-^ 
za  dubbio  idealmente  anch'essa  trova  un  limite  naturale,  nel- 
la quantità  di  forze  motrici  e  di  materie  prime  disponibili  ; 
ed  economico  nel  bisogno  che  ne  risentono  i  consumatori  e  quin  - 
di  nella  estensibilità  della  domanda  :  ma  è  che  questi  due  li- 

*   J  e  z  e  :    Finance,   pp.   772-777. 


466  SCIENZA    DELLE    FINANZ}?  [llBRO    II. 

miti  sono  straordinariamente  elevati.  Le  industrie  manifat- 
turiere differiscono  anche  dalle  industrie  edUizie  in  quanto  pre- 
sentano una  mobilità  e  sono  in  generale  in  trasformazioni 
continue,  I  progressi  tecnici  nelle  industrie  che  più  servono  alla 
vita  umana  sono  in  generale  lenti:  e  ciò  dimostra  quale  fan- 
tasmagoria vi  sia  allorquando  si  esagera  la  ricchezza  delle 
più  ricche  nazioni  moderne.  Invece  nella  industria  manifat- 
turiera i  progressi  sono  stati,  viceversa,  e  sono  tuttavia  ver- 
tiginosi: e  sono  stati  così  notevoH  dal  punto  di  vista  della  tecni- 
ca, come  dal  punto  di  vista  economico.  Si  comprende  dun- 
que senza  difficoltà  come  i  profitti  industriali  devano  dar 
luogo  a  speciali  imposte:  allo  stesso  modo  che  gl'interessi  del 
capitale  e  i  benefizi  dell'attività  personale.  Ciò  che  occorre  in- 
dagare è  quale  norma  deva  seguire  la  imposizione  *. 

Quando  si  tratti  di  redditi  industriah  non  è  possibile  tener 
conto  di  uno  solo  elemento  per  calcolare  il  reddito  imponibile  : 
ma  fra  i  molteplici  elementi  da  tener  in  conto  sono  il  numero 
degli  operai  e  il  loro  salario,  la  quantità  di  forze  motrici  e  di' 
materie  prime  adoperate,  il  numero  e  la  importanza  delle  mac- 
chine, l'estensione  della  industria,  ecc. 

Vi  sono  vari  tipi  di  imposte  industriali.  In  Francia  la  ric- 
chezza mobiliare  è  colpita  in  varie  forme,  sopra  tutto  dalle, 
tasse  sulla  circolazione  che  diventano  vere  imposte  :  i  pro- 
fitti industriali  erano  colpiti,  sino  al  19 17,  dalla  imposta  sul- 
le patenti.  In  Italia  tutte  le  forme  di  reddito  mobiliare  e  i 
redditi  del  lavoro  sono  colpiti  da  una  imposta  di  ricchezza  mo- 
bile. In  Inghilterra,  l'income  tax,  che  colpisce  tutte  le  forme 
di  reddito,  colpisce  anche  quelle  che  derivano  dall'  interesse, 
dal  profitto  e  dall'attività  personale  t- 


*  Cfr.  su  questo  argomento  C  h  ar  t  o  n  :  op.  cit.  pag.  256  e  seg.  ;  De 
Lauwereyns:  op.  cit.,  pag.  360  e  seg.  ;  Denis:  op.  cit.  pag.  2 1.6: 
e  seg. ;    ecc. 

t  Cfr.  Leroy  BeauHeu,  op.  cit.  voi.  I  ;  C  o  h  n  :  Finanz  §  307; 
Bastable:  Finance,  libro  IV,  cap.  II;  J.  A.  Hill:  The  Prussiat 
Business  Tax  nel  Quarterly,  Journal  of  Economics,  fascicolo  Vili;  Ch  ar- 
t  o  n,  op.  cit.  pag.  256  e  seg.  ;  A.  H  e  1  m  e  r  :  Die  Rejorm  dcr  Gewerbebe- 
steucrung  in  Elsas  Lothringen,StTahuTg,  1896;  Tv  é\  at,  op.  cit.,  voi.  II,  ecc. 


CAP.    XVII.]  IMPOSTA   SUI  le'  PATENTI  467 

148.  A'  termini  dell'art,  i  della  legge  15  luglio  1880  la 
contribuzione  delle  patenti  era  dovuta  da  ogni  individuo,  fran- 
cese o  straniero  ,  che  esercitasse  in  Francia  un  commercio, 
una  industria,  una  professione  non  compresi  nelle  eccezioni 
determinate  dalle  leggi.  Erano  infatti  esenti  i  funzionari  e  i 
salariati  dello  Stato  ;  i  pittori,  scrittori,  architetti  in  quanto 
non  facevano  commercio,  gli  insegnanti,  gli  artisti  dramma- 
tici, i  commessi  di  negozio,  i  coltivatori  e  i  lavoratori  e  i  sala- 
riati in  genere.  Erano  anche  esenti  i  piccoli  commercianti  e  i 
produttori  autonomi  che  avevano  non  più  di  un  apprendista. 
L'imposta  era  reale  ed  era  basata  sui  segni  esterni  e  sul  fatto 
abituale  dell'esercizio  di  una  professione  *. 

L'imposta  delle  patenti  era  un'imposta  diretta  di  quotità  che 
colpiva  il  reddito  netto  del  lavoro  industriale  con  due  diritti  : 
jo  un  diritto  fisso  basato  sulla  natura  della  professione  e  sul- 
la popolazione  del  comune  dove  essa  si  esercitava  ;  2°  un  diritto 
proporzionale  al  valore  locativo  dell'abitazione  personale  e  dei 
locali  industriali.  La  contribuzione  delle  patenti  era  dovuta 
da  ciascun  individuo  che  esercitava  una  professione.  Il  fatto 
d'essere  forestieri  non  escludeva  il  dovere  di  pagare  l'imposta: 
si  pagava  da  chiunque,  nel  paese  dove  la  professione  si  eser- 
citava. Era  una  imposta,  la  quale  non  colpiva  solo  i  redditi 
della  industria ,  ma  molti  redditi  derivanti  dall'attività  per- 
sonale. 

L'imposta  sulle  patenti  (come  la  contribution  personnelle  mo- 
bilière e  la  imposta  di  porte  e  finestre)  resta  provvisoriamente 
in  vigore  per  la  sola  parte  che  riguarda  i  centesimi  addizio- 
nali a  favore  dei  dipartimenti  e  dei  comuni  francesi,  essendo 
stata,  a  datare  dal  1°  gennaio  1918,  abolita  per  la  parte  che 
andava  a  favore  dello  Stato.  Serviranno  (sino  a  quando  una 
riforma  della  finanza  locale  non  renderà  possibile  1'  abolizione 
totale  della  imposta")    di  base   al  calcolo    dello  ammontare  dei 


*  La  impóts  des  droits  de  patente  risale  in  Francia  al  17  marzo  179 1  ; 
fu  soppressa  nel  1793,  ristabilita  nell'anno  1795  e  definitivamente  orga- 
nizzata con  la  legge  del  i  brumaio,  anno  VII.  Essa  aveva  già  subito  di- 
verse modificazioni,  allorché  la  legge  del  23  aprile  1844  la  coordinò,  mo- 
dificandola, e  riunì  in  un  codice  la  legislazione  anteriore. 


468  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO  II. 

centesimi  addizionali  i  contingenti  in  principale  assegnati  a  cia- 
scun dipartimento  per  il  191 7. 

La  legge  31  luglio  191 7  (che  abolisce,  per  quanto  riguarda 
lo  Stato,  la  contribution  personnelle  mobilière  e  le  imposte  sulle 
porte  e  finestre  e  sulle  patenti)  é  ritenuta  dagli  scrittori  fran- 
cesi la  maggiore  riforma  finanziaria  dalla  grande  rivoluzione 
in  poi.  È  la  fine  ,  essi  dicono ,  di  un  regime  fiscale  ed  è 
r  inizio  di  un'  era  nuova.  In  fondo  la  riforma  riproduce  quel 
progetto  che  Caillaux  presentò  nel  1907,  che  la  Camera  fran- 
cese aveva  approvato  nel  1909  e  che,  dopo  avere  sollevate 
opposizioni  tanto  violente,  traverso  le  necessità  della  guerra, 
divenne,  dopo  un  decennio,  legge.  È  al  progetto  del  1907  che 
risale  il  merito  dì  aver  proposta  l'abolizione  delle  vecchie  im- 
poste indiziarie,  del  metodo  di  ripartizione,  di  un  sistema  d'im- 
posizione esclusivamente  reale,  che  mediante  la  forma,  dagli 
stessi  teorici  francesi  definita  «  iniqua  e  stupida  »  che  avevano 
in  Francia  le  imposte  sul  reddito  globale  [contribution  mobi- 
lière e  contribution  des  portes  et  fenétres)  rendeva  possibile 
l'evasione  di  molti  redditi;  redditi  del  lavoro  che  sfuggivano 
alle  patenti  e  redditi  del  capitale  che  non  erano  colpiti  dai 
tributi  sui  valori  mobiliari  (crediti  ipotecari  ,  chirografari  , 
depositi  ecc.).  Il  sistema^di  nuove  imposte  cedolari  che  la 
^6gge  31  luglio  191 7  adottò  introducendo  finalmente  in  Fran- 
cia con  regime  fiscale  elastico,  basato  sulle  dichiarazioni  con- 
trollate, con  tendenza  alla  personalità  dei  tributi,  che  per- 
mette la  discriminazione,  sino  allora  impossibile,  dei  redditi 
e  la  forma  progressiva. 

Il  progetto  Caillaux  è  divenuto  la  legge  del  191 7  pezzo  a 
pezzo.  Con  la  legge  dei  29  marzo  1914  si  erano  regolati  i 
redditi  di  i.*  categoria  (fabbricati),  di  2^  (terreni)  e  di  alcuni 
della  3^  (redditi  mobiliari)  ,  con  1'  altra  del  15  luglio  1914  , 
applicata  la  prima  volta  nel  191 6,  si  introdusse  l'imposta 
complementare  sul  reddito  globale  ;  con  quella,  infine,  del 
31  luglio  191 7,  si  provvide  a  completar  la  riforma,  a  riguardo 
dei  redditi  industriali  e  commerciali,  delle  industrie  agricole, 
del  lavoro,  delle  professioni  non  commerciali,  e  del  capitale 
comunque  mutuato.  Abolite,  a  datare  dal  1°  gennaio  1918, 
in  quanto  imposte  di  Stato,  le  contributions  personnelle  mobilie- 


GAP.   XVII.]  IMPOSTA    SULLE   PATENTI  4  69 

te,  des  portes  et  fenétres  et  des  patentes  (pur  continuando  ad 
esigersi,  sino  alla  riforma  della  finanza  locale  i  centesimi  ad- 
dizionali a  favore  dei  dipartimenti  e  dei  comuni)  la  legge  31 
luglio  introduce  una  serie  di  imposte  cedolari  sulle  diverse 
categorie  di  redditi  (immobiliari,  mobiliari,  del  lavoro,  del 
capitale)  alle  quali  si  sovrappone  un'imposta  complementare 
sul  reddito  globale.  Le  imposte  cui  sono  soggetti  i  redditi 
delle  varie  categorie  sono,  oltre  le  due  imposte  fondiarie  sui 
terreni  e  fabbricati,  quelle  sui  redditi  dei  capitali  e  valori  mo- 
biliari, sui  redditi  industriali  e  commerciali,  sui  redditi  delle 
industrie  agricole,  sulle  indennità,  emolumenti,  salari,  pensioni 
e  rendite  vitalizie  corrisposti  dallo  Stato  da  altri  enti  di  di- 
ritto pubblico  o  da  privati  ,  sui  redditi  derivanti  da  crediti 
depositi  e  cauzioni  ,  sui  redditi  delle  professioni  non  com- 
merciali. 

L'  imposta  sui  redditi  industriali  e  commerciali  è  dovuta 
dagli  individui  o  dalle  società  che  esercitino  l'industria  o  il 
commercio  sul  territorio  francese  ,  sul  reddito  che  ricavino 
dalle  loro  intraprese  quante  che  siano.  L'imposta  colpisce  in 
base  al  reddito  dell'anno  o  dell'esercizio  economico  precedenti 
a  quello  della  imposizione  oppure  applicando  allo  ammontare 
degli  affari  dell'  anno  che  precede  l'accertamento  un  coeffi- 
ciente di  reddito  presunto.  Le  società  commerciali  obligate  a 
presentare  i  loro  bilanci  agli  uffici  del  registro  (anonime  ed 
accomandite  per  azioni),  e  i  contribuenti  soggetti  alle  impo- 
ste sui  profitti  di  guerra  saranno  tassati  in  base  al  reddito 
reale,  senza  bisogno  di  speciale  dichiarazione.  Gli  altri  con- 
tribuenti possono  scegliere  tra  l'essere  colpiti  in  base  al  red- 
dito reale  oppure  sulla  massa  degli  affari  dell'anno  precedente: 
nel  primo  caso  devono  commisurare  al  fisco  i  loro  conti.  Quando 
la  imposta  non  colpisce  sul  reddito  reale,  l'imponibile  è  fissato 
dal  fisco  in  base  al  reddito  presumibile  dato  l'ammontare  degli 
affari.  Il  tasso  della  imposta  (che  era  quella  del  1917  del 
4-50  %)  è  ora  per  la  legge  25  giugno  1920,  dell'  8  %,  tanto 
che  si  applica  ad  un  sol  quarto  del  reddito  per  i  redditi  sino 
a  1.500  franchi ,  alla  metà  del  reddito  per  i  redditi  fra  fran- 
chi 1.500  e  5.000,  e  al  reddito  intero  per  i  redditi  superiori 
Ni  t  ti. 


470  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO   II. 

a  5.000  franchi.  Imposta  speciale  sull'ammontare  degli  affari: 
indipendentemente  dalla  imposta  sui  redditi  industriali  e  com- 
merciali, le  imprese  di  vendita  al  minuto  di  derrate  o  mer- 
canzie se  l'ammontare  degli  affari  dell'anno  precedente  supera 
il  milione,  dedotto  quanto  abbiano  esportato,  pagano  un'im- 
posta progressiva  dall'  i  al  5  %o  sull'ammontare  degli  affari 
che  superi  il  milione. 

Imposta  sul  reddito  detl'  industria  agricola.  È  dovuta  dagli 
affittuari,  mezzadri  o  coloni  parziari  e  dagli  stessi  proprietari 
che  coltivano  direttamente  quando  ricavano  un  reddito  su- 
periore a  quanto  avrebbero  dando  le  loro  terre  in  affitto.  Il 
reddito  è  calcolato  in  una  somma  eguale  alla  metà  del  va- 
lore locativo  dei  terreni  coltivati,  prendendo  a  base  il  valor 
locativo  che  serve  a  determinare  il  reddito  imponibile  nella 
imposta  sui  terreni.  Per  la  legge  25  giugno  1920  1'  imposta 
colpisce  in  ragione  del  6  %  applicabile  alla  metà  dello  am- 
montare del  reddito  per  i  redditi  fra  i  1.500  e  4.000  franchi 
e  alla  totalità   del  reddito  al  disopra  dei  4.000  franchi. 

Imposta  sugli  emolumenti,  indennità,  salari,  pensioni,  rendite 
vitalizie  da  chiunque  corrisposti  ,  enti  pubblici  o  privati.  Per 
le  pensioni  o  annualità  l'imposta  è  del  6  %,  sulle  pensioni  su- 
periori a  3. «00  franchi  se  trattasi  di  pensione  operaia  e  del 
6  %  della  rendita  vitaHzia  superiore  a'  2000  franchi  se  essa  è 
conseguenza  di  atto  di  liberalità,  inter  vivos  o  mortis  causa.  I 
salari,  invece,  sono  colpiti  col  6  %  al  disopra  di  4.000  franchi 
nei  comuni  sino  a  50.000  abitanti,  di  5.000  franchi  nei  comu- 
ni con  più  di  50.000  abitanti  e  al  di  sopra  di  6.000  a  Pa- 
rigi e  in  un  raggio  dì  25  kil.  da  essa.  È  inoltre  accordata  una 
deduzione  della  metà  dello  imponibile  fra  il  minimo  esonerato 
e  gli  8.000  franchi. 

Imposta  sul  reddito  delle  professioni  non  commerciali.  Sono 
colpiti  i  redditi  di  ogni  professione  lucrativa  non  soggetta  ad 
un'altra  cedola  della  imposta  del  191 7  (professioni  liberali, 
letterati,  artisti,  etc).  Si  procede  su  dichiarazione  del  contri- 
buente controllata  dal  fisco.  L'imposta  colpisce  col  6  %  sui 
redditi  superiori  a  4.000  franchi  se  il  contribuente  vive  in  un 
comune  di  non  piìi  che  50.000  anime,  a  5.000  franchi  nei  co- 
muni con  più  di  50.000   abitanti,  a  6.000  franchi  se  domici- 


CAP.  XVII.]       l'imposta  industriale  in  PRUSSIA  471 

lia  a  Parigi  o  in  un  raggio  ai  25  kil.  È  esente  per  metà  la 
frazione  d'  imponibile  compresa  fra  il  minimo  esonerato  e  gli 
8.000  franchi. 

Imposta  su  crediti,  depositi  e  cauzioni.  L' imposta  sul  red- 
dito dei  valori  mobiliari  (stabilita  con  legge  28  marzo  1914  e 
modificata  con  quella  dei  30  dicembre  19 16)  si  applica,  per 
disposizione  dello  articolo  38  della  legge  31  luglio  1917,  anche 
ai  crediti  ipotecari,  privilegiati  e  chirografari,  ai  depositi  siano 
a  vista  siano  a  termine;  alle  cauzioni  in  danaro.  L' imposta 
colpisce  col  IO  o  col  12  %  a  secondo  che  si  tratti  di  crediti 
all'  interno  o  all'  estero. 

Riduzioni  per  carichi  di  famiglia.  Su  tutte  le  imposte  pre- 
cedenti ogni  contribuente  con  reddito  sino  a  10.000  lire  ha 
diritto  ad  una  deduzione  del  7.50%  per  ogni  persona  a  suo  ca- 
rico sino  a  due  e  del  15  %  per  ciascuna  delle  altre  dopo  la 
terza  ;  e  del  5  %  nel  primo  caso  e  del  io  %  nel  secondo  se 
il  reddito  supera  le  lire  10.000. 

149.  Interessante  era  l'ordinamento  prussiano:  la  Gewerbe- 
steuer  prussiana,  cosi  come  era  ordinata  prima  della  guerra, 
offriva  anzi  un  esempio  notevole  di  imposta  sui  redditi  indu- 
striali. L'antico  ordinamento  dell'imposta  datava  fin  dal  1820  ; 
ma  era  in  molti  lati  difettoso  ;  il  più  grave  suo  difetto  era 
quello  di  una  tassazione  più  forte  delle  piccole  che  non  delle 
grandi  industrie.  S'era  cercato  perciò  con  la  legge  del  24  giu- 
gno 1891  di  mutarne  l'assetto  in  maniera  da  avere  una  ripar- 
tizione più  equa  del  carico  e  un  accertamento  più  semplice  e 
sicuro  della  ricchezza  imponibile. 

Tutte  le  imprese,  le  quali  non  giungevano  ad  avere  un  prodot- 
to annuale  di  1500  marchi  né  un  capitale  complessivo  di  3000, 
erano  esenti  dall'imposta.  In  questo  modo,  al  tempo  della  ri- 
forma, di  865,940  contribuenti  vennero  liberati  quasi  300,000, 
ciica  un  terzo.  Oltre  di  ciò  gli  autori  della  riforma  tennero  una 
via  diversa  da  quella  seguita  dalla  legislazione  francese  per 
l'accertamento  della  ricchezza  imponibile.  Cavando  partito 
dalle  denunzie,  che  formavano  la  base  dell'imposta  generale  sul 
reddito,  stabilirono  di  fame  servire  i  risultati  per  l'accerta- 
mento dell'imposta  speciale  sulle  industrie. 

L'intera  materia  imponibile  veniva  ripartita  in  quattro  clas- 


4  72  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

si,  esentati  prima  tutti  i  redditi  inferiori  a  1500  marchi.  La  pri- 
ma comprendeva  le  industrie  il  cui  reddito'  non  era  inferiore  a 
50,000  marchi,  o  che  avevano  capitale  di  1,000,000  o  più, 
purché  il  reddito  raggiungesse  i  30,000  marchi.  La  seconda  le 
industrie  con  un  reddito  di  20,000  a  50,000  o  con  un  capitale 
da  150,000  a  1,000,000  marchi,  purché  il  reddito  non  fosse  infe- 
riore a  15,000  a  marchi.  La  terza  comprendeva  le  industrie  con 
un  reddito  di  4000  a  20,000  marchi,  o  con  un  capitale  da  30,000 
a  150.000  marchi,  purché  il  reddito  non  fosse  inferiore  a  3000 
marchi.  La  quarta  od  infima  comprendeva  le  industrie  con  un 
reddito  di  1500  a  4000  marchi  o  con  un  capitale  d'impianto 
o  di  esercizio  di  3000  a  30,000  marchi.  Le  aliquote  fissate  per 
le  tre  classi  inferiori  erano  rispettivamente  :  16  marchi,  80  mar- 
chi e  300  marchi,  mentre  per  la  prima  più  elevata  era  stabilito 
soltanto  l'uno  per  cento  del  prodotto  annuo. 

Lo  Stato  rilevava  il  numero  dei  contribuenti  di  ciascuna  clas- 
se in  ogni  circoscrizione  e  stabiliva  il  saggio  medio  secondo  cui 
doveva  calcolarsi  il  provento  totale  ;  ma  erano  i  contribuenti 
stessi  che  se  lo  ripartivano  gradatamente  in  categorie  alle  quali 
lo  Stato  fissava  il  massimo  e  il  minimo  delle  aliquote.  In  que- 
sto modo  in  ciascuna  circoscrizione,  ogni  classe  formava  una 
specie  di  società  che  ,  dentro  i  limiti  della  legge,  ripartiva  i 
contribuenti  in  varie  categorie  e  diversamente  assegnava  loro 
il  carico  tributario.  Così  per  la  seconda  classe  il  saggio  medio 
era  di  300  marchi,  il  minimo  156  e  il  massimo  480  ;  fra  questi 
due  ultimi  devevano  formarsi  le  categorie  colla  differenza  di 
12  fra  l'una  e  l'altra.  Per  la  terza  classe  il  saggio  medio  era  di 
80  marchi,  il  minimo  32,  il  massimo  192  con  la  stessa  diffe- 
renza di  12  fra  categoria  e  categoria.  Per  la  quarta  il  saggio 
medio  era  16  marchi,  il  minimo  4,  e  il  massimo  32,  con  una 
differenza  di  4  fra  le  categorie. 

Si  trattava  dunque  di  una  vera  imposta  di  ripartizione  con 
carattere  spiccatamente  reale.  Con  la  legge  14  luglio  1893 
l'imposta  sulle  patenti  era  passata  agli  enti  locali. 

Il  legislatore  prussiano  aveva  cercato,  quanto  più  era  possi- 
bile, di  fare  che  l'accertamento  dell'imposta  fosse  affidato  agli 
stessi  contribuenti  :  e  creando  un'antitesi  fra  l'interesse  specia- 


GAP.  XVII.]  IMPOSTE  INDUSTRIALI  NEL  BELGIO,    ECC.  473 

ìe  di  ciascun  contribuente  e  quello  di  ogni  circoscrizione  di 
contribuenti,  era  bene  riescito  a  questo  scopo. 

Vi  era  anche  in  Prussia  un'imposta  speciale  sui  grandi  ma- 
gazzini, introdotta  con  legge  i8  luglio  1900  {Warenhaussteuer, 
Umsatzsteuer) ,  che  colpiva  in  ragione  dell'  ammontare  degli 
affari  [Umsatz)  con  tariffa  degressiva:  dal  2  %  per  i  magaz- 
zini che  avevano  un  complesso  di  affari  di  i  milione  di  mar- 
chi sino  ad  I  %  per  quelli  i  cui  affari  ammontavano  a  400  mila 
jiijCirchi  almeno. 

In  Austria  i  profitti  industriali  erano  soggetti  o  siìVimposta 
industriale  generale  o  ad  un'imposta  speciale,  a  seconda  che  le 
industrie  fossero  obbligate  o  non  alla  pubblicazione  dei  loro  bi- 
lanci. Le  industiie  tenute  a  render  pubblici  i  loro  bilanci  era- 
no sottoposte  all'imposta  speciale  ;  le  altre  alla  imposta  gene- 
rale industriale. 

Imposte  sulle  patenti,  basate  più  o  meno  su  indizi,  colpisco- 
no i  profitti  industriali  e  commerciali  nel  Belgio,  nel  Giappone 
etc.  Nel  Belgio,  per  la  .egge  29  marzo  1906,  sono  soggette  al 
diritto  di  patente  anche  le  società  per  azioni  che,  essendo  sog- 
gette alla  legge  belga,  operino  esclusivamente  all'  estero  *. 
La  stima  probabile  del  prodotto  industriale  e  commerciale  eia 
la  base  della  imposizione  nelle  imposte  industriali  del  Wurtem- 
berg,  di  Assia  etc.  La  Baviera,  perla  legge  14  agosto  1910,  sot- 
tometteva anche  all'imposta  sul  reddito  i  profitti  netti  delle 
imprese  industriali,  commerciaci  e  minerarie.  In  Svizzera,  nel 
cantone  di  G  nevra  vi  è  una  imposta  municipale  a  profitto 
delia  città  che  consta  di  due  quote  :  una  imposia  professionale? 
fissa  e  un'  imposta  sul  reddito  ,  le  quali  colpiscono  tutti  i 
guadagni  professionali  e  commerciali,  in  base  alla  legge  28  giu- 
gno 1902  j. 

In  Inghilterra,  invece,  non  vi  è  una  speciale  imposta  indu- 
striale. 1  profitti  delle  industrie  e  dei  commerci  sono  colpiti 
dalla  cedula  D  dell'incoine  tax  (cedula  che  comprende  la  niag- 


*  Conf.  BuUettin  de  Statistique  et  Lègislation  comparée ,  avril  1907, 
pag.  464. 

t  Conf.  Biilletin  de  Statistique  et  Lègislation  comparée,  juillet  191 1, 
pp.    120-129. 


474  SCIENZA     DELLE    FINANZE  [LIBRO     II. 

gioranza  dei  contribuenti  inglesi:  il  59  %  del  reddito  imponi- 
b  le)  su  dichiarazione  del  contribuente.  Ogni  anno  il  contribuen- 
te rimette  una  dichiarazione  BM'assessor,  il  quale  la  esamina  e 
può  propoire  anche  modificazioni.  La  dichiarazione  del  contri- 
buente è  controllata  da  una  commissione  {additional  commis- 
sioners),  che  la  accoglie  o  la  respinge.  I  reclami  vanno  ad  una 
commissione  più  elevata  (general  commissioners) .  Tutte  queste 
commissioni  sono  formate  non  di  funzionari,  ma  di  privati  : 
sono  però  assistite  da  un  rappresentante  del  fisco,  il  suruey^^^ 
che  finisce  per  avervi  una  indiscutibile  prevalenza.  Chi  rinunzi 
al  diritto  della  dichiarazione  può  farsi  imporre  da  commissio- 
ni speciali,  che  sono  di  pubbhci  funzionari.  Si  osserva  conti- 
nuamente che  le  dichiarazioni  dei  contribuenti  sono  sempre 
assai  inferiori  al  vero  :  m  qualche  anno  tra  il  reddito  dichiara- 
to e  l'accertato  si  osservarono  differenze  del  20  e  financo  del 
50%. 

IV.  L'imposti  sui  redditi  personali. 

150.  I^redditi  del  lavoro  sono  anch'essi  (e  non  vi  è  nessuna 
ragione  perchè  non  siano)  colpiti  dalla  imposta.  Molto  spesso, 
sopra  tutto  nelle  grandi  città,  gli  esercenti  professioni  liberali 
ricavano  dall'esercizio  professionale  guadagni  molto  elevati  *. 

Benefizi  derivanti  dalle  professioni  industriali,  stipendi  de- 
gli operai,  salari  dei  lavoratori  vengono  colpiti  come  altrettanti 
redditi  derivanti  dal  lavoro:  quindi,  benché  m  diversa  forma 
son  colpiti  così  i  redditi  fissi,  come  i  redditi  aleatori  del  lavoro. 

È  bene  però  distinguere  tra  la  imposta  che  colpsce  i  salari 
e  quella  che  regola  gli  altri  redditi  del  lavoro.  La  mob'lità  del 
lavoro  manuale  si  presenta  come  assai  più  grande  di  tutte  le 
altre  forme,  sopra  tutto,  delle  professioni  liberali.  Queste  u.- 
time  invero  non  hanno  che  una  elasticità  assai  tenue.  L'operaio 
meccanico  può  bene  passare  da  un  impiego  a  un  altro,  da  un'oc- 
cupazione a  un'altra:  il  suo  lavoro  sarà  presso  a  poco  lo  stesso 

*  Benché  i  ruoli  delle  imposte  non  siano  estremamente  sinceri,  da  que- 
sto punto  di  vista,  a'nche  in  Italia  moltissimi  professionisti  guadagnano 
ogni  anno  tra  30  mila  e  100  mila  lire:  parecchi  anche  assai  al  di  là  di 
questa   somma. 


CAP.  XVII.]      l'imposta  sui  redditi   personali  475 

in  Italia  e  in  Francia,  come  in  Germania  e  in  America.  Ora 
ie  professioni  liberali  hanno  in  tutti  i  paesi  speciali  ordinamenti 
e  speciali  limitazioni:  le  lauree  ottenute  in  Italia  non  sono 
valide  negli  Stati  Uniti  di  America  e  in  Germania.  Chi  è  av- 
vocato in  Italia  quasi  sempre  non  può  fare  altra  cosa  che 
l'avvocato  in  Italia.  Mentre  chi  è  operaio  elettricista  in  Ita- 
lia ,  se  è  abile  ,  può  vendei  e  la  sua  attività  professionale  a 
condizioni  assai  migliori  in  Inghilterra,  in  Germania  o  in 
qualsiasi  altro  paese,  dove  l'opera  degli  elettricisti  è  richiesta. 
Dal  punto  d  vista  della  traslazione  ,  le  imposte  sui  redditi 
del  lavoro  operano  diversamente,  secondo  la  varia  condizione 
de  le  persone  colpite  *. 

Che  i  salari  degli  operai  devano  essere  colpiti,  come  tutti  i 
redditi  del  lavoro^  noo_yi  è  dubbio  di  sorta.  LascianHo  sTEare 
qui  ogni  disputa  o  controversia  economica  relativa  alle  leggi 
che  regolano  il  salario,  bisogna  convenire  che  tutte  le  ricerche 
più  recenti  convengono  quasi  interamente  nel  riconoscere  che 
i  salari  sono  cresciuti  in  notevole  proporzione  in  quasi  tutti  i 
paesi  più  progrediti.  Le  grandi  inchieste  ufficiali  compiute  ne- 
gli ultimi  quarant'  anni  concordano  nella  più  gran  parte  nei 
risultati;  e  le  ricerche  fatte  da  de  Foville,  Cheysson,  Neymarck 
in  Francia  ,  da  Bowley  in  Inghilterra  ,  da  Schuize  Gaever- 
nitz  in  Germania,  da  Niccolai  in  Belgio  (per  non  parlare  di 
tanti  altri)  sono  tutte  concordi  nel  riconoscere  che  vi  è  quasi 
dovunque  elevazione  nei  salari.  Non  ostante  tutto  ciò  ,  noi 
non  esitiamo  a  riconoscere  che  la  legislazione,  la  quale  esen- 
ta i  redditi  del  lavoio  al  di  sotto  di  un  mimmo  da  stabilirsi 
secondo  circostanze  e  condizioni  variabili,  è  pienamente  giu- 
stificata. Non  si  può  infatti  negare  che  si  deve  essere  in  fa- 
vore di  tale  eccezione  per  le  ragioni  molteplici  già  da  noi  esa- 
minate. 

Ciò  che  è  stato  detto  relativamente  alla  esenzione  dei  reddi- 
ti minimi  va  ricordato  ora.  Lo  sviluppo  nelle  condizioni  di  e- 
sistenza  delle  classi  popolari  interessa  i'avvenire  stesso  della 


*  Cfr.  Pantaleoni:  op.  cit.  pag.  256  e  seg.;  Leroy  Beau- 
11  e  u  :  Rèpartition  des  richesses  cap.  XIII;  C  h  ar  t  on:  op.  cit.  pag.  358 
e    seg. 


47^  SCIENZA    DELLE    TTINANZE  [LIBRO    II. 

società.  È  stato  già  dimostrato,  e  in  ciò  non  esiste  controver 
sia,  come  vi  sia  interesse  ad  aiutare  la  formazione  di  una  clas- 
se lavoratrice  e  in  condizioni  elevate  ;  e  come  l'avvenire  stes- 
so delle  nazióni  dipenda  da  questo  fatto.  Non  si  può  negare 
d'altra  parte  che  le  imposte  sui  consumi,  che  formano  la  ba- 
se dei  bilanci  moderni  e  che  date  le  grandi  spese  dai  paesi  o- 
dierni  continueranno  a  costituirla  in  avvenire,  colpiscono  in- 
negabilmente assai  più  le  classi  povere  che  le  classi  ricche.  Il 
notissimo  statistico  tedesco  Engel  ha,  come  già  abbiam  detto, 
calcolato  che  nelle  famiglie  operaie  meno  agiate  la  spesa  per  il 
nutrimento  assorbe  spesso  presso  a  poco  tre  quarti.  In  a. cune 
famiglie  operaie  di  Napoli  è  stato  constatato  che  la  spesa  del 
nutrimento  assorbe  una  parte  anche  maggiore  della  entrata. 
Ora  si  pensi  quanto  ciascuna  di  tali  famiglie  deve  pagare  per 
imposte  indirette  ?  Non  vi  è  proporzione  fra  ciò  che  paga  una 
famiglia  ricca,  in  cui  'e  spese  per  il  nutrimento  sono  relativa- 
mente minori,  e  ciò  che  paga  una  famiglia  di  lavoratori.  Infine 
esentare,  quanto  è  più  possibile,  i  redditi  del  lavoro,  allor  che 
si  tratti  di  piccole  fabbriche,  di  operai  che  lavoiano  a  domici- 
lio, ecc.  ,  e  occorre  esentarli  anche  allorquando  la  difficoltà  di 
accertamento  è  grande.  Inoltre,  nei  tempi  attuali,  l'operaio  ha 
una  mobilità  notevole  :  egli  si  reca  facilmente,  ed  è  utile  che 
così  venga,  dove  la  mano  d'opera  è  richiesta. 

Sopra  tutto  quando  non  sorpassino  quel  minimo  che  si  ri- 
tiene indispensabile  alla  vita,  è  bene  che  i  salari,  almeno  dove 
le  imposte  dirette  sono  assai  aspre,  siano  esenti  da  ogni  im- 
posta diretta. 

Che  i  redditi  delle  professioni  liberali,  quando  sorpassino  quel 
minimo  di  esenzione  che  le  leggi  accordano,  devano  essere 
colpiti ,  non  si  può  dubitare.  Ma  bisogna  tener  conto  della 
natura  speciale  di  questi  redditi.  Vi  sono  nelle  professioni 
liberali  alcuni  individui  che  guadagnano  somme  assai  eleva- 
te ;  ma  la  maggioranza  guadagna  assai  poco.  D'altra  parte  la 
mobilità  delle  professioni  liberali  è  scarsa  :  è  maggiore  in  al- 
cune professioni  (medico,  ingegnere),  minore  in  altre  (avvo- 
cato, insegnante),  minima  in  alcune  (notaio).  Senza  dubbio, 
i  paesi  che  possiedono  grandi  colonie  possono  presentare  una 
mobilità  maggiore  nelle  professioni  liberali  :  un  avvocato  in- 


GAP.    XVII.]  l'imposta    MOBILIARE    IN    ITALIA  477 

glese  è,  per  esempio,  in  una  condizione  speciale.  Ma  un  avvo- 
cato svizzero,  tranne  condizioni  eccezionali,  non  può  esercitare 
l'avvocatura  in  Inghilterra,  né  viceversa.  In  generale,  tutte 
le  professioni  liberali  presentano  una  grande  difficoltà  di  emi- 
grazione :  sono  poi,  per  l'abbondanza  di  coloro  che  le  eserci 
tano,  in  condizione  difficile,  anzi  sempre  più  difficile. 

L'eccesso  della  offerta  provoca  in  molti  paesi  rimunerazio 
ni  sempre  più  basse.  Gli  impieghi  pubblici,  estremamente 
contesi,  sono,  tranne  in  Inghilterra,  in  generale  retribuiti  scar- 
samente. Le  professioni  libere  presentano  una  concorrenza 
sfrenata.  Vi  sono  soltanto  alcune  professioni  che  offrono, 
in  qualche  caso,  rimunerazioni  elevate  :  gli  artisti,  quando 
hanno  un  talento  eccezionale  o  sono  favoriti  da  una  grande  vo- 
ga, gli  attori,  i  cantanti  nelle  stesse  condizioni;  qualche  volta  i 
chirurgi  e  gli  avvocati  di  grande  fama. 

Nella  medicina  vi  sono  eccezionalmente  situazioni  elevatis- 
sime. Ma  in  generale  le  situazioni  di  monopolio,  così  frequenti 
in  passato,  diminuiscono  con  il  crescere  della  cultura,  con  lo 
sviluppo  della  istruzione.  La  istruzione  non  è  più  un  monopo- 
lio delle  classi  elevate  e  medie  :  diventa  ogni  giorno  più  di  do- 
minio pubblico  e  le  grosse  situazioni  diminuiscono.  I  guadagni 
professionali  grandiosi  sono  pochissimi  e  dovuti  a  situazioni 
speciali.  In  generale,  le  classi  medie,  che  vivono  di  redditi 
professionali  non  riescono  mai  a  trasferire  le  imposte  sui  loro 
clienti  :  essendo  aspre  le  forme  di  concorrenza  tra  gh  esercenti 
di  ciascuna  professione  *.  Dopo  la  guerra  la  situazione  degli 
esercenti  professioni  liberali,  fatte  poche  eccezioni,  è  diventata 
in   quasi  tutti  i  paesi  più  difficile  e  incerta. 

*  L'Italia  è  il  paese  del  mondo  civile  che,  complessivamente,  ha  più 
medici,  più  avvocati,  più  ingegneri  civili.  Mentre  le  condizioni  dell'eco- 
nomia nazionale  non  sono  vantaggiose,  le  scuole  secondarie  e  superiori 
-i  popolano  sempre  più  di  grandissimo  numero  di  giovani,  che  disperdono 
energie  preziose.  Le  scuole  industriali  e  commerciali  non  sempre  rispon- 
denti agli  scopi  non  formano  spesso  una  borghesia  produttrice,  au- 
menta in  forma  gravissima,  quasi  tormentosa,  il  numero  dei  laureati. 
Devo  riferirmi  a  ciò  che  ho  scritto  altrove  su  questo  argomento,  cfr.  (N  i  t- 
t  i  :  U Italia  all'alba  del  secolo  XX,  Torino,  1901).  Il  numero  enorme  dei 
laureati  fa  sì  che  individui  i  quali  han  compiuti  studi  superiori  si  conten- 
tino poi  di  poveri  impieghi,  o  di  umili  remunerazioni. 


478  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

È  Stato  discusso  lungamente  se  gl'impiegati  dello  Stato  de- 
vano essere  o  no  esenti  da  imposta  sui  loro  stipendi.  Infatti 
è  assai  più  semplice  per  un  impiegato  che  riceve  500  lire  al  mese 
di  stipendio,  ridurre  lo  stipendio  di  600  lire  all'anno,  piuttosto 
che  applicare  una  imposta  del  io  per  100.  Ma  è  da  notare  che, 
quantunque  la  cosa  sia  perfettamente  identica  per  gli  im- 
piegati nuovi  che  si  assumono  in  serv  zio,  quando  gl'impie- 
gati degli  enti  locali  e  delle  amministrazioni  private  pagano 
imposte,  non  è  bene  creare,  anche  in  apparenza,  esenzioni  ;  e 
quindi  è  assai  più  prudente  adottare  imposte  per  tutti  gl'im- 
piegati. D'altronde  non  è  a  credere,  sopra  tutto  nei  paesi  come 
la  Francia  e  l'Italia,  dove  la  richiesta  degli  impieghi  pub! «liei 
è  enorme,  che  queste  imposte  scoraggino  la  lichiesta  d'impie- 
ghi :  essa  permane  non  ostante  tutto  e  cresce  sempre  più 
rapidamente. 

V.  Una  imposta  generale  su  tutti  i  redditi  mobiliari  e  del 
lavoro  :  V imposta  di  ricchezza  mobile  italiana. 

151.  Le  imposte  che  colpiscono  la  ricchezza  mobiliare  so- 
no assai  diverse  :  non  tenendo  conto  delle  tasse  di  registro  e 
di  bollo,  la  Francia,  per  esempio,  oltre  la  còte  personnelle  mobi- 
lière, in  parte  almeno  proporzionale  al  reddito,  ha  la  imposta 
delle  patenti  e  una  speciale  imposta  sul  reddito  dei  valori  mo- 
biliari. Il  Belgio  ha,  oltre  la  còte  personelle,  l'imposta  delle  pa- 
tenti ;  la  Russia  ha,  oltre  le  imposte  personali,  una  imposta 
sulle  patenti  di  commercio  e  una  sui  redditi  dei  capitali,  ecc. 
L'Italia  ha  da  gran  tempo  una  imposta  sui  redditi  di  ricchezza 
mobile,  con  carattere  prevalentemente  reale,  che  colpisce  tut- 
ti i  redditi  non  fondiari. 

Quasi  tutti  gli  scrittori  di  finanza  parlano  dell'imposta  sul- 
la ricchezza  mobile  italiana  come  di  una  imposta  generale  sul 
reddito  e  la  paragonano  spesso  alla  income  iax.  Niente  di  meno 
vero.  Mentre  la  income  ^a^^  inglese  riunisce  tutte  o  quasi  le  im- 
poste dirette  in  una  sola  :  mentre  la  Einkommensteuev  in  Prus  - 
sia  era  una  imposta  personale  che  si  sovrapponeva  alle  imposte 
dirette  reali,  completandole,  l'imposta  di  ricchezza  mobile  ita- 


GAP.    XVII.]  l'imposta    MOBILIAR K   IN    ITALIA  479 

liana  si  limita  a  colpire  i  redditi  commerciali,  industriali  e 
professionali. 

L'imposta  di  ricchezza  mobile  in  Italia  fu  introdotta  il  14 
luglio  1864  come  imposta  di  contingenza  ;  ma  venne  succes- 
sivamente modificata  e  l'ordinamento  ora  vigente  risale  nel- 
le  sue  linee  generali  alla  legge  del  14  agosto  1877,  e  complemen- 
tarmente, a  quella  dei  22  luglio  1894  *•  Sono  considerati  dalla 
jiegge  come  redditi  di  ricchezza  mobile  esistenti  nello  Stato 
(art.  3)  :  a)  i  redditi  iscritti  agli  uffici  ipotecari  nel  Regno,  o 
altrimenti  risultanti  da  atto  pubblico  nominativo  fatto  nel  Re- 
gno ;  b)  gli  stipendi,  pensioni,  annualità,  interessi  e  dividen- 
di pagati  in  qualunque  luogo  e  da  qualunque  persona  per  con- 
to dello  Stato,  delle  provincie,  dei  comuni,  dei  pubbUci  stabi- 
limenti e  delle  compagnie  commerciali,  industriali  e  di  assicu- 
razioni che  abbiano  sede  nel  Regno;  e)  i  redditi  di  un  bene- 
ficio ecclesiastico  pagati  come  sopra  da  una  delie  casse  indica- 
te nella  lettera  precedente;^)  i  redditi  piovenienti  da  indu- 
strie, commerci,  impieghi  e  professioni  esercitate  nel  Regno: 
e)  i  proventi,  anche  se  avventizi  e  derivanti  da  spontanee  of- 
ferte, fatte  in  corrispettivo  di  qualsiasi  uflicio  o  ministero; 
/)  ed  in  generale  ogni  specie  di  reddito  non  fondiario  che  si 
produca  nello  Stato,  o  che  sia  dovuto  da  persone  domiciliate 
o  residenti  nello  Stato.  Secondo  l'ordinamento  attuale,  sono 
dunque  colpiti  dalla  imposta  (articolo  8)  tanto  i  redditi  cerH, 
quanto  i  presunti  variabih  ed  eventuali,   derivanti  dall'eserci- 


*  Sulle  imposte  di  ricchezza  mobile  nei  vecchi  stati  italiani,  vedansi 
sopra  tutto:  Pescatore:  Leggi  delle  imposte,  pag.  50  e  seg.  ;  A.  Me- 
neghini: Le  imposte  della  Venezia  e  della  Lombardia,  Torino,  1863  ; 
G.Alessio:  Saggio  sul  sistema  tributario,  v.  I;  ecc.  ecc.  Il  regno  di  Na- 
poli quasi  non  avea  imposte  mobiliari,  che  viceversa  erano  gravissime  nel 
regno  di  Sardegna  e  gravi  in  Lombardia.  Per  la  storia  delle  imposte  sui 
redditi  di  ricchezza  mobile  in  Italia  vedansi  :  Imposta  sui  redditi  della  ric- 
chezza mobile,  progetto  di  legge,  presentato  il  18  novembre  1862  ;  le  pub- 
blicazioni numerosissime  e  importanti  della  Direzione  generale  delle  im- 
poste dirette  ;  MadoneClementini:  Trattato  deW  imposta  di 
ricchezza  mobile,  Venezia  1883,  C  ar  n  e  1  li  :  V aliquota  delV  imposta  sui 
redditi  di  ricchezza  mobile,  Roma,  1891  ;  O.  Quarta:  Legge  sulVimpo- 
sta  di  ricchezza  mobile,  Torino,  1886  ;  e  le  opere  di  commento  alla  legge 
di  Frola,   Giov  anelli,  Bonelli,  Clementini,  ecc. 


4Ì^O  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

zio  di  qualsiasi  professione,  industria  ed  occupazione    manu- 
fattrice    o    mercantile,    materiale    o    intellettuale. 

I  redditi,  che  non  fanno  parte  del  demanio  pubblico  e  del  de- 
manio privato,  sono  soggetti  all'imposta,  anche  quando  sono 
percepiti  sui  frutti  e  proporzionati  in  un  modo  qualsiasi  al  pro- 
dotto del  fondo.  I  redditi  fondiari  sono  egualmente  imponi- 
bili, se  non  è  pi  ovato  che  il  proprietario  o  l'usufruttuario  del 
fondo  da  cui  provengono  ha  già  pagato  l'imposta  per  questa  cau- 
sa. I  benefici  agricoli  non  sono  colpiti  se  non  in  quanto  sono 
percepiti  da  tutt'altra  persona  che  dal  proprietario  dei  fon- 
di da  cui  derivano.  La  legge  opera  una  discriminazione  fra  le 
varie  categorie  di  reddito  e  distingue  fra  quelli  che  derivano  dal- 
l'interesse, dal  profitto  e  dal  lavoro.  I  redditi  imponibili  so- 
no divisi  secondo  il  decreto  3  novembre  1894,  in  cinque  cate- 
gorie o  cedole:  A  '  )  interessi  e  premi  dei  debiti  delle  province, 
dei  comuni,  le  obbligazioni  di  società  garantite  e  sovvenziona- 
te dallo  Stato  e  1  premi  di  otterie  di  ogni  genere;  ^")  redditi 
che  dipendono  dall'impiego  del  capitale  non  previsto  nella  pre- 
cedente categoria,  cioè  redditi  paterni  e  che  derivano  da  cre- 
diti ipotecari  o  chirografari  o  da  obbligazioni  o  lettere  di  cam- 
bio ;  i  premi  delle  emissioni  fatte  dai  privati  e  ogni  specie  di 
credito  di  capitale  e  infine  i  redditi  previsti  dagli  articoli  4 
e  5  della  legge  1877;  B)  redditi  temporanei  alla  cui  produzione 
concorrono  simultaneamente  il  lavoro  e  il  capitale,  cioè  quelli 
che  risultano  dall  esercizio  di  commercio  e  industrie,  compresi 
i  benefìci  agricoli  imponibili  e  anche  di  industrie  agricole  co- 
me rallevamento  del  bestiame,  in  cui  i  redditi  non  sono  sol- 
tanto forniti  dai  fondi  ;  C)  redditi  temporanei  prodotti  dal  so- 
lo lavoro,  per  esempio,  dall'esercizio  di  un  arte,  di  un  mestie- 
re, o  di  una  professione,  o  quelli  che  non  sono  attualmente  ri- 
cavati dai  loro  possessori  né  dal  lavoro  né  dal  capitale  (pen- 
sioni rendite  vitalizie,  ecc.)  ;  D)  redditi  provenienti  da  stipen- 
di o  pensioni,  sia  in  specie,  sia  in  natura  pagati  dallo  Stato 
dalle  Provincie  e  dai  comuni. 

Le  imposte  sulla  ricchezza  mobiliare  (come  la  italiana, 
che  è  piuttosto  una  imposta  sui  redditi  che  non  sono  né  fon- 
diari, né  edilizi)  per  necessità  devono  colpire  con  aliquote  as- 
sai  diverse    i    ledditi,  che  derivano   dall'attività    personale  e 


CAP.     XVII.]  l'imposta    mobiliare      in    ITALIA  481 

quelli  che  derivano  da  l'interesse  del  capitale.  I  contribuenti 
di  quest'ultima  categoria  sono  infatti,  come  abbiam  visto 
in  una  posizione  assai  diversa  dagli  altri.  Nella  imposta  di  ric- 
chezza mobile  italiana,  per  calcolare  il  reddito  imponibile, 
si  fanno  dalla  entrata  lorda  le  seguenti  deduzioni  :  i.o  gli  one- 
ri passivi  ipotecari  o  non,  dato  che  la  loro  esistenza  sia  debi- 
tamente giustificata,  che  il  creditore  risieda  nel  Regno  e  che 
stabilisca  regolarmente  la  sua  identità  e  il  suo  domicilio  ;  se 
queste  condizioni  non  si  adempiono,  l'imposta  è  direttamente 
prelevata  sul  debitore,  salvo  ii  suo  diritto  di  rimborso  contro 
il  creditore  ;  2.0  le  spese  inerenti  alla  fabbricazione  e  all'eser- 
cizio di  industrie,  come  materie  prime,  salari,  stipendi,  fitti 
di  magazzini,  di  locali,  ecc.  Accertato,  così,  il  reddito  netto, 
si  determinava  il  reddito  imponibile  nel  seguente  modo  per  i 
redditi  della  categoria  A  '  secondo  il  loro  valore  integrale,  *V4o 
cioè  20  %  ;  per  i  redditi  della  categoria  A  '  su  ^*'/4o  ,  cioè 
15  %  ;  per  i  redditi  della  categoria  H  in  ragione  di  ^o/^o. 
quindi  io  %  ;  per  quelli  della  categoria  C  di  ^Vio.  cioè 
9  %  ;  infine  per  quelli  della  categoria  D  di  1V40.  cioè  7,50  %  . 

La  imposta  di  ricchezza  mobile  italiana  si  esiqe  mediante 
ruoli  nominativi,  o  mediante  ritenute.  Per  regola  generale, 
sono  inscritti  nei  ruoli  della  imposta  tutti  coloro  che  percepi- 
scono redditi  professionali,  redditi  capitalistici  e  redditi  indu- 
striali  o  misti  :  cioè,  redditi  derivanti  dall'attività  individua 
le  e  dal  lavoro,  dall'interesse  e  dal  profitto  industriale.  Il  me- 
todo della  ritenuta  diretta  è  applicato  da'lo  Stato  ai  pagamen- 
ti di  stipendi,  assegni,  interessi  del  debito  pubblico,  indenniz- 
zi, ecc.  La  ritenuta  indiretta  di  rivalsa  si  ha  per  le  amministra ► 
zioni  locali,  le  società  industriali  e  commerciali,  che  figurano 
nei  ruoli  per  la  imposta  che  dovrebbero  pagare  i  loro  stipen- 
diati e  salariati.  A  lor  volta  essi  non  sono  che  contribuenti 
nominativi;  poiché  nei  loro  pagamenti  al  personale  ritengono 
la  somma  delle  imposte. 

La  compilazione  delle  liste  dei  contribuenti,  inscritti  nei  ruo- 
li, avviene  per  la  prima  volta  per  mezzo  del  comitato  munici- 
pale; negli  anni  seguenti  viene  compilata  dall'agente  delle  im- 
poste e  riveviuta  anno  per  anno  della  giunta  municipale. 
L'agente  invita  in.  seguito  il  contribuente  a  denunciare  i  red- 


482  SCIENZA   DELLE    FINANZE  [LIBRO  II, 

diti  al  lordo,  con  le  esenzioni  e  deduzioni  ammesse  dalla  leg- 
ge. Per  i  redditi  industriali  e  professionali  incerti  o  variabi- 
li la  legge  ammette  l'accertamento  per  classi.  Per  le  controver- 
sie che  possono  sorgere  vi  sono  commissioni  speciali  ammini- 
strative di  vario  grado  :  commissione  mandamentale,  commis- 
sione provinciale  e  anche  una  commissione  centrale,  nomina- 
ta dal  Ministro  delle  finanze. 

Le  esenzioni  che  la  imposta  di  ricchezza  mobile  accorda  so- 
no o  di  carattere  politico  (agenti  diplomatici  e  consolari  di  pae- 
si che  accordano  la  esenzione  di  imposte  ai  rappresentanti 
di  stati  esteri:  lista  civile  del  sovrano  e  appannaggi  dei  mem- 
bri della  famiglia  reale)  ;  o  semplicemente  apparenti  (redditi 
che  sopportano  già  una  prima  volta  l'imposta  di  ricchezza 
mobile;  somme  pagate  a  titolo  di  rimborso  di  capitaU);  solo 
in  qualche  caso  sono  vere  esenzioni  (militari  -n  attività  di  ser- 
vizio nell'esercito  e  nell'armata  navale  al  di  sotto  del  grado 
di  ufficiale  ;  redditi  delle  società  di  mutuo  soccorso;  i  redditi 
minimi).  Le  esenzioni  sono  in  geneiale  basse  per  i  redditi 
minori  e  si  arrestano  proprio  dove  sarebbe  quasi  impossibile 
l'imposta. 

L'art,  ^s  della  legge  fissa  le  esenzioni  dei  piccoli  redditi  a 
400  lire,  quando  la  imposta  era  riscossa  per  ruoli.  Accadeva 
quindi  che  per  la  cedola  B  la  esenzione  va  fino  a  lire  533,33, 
per  la  cedola  C  fino  a  640  ;  e  per  la  cedola  D  fino  a  800. 

Non  vi  fu  esenzione  pei  redditi  derivanti  da  puro  capitale 
(cedola  A)  ;  ma  agli  effetti  della  esenzione  si  tenne  conto  an- 
che dei  redditi  immobiliari. 

Oltre  a  questi  termini  di  esenzione  si  ebbero  termini  di  ridu- 
zione. La  legge  23  giugno  1877,  ammise  l'esenzione  pei  reddi- 
ti Fui  quali  l'imposta  si  riscuote  col  mezzo  dei  ruoli,  e  che  o 
soli  o  sommati  cogli  altri  redditi  mobiliari  o  fondiari  del  con- 
tribuente non  sono  superiori  alle  lire  400,  poiché  parve  quello 
il  massimo  limite  per  il  quale  il  reddito  non  può  considerarsi 
capace  di  forza  contributiva;  (limite  che  fu  chiamato  quota  mi- 
nima). Ma  la  stessa  legge  provvide  anche  a  temperare  '.'impe- 
sta sui  redditi  delle  categoiie  B  e  C  non  eccedenti  le  800  lire, 
non  avendo  ancora  i  redditi  inferigri  aUe  lire  400,  fino  almeno 
alle  800,  tanta  forza  contributiva  da  poter  sopportare  imme» 


CAP.   XVII.]  L  IMPOSTA    MOBILIAKE    IN    ITALIA  483 

diatamente  tutto  il  peso  della  forte  aliquota  stabilita  dalla 
legge.  E  così  ammise  alcune  detrazioni  fisse  che  seguono  una 
progressione  aritmetica  costante,  a  misura  che  la  cifra  comples- 
siva de:  reddito  diminuisce  da  lire  800  a  lire  400,  e  sui  redditi 
della  categorìa  D,  tra  le  400  e  le  500  lire  imponibili  con  una  de- 
trazione in  misura  fissa  (ait.  55  testo  unico).    Come  per  deter- 
minare se  un  reddito  ragg  unga  il  minimo  imponibUe,  cosi  an- 
che per  stabilire  se  e  quale  detrazione  competa  sul  reddito  da 
tassarsi  nel  ruolo  dell'imposta,  lo  si  cumulava  cogli  altri  redditi 
mobiliari   (compresi  quelli  che  scontano  l'imposta   mediante 
ritenuta  diretta  dello  Stato  o  di  rivalsa)  e  fondiari  del  contri- 
buente. Rispetto  ai  redditi  delle  categorie  B  e  C  le  detrazioni 
furono  determinate  come  appresso.  Per  quelli  che  o  soli  o  cu- 
mulati (conservati),  come  si  è  detto,  superano  le  lire  400  impo- 
nibili, ma  non  le  lire  500,  la  detrazione  fu  di  lire  250  imponibili: 
per  quelli  che  eccedono  le  i.'re  550  imponibili,  ma  non  le  lire  600, 
la  detrazione  fu  d'  lire  200.  per  quelli  che  eccedono  le  lire  600 
imponibili  ma  non  le  lire  700,  fu  di  lire  150;  per  quell:  infine  su- 
peiiori  a  lire  700  imponibili,  ma  non  alle  lire  800  la  detrazione  fu 
di  hre  100,  Pei  redditi  di  categoria  D  la  detrazione  fu.  determina- 
ta in  lire  100  ed  ammessa  soltanto  quando  superassero  o  soli  o 
cumulati  come  sopra  le  lire  400  ma  non  le  liie  500  imponibili  *. 
Questi  sono  i  criteri  ed  i  metodi  portati  dalla  legge  origina- 
ria. Sopravvenne  poi  ia  legge  22  luglio  1894,  della  quale  va 
tenuto  conto.  L'on.  Sonnino,  per  far  fronte  in  quell'anno  ad 
un  disavanzo  di  177  milioni,  propose  la  riduzione  degli  interes- 
si del  debito  pubblico,    ai  4  %     netto.    Ma  per   la   xegge   del 
1861  (articolo  3)  gl'interessi  del  debito  pubblico  non  possuno 
essere  colpiti  con  un'imposta  speciale  :  onde  è  cLe  lon.  Son- 
nino ricorse  all'espediente  di  elevare  al  20  %  l'aliquota  genera- 
le della  imposta  per  colpire  così  oltre  che  i  prestiti  dello  Sta- 
to tutti  i  redditi  mobiliari.  Ma  nello  stesso  tempo  la  legge  22 
luglio  1894  portava  'e  quote  di  detrazione  per  le  categorie  B, 
C,  D  da  Vs,  Ve  e  Vs  ai  ^«Ao  (ced.  B),  18/40  (ced.  D)  e  ^'U  (ced, 
C);  mentre   coli'  articolo   2   disponeva   che   le   esenzioni  e   le 

*  Gì  riferiamo  a    Del  Guerra,  La  legislazione  finanziaria,  II  edi- 
zione, Novara,  1905,  pag.  353-354- 


484  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO    IT. 

detrazioni  di  cui  all'  articolo  ^^  della  legge  24  agosto  1877 
dovessero  continuare  a  calcolarsi  essendo  le  regole  di  riduzio- 
ne del  leddito  effettivo  in  reddito  imponibile  stabilite  nelle 
lettere  b,  e  e  d  dell'articolo  24  della  stessa  legge.  Ciò  fece  sor- 
gere un  vivace  dibattito  circa  la  portata  dell'aumento  delle 
quote  di  detrazione  agli  effetti  delle  riduzioni  parziali.  Si  sosten- 
ne che  il  reddito  netto  da  caricare  in  ruolo,  nei  casi  di  possi- 
bile riduzione,  dovesse  calcolarsi  in  base  alle  quote  di  detra- 
zione stabilite  dalla  legge  22  luglio  1894  ^  non  a  quelle  del- 
l'altra 24  agosto  1877.  ^^  questione  fu  troncata  dal  fisco 
con  l'articolo  51  del  regolamento  3  novembre  1894,  e  con  una 
circolare  della  Direzione  generale  delle  imposte  (8  agosto 
1894),  coi  quali  si  dispose  doversi  le  esenzioni  e  riduzioni  cal- 
colarsi in  base  alle  quote  di  detrazione  della  legge  24  agosto 
1877  :  doversi  cioè  i  redditi  netti  ed  effettivi  ridursi  per  la  ca- 
tegoria B  ai  6/8,  per  la  categoria  C  ai  5/8  e  per  la  categoria 
D  ai  4.8.  Per  quanto  simile  interpretazione  sia  stata  combat- 
tuta *  essa  è  oramai  prevalsa  nell'applicazione,  il  che  vuol  dire 
che  si  continuarono  a  ritenere  tassabili  tutti  quei  redditi  netti 
delle  categorie  B,  C  e  D  che,  ridotti  rispettivamente  a  6/8 
a  5/8  ed  a  4/8  risultino  superiori  alle  lire  400,  ed  in  tassabili 
gli  altri,  senza  riguardo  se  colle  nuove  diversificazioni  a  quaran- 
tesimi tali  redditi  si  riducevano  a  cifra  imponibile  inferiore  a 
lire  400,  poiché  la  maggior  riduzione  negli  imponibili,  portata 
dalla  legge  del  1894,  ^'^^^^^  /a//a  unicamente  agli  effetti  dell'ap- 
plicazione della  più  elevata  aliquota  del  20  %  e  non  a  quelli 
della  determinazione  del  minimo  imponibile.  '(  E  quanto  alle 
detrazioni  il  disposto  del  penultimo  capoverso  dell'art.  2  della 
legge  del  1894  andava  inteso  nel  senso  che  dal  nuovo  reddito 
imponibile  (quello  cioè  ridotto  a  quarantesimi)  s  operavano  le 
stesse  detrazioni  di  cui  all'art.  55  del  testo  unico  1877,  ma  in 
ragione  per  altro  delle  nuove  dinersi/ioazioni.  Il  qual  resultato 
si  otteneva  mediante  una  regola  di  proporzione,  i  cui  termini 


*  Confr.  Flora:  L'Imposta  sui  redditi  della  ricchezza  mobile  in  Italiu 
nella  Enciclopedia  giuridica  italiana,  Milano,  1898;  e  Ti  v  aro  ni:  / 
Imposte  Dirette  sulla  ricchezza  mobiliare  e  sv.l  reddito  ,  Torino,  1904 
pp.  i2i-i::4. 


CAP.    XVII.]  l'imposta    mobiliare    in    ITALIA  485 

erano  il  vecchio,  il  nuovo  reddito  imponibile  e  la  detrazione 
conosciuta  ;  l'incognita  la  detrazione  proporzionata.  Se,  ad 
esempio,  si  considerava  1  reddito  netto  in  lire  880  in  categoria  B, 
ij  quale,  secondo  la  legge  de!  1877,  ridotto  a  6/8  corrispondeva 
a  lire  660  imponibili  ed  aveva  diritto  alia  detrazione  di  lire  150, 
il  nuovo  reddito  imponibile  che,  secondo  la  legge  del  1894  di- 
versificato per  20/40,  si  traduceva  in  lire  440,  aveva  diritto  alla 
detrazione  proporzionale  di  lire  100,  perchè  660  (imponibile  vec- 
chio) :  150  (detrazione  vecchia)  :  :  440  (imponibile  nuovo)  :  100. 
Ancora  :  se  si  considerava  il  reddito  netto  di  lire  790  in  cate- 
goria C,  il  quale,  per  la  l^gge  del  1877,  ridotto  a  5/8  corri- 
spondeva a  lire  493,75  imponibili  ed  aveva  diritto  alla  detra- 
zione di  lire  250,  il  nuovo  reddito  imponibile  che,  secondo  la 
legge  del  1894  diversificato  per  18/40  si  traduceva  in  lire  355,50, 
aveva  diritto  alla  detrazione  proporzionale  di  lire  180,  perchè 
493,75  :  250  :  :  355,50  •  180.  E,  se  si  prendeva  il  reddito  netto 
di  lire  360  in  categoria  D,  il  quale  per  la  legge  del  1877,  ridotto 
a  4/8  corrisponde  a  lire  180  imponibili  ed  aveva  diritto  alla  de- 
trazione di  lire  100,  il  nuovo  reddito  imponibile,  per  la  legge 
del  1894,  diversificato  per  15/40  si  traduceva  in  lire  75,  per- 
chè 180  :  100  :  :  360  :  75  '>  *. 
In  conseguenza  di  ciò  si  aveva  : 

Termini  di  esenzione  dall'imposta 

dditi  di  Categ.  A  i)  sono  tutti  soggetti,  anche  se  di  poco  importo 

»  »       A   2  )            »                »                  »             »                    » 

»  »        B  sono  del  tutto  esenti  ai  di  sotto  di  effettive      L,  533,33 

»  »C                »                »                «»»»    640, — 

»  »D              »               »               »»»«   800, — 

Termini  di  riduzioni  deW  imposta 

dditi  di  Categ.  B.  esenti  parzialmente  nei  limiti  daL.  533>33  a  1866,67  effet. 
»  »        C        »  »  »  »     640, —  »  1280, —      » 

>  »       D       »  »  »  »     800, —  »  loco, —      » 

•   Conf   Del  Guerra:  Legislazione  Finanziaria,  pag.  358. 

Ni  t  ^  i.  32 


486  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

Su   essi  si  operano  le  seguenti  riduzioni  deir  imponibile  : 

Per  I  REDDITI  DI  Categoria  B 

Redditi  effettivi 

da  L.  533,38  a  L.  666,66  (imponibili  L.  266,67  a  L.  333,33)  detrazione  L.  166, 

da     »     666,67  a      800, —            tt           a  333>33       »    400, —              »             »  133, 

da    »    800,01  »      033,33            »          »  400, —      »   466,67              »            »  100, 

da    »    933,34  »  1066,66           »          »  466,67      i>    533,33              »             »     66, 

Per  i  redditi  di  Categoria  C 

Redditi  effettivi 

da  L.  640, —  a  L.  800, —  (imponibili  L.  288, —  a  L.  360, — )  detrazione  L.  180, 

da  »  800,01       »   960, —           »            »    360, —      »    442, —           »           »    144, 

da  »  960,01      »ii2o, —           »             »    442, —      »    594, —           »           »    108, 

da  »  1 120.01      »  1280, —           »             »    504, —      »    576, —           »           »     72, 

Per  i  redditi  di  Categoria  C 

Reddito  effettivo  da  L.  800  a  L.  1000  (imponibili  L.  300  a  L.  385)  detrazione  L. 

Meno  semplice  ancora  era  il  caso  di  redditi  derivanti  da  di- 
verse categorie.  Se  il  reddito  di  uno  stesso  contribuente  derivava 
da  diverse  categorie  non  erano  più  applicabili  le  detrazioni  fisse 
esposte,  ma  bisognava  ricorrere  di  volta  in  volta  ad  una  pro- 
porzione. «  Perciò  quando  di  categoria  diversa  siano  i  redditi  al 
nome  di  uno  stesso  contribuente,  che,  soli  o  cumulati  con  al- 
.tri  redditi  mobiliari  o  fondiari,  stiano  nei  limiti  stabiliti  dalla 
legge  per  avere  diritto  a  detrazioni,  converrà  prima  di  tutto  de- 
terminare quale  detrazione  spetti  sul  loro  cumulo,  giusta  la 
legge  del  1877,  e  proporzionare  poi  direttamente  questa  detra- 
zione all'imponibile  complessivo  da  ricavarsi  colla  discrimina- 
zione a  quarantesimi,  giusta  la  legge  del  1894,  di  redditi  da 
tassarsi  a  ruolo.  Ad  esempio  :  se  un  tale  possegga  un  reddito 
netto  di  lire  420  in  categoria  B  e  un  reddito  ugualmente  al  netto 
di  lire  640  in  categoria  B  e  un  reddito  pure  al  netto  di  lire  640 
in  categoria  C,  che  valutati  rispettivamente  ai  6/8  ed  a  5/8, 
danno  il  primo  un  reddito  imponibile  di  lire  3156  l'altro  un  red- 
dito imponibile  di  lire  400  e  cosi  in  complesso  un  reddito  imp 


CAP.    XVII.j  l'imposta    mobiliare   in    ITALIA  487 

nibile  di  lire  715,  la  detrazione  spettante  per  la  legge  del  1877 
è  di  lire  100.  Ora  gli  accennati  redditi  netti  discriminati  rispet- 
tivamente a  20/40  ed  a  18/40,  giusta  la  ìegge  del  1894,  offrono 
quello  di  categoria  B,  l'imponibile  di  lire  210,  l'altro  di  ca- 
tegoria C,  l'imponibile  di  lire  288  e  così  un  imponibile  comples- 
sivo di  lire  498.  Bisogna  dunque  stabilire  la  proporzione  che 
qui  si  espone  già  risoluta,  cioè:  715  (imponibile  vecchio):  100 
(detrazione  ammessa  dalla  legge  del  1877)  :  498  (imponi- 
bile nuovo)  :  X  =  65  (detrazione  proporzionata  in  ordine  alla 
discriminazione  portata  dalla  legge  del  1894).  Di  guisa  che 
il  reddito  tassabile  a  ruolo  in  relazione  a  quello  complessivo 
netto  di  lire  1060  e  imponibile  di  lire  498,  sarebbe  di  lire 
428,35  »  *. 

Con  la  legge  del  1894,  l'aliquota  della  imposta  di  ricchezza 
mobile  venne  fissata  nella  misura  del  20  per  cento  del  reddi- 
to imponibile  per  qualsiasi  categoria.  Pei  redditi  la  cui  imposta 
veniva  riscossa  a  mezzo  dell'esattore  (non  per  ritenuta  diretta 
come  nel  caso  delle  cedole  di  titoli  pubblici  o  stipendi  governa- 
tivi,  ecc.l  all'aliquota  generale  per  cento,  lire  20,  si  ag- 
giungevano le  spese  di  aggio,  che  variavano  di  luogo  in  luogo. 
L'ammontare  dell'imposta  si  otteneva  moltiplicando  la  cifra  del 
reddito  imponibile  per  la  cifra  dell'aliquota,  e  dividendo  il  pro- 
dotto per  cento.  All'aliquota  del  20  %  andava  aggiunto  il  2  %, 
a  rimborso  di  spese  di  distribuzione  deila  imposta,  che  si  appli- 
cava solo  a  redditi  da  esigersi  per  ruoli.  Vi  era  quindi  una  dif- 
ferenza fra  le  aliquote  per  ruoli  e  quelle  per  ritenuta  •  queste 
ultime  essendo  necessariamente  più  basse.  Cosi  per  la  catego- 
ria A',  (imponibile  40/40)  l'aliquota  per  ritenuta  era  del  20  % 
e  quella  per  ruoli  del  20.40  %  ,  per  la  categoria  A",  (impo- 
nibile 30/40)  l'aliquota  per  ruoli  era  di  15.30%  ;  per  la  catego- 
ria B  (imponibile  20/40)  l'impunibile  per  ruoli  è  di  12.20  «/o 
per  la  categoria  C  (imponibile  18/40)  l'aliquota  per  ruoli  era  di 
9.10  %  ;  per  la  categoria  D  (imponibile  15/40)  l'aliquota  per 
ritenuta  era  di  7.50  %  è  quella  per  ruoli  di  7.65  %. 

La  legge  2  maggio  1907  stabiliva  che  i  redditi  delle  catego- 


Conf.  Del   Guerra:  Legislazione  Finanziaria  :  pag.  355 


488  SCIENZA    DELLE    FINANZI:  [LIBRO    II. 

rie  B  e  C  non  potevano  essere  sottoposti  ad  accertamento  da 
parte  del  fisco  se  non  ogni  quattro  anni  :  il  contribuente  po- 
teva chiedere  la  revisione  dopo  un  biennio  La  valutazione  dei 
redditi  era  fatta  sulla  media  del  biennio  precedente  all'inizio 
del  periodo  prescritto  per  la  presentazione  delle  rettifiche  del 
contribuente. 

Nuovi  inasprimenti  ha  avuta  l'imposta  italiana  di  ricchezza 
mobile  coi  due  decreti  luogotenenziali  9  settembre  191 7  e  i^ 
agosto  1919.  Quest'ultimo  decreto,  ribadendo  le  nuove  discri- 
minazioni nelle  categorie  tradizionali  stabilisce  che  l'imposta 
venga  applicata  sui  redditi  netti  in  base  alle  seguenti  alì- 
quote : 

20  %  per  i  redditi  di  categoria  A-i    e  .4-2  ; 

IO  %  per  i  redditi  di  categoiia  B,  accertati  a  carico  di 
privati  e  non  superiori  a  lire  1500  ; 

12  %  per  i  redditi  di  categoria  B,  accertati  a  carico  di 
privati  supeiiori   a  lire  1500  ma  non  a  lire  3000  ; 

15  %  P^r  i  redditi  di  categoria  B,  accertati  a  carico  di 
privati   superiori  a  Ure   3000  ma  non  a   lire  5000  ; 

16  %  per  i  redditi  di  categoria  B,  accertati  a  carico  di 
privati  e  superiori  a  lire  5000  e  per  tutti  quelli  accertati  a  ca- 
rico di  enti  collettivi  ; 

9  %  per  i  redditi  di  categoria  C,  accertati  direttamente 
e  non   superiori  a  lire  1667  ; 

10  %  per  i  redditi  di   categoria  C,  accertati  per  rivalsa; 

11  %  per  i  redditi  di  categoria  C,  accertati  direttamente 
e   superiori  a  lire    1667  ma  non   a  lire  3000  ; 

14  %  per  i  reddiri  di  categoria  C,  accertati  direttamente 
e  superiori   a  lire  3000  ma  non    a  lire  5000  ; 

15  %  per  i  redditi  di  categoria  C,  accertati  direttamente 
e  superiori  a  lire  5000  ; 

7.50  %  per  i  redditi  di  categoria  D,  non  superiori  a  li- 
re  2000  ; 

8,65  %  per  i  redditi  di  categoria  D ,  superiori  a  li- 
re 2000. 

Codeste  aliquote  sono  comprensive  dei  centesimi  addizionali 
d)  cui  al  decreto  15  ottobre  191 4,  e  del  decimo  di  cui  alla 
legge  16  dicembre  191 4- 


CAP.   XVIJ.]  l'imposta    mobiliare   in    ITALIA  489 

Il  decreto  9  settembre  191 7  regola  le  esenzioni  e  le  detra- 
zioni. 

Sono  esenti  da  imposta  m  categoria  B  i  redditi  netti  fino 
a  lire  533,33  in  categoria  G  i  redditi  netti  fino  a  lire  640,  in 
categoria  D  i  redditi  netti  fino  a  lire  800. 

Le  detrazioni  portate  dalla  legge  22  luglio  1894,  n.  339,  ver- 
ranno fatte  sui  redditi  netti,    e  cioè  nelle  seguenti  misure  : 
in  categoria  B  : 

lire  333,33  per   i  redditi  superiori  a  533,33  ma  non  a 
lire  666,66  ; 

lire  266,66  per  i  redditi  superiori  a  lire  666.66  ma  non 
a   lire  800,00  ; 

lire   200,00  per  i  redditi  superiori  a  lire  800,00  ma  non 
a  lire  933,33  ; 

lire  133,33  per  i  redditi  superiori  a  lire  933,33  ma  non 
a  lire  i  .066,66  : 

in  categoria  C  : 

lire  400.00  per  i  redditi  superiori  a  lire  640,00  ma  non 
a  lire  800,00  ; 

lire  320,00   per   i   redditi   superiori  a   lire  800,00    ma 
non  a  lire  960.00  ; 

lire  240,00  per   i  redditi    superiori    a    lire  960,00  ma 
non  a  lire  1.120,00  ; 

lire   160,00  per  i  redditi  superiori  a    lire    1.120,00    ma 
non  a   lire  1.280,00. 

Alle  aliquote  di  legge  [  diremo  così  ideali  )  occorre  so- 
stituire le  reali  ,  cioè  quelle  che  effettivamente  gravano  sul 
contribuente.  Esse  nel  1914  erano  fissate  nella  seguente  mi- 
sura : 

del  20,40  %  per  i  redditi  di  categoria  A)  ;  n.  i  ; 
del  17,595  %  per   i  redditi   di  categoria  A)  ;  n.  2  ; 
dell'  11,73  %  per  i  redditi  di  categoria  B)  ; 
del  10,557  %  per  i  redditi   di  categoria  C)  ; 
deir8,797  %  per  i  redditi  di  categoria  D)  ; 
del  5,50  %  per  i  redditi  delle  Colonie  agrarie. 
Risultano  invece  aumentate  ,  dopo   i   rimaneggiamenti    del 
1917  e  del  1918,  come  appresso  : 

aliquota  del  25,868  %  per  i  redditi  di  categoria  A);  n   i  ; 


490  SCIENZA    DELLE  FINANZE  [LIBRO   II. 

aliquota  del  25,368  %  per  i  redditi   di  categoria  A)  n.  2; 

aliquota  del  12,934  %  P^r  i  redditi  di  categoria  B)  non 
superiori  a  L.  1.550  ; 

aliquota  del  15,3208  %  per  i  redditi  di  categoria  B)  non 
superiori  a  L.  3.000  ; 

aliquota  del  18,901  %  per  i  redditi  di  categoria  B)  non 
superiori  a  L.  5.000  ; 

aliquota  del  20,094  %  per  i  redditi  di  categoria  B)  non 
superiori  a  L.  20.000  , 

aliquota  del  11,6406  %  per  i  redditi  di  categoria  C)  non 
superiori  a  L.  1.667  accertati  direttamente  al  nome  del  red- 
dituario  ; 

aliquota  del  12,834  %  P^r  i  redditi  di  categoria  C)  di 
qualunque  ammontare  accertati  per  rivalsa  presso  il  datore 
di  lavoro  ; 

aliquota  del  14,0274  %  per  1  redditi  di  categoria  C)  non 
superiori  a  L.   3.000  accertati  direttamente  ; 

aliquota  del  17,6076  %  per  i  redditi  di  categoria  C)  non 
superiori  a  L.  5.000  accertati  direttamente; 

aliquota  del  18,801  %  per  i  redditi  di  categoria  C)  sa- 
periori  a  5.000  accertati  direttamente  ; 

aliquota  del  9,3255  %  per  i  redditi  di  categoria  D) ,  rl- 
scuotibili  direttamente  e  non  superiori  a  L.  2.000  ; 

aliquota  del  10,69791  %  per  i  redditi  di  categoria  D)  ruoli 
e  superiori  a  L.   2.000  ; 

aliquota  del  11,07291  %  per  i  redditi  di  categoria  D)  ri- 
scuotibili  per  ritenuta  diretta  e  superiore  a  L.   2.000  ; 

aliquota  dell' 8,5637  %  per  redditi  delle  colonie  a- 
grarie. 

Si  aggiunga  che  mentre  prima  all'imposta  di  ricchezza  mo- 
bile non  si  aggiungevano  addizionali ,  ora  province  e  comu- 
ni hanno  facoltà  di  imporre  un  addizionale,  di  dieci  centesimi 
ciascuno  per  ogni  lira  d'  imposta  erariale  sui  redditi  di  cate- 
goria B  e  di  categoria  C  ;  facoltà  delJa  quale,  naturalmente 
le  province  hanno  profittato  per  ricavarne  (nel  1921)  48,100.000 
lire  ed  i  Comuni  per  averne  44,300.000  lire.  Allo  Stato  la 
ricchezza  mobile  dava,  nel  192 1,  lire  958,100.000.  Tra  Stato, 
province  e  comuni,  l'imposta  gitta va,  in  quell'anno  1040.50c.000 


CAP.   XVII.]  l'imi  OSTA   MOBILIARE   IN   ITALIA  49I 

lire.  Aveva  dato  nel  1914,  ultimo  anno  normale,  al  solo  Stato 
(perchè  non  vi  erano  allora  gli  addizionali)  273,300.000  lire  ; 
onde  facendo  pari  a  100  la  cifra  del  191 4  si  ha  che  tra  quel- 
r  anno  ed  il  1921  il  carico  del  contribuente  italiano  per  la 
imposta  mobiliare  è  passato  da  100  a  382,9. 

Come  si  vede  ,  l' imposta  di  ricchezza  mobile  è  divenuta 
anch'  essa    in  Italia  progressiva. 

L'  accertamento  dei  reddito  presenta  non  poche  difficoltà 
Tutti  i  redditi  che  non  possono  essere  assoggettati  all'  impo- 
sta per  ritenuta  sono  tassabili  co  sistema  dei  ruoli  nominativi, 
su  dichiarazione  del  contribuente,  controllata  dagli  agenti  del 
fisco  e  vagliata,  in  caso  di  reclamo,  dalle  speciali  commissioni. 
Quando  il  contribuente  non  ottemperi  all'obbligo  della  di- 
chiarazione, l'accertamento  del  reddito  è  operato  di  ufficio  da- 
gli agenti  fiscali. 

11  potere  di  investigaziv  )ne  degli  agenti  fiscali  e  delle  com- 
missioni di  imposte  è  assai  largo;  nondimeno  i  sagg;  elevati 
della  imposta  rendono  le  evasioni  assai  frequenti  e  le  frodi 
numerose. 

Non  ostante  il  fiscalismo  degli  agenti,  è  i'  ammontare  del 
reddito  che  si  può  difficilmente  conoscere.  I  redditi  sono  am- 
ministrativamente distinti  in  «  certi  e  definiti  »  ed  in  «  incer- 
ti e  variabili  »  ;  tra  i  primi  si  comprendono  i  redditi  del  capita- 
le, i  salari,  gli  stipendi,  le  pensioni  ;  fanno  parte  degli  incerti 
e  variabili  i  redditi  del  commercio,  dell'industria  e  delle  pro- 
fessioni liberali.  Ora  non  è  possibile  conoscere  e  quindi  colpire 
con  precisione  l'ammontare  dei  redditi,  siano  pure  certi  e  de- 
finiti :  gl'interessi  dei  prestiti,  ad  esempio,  fatti  ai  privati 
sfuggono  all'imposta  sempre  che  il  contribuente  o  non  esibi- 
sca il  titolo,  o  lo  falsi,  cioè  dissimuli  un  prestito  sotto  altro 
aspetto  giuridico,  sotto  quello  del  deposito  gratuito  o  della  ven- 
dita col  patto  del  riscatto  etc.  Ma  le  difficoltà  diventano  as- 
sai maggiori  quando  si  tratti  di  redditi  incerti  e  variabili, 
cioè  di  quelli  industriali,  commerciali,  delle  professioni  libera- 
li e  via  dicendo.  L'articolo  25  della  legge  prescrive  che  le  so- 
cietà anonime,  le  società  in  accomandita  per  azioni,  gì'  isti- 
tuti di  credito  e  le  Casse  di  risparmio  debbano  essere  colpiti  sul- 
la   base    dell'ultimo    bilancio. 


492  SCIENZA   DELLE    FINANZE  [LIBRO   II, 

L'imposta  italiana  di  ricchezza  mobile  è  assai  grave  ed  i 
benefici  industriali  e  commerciali  non  sono  sempre  tali  che 
società  ed  istituti  possano  facilmente  sopportarla;  onde  si 
spiega  in  chi  li  amministra  il  desiderio  di  evaderla  parzialmen- 
te. Falsificare  le  cifre  dei  bilanci  è  pericoloso  anche  dal  pun- 
to di  vista  penale,  è  assai  più  sicuro  invece  attribuire  un  elemen- 
to ad  un  capitolo  anzi  che  ad  un  altro  allo  scopo  di  dissimula- 
re gli  utili  :  «  alcune  società  giungono  a  tener  perfino  due  se- 
rie di  libri,  una  per  gli  azionisti  ed  un'  aitra  per  il  fisco  »  *, 
che  è  sempre  in  lotta  diffidente  e  spesso  aspra  cogli  ammini- 
stratori per  controllare  o  ristabilire  la  sincerità  dei  bilanci. 
Né  quando  quella  sia  accertata  il  dibattito  è  finito:  diviene 
più  accanito  anzi  allorché  si  passa  a  determinare  sul  reddito 
lordo  il  reddito  netto.  La  paura  del  fisco  é  cosi  grande  nelle 
società  commerciali  (ed  è  paura  giustificata)  che  una  delle 
principali  cure  di  chi  amministra  é  di  premunirsi  contro  il 
pericolo  di  fortunate  .nvestigazioni  da  parte  degh  agenti  di 
esso.  Anche  per  quanto  riguarda  gli  utili  industriali  dei  privati 
o  delle  società  di  persone  le  controversie  fioriscono ,  poiché 
l'articolo  32  della  legge  ammette  la  deduzione  delle  spese  ine- 
renti alla  produzione;  spese  che  naturalmente  il  contribuente 
tende  ad    elevare  ed  il  fisco  a  ridurre. 

L'indagine  diventa  addirittura  impossibile,  e  quindi  o  è 
feroce  o  è  inefficace,  da  pai  te  del  fisco  quando  si  tratta  di  accer- 
tare 1  redditi  delle  professioni  liberali  (avvocati,  patrocinatori, 
notai,  ingegneri,  architetti,  medici,  chirurgi,  etc.)  :  il  più  del- 
le volte  manca  ogni  elemento  reale,  ogni  prova  giuridica  dei 
reddito.  La  legge  (  articolo  50  del  testo  unico  )  avea  dato  ni 
fisco  parecchie  armi,  (come  l'accesso  nei  locali  dell'  industria, 
come  le  informazioni  di  terzi,  come  l'ispezione  dei  registri, 
etc.)  che  avrebbero  potuto  esser  efficaci  e  che  erano  alcune  an- 
che giuste,  ma  niuno  ha  mai  pensato  di  usarle  e  ninno  osereb- 
be più  ricorrervi  ;  ora  le  abitudmi  amministrative  si  sono  so- 
stituite alla  legge,  e  mentre  non  esiste  in  Italia  alcun  sistema 
di  prove  fiscali  esiste  solo  il  potere  discrezionale  delle  Commis- 


♦  Flora:  Scienza  delle  Finanze,  III  edizione,  Livorno  1909,  pag.  417 


CAP.    XVII.]  L  IMPOSTA    MOBILIARE    IX    ITALIA  493 

Sioni,  che  è  in  materia  di  fatti  assoluto;  è  con  esse  che  l'agente 
deve  cercare  d'intendersi  poi  che  la  legge  sono  loro.  Da  ciò  di- 
sparità di  apprezzamenti  da  luogo  a  luogo  di  anno  in  anno. 
L'imposta  cosi,  per  i  redditi  incerti  e  variabili,  si  trasforma  in 
un'imposta  indiziaria,  perdendo  in  massima  il  suo  carattere. 
A  determinare  il  reddito  tutto  può  contribuire  :  valore  locati- 
vo dei  locali,  cifre  di  spedizione,  bollette  di  dogana,  numero  de- 
gli operai  e  degl'  impiegati,  altezza  di  salari,  capitale,  massa  de- 
gli affari  etc.  Su  tutto  ciò  gli  agenti  basano  i  loro  calcoli  e  le 
commissioni  giudicano  .  la  voce  pubblica,  a  dir  così  influisce  ; 
come  influiscono  l'affitto  di  ca<=;a  e  il  tenor  di  vita  financo  del 
contribuente.  «  Ecco  la  base  ,  scrive  un  acuto  francese  che 
si  è  a  lungo  occupato  delle  frodi  nella  nostra  ricchezza  mobi- 
le: il  Perdrieux  ,  che  può  sembrare  assai  fragile,  della  imposi- 
zione degli  industriali  e  dei  commercianti»  *.  Che  il  contri- 
buente cerchi  di  guardarsi  dall'Agente  è  umano:  che  l'agente 
tenda  a  strappare  alla  vittima  i  suoi  segreti  s'intende,  se  non 
ha  altro  modo  di  adempiere  al  dover  suo.  Da  ciò  la  fioritura 
di  aneddoti  diffusi,  un  pò  dovunque  all'estero,  negli  scritti  che 
si  occupano  dell'argomento,  sulle  imboscate  tese  a  medici  e  ad 
avvocati,  sui  rifiuti  di  un  libraio  a  dichiarare  quali  libri  ven- 
de di  più ,  per  paura  del  fisco,  e  via  dicendo.  In  tutto  ciò, 
l'arbitrio  verso  il  contribuente  è  spesso  grande,  ma  anche  il 
danno  del  fisco  vi  è  o  può  esservi;  e,  forse,  non  perchè  l'impo- 
sta renda  molto  meno  di  quanto  dovrebbe,  ma  perchè  rende 
tanto  con  molti  sforzi,  premendo  su  chi  meno  ha,  mentre  molti 
che  dovrebbero  pagare  non  pagano  e  anche  molti  di  coloro  che 
pagano,  pagano  meno  di  quello  che  sarebbe  giusto.  Il  Per- 
drieux asserisce  di  poter  citare  il  caso  di  un  medico,  specia 
lista  rinomato,  che  paga,  dopo  dodici  anni,  quanto  pagava  nel 
primo  anno  del  .suo  esercizio  professionale  ! 

L'imposta  è  assai  grave  e  notevoli,  naturalmente,  sono  le 
evasioni  ;  l'accertamento  del  reddito  non  è  che  indiziario  e 
l'ingiustizia  quindi  non  può  essere  sempre  evitata:   ciò  crea  uno 


♦  M.  P.  Perdrieux:  Les  fraudes  dans  Vimpót  italien  sur  les  re- 
tenus  de  la  Richesse  mobilière  ;  in  Bulletin  Mensuel  de  la  Societé  de  Lègi- 
lation  Comparèe.  Quarantième  annèe,  N.  3,  Mars  1909.  Paris,  pag.  227. 


494  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO  II. 

stato  di  cose  che  in  un  altro  paese  meno  adattabile  del  nostro 
non  si  saprebbe  concepire.  A  quanto  ammontino  le  evasioni 
ninno  può  dire:  lo  ignora  la  stessa  Amministrazione,  la  quale, 
in  un  documento  ufficiale,  si  limita  ad  intuirlo,  mettendo  in  rap- 
porto lo  aumento  di  prodotto  della  ricchezza  mobile  sugli 
stipendi  pensioni  ed  altri  assegni,  pagata  per  ritenuta  allo  Stato, 
e  l'incremento  del  gettito  della  stessa  imposta,  esatta  mediante 
ruoli  nominativi.  Tutto  ciò  crea  non  poche  disparità.  Lo 
Spoelberch  *  osservava  che  nel  1902  gli  stipendi  e  pensioni 
degli  impiegati  pubblici  e  privati  erano  colpiti  per  una  somma 
più  elevata  di  quella  per  la  quale  erano  colpiti  i  benefici  del- 
l'industria e  del  commercio  ;  nel  1904  i  redditi  delle  profes- 
sioni liberali  davano  un  pò  più  della  metà  di  quello  che 
davano  gli  stipendi  degli  impiegati  ;  nel  1894,  secondo  dati 
ufficiali,  risultavano  imposti  per  redditi  superiori  alle  10.000 
lire,  in  tutta  Italia,  35  medici  chirurgi,  66  avvocati  e  pro- 
curatori,  16  notai,  II  ingegneri  ed  architetti  .  Nel  1902,  i 
redditi  superiori  alle  loooo  lire  erano  2965  sopra  466257 
nella  categoria  B;  e  620  sopra  202355  nella  categoria  C; 
nella  categoria  B  i  redditi  inferiori  alle  1000  lire  rappresen- 
tavano il  44.77  %  del  reddito  totale  della  categoria  e  quelli 
superiori  ai  3000  erano  il  33.05  %  ;  nella  categoria  C  i  redditi 
al  disotto  delle  1000  lire  giungevano  appena  al  28.78  %  e 
quelli  oltre  3000  erano  23.54  %  mentre  i  redditi  tra  1000  e 
2000  rappresentavano  il  47.68  quasi  la  metà)  del  reddito  to- 
tale della  categoria  ;  il  che  permette  di  concludere,  di  accor- 
do con  altri,  che  «  buona  parte  della  materia  imponibile  sfug- 
ge ancora  al  tributo  »  .  Dopo  un'acuta  analisi  della  imposta  di 
ricchezza  mobile  italiana,  il  Perdrieux  scrive  :  «  Un'imposta 
sul  reddito  dichiarato  divenuta  in  parte  un'imposta  sul  reddito 
presunto  ;  un'imposta  sul  reddito  annuale  divenuta  un'imposta 
sul  reddito  medio  ;  un'  amministrazione,  che  lascia  arruggini- 
re le  arm  i  che  le  accorda  la  legge,  per  adottarne  altre  meno  bru- 
tali ma  meno  sicure  ;  un  saggio  legale  applicato  a  dei  redditi 


*  Ollivier  de  Spoelberch:  L'Impót  sur  le  Revenu  en  Italie. 
Bruxelles  1908,  pag.  225.  Vedi  anche  l.\  a.;  V Imposta  mohiliarf  e  la 
riforma  dei  tributi  diretti  in  Italia.  Torino  ig^ó 


GAP.     XVII.]  l'imposta    MOBILIARE    IN    ITALIA  495 

inferiori  al  vero,  ciò  che  viene  a  ridurre  quel  saggio  :  ecco  lo 
spettacolo  che  offre,  applicata  alla  maggior  parte  della  materia 
imponibile,  l'imposta  italiana  sui  redditi  di  ricchezza  mobi- 
le. Accade  spesso  ad  un'imposta  di  venirsi  modificando  nella 
pratica,  ma  non  vi  è  ,  forse,  negli  stati  moderni  esempio  di  una 
simile  deviazione  »  *  .  Ciò  è  vero;  ma  è  anche  vero  che  l'impo- 
sta di  ricchezza  mobile  italiana  è  un'imposta,  come  lo  stesso 
scrittore  riconosce,  assai  grave. 

L'imposta  di  ricchezza  mobile  italiana,  ha,  data  la  ricchezza 
del  paese  che  non  è  grande,  una  produttività  enorme.  Poche 
imposte  in  trenta  anni  sono  aumentate  così  rapidamente  co- 
me quella  sulla  ricchezza  mobiliare.  E  benché  tuttavia,  per  i 
difetti  dell'ordinamento  attuale,  molti  sfuggano  all'  imposta 
che  dovrebbero  esser  compresi,  e  vi  siano  contrasti  non  pochi, 
pure  l'imposta  deve  esser  giudicata  nel  suo  complesso  assai 
aspra. 

Iv'imposta  di  ricchezza  mobile  ha  anche  il  torto  di  colpire 
per  altra  via  la  terra,  gravando  i  redditi,  il  capitale  mobile  o 
circolante  in  essa  investiti,  mentre  sarebbe  utile  che  ciò  rien- 
trasse nello  imponibile  della  imposta  fondiaiia.  Maggiore  tor- 
to di  questa  imposta  è  di  non  colpire  il  reddito  esentando  sem- 
pre il  costo  di  produzione,  ma  di  gravare  spesso  il  prodotto 
lordo.  All'Italia  ha  nociuto  non  poco  non  avere  una  imposta 
industriale  disgiunta  dalle  altre  ;  cosa  che  avrebbe  permesso 
una  tassazione  reale  equa  e  avrebbe  permesso  il  formarsi  di 
una  pili  grande  imposta  personale  destinata  a  correggere  le 
deficienze  e  gli  errori  delle  imposte  reali.  Non  si  può  negare  non 
dimeno  che  la  legislazione  italiana  sulla  imposta  di  ricchezza  mo- 
bile ha  rappresentato  un  reale  progresso  nella  legislazione  tri- 
butaria dei  paesi  moderni  :  è  ancora  in  ogni  caso  suscetti- 
bile di  modificazione  che  la  rendano  adatta  a  figurare  in  un 
regime   tributario  veramente   moderno. 

Neil'  imposta  sulla  ricchezza  mobile  in  Italia  vi  era,  prima 
delle  riforme  del  1917  e  1919,  con  la  differeazlazione  del  red- 


*  Perdrieux:  Les  fra  udes  etc.  già  cit.  pag.  240.  Ci  riferiamo  allo 
studio  notevole  di  questo  scrittore  nel  testo. 


496 


SCIENZA  DELLE  FINANZE 


[libro    II. 


diti  e  il  minimo  di  esenzione,  un  timidissimo  accenno  di  pro- 
gressione :  ora  la  progressione  è  chiara  e  decisa  *. 

Si  è  a  lungo  discusso  intomo  alla  imponibilità  del  così 
detto  sopraprezzo  delle  azioni  di  nuova  emissione.  Sin  dai 
4  luglio  1807  la  Cassazione  di  Roma,  a  sezioni  unite,  aveva 
giudicato  che  il  soprapprezzo  non  ha  carattere  di  reddito 
e  quindi  non  è  imponibile;  e  tale  sentenza  parve  avesse  decisa 
la  questione,  anche  nei  riguardi  del  fisco  che  sembrò  vi  si  adat- 
tasse. Ma,  nel  dicembre  1906,  la  Commissione  centrale  delle 
imposte  dirette  decideva  in  senso  opposto,  e,  con  sentenza  dei 
15  febbraio  1910,  la  Cassazione  di  Roma,  anche  a  sezioni  uni' 
te,  giudicava  legittima  l'imponibilità  del  soprapprezzo.  Quin- 
di la  questione  può  ritenersi  come  praticamente  risoluta 
nel  senso  della  imponibilità.  Molti  economisti,  finanzieri  e 
giuristi  hanno  vigorosamente  combattuta  la  tesi,  che  è  stata 
accolta  dalla  Cassazione  romana,  sostenendo  che  per  l'acquiren 
te  non  è  a  distinguere  fra  prezzo  e  soprapprezzo,  poiché  è  ine- 
sistente un  soprapprezzo  in  sé  considerato  ed  esiste  solo  un  prez- 
zo, che  corrisponde  al  valore  che  si  attribuisce  all'azione,  in 
base  al  dividendo  presunto  paragonato  al  saggio  dei  profitti. 
La  Cassazione  romana  invece  riteneva  che  il  soprapprezzo  sia 
un  prodotto  del  capitale  applicato  e  quindi  lo  giudicava  impo- 

*  L'imposta  di  ricchezza  mobile  ha  avuto  in  Italia  il  seguente  rendi- 
mento : 

Imposta  sui  redditi  di  ricchezza  mobile 
Anni  riscossa    per    ruoli  riscossa    per    ritenute  Totale 

(in  milioni  di  lire) 


1869 

82,2 

1872 

79,2 

1880 

98,3 

I889-I890 

125,7 

I889-I890 

125,7 

1899- 1900 

143,1 

I902-I903 

151,4 

I905-I906 

161,3 

19II-IQI2 

210,0 

I920-I92I 

702,0 

43,7 

125,9 

74,7 

153,9 

80,1 

178,5 

104,9 

230,6 

104,9 

230,0 

145,9 

289,0 

146,6 

298,2 

143,9 

305,0 

76,0 

286,0 

233,3 

935,3 

CAP.  XVIII.]  IMPOSTE   GENERALI   SUL  REDDITO  497 

nibile  *.  L'imposta  colpiva  prima  i  titoli  di  rendita  pubblica 
in  proporzione  del  20  per  cento  :  ora  dopo  la  conversione  del- 
la rendita  del  1906,  l'Italia,  dal  i  gennaio  1907,  non  colpisce 
di  imposta  la  rendita  pubblica. 

XVIII. 

Le    IMPOSTE     GENERALI    SUL    REDDITO. 

I.  Carattere  delle  imposte  generali  sul  reddito, 

152.  Alcuni  paesi  o  non  hanno  o  hanno  poche  e  insigni- 
ficanti imposte  dirette  reali  su  forme  particolar  di  reddito  ; 
essi  hanno  però  una  sola  grande  imposta  diretta  sul  reddito, 
che  colpisce  appunto  tutte  le  forme  di  reddito.  Così  l'Inghil- 
terra ha  Vincome  fax. 

Vi  sono  altri  paesi  invece,  che  hanno  imposte  dirette  reali  per 
singole  forme  di  reddito,  e  poi  hanno  una  grande  imposta  sul 
patrimonio  o  una  grande  imposta  sul  reddito,  o  l'una  e  l'al- 
tra assieme,  la  cui  funzione  è,  prevalentemente,  di  correggere 
le  deficienze  delle  imposte  dirette  reali. 

Adunque,  la  imposta  generale  sul  reddito  o  si  sovrappone  al- 
le altre  imposte,  cercando  correggere  le  deficienze  0  gli  errori  di 
ciascuna,  oppure  riunisce  tuite  le  imposte  dirette  0  gran  parte 
di  esse. 

Molti  concepiscono  l'imposta  generale  sul  reddito  come  la 
futura  imposta  unica;  quella  destinata  a  prender  il  posto 
di  tutte  le  altre.  Noi  siamo  molto  dubbiosi  in  tomo  a  questa 
speranza:  poiché  sappiamo  quanto  le  grandi  imposte  dirette 
siano  poco  produttive. 

*  Confronta  :  Cablati:  La  funzione  economica  del  sopraprezzo,  in 
Riforma  sociale,  marzo- aprile  1907  ;  G  r  i  z  i  o  t't  i  :  Gì' incrementi  di  va- 
lore nelle  azioni  industriali  e  il  sistema  tributario  italiano,  in  Giornale  degl  i 
Economisti,  luglio  1909  ;Tascadi  Castellazzo://  prezzo  di  av- 
viamento e  l'imposta  di  ricchezza  mobile,  Torino  1099  ;  Einaudi:  // 
sopraprezzo  e  l'imposta  di  ricchezza  mobile,  nella  Rivista  di  Diritto  Pub- 
blico, febbraio  1909  ;  Gobbi:  L'Imposta  sul  sopraprezzo,  nel  Monitore 
dei  Tribunali  1910,  num.  3,  etc. 


498  SCIENZA  DELLE   FINANZE  [LIBRO  II. 

L'imposta  generale  sul  reddito  va  dunque  intesa  o  come  una 
trasformazione  parziale  di  tutte  le  imposte  dirette  reali,  in 
un  sistema  di  unione  e  di  coordinamento  (come  in  Inghil- 
terra), o  come  completamento  di  tutte  le  imposte  e  correttivo 
dei  sistemi  tributari  (come  in  Prussia) .  Ogni  giorno  più  si  accen- 
tua in  queste  imposte  la  tendenza  a  tener  conto  delle  condizioni 
personali  del  contribuente  e  quindi  non  solo  ad  adottare  il 
principio  della  diversificazione  dei  redditi  ;  ma  anche  a  tener 
conto  della  situazione  familiare  dei  contribuenti  (debiti,  sta- 
to della  famiglia,  ecc.).  Mentre  però  le  imposte  reali  sono,  nel 
loro  accertamento,  più  facili  e  colpiscono  in  base  a  catasti, 
stime  ufficiali  e  altri  mezzi  più  o  meno  sicuri  di  valutazione ,  le 
imposte  generali  sul  reddito,  sopra  tutto  quando  assumono  ca- 
rattere personale,  sono  necessariamente  inquisitive:  questa  è 
la  ragione  non  ultima  per  cui  alcuni  paesi  oppongono  loro  vi- 
vace resistenza,  anche  riconoscendone  i  vantaggi.  Ha  anche 
ufficio  complementare,  nei  paesi  dove  esiste,  la  imposta  gene- 
rale sul  patrimonio  (Vermògensteuer,  come  dicono  i  tedeschi) 
che  colpisce  tutta  la  sostanza  dei  contribuenti,  anche  quella 
che  non  produce  reddito  ed  esenta  per  conseguenza  i  redditi 
non  fondati  dei  cittadini.  Vedremo  ora  quali  forme  prendano 
queste  imposte  nelle  legislazioni  moderne  *  . 


*  Sulla  imposta  generale  sul  reddito  e  sulle  questioni  relative  cfr.  anzi 
tutto  la  recente  notevole  opera  di  E  d  w  i  n  R.  A.  S  e  1  i  g  m  a  n  :  The 
Income  tax.  The  study  0}  the  History  and  practice  of  Incoine  taxation  ai 
home  and  abroad  New  Jork  1911  ;  e  poi  V  o  e  k  e  :  op.  ci.  pagina  390  e 
seg.  ;  EsquirondeParieu:  Histoire  des  impòts  sur  la  propriété 
et  sur  le  revenu,  Paris  1866;  A.  W  ag  n  e  r:  Teoria  speciale  delle  imposte  nel 
Manuale  diSchoenbeg;  Seligman:  The  Income  Tax  in  the  Ame- 
rican Colonies  and  States  nel  Politicai  Science  Quarterly  di  giugno  1895; 
C  h  ai  1 1  e  y  :  L'impót  sur  le  revenu.  Paris  1884;  Rice  a-S  a  1  e  r  n  o  : 
Della  imposta  sul  reddito,  neW  Annuario  del  Ferraris;  RiccaSa- 
1  e  r  n  o  :  Vimposta  progressiva  e  le  rijorme  tributarie  di  alcuni  stati  euro- 
pei, nel  B.  I.  S.  1894,  voi,  VII,  e  gli  articoli  pubblicati  dallo  stesso  autore 
nella  Nuova  Antologia,  del  1891  e  del  1894,  dove  è  citata  larga  bibliogra- 
fia sull'argomento  ;  Tiv  areni:  Le  imposte  dirette  sulla  ricchezza  mo- 
biliare e  sul  reddito,  Torino  1904. 


CAP.  XVIII.]  l'income  fax  inglese  499 


II.  L'income  tax  ing/ese. 

153.  Il  più  grande  esempio  di  imposta  generale  sul  red- 
dito è  nella  income  tax  inglese,  che  fu  stabilita  fin  dal  1789  da 
W.  Pitt.  Modificata  successivamente,  in  ispecie  per  opera  di 
Gladstone,  di  Asquith  e  di  Lloyd  George,  l'income  tax  si  può  di- 
re che  sia  rimasta  il  tipo  delle  imposte  di  questa  natura.  Isti- 
tuita provvisoriamente,  l'income  tax  era  nel  1798  niente  altro 
che  un  accrescimento  di  tributi  già  esistenti  {assessed  taxes)  : 
ma  già  l'anno  dopo  perdeva  questo  carattere  e  diventava  una 
imposta,  che  sostituendo  le  altre  imposte  dirette  colpiva  del 
IO  per  100  il  reddito  dichiarato  dagli  interessati  e  controllato 
da  un  giurì  ;  esentando  solo  i  redditi  minimi .  Ma  siccome 
grande  era  stata  l'avversione  che  il  nuovo  tributo  aveva  in- 
contrato, e  le  frodi  moltissime  ed  aspre,  e  un  pò  giustificate  dal 
fatto  che  l'imposta  colpiva  senza  distinzione  di  origine  l'in- 
sieme del  reddito,  con  aliquote  molto  elevate  ;  così  dopo  la 
pace  di  Amiens  l'income  tax  fu  abolita.  Rimessa  poco  dopo, 
venne  con  la  legge  del  1803  riformata  completamente,  e  fu 
questa  legge  che  introdusse  le  famose  cedole  A,  B,  C,  D,  E, 
che  servirono,  come  vedremo,  alla  classificazione  dei  redditi. 
'L'income  tax,  dopo  il  1803,  si  compone  dunque  in  realtà  di 
cinque  tributi  sovrapposti,  con  l'uguaglianza  di  tassazione  co- 
me tratto  di  unione.  I  redditi  sono  raggruppati  sotto  cinque 
capi  o  cedole  :  la  cedola  A  si  applica  alle  case  e  alle  terre  ;  la 
cedola  B  comprende  i  fitti  ;  la  cedola  C  i  dividendi,  interessi 
e  rendite  ;  la  cedola  D  i  redditi  industriali,  commerciali  e  pro- 
fessionali ;  infine  la  cedola  E  stipendi  e  pensioni.  In  principio, 
l'imposta  è  percepita  dietro  dichiarazione  (obbligatoria  o  fa- 
coltativa) :  e  così  per  le  cedole  A,  B,  C,  D  ;  in  quanto  a  que- 
st'ultima, per  non  nuocere  agli  industriali  con  la  pubblicità 
data  ai  benefizi,  la  dichiarazione  può  sssere  mandata  sotto  pli- 
co suggellato  ai  commissari  dell'income  tax.  Nessuna  dichiara- 
zione è  necessaria  in  rapporto  alla  cedola  C;  la  tassazione  ne 
è  fatta  di  ufficio.  È  lo  stesso  per  i  trattamenti  dei  funzionari 
compresi  nella  cedola  E.  Le  dichiarazioni  sono  controllate,  o 
secondo  le  imposte  locali  che  pesano  sulla  proprietà  fondiaria 


500  SCIENZA   DELLE   FINANZE  i  LIBRO   II. 

(cedola  B),  o  infine  per  i  profitti  del  commercio  mediante  una 
comparazione  tra  la  dicliiarazione  del  negoziante  e  le  tassazio- 
ni provvisorie  preparate  dagli  agenti  locali.  Nel  1803  il  tasso 
dal  IO  per  100  fu  anche  ridotto  al  5,  esentando  i  redditi  di 
T500  lire  e  colpendo  debolmente  i  redditi  fra  1500  e  3750  li- 
re. Più  tardi  il  minimo  di  esenzione  fu  portata  a  3750  lire. 
Soppressa  ancora  una  volta  per  la  viva  avversione  che  incon- 
trava, fu  nel  1842  rimessa  da  Peel  e  da  allora  non  fu  soppres- 
sa mai  più  :  benché  Peel,  rimettendola,  dichiarasse  di  non  vo- 
lerla per  più  di  tre  anni.  Ma  Peel,  che  in  quel  tempo  avea  abo- 
lito i  dazi  sul  grano  {ccrn  iaws)  e  rinnovato  il  regime  postale  e 
che  era  diventato  l'uomo  più  in  ^-ista  del  Parlamento,  potè 
chiedere  che  l'imposta  fosse  mantenuta  per  ancora  tre  anni, 
promettendo  sempre  di  abolirla.  Fu  nel  1853  che  Gladstone 
ottenne  una  proroga  di  7  anni,  e  fu  d'allora  che  il  mante- 
mento  dell'imposta  fu  assicurato 

Le  deduzioni  ammesse  sono  numerose  :  i  redditi  della  cedo- 
la A  sono  esenti  dalla  mcome  tax  (non  dalla  (and  tax)  in 
caso  di  vacanza  ;  si  deducono  dal  reddito,  non  solo  l'ammon- 
tare di  tutte  le  imposte  e  tasse  pagate,  ma  anche  i  premi  di  as- 
sicurazione sulla  vita  e  per  la  costituzione  di  rendite  vitalizie. 
Quest'ultima  condizione  è  comune  a  tutti  i  contribuenti  ed 
è  la  sola  esenzione  che  hanno  i  redditi  della  categoria  C.  I  red- 
diti della  categoria  B  (fitti)  sono  esentati  per  un  ottavo  :  i 
redditi  della  categoria  D  (redditi  industriali  e  commerciali) 
sono  esenti  per  le  spese  di  riparazione  dei  locali  destinati  al 
commercio,  all'industria  e  alle  professioni  liberali  ;  per  le  spe- 
se di  manutenzione  delle  macchine  ed  attrezzi  necessari  a 
ogni  industria  o  professione;  lo  ammontare  delle  perdite,  la 
spesa  per  fitto  di  locali  destinati  all'esercizio  del  commercio  o 
dell'industria,  delle  professioni  ;  il  deprezzamento  delle  macchi- 
ne e  degli  strumenti  ;  ecc.  I  redditi  della  categoria  E  sono  esen- 
tati per  tutto  l'ammontare  delle  spese  inerenti  all'esercizio  del- 
la   funzione. 

Le  esenzioni  riguardano  i  beni  della  Corona  e  le  proprietà 
pubbliche,  gli  agenti  diplomatici,  i  capitali,  dividendi  e  interes- 
si degli  istituti  di  carità  pubblica  e  privata,  delle  casse  di  ri- 
sparmio regolarmente  costituite,  della  società  di  mutuo  soccor- 


CAP.    XVIII.]  l'income    tax    inglese  501 

so,  dei  sindacati  professionali  o  Trade  Unions:  in  questo  ul- 
timo caso  però  solo  fino  a  200  sterline  di  capitale  e  30  sterli- 
ne di  reddito  annuo  per  ciascun  socio.  Sono  inoltre  esclusi 
(a  differenza  della  legge  italiana)  i  capitali  e  dividendi  desti- 
nati al  mantenimento,  alla  costruzione  e  alla  riparazione  di 
chiese  e  cappelle  e  di  tutti  gli  altri  edifizi  dedicati  al  culto. 

I  saggi  della  income  lax  furono  in  passato  generalmente  bas- 
si e  sono  stabiliti  ogni  anno  dalla  legge  sul  bilancio  ;  dal 
1842-43  al  1893-94,  cioè  in  mezzo  secolo,  sono  stati  solo  in  8 
anni  superiori  a  7  pence  per  ogni  sterlina,  cioè  al  3  %  e  solo  in 
tre  anni,  per  causa  di  guerra,  dal  1854-55  al  1856-57,  sono  sta- 
ti di  14  e  di  16  pence.  Né  meno  in  tempo  di  guerra  l'imposta  ha 
raggiunto,  prima  della  riforma  di  George,  in  via  eccezionale 
rs  %  *.  Invece,  in  tempo  di  pace  e  in  condizioni  normali, 
l'imposta  di  ricchezza  mobile  italiana  è  adottata  con  tariffe 
che  vanno  in  generale  dal  7.50  al  20  %  . 

'L'incotne  tax  in  parte  è  riscossa  mediante  ruoli  nominativi 
(cedole  A,  B  e  D)  ,  in  parte  mediante  ritenute  (cedole  C  ed  E)  : 
è  votata  annualmente  dal  Parlamento,  ma  in  realtà  la  valuta- 
zione del  reddito  è  fatta  ogni  tre  anni.  A  base  della  valutazione 
del  reddito  sono  le  dichiarazioni  dei  contribuenti:  ma  gli  agenti 
del  fisco  possono  modificare  le  dichiarazioni,  e  commissioni 
locali  e  generali  le  rivedono.  Il  sistema  di  riscossione  è  però  a 
bastanza  complicato  e  la  procedura  dei  reclami  non  è  facile  ; 
né  la  riscossione  è  poco  costosa.  Imposte  assai  più  gravi  si  esi- 
gono in  Italia  con  spesa  relativamente  assai  minore. 

Negli  ultimi  anni  l'income  tax  è  stata  profondamente  modifi- 
cata. Già  il  Finance  A  et  del  1898  portava  il  minimo  di  esen- 
zione a  lire  4035,20  (160  sterline)  e  accordava  speciali  deduzio- 
ni per  i  redditi  fra  4035,20  e  17654  lire  italiane  (160  e  700  ster- 
line). Così,  restando  esenti  i  redditi  sino  a  lire  4035,20,  che 
costituivano  la  metà  quasi  del  reddito  nazionale  ;  i  redditi  fra 
4035,20  e  10088  lire  (160  e  400  sterline),  sin  dal  1898,  godono 
di  una  deduzione  {abatement)  di  lire  4035,20  (160  sterline)  e 
pagano  al  massimo  su  lire  6052,80;  i  redditi  fra  10088  e  12610 

*  Durante  la  costosa  guerra  combattuta  nel  Sud  Africa  l'imposta  è 
stata  di  uno  scellino  e  2  pence,   cioè   di  5,82  %• 

Nitti.  33 


502  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

lire  italiane  (400  e  500  sterline)  godevano  di  un  ahatement  (de- 
duzione) di  3783  lire  (150  sterline)  e  pagavano  al  massimo  su 
8827  lire  ;  i  redditi  fra  12 610  e  151 32  lire  (500  e  600  sterline) 
godevano  di  una  deduzione  di  lire  3026,40  (120  sterline)  e  paga- 
vano al  massimo  su  lire  12105,60  ;  i  redditi  infine  fra  15132  e 
17654  lire  (600  e  700  sterline)  godevano  di  un  ahatement  di  lire 
1766,40  (70  sterline)  e  pagavano  al  massimo  su  lire  15887,60. 
CoU'avvento  dei  liberali  al  potere,  la  riforma  deìì'income  tax 
tornava  in  campo.  ISiel  1906,  dopo  vivaci  dibattiti  ai  Comuni, 
una  commissione  veniva  nominata,  collo  incarico  di  esaminare 
la  possibilità  di  applicare  all'imposta  generale  sul  reddito  la  pro- 
gressività e  di  introdurvi  il  principio  della  discriminazione  dei 
redditi  :  per  distinguere  i  redditi  guadagnati  [earned)  dai  non 
guadagnati  {unearned).  Nel  1907,  il  Cancelliere  dello  Scacchiere 
Asquith,  presentava  ai  Comuni  un  Finance  bill,  nel  quale,  ispi- 
randosi ai  lavori  di  quella  commissione,  accoglieva  il  principio 
della  discriminazione  dei  redditi,  se  non  quello  della  progressi- 
vità ;  Finance  bill  che,  approvato  a  grande  maggioranza  dal- 
la Camera  elettiva,  divenne  il  Finance  Ad  del  1907,  che  segna 
una  data  importante  nella  storia  della  finanza  pubblica  in- 
glese ;  poiché  per  mezzo  di  esso,  la  pratica  della  distinzione  dei 
redditi,  vi  è  stata  definitivamente  introdotta,  sia  pure  non  in 
tutta  l'estensione.  Tra  il  1806  e  il  181 6  V income  tax  aveva  pra- 
ticata la  distinzione  dei  redditi  ;  dal  181 6  non  se  ne  potè  più 
parlare  tanto  gravi  furono  le  opposizioni  e  tanto  autorevoli. 
Per  il  Finance  Act  del  1907,  Vincome  tax  distingueva  i  red- 
diti unearned  (non  guadagnati)  dagli  earned  (guadagnati) 
sino  a  50440  lire  italiane  di  reddito  e  colpiva  diversamente  i  non 
guadagnati  dai  guadagnati  :  i  non  guadagnati  in  ragione  del 
5  %  e  i  guadagnati  in  ragione  del  3,74  %.  L'idea  di  limitare  il 
benefizio  della  discriminazione  ai  redditi  non  superiori  alle 
50440  lire  è  ispirata  alle  conclusioni  del  Select  Committee  del 
1906,  della  commissione  cioè  cui  era  stato,  dopo  l'avvento  dei 
liberali,  deferito  il  mandato  di  studiare  e  proporre  modifiche  al- 
lo assetto  deìì'income  tax,  quale  era  per  l'ordinamento  del  1898. 
Il  Select  Committee  proponeva  che  il  benefizio  della  discrimi- 
nazione si  estendesse  ai  redditi  non  superiori  alle  75660  lire 
(3000  sterline),  poi  che  non  è  necessario,  dice  il  suo  rapporto. 


CAP.    xviii.]  l'income    tax    tngiese  503 

che  tutti  i  redditi  guadagnati,  quali  che  ne  sia  l'importanza,  ri- 
cevano un  tratiameni^o  di  fauore. 

In  ogni  modo,  a  termini  del  §  i*'  della  sezione  19  del  F inan- 
ce A  et  di  Asqiiith,  Vincome  tax,  che,  prima  dei  6  aprile  1907,  col- 
piva con  saggi  eguali  tutti  i  redditi,  quali  che  ne  fossero  la  na- 
tura e  la  sorgente,  da  quel  giorno  distingueva,  sino  al  limite 
di  lire  50440  (200  sterline)  fra  redditi  guadagnati  (earnea)  e 
redditi  non  guadagnati  {unearned),  cioè  fra  redditi  del  capitale 
e  del  lavoro  accopiati  o  del  solo  lavoro,  e  redditi  del  capitale, 
colpendo  i  guadagnati  col  saggio  del  3,74  %  e  i  non  guadagna- 
ti con  quello  del  5  %  .  Si  accordava  ai  redditi  earned  un  saggio 
di  favore.  La  discriminazione  si  applicava,  e  ciò  va  avvertito, 
solo  ai  redditi  che  nel  loro  complesso,  quale  che  ne  fosse  la 
origine  e  la  natura  non  oltrepassavano  le  50440  lire  (2000  ster- 
line) ;  quindi  se  un  contribuente  aveva  un  reddito  comples- 
sivo di  2100  sterline  (pari  a  lire  italiane  52962),  ad  esempio, 
non  poteva  godere  del  benefizio  della  discriminazione,  anche 
se  1900  sterline  (47918  lire)  del  suo  reddito  provenivano 
dal  solo  lavoro  e  dal  lavoro  e  del  capitale  accoppiati,  erano  in- 
somma redditi  earned,  e  pagava  sul  reddito  complessivo  di 
52962  lire  (2100  sterline)  il  saggio  normale  del  5  %.  Il  §  2.<' 
della  sezione  19  delio  stesso  Finance  A  et  del  1907  testualmen- 
te diceva  «  se  il  contribuente  ha  diritto  alle  deduzioni  previste 
dal  Finance  Act  del  1898,  fra  4035,20  e  17654  lire  (160  e  700 
sterline),  delle  quali  si  è  detto  sopra,  il  saggio  di  favore  del 
3.74  %  ,  stabilito  dalla  presente  legge  non  sarà  accordato  che 
alla  parte  di  reddito  earned  (guadagnato)  che  sorpasserà  l'am- 
montare delle  deduzioni  concesse  »  :  onde  non  era  possibile 
come  si  è  già  avvertito,  cumulare  i  benefizii  delle  deduzioni  del 
1898  coi  saggi  di  favore  consentiti  dalla  legge  1907  ai  redditi 
guadagnati,  cioè  ai  redditi  provenienti  dalla  attività  persona- 
le dei  contribuenti.  Se  in  una  famiglia,  marito  e  moglie  godo- 
no entrambi  di  redditi  personali,  non  si  faceva  luogo  a  cumulo 
dei  due  redditi  agli  effetti  della  imposta  e  li  si  tassava  separa- 
tamente, con  le  deduzioni  consentite,  se  l'insieme  di  essi  non 
superava  le  12610  lire  (500  sterline)  ;  se  invece  il  reddito  com- 
plessivo dei  due  coniugi  superava  le  12610  lire  si  faceva  luogo 
a  cumulo  agli  effetti  della  imposta,  che  li  colpiva  nel  loro  totale; 


504  SniiNZA    PELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

onde  se  il  marito  godeva  di  un  reddito,  proveniente  dalla  sua 
attività  personale,  di  lire  30264  (1200  sterline) e  la  moglie  di  un 
reddito,  anche  earned,  di  22698  (900  sterline),  redditi  che  esi- 
stendo anteriormente  al  matrimonio  erano  imposti,  poi  che  in- 
feriori alle  2000  sterline  ciascuno,  col  saggio  di  favore  del 
3,74%  consentito  ai  redditi  guadagnati  inferiori  a  quel  limite, 
ora  che  il  reddito  complessivo  dei  due  coniugi  superava  nel 
totale  le  2000  sterline,  giungendo  alle  2100  (52962  lire),  Vincome 
tax  lo  colpiva  per  intero  e  col  saggio  ordinario  del  5  % .  Per  il 
Finance  A  et,  poi  del  1853  è  accordata  al  contribuente,  assicu- 
rato sulla  vita,  una  deduzione  dallo  imponibile,  uguale  al  pre- 
mio pagato,  sempre  che  l'ammontare  dello  stesso  non  superi  il 
sesto  del  reddito  complessivo  del  contribuente  e  del  coniuge; 
ora  anche  qui  (come  per  gli  abatenients  concessi  nel  1898  ai 
redditi  fra  4035,20  e  17654  lire),  a  tenore  della  legge  di  finanza 
del  1907,  il  saggio  di  favore  del  3,74  %  era  applicato  solo  a 
quella  parte  di  reddito  guadagnato  che  superava  l'ammontare 
della  deduzione  concessa,  per  evitare  che  allo  stesso  contri- 
buente venissero  accordate  più  facilitazioni  in  una  volta.  11 
contribuente,  che  chiedeva  il  benefizio  della  discriminazione, 
doveva  (per  il  §  4.°  della  sez.  19)  farne  domanda  non  oltre  il 
30  settembre  dell'anno  per  il  quale  deve  esser  colpito,  accom- 
pagnandola con  le  indicazioni  relative  alla  natura  e  alla  fonte 
dei  suoi  redditi  e  ai  pesi  che  li  gravavano,  da  fornirsi  in  una 
scheda  che  dava  l'amministrazione.  Questa,  con  simile  espe- 
diente, riesce  a  conoscere  il  reddito  globale  di  tutti  i  contri- 
buenti, che  volevano  godere  del  saggio  di  favore  per  i  redditi 
inferiori  alle  50440  lire,  come  prima,  per  il  Finance  A  et  del 
1898,  riusciva  ad  accertare  il  reddito  globale  di  coloro  che,  non 
avendo  redditi  superiori  alle  17654  lire,  chiedevano  gli  ahate- 
ments  accordati  in  quell'anno  ed  erano  tenuti  a  dichiarare 
l'ammontare  del  loro  reddito. 

Ora  il  fatto  che,  così  le  deduzioni  per  i  redditi  sino  a  17654 
lire  come  il  saggio  di  favore  per  quelli  provenienti  dall'attivi- 
tà personale  del  contribuente  nei  limiti  di  50440  lire,  si  accor 
davano  solo  sul  reddito  globale,  è  assai  importante.  1^'ineome  tax 
era  in  origine  ed  è  ancora  un'imposta  sui  varii  redditi  e  non 
sul  reddito  complessivo  del  contribuente.  Nella  pratica  questo 


CAP.  XVIII. ]  l'income  tax  inglese  505 

carattere  teorico  si  è  venuto  modificando,  almeno  in  parte,  e 
la  imposta  si  è  venuta  trasformando,  in  un  tributo  sul  reddito 
globale.  Già  prima  del  1907,  su  1,200,000  contribuenti,  850.000, 
che  avevano  redditi  inferiori  alle  17654  lire  (cioè  il  65  %  circa 
dei  colpiti  dall' mcome /a,r)  doveano  dichiarare  il  complesso  dei 
loro  redditi  ed  erano  tassati  in  ragion  di  esso  ;  dopo  il  1907 
altri  120.000  contribuenti,  con  redditi  non  superiori  alle  50440 
lire  ,  hanno  seguito  l'istessa  sorte  :  si  trattava,  dunque,  di 
970,000  contribuenti,  su  1.200.000  (cioè  di  oltre  l'S  %  della 
massa  imponibile)  per  i  quali  l'imposta,  agiva  come  un  tributo 
sul  reddito  globale.  1.' income  tax  non  conservava,  dunque,  al 
1907,  il  suo  vecchio  carattere  d'imposta  sui  redditi  al  loro  na- 
scere che  per  meno  del  20  %  dei  contribuenti  colpiti.  Il  tempo 
ha  così  fatto  ciò  che  forse  non  sarebbe  stato  mai  consentito  al 
diritto. 

Ai  termini  del  §  7  della  sezione  19  della  legge  di  finanza  del 
1907,  si  devono  considerare  come  earned  income  o  reddito  gua- 
dagnato, come  reddito,  cioè,  derivante  dall'attività  persona- 
le del  contribuente  :  i»  qualsiasi  pensione,  assegno  o  remu- 
nerazione accordati  in  seguito  ad  impiego  o  a  servigi  resi  in 
passato  dal  contribuente  o  dai  suoi  congiunti  :  2^  qualsiasi 
remunerazione  ammessa  da  un  impiego  pubblico  o  privato  ed 
ogni  reddito  compreso  nella  cedola  D  dell  iricome  mx.  che 
provenga  direttamente  dall'  esercizio  di  una  professione  da 
parte  del  contribuente.  Si  considerano  quindi  come  redditi 
guadagnati:  i  redditi  della  cedola  E  ,  cioè  gli  stipendi  dei 
funzionarli  ,  e  per  la  cedola  D  i  redditi  provenienti  dalle 
professioni  industriali  e  commerciali,  gli  assegni  e  1  salari  non 
considerati  dalla  cedola  E,  i  ledditi  dei  valori  mobiliari,  che 
non  siano  fondi  pubblici  (i  quali  sono  considerati  dalla  ce- 
dola C),  gli  altri  redditi  mobiliari  (interessi  di  mutui  in  danaro, 
di  depositi  e  conti  correnti),  infine  i  redditi  delle  proprietà  e 
dei  titoli  stranieri  o  coloniali.  In  conseguenza  di  ciò,  sono  con- 
siderati come  redditi  imearned  i  dividendi  delle  azioni  di  socie- 
tà, mentre  i  redditi  degli  associati,  che  possono  dimostrare  di 
non  essere  associati  dormienti,  ma  veri  comproprietarii  del 
capitale  sociale,  sono  considerati  come  guadagnati;  30  i  red- 
diti compresi  nella, cedola  B,  cioè  i  redditi  provenienti  dalla 


506  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

coltivazione  della  terra.  Qui  è  a  notare  che  mentre  i  redditi  pro- 
venienti dalla  proprietà  del  suolo  e  delle  case  sono  colpiti  dal- 
la cedola  A,  quelli  che  provengono  dalla  coltivazione  della 
terra  sono  inclusi  nella  cedola  B  ;  e  mentre  i  primi  sono 
redditi  non  guadagnati,  e  quindi  colpiti  col  saggio  del  5  %  , 
i  secondi  sono  redditi  guadagnati  e  tassati  col  saggio  di  favore 
del  3,74  %  .  Il  profitto  dello  affittuario  è  quindi  sempre  red- 
dito guadagnato.  Il  reddito  del  proprietario,  che  non  coltivi 
direttamente  la  sua  terra  e  la  dia  in  affitto,  è  reddito  non  gua- 
dagnato. Se  invece  il  proprietario  coltiva  direttamente  le  sue 
terre,  una  parte  del  suo  reddito  è  non  guadagnata  ed  è  quel- 
la che  percepirebbe  se  le  desse  in  affitto,  e  l'altra  è  guadagnata 
e  corrisponde  a  ciò  che  guadagnerebbe  l'affittuario  :  nel  caso 
dunque  di  un  proprietario  che  coltivi  direttamente  la  sua  pro- 
prietà, il  reddito  è  colpito  in  parte  dalla  cedola  A,  cioè  nella 
parte  del  reddito  puramente  dominicale,  e  in  parte  dalla  cedo- 
la B,  cioè  in  quella  che  previene  dalla  cultura  della  terra  ; 
nella  prima  è  colpito  al  5  %    e  nella  seconda  al  3,74  %. 

Il  F inance  A  et  del  1907  si  proponeva  anche  di  reprimere  le 
evasioni,  dovute  alla  mala  fede  dei  contribuenti,  specialmente 
per  i  redditi  della  cedola  D,  cioè  per  i  profitti  della  industria 
e  del  commercio  e  per  i  guadagni  delle  professioni  liberali, 
per  i  quali  l'amministrazione  era  costretta  a  rimettersi  alle  di- 
chiarazioni dei  colpiti.  Da  quell'anno  chiunque  godeva  redditi 
compresi  nelle  cedole  D  ed  E  era  tenuto  a  dichiararli,  anche  se 
non  fossero  imponibili  :  chiunque  avesse  omesso  di  denunziare 
un  reddito  non  imponibile  era  punito  con  un'ammenda  esten- 
sibile a  lire  126,10  (5  sterline),  chiunque  avesse  scientemente 
denunziato  un  reddito  inferiore  al  vero  era  punito  con  un'am- 
menda di  lire  504,40  (20  sterline)  ed  era  tenuto  al  triplo  della 
imposta  dovuta  [treple  duty).  L'amministrazione  poteva  eser- 
citare il  Suo  diritto  per  tre  anni.  Questa  disposizione  non  solo 
riesciva  a  ridurre  in  qualche  modo  le  evasioni,  che  prima  erano 
più  importanti  e  numerose,  e  quindi  ad  aumentare  il  prodotto 
della  income  tax,  ma,  col  rendere  obbligatoria  la  dichiarazione 
anche  dei  redditi  non  imponibili  tendeva  ad  avvicinare  di  più 
r  imposta  ad  un  tributo  sul  reddito  globale.  Sempre  al  fine 
di    limitare   la  possibilità    delle    evasioni,    il    Finance  Ad  del 


CAP.  XVIII.]  l'income    tax    inglese  507 

1907  obbligava  gl'imprenditori  a  dichiarare,  oltre  che  il  nome 
e  il  domicilio  delle  persone  da  esse  impiegate,  come  vuole 
la  legge  di  finanza  del  1842  ,  anche  i  salari  ad  esse  cor- 
risposti, sempre  che  eccedevano  le  lire  4035,20  (160  sterline). 
Per  rendere  più  produttiva  1'  imposta  si  stabiliva,  con  la 
sezione  25  del  Finance  Ad  1907 ,  che  un  imprenditore  il 
quale  pagava  ad  un  inventore  brevettato,  ogni  anno,  una 
somma  determinata  per  lo  sfruttamento  di  un  brevetto  {royal- 
ty),  somma,  che  prima  era,  su  dichiarazione  del  contribuen- 
te, dedotta  dai  suoi  profitti,  era  tenuto  a  pagare  l'impo- 
sta anche  su  di  essa,  salvo  a  lui  il  diritto  di  rivalsa  verso 
l'inventore.  Un'altra  innovazione  della  legge  del  1907,  era, 
nella  valutazione  dei  redditi  di  cedula  D  provenienti  dal- 
l'esercizio di  una  professione.  Questi,  per  Vlncome  tax  Act 
del  1842  e  per  il  Revenue  Act  del  1865,  erano  calcolati 
sulla  media  degli  utili  delle  tre  annate  precedenti  a  quella 
per  cui  l'imposta  è  dovuta  ;  ma  se  in  questa  il  contribuente 
dimostrava  di  aver  guadagnato  meno  della  media  triennale 
e  meno  del  primo  anno,  era  la  cifra  degli  utili  dell'annata  in 
corso  quella  che  si  considerava  come  imponibile.  La  legge  di 
finanza  del  1907  aboliva  questa  ultima  facilitazione,  la  qua- 
le dava  luogo  a  frequenti  e  gravi  ineguaglianze  di  trattamento  * . 
Asquith,  t  introducendo  il  principio  della  discriminazione,  e 
dando  una  importanza  sempre  più  grande  alle  dichiarazioni 
dei  contribuenti  ,  non  solo  trasformava  il  carattere  della 
vecchia  imposta,  ma  apriva  la  via  a  nuove  e  più  ardite  mi- 
sure. Il  Cancelliere  dello  Scacchiere,  che  a  lui  succedette  Lloyd 
George,  potè  quindi  affrontare  più  recisamente  il  problema, 
e  giungere  alle  più  radicali  riforme  ,  che  la  legge  di  finanza 

*  Il  testo  del  Finance  Act  del  1907  è  nel  BuHettin  de  Statistique  et  Lè- 
iislation  comparée,  Mars  1908,  pp.  364-372. 

t  Per  quanto  riguardale  riforme  del  Finance  Act  del  1907,  confr.  Io 
studio  diEduard  Escarra,  completo  e  acuto,  nella  Revue  de  Scien- 
ce et  lègislation  financières,  VI  Annèe.igoy,  pp.  161-188.  Confronta  anche: 
D  o  w  e  1  1  :  The  acts  Relating  to  Income  Tax.  VI  Edizione,  Londra,  1908 
eT.  Hallett  Fry:  The  Finance  Act  1907  in  its  Relation  Incoine  Tax, 
Londra,  1908.  Confronta  in  fine  la  Rivista  di  Diritto  Finanziano  dell'E  i- 
n  au  d  i,  nella  Rivista  di  Diritto  Pubblico  del  1909,  pp.  279-284,  relativa 
alla  riforma  della  income  tax. 


5o8  SCIENZA      DELLE      FINANZE  [lIBRO      II. 

del  29  aprile  19 io  sanzionava.  Lloyd  George  ha  esteso  il  siste- 
ma della  discriminazione  dei  redditi,  ha  soppresso  i  privilegi 
accordati  ai  possessori  stranieri  di  valori  inglesi,  ha  accordato 
facilitazioni  tributarie  ai  contribuenti  con  famiglie  numerose  ed 
ha  infine  accentuato  il  carattere  progressivo  della  income  tax. 

Il  Pinance  Ad  del  191  o  cominciava  coll'elevare  il  saggio  gene- 
rale dell'income  tax  da  i  scellino  a  i  scellino  e  2  pence  per 
lira  sterlina.  Altra  volta  ,  in  anni  di  grandi  spese  ,  come  tra 
il  1855  6  il  1858  e  nel  1902-903,  Vincome  tax  ebbe  saggi  anche 
elevati;  ma  si  trattava  di  aumenti  straordinari  e  non  di  assetto 
permanente. 

Per  la  riforma  di  Lloyd  George,  il  saggio  ordinario  della 
income  tax  passando  da  i  scellino  (lire  1,26)  per  lira  sterlina 
(lire  25,22),  misura  anteriore  al  1910,  ad  i  scellino  e  2  pence 
(lire  1,47)  per  sterlina,  è  stato  elevato  dal  4,99  %  al  5,82  %. 
Certo  l'aumento  era  notevole  ;  ma  occorre  notare,  che,  se  que- 
sto del  5,82  %  era  il  saggio  ordinario  dell'imposta,  non  era  il 
saggio  generale,  perchè  non  colpiva  che  una  parte  dei  redditi 
imponibili,  in  quanto  i  redditi  guadagnati  continuavamo  ad 
esser  tassati,  sino  al  limite  delle  50440  lire,  in  misura  di  9 
pence  (centesimi  94,5)  per  sterlina,  in  misura  cioè  del  3,74  % 
e  tra  le  50440  e  le  75660  lire  (2000  a  3000  sterline),  pagava- 
no, per  la  nuova  legge  del  29  aprile  1910,  non  il  saggio  normale 
di  lire  1,47  per  sterlina  (i  scellino  e  2  pence),  ma  quello  ridotto 
1,26  (i  scellino),  onde  non  sopportavano  un  carico  del  5,82  %. 
ma  del  4,99  %  soltanto. 

La  legge  di  finanza  del  29  aprile  1910  estendeva  il  principio 
della  discriminazione  (al  di  là  del  limite  delle  50440  lire  di  red' 
dito  fissato  dal  F inance  A  et  Asquith  del  1907)  a  tutti  i  redditi 
non  superiori  alle  75660  lire  ^3000  sterline).  I  redditi  prove- 
nienti dall'attività  personale  del  contribuente  {earned  income) 
erano  tassati  in  ragione  di  9  pence  (centesimi  94,5)  per  sterlina, 
cioè  del  3,74  %  ,  sino  a  50440  lire,  e  in.  ragione  di  i  scellino 
(lire  1,26)  per  sterlina,  cioè  del  4,99  %  tra  le  50440  e  le  75660 
lire  (2000  e  3000  sterline). 

Abbiam  visto  che  per  la  sezione  B  del  Finance  Ad  1907,  non 
era  lecito  cumulare  i  benefici  delle  deduzioni,  accordate  ai  red- 
diti compresi  fra  le  lire  4035.20  e  le  17654  (160  e  700  sterline) 


CAP.    XVIII.]  l'income    tax    inglese  509 

dal  Finance  Act  del  1898,  con  i  vantaggi  nascenti  dalla  diver- 
sificazione. Ora,  per  la  legge  di  finanza  29  aprile  1910,  restava 
fisso  il  principio  che  il  cumulo  dei  due  benefizi  era  inammissi- 
bile, e  che  quindi  non  poteva  essere  applicato  il  saggio  di  favore 
della  discriminazione  che  a  quella  parte  di  reddito  guadagnato 
che  eccedeva  il  limite  delle  17654  lire  ;  ma  la  parte  soggetta 
ad  imposta  dei  redditi  non  guadagnati,  tra  le  lire  4035,20  e  le 
17654,  non  era  più  colpita  in  ragione  del  4,99  %  ma  del  5,82  %. 

Ma  la  caratteristica  principale  del  Finance  Act  Lloyd  George 
1910,  in  ciò  che  riguarda  l'income  tax,  è  la  trasformazione  che 
esso  imprime  alla  imposta  nel  senso  della  progressività.  Sen- 
za dubbio,  già  con  le  larghe  deduzioni  accordate  dalla  leg- 
ge di  finanza  del  1898  ,  ai  redditi  fra  lire  4035,20  e  17654 
(160  o  700  sterline)  l'income  tax  avea  perduto  il  suo  carattere 
d'imposta  strettamente  proporzionale  ;  ma  è  solo  col  Finance 
Act  29  aprile  1910  che  l'imposta  inglese  sul  reddito  fa  un  passo 
deciso  verso  la  progressione,  e  che  si  accentuano  più  nettamente 
le  sue  caratteristiche  d'imposta  (globale.  'L'income  tax  fu  sempre 
un  insieme  d'imposte  sulle  varie  forme  di  redditi,  immobiliari, 
mobiliari,  industriali,  commerciali,  del  lavoro,  e  non  un'im- 
posta sul  reddito  complessivo  :  le  leggi  del  1898  e  del  1907 
erano  riuscite  a  mutarla,  col  congegno  delle  dichiarazioni, 
necessarie  per  chi  chiedeva  le  deduzioni  e  le  discriminazio 
ni,  m  un'imposta  globale,  limitatamente  prima  ai  redditi  si- 
no a  17654  e  poi  a  50440  lire  (700  e  2000  sterline);  la  legge  del 
1910,  allargando  l'obbligo  della  dichiarazione  del  reddito  com- 
plessivo, da  parte  del  contribuente,  ha  resa  possibile  la  progres- 
sione (che  non  sarebbe  lecito  praticare  nelle  varie  cedole)  e 
l'imposizione  globale.  Non  è  che  il  Finance  Act  19 io  dichiari 
progressiva  l'imposta  sul  reddito. 

La  progressione  nasceva  noli' income  tax,  da  una  super  tax, 
da  un  diritto  addizionale,  che  l'articolo  66  della  legge  29  aprile 
19 IO,  stabiliva  «  sul  reddito  di  ogni  persona,  i  cui  redditi,  di 
qualsiasi  genere,  oltrepassino  le  126,100  lire  (5000  sterline)  »  : 
questa  super  tax,  sempre  eguale,  era  di  6  pence  per  sterlina, 
(cioè  di  63  centesimi  per  lire  25,22  di  reddito)  al  disopra  delle 
5000  sterline.  Con  ciò  si  sarebbe  semplicemente  ad  una  imposta 
complementare  sui  redditi   maggiori    e   non    ancora  alla   prò- 


5 IO  SCIENZA    DELLE    FINAN«E  [LIBRO    II. 

gressività  :  questa  era  determinata  dal  fatto  che  la  super  tax 
di  63  centesimi,  per  ogni  lire  25,22  di  reddito,  non  cadeva  sulla 
totalità  del  reddito  del  contribuente  che  godeva  di  redditi  su- 
periori alle  lire  126.100,  ma  solo  sulla  parte  di  essi,  che  ecce- 
deva le  75660  lire  (3000  steline).  Di  guisa  che,  se  un  contri- 
buente era  colpito  per  un  reddito  di  6000  sterline  (151,320  lire) 
non  doveva  sopportare  la  super  tax  su  tutte  le  6000  sterline; 
dovevo  sopportarla  solo  su  3000  sterline  (75660  lire),  e  sulle 
residue  3000  (75660  lire)  pagava  il  saggio  normale  di  i  scellino 
e  2  pence,  cioè  del  5,82  %  :  sulle  3000  sterline  soggette  a  super 
tax  egli  era  imposto  in  ragione  di  i  scellino  e  2  pence  (lire  1,47), 
saggio  normale,  più  lire  0,63  (6  pence),  super  tax:  era  imposto, 
cioè,  nella  misura  di  i  scellino  e  8  pence  (lire  2,10)  per  ogni 
sterlina,  nella  misura,  quindi,  deir8.32  %  .  «  Ora  è  facile  com- 
prendere come  il  gioco  della  super  tax  renda  l'income  tax  un'im- 
posta progressiva  »  *.  Il  contribuente,  che  ha  lire  126100  di  red- 
dito (5000  sterline),  pagherà  il  saggio  normale  di  i  scellino  e  2 
pence  (lire  1.47)  per  sterlina,  cioè  il  5,82  %  ;  chi  ha  un  reddito 
di  6000  sterline  (151.320  lire)  pagherà  sulle  prime  3000  sterli- 
ne (75660  lire)  sempre  i  scellino  e  2  pence  (lire  1,47)  per  sterlina, 
cioè  il  5.82  %  ,  e  sulle  seconde  3000  sterline  pagherà,  oltre  del 
saggio  normale  di  i  scellino  e  2  pence  (lire  1,47),  la  super  tax 
di  6  pence  (63  centesimi)  :  pagherà  insomma  i  scellino  e  8  pen-^ 
ce  (lire  2,10),  cioè  r8,32  %  ;  su  di  una  metà  del  suo  reddito 
questo  contribuentc  sarà  colpito  in  ragione  del  5,82  %  e  sul- 
l'altra metà  in  ragione  deir8,32  %  ;  onde,  su  tutto  il  suo  red- 
dito globale  di  151.320  lire  italiane  sarà  imposto  solo  in  propor- 
zione di  I  scellino  e  5  pence  (lire  1,78)  per  sterlina,  in  propor- 
zione cioè  del  7,07  %  ,  Un  altro  contribuente,  che  abbia  un  red- 
dito di  226.980  lire  (9000  sterline),  sarà  colpito  per  le  prime 
75660  lire  (3000  sterline)  col  saggio  normale  del  5,82  %  e  sul- 
le residue  151.320  lire  (6000  sterline)  con  quello  straordinario 
(per  la  aggiunta  della  super  tax  di  6  pence)  di  8,32  %;  nel  com- 
plesso del  suo  reddito  di  226.980  lire  nostre  pagherà  in  ragione 

♦Escarra:  Les  modifications  apportèes  a  l'income  tax  par  li 
Finance  Ad  de  19 io,  in  Revue  de  science  et  législation  financiéres,  Anno 
V'III,  dicembre   1910,   pag.   538. 


GAP.      XVIII.]  l'INCOME      lAX      INGLESE  5 II 

di  I  scellino  e  6  pence  (lire  1,89)  per  sterlina,  cioè  in  ragione  del 
7,49  %  .  Un  contribuente  che  goda  di  un  reddito  di  453960 
lire  (18000  sterline)  sarà  colpito,  a  questo  modo,  in  ragione  di 
I  scellino  e  7  pence  (lire  i,99.5)  P^r  sterlina,  cioè  in  ragione  del 
7,91  %.  E  via  di  seguito.  «  L'imposta  si  va  sempre  approssi- 
mando coll'aumento  del  reddito  al  suo  saggio  massimo  di  i 
scellino  e  8  pence  (lire  2,10)  per  sterlina  cioè  di  8,32  %  ,  saggio 
che  non  sarà  d'altronde  mai  raggiunto,  poiché  anche  i  redditi 
più  considerevoli  non  pagheranno  sulle  prime  75660  lire  (3000 
sterline)  che  il  saggio  normale  di  i  scellino  e  2  pence  (lire  1,47) 
per  sterlina,  cioè  del  5,82  %  «. 

Per  i  redditi  superiori  alle  126,100  lire  (5000  sterline)  il  con- 
tribuente veniva  obbligato  a  dichiarare  il  suo  reddito  ;  mentre 
le  dichiarazioni  per  ottenere  gli  abatemertts,  accordati  nel^iSgS 
ai  redditi  fra  lire  4035,20  e  17654  (160  e  700  sterline),  e  quelle 
per  le  discriminazioni  del  reddito,  a  tenore  della  legge  di  finan- 
za del  1907,  erano  facoltative.  La  ragione  di  questa  diversità 
di  trattamento  è  evidente.  Nei  casi  di  deduzioni  o  di  discrimi- 
nazione, r  nteresse  stesso  del  contribuente  lo  obbligava  alla 
denunzia  del  reddito,  poi  che  non  poteva  in  altro  modo  godere 
degli  alleviamenti  che  la  legge  gli  concede  ;  quando  si  trattava 
invece  di  sopportare  una  super  tax,  un  diritto  addizionale,  non 
vi  era  alcun  interesse  a  dichiarare  nulla. 

Un'altra  innovazione  che  la  legge  del  29  aprile  191  o  arrecò 
è  nel  fatto  che  essa  tenne  conto  dei  carichi  di  famiglia,  agli  ef- 
fetti della  imposta.  I  contribuenti,  con  redditi  fra  lire  4035,20 
e  12610  (160  e  500  sterline),  e  con  famiglia,  avevano  diritto, 
oltre  che  alle  .deduzioni  previste  dal  F inance  A  et  del  1898, 
e  alla  applicazione  del  saggio  di  favore  di  9  pence  (centesimi 
94,5)  per  sterlina,  cioè  del  3,74  %  ,  sui  redditi  provenienti  dal- 
la loro  attività  personale,  ad  una  deduzione  speciale  di  lire 
252,20  (io  sterline)  per  ciascun  figlio,  legittimo  od  adottivo  di 
età  inferiore  ai  16  anni.  Era  questa  una  misura  che  dava  all'iw- 
come  tax  un  qualche  carattere  d'imposta  personale,  per  quanto 
assai  limitato,  e  spiegabile  con  ragioni  di  umanità  più  che 
con  moventi  teorici. 

'L' income  tax  inglese  è  stata  la  prima  e  più  grande  imposta  sul 
reddito  adottata  in  Europa  e  appunto  perciò  ha  realizzato  un 


512  SCIENZA     DELLE     FINANZE  [lIBi;0     II. 

grande  progresso  nella  legislazione  finanziaria  moderna.  Ma 
essa  era,  sino  alle  riforme  del  1898,  del  1907  e  del  1910,  rima- 
sta troppo  rigida  nella  sua  forma  primitiva,  e  presentava  non 
pochi  inconvenienti.  Il  suo  maggior  difetto  era  che  non  opera- 
va una  vera  diversificazione  fra  i  redditi;  colpiva  allo  stesso 
modo  redditi  temporanei  e  redditi  permanenti,  fondati  ed  in- 
fondati, certi  e  precari.  Cosi  i  redditi  dei  capitalisti  godeano 
una  situazione  più  vantaggiosa  di  fronte  a  quelli  dei  lavoratori. 
La  legislazione  italiana  sulla  ricchezza  mobile  rappresentò 
da  questo  punto  di  vista  un  reale  progresso  in  confronto  del- 
la inglese. 

Non  era  trascorso  un  semestre  dallo  inizio  della  guerra  del 

1914  e  l'Inghilterra,  «seguendo  la  politica  tradizionale  del  soppe- 
rire con  entrate  ordinarie  quanto  è  più  possibile  a  spese  straor- 
dinarie, cominciava  raddoppiando  per  l'esercizio  finanziario  in 
corso,  a  datare  dal  primo  decembre,  le  aliquote  della  income  e 
della  super  tax:  poi  che  l'anno  fiscale  andava  a  finire  col  30  mar- 
zo 191 5  V income  e  la  super  tax  erano  aumentate,  per  quattro 
mesi,  di  un  terzo.  Ferma  restando  la  distinzione  fra  redditi 
guadagnati  e  non  guadagnati  si  venne  così  col  Finance  A  et 
{Session  2)  dei  27  novembre  191 4,  a  portare  le  aliquote  della 
income  tax  dal  0.40%  su  lire  4085,  air8,33%,  su  lire  75,000 
di  reddito  guadagnato;  e  dal  0.41  %,  su  lire  4035,  air8,33% 
su  lire  65.500  di  reddito  non  guadagnato.  Per  il  Finance  A  et 
precedente  (31  luglio)  dello  stesso  anno  191 4  il  limite  minimo 
della  super  tax  era  stato  abbassato  da  5.000  a  3.000  sterline 
(da  lire  125,000  a  lire  75.000).  Unendo  per  i  redditi  superiori 
alle  75.000  alVincome  la  super  tax  il  carattere  progressivo  della 
imposta   veniva   a   svilupparsi   sensibilmente    In   seguito   nel 

191 5  il  limite  minimo  di  esenzione  venne  abbassato  da  160 
sterline  (lire  4035,20)  nel  1915,  a  130  sterline.  Furono  anche 
ridotti  gli  abatements  come  segue  :  da  lire  3.251  a  lire 
10.000  si  detraevano  lire  3000  ,  da  10.001  lire  a  15.000  si 
detraevano  lire  2.500  ;  da  lire  15.000  a  lire  17  mila  si  detrae- 
vano lire  1.750.  Nel  1915  le  aliquote  della  income  tax  e  della 
super  tax  erano  effettivamente  doppie  :  nel  1914-1915  1'  in- 
come tax  colpiva  in  ragione  di  i  scellino  e  8  d.  per  sterline  e 
passava  a  3  scellini  per  sterlina  nel  1915-1916.  Nel  1914-1915 


CAP.   XVIII. J  L  INCOME   TAX   E  GLI   STATI    UNITI  513 

income  e  super  tax  assorbivano  un  pò  più  (  pei  redditi  supe- 
riori a  75000  lire)  del  17%  dello  imponibile  netto  ;  nel  1915- 
191 6  giungevano  ad  un  poco  più  del  28%.  Per  il  191 6-1 91 7 
il  saggio  della  income  tax  saliva  a  5  scellini  per  sterlina  :  income 
e  super-tax  su  di  un  reddito  netto  di  2.500.000  arrivavano  a 
prelevare  il  48%.  Del  1918-1919  al  1921-22  il  saggio  àelVin- 
come  tax  fu  aumentato  da  5  a  6  scellini  per  sterlina  (cioè  dal 
25  al  30%)  e  quello  della  super  tax  da  3  scellini  6  d.  a  4  scellini 
6  d.  per  sterlina  (cioè  dal  17.40  al  22.40%).  Dal  1918  fu  anche 
abbassato  da  3.000  a  2500  sterline  (cioè  da  75.000  a  62.500 
lire)  il  limite  a  partire  dal  quale  i  redditi  sono  soggetti  a  su- 
per tax. 

La  fine  della  guerra  e  la  crisi  inducevano  prima  ad  agevolezze 
e  poi  ad  una  mitigazione  dei  saggi.  Col  1920-21  il  minimo  di 
esenzione  venne  aumentato  a  150  sterline  per  i  redditi  guada- 
gnati dei  celibi,  con  saggio  fisso  sino  a  300  sterline;  e  a  250  per 
gli  ammogliati  senza  prole  con  saggio  fisso  sino  a  800  sterline; 
per  gli  ammogliati  con  prole  si  ammisero  riduzioni  di  saggi  sino 
alle  8.000  sterline.  Per  i  redditi  non  guadagnati  si  esentano 
135  sterline  per  i  celibi  e  225  per  gli  ammogliati.  Per  la  sii- 
pertax,  invece,  il  limite  di  esenzione  fu  abbassato  e  a  2.000 
sterline  ed  il  saggio  massimo  portato  a  6  scellini  (30%)  per 
sterlina.  Anche  per  il  1921-22  il  saggio  fu  di  6  scellini  per  ster- 
lina (30  %).  Sin  dal  1920-1921  si  provvide  ad  ovviare,  tem- 
poraneamente, al  fenomeno  della  doppia  imposizione,  fre- 
quente in  Inghilterra,  in  quanto  Vincome-tax  oltre  che  nella 
metropoli  vige  nelle  colonie  britanniche  e  colpisce  due  volte 
gli  stessi  soggetti.  Nel  1921-22,  Vincome  e  la  super  tax  frutta- 
rono sterline  398,887,000. 

Nel  budget  speech  del  maggio  1922,  sir  Robert  Home,  Can- 
celliere dello  scacchiere,  dopo  aver  notato  che  il  1921  era  stato 
tristissimo  per  Tindustria  ed  il  commercio  e  minaccioso  per 
una  crescente  disoccupazione,  tanto  che  la  pubblica  finanza 
ne  aveva  risentito  al  punto  che  le  imposte  dirette  [excess  profìt 
duty,  corporation  profit  duty,  income  tax)  aveano  dato  assai 
meno  del  previsto,  proponeva  di  sospendere  per  il  1922-23 
l'ammortamento  del  debito,  con  una  disponibilità  di  38.300.000 
sterline  eccedenti  ;  ciò  che  avrebbe  permesso  di  ridurre  l'in- 


514  -CIENZA      DELLE      FINANZE  [LIBRO      II. 

come  tax  di  uno  scellino  per  lira,  cioè  dal  30  al  25  %.  Preve- 
deva che  nello  esercizio  1922-23  la  income  e  la  super  tax  (che 
resta  inalterata)  avrebbero  reso  329.000.000  sterline. 

III.  L' income    tax   negli    Stati    Uniti   d'America. 

154.  Durante  la  guerra  civile,  nel  1862  e  nel  1864,  gli  Stati 
Uniti  d'America  ebbero  un'income  tax  temporanea,  che  cessò  nel 
1872.  Nel  1894  ^u  nuovamente  deliberata,  ma  non  fu  potuta 
applicare,  perchè  la  Supreraa  Corte  l'aveva  dichiarata  inco- 
stituzionale. Nel  1913,  con  la  legge  3  ottobre,  V income  tax 
fu  introdotta  definitivamente,  come  imposta  federale  perma- 
nente. Degli  stati  particolari,  aveano  la  income  tax  la  Virginia, 
la  Carolina  del  Nord  e  la  Carolina  del  Sud  ed  Oklaoma  ;  ma 
erano,  come  dice  Seligman,  «  imposte  esistenti  solo  sulla  carta». 
La  Confederazione  non  potette  averla  prima  del  191 3  perchè 
le  classi  ricche,  profittando  della  più  che  prospera  situazione 
della  finanza  federale,  seppero  sempre  agire  in  modo  di  evi- 
tare un  tributo  che  le  avrebbe  particolarmente  colpite.  È 
agli  insegnamenti  di  Edwin  R,  A.  Seligman,  professore  alla 
Columbia  University,  uno  dei  più  insigni  teorici  della  finanza 
(il  quale  da  anni  combatteva  per  una  radicale  riforma  del  si- 
stema fiscale  americano  che  pesava  duramente  sui  più  poveri  e 
non  toccava  mai  i  più  ricchi)  che  si  deve  se  la  opinione  demo- 
cratica riusci  nei  primi  anni  del  nuovo  secolo  finalmente  ad 
affermarsi  ed  imporsi.  Il  Seligman,  buon  conoscitore  della 
psicologia  nord  americana,  agitò  più  che  altro  una  questione 
morale  :  non  invocò  una  necessità  inesistente,  si  appellò  al 
sentimento  di  giustizia  fiscale  del  suoi  concittadini  e  vinse. 
Fino  al  191 3  le  finanze  federali  basavano  esclusivamente  sulle 
dogane  {customs)  e  sulle  excises  (internai  revenue):  sulle  im- 
poste indirette,  che  oberavano  i  meno  abbienti,  I  ricchi,  che 
erano  i  maggiori  produttori,  spingendo  al  parossismo  la  in- 
fatuazione protezionista,  raggiungevano  due  fini  in  uno  ;  ogni 
aumento  di  tariffa ,  e  gli  aumenti  si  succedevano ,  signifi- 
cava sovra  redditi  per  loro  e  maggiori  entrate  per  la  Confede- 
razione. Sino  alla  guerra  le  sorgenti  delle  entrate  americane 
erano   cosi   ricche ,    nota     Seligman ,    che    «  il     problema  più 


CAP.  XVIII.]         l'  income  tax  e  gli  stati  uniti  515 

grave,  durante  gran  parte  del  secolo  decimonono,  fu  non  già 
procurarsi  le  entrate,  ma  la  ricerca  del  modo  di  impiegare  i 
redditi  sempre  crescenti  delle  dogane  »,  Nel  191 3  furono  ri- 
dotti i  dazi  di  confine  specie  per  i  generi  di  prima  necessità  ; 
ma  non  perciò  era  necessario  introdurre  la  income-tax  :  le  en- 
trate doganali,  pur  con  tariffe  più  miti,  avrebbero  sempre  ec- 
ceduto il  fabisogno.  Fu  un  sentimento  di  giustizia  che  impose 
la  income  tax.  Nel  1894  ^^  Corte  suprema  l'aveva  dichiarata 
contraria  alla  costituzione  e  la  costituzione  fu  modificata: 
nel  1909  il  Congresso  formulò  l'emendamento  XVI  (che  lo 
autorizzava  ad  imporre  V income  tax)  che  fu  proposto  all'ap- 
provazione dei  legislatori  degli  Stati.  All'inizio  del  191 3  fu 
raggiunta  la  maggioranza  dei  tre  quarti,  che  era  richiesta,  e 
l'emendamento  divenne  esecutivo.  La  income  tax  federale 
fu  così  introdotta  con  legge  3  ottobre  191 3.  Non  una  necessità 
fiscale,  non  la  guerra  ne  detenninarono,  quindi,  l'adozione. 
Gli  Stati  Uniti  entrarono  in  guerra  nel  191 7  e  quando  la  impo- 
sta sui  redditi  fu  votata  le  finanze  federali  erano  più  floride 
che   mai. 

h' income  tax  americana  consta  di  una  imposta  cedolare 
Sulle  diverse  categorie  di  redditi  {normal  tax)  e  di  un'imposta 
complementare  sul  reddito  globale  che  superi  una  certa  somma 
{additional  tax).  'L'income  tax  degli  Stati  Uniti  è  progressiva; 
ha  carattere  personale,  in  quanto  colpisce  il  reddito  netto  e 
non  opera  discriminazione  di  redditi,  colpendo  allo  stesso  modo 
redditi  guadagnati  e  redditi  non  guadagnati.  La  normal  in- 
come tax  colpisce  ogni  rèddito  di  individui  e  di  società,  quale 
che  ne  sia  la  fonte,  purché  si  sia  prodotto  negli  Stati  Uniti,  ed 
è  percepita  su  ciascuna  specie  o  sorgente  di  reddito  (guadagni 
profitti  e  redditi  provenienti  dal  capitale,  dal  lavoro,  dall'in- 
dustria, dal  commercio,  dall'attività  personale  e  professionale); 
meno  che  sugli  interessi  del  debito  pubblico  della  Confedera- 
zione o  degli  stati  che  la  compongono.  Oltre  alla  normal  in- 
come tax,  che  cade  sulle  varie  specie  di  redditi,  vi  è  V additio- 
nal income  tax,  che  colpisce  il  reddito  globale,  al  disopra  di 
una  certa  somma  (che  era  per  la  legge  del  191 3  di  10.000  dol- 
lari. Così  la  normal  income  tax  come  la  additional  income 
tax  colpiscono  con    percentuale  unica  (che  nel  191 3  era  del- 


5l6  SCIENZA      DELLE      FINANZE  [LIBRO      II. 

l'i  %),  la  normal  i  vari  redditi  e  V additional  il  reddito  globa- 
le: a  nialgrado  di  ciò  l'insieme  dei  due  diritti  agisce  in  senso 
progressivo.  Del  resto  anche  per  i  redditi  non  soggetti  alla 
imposta  addizionale  l'imposta  è  resa  progressiva  per  i  minimi 
di  esenzione  (che  erano  per  la  legge  del  191 3,  di  3.000  dollari 
(15.000  lire)  per  i  celibi  e  4.000  dollari  (20.000  lire)  per  gli 
ammogliati) . 

Per  V additional  income  tax  la  progressione  è  considerata 
dalla  legge  (per  quella  del  1913  andava  dall'i  %,  per  i  redditi 
fra  20.000  e  50.000  dollari,  al  2%  fra  50.000  e  75.000,  al  6%  al 
disopra  di  500.000).  Il  contribuente  che  aspiri  alla  esenzione 
sia  della  imposta  normale  che  della  addizionale  deve  presen- 
tare una  dichiarazione,  che  sarà  controllata  dal  fisco.  È  col- 
pitoil  reddito  netto  (la  legge  del  191 3  esentava  il  solo  passivo 
e  non  faceva  esenzioni  di  famiglia).  Si  colpiscono  i  redditi, 
senza  distinguerli  secondo  la  natura  loro,  ad  un  modo  :  il  che 
è  grave  difetto.  La  prima  applicazione  della  income  tax  ameri- 
cana non  dette  i  risultati  che  si  speravano,  forse  per  i  minimi 
di  esenzione  elevati  (specie  per  /'  additional)  :  nel  191 5  gittò 
appena  circa  ottanta  milioni  di  dollari. 

Col  Revenue  Act  degli  8  settembre  191 6  l'aliquota  della 
normal  income  tax  fu  per  gli  individui  come  per  le  società  por- 
tata al  2%  ed  al  2%  fu  aumentata  V additional  income  tax  (fu- 
rono cioè  raddoppiate).  Insieme  combinati  i  due  diritti  giun- 
gevano con  saggio  progressivo,  al  13%,  come  massimo,  per  i 
redditi  superiori  ai  500.000  dollari.  La  riforma  ha  fruttato 
1.800.000.000  di  lire,  per  quanto  abbia  avuto  il  merito  di  in- 
trodurre esenzioni  di  famiglia  (200  dollari  per  ciascun  figlio 
minore  degli  anni  diciotto  o  non  in  grado  di  procurarsi  da  vi 
vere)  allargando  così  il  carattere  personale  della  imposta. 

Col  primo  del  febbraio  191 7  furono  rotte  le  relazioni  diplo- 
matiche fra  Stati  Uniti  e  Germania  ed  il  6  jiprile  191 7  il  Con- 
gresso deliberava  la  dichiarazione  di  guerra.  Ne  consegni  iìWar 
Revenue  Act  del  3  ottobre  1917,  la  cui  caratteristica  era  ,  dice 
Seligman  ,  di  essere  (a  quel  tempo)  la  legge  fiscale  più  gigan- 
tesca della  storia  e  prevedeva  entrate  per  due  miliardi  e  mezzo 
di  dollari  (12.500.000.000  lire  alla  pari).  Il  Revenue  Act  dei 
3  ottobre  191 7  aggiungeva  una  imposta  normale  di  guerra  del 


CAP.  XVIII.]  L'INCOME    lAX    E    GLI    STATI    UNITI  517 

2%,  portando  così  il  saggio  della  normal  income  tax  al  4%.  Ri- 
dusse a  i.ooo  dollari  (5.000  lire  alla  pari)  il  minimo  di  esenzione 
per  i  celibi  ed  a  2.000  dollari  (10.000  lire  alla  pari)  per  gli  am- 
mogliati, mantenendo  per  costoro  ferma  la  esenzione  di  200 
dollari  (1000  lire)  per  ciascun  figlio  di  meno  che  18  anni  o 
inabile  al  lavoro.  \^' additional  tax  eleva  progressivamente  il 
saggio  sino  al  5%  e  riduce  a  5.000  dollari  (25.000  lire  alla  pari) 
il  minimo  di  esenzione.  La  legge  organizza  una  scala  di  pro- 
gressione che  per  i  redditi  superiori  ad  un  i. 000 .000  di  dollari 
(5.000.000  lire  alla  pari)  arriva  al  67%  :  e  cioè  2%  per  l'antica 
imposta  normale  e  2%  per  la  imposta  normale  supplementare, 
del  1917  ;  13%  di  antica  imposta  addizionale  e  50%  per  l'im- 
posta addizionale  di  guerra  del  1917-  Seligman  nota,  al  propo- 
sito, che  è  il  punto  più  alto  attinto  nella  storia  della  imposta. 
Un  altro  carattere  della  riforma  del  191 7  è  il  più  deciso  avvia- 
mento verso  la  globalità  della  imposta  reso  possibile  dall'ob- 
bligo  della  dichiarazione  da  parte  di  ogni  contribuente  che 
abbia  un  reddito  che  raggiunga  1000  dollari  se  celibe  o  2000 
con  famiglia  (5. 000  o  10.000  lire  alla  pari)  anche  se,  per  esen- 
zioni da  accordarsi,  l'imposta  non  debba  essere  pagata  ed  ag- 
giunge, per  i  redditi  superiori  agli  800  dollari  (4000  franchi) 
l'obbligo  della  denunzia  anche  da  parte  di  chi  li  corrisponde 
(società  per  i  dividendi,  agenti  di  cambio  per  le  transazioni  etc.) . 
Per  le  società  la  normal  income-tax  la  legge  del  191 7  aggiunge 
al  2%  esistente  un  altro  4%  ;  onde  le  colpisce  in  tutto  col  6%. 

Nemmeno  i  ritocchi  del  191 7  introducono  il  principio  della 
discriminazione,  ciò  che  è  male.  Nel  1919  ì'income  tax  fruttò 
agli  Stati  Uniti  2.207.000.000  di  dollari.  Nel  1920  scese  ad 
1.800.000.000    dollari. 

Risultati  simili  non  possono  raggiungersi  senza  una  pres- 
sione notevole,  anche  per  un  paese  estremamente  ricco,  come 
l'Unione  Americana  del  Nord.  Il  Seligman,  che  fu  l'ispiratore 
dell'adozione  delle  imposte  sul  reddito,  alla  fine  del  1921,  par- 
lando all'Associazione  economica  americana,  doveva  convenire 
che  il  tasso  eccessivo  della  additional  income  tax  aveva  arre- 
stato il  collocamento  dei  capitali  nelle  nuove  intraprese  e  con- 
cludeva che  un'imposta  eccessiva  sull'industria  e  sul  commer- 
cio, che  accentua  anche  se  non  crea  la  paralisi  economica,  che 
Nitti.  34 


5l8  SCIENZA     DELLE     FINANZE  [LIBRO     II. 

contribuisce  ad  impedire  l'impiego  della  mano  d'opera  dispo- 
nibile, può  nuocere  alle  classi  lavoratrici  quanto  un'imposta 
indiretta  sui  loro  consumi  o  una  diretta  sui  loro  salari. 

Col  Revenue  Ad  dei  23  novembre  1921  si  è  provveduto  a 
rendere  meno  sensibili  gli  effetti  di  un'imposizione  onerosa. 
Poi  che  i  maggiori  lamenti  erano  per  la  income  tax  addizionale 
si  dispose  che  dal  i.  gennaio  1922  essa  colpisse  solo  al  disopra 
degli  8.000  dollari  (40.000  lire  alla  pari)  e  che  giungesse  ad  un 
massimo  del  50%  (invece  del  67%  del  191 8)  per  i  redditi  su- 
periori al  milione  di  dollari.  Per  la  income  tax  normale  sono 
esenti  i  redditi  dei  celibi  sino  a  1000  dollari  (5000  lire  alle  pari) 
e  degli  aventi  famiglia  sino  a  2000  dollari  (10.000  lire  alla  pari); 
ma  se  il  contribuente  con  famiglia  ha  un  reddito  di  non  oltre 
5000  dollari  si  deducono  dallo  imponibile  2.500  dollari  (12.500 
lire).  Per  ogni  figlio  inferiore  ai  18  anni  o  inabile  si  deducono 
800  dollari  (invece  dei  400  del  191 8),  cioè  4000  lire  alla  pari. 
Il  saggio  dell' income  tax  resta  invariato  anche  per  il  1922:  è 
del  4  %  per  i  primi  4.000  dollari  (20.000  lire)  e  deir8  %  per 
i  redditi  superiori.  Per  le  società  dal  1922  il  saggio  massimo 
è  ridotto  al  12    %. 

La  general  property  tax  continua  ad  essere  il  fulcro  della  finan- 
za degli  Stati  Uniti  e  il  bersaglio  di  tutte  le  critiche. La  general 
property  tax  non  è  un'imposta  sul  reddito  :  è  invece  un'imposta 
sul  capitale,  o  sul  patrimonio,  immobiliare  o  mobiliare,  con  ca- 
rattere eminentemente  reale,  la  quale  finisce  col  gravare  sovra 
tutto   sulla   proprietà   immobiliare,    specialmente  sulla  terra  * . 


*  Confront  a:  Josepf  A.Hill:  The  income  tax  of  191 3  ,  in  The 
Quarterly  Journal  of  E conomics,  novembre  1913,  pp.  40-48,  Edwin 
R.  A,  S  e  1  i  gm  a  n  :  The  income  tax  of  1913,  in  Politicai  Science  Quar- 
terly march  1914.  J  è  z  e  :  Vlmpòt  sxr  le  revenue  dans  les  Etats-unis,  in 
Revue  de  Science  et  Législation  financières,  Janvier  1914;  pp.  5-43* 
R.  Forster:  A  treatise  on  the  federai  income  tax.  Rochester  N.  J. 
1914.H.  M.  Foote:  An  analisis  and  interpretation  of  the  federai  in- 
combe tax  law.  Washington.  1914.  J.  W.  M  a  g  r  a  h  :  The  federai  in- 
come tax, ì^ew York,  1914.  R.  H.  Montgomery:  1917,  Income  tax 
procedure  New  York  191 8.  Jèze:  Finances  de  guerre  des  E tat-Unis  in 
Revue  de  Science  eie.  avril  1917  pp.  169-178.  S  e  1  i  g  m  a  n  :  Les  firuinces 
de  guerre  des  Etats-Unis,  in  Revue  etc,  I,  191 8,  pp.  81  seg,  S  e  1  i  g  m  a  n: 
Liquidation  financière  de  la  guerre  aun  Etats  Unis  in  Revue,  I,  1920,  p.  5 


CAP.    XVIII.]  l'eINKOMMENSTEUER   in   GERMANIA  5I9 

IV.  L'Einkommensteuer  della  repubblicx  imperiale  tedesca. 
155.  Sino  alla  riforma  delle  finanze  tedesche,  attuata  da 
Erzerberger,  tra  il  191 9  ed  il  1920,  il  regno  di  Prussia  ebbe 
una  imposta  sul  reddito,  che  rispondeva  senza  dubbio  assai 
meglio  delle  altre  al  carattere  di  imposta  generale  sul  red- 
dito. Dopo  il  1891,  infatti,  1'  ordinamento  tributario  della 
Prussia  presentava  per  gli  studiosi  il  tipo  più  moderno  di  le- 
gislazione tributaria.  Partendo  dal  concetto  che  le  imposte 
reali  non  sono  perequabili  e  che  servono  quindi  meglio  alla 
imposizione  locale,  e  che  d'altra  parte,  mentre  le  spese  dello 
Stato  vanno  in  generale  a  vantaggio  delle  persone,  quelle 
locali  vanno  a  vantaggio  delle  cose  (degli  stabili,  delle  indu- 
strie, ecc.)  nell'assetto  tributario  formato  con  le  leggi  del  1891 
e  del  1893,  le  quaU  furono  modificate,  dalla  legge  19  giugno 
1906,  che  riguarda  1'  Einkommensteuer  e  1'  Ergànzungsteuer , 
l'impero  si  era  riserbate  le  grandi  imposte  indirette;  lo  Stato 
di  Prussia  l'imposta  generale  sul  reddito  [Einkommensteuer) , 
V  imposta  complementare  sul  patrimonio  {Ergànzungsteuer) , 
l'imposta  sui  mestieri  ambulanti,  il  bollo  su  atti  e  contratti  e 
alcune  imposte  e  tasse  di  poco  importanza.  Ai  comuni  erano 
passate  le  grandi  imposte  dirette  reali  :  imposta  fondiaria, 
imposta  sui  fabbricati,  imposta  industriale,  i  centesimi  addi- 
zionali suir  Einkommensteuer  e  tutte  le  minori  imposte  indi- 
rette, nonché  la  facoltà  di  esigere  dritti  e  contribuzioni  per 
opere  e  servizi  pubblici. 

L'  Einkommensteuer  era  regolata  dalla  legge  fondamentale 
dei  24  giugno  1891,  e  da  quella  complementare  dei  19  giugno 
1906.  La  legge  del  1906  non  recava  alcuna  innovazione  di 
principio;  ma  modificava  il  regime  fiscale  della  società,  deter- 
minava meglio  il  reddito  imponibile,  allargava  le  esenzioni  di 
famiglia  e  migliorava  la  procedura  per  l'accertamento  dei  red- 
diti ,  accentuando  i  poteri  inquisitoriali  ,  specie  in  quanto 
autorizzava  a  richiedere  al  contribuente  libri  di  commercio  o 

e  seg.  Lenis  Ross  Gottlièb:  Finances  d'après  guerre  in  Revue 
etc,  octobre  1920,  p.  620  e  seg.  S  e  1  i  g'in  an  :  Les  Finafices  publiques 
americaines  in  Revue  de  Science  etc,  avril  1922,  p.  240  e  seg.  Perle  leggi 
vedi:  Bulletin  de  Statistique,  avril  1914;  septembre  1920;  mai  1922 
iuin   1922. 


.520  SCIENZA      DELLE      FINANZE  [LIBRO      II. 

di  amministrazione,  contratti,  quietanze,  titoli  e  quanto  possa 
stabilire  i  latti  interessanti  la  imposizione  (articolo  40  della 
legge  19  giugno  1906)  *. 

Erano  soggetti  in  Prussia  all' Einkommenste'ier  tutti  i  red- 
diti superiori  a  900  marchi,  cioè  a  lire  1111,50,  redditi  di  ca- 
pitali mobiliari,  di  beni  fondiari,  del  commercio,  dell'industrie, 
delle  miniere,   benefizi  di  professioni  o  prestazioni  lucrative. 

L'imposta  mirava  a  colpire  il  reddito  netto  globale;'  de- 
tratte le  spese  necessarie,  per  l'acquisto,  l'assicurazione  e  il 
mantenimento  del  reddito,  gl'interessi  dei  debiti  e  le  imposte 
dirette  di  Stato,  le  perdite  annuali  per  deterioramento  degli 
stabili  o  delle  macchine,  i  premi  di  assicurazione  pagabili  in 
virtù  di  leggi  o  contratti  alle  casse  pensioni  o  alle  casse  per  le 
vedove  e  gli  orfani  ;  e  per  la  legge  19  giugno  1906  anche  le 
imposte  comunali  dirette  sui  terreni,  sui  fabbricati,  sui  redditi 
commerciali  ed  industriali  e  sui  redditi  minerari,  sino  alla 
concorrenza  dello  ammontare  di  esse  fissato  dallo  Stato  ;  le 
quotazioni  stabilite  a  vantaggio  delle  camere  sindacali,  e,  sino 
ad  un  certo  limite,  i  versamenti  effettuati  dai  proprietarii  in 
conto  ammortamento  dei  debiti  che  gravano  la  loro  proprietà. 
La  stessa  legge  del  1906  stabiliva  che  si  dovesse  prendere 
come  base  di  imposizione  lo  stato  delle  diverse  fonti  di  red- 
dito, indicate  dall'articolo  6  (capitali,  beni  fondiari,  affitti, 
redditi  industriali,  commerciali,  minerari  e  professionali)  al 
principio  dell'  anno  finanziario.  Non  erano  invece  esenti  le 
spese  per  il  miglioramento  e  per  l'aumento  del  patrimonio, 
per  l'estensione  degli  affari  e  per  il  mantenimento  della  fa- 
miglia. 

La  legge  del  1906  sopprimeva  la  distinzione  fra  redditi  fissi 
e  variabili  e  stabiliva  che  i  redditi  delle  persone  fisiche  fossero 
calcolati  secondo  il  loro  ammontare,  nell'anno  solare  precedente, 
e  quelli  delle  società  anonime,  accomandite  per  azioni,  società 

*  Si  avverte  che  la  legge  coordinava  anche  le*  disposizioni  della 
precedente  dei  24  giugno  1891,  in  un  testo  unico,  che  portava  la  data 
dei  19  giugno  1906,  e  che  costituiva  perciò  la  legge  regolatrice  della 
imposta  sul  reddito.  La  legge  del  19  giugno  1906  è  pubblicata  nei  nu- 
meri di  luglio  (pp.  73-83)  e  di  agosto  (pp.  190-205)  del  BnUctin  de  sta- 
tistique  et  lègislation   campar èe   del    1907. 


CAP.    XVIII.]  l'eINKOMMENSTEUER   in   PRUSSIA  521 

minerarie,  secondo  l'ammontare  medio  del  triennio  prece- 
dente la  imposizione. 

La  imposta  prussiana  teneva  conto  dei  carichi  di  famiglia 
nella  determinazione  dalla  imposta. 

Né  il  carattere  di  personalità  dell'  imposta  prussiana  sul 
reddito  si  arrestava  alla  considerazione  della  famiglia:  andava 
più  oltre,  in  quanto  si  accordava  al  contribuente,  il  cui  red- 
dito non  eccedeva  9590  marchi,  pari  a  lire  11852,50,  una 
diminuzione  di  imposta  di  tre  gradi  al  massimo,  in  ragione 
di  circostanze  particolari  come  carichi  eccezionali  di  famiglia, 
malattie  incurabili,  o  debiti.  Un  lato  caratteristico  della  im- 
posta prussiana  era  che,  sin  dal  suo  ordinamento  dei  24  giugno 
1891,  colpiva  anche  le  persone  giuridiche,  società  anonime, 
accomandite ,  società  cooperative  di  consumo,  ecc.  Vi  era, 
secondo  il  legislatore  prussiano,  in  queste  persone  giuridiche 
una  personalità  distinta  da  quella  degli  individui  che  le  com- 
pongono.  Per  quanto  riguarda  le  società  commerciali  la  legge 

19  giugno  1906,  portava  la  innovazione,  forse,  più  importante 
tra  quelle  da  essa  arrecate  alla  legge  del  1891,  in  quanto  sot- 
tometteva alla  imposta  le  società  a  responsabilità  limitata,  le 
quali  dalla  legge  precedente  non  erano  considerate,  poi  che  la 
loro  origine  in  Germania  si  riattaccava  alla  legge  imperiale  dei 

20  aprile  1892. 

Per  la  legge  dei  19  giugno  1906,  l'imposta  prussiana  sul 
reddito  aveva  una  tariffa  comune  a  tutte  le  persone  fisiche  e 
morali,  che  non  fossero  società  a  responsabilità  limitata,  e 
un'altra  speciale  per  queste  ultime.  La  tariffa  generale  e  quella 
speciale  erano  progressive  per  classi.  I  contribuenti  di  cia- 
scuna classe  pagavano  la  medesima  imposta.  Erano  esenti  i 
redditi  inferiori  al  lire  1111,50  (900  marchi).  I  redditi  fra  lire 
1111,50  e  13067,50  (900  e  10500  marchi)  erano  divisi  in  ven- 
tisei classi,  secondo  il  loro  ammontare. 

Per  la  tariffa  generale,  che,  come  si  è  detto,  riguardava  le 
persone  fisiche  e  morali,  che  non  fossero  società  a  responsa- 
bilità limitata,  la  pro^ressioyic  dell'imposta  sul  reddito  prus- 
siana andava,  da  un  minimo  di  o.^j  %  ,  per  i  redditi  di  lire 
1296.75  (1050  marchi),  ad  un  massimo  de!  4  %  ,  per  i  redditi  di 
lire  123500  (i 00000  marchi).  Era  una  progressione  assai  cauta. 


522  SCIENZA      DELLE      FINANZE  [LIBICO      II. 

La  tariffa  speciale  per  le  società  a  responsabilità  limitata  (ar- 
ticolo i8  della  legge  19  giugno  1906)  era  un  pò  più  elevata 
della  generale. 

Avevano,  oltre  alla  Prussia,  imposte  sul  reddito,  ai  tempi 
dello  Impero  e  le  conservarono  sino  alla  riforma  di  Erzerber- 
ger  (1919-1920)  la  Baviera,  il  Baden,  la  Sassonia,  il  Wurtem- 
berg. 

La  catastrofe  che  travolse,  nell'autunno  del  191 8,  l'impero 
di  Germania,  piombava  la  Confederazione  nel  caos  finanzia- 
rio. Durante  i  lunghi  anni  della  guerra  ,  i  governi  imperiali 
seguirono  una  cattiva  politica  fiscale,  cercando  di  evitare  il  più 
che  potevano  nuovi  gravami,  per  affidarsi  al  debito.  I  tede- 
schi non  ebbero  mai,  del  resto,  imposte  gravi,  nemmeno  prima 
della  guerra.  Prima  del  1914  l'impero  non  aveva  che  un'im- 
posta diretta  (quella  sui  plus  valori  immobiliari)  di  scarso  ren- 
dimento (nel  191 3  avea  dato  meno  di  15  milioni  e  mezzo  di 
marchi)  :  il  resto  delle  entrate  imperiali  risultava  dai  prodotti 
delle  dogane,  delle  tasse  di  fabbricazione  (tabacco,  zucchero, 
sale,  alcool  etc).  del  bollo  imperiale,  delle  tasse  sui  trasferi- 
menti. L'imposizione  diretta  (del  reddito  e  del  patrimonio) 
era  lasciata  agli  stati  particolari  e  le  imposte  reali  (terre,  case) , 
ai  comuni.  Dal  1914  al  191 8  si  introdussero  alcune  imposte 
temporanee  o  si  inasprirono  le  antiche,  ma  nessuna  riforma 
audace  fu  tentata,  mentre  tentarla  non  sarebbe  stato  difficile, 
come  mostra  l'esempio  degli  altri  belligeranti.  Le  conseguenze 
economiche  della  guerra,  tanto  gravi  per  tutti,  divennero 
particolannente  angosciose  per  la  Germania,  che  oltre  alle 
perdite  di  uomini  e  di  capitali  comuni  a  vinti  e  vincitori  e  ai 
danni  derivanti  direttamente  dal  conflitto,  si  ebbe  imposte 
dal  trattato  di  Versailles  mutilazioni  territoriali  di  zone  tra  le 
più  redditizie  dello  Impero  e  carichi  enormi  verso  i  vincitori. 
Erzerberger,  del  Centro,  divenuto  Ministro  delle  Finanze,  ebbe 
la  intuizione  rapida  del  baratro  e  con  coraggio  propose  i  ri- 
naedi.  La  sua  politica  del  191 9  fu  audacissima.  L'impero  do- 
veva tutto  e  non  aveva  nulla.  I  bisogni  erano  enormemente 
aumentati  e  quanto  all'entrate  non  vi  era  da  fare  assegna- 
mento che  sulle  straordinarie.  Il  debito  fluttuante  era  passato 
dal  novembre  191 8  al  novembre  191 9  da  circa  49  miliardi  ad 


GAP.  XVIII.]  L'eINKOMMENSTEUER  IN  PRUSSIA  52? 

8^  miliardi  di  marchi.  Mancava  un  pò  tutto:  materie  prime  e 
derrate,  sovra  tutto  mancava  per  buona  parte  degli  8  milioni 
di  smobilitati  il  lavoro.  Occorreva  abbandonare  il  vecchio  si- 
stema fiscale  e  ricorrere  a  grandi  imposte  ordinarie  e  straordi- 
narie sia  per  i  bisogni  interni,  sia  per  le  riparazioni  e  le  spese 
di  occupazione.  Per  raggiungere  un  fine  occorre  sempre  il  mezzo 
adatto  a  conseguirlo  :  per  imporre  ed  esigere  tributi  è  indispen- 
sabile avere  un'amministrazione  finanziaria  e  l'Impero  non 
l'aveva  mai  avuta  prima  e  non  l'aveva  allora. 

Alle  tante  altre  tragedie  si  aggiungeva  anche  questa.  Ur- 
geva introdurre  imposte  in  proporzioni  sino  allora  ignote  e 
per  renderle  tollerabili  era  indispensabile  pesassero  su  tutti  in 
modo  uniforme.  Sino  allora  ognuno  degli  stati  particolari 
avea  le  sue  imposte  e  le  foggiava  a  modo  proprio  e  l'Impero 
mancava  del  più  modesto  congegno  per  gli  accertamenti  e  le 
riscossioni.  Inoltre  l'Impero  aveva  riscosso  soltanto  le  imposte 
di  confine  e  sui  consumi  interni,  mentre  l'imposta  sul  reddito  e 
sul  patrimonio,  le  fondiarie  erano  esatte  dagli  stati. Si  doveva 
improvvisare  anzi  tutto  un'amministrazione  finanziaria  fe- 
derale. Ciò  fu  fatto  col  Regolamento  delle  imposte  del  13  de- 
cembre  1919  da  Erzerberger.  Nella  Germania  meridionale 
gli  stati  aveano  un  buon  corpo  di  impiegati  che  passò  allo 
Stato,  nella  Prussia  mancava  e  fu  improvvisato.  Per  la 
Landessteuergesetz,  che  regola  la  competenza  in  materia  d'im- 
poste passarono  allo  Stato  tutte  le  imposte  dirette  ,  meno 
diaria  e  le  imposte  industriali,  che  restarono  agli  Stati. 

Con  legge  del  29  marzo  1920  passò  alla  Repubblica  la 
Emkommensteuer  (imposta  sul  reddito)  che  apparteneva  pri- 
ma agli  stati  :  Prussia,  Baviera,  Baden,  Sassonia,  Wiirtem- 
berg.  In  fondo  l' imposta  è  calcata  sulla  Einkommensteuer 
del  regno  di  Prussia,  della  quale  si  è  perciò  ricordato  in  bre- 
ve ,  lo  schema.  Differisce  principalmente  per  il  fatto  che 
mentre  la  Einkommensteuer  prussiana  colpiva  persone  fisiche 
e  società,  la  Einkommensteuer  imperiale  del  1920  colpisce  solo 
le  persone  fisiche.  Le  società  sono  colpite  da  un'imposta  spe- 
ciale come  da  un  tributo  particolare  sono  colpiti  i  valori  mo- 
biliari (dividendi,  gli  interessi  etc).  l^' Einkommensteuer  im- 
periale colpisce  gU  individui  che  abbiano  un  reddito  superiore 


524  SCIENZA      DELLE      FINANZE  [LIBRO     II. 

ai  1000  marchi.  Ha  carattere  personale,  in  quanto  opera  esen- 
zioni di  famiglia  da  500  a  700  marchi  secondo  le  persone  a 
carico,  deduce  i  debiti,  le  spese  di  esercizio  di  un'  industria, 
i  premi  di  assicurazione  sino  a  600  marchi.  È  progressiva  : 
infatti  colpisce  i  primi  mille  marchi  di  reddito  col  10%  ;  i  se- 
condi coll'ii %,  i  terzi  col  12  %  e  con  di  seguito  a  15.000  marchi; 
poi  da  16. ODO  a  25.000  marchi  i  %  per  ogni  2000  marchi; 
da  26.000  a  40.000  marchi  1%  per  ogni  3000  marchi,  da  41.000 
a  90.000  marchi  1%  per  ogni  5000  marchi;  1%  per  10.000 
marchi  sino  a  140.000  ;  i  %  per  ogni  20.000  marchi  sino  a  200.000 
1%  per  ogni  30.000  marchi  sino  a  260.000  marchi;  1%  per 
i  successivi  40.000  sino  a  300.000  ;  dell'i  %  per  ogni  50.000 
completi  o  iniziati  sino  a  500.000  marchi.  I  redditi  superiori 
ai  60.000  marchi  pagano  più  che  il  60%.  Il  prodotto  della 
Einkommensteuev  spetta  per  un  terzo  all'Impero  e  per  due 
terzi  agli  stati  particolari  ed  ai  comuni.  Nell'esercizio  finan- 
ziario 1920-21  r  imposta  federale  sul  reddito  avea  dato 
9.572.766.778  marchi.  Dopo  gli  avvenimenti  sono  precipitati 
e'  la  circolazione  enorme  ha  reso  difficile  se  non  impossibile 
ogni  vero  sistema  finanziario. 

Con  la  legge  30  marzo  1920  si  provvide  a  colpire  le  persone 
giuridiche  con  un'imposta  a  parte  {Korperschaftssteuergesetz), 
dal  momento  che  la  Einkommensteuev  si  volle  limitarla  alle 
sole  persone  fisiche.  La  imposta  colpisce  le  persone  giuridiche 
(di  diritto  pubblico  e  di  diritto  privato),  corporazioni  e  fonda- 
zioni, che  risiedono  in  Germania.  Il  reddito  imponibile  com- 
prende l'ammontare  del  reddito  in  moneta,  detratti  interessi 
per  debiti  e  spese  di  esercizio.  L'imposta  sulle  società  (ano- 
nime, accomandite  per  azioni)  ha  due  quote:  i.»  una  quota 
fissa  del  10%  dello  imponibile  globale  ;  2.°  una  quota  addi- 
zionale del  2%  dei  benefizi  sino  al  4%  del  capitale  ;  3%  sino 
al  6%  del  capitale  ;  4%  dei  benefici  sino  a  8%  del  capitale  ; 
10%  dei  benefici  sino  al  18%  del  capitale.  Le  persone  giuridiche 
restanti  sono  colpite  in  ragione  del  10%  dello  imponibile. 
Nel  1921-22  la  imposta  imperiale  sulle  persone  giuridiche  fruttò 
1,549.347.098  marchi  dei  quali  due  terzi  andarono  agli  stati 
particolari  ed  ai  comuni  e  un  terzo  all'Impero. 

Un'altra   imposta    {Kapitaleriragsteuey),   stabilita   con   legge 


CAP.    XVIII.]       PERSONALEINKOMMENSTEUER    AUSTRIACA  525 

29  marzo  1920,  colpisce  i  valori  mobiliari  (dividendi,  interessi 
rendite),  in  ragione  del  10%  del  reddito  del  capitale  e  va  tutta 
all'Impero.  Ha  reso,  nel  1921-22,   i. 486.71 7. 602. 

V.  L'  imposta  personale  sul  reddito  {Personaleinkommen- 
steuer)    austriaca. 

156.  Di  quella  che  fu  l'Austria  non  sussiste  che  un  piccolo 
stato  di  81.879  kil.2  (compreso  il  Burgenland)  con  poco  più 
che  6.000.000  di  abitanti,  dei  quali  poco  meno  di  2  a  Vienna  ; 
un  piccolo  stato ,  le  cui  condizioni  estremamente  critiche 
rendono  vani  tutti  i  tentativi  di  riordinamenti  fiscali.  Prima 
della  dissoluzione  della  monarchia  austro  ungarica,  l'Austria 
aveva  una  imposta  personale  sul  reddito  fra  le  migliori,  che 
era  stata  introdotta  con  legge  dei  23  ottobre  1896  ,  soppri- 
mendo r  imposta  sui  redditi  del  1 849  (  che  era  divisa  in 
tre  classi),  e  quella  industriale  del  181 2  (mentre  non  toccava 
l'imposta  fondiaria  sui  terreni,  Grundsteuer,  e  l'altra  sui  fab- 
bricati, Gehdudesteuer),  senza  aumentare  il  carico  totale  tri- 
butario sull'insieme  dei  contribuenti  e  sostituiva  alle  due  del 
1849  e  del  181 2  quattro  imposte  cedolarie  (e  cioè  :  imposta  ge- 
nerale sulle  industrie:  Allgemeine  Erwerbesteucr  ;  imposta 
sulle  industrie  speciale  per  le  società  tenute  alla  pubblicità 
dei  bilanci  ;  imposta  sulle  rendite  e  sugli  interessi  :  Renten- 
steuer  ;  e  imposta  complementare  sugli  stipendi  elevati)  ed  una 
di  sovrapposizione  :  l'imposta  personale  e  generale  sul  reddito 
{Personal  Einkommen  Steuer). 

La  Personal  Einkommen  Steuer  austriaca,  al  modo  stesso  della 
Einkommensteuer  prussiana  e  a  differenza  della  income  tax  in- 
glese, era  un'imposta,  che  si  sovrapponeva,  dunque,  alle 
tre  imposte  dirette  :  era  una  imposta  personale  e  generale 
sul  reddito  globale,  la  quale  cadeva,  quindi,  sull'insieme  dei 
redditi  fondiari  (già  colpiti  dalla  Grundsteuev),  edilizii  (colpiti 
dalla  Gehdudesteuer),  industriali  e  commerciali  (colpiti  dal- 
V Allgemeine  Erwerbesteuer  o  dall'imposta  industriale  speciale 
sulle  società  tenute  a  render  pubblici  i  loro  bilanci),  e  dei  va- 
lori mobiliari  (colpiti  dalla  Rentensteuer) .  L'imposta  personale 
e  generale  sul  reddito  austriaco  colpiva,  al  disopra  del  mi- 
nimo di  esistenza    (  fissato   a  600  fiorini  )  ,  tutti  ,    anche    se 


526  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

non  colpiti  dalle  singole  imposte  cedolari  (come  i  titoli  delle 
compagnie  ferroviarie,  di  alcune  società  privilegiate,  gl'inte- 
ressi e  i  dividendi  di  titoli  austriaci,  che  non  pagavano  la  Ren- 
tensteuer)  degli  austriaci,  che  abitavano  l'Austria,  anche  se 
i  loro  redditi  provenivano  dall'estero,  degli  austriaci  abitanti 
all'estero,  per  i  redditi  di  provenienza  austriaca,  degli  stra- 
nieri che  risiedevano  in  Austria  a  scopo  di  lucro  o  che  vi  do- 
miciliavano da  più  di  un  anno.  Oltre  alla  esenzione  del  minimo 
di  esistenza,  la  legge  23  ottobre  1896  teneva  conto  delle  condi- 
zioni di  famiglia  del  contribuente,  e  per  le  famigUe  il  cui  red- 
dito non  superava  le  4200  lire  (2000  fiorini),  poi  che  nell'accer- 
tamento del  reddito  non  si  considerava  il  reddito  individuale, 
ma  quello  della  famiglia,  se  i  membri  di  essa  (oltre  la  moglie) 
erano  più  di  due,  e  non  avevano  redditi  propri,  esentava  ^4» 
del  reddito  del  capo  di  famiglia  per  ognuno  dei  componenti  di 
essa  al  di  là  di  due,  oltre  la  moglie.  Quando  poi,  sempre  nel 
caso  di  famiglie  con  redditi  inferiori  a  lire  4200,  oltre  al  capo, 
la  moglie  o  i  figli  contribuivano  coi  prodotti  del  loro  lavoro 
alla  formazione  del  reddito,  dall'imponibile  si  deducevano  lire 
525  (250  fiorini)  per  ciascuno  dei  membri  di  essa  che  conferisse 
una  parte  di  entrata.  Inoltre  quando  circostanze  gravi  o  ca- 
richi straordinarii  concorrevano^  (malattie,  obblighi  alimen- 
tari verso  parenti  poveri,  debiti,  richiamo  sotto  le  armi,  oneri 
per  l'educazione  dei  figh)  ed  il  contribuente  non  godeva  di  un 
reddito  superiore  alle  lire  10.500  (5000  fiorini)  poteva  essere, 
accordata  a  lui  una  diminuzione  d'imposta  sino  a  tre  gradi 
I  contribuenti  delle  tre  prime  classi,  potevano  per  le  accennate 
circostanze  straordinarie,  essere  esentati  affatto  dall'imposta. 

La  Personal  Einkommen  Steuer  austriaca  era  un'  imposta 
progressiva  per  classi.  I  contribuenti,  con  redditi  fra  le  lire 
1260  (600  fiorini)  e  lire  100.800  (48.000  fiorini),  erano  divisi  in 
65   classi. 

In  complesso,  la  Personal  Einkommen  Steuer  austriaca  era 
una  delle  imposte  più  sistematiche  e  razionali  che  l'Europa 
avesse,  prima  del  1914;  giusta,  moderata,  equilibrata,  essa, 
apparteneva  ad  un  sistema  d'imposte,  destinato  a  preparare 
«  il  passaggio  dall'imposizione  obbiettiva  sul  reddito  all'im- 
posizione   subbiettiva   sull'entrata,    dall'imposizione    separata 


CAP.    XVIII.]  IMPOSTE   SUL  REDDITO  IN  OLANDA  527 

sui  singoli  redditi  a  quella  unica  e  generale  sull'entrata.  Tutta 
la  rifomaa  tributaria  austriaca  rappresentava  un  primo  ed 
energico  passo  sulla  via  che  conduce  ad  un  sistema  veramente 
moderno   della   imposizione   diretta  »* . 

Durante  la  guerra  la  imposta  personale  sul  reddito  austriaca 
fu  più  volte  rimaneggiata.  Nel  191 6  vi  fu  aggiunto  un  supple- 
mento che  andava  dal  15%  per  i  redditi  superiori  alle  3000 
corone  al  110%  per  quelli  che  oltrepassavano  le  200.000  co- 
rone. Altri  aumenti  vi  furono  nel  191 8.  L'Austria  era  entrata 
in  .guerra  con  un  bilancio  in  dissesto  e  man  mano  che  gli  anni 
del  conflitto  passavano  il  disavanzo  cresceva,  passando  dai 
338.000.000  di  corone  del  191 3  ad  oltre  19  miliardi  di  corone 
nel  giorno  dello  sfacelo.  Dopo  l'armistizio  furono  aumentate 
e  più  volte  le  imposte  esistenti,  compresa  la  imposta  personale 
sui  redditi,  e  molte  imposte  nuove  furono  aggiunte  ;  ma  il 
tracollo  della  corona  ne  rese  e  ne  rende  illusorio  il  gettito. 
Nel  192 1  anche  prima  della  situazione  attuale  di  disastro,  le 
imposte  personali  avrebbero  dovuto  dare  nientemeno  che 
3-552.572.000  corone. 

VI.  Le  imposte  sul  patrimonio  e  sul  reddito  in  Olanda. 
157.  La  riforma  olandese,  dovuta  a  Pierson,  si  ba.sa  so- 

*H.  vonSchullern-Scrattenhofen:  La  riforma  Tri- 
butaria in  Austria  in  Riforma  sociale.  A  no  IV.  Voi.  VII.  1897  ;  pp.  369- 
383- 

Per  quanto  riguarda  la  Personal  Einkommen  in  Austria  confronta  spe- 
cialmente il  lavoro,  acuto  e  completo,  di  Victor  Marce:  Etiides  sur 
l'impot  sur  le  revenu  en  Austriche,  in  Bulletin  de  la  Société  de  Legislation 
comparée  Volume  XXXVI.  1906-1907  :  pp.  156-201  e  pp.  380-425  (al  quale 
spesso  ci  riferiamo  nel  testo).  Confronta  anche  :  Ricca-Salerno: 
L'imposta  progressiva  etc,  già  cit.  pp.  238-243  ;  T  i  v  a  r  o  n  i  :  L^  imposte 
Dirette,  già  cit.  pp.  103-10  7;  R.  Sieghart:  The  Reform  of  Direct  Ta- 
xation  in  Austria,  in  Economie  Journal,  voi.  Vili.  1898,  p.  173  ;  S  e  h  a  n  z: 
Finanz  Archiv,  voi.  XIV,  1898,  p.  167  ;  Friedrich  Freiherr 
von  Wieser:  Die  Ergebnisse  und  die  Aussichten  der  Personaleinkom- 
mensteuer  in  Osterreich,  Leipzig,  1901  ;  Oskar  Mann  und  Hein- 
rich Jedlicka:  Das  (Esterreichische  Personalsteuergesetz  ecc.  ; 
Leopol  Berg:  Die  (Esterreichische  Steuertrager  1898,  e  Die  neuen 
Steurgesetze,  ivi  en  1897  ;  B  e  r  s  t  1  :  Die  neuen  allgemeine  Eriaerbsteuer, 
Brunn  1897,  etc. 


528  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II  . 

pra  criteri  differenti  dalla  riforma  prussiana.  Si  può  colpire  l'en- 
trata generale  dei  contribuenti  in  due  modi  :  o  prelevando  una 
imposta  generale  sul  reddito,  da  qualunque  fonte  derivi  :  o 
pure  colpendo  i  redditi  professionali  o  del  lavoro  (redditi  non 
fondati)  e  mettendo  a  fianco  un'imposta  generale  sul  patri- 
monio (per  i  redditi  fondati)  :  questo  criterio  è  stato  seguito 
in  Olanda  con  le  rifonne  compiute  fra  il  1892  e  il  1894.  Lo 
Stato  ha,  dunque,  oltre  alle  imposte  fondiarie,  un'imposta 
personale  sul  reddito  industriale  commerciale  e  professionale, 
e  accanto  una  imposta  sul  patrimonio. 

L'imposta  sul  patrimonio  colpisce  tutte  le  proprietà  immo- 
biliari e  mobiliari  :  i  titoli  di  rendita  pubblica,  i  crediti  ipo- 
cari e  di  qualsiasi  natura,  le  navi,  le  macchine,  i  veicoli  e  ca- 
valli, il  bestiame  e  gli  strumenti  agricoli  e  le  derrate.  Non  .sono 
compresi  nel  patrimonio  i  mobili,  i  vestiti,  oggetti  d'arte  e  di 
scienza,  le  gioie  che  non  sono  in  commercio,  le  pohzze  di  as- 
sicurazione sulla  vita,  le  rendite  vitalizie  e  pensioni,  i  beni 
di  cui  altre  persone  hanno  l'usufrutto,  le  rendite  a  termine 
non  ancora  scadute.  Dall'ammontare  del  patrimonio  devono 
essere  dedotti  i  debiti  e  una  somma  eguale  a  venti  volte  l'in- 
sieme delle  rendite  vitalizie  o  perpetue,  degli  obblighi  alimen- 
tari o  di  alloggio  a  carico  del  contribuente.  La  fortuna  degli 
industriali  è  desunta  dai  loro  bilanci.  L'imposta  è  progressiva  ; 
ne  sono  esenti  le  fortune  minori  e  le  modeste  sono  colpite  di 
meno. 

Coordinata  all'imposta  sul  capitale  è  l'imposta  sui  redditi 
professionali.  Il  Pierson  la  ideò  per  colpire  quei  redditi,  che 
non  dipendendo  da  un  patrimonio,  sarebbero  sfuggiti  all'impo- 
sizione diretta. 

L'imposta  sui  redditi  professionali  del  Pierson,  che  è  andata 
in  vigore  col  i.  maggio  1894,  è  divisa  in  due  cedule  :   A    e  B . 

La  cedula  A  riguarda  i  redditi  del  solo  lavoro,  cioè  di  quei 
contribuenti  che  vivono  esclusivamente  della  loro  attività  pro- 
fessionale ;  la  cedula  B  colpisce  i  redditi  professionali  congiunti 
alla  proprietà.  Anche  la  imposta  sui  redditi  è  progressiva. 

Vn.  L'imposta  complementare  sul  reddito  in  Francia. 
159.  La  legge  di  finanza  15  luglio  1914  introdusse  in  Fran- 


CAP.    XVIII.j  IMPOSTA   SUL   REDDITO   IN   FRAMCIA  529 

eia  rimposta  complementare  sul  reddito  globale.  Il  sistema 
finanziario  che  la  Repubblica  mantenne  inalterato  dalla  ri- 
voluzione in  poi  si  basava  sulle  imposte  indiziarie.  I  vari  pro- 
getti che  man  mano,  dal  1894  ^^  P<^i  vennero  presentati  alla 
Camera  sino  a  quello  Caillaux  del  1907,  non  prescindevano  dalla 
tradizione  e  si  basavano  più  o  meno  su  presunzioni  anzi  che  su 
accertamenti  del  reddito.  Il  Caillaux  propose  una  riforma  che 
istituiva  un'imposta  cedolare  sui  redditi  distinti  in  categorie 
e  un'imposta  complementare  sullo  insieme  dei  redditi.  La 
Camera  approvò  nel  1909  il  disegno  di  legge  Caillaux,  ma  il 
Senato  non  consentì,  e  tutto  restò  sospeso  sino  al  191 4.  La 
parte  che  riguardava  terreni,  fabbricati  e  valori  mobiliari,  fu 
adottata,  finalmente,  con  la  legge  29  marzo  191 4,  mentre  fu 
rinviata  l'altra  che  si  riferiva  ai  redditi  commerciali  ed  indu- 
striali ,  delle  imprese  agricole ,  del  lavoro  e  delle  professioni 
liberali.  L'imposta  complementare  sul  reddito  fu,  nello  stesso 
anno  1914  ,  proposta  come  una  misura  fiscale  colla  legge  di 
finanza,  che  accettata  dalla  Camera  e  poi  dal  Senato  divenne 
la  legge  15  luglio  1914,  Scoppiata  la  guerra,  l'applicazione  della 
legge  fu  rinviata  al  i  gennaio  del  191 6.  Gli  articoli  5  a  25 
della  legge  15  luglio  191 4,  che  riguardavano  la  imposta  sul 
reddito  sono  stati  modificati  successivamente  dalle  leggi  del 
30  decembre  1916,  25  febbraio  191 7  e  25  giugno  1920. 

Sono  esenti  i  redditi  sino  a  lire  6,000.  ogni  contribuente 
coniugato  o  vedovo,  che  abbia  oneri  di  famiglia,  ha  diritto  ad 
una  deduzione  di  3.000  lire.  Per  ogni  persona  a  carico  sino  a 
cinque  si  gode  una  deduzione  di  1.500  lire  e  di  2.000  se  il  nu- 
mero delle  persone  a  carico  è  più  di  cinque.  Se  il  reddito  impo- 
nibile non  supera  i  10.000  franchi  è  accordata  una  deduzione 
del  7.50%  sullo  ammontare  della  imposta  dovuta  al  contri- 
buente che  abbia  due  persone  a  carico  e  del  15%  per  ogni 
persona  a  carico  se  ve  ne  sono  oltre  tre.  Se  il  reddito  supera  i 
10.000  franchi  il  contribuente  ha  diritto  ad  una  deduzione  del 
5%  per  le  tre  prima  persone  che  abbia  a  carico  e  del  10%  per 
ogni  persona  a  carico  oltre  la  quarta,  senza  però  che  la  dedu- 
zione possa  mai  superare  le  2.000  lire  per  persona  a  carico  del 
contribuente.  Non  è  colpita  la  frazione  di  reddito,  che  con  le 
deduzioni  ricordate,  non  ecceda  le  6.000  lire.  I  redditi  fra  6. 000 


53°  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

e  20.000  franchi  sono  colpiti  per  un  venticinquesimo  ;  per  due 
venticinquesimi  quelli  da  20  a  30.000  lire.  In  seguito,  si  au- 
menta per  ogni  10,000  sino  a  100.000,  per  ogni  25.000  lire  sino 
a  400.000,  per  ogni  50.000  sino  a  550.000  lire.  Al  disopra  delle 
550.000  lire  il  reddito  è  colpito  nella  sua  totalità.  Il  saggio  da 
applicarsi  allo  imponibile  così  calcolato  è  del  50  %.  In  realtà 
il  saggio  dell'imposta  complementare  francese  è  progressivo 
dal  2  al  50%. 

L'ammontare  della  imposta  è  aumentato  del  25%  per  il 
contribuente  più  che  trentenne,  celibe  o  divorziato  e  che  non 
abbia  persone  a  carico  ;  mentre  è  aumentato  solo  del  10%  se 
il  contribuente,  sposato  da  oltre  due  anni,  non  ha  né  figli  né 
persone   a   carico. 

L'imposta  colpisce  il  reddito  globale  e  se  il  contribuente 
ha  famiglia  deve  dichiarare  il  coacervo  dei  redditi  di  tutti  i 
componenti  la  stessa.  Il  reddito  globale  risulta  dai  redditi  di 
ogni  natura  affluenti  al  soggetto  imponibile  :  terre,  case,  va- 
lori mobiUari,  profitti  e  redditi  industriali,  commerciaU,  pro- 
fessionali o  del  solo  lavoro.  È  colpito  il  reddito  netto  :  dedotti 
quindi  i  carichi  che  ogni  reddito  particolare  sopporta.  Si  de- 
ducono anche  i  carichi  che  cadono  sull'insieme  del  reddito  e 
cioè  :  gli  interessi  dei  debiti,  le  rendite,  gli  assegni  e  le  pensioni 
dovuti  a  terzi,  l'ammontare  delle  imposte  pagate  compresa 
l'imposta  sul  reddito  corrisposta  nell'anno  precedente,  le  per- 
dite dell'industria,  dell'esercizio  o  del  commercio. 

L'miposta  complementare  sul  reddito  ha  dato  in  Francia, 
nel  1921,  lire  1. 108. 713. 100.  • 

VIII.  L'imposizione  del  reddito  in  Italia. 

160.  In  Italia  un  decreto  legge  24  novembre  19 19  istituiva 
un'imposta  normale  sui  redditi,  che  sarebbe  dovuta  andare 
in  vigore  col  i  gennaio  1922  ;  ma  la  cui  applicazione  in  seguito 
alle  modifiche  proposte  di  poi  e  non  ancora  discusse  dal  Par- 
lamento, é  stata  rinviata,  onde  é  che  nel  nostro  paese  restano 
ancora  le  vecchie  imposte  dirette  reali  sui  terreni,  sui  fabbri- 
cati, sui  redditi  mobiliari,  né  può  dirsi  se  e  quando  saranno 
fuse  e  coordinate  nella  imposta  che  quel  decreto  legge  stabi- 
liva. Ad  ogni  modo,  basterà  accennare  che  esso    si  proponeva 


CAP.     XVIII.]  l'imposizione    DEI    REDDITI    IN     ITALIA  53I 

di  colpire,  come  fanno  Vincome  tax  e  la  imposta  francese,  i 
redditi  alla  loro  origine,  ripartendoli,  a  seconda  che  derivavano 
dal  capitale  soltanto,  dal  capitale  e  dal  lavoro  insieme  o  dal 
solo  lavoro  in  quattro  cedule  o  categorie  :  la  categoria  A  (che 
si  distingueva  in  tre  schedule,  di  cui  la  categoria  A'  colpiva  i 
redditi  di  ogni  investimento  di  capitali  che  non  si  riferiva  ai 
terreni  e  alle  case,  la  categoria  A"  che  colpiva  i  redditi  dei 
fabbricati,  la  categoria  A'"  che  colpiva  i  redditi  dei  terreni)  ; 
la  categoria  B  che  colpiva  i  redditi  industriali  e  commerciali  ; 
la  categoria  C  che  colpiva  i  redditi  professionali  ed  infine  la  D 
che  riguardava  gli  stipendi  e  le  pensioni.  In  media,  si  propo- 
neva di  colpire  col  18,36  %  i  redditi  del  capitale  non  prove- 
nienti da  terre  o  case  (categoria  A'),  col  21,42%  i  redditi  dei 
fabbricati  (categoria  A")  col  13,77%  i  redditi  dei  terreni  (ca- 
tegoria A'"),  col  15,30%  i  redditi  industriali  e  commerciali, 
(categoria  B),  col  12,24%  i  redditi  professionali  (Categoria  C) 
e  col  9,18%  gli  stipendi  dello  Stato  etc  (categ.  D). 

Alle  sei  imposte  cedulari  anzidette  il  decreto  legge  24  novem- 
bre 1919  aggiungeva,  per  integrarle,  un'imposta  complementare 
progressiva  sul  reddito  globale  delle  persone  fìsiche,  da  esi- 
gersi dal  I.''  gennaio  1922  ;  rimasta  anche  essa  (come  quella 
normale  sui  redditi  alla  loro  origine)  sospesa,  senza  che  possa 
anche  qui  dirsi  se  e  quando  sarà  attuata.  Si  proponeva  un 
tributo  sulla  capacità  di  spendere  del  contribuente,  sull'in- 
sieme dei  suoi  redditi,  pur  se  provenivano  dall'estero  ;  tributo 
che  avrebbe  dovuto  colpire  la  famiglia  nel  complesso  dei  red- 
diti di  quanti  la  componevano.  Era  più  che  altro  una  vera 
imposta  sulla  entrata  ,  con  esenzione  dei  redditi  inferiori 
alle  lire  1.500  e  con  saggi  che  progredivano  dall' 1%  (reddito 
di  lire  1500)  al  25%  per  quelli  di  2.500.000  lire  o  superiori. 

Se  la  imposta  normale  sui  redditi  e  quella  complementare 
sul  reddito  globale  ,  previste  dal  decreto  legge  24  novembre 
1919  sono  di  là  da  venire,  sussiste  ancora,  almeno  sino  a  tutto 
il  1922  (per  effetto  di  un  terzo  provvedimento  di  proroga)  né 
può  prevedersi  se  cesserà  col  1923  (visto  che  la  imposta  com- 
plementare progressiva  da  sovrapporsi  alle  imposte  cedolari  sui 
redditi,  del  24  novembre  1914,  non  è  ancora  in  atto)  e  sussiste 
dal  gennaio   1919  ,  in  Italia  ,   (stabilita  dal  decreto  legge   17 


^3-  SCIENZA     DELLE     FINANZE  [LIBRO    II. 

novembre  1918)  un'imposta  complementare  sui  redditi  supe- 
riori alle  lire  10.000  ,  che  istituita  per  il  solo  1919 ,  (nel 
quale  anno  fruttò  44  milioni  e  mezzo)  fu  una  prima  volta 
prorogata  al  1920  (quando  dette  oltre  102  milioni)  ;  una  se- 
conda volta  al  192 1  e  nel  192 1,  per  far  fronte  al  deficit  della 
gestione  dei  cereali,  le  aliquote  ne  furono  raddoppiate  (gittò 
nel  192 1,  dato  il  raddoppiamento  delle  aliquote  circa  192  mi- 
lioni) ed,  infine,  una  terza  fiata,  con  aliquote  normali  a  tutto 
il  1922.  L'imposta  cade  sulla  somma  complessiva  dei  redditi 
accertati  nel  Regno,  iscritti  nei  ruoli  dell'anno  1919,  che  su- 
perino le  lire  io. 000,  assoggettati  alle  imposte  dirette  ordinarie 
(esclusi  quelli  di  categoria  C  per  rivalsa  e  di  categoria  D  della 
ricchezza  mobile)  e  alle  dirette  straordinarie.  L'  aliquota  va 
dall' 1%,  per  i  redditi  da  10.000  a  15.000  lire,  al  2%  da  15.001 
a  20.000,  al  3%  da  20.001  a  30.000,  e,  progredendo  in  ragione 
dell' 1%  per  classi  di  5.000  lire  di  reddito,  giunge  ad  un  massimo 
deir8%  per  i  redditi  superiori  alle  lire  75.000.  Per  il  1921,  come 
si  è  detto,  le  aliquote  furono  (articolo  5  della  legge  27  febbraio 
1921)  raddoppiate  per  le  singole  categorie  cui  si  riferivano: 
furono  cioè  aumentate  dal  2%  al  16%.  Per  il  1922  si  tornò 
alle  aliquote  stabilite  dal  decreto  legge  17  novembre  191 8  : 
dairi%  air8%.  Delle  191. 901. 849  lire  che  la  imposta  comple- 
mentare sui  redditi  gittò,  nel  192 1,  59,947,593  dette  la  Lom- 
bardia ;  36.101. 514  il  Lazio  ;  27.009.148  il  Piemonte  ;  19. 661. 91 
la  Liguria;  12,429,799  la  Toscana;  8.793.355  la  Campania  e 
il  Molise;  7. 052. 181  il  Veneto;  6. 151. 393  la  Romagna;  4.138.475 
la  Sicilia  ;  3.275.691  l'Emilia  ;  2.334.240  le  Puglie  ;  1.300.263 
le  Marche;  1.075. 314  le  Calabrie;  845.844  l'Umbria;  342.408 
la  Sardegna  ;  267.571  gli  Abruzzi  ;  ultima  con  lire  175. 151  la 
Basilicata.  Sono  dati  interessanti  in  quanto  dimostrano  come 
si  distribuiscono  i  maggiori  redditi  in  Italia  ;  i  quali  (astraendo 
dal  Lazio  nel  quale  Roma,  capitale,  presenta  un  accentramento 
spiegabile  di  redditi  di  persone  morali)  vanno  degradando  dal 
Nord  al  Sud,  fino  a  non  apparir  quasi  in  qualche  regione  me- 
ridionale, come  la  provincia  di  Potenza,  restando  sempre 
scarsi  in  tutte  le  altre,  meno  nella  Campania,  che  ha  Napoli, 
dove,  oltre  alla  attività  cittadina,  molti  vivono  che  ricevono 
redditi  dalle  province  del  Mezzogiorno.  Il  d'  Aroma  ,  direttor 


CAP.  XVIII,]         l'imposizione  dei  redditi  in  ITALIA  533 

Generale  al  Ministero  delle  Finanze  in  una  sua  relazione  sul 
rendimento  delle  imposte  dirette  (quella  del  1921)  calcola  che 
il  reddito  imponibile  in  Italia  debba  valutarsi  oggi  a  60  mi- 
liardi. Di  questi,  dodici  miliardi  e  mezzo  soltanto  sopportano 
(come  afferma  il  D'Aroma  nella  Relazione  per  il  1922,  pag. 
539)  imposte  dirette,  risultando  il  reddito  censito  costituito 
per  I  miliardo  dai  terreni,  per  800.000.000  dai  fabbricati,  per 
dieci  miliardi  e  mezzo  della  ricchezza  mobile  (ruoli  e  ritenute) . 
Sono  esenti  da  imposte:  quattro  miliardi  e  mezzo  di  interessi 
sui  vari  debiti  dello  Stato  e  circa  un  altro  miliardo  e  mezzo 
di  redditi  commerciali,  industriali  ed  immobiliari  dichiarati 
esenti  da  leggi  di  favore:  sei  miliardi  in  tutto.  Mentre  in  Italia 
le  aliquote  delle  imposte  dirette  sono  tra  le  più  alte  è  imper- 
fetta sempre  la  valutazione  della  ricchezza  imponibile.  Dei  192 
milioni  circa  che  l'imposta  complementare  sui  redditi ,  supe- 
ranti le  10.000,  dette  (con  aliquote  fra  il  2  e  il  i6%ì  nel  1921, 
circa  48  milioni  furono  pagati  dai  proprietari  di  terreni,  circa 
48  milioni  dai  proprietari  di  fabbricati,  oltre  90  milioni  dai 
redditi  industriali,  commerciali  e  professionali  e  poco  meno  di 
sei  milioni  dagli  affittuari ,  coloni ,  mezzadri  ed  altre  classi 
agricole. 

A  sostituire  l'imposta  militare  su  chi  per  riforma,  esonero  o 
dispensa  non  prestava  servizio  militare,  durante  la  guerra, 
fu  istituito  con  Decreto  luogotenenziale  del  i.°  ottobre  191 7 
un  contributo  personale  straordinario  di  guerra  ,  che  per  gli 
anni  1918  e  1919,  doveva  colpire  tutti  i  contribuenti  (uomini 
e  donne  di  qualsiasi  età,  che  o  non  prestavano  servizio  mili- 
tare o  non  avevano  sotto  le  armi  il  coniuge,  un  figlio  o  il 
padre)  purché  iscritti  nei  ruoli  delle  imposte  erariali  per  un 
carico  superiore  a  300  lire  pei  terreni,  a  500  pei  fabbricati,  a 
400  per  la  ricchezza  mobile,  a  275  per  i  proventi  degli  ammini- 
stratori delle  società  per  azioni.  Coloro  che  non  figuravano  nei 
ruoli  dei  tributi  erariali  o  vi  figuravano  per  un  ammontare  in- 
feriore ai  minimi  ora  ricordati,  erano  soggetti  al  contributo 
personale  straordinario  di  guerra  se,  nei  comuni  con  più  di  100.000 
anime,  pagavano  più  che  150  lire  di  tassa  di  famiglia  o  valor 
locativo,  e,  negli  altri  comuni,  se  pagavano  più  di  80  lire  per 
tassa  di  famiglia  o  valor  locativo.  Il  contributo  straordinario 

Nitti.  35 


534  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II 

di  guerra  ammontava  al  quarto  della  imposta  erariale  o  comu- 
nale per  la  quale  il  contribuente  doveva  corrisponderlo.  Si  tratta 
di  un  tributo  straordinario,  che  sarebbe  già  dovuto  sparire. 
Ha  dato,  intanto,  nel  1920,  lire  24.264.596  ;  e,  nel  1921,  lire 
26.401.388.  Nel  decembre  del  1915  era  stato  istituito  il  con- 
tributo del  centesimo  di  guerra  ,  che  nella  duplice  forma  di 
contributo  sui  pagamenti  e  sui  redditi  investiva  nella  misura 
di  un  centesimo  a  lira,  che  nel  191 6  fu  elevata  a  2  centesimi  per 
lira,  tutti  i  redditi  soggetti  alle  imposte  dirette  ;  e  nella  misura 
di  un  centesimo  a  lira,  poi  elevata  a  2  e  pei  fornitori  militari 
nel  191 8  elevata  a  tre  centesimi  pei  lira  i  pagamenti  fatti  dallo 
Stato  ,  dalle  province  ,  dai  comuni.  Col  i  marzo  1919  il  con- 
tributo del  centesimo  di  guerra  sui  pagamenti  fu  abolito  ;  il 
contributo  del  centesimo  di  guerra  sui  redditi  cesserà  quando 
andrà  in  vigore  la  imposta  normale  e  la  complementare  sui 
redditi.  In  tutto,  dalla  istituzione  al  30  giugno  192 1,  il  cente- 
simo di  guerra  fruttò   1228  milioni. 

Imposta  speciale  sul  reddito  è  anche  1'  imposta  sui  pro- 
venti degli  amministratori  di  società  per  azioni  e  dei  diri- 
genti e  procuratori  di  società  commerciali  istituita  con  de- 
creto legislativo  dei  12  ottobre  1915  ,  inasprita  col  decreto 
9  settembre  1917.  Col  testo  unico  9  giugno  1918,  l'imposta 
sui  proventi  degli  amministratori  di  società  per  azioni  era  sta- 
bilita in  misura  progressiva  dal  5%  al  25  %:  il  5  pei  redditi 
sino  a  2500  lire,  il  25%  per  quelli  oltre  lire  40.000.  Pei  com- 
pensi, invece,  ai  dirigenti  e  procuratori  di  società  commerciali 
il  decreto  luogotenenziale  28  febbraio  1918  fissava  un'imposta 
progressiva  dal  5  (fino  a  lire  2000  di  retribuzione)  al  20%  (per 
assegni  oltre  lire  20.000).  La  legge  27  febbraio  192 1  raddoppiò 
le  aliquote  per  il  1921  ;  col  1922*1  saggi  tornarono  a  quelli  di 
prima.  L'imposta  sui  proventi  degli  amministratori  e  dirigenti 
e  procuratori  delle  società  commerciali  dette,  nel  1920,  lire 
20.331.858,  e,  nel  1921,  lire  25.902.476.  Anche  questa  imposta 
è  destinata  ad  essere  assorbita  dalla  futura  imposta  normale 
e  complementare  sui  redditi. 

Il  decreto-legge  17  novembre  191 8  stabiliva,  all'articolo  4, 
un'  imposta  sui  dividendi  interessi  e  premi  dei  titoli 
emessi    da  società    per  azioni  o  da  enti ,    nella    misura    del 


CAP.  XVIII.]     l'imposizione  del  reddito  in  svizzera         535 

2  %,  la  quale  investiva  cosi  i  titoli  al  portatore  come  i  nomi- 
nativi. Il  decreto  24  novembre  1919  elevava  la  imposta  al 
5  %  ,  il  decreto  legge  del  22  aprile  1920  la  portava  al  15  %, 
limitandola  ai  soli  titoli  al  portatore,  per  indurre  i  portatori 
di  essi  a  tramutarli  al  nome,  dal  momento  che  i  titoli  nomi- 
nativi erano  dichiarati  esenti.  L'imposta  grava  sui  portatori, 
essendo  le  società  anonime ,  le  province ,  i  comuni ,  e  gli 
altri  enti  che  hanno  emesso  titoli  autorizzati  a  rivalersene  nei 
pagamento  dei  dividendi  (art.  6  del  decreto  legge  17  novem- 
bre 191 8),  a  malgrado  di  qualsiasi  patto  in  contrario  (art.  i 
del  decreto  legge  22  aprile  1920).  L'imposta  sui  dividendi, 
interessi  e  premi  fruttò,  nel  1921,  lire  45.358.41 1.  Dettero  più 
del  milione  :  la  Lombardia  (lire  14.269.687)  ;  la  Liguria  (lire 
8.700.694);  il  Lazio  (lire  8.467.201);  il  Piemonte  (lire  5.228.327); 
la  Toscana  (lire  4.449.105)  ;  il  Veneto  (lire  1.687. 991)  ;  Cam- 
patila e  Molise  (lire  1. 142. 735).  Nelle  province  meridionali  e 
nelle  isole  gettito  insignificante  :  la  Basilicata  qjasi  nulla,  la 
Sardegna  poco  meno  di  10.000.  le  Calabrie  poco  più  di  22.000; 
l'intera  Sicilia  217.000.  A  spiegar  ciò  basterà  ricordare  che  il 
nord  d'Italia  ha  circa  i  tre  quarti  d^lle  società  per  azioni.  Per 
il  Lazio  si  noti  che  numerose  società  hanno  la  loro  sede  in  Roma 
solo  per  ragioni  amministrative  e  politiche. 

IX.  L'imposizione   sul  reddito  nella  Svizzera. 

161.  La  guerra  1914-1918,  che  ha  sconvolte  le  finanze  dei 
belligeranti,  ha  avute  ripercussioni  sensibili  anche  sui  neutri. 
Nella  Svizzera  avevano  imposte  sul  reddito  o  sulla  fortuna  o 
sul  reddito  e  sulla  fortuna  i  cantoni;  non  poteva  averne,  per  la 
costituzione  federale  dei  29  maggio  1874,  la  confederazione,  la 
quale  doveva  limitarsi  ai  proventi  delle  dogane  e  a  metà  di 
quelli  della  imposta  militare.  Il  bisogno  di  far  fronte  alla  di- 
fesa della  neutralità  spinse  il  popolo  a  votare  il  6  giugno  191 5 
un  emendamento  alla  costituzione  (articolo  42  bis)  che  consen- 
tiva l'introduzione  di  un'imposta  straordinaria  sul  reddito  e 
sul  capitale,  che  si  sarebbe  dovuta  percepire  nel  1916  e  nel 
191 7.  Le  persone  fisiche  con  reddito  superiore  a  2.500  franchi 
o  con  un  patrimonio  oltre  i  10.000  furono  sottoposte  ad  un 
tributo  che  andava  da  0,5  ad  8%  del  reddito  e  da  i  a  15   % 


536  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO  II. 

del  capitale.  Le  società  per  azioni  pagavano  da  2  a  io  %  del 
loro  capitale  versato  e  dei  loro  fondi  di  riserva  -e  da  i  a  5  % 
del  capitale  non  versato,  le  cooperative  4%  dei  profitti  di- 
stribuiti ai  soci  e  8%  sul  resto  ;  le  cooperative  assicuratrici 
5%  dei  premi.  Ai  4  maggio  1919  il  popolo  votò  una  seconda 
imposta  sul  capitale  e  sul  patrimonio  e  questa  volta  non  da 
pagarsi  una  volta  sola,  un'imposta  straordinaria  sì  nfa  da  pa- 
garsi sino  a  quando,  unitamente  all'altra  sui  profitti  di  guerra, 
desse  tanto  da  coprire  le  spese  per  la  difesa,  circa  un  miliardo. 
La  imposta  federale  svizzera  sul  reddito  e  sulla  fortuna  del 
191 9  differisce  molto  da  quella  del  1915.  La  imposta  del  191 9 
riattacca  il  reddito  da  esentare  all'ammontare  del  patrimonio. 
Esenta  un  reddito  di  2.000  franchi  per  chi  ha  un  patrimonio 
superiore  ai  20.000  franchi  ;  «senta  3.000  franchi  di  reddito 
per  una  fortuna  fra'  10.000  e  i  20.000  franchi  ;  esenta  4.000 
franchi  di  reddito  per  i  patrimoni  inferiori  ai  10.000  francali. 
Ha  esenzioni  di  famiglia  importanti.  Quanto  al  patrimonio  sono 
esenti  le  fortune  sino  a'  25.000  franchi  per  il  contribuente  che 
non  abbia  altri  a  proprio  carico,  e  sino  ai  35.000  franchi  per 
chi  abbia  famiglia.  L'imposta  sul  reddito  progredisce  sino  al 
20  %  (redditi  superiori  a'  90.000  franchi)  ;  quella  sul  patri- 
monio è  progressiva  sino  al  25  %  per  le  fortune  maggiori ,  a 
cominciare  da  quelle  che  superano  i  franchi  85.000.  L'imposta 
del  191 9  colpisce  le  società  per  azioni  in  ragione  del  100  % 
del  capitale  versato  e  dei  fondi  di  riserva.  La  dichiarazione  è 
obbligatoria  e  deve  essere  controllata  dal  fisco.  L'imposta  è 
andata  in  vigore  col  1921  e  non  è  di  guerra.  Si  prevede  du- 
rerà dieci  o  venti  anni.  La  prima  imposta  di  guerra  avea  da- 
to, sino  al  1918,  franchi  123.509.884;  di  cui,  dedotto  il  dovuto 
ai  cantoni,  la  confederazione  ebbe  98.719.794  franchi.  Non 
sono  ancora  noti  i  risultati  della  seconda  imposta  sul  reddito 
e  sulla  fortuna. 

Prima  del  1915  i  cantoni  usavano  delle  imposte  sulla  fortuna 
e  sul  reddito,  che  la  guerra  fece  aumentare  o  modificare  al  fine 
di  ottenere  redditi  maggiori.  Alcuni  cantoni  avevano  solo 
un'imposta  sul  patrimonio  e  riuscirono  ad  adottarne,  dopo 
molti  sforzi,  una  anche  sui  redditi  del  lavoro,  come  Appenzell- 
Rhodes-Intérieures  (12  aprile  1919)  ;  Glaris  (2  maggio  1920), 


CAP.  XVIII.]  L'  imposta   del    BELGIO  537 

Nidwalde  (24  aprile  1921).  Altri  cantoni  provvidero  a  rendere 
più  produttive  le  imposte  sulla  fortuna  esisten-ti  introducendo 
più  rigorosi  metodi  di  valutazione  :  Zurich,  Saint-Gali,  Lu- 
cerna, Sciaffusa,  Friburgo.  Prevale  la  tendenza  a  sviluppare 
le  imposte  sul  reddito  globale  completate  da  miti  imposte  sul 
patrimonio.  Sono  per  il  reddito,  in  genere,  esenti  :  i  celibi  sino 
a  1000  franchi  (Obwalde,  Berna,  Grigioni),  da  1.500  a  2.500 
secondo  il  patrimonio  a  Nidwalde  ;  sino  a  3.000  a  Glaris  ;  a 
4.000  ad  Appenzell-Rhodes-Ext.  ;  a  5.000  a  Bàie-Ville.  Mag- 
giori esenzioni  agli  ammogliati,  con  deduzioni  che  vanno  sino 
a  300  franchi  per  figlio  (Obwald,  Lucerna)  e  a  400  franchi  a 
Nidwald  e  Friburg.  La  guerra  ha,  in  alcuni  cantoni,  resa  più 
grave  la  progressione  :  spingendola,  pei  redditi  del  capitale, 
sino  al  40%  circa. 

X..  L'imposta  cedolare  sui  redditi  e  complementare  sul  red- 
dito del  Belgio. 

162.  Sino  al  19 19  il  Belgio  ebbe  uno  dei  sistemi  tributari 
più  arretrati,  che  risaliva  al  1822,  quando  il  Belgio  faceva  an- 
cora parte  del  regno  dei  Paesi  Bassi  insieme  alle  province  olan- 
desi :  un  sistema  d'imposte  che  si  basava  sulla  contribution 
pBrsonnelle,  irìantenuta.  anche  dopo  il  distacco  dell'Olanda,  nel 
1830.  Era  una  imposta  sul  reddito  globale,  di  carattere  eminen- 
temente indiziario,  che  induceva  il  reddito  da  quattro  elementi: 
valor  locativo,  porte  e  finestre,  mobilio,  domestici  e  cavalli. 
Molta  analogia  aveva  quel  sistema  col  francese  e  come  in  Fran- 
cia cosi  nel  Belgio  nessuna  riforma  radicale  potè  effettuarsi 
prima  della  guerra  1914-1918.  Finalmente,  nel  Belgio,  la  legge 
29  ottobre  1919,  anche  questa  volta  sull'esempio  della  Francia, 
stabiliva  imposte  cedolari  sui  redditi  alla  loro  origine  e  un'im- 
posta complementare  sul  reddito  globale.  L'articolo  i  della 
legge  29  ottobre  1919  dichiara  che  alle  imposte  sui  terreni  ; 
sui  fabbricati;  alla  contribution  personnelle  sul  valore  locativo, 
le  porte  e  finestre  e  il  mobilio  ;  alla  imposta  sulle  patenti  e 
alla  tassa  sui  redditi  e  profìtti  reali,  restano  sostituite  tante 
imposte  cedolari  sul  reddito  di  ogni  singole  categoria,  alle  quali 
è  sovrapposto  un  tributo  sull'insieme  del  reddito.  I  redditi 
sono  raggruppati  in  tre  categorie  :  terre  e  case  ,  capitaU  mo- 


538  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

biliari  e  professionali .  I  redditi  delle  terre  e  delle  case  sono  col- 
piti in  ragione  del  io%  del  reddito  catastale,  comprendendovi  i 
centesimi  addizionali  a  favore  delle  province  e  dei  comuni. 
I  redditi  mobiliari  sono  colpiti  anche  in  ragione  del  io%.  I 
redditi  professionali  sono  colpiti  per  scaglioni  di  3000  franchi 
con  un  tasso  del  2%  per  il  primo  scaglione,  sempre  (come  per 
i  redditi  fondiari  e  i  mobiliari)  compresavi  la  parte  che  va  alle 
province  e  ai  comuni,  2%  che  aumenta  del  0.50%  per  ciascuna 
categoria,  sino  ad  un  massimo  del  io  %  pei  redditi  superiori 
di   48.000   franchi. 

Alle  tre  imposte  cedolari  si  sovrappone  un'imposta  com- 
plementare sullo  insieme  dei  redditi  accertati  dalle  imposte 
cedolari  e  su  quello  dei  fondi  pubblici  non  colpito  da  alcuna 
di  esse.  Si  deducono  le  spese  di  esercizio  e  di  conservazione 
dei  cespiti,  quelle  di  assicurazione,  le  perdite,  le  imposte  e 
tasse  ,  gli  interessi  dei  debiti,  le  rendite  alimentari  dovute  a 
chi  non  convive  col  contribuente  etc.  È  colpito  il  reddito  di 
tutta  la  famiglia.  Sono  esenti  i  redditi  ritenuti  indispensabili 
air  esistenza.  Con  criterio  nuovo  e  commendevole  la  legge 
belga  (articolo  41)  fa  variare  il  minimo  di  esistenza  a  seconda 
della  popolazione  del  comune  in  cui  il  contribuente  vive,  per 
cui  la  legge  del  1919  andava  da  un  minimo  di  3.000  franchi  di 
reddito  esenti  nei  comuni  con  meno  di  3.000  abitanti  ad  un 
massimo  di  6.000  franchi  esenti  pei  comuni  con  100.000  abi- 
tanti e  più.  Per  ciascun  membro  della  famiglia  a  carico  il  con- 
tribuente ha  diritto  alla  deduzione  di  un  decimo,  che  è  aumen- 
tato di  metà  se  si  tratti  di  un  vedovo  o  di  una  vedova.  Sono 
considerati  a  carico,  purché  vivano  in  famiglia,  il  coniuge,  gli 
ascendenti  propri  e  del  coniuge,  i  collaterali  sino  al  secondo 
grado.  Il  saggio  della  imposta  complementare  sul  reddito 
andava ,  per  la  legge  del  1919 ,  dall'i  %  pei  redditi  al 
di  sopra  del  minimo  di  esenzione  e  di  deduzioni  che  non  supe- 
rino le  lire  10.000  e  progrediva  in  ragione  di  0.50  %  per  sca- 
glioni di  5000  franchi  senza  che  avesse  potuto  superare  il  io  % 
per  la  parte  di  reddito  superante  i  95  ooo'  franchi.  Pei  redditi 
non  eccedenti  i  25  000  franchi  si  aveva  una  deduzione  del  5% 
sull'ammontare  del  tributo,  calcolato  sopra,  per  ogni  persona 
a  carico  del   contribuente.   Per   poter  godere  delle  esenzioni. 


CAP.    XVIII.]  l'imposta     sul    reddito    in    GRECIA  539 

deduzioni  e  riduzioni  il  contribuente  ha  l'obbligo  di  dichiarare 
il  reddito  globale  suo  e  della  lamiglia,  il  passivo  che  lo  grava 
ed  il  numero  e  l'età  delle  persone  a  carico. 

La  legge  9  agosto  1920  ed  il  decreto  29  ottobre  1920  hanno 
in  parte  modificato  quella  del  1919.  I  minimi  di  esenzione  non 
sono  più  di  3000  e  6000  franchi  ;  ma  vanno  da  2.100  per  i  co- 
muni con  meno  di  5.000  abitanti  a  3600  franchi  per  i  comuni 
con  60.000  anime  e  più.  I  saggi  della  imposta  complementare 
sono  aumentati,  e  partendo  dal  mezzo  per  cento  (invece  che 
dall'i)  per  la  prima  categoria  progrediscono  per  categorie  di 
50  franchi  ciascuno  in  ragione  del  mezzo  per  cento  per  i  tre 
scaglioni  seguenti,  del  0.75%  per  gli  otto  successivi  e  dell'uno 
per  cento  per  tutti  gli  altri  senza  poter  superare  il  30  %. 

Pur  con  gli  aumenti  del  1920  l'imposta  normale  e  comple- 
mentare sul  reddito  del  Belgio  è  commendevole  per  lo  spiccato 
carattere  di  personalità  che  la  distìngue,  sia  nelle  esenzioni  che 
nelle  deduzioni,  e  per  l'equilibrio  delle  aliquote.  Nel  1921  le 
imposte  cedolari  dettero  305.000.000  franchi  e  la  complementare 
fruttò  140  milioni;  in  complesso  445  milioni. 

XI.  Le  imposte  sul  reddito  in  altri  stati. 

163.  La  Grecia  aveva  un'imposta  complementare  sul 
reddito.  Era  stata  votata,  ma  non  applicata,  una  prima  volta 
nel  1909,  per  l'opposizione  dei  contribuenti  ;  fu  sanzionata, 
in  seguito,  dalla  legge  18  luglio  1911.  Dopo  la  guerra  1914- 
191 8,  la  Grecia  fu  ingrandita  di  territorio  e  di  popolazione  : 
tra  il  1913  ed  il  1920  cresceva  di  105.774  Kil.  in  superficie  e  di 
3.710.407  abitanti  (gli  avvenimenti  ul^mi,  coi  Turchi  a  Smirne 
e  la  Tracia  in  forse,  annullerebbero  quasi  i  guadagni  del  1920, 
che  si  ridurrebbero  a  molto  meno).  I  nuovi  territori  avevano 
sistemi  tributari  assai  diversi.  Si  provvide  per  quanto  era 
possibile,  a  sistemarli  con  la  legge  dei  3  gennaio  1919,  che  sul- 
l'esempio francese,  abolendo  le  vecchie  imposte,  compresa  la 
complementare  sul  reddito  del  19 11,  sostituisce  ad  esse  sette 
imposte  cedolari  e  un'  imposta  globale  complementare  sul- 
r  insieme  del  reddito  netto.  I  redditi  sono  distinti  in  sette 
categorie  o  cedule  :  A  fabbricati  ;   B  terreni  ;   C  valori  mobi- 


540  SCIENZA   DELLE    FINANZE  [LIBRO   II. 

liari  ;  D  redditi  commerciali  ed  industriali  ;  E  benefici  delle 
imprese  agricole  ;  F  redditi  del  lavoro;  G  onorari  delle  pro- 
fessioni liberali.  Si  esentano  per  la  cedula  F  (redditi  del  la- 
voro) 150  dracme  mensili  sugli  stipendi  degli  impiegati  e 
6  dracme  al  giorno  nei  salari  degli  operai  ;  1200  dracme  nei 
redditi  separati  o  combinati  delle  cedule  D  (redditi  indu- 
striali), E  (benefici  delle  imprese  agricole)  e  G  (redditi  profes- 
sionali) ;  1200  dracme  per  le  cedule  A  (fabbricati)  e  B  (terreni) 
se  il  reddito  annuale  di  una  persona  fisica  risultante  dalle  ce- 
dule A  (fabbricati)  B  (terreni)  e  C  (valori  mobiliari)  non  ec- 
cede le  2.000  dracme.  Per  l'imposta  complementare,  se  il  red- 
dito complessivo  del  contribuente  non  supera  12.000  dracme  si 
esentano  dalla  supertax  3.000  dracme.  Si  esentano  poi  20 
dracme  per  mese  e  per  persona,  sino  che  coabiti  col  contri- 
buente e  viva  a  suo  carico.  La  cedula  A  colpisce  i  fabbricati 
in  ragione  del  12%  ;  la  cedula  B  i  terreni  in  ragione  del  10%  ; 
la  cedula  C  i  valori  mobiliari  con  1*8%  ;  la  cedula  D  i  redditi 
industriali  e  commerciali  in  ragione  del  6%  (con  deduzione  del 
50%  per  i  redditi  fino  a  5.000  dracme  e  del  25%  per  quelli  fra 
5001  e  10.000  dracme  ;  la  cedola  E  i  benefici  delle  imprese 
agricole  col  6%,  con  deduzione  del  50%  sino  a  5.000  dracme  e 
del  25%  tra  5.001  e  10.000,  e  con  un  aumento  del  25%  nel 
caso  in  cui  il  conduttore,  colono  o  enfiteuta  non  conduca  di- 
rettamente, ma  subconceda,  e  si  allontani  dalla  Grecia  per  oltre 
un  anno  ;  la  cedula  F  colpisce  i  redditi  del  lavoro  al  4%  (con 
deduzione  del  50%  sino  a  400  dracme  di  redditi  mensili  e  del 
25%  sino  830  dracme  di  reddito  per  mese)  ed  i  salari  dei  gior- 
nalieri con  ri%  sullo  ammontare;  la  cedula  G  colpisce  i  red- 
diti delle  professioni  liberali  cól  4  %  (con  deduzione  del  50  % 
sino  a  5.000  dracme  e  del  25%  da  5.001  a  10.000  dracme). 

L'imposta  complementare  sul  reddito  netto  globale  è  fissata 
ai  5%  con  deduzione  del  75%  sino  a  5000  dracme  e  del  50%  da 
5001  a  loooo  dracme,  oltre  alla  esenzione  sino  a  3.000  dracme 
quando  il  reddito  globale  non  superi  le  12.000  dracme.  Per 
ottenere  il  reddito  netto  globale  si  sommano  i  redditi  risultanti 
dalle  imposte  cedolari  dedotti  gli  interessi  dei  debiti,  le  perdite 
e  le  spese  personali.  Quando  la  dichiarazione  manca  o  non  ri- 
sponde al  veiro,  il  fisco  può  desumere  il  reddito  da  indizi,  come 


€AP.    XVIII.]       LA    IMPOSTA  SUL    REDDITO    IN    ALTRI   STATI       54I 

la  media  degli  affitti,  le  spese  voluttuarie  etc.  Nel  1920-21  le 
imposte  dirette  così  riordinate  gittarono  112.476.000  dracme. 
164.  Con  legge  dei  15  maggio  1903 ,  la  Danimarca  mo- 
dificava radicalmente  il  suo  sistema  fiscale,  che  non  rispondeva 
più  alle  condizioni  economiche  del  paese.  L'imposizione  diretta 
constava,  prima,  di  un'imposta  sul  grano  duro  {hartkorn)  detta 
tassa  antica,  perchè  stabilita  in  base  ad  un  Catasto  del  1688  ; 
di  un'imposta  fondiaria  di  perequazione  completante  la  tassa 
antica  e  basata  su  catasti  fatti  tra  il  1802  e  il  1843  ;  di  un'im- 
posta sui  fabbricati  e  di  un'altra  sul  grado.  La  fortuna  mobi- 
liare non  era  punto  colpita,  mentre  la  popolazione  agricola 
sottostava  al  peso  del  60%  del  totale  delle  imposte.  Nel  1903. 
dopo  dibattiti  che  si  protraevano  dal  1896,  il  Parlamenito  da- 
nese aboliva  le  antiche  imposte,  meno  quella  sul  grado,  sosti- 
tuendovi una  imposta  sul  valore  degli  immobili  e  una  imposta 
sul  reddito  e  sul  capitale,  che  sono  andate  in  vigore  nel  1904. 

Come  in  Prussia,  l'imposta  sul  reddito  è  la  fondamentale, 
quella  sul  capitale  è  complementare  all'altra.  L'imposta  sul 
reddito  è  progressiva  e  colpisce  la  totalità  dei  redditi,  in  de- 
naro (o  in  valori  assimilati),  del  contribuente,  comunque  gli 
provengano.  Non  si  considerano  come  reddito  gli  incrementi 
di  valore  del  patrimonio,  le  eredità,  le  doti,  le  indennità  di 
assicurazione  etc.  Dal  reddito  si  deducono  :  le  spese  di  eserci- 
zio, le  pensioni  alimentari  che  siano  a  carico  del  contribuente, 
l'ammontare  delle  imposte  locali  ;  gli  interessi  dei  debiti  ipo- 
tecari e  chirografari  ;  le  spese  occorrenti  alla  conservazione  e 
all'assicurazione  del  patrimonio.  Il  capo  di  famiglia  è  colpito 
per  l'insieme  del  reddito  di  tutti  i  membri  che  la  compongono 
compresa  la  moglie  che  abbia  una  fortuna  particolare. 

Il  minimo  di  esistenza  non  imponibile  dall'imposta  danese 
sul  reddito  varia  di  luogo  a  luogo  :  è  più  alto  in  città  e  più  basso 
nelle  campagne.  Per  ogni  figlio  minore  degli  anni  15  vi  sono 
deduzioni  che  decrescono  dalle  città  alle  campagne  e  questo 
è  un  concetto  assai  logico.  L'imposta  danese  sul  reddito  è 
moderatamente  progressiva. 

L'imposta  complementare  danese  sul  capitale  cade  sulle  per- 
sone fisiche,  mentre  quella  sul  reddito  colpisce  anche  le  per 
sone  morali.  Sono  esenti  dalla  imposta  sul  capitale  coloro  che. 


542  SCIENZA   DELLE    FINANZE  [LIBRO    11- 

per  le  deduzioni  accennate,  risultino  esenti  dall'imposta  sul  red- 
dito, quando  la  loro  fortuna  sia  inferiore  alle  lire  4200  (3000 
corone).  Si  considera  come  capitale  imponibile  il  capitale  mo- 
biliare ed  immobiliare  del  contribuente,  compresi  i  crediti, 
che  abbiano  carattere  di  continuità.  Si  deducono  i  debiti  che 
gravino  il  capitale  nella  parte  soggetta  ad  imposta.  Il  capo  di 
famiglia  è  imposto  per  il  capitale  posseduto  da  tutti  i  compo- 
nenti di  essa.L'imposta  danese  sul  capitale  è  proporzionale. 

La  Svezia  ha  ritoccata,  nel  1902,  la  imposta  sul  reddito  in- 
trodotta con  la  legge  del  1897.  L'imposta  svedese  sul  reddito 
è  progressiva  ;  ma  la  progressione  nasce  dal  fatto  che  man  mano 
che  cresce  il  reddito  imponibile  se  ne  deduce  una  parte  minore 
e  rimposta  ne  colpisce  una  maggiore.  Con  ordinanza  reale  del 
IO  luglio  191 7  è  stata  introdotta  nella  Svezia ,  per  il  191 8, 
un'  imposta  straordinaria  sul  reddito  e  sul  patrimonio  ,  che 
colpisce  quanti  sono  sottomessi  alle  imposte  ordinarie  sul  red- 
dito e  sulla  fortuna  per  una  somma  superiore  alle  6.000  corone, 
con  saggi  che  progrediscono  dall'i. 5%  fra  6.000  e  8.000  corone 
fino  al  7  %  per  i  redditi  di   150.000  corone. 

La  Norvegia  ha  anch'essa  un'imposta,  progressiva  sul  red- 
dito, la  quale  esenta  tutti  i  redditi  superiori  al  minimo  di  esi- 
stenza ;  ma  in  Norvegia  l'imposizione  parziale  non  cresce  pro- 
porzionalmente al  reddito  come  nella  Svezia  ;  è  viceversa  gra- 
duata secondo  il  numero  delle  persone  a  carico  del  contribuente. 

Imposte  generali  sul  reddito  sono  in  quasi  tutte  le  colonie 
britanniche  :  nel  Canada,  in  Australia,  nella  Nuova  Zelanda. 
La  imposizione  del  reddito,  ha  durante  la  guerra  e  nel  periodo 
post  bellico,  subite;  dovunque,  importanti  trasformazioni, 
dirette  a  renderla  più  produttiva. 

XIX 

Le  Imposte  sul  Capitale 

165.  Poco  dopo  l'armistizio,  lo  statistico  inglese  Joseph 
Kitckin  {Money  Cosi  of  the  War,  nel  Times  dei  6  gennaio  1919) 
calcolava  che  il  costo  diretto,  in  moneta  (esclusi  i  prestiti  agli 
alleati)  per  tutti  i  belligeranti  ammontasse  a  i  .000  miliardi  di 


CAP.   XIX.] 


LE   IMPOSTE    SUL   CAPITALE 


543 


lire,  che  il  debito  pubblico  fosse  passato  da  prima  a  dopo  guerra, 
in  complesso,  da  145  miliardi  a  i.ooo  miliardi  di  lire  e  l'onere 
degli  interessi,  nel  totale  da  5.625  milioni  a  51.250  milioni  di 
lire.  In  particolare  si  aveva  : 


debito 

oneri 

pubblico 

degli  i 

nteressi 

costo  diretto 

prima 

dopo 

prima 

dopo 

dell 

a    guerra 

guerra 

guerra 

(in  milioni  di  lire) 

Regno  Unito 

190,000 

16,250 

142,000 

475 

7.125 

Australia 

7»5oo 

8,000 

i£,75o  -^ 

275 

675 

Canada 

7,500 

1,725 

8,750 

50 

452 

Nuova  Zelanda 

1,875 

2,500 

4,375 

175 

225 

Africa  del  Sud 

1,250 

3,150 

4,375 

125 

22S 

Impeto  Britannico 

208,225 

31,625 

173,75 

1,000 

8,675 

Francia 

150,000 

32,875 

187,500 

1,300 

9,200 

Stati  Uniti 

100,000 

5,000 

56,250 

250 

2,400 

Russia  (sino  alla  pace 

con 

la  Germania) 

90,000 

24,750 

122,500 

1,000 

6,750 

Italia 

60,000 

13,750 

76,000 

500 

3,750 

Belgio 

8,000 

4,000 

8,750 

175 

425 

Rumeni  a 

4,750 

1,500 

6,250 

100 

425 

Serbia  e  Montenegro 

4,250 

,625 

3,750 

50 

155 

Potenze  della  Intesa 

625,125 

14,125 

633,725 

4,250 

31,750 

Germania  (impero) 

218,750 

6,000 

200,000 

200 

10,000 

Austria-Ungheria 

120,000 

19,125 

150,000 

825 

8,425 

Turchia 

9,250 

2,500 

11,250 

250 

675 

Bulgaria 

3,750 

1,125 

5,000 

75 

300 

Potenze  nemiche  dell'Intesa 

351,750 

30,250 

361,250 

1,350 

19,400 

Queste  cifre  vanno  accolte  con  molta  riserva,  perchè  risen- 
tono il  periodo  di  esagerazioni  nelle  richieste  di  riparazioni  e 
di  danni  ,  che  segui  la  guerra:  ma  sono  un'  approssimazione 
della  realtà.  È  difficile  anche  esprimerle  in  Ureo  franchi,  data 
la  svalutazione  di  queste  monete:  ma  le  indicazioni  non  man- 
cano di   interesse. 

Prima  della  guerra,  la  ricchezza  degli  Stati  Uniti  si  calco- 
lava a  1250  miliardi  ed  il  reddito  a  200  miUardi,  dei  quali  3.625 
milioni  erano  destinati  a  spese  pubbliche,  al  19 19  le  spese  della 
confederazione   Nord  americana  erano  salite  a  7.650  milioni. 


544  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO    II. 

erano  cioè  aumentate  del  iio%.  La  ricchezza  inglese  eira  prima 
della  guerra  calcolata  a  450  miliardi  di  lire  ed  il  reddito  a  60 
miliardi  ;  prima  della  guerra  le  spese  erano  4.950  milioni  e  nel 
19 19  ammontavano  a  13.875  milioni,  con  un  aumento  del  180%. 
La  Francia  aveva  prima  del  1914  una  ricchezza  di  300  miliardi 
con  un  reddito  di  37.500  milioni,  spendeva  prima  5.200  milioni, 
nel  1919,  15.600  milioni,  con  un  aumento  del  200%.  La  Ger- 
mania presentava  (19 14)  una  ricchezza  di  400  miliardi  ed  un 
reddito  di  52,500  milioni,  aveva  (1914)  spese  pìibbliche  per 
4.150  milioni;  chi  può  dire  che  cosa  sono  ora  espresse  con  una 
valuta  tanto  deprezzata  ?  La  ricchezza  italiana  prima  della  guer- 
ra era  stata  calcolata  dal  Gini  in  circa  113  miliardi  di  lire  con 
una  spesa  pubblica  di  2.687  milioni,  al  19 14,  mentre  nel  19 19 
si  spendevano  32.451  milioni,  con  un  aumento  di  30  miliardi 
circa  sulle  spese  del  19 14.  È  bene  ricordare  che,  prima  della 
valutazione  del  Ginì,  la  ricchezza  italiana  si  affermava  dai  più 
variasse  fra  gli  80  e  i  100  miliardi,  come  ritiene  anche  il  d'A- 
roma, direttor  generale  delle  imposte  dirette  {Dati  sul  rendi- 
mento delle  imposte  dirette  nel  1920,  pag.  13),  il  quale  la  calco- 
lava poi,  al  IO  gennaio  1920,  dato  l'aumentato  livello  dei  prezzi 
a  400  miliardi,  e  che  il  reddito  italiano  era  prima  della  guerra, 
fatto  ascendere  fra  12  e  15  miliardi,  mentre  il  d'Aroma  crede 
si  possa  ritenere  nel  1920  di  60  miUardi  (espresso  nella  va- 
luta deprezzata)  moltipUcando  per  cinque,  in  rispondenza  alla 
svalutazione  approssimativa  della  lira,  il  minimo  dei  12  mi- 
liardi di  prima. 

Una  spesa  diretta  ed  in  moneta,  di  i.ooo  miliardi  con  un 
debito  pubblico  di  eguale  ammontare,  pur  fermandosi  al  19 19, 
(senza  tener  conto,  cioè  degli  anni  seguenti,  che  furono  più 
duri)  e  trascurando  gli  oneri  dei  neutri,  spiega  l'ansiosa  ri- 
cerca di  entrate,  cui  furono  costretti  i  governi.  Non  tutti  gli 
stati  hanno  ugualmente  sofferto  per  la  guerra.  Un  uomo  di 
finanze,  Edgard  Crammond,  affermava,  nel  1919,  che  il  con- 
flitto immane  aveva  indubbiamente  aumentata  del  50%  la 
terra  produttiva  dell'Inghilterra,  la  cui  ricchezza  doveva  ri- 
tenersi cresciuta  dal  1913  al  1919  da  400  a  600  miliardi  di  lire 
ed  il  cui  reddito  aumentato  da  60  a  90  miliardi;  ma  vi  è  una 
evidente   esagerazione  in   questo  giudizio.  Il  commercio  bri- 


CAP.  XIX.]  l'imposizione  del  capitale  545 

tannico  è  stato  devastato  dalla  guerra  assai  più  dei  territori 
francesi  e  la  Gran  Brettagna,  per  salvare  la  sua  valuta  si  è 
imposto  i  più  duri  sacrifizi  e  sopporta  tuttavia  un  carico 
enorme.  Per  gli  Stati  Uniti  un  uomo  di  scienza,  il  Seligman, 
mostra  come  la  guerra  abbia  potuto  trasformare  la  nazione 
da  debitrice  in  creditrice,  e  ne  abbia  sviluppate  le  energie.  Per 
gli  altri  tutti  il  caso  è  assai  diverso  :  la  guerra  ha  causato 
danni  economici  assai  gravi,  è  stata  una  immensa  distruzione 
di  ricchezze,  che  erano  il  frutto  di  una  lenta  accumulazione. 
Quasi  tutti  gli  stati  dell'Europa  continentale  vincitori  e  vinti 
e  in  molte  parte  i  neutrali,  sono  in  condizione  di  profonda 
crise  finanziaria  e  di  una  grande  depressione  economica  e  do- 
vranno passare  molti  anni  perchè  questa  situazione  possa  mu- 
tare, se  pure  per  molti  paesi  potrà  mutare. 

i66.  A  spese  ingenti  non  dovea  sembrar  possibile  prov- 
vedere con  le  ordinarie  forme  di  entrata,  specie  quando,  arre- 
stato il  traffico  internazionale,  venivano  a  contrarsi  i  proventi 
delle  dogane  :  onde  è  che  dovunque,  nella  ricerca  ansiosa  di 
nuove  risorse  fu  posto  il  problema  dei  prelevamenti  straordi- 
nari sul  capitale  come  mezzo  per  fronteggiare  o  liquidare  gli 
oneri  della  guerra.  In  Inghilterra,  non  molto  dopo  lo  scoppio 
della  conflagrazione,  i  laburisti  cominciarono  a  chiedere  quella 
capital  levy  {coscrizione  delle  fortune)  ,  che  ammessa  da  una 
parte  dei  liberali  e  sopportata  da  un  certo  numero  di  conserva- 
tori parve  nel  1918  vicina  all'attuazione  e  che,  per  la  resistenza 
dei  produttori,  fu  dopo  scartata  ed  è  reclamata  sempre,  si- 
nora invano,  dai  partiti  più  radicali.  Negli  Stati  Uniti  l'avver- 
sioni delle  classi  abbienti  fece  tramontare  ogni  proposito  di 
prelevamenti  sul  capitale  ;  è  lo  stesso  è  avvenuto  in  Francia, 
dove  la  proposta  nel  1919  era  stata  avanzata  dal  ministro  delle 
finanze  Klotz,  e  la  si  dovette  lasciar  cadere  per  la  insurrezione 
dei  ceti  possidenti. 

Occorre  ricordare  che  è  imposta  sul  capitale  quella  che  im- 
pUca  realmente  un  prelevamento  sul  capitale.  Quando  il  tributo 
colpisce  il  reddito  calcolandolo  misurandolo  sul  capitale  non 
è  un  vero  tributo  sul  capitale.  La  stessa  imposta  ereditaria,  che 
potrebbe  dirsi,  tipica  sul  capitale,  ove  colpisce  con  aliquote 
tanto  basse  da  potere  essere  soddisfatta  col  reddito  del  patri- 


54^  scip:nza  delle  finanze  [libro  ii. 

monio  ereditato,  cesserebbe  di  essere  un'imposta  sul  capitale. 
'L'Ergaenzungssteuer  prussiana,  la  general  property  tax  degli 
Stati  particolari  dell'Unione  americana  del  Nord,  le  imposte 
sul  capitale  dei  Cantoni  svizzeri  non  sono  imposte  sul  capitale  : 
sono  imposte  sul  reddito  misurato  sul  capitale.  Sono  imposte 
sul  capitale  le  successioni  ad  aliquote  elevate  e  le  imposte  sui 
plus  valori  immobiliari. 

Durante  e  dopo  la  guerra  si  pensò  piuttosto  a  prelevamenti 
straordinari  sul  capitale,  a  decurtazioni  dei  patrimoni  indivi- 
duali, da  verificarsi  una  volta  tanto,  sia  pure  a  versamenti 
spezzati,  cioè  in  un  certo  numero  di  anni,  che  ad  imposte  sul 
capitale  vere  e  proprie,  di  carattere  permanente.  Furono  do- 
vunque notevolmente  elevate  le  aliquote  successorie  ;  tanto  che 
anche  nella  letteratura  scientifica  più  recente  sembra  preva- 
lere, specie  in  America  ed  in  Inghilterra,  l'opinione  che  l'im- 
posta ereditaria  può  da  sola  adempiere  la  funzione  integra- 
trice e  correttrice  ai  tributi  sul  reddito  che  va  assegnata  alla 
imposizione  del  capitale.  L'esperienza  ci  offre  sinora  esempi 
di  prelevamenti  straordinari  sul  capitale  e  non  altro:  di  quelli 
che  gli  inglesi  chiamano  coscrizione  del  capitale  [capital  levy) 
ed  i  tedeschi  e  gh  austriaci  einmalige  Vermbegensabgahe,  con- 
tribuzione unica  sulla  fortuna.  L'impero  germanico,  che  era 
stato  il  primo  a  colpire  i  plus-valori  immobiliari  dette  il  primo 
esempio  di  codeste  imposte  straordinarie  sulla  ricchezza,  colla 
Wehrheitrag  di  un  miliardo  di  marchi  del  1913,  destinati  ad 
aumento  del  Tesoro  di  guerra  ed  a  coprire  le  spese  militari 
straordinarie  in  previsione  del  conflitto  scoppiato,  sciagurata- 
mente, un  anno  dopo  :  la  Wehrheitrag  del  1913  fu  un  contri- 
buto straordinario  ed  unico,  da  pagarsi  in  tre  anni  * . 

107.  L'Italia  è  tra  i  grandi  paesi  della  Intesa  quella  che  ha 
più  sofferto  della  guerra,  ed  è,  dopo  l'Inghilterra,  quello  che, 
durante  il  conflitto,  ha  meglio  cercato  di  non  compromettere 
finanziariamente   l'avvenire,    e   che,    subito   dopo   l'armistizio. 


*  Conf.:  J  è  z  e  :  Vimpót  extraordinaire  sur  le  capital,  in  Revue  de 
Science  et  de  Législation  financières  del  1919  pp.  169-211;  e  H.  V  o  n  t  e  r  : 
La  couverture  financière  des  dépenses  militaires  allemandes  in  Revue  de^ 
Science  etc.  1918  pag.  515  e  seguenti. 


CAP.  XIX.]      l'imposizione  del    patrimonio   in    ITALIA  547 

pur  in  una  situazione  economica  penosa  e  in  condizioni  interne 
estremamente  difficili,  ha  più  coraggiosamente  saputo,  coi 
provvedimenti  del  1919,  chiedere  aJ  contribuenti  sacrifizi  no- 
tevolissimi. E  mentre  la  stessa  Inghilterra  e  la  Francia,  nazioni 
tanto  più  ricche  non  riuscivano  a  stabilire  un'imposta  straor- 
dinaria sul  patrimonio,  l'Italia  seppe  e  volle  introdurla.  Nel 
marzo  del  19 19  era  presentato  un  progetto  che  tendeva  a  sta- 
bilire un'  imposta  complementare  sul  capitale ,  commisurata 
cioè  al  patrimonio,  ma  «  pagabile  con  una  frazione  del  reddito  » 
e  che  era  abbinata  alla  imposta  complementare  sul  reddito, 
contemporaneamente  proposte  ,  al  fine  di  colpire  più  grave- 
mente i  redditi  del  capitale  ,  discriminandoli ,  nel  complesso, 
da  quelli  del  lavoro.  La  proposta  era  frutto  degli  studi  di  una 
commissione  nominata  *  nel  19 17,  per  la  riforma  del  sistema 
tributario.  L'on.  Nitti  ,  nel  discorso- programma  dei  9  luglio 
1919  annunziava  un'imposta  progressiva  straordinaria  sul 
patrimonio,  ed  il  giorno  dopo  il  ministro  del  Tesoro,  Schanzer, 
specificava  che  s'intendeva  operare  un  prelevamento,  una  volta 
tanto,  sulla  ricchezza  nazionale.  Così  mentre  nel  marzo  del 
191 9  si  proponeva  un'imposta  complementare,  integrativa  e 
compensativa  di  quella  sul  reddito,  destinata  e  colpire  in  modo 
permanente,  ancora  il  reddito  ,  commisul'andolo  al  patrimonio 
il  gabinetto  Nitti  avanzava  la  proposta  di  una  vera  decurta- 
zione sul  capitale,  da  farsi  una  volta  tanto,  ed  in  misura  tale 
che'  avrebbe  permesso  di  far  fronte,  subito  dopo  la  guerra  a 
gran  parte  degli  oneri  della  stessa,  limitandone  le  conseguenze 
per  lo  avvenire.  Era  una  vera  capital  levy,  cui  l'opinione  pub- 
blica e  la  commissione  parlamentare,  incaricata  dello  esame 
della  proposta  non  si  mostrarono  molto  favorevoli;  la  com- 
missione parlamentare  concludeva  il  16  agosto  1919,  propo- 
nendo in  luogo  della  imposta  straordinaria  sul  patrimonio  un 
prestito  forzato,  a  mite  interesse,  cui  avrebbero  dovuto  sotto- 

*  Per  il  progetto  Meda  (testo  e  precedente)  conf.  J  è  z  e  :  Impót 
sur  le  Capital  en  Italie  Revue  de  Science  etc.  del  I919,  pp.  376-403. 
Conf.  G  r  i  z  i  o  t  t  i  Imposta  straordituiria  sul  patrimonio  e  prestito  for- 
zoso in  Giornale  degli  Economisti  settembre  1919,  e  lo  stato  precedente: 
L'  imposta  sulla  ricchezza  dopo  la  guerra  in  Giornale  degli  Economisti, 
febbraio  1919. 


548  SCIENZA  DELLE   FINANZE  [LIBRO  II. 

stare  tutti  i  contribuenti  in  ragione  della  loro  fortuna,  quando 
quella  avesse  superate  le  80.000  lire.  Il  Consiglio  dei  ministri 
decise ,  in  primo  tempo,  (  19  agosto  1919  )  di  accettare  la 
proposta  del  prestito  forzato  ;  ma  le  classi  più  minacciate, 
che  prima  aveano  resistito  all'imposta  straordinaria  sul  pa- 
trimonio si  ribellarono  anche  alle  idee  del  prestito  forzato. 
In  Italia ,  come  altrove ,  quando  si  tratti  di  sobbarcarsi 
a  sacrifizi  fiscali,  avviene  sempre  che  tutti  ne  riconoscano 
la  necessità  astratta  e  ninnò  voglia  sopportare  l'onere  concreto, 
ciò  che  sarebbe  umano  e  spiegabile,  se  a  gridar  più  non  fosse 
da  noi  come  in  ogni  paese  del  mondo,  chi  più  ha,  non  solo  per- 
chè più  minacciato  ciò  che  sarebbe  ancora  comprensibile), 
ma  perchè  il  dovere  del  sacrifizio  è  sentito  meno  da  coloro  cui 
meno  costerebbe  il  sopportarlo.  Jèze  *  assai  opportunamente  ri- 
corda al  proposito,  quanto  Anatole  France  nella  Ile  des  pingouins, 
fa  dire  a  Morio,  «  un  des  plus  riches  honimes  parmi  les 
pingouins  »,  e  che  oltre  all'essere,  dopo  il  racconto  delVHomme 
aux  quarante  écus  di  Voltaire,  una  «  delle  pagine  migliori  di 
scienza  delle  finanze  ».  è  «  il  linguaggio  delle  classi  ricche  in 
ogni  tempo  ed  in  ogni  paese  ».  Morio,  dunque,  il  pinguino 
fra'  più  ricchi,  nella  prima  assemblea  dello  Stato  dei  pinguini, 
trova  giusto  che  ciascuno  contribuisca  alle  spese  pubbliche 
e  si  dice  pronto  a  farsi  spogliare,  nello  interesse  dei  fratelli 
pinguini,  sino  della  camicia  e  come  lui  tutti  gli  anziani  sareb- 
bero disposti  a  sacrificare  ogni  loro  ricchezza  al  bene  dello 
Stato  e  della  Chiesa.  Occorre  fare  l'interesse  pubbHco  e  fare 
ciò  che  esso  impone.  Ora  che  è  che  l'interesse  pubbhco  impone  ? 
Impone  proprio  di  non  domandar  molto  a  chi  molto  possiede, 
perchè  diventerebbero  meno  ricchi  i  ricchi  e  più  poveri  i  poveri, 
giacché  i  poveri  vivono  della  ricchezza  dei  ricchi  ed  è  perciò 
che  è  sacra  la  loro  ricchezza*  a  prendere  ai  ricchi ,  continua 
Moria,  si  guadagna  poco,  essendo  essi  in  pochi  :  sarebbe  una 
inutile  malvagità  il  rovinarli.  Colpite,  egli  conclude,  gli  in- 
dividui per  quello  che  consumano  :  è  in  ciò  la  saggezza  e  la 
giustizia.  Gli  anziani  a  lungo  applaudirono  ed  il  monaco  Bul- 

*  Jèze:  Les  finances  de  A  ngleterre    in  Revue    de    Science,    etc.    del 
1920,  pp.  427-429. 


CAP.  XIX.]      l'imposizione  del  patrimonio   in  ITALIA  549 

loch  propose  che  tanto  nobili  parole  fossero  eternate  su  tavole 
di  rame,  onde  fra  cinquecento  anni  i  migliori  pinguini  le  ri- 
cordassero. Gli  applausi  divennero  frenetici  quando  Gretauk, 
la  mano  sulla  spada,  dichiarò  :  «  Essendo  nobile  io  non  con- 
tribuirò, poiché  ignobile  è  il  contribuire  ;  è  alle  canaglia  che 
spetta   pagare  ». 

Dopo  le  elezioni  del  i6  novembre  1919,  il  gabinetto  Nitti 
presentò  una  serie  di  provvedimenti  per  affrontare  la  situazione 
finanziaria  e,  messo  da  parte  il  prestito  forzato,  adottò  per 
decreto  legge  la  imposta  straordinaria  progressiva  sul  patri- 
monio e  tutti  quei  provvedimenti  che  furono  e  sono  rimasti  la 
base  di  ogni  ricostruzione  finanziaria  *. 


*  Il  gabinetto  Nitti  si  dimise  nel  Giugno  191 9  nella  questione  dell'au- 
mento del  prezzo  del  pane,  fatto  per  decreto  legge.  Il  gabinetto  che  segiiì 
con  molto  ritardo  e  quindi  con  perdite  di  molti  miliardi  dovette  però  far 
votare  al  Parlamento  l'aumento  del  prezzo.  I  socialisti  italiani  che  erano 
in  giugno  1919,  insorti  per  demagogia  molto  violentemente  contro  il  ga- 
binetto Nitti  per  l'aumento  del  prezzo  del  pane,  fecero  alcuni  mesi  dopo 
una  larva  d'ostruzionismo,  che  era  tanto  irragionevole,  come  privo  di 
ogni  serietà.  Si  ebbero  poi  dal  Gabinetto  Giolitti  molti  cattivi  provvedi- 
menti, dissolvitori  della  pubblica  finanza  e  inspirati  a  demagogia,  come 
l'inchiesta  nelle  spese  di  guerra  (legge  18  luglio  1920),  unica  fatta  in  Eu- 
ropa da  vincitori  e  da  vinti  ;  la  nominatività  dei  titoli,  provvedimento 
dannoso  che  si  è  dovuto  revocare  e  che  aveva  il  solo  effetto  di  deprimere 
il  capitale  e  la  confisca  totale  dei  profitti  di  guerra,  provvedimento  tanto 
ingiusto  quanto  stolto  e  demagogico,  che  ha  determinato  lo  stato  di  de- 
pressione di  tutte  le  industrie. 

Nitti.  36 


PARTE  IV. 

Le   imposte  indirette. 

XIX. 

Imposte  sulla  circolazione  :  il  registro  e  il  bollo. 

i68.  Le  imposte  indirette,  per  quanto  siano  '"-variati^sime 
così  nella  forma,  come  nei  loro  effetti,  colpiscono  tutte:  o  il 
trasferimento  di  proprietà,  o  il  consumo  di  alcune  ricchezze  ; 
o  l'uso  di  alcuni  beni.  Entrano  nella  prima  categoria  il  registro 
e  il  bollo,  la  imposta  di  successione  e  la  manomorta  e  le  nume- 
rose imposte  che  colpiscono  i  trasferimenti  della  ricchezza, 
entrano  nella  seconda  categoria  le  imposte  sulla  fabbricazione 
e  sul  consumo  di  alcune  merci,  i  dazi  di  dugana,  i  monopoli 
fiscali  *. 

*  Abbiamo  già  avuto  occasione  di  constatare  ripetutamente  come  la 
finanza  dei  grandi  stati  moderni  si  regga  principalmente  sulle  imposte 
indirette,  che  in  tutti  i  bilanci  sono  le  più  importanti,  che  in  alcuni  costitui- 
scono la  quasi  totahtà  delle  entrate.  Le  imposte  dirette  reali  hanno  ima 
produttività  assai  limitata  :  le  imposte  dirette  personali  hanno  una  fun- 
zione, che  è  in  prevalenza  di  complemento  o  di  correzione.  L'avversione 
eccessiva  per  le  imposte  indirette  non  è  dunque  da  ninna  cosa  giustifi- 
cata :  è  solo  la  loro  grande  produttività  che  può  provvedere  alle  grandi 
spese  pubbliche  dei  popoli  moderni.  Si  spiega  solo  con  un  fatto  :  nei  paesi 
non  ricchi  e  dove  il  consumo  è  esile,  le  imposte  indirette  colpiscono  per 
necessità  i  generi  di  consumo  piti  indispensabili.  Ciò  le  rende  odiose.  Vice- 
versa i  paesi  ricchi  non  colpiscono  che  alcuni  generi  di  lusso  medio  ed  è 
da  essi  che  ricavano  grandissime  entrate. 

Noi  sappiamo  già  quale  sia  il  carattere  distintivo  della  imposizione  in- 
diretta 0  come  essa  operi  e  come  vada  considerata,  così  dal  punto  di  vista 
finanziario  come  dal  punto  di  vista  economico  sociale.  Le  imposte  indi- 


552  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Alcuni  scrittori  classificano  le  imposte  indirette  sui  consumi 
in  ordine  ai  metodi  seguiti  nella  riscossione  in  :  a)  privative  fi- 
scali 0  monopoli  di  Siato.  Si  hanno  tutte  le  volte  che  lo  Stato 
si  riserba  il  diritto  esclusivo  di  produrre  o  di  vendere  una  merce 
o  l'una  cosa  e  l'altra  insieme.  Il  monopolio  non  essendo  fatto 
per  ragione  di  ordine  e  di  sicurezza,  come  nel  servizio  postale, 
ma  esclusivamente  per  ragione  fiscale,  va  considerato  con  cri- 
teri diversi  ;  b)  imposte  di  riscossione  mediata  ;  cioè  quelle  che 
si  esigono  presso  i  venditori  :  o  all'  atto  della  introduzione  di 
una  merce  (dazi  intemi  ed  estemi),  o  durante  la  sua  circola- 
zione ;  imposte  di  riscossione  immediata  ;  cioè  imposte  sui  con- 
sumi che  si  esigono  direttamente  dal  consumatore,  mediante 
moli  o  registri  :  imposte  sui  domestici,  suite  vetture,  sui  cani, 
sui  cavalli,  sulle  biciclette  ecc.  Questa  classifica  però  è  soltanto 
esteriore  ;  essa  infatti  non  riguarda  la  natura  economica  delle 
imposte  indirette,  ma  soltanto  la  forma  di  riscossione. 

Le  imposte  indirette  dei  paesi  moderni  assumono  le  seguenti 
forme  principali  :  a)  imposte  sulla  introduzione  di  merci  estere, 
Non  vi  è  alcun  paese  che  non  ne  abbia  ;  in  alcuni  anche  co- 
stituiscono la  entrata  più  importante  ;  h)  imposte  sugli  scambi 
e  il  consumo  interno  :  prendono  la  forma  di  dazi  sul  consumo, 
di  accise,  ecc.,  colpiscono  le  merci  quando  sono  introdotte  nel 
luogo  dove  devono  essere  consumate  o  vendute  ai  consuma- 
tori, e  al  pari  delle  precedenti  esistono  sotto  svariate  forme 
dovunque  ;  e)  imposte  sulla  fabbricazione  di  alcune  merci ,  le 
quali  appunto  colpiscono  non  già  l'atto  del  consumo,  e  lo  scam- 
bio, ma  l'atto  stesso  della  produzione  ;  sono  meno  diffuse,  ma 
si  trovano  in  moltissimi  stati  ;  d)  monopoli  ;  lo  Stato  si  riserva 
in  alcuni  paesi  di  produrre,  o  vendere  al  di  fuori  di  ogni  con- 
correnza, alcune  merci  di  largo  consumo,  come  il  tabacco,  il 
sale,  l'alcool,  o  pure  di  esercitare  una  intrapresa  come  il  lotto, 
o  le  assicurazioni,  ecc.  ;  assumono  una  importanza  sempre  più 
grande  nei  paesi  dove  sono  penetrati  ;  e  avranno  un  largo  av- 


rette  colpiscono  generalmente  i  consumi  ;  siano  percepite  o  all'atto  del- 
l'introduzione di  una  merce,  o  all'atto  della  sua  fabbricazione,  o  nel  mo- 
mento della  vendita.  Si  possono  dividere  in  due  grandi  catagorie  :  imposte 
sul  consumo,  imposte  sugli  scambi  dei  beni  economici. 


CAP.  XIX.]  IL  REGISTRO  E  IL  BOLLO  553 

venire,  benché  parecchie  nazioni  più  ricche  non  ne  abbiano 
alcuno  (Stati  Uniti  di  America,  Germania,  Inghilterra)  ;  e)  im- 
poste speciali  su  alcune  forme  di  lusso  :  imposte  sui  cavalli,  sulle 
carrozze,  sui  cani,  sui  domestici,  sui  giardini,  sui  bigliardi,  ecc.  ; 
sono  forme  minori  lasciate  in  generale  agli  enti  locali  e  il  cui 
rendimento  non  è  mai  molto  elevato. 

169.  Il  registro  e  il  bollo  riuniscono  in  generale  molte  im- 
poste sulla  circolazione  della  ricchezza  :  acquistano  nei  bilanci 
moderni  un'importanza  sempre  più  grande  ;  formano  in  ge- 
nerale la  più  gran  parte  delle  così  dette  imposte  sugH  affari. 
Le  imposte  di  registro,  di  cui  l'origine  è  molto  antica,  colpi- 
scono in  generale  gli  atti  i  quali,  per  la  loro  forma  e  per  la  na- 
tura del  rapporto  che  stabiliscono,  rxhiedono  l'intervento  del- 
l' autorità  pubblica  per  accertare  la  data  e  assicurare  l'osservan  • 
za.  La  registrazione  è  in  fondo  o  la  riproduzione  testuale,  o 
l'analisi  di  un  atto  su  un  registro  pubblico  :  donde  tasse  di  re- 
gistro quelle  percepite  per  tale  formalità.  Effetto  principale  del 
registro  è  di  dare  agli  atti  data  certa,  a  vantaggio  delle  parti  *. 
Da  ciò  deriva,  che  l'obbligo  della  registrazione  impedisce  che 
dopo  il  loro  perfezionamento,  gli  atti  abbiano  a  subire  modi- 
ficazione :  il  registro  nella  più  gran  parte  de'  casi  impedisce 
l'antidata.  In  molti  paesi,  e  così  in  Francia  e  in  Italia,  il  re- 
gistro constava  di  una  tassa  fissa  quando  si  tratti  di  semplici  at- 
tribuzioni o  dichiarazioni  di  diritto,  proporzionale  quando  si 
tratti  di  trasmissioni  di  valorif.  Entrano  nelle  tasse  di  registro 


*  L'articolo  1327  del  nostro  Codice  Civile  dice  :  «La  data  delle  scritture 
private  non  è  certa  e  computabile  riguardo  ai  terzi  che  dal  giorno  in  cui 
esse  sono  state  trascritte  o  depositate  nell'ufficio  di  registro  ».  In  Italia  la 
registrazione  consiste  in  una  duplice  operazione  commessa  agli  Uffici  di 
Registro,  e  cioè  :  I.  L'annotazione  del  sunto  di  ogni  atto  che  si  presenta 
e  sono  pubblici.  Questi  registri  costituiscono  la  prova  giuridica,  sia  nei  rap- 
porti della  Amministrazione,  che  in  quelli  del  contribuente,  della  data  sot- 
to cui  l'atto  venne  registrato,  della  somma  che  venne  all'uopo  pagata  al 
Ricevitore  e  della  quale  questo  viene  così  a  darsi  carico  ;  e  per  i  terzi,  delle 
disposizioni  principali  che  nell'atto  si  contengono  e  che  fvurono  assogget- 
tate a  tassa.  2.  Annotazione,  sugli  atti  presentati,  dell'  avvenuta  registra- 
zione. 

t  A  chiarimento  riferiamo  dal  Del  Guerra:  La  legislazione  finan- 
ziaria, II  ediz.  quanto  riguarda  l' Italia  :    «  Le  tasse  di  registro  sono  prò- 


554  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

anche  i  diritti  di  successione,  che  poi  hanno  dal  punto  di  vista 
economico  carattere  di  vera  imposta,  e  che  formeranno  in  que- 
sto corso  oggetto  di  studio  speciale. 


porzionali.  graduali   e   fisse.  Nelle  tasse  proporzionali  una  misura^ unica  si 
moltiplica  percentualmente  in  ragione  del  valore  tassabile. 

Le  tasse  proporzionali  possono  distinguersi  in  tasse  ad  aliquota  unica  ed 
in  tasse  ad  aliquota  graduale  secondo  i  limiti  della  progressività.  Gradua- 
le è  la  tassa,  la  cui  misura  varia  in  ragione  progressiva  del  valore  a  cui  si 
applica  ;  così  si  hanno  le  misure  di  tassa  graduale,  colla  gradualità  decre- 
scente,. Fissa  è  quella  che  è  invariabile,  perchè  non  si  applica  a  valori,  ma 
secondo  la  natura  dell'atto  e  della  disposizione  dell'atto,  che  dalla  tariffa 
è  contemplata  per  una  tassa  speciale.  Tali  tasse  si  chiamano  anche  tasse 
d'atto  ;  mentre  le  proporzionali  sono  vere  e  proprie  tasse  di  trasmissione  o 
di  mutazione,  poiché  sono  applicate  ad  atti  che  contengono  spostamenti  di 
beni  o  di  valori.  Le  tasse  graduali  sono  tasse  di  attribuzione,  perchè  col- 
piscono atti  che  attribuiscono  dei  diritti  valutabili  senza  trasmettere  o  spo- 
stare alcun  valore.  Le  tasse  fisse  contemplate  dalla  tariffa,  tenuto  conto 
delle  modificazioni  portate  dalla  legge  8  agosto  1895,  sono  di  queste  dif- 
ferenti misiure  :  cent.  50  ;  lire  i,  2,  3,  5,  7.50,  io,  15,  30  e  50.  Se  le  tasse  pro- 
porzionah  sono  destinate  ad  assolvere  il  tributo  delle  mutazioni  immobi- 
liari e  degU  spostamenti  dei  valori,  è  ovvio,  che  esse  debbono  applicarsi  ai 
seguenti  atti  e  alle  disposizioni  contenute  negli  atti  che  abbiano  per  effetto 
le  seguenti  convenzioni,  cioè  :  Trasmissioni  di  diritti  immqbihari  e  mobi- 
liari a  qualunque  titolo,  e  così,  tanto  in  piena  che  in  condivisa  proprietà, 
tanto  a  titolo  oneroso  che  a  titolo  gratuito  :  locazioni,  affitti,  anticresi, 
servitù  ecc.  e,  fra  le  trasmissioni  mobiliari,  quelle  di  merci,  derrate,  navi, 
raccolte  pendenti,  avviamenti  di  esercizi,  tagli  di  boschi,  cessioni,  alie- 
nazioni di  diritti  mobiliari  e  quali  novazioni,  le  azioni  creditorie  ;  ed  inol- 
tre le  obbligazioni,  delegazioni,  accettate,  di  pagamento ,  concordati  fra 
creditori  ;  remunerazioni  per  opere  dipendenti  da  arti  liberaU  o  professioni 
convenzioni  per  mantenimento  di  persone,  pascoli,  soccide  ecc.,  vìtaUzi  e 
costituzioni  di  rendite  a  tempo  determinato  ;  noleggi  ;  quetanze,  compen- 
sazioni, depositi  Uberatori  ;  mandati  con  retribuzione  e  procvire  irrevoca- 
bili ;  donazioni  e  passaggi  di  usufrutti  tra  investiti.  Le  tasse  graduali  invece, 
sono  dovute  sugli  atti  che  contengono  attribuzioni  di  diritto,  e  sono  appli- 
cabili :  ai  depositi  gratuiti  ripetibili  in  un  termine  stabilito  ;  a  risoluzioni 
di  affitti  con  prezzo  e  correspettivo  ;  a  cauzioni  prestate  per  ima  terza  per- 
sona ;  a  sequestri  convenzionali  e  gratuiti;  a  costituzioni  di  doti  in  pro- 
prio ;  costituzioni  di  società  e  loro  scioglimenti  ;  divisioni  di  beni  ;  rinno- 
novazione  di  titoli  enfiteutici  ;  sentenze  che  pronunziano  condanne  di  som- 
me e  valori  sopra  convenzioni  non  ridotte  in  iscritto  e  che  definiscono  il 
merito  della  causa,  e,  come  una  eccezione  al  loro  istituto,  anche  alle  aUe- 
nazioni  di  rendite  di  debito  pubbMco  e  ahenazioni  di  beni  all'estero.    Non 


CAP.  XIX.]  IL  REGISTRO  E  IL  BOLLO  555 

Nelle  imposte  di  registro,  sul  movimento  contrattuale  e  giu- 
diziario si  comprendono  in  generale  i  diritti  che  gravano  le  tra- 
smissioni di  mobili  e  di  immobili,  le  obbligazioni  di  somme  e 
valori,  alcuni  atti  civili,  le  sentenze  de'  tribunali  di  ogni  grado, 
le  decisioni  arbitrali,  ecc.  ecc.  ;  oltre,  s'intende,  le  tasse  suUe 
successioni   e   sulle   donazioni,    che   meritano   esame   distinto. 

Accade  quasi  in  tutti  i  paesi  dove  vi  sono  imposte  di  registro, 
che  es'^e  riescono  nella  più  larga  misura  a  colpire  la  proprietà 
fondiaria  :  cosi  quando  si  tratti  di  trasmissioni  a  causa  di  morte, 
come  di  passaggi  di  proprietà  tra  vivi*. 

Le  imposte  di  registro,  pienamente  giustificabili,  sopra  tutto 
se  considerate  come  vere  imposte  sui  trasferimenti  della  ric- 
chezza, devono  però  essere  mantenute  in  limiti  non  elevati,  se 


sarebbero  invece  applicabili  per  analogia,  ad  atti  civili  che  avessero  per 
subietto  di  convenzione,  disposizioni  dell'autorità  giudiziaria  che  nella 
propria  sede  fossero  infatti  attributive  di  diritti  e  tassabili  gradualmente. 
Le  tasse  fìsse  invece  erano  applicabili  ad  una  serie  di  atti  che  non  contengono 
né  trasmissioni,  né  novazioni,  né  attribuzioni,  e  la  cui  tariffa  enuncia  i  prin- 
cipali nei  seguenti,  cioè  :  renunzie  al  diritto  di  riscatto  o  recupero  di  beni 
fatti  senza  correspettivo  ;  rivendite  di  beni  immobili  ai  pubblici  incanti 
senza  aumento  di  prezzo  ;  cessioni  di  beni  del  debitore  alla  massa  comune 
dei  creditori  per  essere  venduti  ;  vendite  ai  pubblici  incanti  di  pegni  dei 
Monti  di  Pietà  ;  delegazioni  di  pagamento  non  accettate  ;  rimunerazioni 
per  servizi  ed  opere  personali,  proroghe  ai  pagamenti  quando  gli  atti  siano 
registrati  ;  depositi  senza  liberazione  ;  convenzioni  di  mantenimento  di 
persone  senza  correspettivo  ;  colonie  e  mezzerie  ;  cauzioni  obbligatorie 
imposte  da  leggi  ;  consensi  per  iscrizione  e  cancellazione  ipotecaria  ;  pro- 
cessi verbali  di  offerte  reali  ;  consensi  per  iscrizione  e  cancellazione  ipote- 
caria ;  processi  verbah  di  offerte  readi  ;  transazioni  semplicemente  tacita- 
tive  di  reciproche  pretese  ;  discarichi  senza  carattere  di  quetanze  o  di  li- 
berazioni ;  consegne  pure  e  semplici  di  legati  ;  convenzioni  matrimoniali 
senza  costituzione  di  dote  ;  costituzioni  di  patrimonio  ecclesiastico  con 
beni  propri  ;  adozioni  ;  atti  di  riconoscimento  di  figli  naturali  ;  emanci- 
pazioni ;  testamenti ,  liberalità  per  atti  tra  vivi  che  contengono  di- 
sposizioni subordinate  alla  eventualità  della  morte  ;  atti  soggetti  a  con- 
condizione sospensiva  etc...  ed  infine  tutti  gli  atti  non  contemplati  dalla 
tariffa  con  una  speciale  denominazione  »  pp.  138-139. 

*  In  Italia  per  esempio  in  materia  di  successioni  7/10  di  tutta  l'entrata 
sono  formati  dai  passaggi  della  ricchezza  immobiliare,  laddove  è  molto 
a  dubitare  che  questa  stia  alla  mobiliare  come  7  a  3. 


556  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IT. 

non  si  vuole  che  riescano  di  citacelo  agli  scambi  e  che  rendano 
difficili  le  transazioni  commerciali. 

Che  i  trasferimenti  di  ricchezza  siano  colpiti  in  quanto  deter- 
minano spe*^e  da  parte  dello  Stato  per  la  costatazione,  la  con- 
servazione e  la  garanzia  de'  proprietari  stessi,  nessuno  dubita. 
Tuttavia  che  non  siano  colpiti  in  guisa  da  essere  ostacolati  è, 
o  sarebbe  assai  utile.  Il  commercio  della  terra,  sopra  tutto  in 
Francia,  e  in  Itaha  ancor  più,  è  reso  assai  difficile  dalle  alte 
tasse  di  registro  :  e  una  ricchezza,  già  per  sua  natura  poco  adatta 
ad  essere  agevolmente  scambiata,  viene  ancor  più  ostacolata. 

Le  imposte  di  bollo  sono  generalmente  assai  più  produttive 
di  quelle  del  registro  :  ma  la  loro  natura  è  comune.  Anzi  in 
molti  paesi,  se  non  nella  più  gran  parte,  il  bollo  e  il  registro  sono 
una  cosa  sola.  Servono  in  fondo  co«ì  l'una  come  l'altro  a  com- 
pletare le  imposte  dirette  e  a  colpire  quella  parte  di  ricchezza 
che  sfugge  ad  esse  :  sotto  alcuni  aspetti  le  glandi  imposte  sul 
reddito,  sul  tipo  di  quella  di  Prussia,  le  imposte  di  successione, 
le  imposte  di  registro  e  bollo  possono  considerarsi  come  grandi 
imposte  complementari.  Materialmente  le  tasse  di  bollo  consi- 
stono nell 'obbligare  i  cittadini  che  compiono  alcuni  atti  civili, 
commerciali,  giudiziali  ecc.  o  a  impiegare  una  speciale  carta 
fornita  dallo  Stato  (pollo  ordinario) ,  o  a  far  applicare  sulle 
carte  da  essi  scritte  speciali  marche  o  a  far  applicare  bolli 
speciali  {bollo  straordinario).  Qualche  volta  manca  la  materiale 
apposizione  del  bollo  ;  ma  si  paga,  come  se  vi  fosse  :  cosi  in 
Italia  per  i  biglietti  da  teatro,  ferroviari,  ecc.  Ipollo  virtuale). 
Il  bollo  qualche  volta  è  fisso,  cioè  qualunque  sia  l'ammontare 
delle  transazioni  rimane  invariato,  qualche  volta  è  propor- 
zionale alla  somma,  come  in  Italia  per  il  bollo  sui  teatri,  qual- 
che altra  volta  è  graduale.  Non  mancano  infine  esempi  di 
leggi  sul  bollo  con  tariffe  non  già  proporzionali,  ma  progressive*. 


*  Sul  registro  e  il  bollo  esiste  un'opera  veramente  completa  :  Albert 
Wahl  :  Traile  de  droit  fiscal.  Il  i.  volume  (Paris,  1902,  pag.  628)  e  il  2. 
(Paris,  1903,  pag.  869)  riguardano  Venregistretnent.  Il  terzo  volume  ri- 
guarda Umbre,  droUs  d'hypoihèque,  ecc.  Cfr.  inoltre  :  Ricca-Saler- 
no:  op.  cit.,  cap.  Ili;  Besobrasoff:  Itnpots  sur  les  actes.  Saint  Pe- 
tersbourg,  1866  ;   Schaeffle:  Grundsàtze  der  Steuerpolitik,  Tuebingen, 


CAP.  XIX.]  IMPOSTA  SULLA  CIRCOLAZIONE  557 

170.  Il  registro  e  il  bollo,  dove  sono  separati,  riescono  a 
colpire  spesso  due  volte  la  stessa  cosa,  e,  se  storicamente  la 
loro  differenza  si  spiega  bene  *,  nella  pratica  finanziaria  la 
separazione  riesce  spesso  dannosissima.  Così  vi  sono  in  Europa 
due  tipi  di  legislazione  differenti.  In  Inghilterra,  in  alcuni  degU 
stati  che  compongono  gli  Stati  Uniti  di  America,  nei  cantoni 
svizzeri,  nella  più  gran  parte  degli  stati  della  Germania,  in 
Russia  non  esiste  che  il  bollo  :  solo  i  diritti  di  mutazione  per 
decesso  hanno  una  fiscnomia  a  parte  e  sono  generalmente 
pagati  per  mezzo  di  una  dicliiarazione  senza  apposizione  del 
bollo.  Esistono  invece  sotto  forma  distinta  il  registro  e  il  bollo 
in  Francia  e  nei  pressi  che  hanno  imitato  l'ordinamento  fran- 
cese ;  in  Italia,  in  Belgio,  nei  Paesi  Bassi,  ecc.  La  divisione 
però  sembra  non  solo  dal  punto  di  vista  teorico,  ma  sopra 
tutto  dal  punto  di  vista  pratico,  poco  opportuna  ;  così  la  ten- 
denza verso  la  fusione  è  generale. 

Gli  alti  saggi  delle  imposte  sul  registro  e  sul  bollo  contri» 
buiscono  spesso  a  rendere  lenta  e  diffìcile  la  circolazione  e  a 
impedire  lo  svolgersi  degli  scambi  :  ond'è  che  vanno  il  più  che 
possibile  ridotti.  Il  meraviglioso  sviluppo  della  circolazione 
inglese  è  dovuto  in  gran  parte  al  non  aver  impedito,  in  pas- 
sato, con  tasse  eccessive  lo  svolgersi  di  alcune  forme  commer- 
ciah,  che  altrove  sono  state  paralizzate  spesso  dalle  tasse, 
quasi  al  loro  manifestarsi.  In  Inghilterra  i  privati  sono  rie- 
sciti a  ridurre  la  moneta  necessaria  alla  circolazione  intema 
a  un  minimo.  I  chèques  riescono  a  favorire  la  creazione  e  la 
moltiplicazione  di  casse  di  depositi,  che  assorbono  i  depositi 
disponibili  :  cosi  invece  di  conservare  il  danaro  nelle  casse  dei 
privati,  esso  può  essere  depositato  in  banca  e  profittare  alla 

1880,  pag.  450  e  seg.  ;  E.  Naquet:  Tratte  des  droits  des  Umbre  Paris, 
1894;  Wignes:  Traile  des  impóts,  4.  ed.,  Paris,  I,  pag.  223;  Ump- 
fenbach:  Lehrbuch  der  Finanswissenschaft,  2.  ed.,  pag.  364  e  seg.; 
Gauwès:  Cours,  voi.  IV,  1272;  ecc.  Le  più  ampie  notizie  si  trovano 
nell'eccellente  Bollettino  di  statistica  e  di  legislazione  comparata  pubblicato 
in  Italia  dal  Ministero  delle  finanze,  a  cura  della  Direzione  generale  del 
Demanio   e  delle  tasse. 

*  Historiquemeut  le  cumul  s'explique  ;  les  droits  d'enregistrement  ont 
leur  source  première  dans  les  droits  fèodaux  qui  aUaient  au  seigneurs  le 
droit  de  timbre  allait  au  roi  »  ;  W  a  h  1  :  op.  cit.  voi.  I    pag.  21. 


558  -SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IT. 

circolazione.  Il  sistema  del  crossed  check,  dello  chèque  barre, 
come  dicono  i  francesi,  può  permettere  inoltre  agli  inglesi  un 
sistema  di  circolazione  che  è  mirabile  per  la  sua  celerità  e  per 
la  sua  economicità.  Per  la  stessa  ragione  quei  benefizi  assai 
spesso  non  si  sono  determinati  altrove  *. 

Gli  oneri  cui  le  banche  di  emissione  sono  sottomessi  sono  con- 
siderati da  quasi  tutti  gli  scrittori  come  imposte  indirette  : 
certo  agiscono  allo  stesso  modo.  Noi  le  consideriamo  invece 
come  partecipazione  dello  Stato  ai  benefizi  di  un'intrapresa 
industriale,  conceduta  in  monopolio  o  in  privilegio  a  società 
private.  In  ogni  modo  anche  questi  diritti  vanno  tenuti  quanto 
è  più  possibile  in  limiti  ristretti,  preferendosi  la  partecipazione 
ai  benefizi  piuttosto  che  i  diritti  fissi  sulla  circolazione.  In 
quasi-  tutti  gli  Stati  esistono  speciali  tasse  sulle  operazioni  di 
borsa  e  anche  tasse  ipotecarie,  che  riguardano  le  iscrizioni  ipo- 
tecarie, le  rinnovazioni,  le  trascrizioni  ecc.  È  bene  che  queste 
imposte  siano  mantenute  in  limiti  assai  moderati  per  non 
rendere  difiìcili  le  contrattazioni  e  per  non  scoraggiare  il  ca- 
pitale di  speculazione. 

NOTA 

In  Italia  le  così  dette  tasse  sugli  affari  comprendono  oltre  le  imposte  di 
successione  e  di  mano  morta,  le  tasse  di  registro,  di  bollo,  in  svirrogazione 
del  registro  e  del  bollo  ipotecarie  e  sulle  concessioni  governative.  In  gene- 
rale si  può  dire  che  l'ordinamento  italiano  delle  tasse  sugli  atti  giuridici 
è  modellato  sul  regime  francese,  di  cui  è  in  gran  parte  una  derivazione. 

Sulle  imposte  sulle  operazioni  di  borsa  nei  vari  paesi  cfr.  in  Val.  mob. 
le  monografie  diFernand  Paure,  Salefranque,  Dubois,  ecc. 

La  legge  del  21  aprile  1862  unificando  la  varia  legislazione  riordinò  in 
Italia  le  tasse  di  registro  le  tasse  di  bollo  e  le  tasse  ipotecarie  e  ne  aggiunse 
altre,  come  quelle  sulle  società  industriali,  sulle  assicurazioni,  sulla  emis- 
sione dei  biglietti,  ecc.  La  legge  del  1862  venne  migliorata  da  quella  i  4 
luglio  1866.  Altre  modificazioni  vennero  in  seguito  coordinate  nei  due  testi 
unici  8  giugno  1874  e  4  luglio  1897.  La  legge  dei  23  aprile  1911  ha  innovato 
e  modificato  relativamente  alla  corrispondenza  commerciale,  alle  scritture 


*  Si  calcola  che  a  Londra  su  ogni  100  lire  di  pagamenti,  87,50  son  fatti 
con  chèques,  6,89  con  biglietti  di  banca  e  solo  5.81  con  danaro  contante 
Quindi,  possedendo  un'assai  minore  quantità  di  moneta,  l'Inghilterra 
riesce  a  fare  un  assai  più  grande  numero  di  transazioni  della  Francia. 


CAP.  XIX.]  l'imposta  sulla  circolazione  559 

di  vendita  di  merci  agrarie,  alla  costituzione  della  società  commerciali  , 
ha  date  disposizioni  a  favore  della  piccola  proprietà,  ha  megho  regolato  l'ac- 
certamento dei  valori  imponibili,  e  le  deduzioni  dal  passivo  nelle  succes- 
sioni ;  ha  ritoccate  le  tasse  di  bollo  e  sulle  concessioni  governative. 

Le  tasse  di  registro  (entro  cui  nell'ordinamento  fiscale  italiano  è  com- 
presa anche  la  imposta  sulle  successioni)  comprendono  non  solo  gli  atti  ci- 
vili, ma  i  giudiziali.  Secondo  l'ordinamento  italiano,  sono  sottomessi  al  re- 
gistro quegli  atti  i  quali  per  la  loro  forma  e  per  la  natura  del  rapporto  che 
stabiliscono,  richiedono  l'intervento  dell'autorità  pubblica  per  accertarne 
la  data  e  assicurarne  l'osservanza. 

Il  registro  abbraccia  così  gli  atti  civili,  come  i  giudiziali  e  le  successioni. 
Sono  in  Italia  soggette  al  bollo,  tutte  indistintamente  le  carte  destinate 
per  gli  atti  civili  e  commerciali,  s tragiudiziali  e  giudiziali,  e  sugli  scritti, 
stampe  e  registri  designati  nella  legge,  come  soggetti  al  bollo  fino  alla  loro 
origine,  oppure  in  ragione  all'uso,  e  per  i  quali  si  ammette  la  carta  libera 
ma  con  obbligo  di  pagare  la  tassa  in  certi  casi.  Per  l'appUcazione  della 
tassa  di  bollo  sotto  la  denominazione  di  carta,  s'intende  compresa  qua- 
lunque materia  atta  alla  riproduzione  di  scritti  o  disegni  che  possono  va- 
lere come  atti  o  documenti  (art.  i  della  legge  pel  1874).  Nell'ordinamento 
italiano  le  tasse  di  bollo  sono  graduali,  proporzionali  o  fisse.  LéC  tassa  pro- 
porzionale colpisce  la  circolazione  media  dei  biglietti  aventi  corso  legale 
o  fiduciario  e  il  prodotto  lordo  dei  teatri  e  luoghi  affini  per  i  biglietti  e  fogli 
d'ingresso.  La  tassa  graduale  si  applica  alle  cambiaU,  agli  ordini  di  derrate, 
agli  altri  effetti  e  recapiti  di  commercio.  La  tassa  è  dovuta  inoltre  per  le 
delegazioni  mercantili  e  per  ogni  atto  contenente  trasferimento  di  danaro 
o  ricognizione  di  debito  dipendente  da  operazioni  commerciali,  ecc.  La 
tassa  fissa  colpisce  tutti  gU  altri  atti  e  scritti  contemplati  nella  legge. La 
tassa  di  boUo  si  corrisponde  in  Italia  in  tre  modi.  Il  bollo  ordinario  si  ha 
impiegando  la  carta  fiUgranata  e  bollata  che  si  vende  per  conto  dello  Stato- 
li hoUo  straordinario  si  ha  applicando  nei  casi  previsti  sopra  ogni  pezzo  di 
carta,  o  le  marche  da  bollo,  o  l'impressione  di  un  boUo  speciale.  Si  corri- 
sponde in  modo  virtuale,  cioè  senza  la  materiale  apposizione  del  bollo,  in 
alcuni  casi  :  bollette  doganali,  bigUetti  ferroviari,  prodotto  quotidiano 
dei  teatri  e  luoghi  chiusi,  bigUetti  delle  banche  di  emissione,  ecc.  ecc. 

Nelle  così  dette  tasse  sugli  affari  entrano  in  Italia  numerose  imposte 
e   tasse. 

Fra  le  imposte  che  sono  state  maggiormente  accresciute  dopo  la  guerra 
sono  quelle  sul  registro  e  sul  bollo.  Espresse  in  milioni  esse  sono  aumentate 
nel  seguente  modo 

1913-14       1917-18       1920-21 


Registro 

94.4 

224.8 

491.6 

Bollo 

81.9 

158.2 

252,2 

Surrogazione  registro  e  bollo 

28.6 

47.- 

95-6 

Ipoteche 

II. I 

13.5 

73.8 

Concessioni 

14.1 

15.9 

46.3 

560  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Durante  e  dopo  la  guerra  le  così  dette  tasse  sugli  affari  sono  state  molto 
modificate.  Basterà  dire  che  dal  1915  al  1920  vi  furono  non  meno  di  iii 
decreti  legislativi,  molti  dei  quali  con  carattere  di  omnibus  investono  i  più 
svariati  campi  tributari.  E  sono  state  molto  accresciute  le  tariffe.  Basterà 
dire  che  il  solo  bollo  nell'esercizio  1919-20  rendeva  già  il  doppio  delle  due 
imposte  (s'intende  delle  imposte  erariali)  sui  terreni  e  fabbricati  insieme 
riunite. 

La  finanza  di  guerra  ha  ottenuto  l'aumento  del  gettito  sopra  tutto  in 
tre  modi  : 

1.  inasprendo  le  aliquote  delle  tasse  esistenti  con  l'assalimento  dei 
vecchi  decimi   e   dell'addizionale  ; 

2.  estendendo  il  campo  impombile  e  così  irretendo    nel    tributo  atti, 
rapporti,  manifestazioni  che  prima  sfuggivano  ; 

3.  sostituendo  il  sistema  delle  tariffe  proporzionali  e  graduali  al  si- 
stema del  diritto  fisso  . 

Sarebbe  lunga  l'enumerazione  dei  provvedimenti  :  tutti  non  hanno  avut  o 
altro  scopo  che  di  aggiungere  nuove  entrate. 

Anche  le  tasse  di  registro  sono  stato  enormemente  aumentate  e  investono 
oramai  tutti  gli  atti  e  contratti  relativi  allo  scambio  e  al  traÉ&co  della  ric- 
chezza ;  beji  137  sono  gli  atti  e  contratti  sottomessi  a  registrazione.  Oltre 
le  nuove  imposizioni,  le  vecchie  sono  state  aumentate  in  media  del  40  per 
cento. 

Delle  successiom*  abbiamo  già  trattato  a  parte.  Nessun  paese  ha  forse 
aliquote  così  alte  come  l'Italia.  L'ultima  legge  (24  settembre  1920)  è  la 
pili  grave  che  esiste  Le  aliquote  per  le  successioni  e  donazioni  superiori 
alle  100  mila  lire  raggiungono  per  gli  ascendenti  e  discendenti  il  27  per 
cento  ed  il  75  per  cento  tra  estranei.  Imposta  troppo  gravosa  e  perciò  stesso 
non  suscettibiJe  di  lunga  durata  nelle  forme  attuali. 

Anche  le  tasse  in  surrogazione  del  registro  e  del  bollo  sono  state  successi- 
vamente mutate  e  aumentate. 

Le  tasse  sulle  concessioni  goyerwa/iw  in  numero  di  oltre  70  investono  auto- 
rizzazioni, permessi,  concessioni  rilasciate  dalle  pubbliche  amministra- 
zioni e  inerenti  alle  piiì  svariate  materie  (cittadinanza  e  stato  civile,  pub- 
blica sicurezza,  sanità  pubblica,  spettacoli  pubblici,  armi  e  caccia,  acque 
pubbliche,  diritti  di  autore,  privative  industriali,  occupazioni  di  spiagge 
marittime,  apertura  di  miniere,  rotazione  di  autoveicoli,  ecc.). 

Tasse  ipotecate  e  tasse  di  manomorta  (come  si  chiamano  impropriamente,, 
essendo  vere  imposte)  hanno  avuto  notevoli  aumenti  anch'esse. 

XX. 

L'imposta   di   successione. 

171.  L'imposta  di  successione  ha  un'importanza  sempre 
maggiore  nei  paesi  moderni  :  dato  lo  sviluppo  delle  imposte  di- 
rette, la  imposta  successoria,  insieme  a  quelle  generali  sul  red- 


CAP.  XX.]  l'imposta  sulle  successioni  561 

dito  e  sul  patrimonio,  ha  una  funzione  molto  importante  :  in 
quanto  la  sua  azione  non  è  soltanto  fiscale,  ma  anche  compen- 
satrice. Si  tratta  di  una  vera  imposta,  non  di  una  tassa  come 
molti  teorici  si  ostinano  a  dire  ;  e  anche  di  una  vecchia  impo- 
sta !  La  imposta  sulle  successioni  è  tra  le  più  antiche  che  siano 
esistite.  Da  quando  la  proprietà  individuale  si  è  affermata,  si 
può  dire  che  le  imposte  di  successione  siano  sorte.  A  Roma, 
la  imposta  di  Fuccessione  era  anzi  tra  le  più  poderose  e  tra  le 
meglio  organizzate.  Lasciando  stare  ogni  questione  sulla  illegit- 
timità dell'istituto  dell'eredità  o  per  lo  meno  sull'ammissibilità 
o  non  dell'eredità  ab  intestato,  salvo  tra  discendenti  e  ascendenti 
(questione  che  suggerì  a  Bentham  pagine  eloquenti),  è  fuori 
dubbio  che  la  trasmissione  dei  valori  per  eredità  o  per  dona- 
zioni sia  da  considerarsi  come  materia  d'imposta. 

Molti  scrittori  si  affannano  a  trovare  una  giustificazione 
della  imposta  di  successione  ;  che  cosa  ne  giustifica  la  esistenza? 
Queste  ricerche  sono  spesso  inutili,  non  occorrendo  giusti- 
ficare ciò  che  è  esistito  in  quasi  tutte  le  civiltà.  L'imposta  di 
successione  non  si  giustifica  né  più  né  meno  (se  pure  occorre 
indagare  su  ciò)  di  tutte  le  imposte  indirette  ;  perché  una 
imposta  colpisce  il  consumo  dell'alcool  o  dello  zucchero  ?  Anzi 
la  imposta  di  successione  é  tanto  più  giusta,  in  quanto  colpisce 
il  passaggio  ,  a  titolo  gratuito,  di  ricchezze  acquistate  senza 
lavoro  da  coloro  che  ereditano. 

Un  gran  numero  di  uomini  acquista  le  ricchezze  dalla  società 
in  cui  vive  a  titolo  ereditario  senza  averle  prodotte  :  altri,  in 
tempo  più  o  meno  vicino  o  lontano,  parente  o  estraneo,  ha  la- 
vorato per  lui.  Mentre  il  lavoro  é  fonte  di  ricchezza,  si  eredita, 
cioè  si  arricchisce,  senza  aver  lavorato.  Tutto  ciò  impressionava 
la  profonda  mente  di  Stuart  Mill.  Io  non  riconosco,  egli  scri- 
veva, né  come  giusto,  né  come  buono,  uno  stato  di  società  nel 
quale  esiste  una  cla'=se  che  non  lavora  punto,  dove  esistono 
essere  umani,  che,  senza  aver  comperato  il  riposo  a  prezzo  del 
lavoro  precedente,  sono  esenti  dal  partecipare  ai  lavori  che  in- 
combono alla  specie  umana.  E  contrarissimo  come  era  a  ogni 
progressione,  Mill  riconosceva  solo  giusta  la  progressione  della 
imposta    successoria  *. 

*  J.  S.  Mill:  Principles,  Uh.  V,  cap.  II. 


562  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

E  poiché  il  dubbio  di  Mill  veramente  esiste,  e  sono  solo  ra- 
gioni di  convenienza  economica  e  di  utilità  sociale  che  giusti- 
ficano le  attuali  forme  successorie,  si  cerca  almeno  di  correg- 
gerle in  ciò  che  hanno  di  più  dannoso.  Molti  dei  più  eminenti 
giuristi  sono  infatti  avversi  a  una  estensione  eccessiva  della  li- 
bertà testamentaria  e  inclinano  verso  limitazioni  rese  necessa- 
rie da  ragioni  numerose  di  equità  e  di  giustizia.  In  ogni  modo, 
sono  solo  ragioni  di  convenienza  sociale  che  giustificano  la 
trasmiss'one  delle  ricchezze  mediante  l'eredità  :  togliendo 
agli  uomini  il  diritto  di  disporre  del  frutto  dei  loro  lavori,  si 
teme  di  distruggere  le  più  poderose  iniziative  industriali  e 
uno  degli  stimoli  più  grandi  della  produzione.  Senza  l'eredità, 
quanti  consumi  improduttivi  '  quante  attività  si  sottrarreb- 
bero precocemente  al  lavoro  !  Ma  rispettare  l'eredità,  non 
vuol  dire  sottrarre  coloro  che  si  trovano  in  posizione  di  go- 
dere ricchezze  da  essi  non  prodotte,  dal  contribuire,  nella  più 
larga  misura  conveniente,  alle  spese  dello  Stato,  che  rappre- 
senta gl'interessi   collettivi. 

Niuna  spiegazione  dunque  è  necessaria,  e  si  riesce  ad  inten- 
dere assai  difìicilm.ente  perchè  molti  scrittori  cerchino  una 
giustifica  della  imposta  di  successione  in  un  principio  di  impo- 
sta tassa  :  altri  in  un  diritto  di  coeredità  da  parte  dello  Stato,  a 
bastanza  assurdo.  Per  molti  scrittori  (Geffcken,  Leroy  Beau- 
lieu  *  ecc.)  l'impo'^'ta  di  successione  sarebbe  un  premio  di 
assicurazione  :  lo  Stato  assicura  il  rispetto  della  volontà  del 
defunto  e  garentisce  la  trasmissione  dei  beni,  è  naturale  che 
gli  sia  pagato  un  compenso  :  cioè  la  imposta-tassa.  Ora  non 
vi  è  nulla  di  meno  vero  e  di  meno  ammissibile.  L' obbligo  da 
parte  dello  Stato  di  mantenere  la  sicurezza  e  di  assicurare 
quel  minimo  di  pace  intema,  e  di  onestà  pubblica  indispensabile 
alla  trasmissione  dei  beni,  è  un  obbligo  così  fondamentale 
che  non  può  considerarci  come  un  servizio  particolare  che  lo 
Stato  renda  a  chi  eredita.  Sarebbe  come  chiedere  tasse  spe- 
ciali per  la  sicurezza  In  ogni  modo,  ammesso  questo  princi- 
pio assurdo,   deriverebbe  che  ogni  eredità,   da  qualsiasi   per- 

*  Geffcken:  Erbrecht  und  Erbschaftssteuern  in  J.  f.  G.  1881  ;  L  e - 
roy  Beaulieu:   Traité,  voi.   I. 


I 


CAP.  XX.]  l'imposta  di  successione  563 

Sina  derivante,  senza  tener  conto  di  legami  di  parentela,  do 
vrebbe  esser  colpita  allo  ste'=iso  modo,  mentre  le  imposte  di 
successione,  dovunque,  colpiscono  con  saggi  assai  differenti,  nei 
diversi  gradi  di  parentela  o  di  affinità.  Né  è  più  ammessibile 
ciò  che  alcuni  affermano  quando  dicono  essere  lo  Stato  un 
lontano  erede  *.  È  noto  che  quasi  in  tutti  i  paesi,  mancando 
parenti  fino  a  un  certo  grado  o  non  essendovi  disposizioni 
testamentaria,  è  lo  Stato  che  eredita.  Ora  il  fondamento  della 
imposta  sarebbe  in  questo  caso  nella  e^-.senza  stessa  del  diritto 
ereditario.  In  altri  termini  lo  Stato  diventa  un  coerede,  la  cui 
partecipazione  sarebbe  maggiore  o  minore  a  seconda  dei  vin- 
coli di  parentela  o  di  affinità  tra  il  defunto  e  gli  eredi.  E  upa 
teoria  che  a  prima  giunta  può  parere  vera,  Ma  basta  riflettere 
che,  riconoscendo  la  proprietà  individuale,  non  avviene  mai 
che  lo  Stato  si  consideri  come  un  erede  lontano  o  vicino  ;  ma 
semplicemente,  non  potendo  ammettere  che  vi  siano  beni 
vacanti,  occupa  in  assenza  di  parenti  o  di  congiunti  e  in  man- 
canza di  testamento,  quelle  ricchezze  le  quali  sono  senza  pro- 
prietario ;  è  un'occupazione  di  beni  vacanti  e  non  altro  f. 
Non  si  può  disconoscere  che  i  sistemi  ereditari  vigenti  hanno 
eccessivamente  esagerato  il  principio  della  famiglia  quando 
hanno  ammesso  che  nelle  successioni  senza  testamento,  ereditino 
i  parenti,  come  in  Francia,  fino  al  nono,  al  decimo,  come  in  Italia, 

♦Schei:  Erbschaftssfeuern  und  Erhschaf iste  forni,  Iena,  1878  ;  Wa- 
gner:  Finanz.  lib.   Ili,   cap.    II. 

t  Sull'imposta  di  successione  in  generale  cfr.  Fournier  deFlaix, 
op.  cit.  ;  West:  The  inheritance  tax  2.  ediz.  New- York  1908;  Selig- 
m  a  n  :  The  inheritance  tax,  negli  Essays  e  Ulmpòt  progressi/,  passim; 
Bastabl  e:  Fitiance,  pag.  556  e  scg.,  ecc.  e  poi  anche  R  i  e  e  a  -  S  a- 
1  ern  o  :  L'  imposta  progressiva  sulle  successioni  in  Inghilterra  e  Francia 
nella  Nuova  Antologia  del  1899;  Schaeffle:  Grundsaetze  pag.  511 
e  seg.  Garelli:  U imposta  successoria,  Torino,  1896  ;  B  a  r  o  n  :  Zur 
Erbschaftssteuer  (in  rivista),  Leipzig,  1876  ;  G  r  a  z  i  a  n  i  :  Natura  economica 
delle  imposte  di  successione^  Siena,  1890  ;  Marsili-Libelli:  La  na- 
tura dell'imposta  sulle  successioni,  Torino,  1904;  ecc.  I  saggi  del  Seligman 
e  del  Ricca  Salerno,  bastano  per  mettere  al  corrente  di  tutte  le  questioni 
più  importanti  relative  alle  imposte  di  successione.  Cfr.  per  tutti  i  paesi 
principali  le  eccellenti  indagini  pubblicate  dal  1900  in  poi  dal  B.  S.  L.  G. 
dove  si  trovano  riportate  anche  le  tariffe  di  quasi  tutti  gli  Stati  maggiori. 


564  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO    li. 

o  al  dodicesimo  grado.  Chi  conosce  i  propri  parenti  del  dodi- 
cesimo grado  ?  Essi  si  confondono  con  il  genere  umano  ed  è 
assurdo  ammettere  che,  data  la  famiglia  moderna,  vi  siano 
eredità  legittime  al  di  fuori  dei  discendenti  o  degli  ascendenti, 
o  al  massimo  dei  cugini  germani  e  dei  nipoti,  figliuoli  di  fra- 
tello o  di  sorella. 

Il  Codice  civile  spagnuolo  (art.  955)  ha  già  ammessa  una 
prima  limitazione,  limitando  le  successioni  fra  congiunti  fino 
al  sesto  grado.  Gli  stessi  giuristi  inclinano  a  questa  opinione  * . 

Come  le  successioni,  bisogna  colpire  le  donazioni,  le  costitu- 
zioni di  dote,  ecc.  :  esse  non  sono  in  realtà  che  successioni  an- 
ticipate. Bisogna  del  pari  colpire  le  persone  giuridiche  in  guisa 
che  non  abbiano  una  situazione  di  favore  (imposta  di  mano 
morta).  Principio  fondamentale,  derivante  da  tutte  le  teorie 
sulla  imposta,  è  che  nessuna  forma  di  eredità  deva  andare  esente: 
ricchezza  immobiliare  e  ricchezza  mobiliare  devono  essere  pari- 
mente colpite.  Non  si  può  ammettere  che  in  un  paese  vi  siano 
ricchezze  colpite  e  altre  non  colpite  nei  trasferimenti  a  titolo 
gratuito  ;  è  una  ingiustizia  troppo  evidente  perchè  possa  essere 
riconosciuta.  L'Inghilterra,  che  ora  ha  l'imposta  di  successione 
megHo  ordinata,  ha  presentato  fino  al  1853  il  più  strano  caso 
di  egoismo  di  classe  che  la  storia  del  secolo  scorso  ricordi  t  • 

In  quasi  tutti  gli  stati,  dall'ammontare  del  patrimonio  si  de- 
traggono i  debiti  e  ciò  che  costituisce  il  passivo  dell'eredità  :  in 
altri  termini  la  imposta  di  successione  è  percepita  sull'eredità 
netta.  La  Francia  ha  costituito  per  lungo  tempo  un'eccezione 
a  questa  regola  quasi  generale.  Il  valore  della  eredità  trasmessa 

*  Il  Laurent:  {Principes  de  droit  civil,  voi.  Vili,  pag.  503)  opina 
che  «la  succession  collaterale  ne  devrait  s'étendre  au  delà  des  cousins 
germains  ».  J.  S.  Mill  voleva  a  dirittura  esclusi  dalla  successione  anche  i 
frateUi  e  i  nipoti. 

t  Nel  1796  Pitt  che  avea  riordinato  le  imposte  di  successione,  legacy 
duties,  presentò  alla  Camera  dei  Comuni  due  progetti  differenti,  l'imo  ri- 
guardava la  proprietà  immobiliare,  l'altro  la  mobiliare.  La  Camera  dei 
Cornimi  li  approvò  entrambi.  Ma  la  Camera  dei  Lords,  dove  sedevano  i 
più  grandi  proprietari  di  terre  del  Regno  Unito,  approvò  solamente  il  se- 
condo. Cosi  l'Inghilterra,  dal  1796,  presentò  uno  dei  più  strani  ordinamenti. 
L'imposta  di  successione  colpiva  infatti  i  beni  mobili  ed  esentava  gl'im- 
mobili. 


CAP.  XX.]  l'imposta  di  successione  565 

si  può  calcolare  in  parecchi  modi  :  inventari,  processi  verbali 
di  vendita  ;  dichiarazione  estimativa  per  i  beni  mobili,  corsi 
della  borsa  per  i  valori  mobiliari  quotati,  o  dichiarazione  del 
contribuente  per  gli  altri  ;  e  per  quanto  riguarda  gli  immobili, 
se  il  loro  valore  non  risulti  da  catasti  o  da  indagini  speciali, 
capitalizzazione  del  reddito  desunto  dalla  imposta.  Il  valore 
dell'usufrutto  costituito  per  un  tempo  indeterminato  o  supe- 
riore a  IO  anni  si  valuta  per  esempio  a  metà  della  piena  pro- 
prietà ;  quando  l'usufruttuario  ha  più  di  50  anni  il  valore  è 
fissato  nel  quarto  dei  beni.  Assai  più  logicamente,  tutti  gli 
stati  tedeschi  (a  eccezione  del  Baden)  calcolavano,  prima  che, 
nel  1906,  l'imposta  di  successione  passasse  allo  Impero,  il 
valore  dell'usufrutto  vitalizio  secondo  l'età  dell'usufruttuario. 

Importanti  riforme  avvennero  nei  regimi  tributari  dell'In- 
ghilterra, della  Francia,  della  Germania  etc  ,  per  quanto  ri- 
guarda la  imposta  di  successione  :  ma  è  l'Inghilterra  sopra 
tutto  che,  per  opera  di  Harcourt,  ha  compiuto  nel  1894  ^^^ 
riforma  tipica  in  questa  materia. 

Vi  erano  in  quel  tempo  cinque  differenti  imposte  sulla  succes- 
sione con  funzione  e  carattere  assai  diversi  *  ;  la  riforma  del 
1894  li  raggruppò  nell'estate  duty,  che  colpisce  tutta  la  fortuna 
del  defunto  ed  è  applicata  con  saggi  progressivi,  e  nella  le- 
gacy  and  succession  duty,  che  colpisce  con  saggio  proporzionale 
la  parte  raccolta  da  cia'^cun  erede.  Per  i  beni  setiled,  i  quali 
sfuggono  all'estate  duty  sino  allo  spirare  del  settlement,  la  legge 
Harcourt  del  1894  stabi  Uva  un  diritto  speciale  detto  settle- 
ment estate  duty.  Per  l'estate  duty  Harcourt  stabihva  saggi 
progressivi,  che  (lasciando  esenti  le  eredità  sino  a  2522  lire, 
cioè  a  100  sterline)  andavano  da  i  %,  per  l'eredità  fra  lire 
2522  e  lire  12610  (100  e  500  sterline)  sino  ad  8  %  per  le  eredità 
superiori  a  25,220,000  lire  (1,000,000  di  sterhne)  ;  per  i  beni 
settled  imponeva  un  settlement  duty  consistente  nel  supple- 
mento di  I  %  ai  saggi  progressivi  dell'imposta  ;  per  la  legacy 

*  Questi  diritti  erano  di  probate  duty,  account  duty,  legacy  duty,  succes- 
sion duty,  temporary  estate  duty.  Cfr.  R.  F.  Wallace:  An  epitome  of 
the  death  duties,  London,  1866  ;A.  W.  Normann:^  digest  of  the  death 
duties,  London  1892  ;  ecc.  Come  vedremo  parlando  delle  finanze  iocali, 
l'impost?.  di  probate  duty  interessa  in  Inghilterra  anche  la  finanza  locale. 
Nitti.  '  37 


566  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

and  succession  duty  esentava  le  eredità  sino  a  lire  25220  (1000 
sterline)  e  le  successioni  in  linea  retta.  La  legge  Harcourt  del 
1894  fu  modificata  nel  190 1,  nel  1904,  dal  Finance  A  et  Asquith 
del  1907,  e  dopo  da  quello  di  Lloyd  George,  del  1910,  Lloyd 
George  dichiarava,  nella  esposizione  finanziaria  dei  29  aprile 
1909,  che  «la  grande  riforma  del  1894,  alla  quale  sarà  sempre 
associato  il  nome  di  sir  William  Harcourt,  avea  dato  un  sistema 
d'imposizione  logico  e  bene  ordinato  come  principio,  ed  una 
macchina  fiscale  di  grande  efficacia.  A  parte  uno  o  due  ritocchi, 
di  cui  l'esperienza  ha  dimoetrata  l'utilità,  io  mi  propongo, 
egli  diceva,  di  modificare  i  saggi  dell'imposta,  per  aumentarne 
il  gettito,  senza  modificare  le  basi  del  tributo  ».  La  legge  dei 
29  aprile  1910  lascia  inalterati  i  saggi  per  le  successioni,  che 
Lloyd  George  chiama  piccole,  per  le  successioni  cioè  sino  a 
126,100  lire  (5000  sterline),  che  continuano  ad  essere  colpite 
•in  ragion  di  i  %  sino  a  12610  lire,  di  2  %  sino  a  25220  lire 
e  di  3  %  sino  a  126,100  lire.  Dalle  126,100  lire  in  sopra  la  legge 
del  19 IO  rende  più  rapida  la  progressione,  che  giunge  alla 
ragione  massima  del  15  %  (che  era  stata  sostituita  a  quella 
di  8  %  del  1894,  con  la  legge  del  1907)  ma,  mentre  questo 
saggio  massimo  del  15  %  colpiva,  per  la  legge  del  1907,  prima, 
le  successioni  di  più  che  lire  nostre  75,660,000  (3,000,000  ster- 
line), ora  esso  cade  anche  sulle  successioni  superiori  solo  alle 
lire  25,220,000  (1,000,000  sterline). 

Secondo  i  calcoli  esposti  alla  Camera  dal  Cancelliere  dello 
Scacchiere  può  ritenersi  che  l'estate  duty,  la  quale,  per  la  legge 
del  1894,  colpiva  prima  i  valori  trasmessi  in  ragione  del  5  % 
circa,  in  media,  pesi  ora,  dopo  gli  inasprimenti  esposti,  su  di 
essi,  nella  ragione  media  del  7  %  *. 

La  legge  29  aprile  19 io  aumentava,  poi,  da  i  %  a  2  %  il 

*  Una  disposizione  importante  della  legge  "  inglese  è  la  seguente  : 
Quando  a  causa  dei  vari  decessi,  in  forza  dei  quali  si  è  operata  la  tra-  < 
smissione  dei  beni,  o  della  natiu-a  complicata  dei  diritti  delle  diverse  per- 
sone sui  beni  trasmessi,  o  per  altre  cause,  sia  difficile  liquidare  esattamente 
le  imposte  di  successione  [death  duiies)  o  anche  di  qualcima  di  esse  ;  oppure 
per  farlo  occorrano  spese  sproporzionate  ali  eredità,  i  commissari  gover- 
nativi, a  domanda  degli  interessati  e  ottenuti  i  chiarimenti  necessari,  pos- 
?ono  transigere  i  death.  duties  per  la  somma  che  reputino  conveniente. 


GAP,  XX,]  l'imposta  DI   SUCCESSIONE  567 

diritto  addizionale  sui  beni  seWed,  cioè  il  settlement  estate  duty. 
In  quanto  al  legacy  e  al  succession  duties,  che  sono  pagati  sulla 
parte  che  va  a  ciascun  erede  e  sono  basati  sul  grado  di  pa- 
rentela, la  riforma  di  Lloyd  George  abolisce  l'e'^enzione,  in 
via  assoluta,  delle  eredità  in  linea  retta,  la  quale  era  dal  1894 
praticata,  e  la  conserva,  limitatamente,  in  casi  speciali,  e  cioè  : 
quando  il  valore  complessivo  della  eredità  totale,  agli  effetti 
dell'estate  duty,  risulti  inferiore  alle  378,300  lire  (15,000  ster- 
line), quando  l'ammontare  di  tutti  i  legati  e  della  successione 
pervenuti  all'erede  da  un  medesimo  de  cuius  non  superi  le 
lire  2522  (100  sterline)  ;  quando  infine  eredi  o  legatari  ciano 
la  vedova  o  il  figlio  minore  del  de  cuius  e  l'ammontare  dei 
legati  e  delle  donazioni  non  ecceda  in  complesso  le  lire  50,440 
(2000  sterline).  In  quanto  al  saggio  deUa  succession  duty  e  della 
legacy  duty,  la  legge  29  aprile  1910  colpisce  col  5  %,  invece 
che  col  3  %  della  precedente  tariffa,  le  eredità  fra  frateUi,  so- 
relle e  loro  discendenti,  e  col  io  %  sempre,  (invece  che  dal 
5  %  al  IO  %,  come  prima)  le  altre  eredità  fra  parenti  più  lon- 
tani. In  complesso  l'imposta  normale  {estate,  succession  e  legacy 
duties)  colpisce  per  le  maggiori  fortune  e  per  i  più  lontani  gradi 
di  parentela,  con  un  massimo  del  25  %,  ed  aggiungendo  il  settle- 
ment estate  duty,  per  i  beni  settled,  persino  col  27  %.  È, da  av- 
vertire che  il  pagamento  della  estate  duty,  per  ciò  che*  riguarda 
gl'immobili,  può  essere  distribuito  nel  periodo  massimo  di  otto 
anni,  e  che  dalla  fortuna  imponibile  si  deducono  le  spese  fune- 
rarie ragionevoli  e  i  debiti  e  gli  oneri  permanenti,  che  gravino  la 
proprietà.  In  complesso  però  Yestaty  duty  è  una  vera  imposta 
sul  patrimonio.  Lloyd  George  estese  ai  beni  liberi  l'esenzione, 
che  la  legge  del  1896  accordava  agli  oggetti  d'interesse  na- 
zionale scientifico,  storico  artistico,  facenti  parte  di  una  fortuna 
settled  :  volle  però  che  anche  i  beni  agricoli,  come  gli  altri,  ve- 
nissero calcolati  al  loro  valore  di  mercato  (e  non  più  al  valore 
convenzionale  di  25  volte  il  loro  reddito  netto,  come  prima) 
e  i  titoli  di  Borsa  al  loro  valore  corrente.  La  legge  29  aprile 
1910,  infine,  lascia  facoltà  agli  eredi  di  dare  in  pagamento 
dell'ammontare  detestate  duty  e  del  settlement  estate  duty 
una  parte  dell'immobile  ereditato  *.  Perchè  si  abbia  un'idea 

*  Per  l'ordinamento  delle  imposte  ereditarie  in  Inghilterra  vedj  Bui- 


568  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   II. 

della  portata  della  riforma  di  Lloyd  George,  ricorderemo  che 
mentre  nell'esercizio  1907,  susseguente  alla  riforma  Asquith,  le 
imposte  di  successione  in  complesso,  dettero  L.  481,910,216,36 
(19,108,256  sterline)  ;  nell'esercizio  1910-11,  susseguente  alla 
riforma  di  Lloyd  George,  davano  lire  641,899,440  (lire  ster- 
line 25,452,000)  :  rendevano  cioè  lire  nostre  159,989,223,64 
in  più.  La  imposta  di  successione  britannica  già  grave  per  le 
riforme  precedenti  alla  guerra  è  stata  dopo  la  guerra  resa 
ancor    più    aspra. 

Importante  la  riforma  compiuta  in  Francia  *  con  la  legge  del 
25  febbraio  1901  completata  da  quelle  30  marzo  1902  (che 
riguarda  le  eredità  superiori  ad  1,000,000  di  lire)  e  8  aprile 
1910  e  25  giugno  1920  La  legge  del  1901,  dopo  aver  .ammesso 
la  detrazione  dei  debiti,  che  fino  allora  non  era  riconosciuta, 
ha  introdotto  la  progressività  in  forma  assai  spiccata,  adot- 
tando anche  nelle  linee  generali  i  principi  della  imposta  di  suc- 
cessione britannica. 

Anche  la  legge  italiana  del  23  gennaio  1902  ha  introdotto 
in  misura  abbastanza  larga,  il  principio  della  progressività. 

La  imposta  di  successione  in  Italia  è  stata  modificata  pa- 
recchie volte,  dopo  la  legge  fondamentale  del  21  aprile  1862. 
È  inutile  accennare  alla  lunga  storia  di  essa  :  basterà  però  dire 
che  la  legge  23  gennaio  1902  segna  un  vero  progresso  e  molti 
dei  criteri  in  essa  contenuti  sono  assai  giusti. 

Ma,  per  aumentare  le  entrate,  dopo  la  guerra  con  la  legge  del 
24  settembre  1920  la  imposta  di  successione  è  stata  molto 
inasprita.  Essa  è  ora  sopra  tutto  per  le  grosse  eredità,  fra  le  più 
gravi  che  esistano.  Per  le  eredità  di  un  milione  di  lire  che  dato 
lo  svalutamento  della  moneta  non  rappresenta  più  una  ric- 
chezza rilevante,  giunge  al  14  per  100  fra  ascendenti  e  discén- 
denti in  linea  diretta  di  primo  grado  e  a  27  per  cento  per  le 
eredità  per  oltre  20  milioni  e  fra  parenti  oltre  il  quarto  grado, 
affini  ed  estranei,  va  nei  due  casi  del  59  al  75  per  cento. 


letin  de  Statistique  et  LégislaUon  Comparée  di  settembre  1910  (pp.  360  e 
363)  e  ottobre  1910  (p.  481). 

*  Cfr.  E.  Besson:  La  ré  forme  fiscale  des  successions  et  donations,  Pa- 
ris, 1902. 


CAP.  XX.]  l'imposta  di  successione  569 

Per  esigere  un'imposta  così  grave  è  stato  necessario  modi- 
ficare anche  i  sistemi  di  accertamento,  che  sono  ora  molto 
rigorosi. 

172.  Nella  legislazione  degli  stati  moderni,  in  materia  di 
imposte  di  successione,  si  sono  introdotte,  o  si  vanno  introdu- 
cendo, alcuni  criteri  che  più  sono  adatti  a  rendere  queste  im- 
poste rispondenti  al  loro  scopo  : 

i.o  esentare  le  fortune  minori.  Si  è  visto  come  si  comportino 
le  principali  legislazioni  al  riguardo.  Ragioni  di  convenienza 
e  di  politica  sociale  consigliano  queste  esenzioni. 

2.°  esentare  i  lasciti  per  scopo  filantropico,  0  scientifico,  0 
sociale.  Non  è  utile  colpire  le  istituzioni  filantropiche  di  qual- 
siasi natura  quando  il  loro  scopo  sia  considerato  utile  (i  lasciti 
alle  scuole  pubbliche,  università,  o  per  costituire  borse  di  studio, 
o  fornire  mezzi  di  ricerca).  Sono  esenzioni  necessarie  e  che  si 
trovano  in  molte  legislazioni.  Non  è  invece  giustificata  la  esen- 
zione che  in  alcuni  paesi  si  accorda  alle  chiese,  ai  monasteri,  ecc. 
Così  in  Russia  si  esentano  interamente  tutti  i  lasciti  a  chiese, 
monasteri,   parrocchie  ; 

3<»  colpire  le  successioni  diversamente  secondo  il  grado  di 
parentela  e  di  eredità.  La  morte  del  padre  è  spesso  per  la  fami- 
glia, oltre  che  un  dolore  profondo,  anche  un  danno  economico. 
Non  è  la  stessa  co?a  di  uno  «  zio  d'America  »  ;  e  né  meno  se  si 
tratti  di  un  conoscente  o  di  un  amico,  che  lascia  la  sua  for- 
tuna *.  Senza  esentare  i  discendenti  in  linea  diretta,, si  deve 
colpirli  assai  meno  e  possibilmente  nei  limiti  ristretti,  che  l'in- 
dole della  successione  rende  giusti  :  e  questo  è  un  desideratum 
raggiunto  da  quasi  tutte  le  legislazioni.  Così  in  Italia,  mentre 

*  Fin  dai  primi  tempi,  quando  esisteva  la  vicesima  hereditatum  (un  tri- 
buto secondo  cui  la  imposta  colpiva  del  5%  tutte  le  successioni  tranne 
quelle  dei  poveri  e  dei  parenti  più  prossimi),  Plinio  avea  detto  :  Tributum 
tolerahile  est  et  facile  haeredibus  dum  taxat  extraneis,  dotnesticis  grave.  E 
avea  aggiunto,  trattandosi  di  una  imposta  così  grave  come  il  5%  su  tutte 
le  successioni  •  Itaque  illis  (agli  estranei  o  parenti  lontani)  irrogantum  his, 
(ai  parenti  prossimi),  remissum  videlicet  quad  manifestum  erat,  quantum 
cum  dolore  laturi,  seu  potius  non  laturi  homines  essent,  disiringi  aliquid  et 
abradi  bonis,  quae  sanguine,  genlilitaie  sacrorum  derisque  societate  merui- 
scebat,  quaequae  numquam  ut  aliena  et  speranda,  sed  ut  sua  semperque  pos~ 
sessa,  ac  deinceps  proximo  cuique  trasmittenda,  cepissent. 


570  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

le  eredità  di  oltre  i  milione,  pagano  il  3,60  per  cento  per  cia- 
scuna quota  individuale,  quando  si  tratti  di  ascendenti  e  discen- 
denti in  linea  retta  ;  pagano,  quando  si  tratti  di  parenti  oltre  il 
sesto  grado  e  di  estranei,  il  22  per  cento.  In  parecchi  stati, 
come  si  è  visto,  i  figliuoli  sono  esenti  da  ogni  imposta.  Ciò 
non  è  forse  giusto  ;  ma  anche  è  bene  che  la  imposta  non  sia 
molto  grave,  sopra  tutto  per  le  eredità  non  grandi.  D'altra 
parte,  è  eccessivo  considerare  nella  imposta  di  successione, 
diversamente  dagli  estranei,  i  parenti  al  di  là  del  quarto  grado  : 
in  ciò  la  legge  francese  del  19 io  è  giusta  ; 

4.°  colpire  con  saggi  progressivi  tutte  le  eredità,  adottando  saggi 
minimi  per  le  eredità  minori.  Forse  in  questo  la  legge  italiana  è 
assai  difettosa.  La  ragione  della  progressività  sta  non  solo  nel 
carattere  particolare  che  ha  l'imposta  di  successione,  ma  nel 
fatto  che  essa  sola  può  completare  l'imposta  generale  sul 
reddito  e  togliere  le  maggiori  asprezze  e  ingiustizie  derivanti 
dall'essere  le  imposte  indirette  la  base  di  bilanci  odierni.  Le  ere- 
dità minori,  sopra  tutto  quando  avvengono  tra  coniugi,  e  tra 
discendenti  e  ascendenti,  sono  in  molte  legislazioni  esenti  da 
imposta.  Ma  non  basta.  Ciò  che  occorre,  è  colpire  progressi- 
vamente tutte  le  eredità.  Sarebbe  anche  bene  tener  conto  nel 
movimento  del  saggio  progressivo  dell'ammontare  dei  beni  di 
colui  che  eredita.  È  egli  già  ricco  ?  in  quale  misura  ? 

5."  colpire  i  contribuenti  in  modo  che  l'imposta  sia  pagata 
dal  reddito  e  non  dal  capitale.  Anche  un'aliquota  non  eccessiva 
del  6  %  sulle  successioni,  se  deve  essere  pagata  in  una  sola  volta 
riesce  particolarmente  dannosa  a  chi  eredita.  Supponiamo  che 
si  ereditano  100  mila  lire  ;  a  un  saggio  del  6%  la  imposta  sale, 
dunque  a  6  mila  lire,  per  cui  se  si  tratta  di  beni  o  di  titoli  the 
rendano  il  4%  all'anno,  l'erede  deve  pagare  una  volta  e  mezzo 
il  suo  reddito  di  un  anno.  Ora  accade  che  le  successioni,  sopra 
tutto  quando  giungono  impreviste  (e  le  successioni  in  linea  di- 
retta si  riattaccano  quasi  sempre  a  una  sventura)  per  le  imposte 
che  gli  eredi  sono  costretti  a  pagare  in  una  volta  sola,  riescano 
singolarmente  onerose  e  siano  causa  profonda  di  squilibrio.  Se 
la  stessa  imposta  del  6%,  nella  ipotesi,  deve  essere  pagata  in 
3  anni  invece  che  in  uno,  cioè  invece  di  pagare  6  mila  lire,  se 
ne  devono  pagare  2  mila  in  ciascun  anno  per  tre  anni  conse- 


CAP.  XX.]  l'imposta  di  successione  571 

cutivi,  è  il  reddito  che  può  pagaxe  l'imposta  :  senza  che  si 
sia  costretti  a  fare  vendite  frettolose  e  debiti  onerosi.  E  dopo 
tutto,  lo  Stato  non  perderebbe  nulla.  Se  l'imposta  si  dovesse 
pagare,  invece  che  in  una  sol  volta,  in  tre  anni,  nei  primi  due 
anni  avrebbe  riscossioni  minori,  che  sarebbero  compensate  dopo 
il  terzo  ;  per  cui,  dopo,  l'entrata  annuale  sarebbe  la  stes  a. 
La  legge  italiana  accorda  a  domanda  degli  eredi  e  donatari  che 
il  pagamento  della  imposta  di  successione,  trattandosi  di  beni 
immobili,  segua  a  rate,  in  termine  non  maggiore  di  anni  quat- 
tro, ma  con  obbligo  di  corrispondere  l' interesse  del  3%  per 
cento  sul  debito  differito. 

6.°  Tener  conto  della  età  di  chi  eredita  e  del  tempo  in  cui 
l'ultima  imposta  di  successione-  è  stata  pacata.  Supponiamo  che 
un  individuo  di  80  anni,  lasci  la  sua  fortuna  a  un  fratello  di 
78  e  questi  morendo  l'anno  dopo,  a  un  fratello  di  70.  Se  co- 
stui morrà  nell'anno  seguente,  il  figliuolo  che  erediterà  da  lui 
non  avrà  che  una  fortuna  assai  dimezzata.  Tre  successioni  es- 
sendo state  colpite  da  imposte  in  due  o  tre  anni,  lo  Stato  ha 
assorbito  gran  parte  del  patrimonio.  Nelle  leggi  inglesi  questo 
caso  è  previsto,  cosi  in  molte  altre.  Difatti  è  bene  strano  col- 
pire allo  stesso  modo  un  vecchio  che  dall'eredità  non  potrà 
godere  che  per  pochi  anni  e  un  giovane  che  potrà  goderne 
lungamente.  Se  si  tratta  di  eredi  legittimi,  pagare  in  piccolo 
numero  di  anni  due  o  tre  successioni,  significa  qualche  volta 
la  rovina. 

Questi  e  altri  temperamenti,  introdotti  già  in  non  poche  le- 
gislazioni, possono  fare  della  imposta  di  successione,  non  solo 
una  grande  entrata  fiscale  :  ma  ciò  che  è  più  e  meglio,  un 
correttivo  di  altre  imposte. 

L'imposta  di  manomorta  colpisce  in  generale  le  proprietà 
appartenenti  alle  persone  giuridiche  e  gli  stabilimenti  di  mano- 
morta ;  e.<^sendo  la  loro  durata  indefinita  o  assai  lunga  e  non 
avvenendo  pas<?aggi  per  causa  di  morte,  occorre  dunque  una 
.imposta  che  tenga  luogo  di  quella  di  successione  Secondo  la 
legge  italiana,  pagano  la  importa  di  manomorta  sotto  la  forma 
di  un  contributo  annuale  proporzionale  alla  rendita  reale  o  pre- 
sunta di  tutti  i  beni  mobili  ed  imm.obili  che  a  loro  apparten- 
gono, le  province,  i  comuni,  gli  istituti  di  carità  e  di  benefi- 


57^  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

cenza,  le  amministrazioni  delle  chiese,  i  benefizi  ecclesiastici, 
gli  istituti  religiosi  di  ogni  culto,  i  corpi  ed  enti  morali,  le 
associazioni  di  arti  e  mestieri,  le  confraternite,  i  seminari,  ecc. 
Caratteristica  delle  imposte  di  successione  è  la  impossibilità 
di  traslazione  che  esse  presentano  :  da  questo  punto  di  vista  i 
risultati  della  imposta  di  successione  sono  più  facilmente  pre- 
vedibili di  quelli  di  tutte  le  altre  imposte. 

XXI. 

I     DAZI     DOGANALI. 

173.  I  dazi  di  confine,  che  colpiscono  le  merci  le  quali  sono 
introdotte  dall'estero,  o  sono  esportate  all'estero,  o  pure  che 
transitano  per  il  territorio  nazionale,  sono,  sopra  tutto  sotto  la 
forma  di  dazi  d'importazione,  le  imposte  indirette  degne  di  mag- 
giore studio.  Infatti  queste  imposte  hanno  una  importanza  non 
solo  fiscale,  ma  economica  in  quanto,  quale  che  sia  il  loro  scopo, 
hanno  un'azione  grandissima  sulla  produzione  della  ricchezza. 
Se  anche  in  qualche  Stato  rendono  già  oltre  un  miliardo,  per 
la  grandiosità  del  traffico,  lo  scopo  fiscale  si  può  dire  che  non  sia 
oramai  né  il  solo,  né  il  prevalente  nei  regimi  doganali.  Abbiamo 
visto  che  i  dazi  di  confini  pos'^ono  essere  :  a)  di  importazione  ; 
b)  di  esportazione  ;  e)  di  transito.  /  dazi  di  importazione  sono 
oramai  in  tutti  gli  stati  i  soli  che  abbiano  un'importanza  grande. 
Colpiscono  le  merci  straniere  all'atto  della  introduzione  nel 
territorio  nazionale.  Assumono  forme  diversissime  :  hanno 
carattere  specialmente  fiscale  (come  per  esempio,  dove  non  se  ne 
produce,  il  dazio  sul  petrolio),  e  prevalentemente  economico 
(come  il  dazio  sul  grano,  nei  paesi  dove  si  vuol  proteggere  la 
produzione  nazionale  dalla  concorrenza  straniera).  I  dazi  di 
esportazione  colpiscono  le  merci  nazionali  al  momento  della 
loro  uscita  dal  paese.  Oramai  quasi  tutti  gli  stati  di  Europa  li 
hanno,  se  non  in  tutto,  in  grandissima  parte  aboliti,  mancando 
essi  di  ogni  base  razionale  e  costituendo  spesso,  se  non  sempre, 
un  grande  ostacolo  alla  esportazione  ;  però  in  alcuni  casi  sono 
non  solo  ammissibili,  ma  convenienti. 


CAP.    XXI.]  I   DAZI    DI    ESPORTAZIONE  573 

Anche  ì  dazi  di  transito,  che  prima  avevano  grande  impor- 
tanza, ora  non  ne  hanno  quasi  alcuna  e  sono  stati  aboliti  quasi 
dovunque.  Questi  dazi  venivano  percepiti  in  passato  in  larga 
misura.  Si  credeva  che  lo  Stato,  rendendo  sicuro  il  transito, 
avesse  diritto  ad  un'indennità.  Così  ancora  adesso  si  pratica  in 
molti  stati  dell'Africa  ;  dove  tutte  le  merci  che  passano  per  il 
territorio  sono  soggette  ad  imposta.  Ma  dopo  l'introduzione 
delle  ferrovie,  ridotte  le  distanze  notevolmente,  cresciuti  gli 
scambi,  dazi  di  transito  non  si  potevan  nemmeno  concepire. 
Cosi  che  oramai  questi  dazi,  che  ancora  al  principio  del  secolo 
decimonono  avevano  notevole  importanza,  sono  quasi  scom- 
parsi  dovunque. 

I.  /  dazi  di  esportazione. 

174.  In  ordine  storico  bisogna  riconoscere  che  i  dazi  di 
esportazione  vennero  prima,  quasi  generalmente,  ed  ebbero  in 
passato  importanza  assai  maggiore  dei  dazi  sulla  importazione. 
Si  credeva  che  bisognasse  far  pagare  agli  stranieri  i  prodotti  na- 
zionali a  prezzo  più  elevato  ;  si  temeva  che  la  richiesta  dal- 
l'estero dovesse  ridurre  notevolmente  la  produzione  intema 
sicché  non  bastasse  al  consumo  dei  cittadini  del  paese.  Le 
vecchie  teorie  annonarie  non  poco  contribuivano  a  questo 
credenza.  Sicché  si  voleva  con  alti  dazi  rendere  sopra  tutto 
difficile   l'uscita   delle   materie   prime. 

Oramai  che  lo  sviluppo  dei  mezzi  di  trasporto,  la  rapidità  delle 
comunicazioni  e  il  vertiginoso  accrescimento  degli  scambi 
hanno  determinato  bisogni  e  idee  assai  differenti,  quasi  tutti 
gli  stati  hanno  ridotto  i  dazi  di  esportazione  a  minima  impor- 
tanza, se  pure  non  li  hanno  completamente  aboliti. 

Infatti,  i  dazi  di  esportazione  devono  necessariamente  agire 
nel  senso  di  rendere  difficile  lo  sviluppo  della  industria  na- 
zionale, accrescendo  artificialmente  il  costo  di  produzione 
di  essa.  Per  esempio  :  si  supponga  che  il  vino  si  produca  in 
Italia  in  tali  condizioni  che  sia  possibile  e  conveniente  ai  pro- 
duttori venderlo  a  quindici  lire  l'ettolitro  e  che  un'altra  na- 
zione concorrente  non  possa  venderlo  se  non  a  venti  ;  quest'ul- 
tima è,  dato  il  regime  di  concorrenza,  in  condizioni  di.  vera 


574  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

e  pennanente  inferiorità.  Ma  se  a  sua  volta  l'Italia  mette  sulla 
esportazione  del  suo  vino  un  dazio  doganale  di  sei  lire  per 
ettolitro,  il  benefizio  che  veniva  da  un  costo  minore  è  del  tutto 
annullato  ;  anzi  vi  è  una  condizione  di  inferiorità.  Poiché  sul 
mercato  intemazionale  prevalgono  in  linea  generale  coloro 
che,  a  parità  di  condizione,  vendono  a  più  basso  prezzo,  i 
dazi  di  esportazione  non  sono  già  pagati,  come  si  credeva,  dai 
consumatori  stranieri  ;  ma  sono  pagati  quasi  sempre  dai  pro- 
duttori nazionali.  Oramai  bisogna  andare  ai  paesi  poco  pro- 
grediti dell'Asia  per  trovare  esempi  di  ' legislazione  doganale 
in  cui  i  dazi  di  esportazione  abbiano  importanza  nel  sistema  da- 
ziario. Però  vi  sono  alcuni  casi  in  cui  i  dazi  di  esportazione  pos- 
sono, come  abbiam  detto,  sembrare  assai  convenienti. 

I  dazi  di  esportazione,  rifiutati  dalla  teoria,  pareva  dovessero 
essere  destinati  a  scomparire.  Sono  ri  con.  parsi  di  recente  nella 
legislazione  di  molti  stati.  Vi  sono  dei  casi  in  cui  il  dazio  di 
esportazione  su  una  merce  può  essere  bene  giustificato  da  ra- 
gioni di  utilità  e  di  convenienza  pratica.  Quando  un  paese  goda 
un  monopolio  più  o  meno  relativo  della  produzione  di  una 
merce  (il  guano  del  Perù,  o  il  nitrato  del  Chili)  può,  entro  certi 
limiti,  imporre  dazi  di  esportazione,  purché  non  li  elevi  a  tal 
punto  che  non  convenga  agli  importatori  stranieri  evadere 
in  tutto  o  in  parte  il  dazio,  rinunziando  al  consumo  della  merce, 
o  almeno  limitandolo.  Dati  i  progressi  della  industria  moderna, 
le  sostituzioni  sono  generalmente  assai  più  facili  che  prima 
non  fossero  :  quindi  ogni  gravezza  nuova  può  avere  per  ef- 
fetto di  spingere  alla  ricerca  di  sostituzioni,  che  finiscono  con 
scemare  rapidamente  la  esportazione  della  merce  sottomessa 
al  dazio  di  uscita. 

In  alcuni  paesi  nuovi  di  grandissima  estensione,  dove  nessun 
catasto  é  possibile  perchè  occorrerebbe  una  spesa  di  miliardi, 
si  usa  qualche  volta  colpire  con  dazi  di  uscita  le  merci  pro- 
dotte :  così,  in  qualche  guisa,  il  dazio  doganale  si  sostituisce 
al  tributo  fondiario.  Dovè  la  produzione  è  fatta  estensivamente 
e  si  lavora  in  minima  parte  per  il  consumo  intemo  (coltiva- 
zione del  caffè  al  Brasile,  del  grano  in  Argentina,  ecc.)  dei 
miti- dazi  di  esportazione  .sembrano  pienamente  giustificati  e  si 


CAP.    XXI.]  I   DAZI   DI    ESPORTAZIONE  575 

percepiscono  utilmente  in  sostituzione  di  altre  imposte  che 
riescirebbero   assai   costose. 

I  dazi  di  esportazione  sono  dunque  in  certa  misura  conve- 
nienti solo  quando  si  tratti  di  monopoli  naturali  relativi  o 
alnleno  di  monopoli  virtuali  ;  o  quando  devono  sostituire 
imposte  fondiarie  di  diffìcile  applicazione.  L'aumento  artifi- 
ciale del  prezzo  però  bisogna  che  non  sia  tale  da  restringere  la 
quantità  della  domanda.  Se  il  dazio  non  restringe  la  domanda, 
allora  cade  veramente  sui  compratori  stranieri  :  ma  se  la  espor- 
tazione diminuisce  e  i  produttori  nazionali  sono  costretti  a  ri- 
bassare il  prezzo  della  merce,  allora  l'onere  del  dazio  è  in  mi- 
sura proporzionale  sopportato  dagli  esportatori  nazionali. 
Qualche  volta  i  dazi  di  esportazione  possono  essere  introdotti 
come  mezzo  per  fissare  un  accordo  intemazionale  relativamente 
al  prezzo  di  alcune  merci.  In  questo  senso,  anche  in  avvenire, 
potranno  avere  un'azione  larga  ;  benché  la  determinazione 
a  questo  scopo  non  sia  punto  facile. 

Per  lungo  tempo  si  è  discusso  sulla  convenienza  da  parte  del- 
l'Inghilterra di  mettere  dei  dazi  di  esportazione  sul  carbon 
fossile.  Questo  dazio  pareva  doppiamente  vantaggioso  :  prima 
di  tutto  perchè  l'Inghilterra  non  avea  a  temere  la  concorrenza 
dei  paesi  stranieri,  fino  a  tempo  fa  scarsamente  produttori  : 
e  poi  perchè  si  credeva  che  fosse  una  specie  di  premio  dato  ai 
fabbricanti    inglesi  *. 


*  Nel  1857  infatti,  la  produzione  del  carbone  nel  mondo  era  secondo 
Carnali,  di  125  milioni  di  tonnellate  :  e  Tlnghilterra  ne  dava  65,  più  della 
metà.  Nel  1872,  secondo  il  rapporto  M.  L.  Gruner  all'esposizione  di  Vienna 
la, produzione  del  mondo  era  di  259  milioni  di  tonnellate  e  l'Inghilterra 
dava  ancora  poco  meno  della  metà,  cioè  125  milioni.  Ma,  dopo,  il  rapporto 
si  è  venuto  a  spostare.  Ora  gli  Stati  Uniti  di  America  contendono  il  pri- 
mato alla  Gran  Brettagna,  e  nel  1897  già  l'Inghilterra  per  una  produzione 
totale  di  30  milioni  di  tonnellate  non  contribuiva  che  con  205,  cioè  con 
m.eno  di  un  terzo  :  attualmente  la  produzione  degli  Stati  Uniti  è  di  gran 
lunga  superiore  a  quella  dell'Inghilterra.  Su  tutti  i  calcoh  relativi  alla  pro- 
duzione del  carbone  efr.  N  i  1 1  i  :  Le  forze  idrauliche  dell'Italia,  cap.  IV; 
Lozè:  Les  charbons  britanniques,  Paris,  1900;  ecc.  In  queste  due  opere 
vi  è  larga  bibliografia   sull'argomento. 

Secondo  un  rapporto  pubblicato  dalla  Società  delle  nazioni  in  dicembre 
1921  la  situazione  si  è  spostata  notevolmente  negli  ultimi  anni.  Nel  1890 


576  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Pure  l'Inghilterra,  non  ostante  che  non  abbia  la  situazione 
incontrastata  che  avea  prima,  ha  adottato,  per  alcuni  anni, 
il  dazio  di  esportazione  sul  carbone.  Per  quali  ragioni  ?  Nella 
seduta  della  Camera  dei  Comuni  del  i8  aprile  190T  sir  Michael 
Hichs  Beach,  cancelliere  dello  scacchiere,  le  spiegò  con  molta 
chiarezza.  «  Il  dazio  di  esportazione  non  può  essere  pagato  che 
da  quegli  introduttori  stranieri  per  cui  non  è  conveniente 
provvedersi  altrove.  Ma,  se  anche  la  esportazione  del  carbone 
fosse  limitata  dal  dazio,  nessun  male  vi  sarebbe.  La  limitazione 
non  può  dipendere  che  da  due  cause.  O  si  estrarrebbe  altrettanto 
carbone  e  si  venderebbe  a  più  buon  prezzo  ai  consumatori 
inglesi  :  o  pure  la  produzione  diminuirebbe  e  il  carbone  sarebbe 
conservato  per  il  consumo  futuro.  Anche  una  diminuzione 
nella  esportazione,  egli  aggiungeva,  non  è  un  male  senza  com- 
penso ».  Nella  esposizione  del  15  aprile  1902  lo  stesso  cancel- 
liere dello  scacchiere  ha  particolarmente  insistito  sui  buoni 
risultati  prodotti  dalla  imposta,  che  ha  reso  1,314,000  ster- 
line :  nel  1905-1906  ha  reso  2,516,612  sterline.  Nel  1906,  col 


la  Gran  Brettagna  superava  ancora  tutti  gli  altri  stati,  su  una  produzione 
mondiale  di  512  milioni  di  tonnellate  (di  cui  40  di  lignite)  la  Gran  Bret- 
tagna produceva  184,5  milioni,  gli  Stati  Uniti  di  America  143,1,  la  Ger- 
mania 70,2  (e  19,1  di  lignite),  l'Austria  8,9  (e  15,3  di  lignite)  la  Francia 
26,1  fra  carbone  e  lignite,  il  Belgio  20.4.  La  produzione  asiatica  era  insi- 
gnificante. Nel  191 3,  nell'anno  che  precedette  la  guerra,  la  situazione  era 
cambiata  :  in  una  produzione  totale  di  1342  milioni  di  tonnellate  di  cui 
125  di  lignite,  gli  Stati  Uniti  di  America  producevano  517  milioni,  la  Gran 
Brettagna  292,1,  la  Germania  190,1  e  87,2  di  lignite,  l'Austria  16,5  e  27,4 
di  lignite,  la  Francia  40,8  fra  carbone  e  lignite,  il  Belgio  33,8,  il  Giappone 
22,8,  le  Indie  inglesi  21,4.  Dopo  la  Francia  ha  fatto  di  tutto  per  togliere 
alla  Germania  il  carbone  con  tutti  gli  espedienti  del  trattato  di  Versailles 
e  più  ancora  con  l'arbitraria  applicazione,  nella  speranza  di  realizzare  il 
monopolio  continentale  del  carbone  e  del  ferro,  che  vorrebbe  dire  anche 
la  egemonia  militare.  Contro  lo  stesso  Trattato  di  Versailles  e  contro  il 
plebiscito  i  territori  minerari  dell'Alta  Slesia  sono  stati  attribuiti  in  gran 
parte  alla  Polonia  e  le  miniere  del  territorio  tedesco  della  Saar  cedute  a 
perpetuità  alla  Francia.  Nel  1920  in  una  produzione  mondiale  di  circa 
1.300  tonnellate,  poco  meno  della  metà  è  stata  prodotta  dagli  Stati  Uniti 
di  America,  586  milioni  e  poi  232  dalla  Gran  Brettagna,  21 1.3  dalla  Ger- 
mania 22  dalla  Francia  ,  33  dal  Giappone,  18  dall'India  inglese  17  dal 
Canada,  ecc.  ecc. 


GAP.    XXI.]  I    DAZI    DI   ESPORTAZIONE  577 

Finance  A  et  di  quell'anno,  l'Inghilterra  ha  abolito  il  dazio  di 
esportazione  sul  carbone. 

Vi  sono  del  resto  altri  Stati  di  Europa,  oltre  l'Italia,  che  non 
hanno  del  tutto  abbandonati  i  dazi  di  esportazione.  Nove  paesi 
colpiscono  gli  stracci  all'uscita.  La  Svizzera  ha  diritti  di  espor- 
tazione sui  rottami  di  ferro,  sulle  ossa,  sui  cuoi  e  sulle  pelli 
non  conciate  ;  la  Spagna  ne  ha  sui  sugheri,  sulle  ossa,  sulla 
galena,  sul  piombo  argentifero,  sui  minerali  di  ferro,  sul  ra- 
me, ecc.  Dazi  di  esportazione  sono  ancora  in  molte  colonie, 
specie  nelle  colonie  francesi.  In  qualche  colonia,  vi  sono  dazi 
di  esportazione  differenziali  per  le  merci  che  non  siano  dirette 
verso  la  nazione  sovrana,  come  nell'Indo-Cina  (riso,  seta,  can- 
nella) e  nella  Somalia  (animali  vivi,  pelli,  caffè,  avorio).  In 
quasi  tutte  le  colonie  francesi  vi  sono  dazi  di  esportazione  non 
differenziali  (^ul  riso,  sul  cautchpuc,  sull'avorio,  sui  bovini,  sullo 
zucchero,  sul  rhum,  sul  cafè,  sul  cacao,  sull'oro  ecc.),  che 
hanno  scopo  fiscale  e  sostituiscono  in  molti  casi  l'imposta  fon- 
diaria. 

NOTA 

In  Italia  1  dazi  di  uscita,  nei  primi  anni  dopo  la  formazione  del  nuovo 
regno,  (vigente  la  tariffa  piemontese  9  luglio  1859)  erano  numerosi  :  riguar- 
davano oli  di  ogni  sorta,  carbone  e  legna,  armi,  ecc.;  si  aggiunse  dopo  lo 
zolfo  e  il  14  luglio  1866  ne  vennero  introdotti  moltissimi  altri.  Al  principio 
del  1866,  essendovi  un  disavanzo  di  211  milioni,  non  si  badò  al  modo  come 
si  raccoglievano  i  fondi  :  bisognava  raccoglierne  a  ogni  costo.  E  allora 
con  decreto  13  luglio  1866  vennero  introdotti  dazi  di  uscita  numerosissimi  : 
un  pò  su  tutto,  sul  vino,  sulle  carni,  sul  sale,  sulle  frutta,  sul  formaggio, 
sulle  ova,  sulla  lana,  sul  marmo,  sulle  pelli  e  perfino  sul  ferro.  Ridotti  in 
seguito  di  numero,  i  dazi  di  esportazione  si  basarono  prevalentemente 
sullo  zolfo  e  sui  cascami  di  seta.  I  dazi  di  esportazione  colpivano  in  Italia, 
in  passato,  l'uscita  dal  regno  della  seta  e  degli  zolfi,' e  rendevano"  ancora, 
nel  1889-90,  oltre  sei  milioni  all'anno.  Ora  la  loro  importanza  è  minima  : 
davano  in  tutto  700,000  lire,  nel  1911-12,  da  circa  5  che  erano  nel  1895-961 
Questa  discesa  si  deve  sopra  tutto  alla  riforma  del  dazio  di  uscita  sugli 
zolfi,  avvenuta  il  i  ottobre  1896  con  la  sostituzione  di  una  tassa  speciale 
sugli  zolfi  di  Sicilia,  che  compensa,  sia  pure  in  minima  parte,  la  perdita 
dello  Stato  nei  dazi  di  esportazione.  La  tariffa  doganale  italiana  dei  24 
novembre  1895  contava  solo  18  voci  soggette  a  dazi  di  uscita  (materie 
prime  o  prodotti  natiurali).  Colpiva  all'uscita  :  stracci,  cascami  di  seta, 
il  sale,  alcuni  altri  minerali  ecc. 


^7^  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

//.  /  dazi  di  importazione  :  dazi  fiscali  e  dazi  economici. 

175.  I  dazi  di  esportazione  possono  dunque  solo  in  casi 
speciali  essere  ammessi  :  invece  nessun  autore  nega  che  vi 
devano  essere  sempre  dazi  di  importazione.  È  la  forma  più  sem- 
plice, più  comoda  e  quasi  sempre  più  remunerativa  delle  impo- 
ste indirette.  Non  si  può  fame  a  meno  da  nessun  paese.  Ma  non 
è  di  ciò  che  si  discute  ;  ma  soltanto  se  i  dazi  di  dogana  devano  o 
non  avere  altro  carattere  fuori  quello  fiscale.  Le  vecchie  di- 
spute sulla  libertà  degli  scambi  e  sul  protezionismo  sono  sempre 
ardenti,  né  sarà  il  caso  di  accennarvi  ora. 

I  dazi  doganali  di  importazione  possono  essere  di  due  specie  : 
a)  dazi  fiscali  ;  h)  dazi  economici  (protettori,  compensatori  ecc.). 
I  dazi  fiscali  non  hanno  altro  scopo  fuori  che  quello  di  assicurare 
un'entrata  allo  Stato  :  sono  fiscali  così  quando  colpiscono  derrate 
le  quali  non  si  producono  all'interno  del  paese,  come  quando 
colpiscono  derrate  le  quali,  pur  essendo  prodotte,  non  vengono 
mediante  il  dazio  sottratte  in  uno  o  in  parte  agli  effetti  della 
concorrenza.  I  dazi  economici  sono  in  certa  guisa  il  contrario  dei 
precedenti.  Mentre  quando  non  si  tien  conto  che  del  provento 
fiscale  si  vede  con  grande  soddisfazione  aumentare  le  importa- 
zioni ;  in  un  regime  protettore  i  dazi  raggiungono  il  loro  scopo 
quando  scemano  o  riducono  la  importazione.  Ora  i  dazi  econo- 
mici, determinati  dal  desiderio  di  proteggere  determinate  indu- 
strie nazionali  contro  la  concorrenza  estera,  o  pure  di  riparare  a 
svantaggi  in  cui  le  industrie  nazionali  si  trovino,  raggiungono 
appunto  il  loro  scopo  quando  impediscono  o  riducono  l'en- 
trata delle  merci  straniere  e  quindi  assicurano  proventi  doga- 
nali minori.  Vi  sono  dazi  esclusivamente  o  prevalentemente 
fiscali  in  Inghilterra,  in  Svizzera,  in  Olanda,  in  Belgio,  in  qual- 
cuno fra  i  paesi  scandinavi  ;  in  alcuni  fra  i  paesi  nuovi  dalle 
industrie  semplici  ;  dovunque  prevalgono  dazi  economici,  non 
ostante  che  molti  economisti  ritengano  tali  forme  dannose  e 
considerino  nelle  dogane  ogni  altro  scopo  fuori  quello  fiscale 
inammissibile. 

È  fuori  di  dubbio  che  in  pura  teoria  niente  è  più  assurdo  del 
protezionismo,  cioè  dei  dazi  economici.  Chiunque  conosca  anche 
sommariamente  il  meccanismo  degli  scambi  intemazionali,  sa. 


GAP.    XXI.]  PROTEZIONE    E    LIBERO    SCAMBIO  579 

come  le  teorie  protezioniste  non  abbiano  base  da  un  punto  di 
vista  essenzialmente  teorico.  È  chiaro  infatti,  che  solo  in  un  re- 
gime di  libera  concorrenza  assoluta  si  possano  raggiungere  in- 
sieme il  massimo  di  produzione  e  il  più  basso  prezzo  per  i 
consumatori  -/ò.  chiaro  anche  che  non  si  possono  negare  tutti 
i  danni  che  la  protezione  produce.  Da  Mill  e  Ferrara  fino  a 
Fawcet,  Bastable  *  ecc.,  centinaia  di  scrittori  hanno  scritto 
nell'ultimo  mezzo  secolo  pagine  eloquenti  contro  i  danni  del 
protezionismo.  E  non  ostante  queste  pagine,  tutto  il  mondo 
moderno,  o  almeno  la  più  gran  parte,  segue  una  via  diversa. 
È  che  se  le  teorie  sulla  libertà  commerciale  sono  inoppugnabih, 
non  è  micno  vero  che  i  vantaggi  della  libertà  non  si  verificano 
senza  la  reciprocità  ;  non  è  meno  vero  che  ciascun  paese  tende 
ora  a  regolare  la  sua  produzione  intema  in  modo  da  evitare 
nella  maggior  misura  del  possibile  la  crisi  :  è  che,  si  sono  veri- 
ficate condizioni  le  quali  non  esistevano  cinquanta  anni  or  sono 
e  per  cui  la  regolamentazione  si  sostituisce  in  grande  numero 
di  industrie  alla  lotta,  E  tipico  il  fatto  dei  trusts,  per  cui  si  è 
visto,  con  e  senza  tariffe  doganali  di  protezione,  grandi  indu- 
striali monopolizzare  la  vendita  di  alcune  derrate. 

Adamo  Smith  ha  detto  :  «  Un  commercio  che  si  fa  natural- 
mente regolarmente  fra  due  piazze,  senza  mezzi  di  costrizione, 
è  un  commercio  sen.pre  vantaggioso  a  tutte  e  due,  benché  non 
sia  sempre  egualmente  vantaggioso  all'una  e  all'altra  ».  Ciò 
è  senza  dubbio  vero  ;  e  anche  nella  realtà  i  prodotti  si  scam- 
biano contro  i  prodotti  :  se  non  si  pareggiano  importazioni  ed 
esportazioni  bisogna  sempre  che  nel  suo  complesso  il  conto 
verso  l'estero  si  pareggi.  Mediante  gli  scambi  intemazionali 
ciascun  popolo  è  messo  nelle  condizioni  di  avere,  con  gli  stessi 
mezzi  e  con  le  stesse  forze,  maggiore  quantità  e  migliore  qua- 
lità di  prodotti  :  donde  risulta  che  i  dazi  di  protezione  o  eco- 
nomici sono  spesso  di  danno  alla  ricchezza  nazionale,  in  quanto 

*  Fra  i  moltissimi  scritti  cfr.  I.  S.  M il  1  :  On  the  laws  of  exchange  betwen 
nations  in  Essays,  2.  ed.,  London,  1874  ;  F  a  w  e  e  1 1  :  Essays  and  lectures, 
London,  1872;  Bastable:  The  theory  of  international  trade,  2  ediz. 
Dublin  1897;  Luigi  Fontana-Russo:  /  trattati  di  commercio 
e  V  economia  Nazionale,  Roma  1902  ;  Fontana-Russo:  Tra  ttato 
di  Politica  commerciale,  Milano,  1907. 


580  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

impediscono  che  le  transazioni  si  svolgano  nella  forma  più 
semplice  e  vantaggiosa,  ostacolano  gli  scambi,  riducono  i  con- 
sumi ;  sopra  tutto,  o  limitando  la  concorrenza,  o  sopprimen- 
dola, fanno  prevalere  nella  industria  lo  spirito  di  routine,  o  di 
monopolio,  con  danno  evidente  della  grande  classe  dei  consu- 
matori. Tutte  le  volte  dunque  che  si  può,  è  bene  evitare  con 
ogni  sforzo  i  dazi  di  dogana  con  carattere  economico  e  pro- 
tettivo *. 

Ma  la  questione  va  esaminata  sotto  altri  punti  di  vista  :  e  non 
soltanto  sotto  quello  strettamente  economico  e  di  una  economia 
generale  dei  popoli.  Prima  di  tutto  vi  è  una  differenza  notevole 
fra  i  grandi  e  i  piccoli  paesi  :  questi  ultimi  sono  per  necessità 
libero  scambisti  :  essi  non  possono  avere  una  grande  varietà  di 
produzione,  e  un  protezionismo  assai  rigido  sarebbe  la  rovina 
economica.  Questo  è  il  caso  dell'Olanda.  Da  un  punto  di  vista 
storico  bisogna  notare  che  i  ragionamenti  che  si  facevano  al 
tempo  di  Smith  non  hanno  che  una  limitata  importanza  ora. 
L'Europa  al  principio  del  secolo  XIX  avea  la  metà  di  abitanti 
che  alla  fine  :  ora,  quando  si  tratti  di  paesi  come  la  Germania 
con  65  milioni  di  abitanti,  come  la  Russia,  che  in  Europa  (senza 
la  Finlandia)  e  in  Asia  ha  160  milioni  di  abitanti,  qualunque 
forma  di  protezionismo  ha  un  valore  assai  limitato.  Cosi  gli 
Stati  Uniti  di  America,  che  hanno  una  estensione  più  che  dicias- 
sette volte  superiore  a  quella  della  Germania  e  una  popolazione 
di  92  milioni  di  uomini,  anche  in  un  regime  di  protezionismo 
hanno  i  vantaggi  di  una  concorrenza  larghissima.  Un'industria 


*  A.  Smith:  Wealth  of  Nations,  IV,  3.  Pareto  scrive  giustamente, 
«  Chi  propugna  il  libero  cambio,  unicamente  pei  suoi  effetti  economici: 
non  fa  già  una  teoria  errata  del  commercio  internazionale  ;  ma  fa  un'ap- 
phcazione  errata  di  un  principio  intrinsecamente  vero  ;  e  il  suo  errore  sta 
nel  trascurare  altri  effetti  poUtici  e  sociaH,  i  quali  formano  oggetto  di 
altre  teorie  :  Manuale  di  Economia  Politica,  Milano  ,  1906  ,  pag.  17  e 
più  oltre  a  pagina  478  :  «  In  un  paese  agricolo  la  protezione  industriale 
in  un  paese  industriale  n  libero  cambio  hanno  ugualmente  per  ettetto  di 
far  crescere  l'industria,  e  quindi  quegli  opposti  provvedimenti  possono 
avere,  perchè  usati  in  diversi  paesi,  simili  effetti  ;  i  qxiali  sono  specialmente 
di  dare  od  accrescere  potere  alla  classe  operaia  ed  alla  democrazia  nonché 
al  socialismo.  La  protezione  in  Russia  ha  taU  effetti,  come  il  libero  cambio 
in    Inghilterra  ». 


CAP.    XXI.]  LA    PROTEZIONE    DOGANALE  581 

protetta  da  dazi  è  per  lo  più  inferiore  a  una  industria  straniera, 
perchè  non  ha  lo  stimolo  della  concorrenza  :  ma  in  un  grande 
mercato  la  concorrenza  intema  è  già  assai  forte  perchè  sia 
facile  avere  una  situazione  di  monopolio. 

Ma  non  si  può  negare  che  le  cose  devano  essere  considerate 
da  un  punto  di  vista  non  soltanto  universale,  ma  anche  partico- 
lare, cioè  secondo  i  bisogni  di  ciascun  gruppo  sociale.  Ora  cia- 
scun gruppo  sociale  può  avere  interesse  a  mantenere  alcune  in- 
dustrie, a  svilupparne  altre,  a  impedire  dislocamenti  pericolosi 
nella  popolazione,  a  evitare  crisi  che  avrebbero  risultati  dan- 
nosi *. 

In  quale  caso  si  può  ammettere  un  sistema  di  protezione  do- 
ganale ?  Vi  sono  alcuni  casi  in  cui  la  libertà  doganale  potrebbe 
sembrare  dannosa  :  altri  in  cui  ritarderebbe  ogni  sviluppo  di 
industrie  e  di  ricchezze.  È  innegabile  che  ogni  industria  non 
possa  formarsi,  se  non  in  condizioni  di  convenienza  economica. 
Ora,  ammessa  la  concorrenza,  i  paesi  che  non  hanno  industrie 
manifatturiere,  possono  assai  difficilmente  formarle,  quando 
devono  lottare  con  nazioni  già  progredite  e  fortemente  orga- 
nizzate e  dove  le  grandi  industrie  hanno  già  ammortizzato  i 
loro  capitali  t.  Senza  dubbio  l'Inghilterra  ha  raggiunto  il  più 
alto  grado  di  prosperità  industriale  senza  aver  mai  avuto  da  un 
secolo  a  questa  parte  tariffe  protettive  della  industria.  Ma  la 

*  Cfr.  I  s  s  a  j  e  w  in  R.  d.  E.  P.  gennaio  1895  e  W  a  1  r  a  s  nella  stessa 
rivista  luglio  1897;  C.  Supino  :  Principi  di  economia  politica,  III  ediz. 
1908.  Libro  II  cap.   XVI. 

t  Malthus  nel  Saggio  sulla  popolazione,  capitolo  XII  del  libro  III, 
ha  meglio  e  più  profondamente  di  ogni  altro  economista  inteso  la  necessità 
di  una  poUtica  doganale  che  tenga  conto  della  situazione  speciale  di  ciascun 
paese.  Cfr.  B.Schuller:  Les  économistes  classtques,  Paris,  1896,  pag.  u6. 

Pareto  scrive  giustamente  :  «  Posto  in  modo  generale  il  problema 
[se  giovi  megUo  il  libero  cambio  o  la  protezione]  è  insolubile  perchè  manca 
di  significato  preciso  »,  pag.  480  ; 

più  oltre  dice  :  «  Un  provvedimento  protezionista  procaccia  grossi  gua- 
dagni a  pochi  individui  e  procaccia  a  moltissimi  consumatori  un  Meve  danno 
per  ciascuno.  Tale  circostanza  è  favorevole  per  recare  in  pratica  U  divisato 
provvedimento  protezionista  »,  pag.   484  : 

e  infine  :  «  È  errato  citare  la  prosperità  degli  Stati  Uniti  come  prova 
della  utihtà  della  protezione,  oppure  la  prosperità  dell'Inghilterra  come 
prova  della  utUità  del  libero  cambio  ».  Pareto,  pag.  486. 

Nitti.  38 


582  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

protezione  era  nel  fatto  stes=;o  che  Flnghilterra  aveva  condi- 
zioni di  sviluppo  quali  né  prima  né  poi  nessun  paese  ha  avuto 
mai.  Avea  rete  navigabile  di  fiumi  e  canali  ;  avea  già  impero 
coloniale  ;  avea  sotto  la  terra,  più  redditizio  che  il  regno  delle 
Indie,  il  paese  meraviglioso,  le  Indie  nere  del  carbone  ;  avea 
la  ricchezza  mirabile  del  ferro.  L'Inghilterra  infine,  al  prin- 
cipio del  secolo  e  fino  al  1860,  ha  avuto  quasi  un  monopolio 
industriale.  Gli  Stati  tedeschi  e  l'Austria  aveano  importanza 
economica   scarsa   ed   erano   prevalentemente   paesi    agricoli  ; 
l'Italia,  economicamente,  come  politicamente,  era  una  quan- 
tità trascurabile  ;   la  Russia   quasi  non   era  ancor  penetrata 
nella  civiltà  occidentale  ;  la  Spagna,  già  in  decadenza,  avea 
industrie  poche  e  scarse.  Solo  in  Francia  vi  era  già  una  pro- 
duzione industriale  degna  di  nota.  Gli  Stati  Uniti  di  America, 
che  ora  sono  il  più  grande  mercato  del  mondo,  e  che  da  qual- 
che anno  si  può  dire  che  siano  all'avanguardia  del  progresso 
industriale,    e  minacciano   con   la  loro   concorrenza  non   solo 
agricola  ma  di  manufatti,  anche  i  paesi  più  progrediti,  non 
faceano  che  esportare  materie  prime  e  importare  i  prodotti 
della  industria  inglese  e  francese.  Coloro  dunque  che  sono  ve- 
nuti prima,  coloro  che  prima  hanno  saputo  utilizzare  il  vapore 
e  hanno  disposto  di  immense  forze  naturali  giacenti,  hanno 
avuta  daUa  natura  o  dalla  storia  un  monopolio.  Ma  tutti  gli 
altri    paesi    non   avrebbero   potuto   formare   le   loro   industrie 
senza  passare  per  una  fase  di  protezionismo.  Venuti  assai  più 
tardi  e  dovendo  lottare  con  avversari  già  formidabili,  il  vento 
della   concorrenza   avrebbe   distrutto   la  pianticella   nascente, 
se  da  principio  la  protezione  non  avesse  agito  come  un  riparo. 
Così,  prima  o  dopo,  la  Germania,  l'Austria,  la  Russia,  gli  Stati 
Uniti,  l'Italia  sono  divenuti  paesi  industriali,  dopo  aver  in- 
trodotte  tariffe  protezioniste.   Tranne  il   caso  di  piccole  na- 
zioni, non  esiste  negli  ultimi  trenta  anni  paese  di  Europa  0  di 
America  che  abbia  formato  la  grande  industria  senza  esser  prima 
passato  per  una  fase  di  protezionismo  doganale. 

Mill  non  ha  esitato  a  riconoscere  che  un'industria,  la  quale 
in  principio  non  è  lucrativa,  possa  diventare  in  seguito  molto 
rimuneratrice.  Ora  questo  fatto  può  bene  accadere  di  molte 
industrie  insieme  e  determinare  una  tariffa  doganale  di  prote- 


CAP.    XXI.]  LA    PROTEZIONE    DOGANALE  583 

zione.  È  questione  solo  di  convenienza  :  di  vedere  cioè  se  la 
perdita  che  la  protezione  arreca  sia  compensata  in  avvenire 
dai  vantaggi  della  nuova  o  delle  nuove  industrie.  D'altra  parte, 
nessun  paese  può  rassegnarsi  a  forme  di  produzione  semplici 
o  unitarie  :  e  la  formazione  di  tutte  le  grandi  industrie  mani- 
fatturiere non  è  avvenuta  e  non  avviene  se  non  passando  per 
una  fase  iniziale  di  protezionismo. 

Ciascuna  nazione  ha  forze  produttive  da  svuuppare,  interessi 
da  difendere,  tradizioni  da  mantenere  :  le  ragioni  di  scambio  non 
sono  le  sole  importanti,  né  spesso  le  più  importanti. 

Noi  crediamo  dunque  che,  dal  punto  di  vista  della  pura 
logica,  ammesso  che  le  nazioni  scambino  fra  di  loro,  è  solo  un 
regime  di  libero  scambio  che  possa  produrre  i  maggiori  vantaggi, 
come  quello  che  acutizza  tutte  le  attività  e  fa  che  la  produ- 
zione si  svolga  nel  modo  meno  costoso.  Ma,  dal  punto  di 
vista  della  politica  economica,  non  si  possono  formulare 
regole  molto  rigide.  Vi  sono  alcuni  casi  in  cui  la  protezione 
doganale  può  riescire  vantaggiosa  ed  essere  base  di  trasfor- 
mazioni industriali.  Solo  né  meno  in  questo  caso  bisogna 
mai  ammettere  che,  almeno  inizialmente,  la  protezione  non 
sia  una  perdita.  Non  é  dal  punto  di  vista  della  pura  logica 
che  si  può  discutere  il  problema  della  popolazione  e  quello 
della  produzione  più  conveniente  :  l'elemento  demografico, 
per  esempio,  ha  in  materia  economica  una  importanza  gran- 
dissima. Quando  del  resto  alcuni  movimenti  non  si  limitano 
più  a  un  paese,  ma  assumono  carattere  di  generalità,  allora 
non  possono  avere  più  nulla  di  arbitrario.  Ora,  in  quasi  tutti 
i  paesi  del  mondo  civile  vi  è  una  tendenza  a  equilibrare  la 
produzione  al  consumo  e  a  regolare  gli  scambi  in  vista  del 
maggiore  sviluppo  della  produzione  nazionale.  Da  trent'anni 
a  questa  parte  ,  anzi  ,  questo  movimento  si  accentua  sem- 
pre più. 

Vi  sono  casi  non  pochi  in  cui  il  libero  scambio  può  riescire 
daimoso  allo  sviluppo  di  una  nazione  :  impoverirla  delle  sue 
risorse,  impedirle  ogni  futuro  sviluppo.  I  prodotti  si  scambiano 
con  i  prodotti  :  ma  anche  una  nazione  può  acquistarli  all'estero, 
con  danaro,  o  alienando  i  propri  capitali.  Il  danaro  finisce  pre- 


584  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

sto  :  ma  un  popolo  può  alienare  il  suo  capitale  o  ridursi  a  vi- 
vere, come  un  uomo  prodigo,  del  suo  lavoro. 

È  un  caso  anche  questo  non  raro  :  nessuna  nazione  si  cede 
in  massa,  ma  molti  particolari  alienano  i  loro  beni  a  stranieri. 
Da  prima  si  dà  ciò  che  è  più  facile  :  il  debito  pubblico,  le  fer- 
rovie, le  azioni  di  società  commerciali,  poi  si  giunge  fino  alla 
terra. 

Vi  sono  poi  non  pochi  casi  in  cui  una  produzione  può  essere 
anche  antieconomica,  ma  non  si  può  rinunziare  ad  essa  senza 
rovina.  Le  nazioni  sono  prima  di  tutto  grandi  unità  territoriali, 
che  traggono  la  forza  viva  dalla  popolazione  delle  campagne  : 
sono  queste  ultime  i  serbatoi  della  energia  nazionale.  Se  anche 
un  popolo  potesse  essere  soltanto  industriale  e  non  avere  che 
grandi  città,  il  più  grande  vantaggio  economico  non  sarebbe 
compensato  dalla  perdita  sociale.  D'altra  parte  nessun  popolo 
moderno  può  essere  soltanto  agricolo,  rinunziando  alla  forma- 
zione di  grandi  centri  di  cultura  e  di  civiltà.  Tutti  i  grandi 
stati  moderni  devono  essere,  nello  stesso  tempo,  per  supremo 
principio  di  convenienza  e  di  sviluppo,  agricoli  e  industriali  *. 

Ora  l'agricoltura  è  costosa  nei  paesi  vecchi  che  devono 
lottare  con  immensi  territori  nuovi,  dove  si  sfrutta  la  fertilità 
naturale  del  suolo.  Il  caso  dell'Inghilterra  è  veramente  tipico. 

*  Sono  noti  i  risultati  della  grande  inchiesta  agraria,  compiuta  in  In- 
ghilterra dal  1893  al  1897  e  le  cm  conclusioni  si  trovano  raccolte  in  un 
Final  Report  e  in  tre  grossi  volumi  di  Minutes  of  evidence.  (Un  riassvmto 
accurato  si  tro\-a  in  K  o  e  n  i  g  :  Die  Lage  der  Englischen  Landwirtschaft 
unter  dem  Drucke  der  internationalem  Konkurrenz  der  Gegenwart,  ecc.  Iena, 
1899).  La  depressione  dell'agricoltura  inglese,  non  ostante  i  mezzi  tecnici  più 
progrediti  e  l'abbondanza  di  capitali,  risulta  enorme.  Interessantissima  è 
l'opera  di  H.  Rider  Haggard:  Rural  England.  New  edition,  New 
York  1906  ;  nella  quale  è  magistralmente  studiata  la  depressione  dell'  agri- 
coltura inglese.  In  un  punto  Haggard  dice:  «L'agricoltura  inglese 
è  moribonda.  Parecchi  punti  dell'Inghilterra  agricola  sono  deserti  quando 
un  veldt  africano.  Il  contadino  è  oramai  fatto  segno  al  disprezzo  popolare 
anche  le  ragazze  della  sua  classe  lo  disdegnano,  e  ciò  è  terribile  perchè 
egli  è  fatalmente  indotto  a  fuggire  dal  suo  ambiente.  Ninno  tornerà  più 
alla  terra,  neanche  i  morti  di  fame  della  città.  In  molte  contee  la  proprietà 
della  terra  è  divenuta  un  puro  lusso  dei  ricchi,  un  trastullo  costoso ,  il  mozzo 
di  offrirsi  degH  sports.  Impossibile  immaginare  uno  stato  di  cose  più  mal- 
sano ». 


CAP.    XXI.]  LA    PROTEZIONE    DOGANALE  585 

Essa  è  stata  finora  il  solo  grande  paese  che,  per  le  ragioni  già 
dette,  ha  resistito  alla  corrente  protezionista  :  e  pure  la  sua 
agricoltura,  giunta  a  una  grande  perfezione  tecnica,  decade  ora 
rapidamente.  La  condizione  dei  lavoratori  delle  campagne  in 
Inghilterra  peggiora  ogni  giorno  ;  il  reddito  annuo  della  terra 
sottomessa  aR'income  tax  diminuisce,  molti  terreni  sono  colti- 
vati a  perdita.  È  che  i  paesi  nuovi  sfruttano  la  fertilità  della 
terra  con  una  cultura  estensiva  che  non  è  possibile  dove  vi 
sono  più  di  70  od  80  abitanti  per  chilometro  quadrato  :  tanto 
meno  è  possibile  dove  ve  ne  sono  121  come  in  Italia  e  156 
come  nella  Gran  Brettagna.  La  cultura  del  grano,  certo,  in  re- 
gime di  concorrenza  non  è  possibile  in  gran  parte  dell'Europa 
occidentale  :  ma  si  può  sostituire  utilmente  ?  Tranne  dunque 
l'Inghilterra  dove  esiste  una  situazione  speciale,  tutti  i  grandi 
paesi  di  Europa  difendono  con  dazi  quelle  culture  cui  non  sa- 
prebbero rinunziare  senza  danno.  D'altra  parte,  i  paesi  sorti 
più  tardi,  tutte  le  volte  che  la  industria  manifatturiera  è  pos- 
sibile, non  riescono  ad  ottenere  uno  sviluppo  notevole  se  non 
rinunziando,  almeno  in  una  prima  fase,  alla  libertà  commerciale. 
Oramai  allo  stato  attuale  della  conoscenza,  con  lo  sviluppo 
della  statistica  e  i  numerosi  mezzi  di  rivelazione  che  si  possie- 
dono, ciascun  paese  sa  ciò  che  produce  ;  sa  anche,  sia  pure 
molto  imperfettamente,  ciò  che  consuma.  Ora  ciascuno  tende  a 
equilibrare  la  produzione  e  il  consumo.  Per  vedere  quali  van- 
taggi risultino  dalle  importazioni  all'estero  si  può  tener  conto 
di  ciò  che  si  dà  in  cambio  :  ciò  che  una  nazione  produce  in  più 
o  in  meno  in  conseguenza  della  importazione.  Quando  una 
merce  straniera  è  in  concorrenza  con  le  merci  prodotte  al- 
l'interno, bisogna  nell'ordinamento  doganale  tener  presente 
l'effetto  che  la  importazione  produèe  sul  consumo  e  sulla  pro- 
duzione :  bisogna  indagare  se  la  fine  o  la  riduzione  di  quelle 
industrie  nazionali  che  ne  subiscono  la  concorrenza  sia  com- 
pensata da  altri  vantaggi.  Con  che  cosa  sarà  pagata  la  merce 
che  verrà  di  fuori  ?  Supponiamo  che  l'Italia  togliesse  ogni 
dazio  sul  grano  e  la  cultura  dei  cereali  diventasse  impossibile, 
in  seguito  alla  concorrenza,  in  molta  parte  del  territorio.  Ciò 
in  sé  stesso  non  è  né  buono  né  cattivo,  né  morale  né  immorale  : 
ma  soltanto  conveniente  o  non  conveniente.  Che  cosa   l'Italia 


586  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

sostituirà  al  grano  ?  quali  effetti  porterà  l'abbandono  della . 
cultura  più  importante  sulla  popolazione  delle  campagne  ? 
il  consumo  si  allargherà  o  non  in  seguito  alla  diminuzione 
del  prezzo,  visto  che  anche,  almeno  in  una  prima  fase,  che  si 
può  supporre  non  breve,  vi  sarà  una  crisi  profonda  ?  Infine 
che   cosa   darà  l'Italia    all'estero   per   comperare   il   grano  ?  *. 

La  posizione  logica  del  problema  è  assurda  quando  si  tende 
a  considerare  ogni  esportazione,  come  un  bene  e  ogni  importa- 
zione come  un  male  :  e  la  bilancia  del  commercio  considerata 
come  una  bilancia  delle  importazioni  e  delle  esportazioni  è  il- 
logica. 

Giffen  ha  dimostrato  quale  cattivo  uso  si  possa  fare  delle  sta- 
tistiche commerciali  :  e  i  suoi  argomenti  non  sono  oppugnabili. 
Bisogna  tener  conto  anche  di  altre  cose  :  ma  infine  quando  si 
è  tenuto  conto  dei  debiti  e  dei  crediti,  di  ciò  che  spendono  gli 
stranieri,  delle  rimesse  degli  emigrati,  del  commercio  marittimo, 
del  nolo  e  della  vendita  di  navi,  (di  quelle  che  si  chiamano  im- 
portazioni ed  esportazioni  invisibili)  non  vi  è  niente  altro  da  tener 
presente.  Quando  un  paese  com.pera  all'estero  più  che  non  dia, 
aliena  quasi  sempre,  almeno  in  parte,  il  capitale  nazionale.  Può 
sembrare  indifferente  che  le  ferrovie  di  un  paese,  le  banche, 
le  case,  qualche  volta  le  terre,  appartengano  agli  stranieri  :  ma 
ciò  per  un  popolo  non  è  più  indifferente  che  non  sia  per  un 
individuo,  passare  da  imprenditore  a  operaio. 

La  scienza  economica  può  dire  soltanto  che,  considerato  il  ge- 
nere umano  nel  suo  interesse,  ogni  restrizione  al  commercio 
intemazionale  sia  una  notevole  limitazione  di  ricchezza  ;  ma  non 
può  dettare  le  norme  comm.erciali  che  convenga  a  ciascun  paese 
seguire.  Queste  norme  possono  essere  determinate  soltanto  daUa 


*  La  letteratura  su  questo  argomento  è  immensa,  riguardando  il  pro- 
blema più  discusso  di  tutta  la  economia  politica.  Si  possono  consultare 
in  senso  libero  scambista  le  maggiori  opere  di  Mill,  Ferrara,  ecc.  e  fra  i 
più  recenti  Fawcett,  Bastable,  Pareto,  ecc.  Nel  senso  opposto  da  List  in 
poi,  vi  sono  opere  del  pari  numerose  :  fra  cui,  mirabili  per  acume,  le  in- 
tuizioni di  Proudhon.  Notevole  come  tentativo  di  considerare  il  problema 
degli  scambi  non  solo  dal  punto  di  vista  economico,  ma  demografico ,  il 
saggio  di  Colajanni:  Per  la  economia  nazionale  e  pel  dazio  sul  grano, 
Roma,    1901. 


CAP.    XXI.]  LA   PROTEZIONE   DOGANALE  587 

situazione  particolare  di  ciascuno  ;  sono  dunque  essenzialmente 
mutevoli.  Gli  Stati  Uniti  e  la  Germania,  per  formare  la  grande 
industria,  sono  passati  per  una  fase  di  rigido  protezionismo  : 
in  avvenire  tenderanno  verso  una  maggiore  libertà  commerciale. 
Per  ragioni  diverse,  se  non  opposte,  l'Inghilterra  segue  ora 
una  politica  meno  liberale  che  non  prima,  almeno  per  lo  spi- 
rito che  l'informa. 

Perchè  una  nazione  profìtti  nella  più  larga  misura  del  com- 
mercio con  l'estero,  conviene  che  per  ciascuna  delle  importa- 
zioni e  delle  esportazioni  si  tenga  conto  della  utilità  relativa 
che  essa  ha  sopra  tutto  in  vista  all'organismo  della  produzione  ; 
se  l'abbandono  di  un  ramo  di  produzione  è  compensato  da  altri 
vantaggi,  se  è  possibile  la  sostituzione  di  altre  forme  produttive; 
se  ciò  possa  avvenire  senza  danno  eccessivo  della  popolazione, 
ecc.  Nessuna  regola  fissa  è  possibile  :  ciò  che  è  certo,  è  che  il 
teorema  della  libertà  commerciale  non  può  essere  inteso  come 
un  assioma  e  che  ciascun  popolo  ha  una  diversa  politica  com- 
merciale, secondo  le  sue  condizioni.  Adunque  nessuno  spirito 
di  dommatismo  è  possibile  in  questa  materia,  che  va  studiata 
dal  punto  di  vista  della  convenienza  pratica  e  che  deve  esser 
giudicata  in  rapporto  alle  condizioni  attuali  della  produzione  e 
degli    scambi  *. 

*  Ha  capitale  importanza  la  polemica  sull'indirizzo  doganale  (sopra 
tutto  riguardo  l'agricoltura)  avvenuta  in  Germania  dopo  il  1898  :  vi  hanno 
partecipato  in  vario  senso  e  con  pubblicazioni  importanti  Wagner, 
Brentano  ai  maggiori  economisti  tedeschi.  Va  notato  però  che  spesso 
la  differenza  fra  importazione  ed  esportazione  è  solo  apparente,  perchè 
risulta  solo  da  diversità  di  apprezzamenti  Infatti,  vma  merce  nel  paese  di 
esportazione  è  indicata  per  un  valore  minore  che  nel  paese  di  importazione, 
perchè  dove  giunge  è  caricata  ancora  dalle  spese  per  il  trasporto,  per  l'as- 
sicurazione, per  i  dazi,  ecc.  Cosi  riunendo  le  importazioni  di  tutti  i  paesi 
si  dovrebbe  avere  ima  somma  eguale  a  quella  delle  esportazioni  e  invece 
non  vi  è  coincidenza:  Sundbàrg  (Statistìka  ofversiktstabeller  for  olika 
lànder,  1902)  per  il  1901  ha  ottenuto  i  seguenti  risultati  per  tutti  i  paesi. 
del  mondo  di  cui  si  conoscono  le  statistiche  del  commercio  internazionale  : 
esportazioni  milioni  di  franchi  57..546,  importazioni  62,210.  Lo  stesso 
Sundbàrg  {Apergus  Statistiques  internationaux,  1908)  ha  per  il  1907 
calcolato  le  esportazioni  da  tutti  i  paesi  del  mondo,  di  cui  si  hanno  stati- 
stiche, in  roiUardi  81,62  e  le  importazioni  in  tutti  i  paesi  in  miliardi  87,96 
Neanco  nel  1907  vi  era,  dunque,  concordanza. 


588  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

In  generale  tutti  i  paesi  moderni  tendono  verso  l'adozione  di 
questi  principi  doganali  :  a)  esentare  le  materie  prime  necessa- 
rie alla  industria  e  all'agricoltura.  Sarebbe  infatti  strano  e 
assurdo  gravare  artificialmente  il  costo  di  produzione  delle 
merci  nazionali.  Quindi  sono  generalmente  esenti  i  combustibil 
fossili,  le  materie  prime  di  trasformazione,  ecc.  ;  b)  colpire  con 
dazi  fiscali  le  merci  non  necessarie  alla  vita,  le  quali  non  sono 
prodotte  nel  paese  :  si  tratta  in  questo  caso  di  vere  imposte 
indirette  ;  e)  colpire  con  dazi  economici  o  protettori,  o  com- 
pensatori quelle  merci  che  il  mercato  intemo  produce  e  la  cui 
sostituzione  o  con  altre  produzioni,  o  con  altri  consumi  non 
appare  conveniente.  Si  accentua  ogni  giorno  più  la  generale 
tendenza  a  equilibrare  la  produzione  al  consumo  ;  e  questa 
tendenza    domina   in    ogni    paese    gli    scambi    intemazionali. 

I  dazi  doganali,  si  è  detto,  possono  essere  anche  dazi  com- 
pensatori ;  possono,  cioè  proporsi  non  solo  scopi  di  protezione 
intema  ;  ma  cercare  ancora  di  controbilanciare  le  agevolezze  che 
altri  paesi  accordano  alle  loro  esportazioni,  o  di  combattere  il 
così  detto  dumping. 

Coi  dazi  compensatori,  si  tende  a  controbilanciare  i  premi 
diretti  o  indiretti  alle  esportazioni  (drawbacks,  facilitazioni  nei 
trasporti  ecc.)  che  certi  paesi  accordano  ai  loro  prodotti.  In 
qualche  trattato  di  commercio  la  preoccupazione  di  evitare  la 
protezione  diretta  o  indiretta  alle  esportazioni  è  tale  che  gli 
Stati  s'interdicono  la  facoltà  reciproca  di  concedere  agevolezze 
alle  loro  merci  in  uscita  o  la  limitano  :  casi  nel  trattato  franco- 
tedesco dei  20  ottobre  1906  l'articolo  6  stabilisce  che  «i  draw- 
backs all'esportazione  dei  prodotti  francesi  o  svizzeri  non  po- 
tranno essere  che  la  rappresentazione  esatta  dei  diritti  di 
accisa  o  di  consumo  intemo  che  gravino  i  detti  prodotti  o  le 
materie  prime  necessarie  alla  loro  fabbricazione  ».  Anche  per 
gli  zuccheri,  gli  Stati  aderenti  aUa  Convenzione  di  Bruxelles  del 
1902  s'impegnavano  a  sopprimere  i  premi  diretti  e  indiretti 
concessi  alla  produzione  o  aUa  esportazione  degli  zuccheri  e  a 
non  stabilime  oltre.  Gli  Stati  che  vogliono  accordare  premi 
indiretti  o  invisibili  all'esportazione  si  servono  più  facilmente 
del  drawbacks  (restituzione  del  dazio  pagato  sulla  materia 
prima  necessaria  a  produrre  merci  che  si  esportano)  ;  ed  av- 


CAP.    XXI.]  LA    PROTEZIONE    DOGANALE  589 

viene  che,  a  prodotto  compiuto,  restituiscono  a  titolo  di  dazio 
più  di  quanto  effettivamente  il  produttore  ha  pagato  per 
dazio  sulla  materia  prima  impiegata,  e  ciò,  giustamente,  per- 
chè ogni  processo  di  produzione  implica  una  perdita  di  ma- 
teria prima,  detta  residuo  di  produzione  o  cascame.  Cosi  da  un 
quintale  di  cotone  grezzo  non  si  ricava  un  quintale  di  filati 
grossolani,  ma  meno  ;  e  si  ricava  una  quantità  ancor  minore 
di  filati  fini.  Quindi  il  drawback s  su  un  quintale  di  filati  grosso- 
lani deve  essere  necessariamente  più  alto  del  dazio  pagato  al- 
l'importazione su  un  quintale  di  cotone  grezzo  ;  ed  il  draw 
hacks  (cioè  la  restituzione  del  dazio  sul  prodotto  compiuto)  su 
un  quintale  di  filati  fini  deve  essere  ancor  più  alto  del  dazio 
di  frontiera  sul  quintale  di  cotone  grezzo.  Sin  qui  non  vi  è  nuUa 
di  speciale  e  gli  industriali  esteri  non  avrebbero  che  temere. 
Avviene  però  che  non  sempre  il  draiiìhacks  è  lo  esatto  indennizzo 
del  dazio  d'importazione  pagato  su  tutta  la  materia  prima 
(dedotti  residui  e  cascami)  necessaria  al  prodotto  :  alcuni 
Stati,  servendosi  di  questo  pretesto,  danno  premi  invisibili 
alla  esportazione,  accordando  rimborsi  più  alti  dei  diritti,  di 
frontiera  effettivamente  pagati.  Con  ciò  gli  esportatori  di 
questi  Stati  si  trovano  in  condizione  di  favore  :  veggono  im- 
plicitamente compensati  in  parte  i  dazi  che  le  loro  merci  pa- 
gheranno alla  frontiera  degli  Stati  concorrenti.  Di  conseguenza 
i  produttori  dei  paesi  nei  quali  quelle  merci  entrano  vedono 
ridotta  la  protezione  effettiva  loro  accordata  dalle  tariffe 
doganali.  Il  premio  indiretto  o  invisibile  all'esportazione 
può  derivare  anche  dal  fatto  che  lo  Stato  restituisce  ai  pro- 
dotti che  si  esportano  le  imposte  sulla  produzione  pagata  al- 
l'interno. Se  la  restituzione  è  commisurata  all'ammontare 
dell'imposta  pagata  non  vi  è  premio  ;  quando  si  dà  più  di 
quanto  il  produttore  ha  pagato  per  imposte  inteme  vi  è  vero 
e  proprio  premio  all'esportazione.  Anche  in  questo  secondo  caso 
il  produttore  di  uno  Stato  è  direttamente  compensato  di  una 
parte  di  quanto  pagherà,  per  dazio,  all'estero  ;  ed  i  produttori 
esteri  vedono  ridotta  la  protezione  loro  accordata  dalle  tariffe 
nazionali.  Gli  Stati  esteri  cercano,  quindi,  di  neutralizzare  gli 
effetti  di  codesti  premi  indiretti  all'esportazione,  adottando 
sopra  dazi,  cf  dazi  compensatori  o  di  ritorsione,  uguali  ai  premi 


590  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

di  cui  quelle  merci  godono  nei  paesi  di  origine.  Ora  se  il  premio 
fosse  valutabile  esattamente,  e  lo  Stato  che  vuol  colpire  le 
merci  premiate  si  limitasse  a  imporre  un  sopradazio  perfetta- 
mente uguale  al  premio,  tutto  si  ridurrebbe  a  neutralizzare  per 
i  produttori  del  paese  di  origine  la  protezione  che  i  loro  governi 
accordano,  non  apertamente,  all'uscita.  Il  guaio  si  è  che  il 
premio  non  è  mai,  o  quasi,  esattamente  valutabile.  Allora  :  o 
il  sopradazio  resta  inferiore  al  premio  o  lo  supera.  Se  resta 
inferiore  è  inefficace  ;  se  è  superiore  si  risolve  in  un  dazio  dif- 
ferenziale non  consentito,  in  una  protezione  maggiore  della 
convenuta  a  favore  dei  produttori  nazionali,  che  finisce  col 
costituire  una  nuova  causa  di  extra -profitto  a  loro  vantaggio. 
Da  ciò  molte  premure  dei  produttori  nazionali  per  il  sistema  dei 
dazi  compensatori. 

Ma  il  più  delle  volte  i  dazi  compensatori  s'invocano  per  com- 
battere il  così  detto  dumping.  Che  è  il  dumping  .^  Si  ha  il  dum- 
ping quando  commercianti  o  produttori  stranieri  vendano  sul 
mercato  nazionale  merci,  prodotte  nei  loro  paesi,  o  al  semplice 
prezzo  di  costo  o  a  pura  perdita.  Nella  sua  relazione  degli  ii 
luglio  1908,  sul  regime  doganale  della  Francia,  Giovanni  Morel 
si  intratteneva  a  lungo,  e  con  molta  chiarezza,  sulle  cause  e 
le  conseguenze  del  dumping.  I  trusts  e  i  kartels,  ì  sindacati  in 
generale  di  produzione  o  di  vendita  esercitano  una  larga  in- 
fluenza sulle  condizioni  nelle  quali  si  svolge  la  concorrenza  in- 
dustriale e  commerciale.  Trusts,  kartels  e  sindacati  spinti  alla 
sovraproduzione  dalle  necessità  stesse  della  loro  esistenza  di 
grandi  organismi  capitalistici,  tendono  a  riversare  sui  mercati 
esteri  il  sovrapiù  deUa  produzione.  Protetti  all'interno  dalle 
tariffe  di  confine,  che  per  la  preponderante  azione  da  loro 
esercitata  in  alcuni  paesi,  specie  nell'Unione  americana  del 
Nord,  sono  qualche  volta  proibitive,  trusts,  kartels,  sindacati 
stabiliscono  i  prezzi  al  massimo  consentito  dalla  produzione 
doganale  e  dalla  legge  dèlia  domanda, che  regola  lo  smercio 
dei  beni  prodotti,  contentandosi  di  vendere  all'interno  quanto 
è  possibile,  purché  ad  un  prezzo  tale  da  indennizzarli  di  ogni 
•  sacrifizio  inerente  alla  produzione,  per  riversare  sui  mercati 
esteri,  a  qualunque  prezzo,  le  merci  che  il  mercato  intemo  non 
può,   data  l'ampiezza   necessaria   alla  produzioire  in   grande, 


CAP.    XXI.]  LA    PROTEZIONE    DOGANALE  59I 

al    prezzo    stabilito,    assorbire.    I    sindacati,    quindi,    tendono 
«a  vendere  troppo   caro  sul  mercato    interno  per  vendere  a 
buon   mercato   nei   paesi   esteri  ».    Cosi   avviene   assai   spesso. 
Le  macchine  da  scrivere  Remington,   ad  esempio,   «i  vendono 
generalmente  più  a  buon  mercato  in  Europa,  specie  a  Parigi, 
che  negli  Stati  Uniti,  che  le  producono.  Un  economista  ameri- 
cano, Ely,  ricorda  una  serie  di  prodotti  del  trusts,  che  si  ven- 
dono all'estero  a  prezzi  più  bassi  che  negli  Stati  Uniti  ed  ag- 
giunge che  questa  è  «  una  necessità,  perchè  se  gli  stessi  prezzi 
degli   Stati   Uniti   si   praticassero   all'estero,   la   vendita   delle 
merci  americane  si  arresterebbero  e  la  produzione  non  darebbe 
più     alcun    profitto  »  .     Del    resto,    settantacinque   sindacati 
spontaneamente  dichiaravano  a.lV Industriai  Commission  degli 
Stati  Uniti  che  vendevano  all'estero  per  meno  che  all'interno. 
Il  Denocratic  congressional  comittee  degli  Stati  Uniti  riusciva, 
compiendo   un  vero  niiracolo,   a  procurarsi  i   dati  dei  prezzi 
praticati  da  sindacati  all'interno  e  all'esterno,  e  li  rese  pub- 
blici in  una  tavola  intitolata  Tariff  Trust  Prices,  nella  quale 
figurano  54  prodotti.  Le  differenze  fra  i  prezzi  intemi  e  quelli 
praticati   all'estero   sono   enormi  :  quasi   sempre  si   vende  al- 
l'interno al  25%  di  più  che  all'estero  ;  ma  in  casi  particolari 
si  tratta  di  scarti  addirittura  folli  ;  alcuni  cavi  di  fil  di  ferro 
si  vendevano  negli  Stati  Uniti  col  261%  in  più  di  quanto  si 
vendeva   all'estero,   il   citrato   borico   raffinato   col   210%    di 
più  ;  il  piombo  in  pani  col'  98%  in  più  ecc.  Ciò  che  fanno  i 
trusts   nell'Unione    Americana  del  Nord,  facevano  i  kartels  in 
Germania  :  le   piastre   nichelate   per   corazzate   si   vendevano, 
all'estero  col  17%  di  meno;  il  fil  di  ferro  col  100%  di  meno. 
In  Germania,  dopo  la  cri«i  del  1900,  che  colpi  anche  i  kartels 
del  carbone  e  della  metallurgia,  il  conseguire  la  possibilità  di 
vendere  all'estero  più  a  basso  prezzo  che  all'interno  parve  l'u- 
nico rimedio  efficace,  e,  nel  1902,  a  Du'^seldorf,  a  iniziativa 
dei  sindacati  del  ferro,  del  carbone  e  dell'acciaio,  f;i  costituì 
una   Clearing-house,   perchè   regolasse  i   premi   da   accordarsi 
all'esportazione  ai  produttori  di  merci  manifatte  o  semima- 
nifatte.  E  non  è  più  allo  Stato  che  codesti  premi  si  chiedono  : 
sono  i  produttori  delle  materie  prime  che  accordano  ai  loro 
clienti  produttori  di  manifatti  premi  eguali  alla  differenza  fra 


592  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

i  prezzi  praticati  in  Germania  e  quelli  praflcati  all'estero.  Da 
molti  esempi  citati  da  Schloss  appare  che  la  ripresa  dell'espor- 
tazione tedesca,  dopo  la  crisi  del  1900,  di  dovette  a  questo 
«  speciale  modo  di  promuovere  le  vendite  all'estero  ».  I  sinda- 
cati, in  complesso,  qualunque  forma  assumano,  cercano  di 
raggiungere  lo  scopo  di  poter  vendere  all'estero  meno  caro 
che  all'interno.  Da  ciò  il  dumping,  cioè  l'accordo  di  produt- 
tori o  commercianti  stranieri  per  la  vendita  su  di  un  mercato 
di  alcuni  prodotti  o  al  prezzo  di  costo  o  al  disotto  di  esso. 
Qualche  volta  il  dumping  è  temporaneo  e  tende  a  sbarazzare 
una  industria  di  un  eccesso  accidentale  di  produzione,  col 
vendere  all'estero  a  qualunque  pre  zo,  sino  a  quando  l'ingom- 
bro non  cessi,  e  allora  cessa  anche  il  dumping.  Altre  volte  il 
dumping  è  permanente  ed  ha  scopi  più  larghi  e  più  evitandi  : 
s'installa  in  un  paese  e  cerca  di  rovinare,  con  una  concor- 
renza dis  istrosa,  vendendo  a  prezzi  di  costo  o  a  perdita, 
un'industria  locale  ;  e  quando  è  giunto  ad  abbattere  il  con- 
corrente, si  rende  assoluta  padrona  del  mercato  e  vi  regola  i 
prezzi  in  modo  (elevandoli)  da  indennizzarsi  delle  perdite 
che  la  lotta  avea  arrecate.  È  naturale  che  i  produttori  delle 
nazioni  minacciate  dal  dumping  si  spaventino,  e  chiedano 
difese.  Quando  Joe  Chamberlain  espose  il  suo  progetto  di 
riforma  fiscale,  invocò  principalmente  la  necessità,  per  l'In- 
ghilterra, di  difendersi  dal  dumping,  dai  trusts,  dai  kartels. 
Già  le  leggi  di  alcuni  paesi  cominciano  a  preoccuparsene. 
La  Commissione  delle  dogane  avea  nel  1908  in  Francia  pro- 
jposto  che  le  tariffe  di  confine  fossero  aumentate,  con  decreto 
del  Presidente  della  Republica,  in  ragion  dell'ammontare 
dei  premi  di  esportazione  o  di  produzione  accordati,  diretta- 
mente o  indirettamente  nel  paese  di  origine,  quando  essi, 
quali  ne  fosse  la  natura,  avessero  per  effetto  di  determinare 
sul  mercato  francese  prezzi  più  bassi  di  quelli  praticati  in 
media,  per  le  stesse  merci,  nel  paese  di  provenienza.  La  legge 
doganale  francese  dei  29  marzo  1910  non  accolse  la  proposta 
e  si  limitò  a  stabilire  (articolo  3)  che  :  «  il  governo  potrà  sta- 
bilire sulle  mercanzie,  tassate  o  non,  le  quali  godano  nei  paesi 
di  origine  o  di  provenienza  premi  indiretti  o  diretti  all'espor- 
tazione,   un   diritto   compensatore   uguale   all'ammontare   dei 


k 


GAP.   XXI.]  LE   TARIFFE    DOGANALI  593 

premi  ».  Assai  più  esplicita  è  la  legislazione  doganale  del 
Canada  (legge  12  aprile  1907,  articolo  6),  la  quale  sancisce,  che 
in  caso  merci  di  provenienza  estera  si  importino  nel  Dominion, 
a  prezzi  più  bassi  che  nel  paese  di  origine,  debbano  essere 
colpite,  all'atto  della  importazione,  con  un  diritto  speciale 
[dumping  duiy)  eguale  alla  differenza  fra  il  prezzo  d'impor- 
tazione nel  Canada  e  quello  di  vendita  nel  paese  di  origine, 
e  mai  superiore,  in  ogni  caso,  al  15%  ad  valor em  ».  Di  fronte 
allo  spettacolo  dei  grandi  trusts,  che  tendono  a  monopoliz- 
zare la  produzione  o  il  commercio  di  alcuni  generi  o  di  alcune 
industrie,  già  misure  doganali  sono  adottate  che  serviranno 
forse  di  esempio.  Il  Canada  riserba,  inoltre,  al  Governo  la 
facoltà  di  abbassare  o  sopprimere  i  diritti  di  entrata  sugli 
articoli  il  cui  prezzo  fosse  stato  oggetto  di  un  rialzo  esage- 
rato, in  seguito  ad  una  intesa  tra  i  produttori  o  i  negozianti. 

Ili  .  Le  tariffe  doganali. 

176.  Le  questioni  relative  alle  tariffe  doganali  sono 
così  numerose  che  oramai  in  alcune  università  formano  per 
gli  studiosi  occasione  di  corsi  speciali  e  hanno  già  una  lette- 
ratura interminabile.  Non  è  qui  il  caso  di  fermarvisi  a  lungo  ; 
ma  solo  di  accennare  sommariamente  aUe  principaU  questioni. 
Anzi  senza  essere  specialisti,  si  coniprende  bene  come  l'ordi- 
namento delle  dogane  abbia  oramai  negli  stati  moderni  una 
importanza  grandissima  in  tutti  i  fenomeni  di  produzione  e 
di  distribuzione  della  ricchezza.  Le  tariffe  doganali  danno 
luogo  alle  più  aspre  controversie,  tanti  interessi  essi  riguar- 
dano, tanti  interessi  offendono  o  a  tanti  giovano.  E  spesso 
accade,  malauguratamente,  che  l'interesse  privato  soverchi 
il  pubblico. 

Noi  ci  fermeremo  solo  su  alcune  distinzioni  essenziali.  Ab- 
biamo visto  come  vi  siano  dazi  di  esportazione,  di  transito  e 
di  importazione  :  e  di  questi  ultimi  sopra  tutto  abbiamo 
notata  la  importanza  economica  e  fiscale.  Ora  i  dazi  sono  per- 
cepiti mediante  tariffe  :  e  vi  sono  tariffe  generali,  tariffe  con- 
venzionali, tariffe  differenziali.  In  linea  generale,  in  tutti  gU 
stati  le  tciriffe  doganali  devono   essere   sottomesse  al  potere 


594  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [CAP.   XXI. 

legislativo  :  è  solo  in  via  provvisoria  che  si  ammettono  (e 
quasi  dovunque  però  più  per  consuetudine,  che  per  espressa 
designazione  di  legge)  decreti  di  catenaccio  [i  quali  del  resto, 
devono  sia  pure  posteriormente,  essere  sottomessi  a  lor  volta 
al  potere  legislativo].  La  tariffa  generale  o  autonoma  è  costi- 
tuita dall'insieme  dei  dazi  che  formano  il  regime  doganale. 
Si  applica  indistintamente  a  tutti  i  paesi  con  cui  non  esistono 
particolari  convenzioni.  La  tariffa  convenzionale  o,  per  dir 
meglio,  le  tariffe  convenzionali  sono  formate  dai  diversi  trat- 
tati di  commercio  che  derogano  alla  tariffa  generale.  Si  può 
ritenere  che  la  tariffa  convenzionale  sia  più  bassa  di  quella 
generale  ;  questa  ultima  però,  sono  tanti  i  trattati  di  commer- 
cio conchiusi  oramai,  che  si  può  ritenere,  quasi,  non  si  applichi 
mai.  Assai  spesso  alla  tariffa  convenzionale  va  unita  la  clau- 
sola della  nazione  più  favorita.  Quando  due  paesi  stabihscono 
un  regime  convenzionale  potrebbero  vedere  i  loro  scopi  fru- 
strati se  uno  dei  due  o  entrambi  accordassero  condizioni 
migliori  ad  altri.  È  allora  che  si  stabilisce  che  qualunque  con- 
cessione nuova  venga  fatta  a  un  altro  Stato,  va  fatta  sempre 
allo  Stato  contraente  :  donde  la  clausola  della  nazione  più 
favorita.  La  tariffa  differenziale,  al  contrario  della  precedente, 
è  sempre  superiore  alla  tariffa  generale  e  viene  applicato 
esclusivamente  alle  importazioni  di  un  determinato  paese. 
In  questo  caso  si  applica  la  tariffa  generale  con  un  aumento  ; 
per  esempio  del  20.  del  30%.  Così  accadde  tra  la  Francia  e 
l'Italia  allorché  furono  rotte,  nel  1888,  le  relazioni  conven- 
zionali e  si  venne  a  una  lotta  di  tariffe.  Cosi  avvenne  tra  Fran- 
cia e  Svizzera  nel  1892,  tra  Germania  e  Russia  nel  1893,  tra 
Germania  e  Spagna  nel  1894,  tra  Canada  e  Germania  nel  1903  ; 
tra  Austria-Ungheria  e  Serbia  nel  1906,  e  via  dicendo. 

Vi  sono  alcuni  scrittori  che  non  vorrebbero  alcun  regime 
convenzionale,  ma  una  tariffa  doganale  autonoma,  la  stessa 
per  tutti  {tariffa  unica).  Sono  i  partigiani  della  libertà  com- 
pleta sopra  tutto,  che  non  ammettano  nella  tariffa  altri  scopi 
fuori  quelli  fiscali  ;  le  stesse  imposte  per  tutti,  dunque.  E  sono 
anche  i  protezionisti  molto  avanzati  :  una  stessa  tariffa  per 
tutti  con  scopi  protettivi  Ma,  poiché  prevale  e  si  afferma  sempre 
più  la  politica  dei  trattati  di  commercio,  intesa  nel  senso  di 


CAP,    XXI.]  LE    TARIFFE    DOGANALI  595 

permettere  a  ciascun  paese  di  regolare  produzione  e  consumo, 
le  tendenze  verso  la  tariffa  autonoma  non  incontrano  favore. 
La  possibilità  di  applicare  tariffe  diverse  secondo  i  varii  paesi 
ha  nella  pratica  non  pochi  vantaggi.  È  perciò  che  la  clausola 
della  nazione  più  favorita  riesce  assai  spesso  più  di  ostacolo 
che  di  vantaggio,  impedendo  concessioni  che  altrimenti  sareb- 
bero agevoli  e  complicando  trattative  che  altrimenti  sareb- 
bero facili. 

Nell'immenso  disordine  economico  e  politico  prodotto  dal 
trattato  di  Versailles  e  dai  trattati  "Che  l'han  seguito  anche  i 
trattati  doganali  sono  stati  capovolti.  La  Germania  per  esem- 
pio è  obbhgata  a  dare  senza  reciprocità- il  trattamento  della 
nazione  più  favorita   agli  stati  vincitori. 

Alcuni  paesi  hanno  una  tariffa  massima  {tariffa  generale) 
e  una  tariffa  minima.  La  tariffa  massima  è  quella  di  diritto 
comune,  applicabile  agli  stati  con  cui  non  esistono  convenzioni. 
La  tariffa  minima  è  un  regime  di  favore,  che  rappresenta  il 
limite  più  basso  di  concessioni  accordato  a  quei  paesi  che  danno 
in  compenso  vantaggi  corrispondenti.  Il  Governo  non  può  con- 
cedere la  tariffa  minima  che  dopo  essere  autorizzato  per  legge. 
Questa  doppia  tariffa  non  sembra  opportuna  alla  più  gran 
parte  degli  stati  che  preferiscono  mantenere  una  sola  tariffa 
generale  alta  e  di  stabilire  caso  per  caso  speciali  convenzioni 
con  tutti  i  paesi.  Con  la  doppia  tariffa,  il  limite  delle  conces- 
sioni è  fissato  in  forma  troppo  rigida  e  la  protezione  doganale 
riesce  in  realtà  sempre  maggiore  :  un  largo  sistema  di  trattati 
non  può  reggersi  con  l'esistenza  di  una  tariffa  minima. 

Abbiamo  da  quanto  sopra  è  detto,  tre  sistemi  di  tariffe  : 

i.°  Sistema  della  tariffa  unica,  che  applica  a  tutte  le 
merci  i  medesimi  dazi  qualunque  ne  sia  la  provenienza.  È  il 
sistema  dell'autonomia  doganale,  che  ha  certo  il  vantaggio  di 
una  grande  semplicità,  ma  ha  anche  inconvenienti  assai  supe- 
riori ad  ogni  vantaggio,  sovra  tutto  la  rigidità.  Quindi  una 
tariffa  unica  può  essere  adottata  solo  da  Stati  liberisti,  per 
dazi  fiscali  e  non  economici,  e  da  Stati  ultra-protezionisti. 
Adottano,  infatti,  la  tariffa  unica  l'Inghilterra  liberista  e  la 
Russia  protezionista. 

2.°  Sistema   di    tariffe   generali    e    tariffe    convenzionali 


596  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

insieme.  Delle  due,  la  tariffa  generale  si  applica  alle  merci  pro- 
venienti da  paesi  coi  quali  non  vi  siano  speciali  accordi  {trat- 
■  tati  o  convenzioni)  doganali  ;  le  tariffe  convenzionali  fanno 
parte  dei  singoli  accordi  {trattati)  commerciali  e  sono  pattuite 
Stato  per  Stato.  Il  sistema  della  tariffa  generale  e  delle  tariffe 
convenzionali  è  il  più  diffuso.  È  il  sistema  dell'Italia,  deUa 
Germania,  dell'Austria,  ecc. 

3.0  Sistema  della  doppia  tariffa  :  generale  {massima  e 
minima.  La  tariffa  massima  (che  è  detta  in  pratica  generale) 
è  la  tariffa  di  diritto  comune.  La  minima  è  la  tariffa  di  favore 
ed  è  accordata  ai  paesi  che  concedono  un  trattamento  di  fa- 
vore alle  importazioni  nazionali.  Non  si  può  di  ordinario 
discendere  al  disotto  deUa  tariffa  minima.  È  il  sistema  seguito 
dalla  Francia  dal  1892  e  dagli  Stati  Uniti  di  America  dal  1909. 
È  ad  avvertire  che  la  Francia  in  un  caso  (convenzioni  con  la 
Svizzera  dal  1906)  è  anche  discesa  al  disotto  della  tariffa  minima 
e  che  altri  casi  (convenzioni  con  la  Russia,  Rumenia  e  Sviz- 
zera stessa)  si  è  obbligata  a  consolidare  la  tariffa  minima  in 
vigore,  all'atto  della  convenzione. 

Abbiamo  accennato  alla  clausola  della  nazione  più  favorita, 
che  accompagna  di  ordinario  i  trattati  di  commercio,  e  che 
vale  a  far  godere  agli  Stati  cui  è  garentita  tutte  le  agevola- 
zioni doganali  che  l'altra  parte  contraente  potrà  accordare 
ad  altri  Stati  in  altri  trattati.  Effetto  della  clausola  deUa 
nazione  più  favorita  è  il  rimaneggiare,  ad  ogni  nuovo  trattato, 
implicitamente,  il  regime  doganale  di  un  paese  ;  poi  che  nel 
sistema  delle  tariffe  convenzionali  non  vi  è,  come  in  queUo 
della  tariffa  minima,  un  pimto  al  disotto  del  quale  non  si  possa 
scendere.  La  clausola  della  nazione  più  favorita  attenua  quindi, 
implicitamente,  il  protezionismo.  Per  cercare  di  eluderne  le 
conseguenze  gli  stati  più  protezionisti  ricorrono  alla  specia- 
lizzazione degli  articoli  nelle  loro  tariffe  generali  e  convenzio- 
nali. Si  descrivono  gli  articoli,  iscritti  nelle  tariffe,  con  tante 
particolarità  che  le  concessioni  accordate  ad  uno  Stato  non 
possono  giovaxe  agli  altri. 

La  tariffa  doganale  può  essere  specifica  o  ad  valor em.  Le 
merci  introdotte  in  un  paese  possono  essere  infatti  colpite 
secondo  il  valore  che  la  dogana  attribuisce  loro  :  si  ha  in  questo 


CAP.   XXI.]  LE  TARIFFE   DOGANALI  597 

caso  che  l'esazione  dei  dazi  è  fatta  ad  valorem.  Ma,  poiché 
questo  apprezzamento  riesce  in  pratica  assai  difficile,  si  pre- 
ferisce nel  maggior  numero  dei  casi,  applicare  i  dazi  in  base  a 
tariffe  che  tengono .  conto  del  peso,  del  volume,  del  numero, 
della  lunghezza  delle  merci  importate.  Per  esempio,  si  fa  pa- 
gare il  petrolio  a  litri,  il  grano  a  quintali,  il  ferro  a  tonnellate, 
gli  ombrelli  secondo  il  loro  numero,  indipendentemente  dal 
loro  valore  dichiarato  o  presunto.  Idealmente  è  preferibile 
la  tariffa  ad  valorem,  come  quella  che  meglio  e  più  giustamente 
permette  graduare  il  dazio  secondo  il  valore  delle  merci.  Ma 
in  pratica  bisogna  ammettere  che  gli  agenti  doganali  abbiano 
conoscenze  che  sono  ben  lungi  da  avere  (e  s'intende  bene  che 
se  le  avessero  non  farebbero  gli  agenti  della  dogana).  Bene  a 
ragione  è  stato  detto  che  la  sostituzione  avvenuta  quasi  do- 
vunque della  tariffa  specifica  alla  tariffa  ad  valorem  abbia  rap- 
presentato un  grandissimo  progresso  nella  morale  contrat- 
tuale e  nella  facilità  degli  scambi.  Mentre  la  tariffa  specifica, 
dunque,  è  più  semplicista  ed  è  sempre  meno  precisa  essendo 
costretta  a  colpire  allo  stesso  modo  cose  che  hanno  valore 
differente,  ha  il  pregio  di  un'applicazione  più  facile.  La  tariffa 
ad  valorem  è  ancora  un  desideratum,  benché  si  tenda  ad  essa  ; 
e  forse  da  una  riduzflone  delle  voci  e  da  una  semplificazione 
maggiore  si  potrà  un  giorno  addivenirvi.  Ma  non  è  a  negare 
che  in  pratica  rappresenti  sempre  l'arbitrio.  Data  la  tariffa 
ad  valorem  si  ammette  generalmente  il  diritto  di  preenzione 
o  di  prelazione  da  parte  dello  Stato  ;  si  ammette  cioè  che  lo 
Stato  abbia  diritto  di  comperare  la  merce  al  prezzo  che  l'im- 
portatore le  attribuisce.  In  tal  modo  si  evitano  le  false  denuncie 
€  s'impedisce  che  l'importatore  denunzi  un  valore  inferiore  al 
reale. 

Ma  questo  diritto  è  piuttosto  virtuale  e  non  si  ricorre  quasi 
mai  ad  esso.  Se  la  tariffa  specifica  si  presta  meno  all'arbitrio 
non  é  negabile  che  in  qualche  modo  è  troppo  rigida  :  anzi 
quasi  sempre  colpisce  allo  stesso  modo  merci  di  diversissimo 
valore.  Per  esempio,  la  tariffa  francese  e  la  tariffa  italiana 
colpiscono  uniformemente  i  pianoforti  qualunque  valore  essi 
abbiano,  distinguendo  solo  tra  i  pianoforti  verticali  e  a  coda. 
Nitti.  39 


598  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Un  pianoforte  che  vale  5000  lire  non  paga  dunque  né  più  né 
meno    di    uno    che    vale    500. 

Sono  più  usate  in  pratica  le  tariffe  specif^he  che  quelle  ad 
valor em.  Usano,  in  generale,  tariffe  specifiche  l'Inghilterra, 
la  Francia,  la  Germania,  la  Svizzera,  il  Belgio,  l'Italia  ecc. 
Sono  più  numerosi  i  dazi  ad  valor  em  negli  Stati  Uniti  e  in 
Olanda  ;  la  Turchia  avea  solo  dazi  ad  valorem. 

In  alcuni  paesi  si  usa  fare  la  distinzione  fra  commercio  gene- 
rale e  commercio  speciale  :  quest'ultimo  comprende  l'insieme 
delle  importazioni  destinate  al  consumo  intemo  e  1'  insieme 
delle  esportazioni  di  prodotti  d'origine  o  fabbricazione  nazio- 
nale o  re.i  franchi.  Il  commercio  generale  comprende  oltre  il 
commercio  speciale,  il  transito,  il  movimento  dei  depositi 
franchi  e  delle  importazioni  temporanee. 

La  compilazione  di  una  tariffa  incontra  non  poche  dif&coltà 
dal  punto  di  vista  tecnico  e  richiede  in  chi  la  redige  conoscenze 
non  poche.  La  vigente  tariffa  doganale  italiana  comprende 
570  voci  raggruppate  in  diciassette  categorie.  La  tariffa  fran- 
cese dei  1910  si  divide  in  quattro  sezioni.  La  tariffa  germanica 
del  1902  si  divide  in  19  categorie*.  La  tariffa  Svizzera  del 
1902  si  divide  in  J5  categorie.  La  tariffa  Spagnuola  del  1906 
si  divide  in  13  classi.  La  tariffa  doganale  inglese,  che  é  sem- 
plicemente fiscale,  é  brevissima  :  constai  di  poche  voci.  Il 
signor  Pittar  ha  riunito  in  un  volume,  che  è  stato  presentato 
al  Parlamento,  la  storia  delle  dogane  britanniche  nel  secolo 
XIX  :  è  la  storia  di  1800  articoli  della  tariffa  di  commercio. 
Nel  1801  la  tariffa  doganale  non, era  ancora  riunita  per  la 
Gran  Brettagna  e  l'Irlanda  ;  nella  prima  vi  erano  non  meno 
di  1400  diritti  differenti.  Le  riduzioni  cominciarono  tra  il  1823 
e  il  1826,  furono  proseguite  nel  1860  :  così  le  migliaia  di  diritti 
differenziali,  esistenti  al  principio  del  secolo,  furono  ridotti  in 
26  di  cui  IO  erano  imposti  a  titolo  di  compenso  per  le  accise 
inteme.   Gl'inglesi  prima  della  guerra  colpivano  sopra  ti^tto 


*  I  principali  stati  del  mondo  hanno  fondata  nel  1890  una  Union  in- 
ternationale  pour  la  publicaticm  des  tarijs  douanières,  con  sede  in  Bruxelles 
Questa  unione  pubblica  le  tariffe  e  ha  uno  speciale  Bulletin  inUrnational 
des  douan4s. 


CAP.  XXI.]  LE  TARIFFE  DOGANALI  599 

nove  voci  e  solo  quattro  ricavavano  maggiori  proventi  :  vino, 
spiriti,  thè  e  tabacco.  È  stato  notato  che,  secondo  il  detto  di 
Ammiano  Marcellino,  essi  amano  discurreve  per  negotiorum 
celsitudines,  non  humilium  minutias  indagare  causarum.  Amano 
anche  nella  imposizione  abbandonare  le  minuzie.  Ma  in  questo 
caso  ciò  si  deve  sopra  tutto  al  carattere  della  loro  tariffa,  che 
è  fiscale,  non  mai  economica.  Però,  dopo  la  guerra,  anche  la 
tariffa  doganale  inglese  ha  avuto  un  notevole  rincrudimento, 
con  carattere  lievemente  protezionista.  Le  dogane  sono  un 
mezzo  eccellente  per  adottare  imposte  indirette  su  consumi 
non  necessari  e  nei  paesi  che  non  hanno  in  mira  scopi  di  pro- 
tezione, assumono  in  generale  quésto  carattere. 

NOTA 

La  tariffa  doganale  generale  italiana,  durata  sino  alla  guerra  e  alla  in- 
troduzione della  nuova  tariffa  dei  24  novembre  1895,  comprende  570  voci 
raggruppate  in  diciassette  categorie  ;  categoria  i  spiriti,  bevande  ed  oli  ; 
2  generi  coloniali,  droghe  e  tabacchi  ;  3  prodotti  chimici,  generi  medicinali, 
resine  e  profumerie  ;  4  colori  e  generi  per  tinta  e  per  concia  ;  5  canapa, 
lino,  juta  ed  altri  vegetali  filamentosi,  escluso  il  cotone  ;  6  cotone  ;  7  lana, 
crino,  e  peli;  8  seta;  9  legno  e  paglia;  io  carta  e  libri;  11  peUi  ; 
12  minerali,  metalli  e  loro  lavori;  13  pietre,  terre,  vasellami,  vetri, 
cereali,  farine,  paste  e  prodotti  vegetali,  non  compresi  in   altre    categorie 

15  Animali,  prodotti  e  spoghe  di  animali,  non  compresi  in  altre  categorie; 

16  Oggetti  diversi  ;   17  Metalli  preziosi. 

Ma  è  bene  avvertire  che  ciascuna  voce  comprende  molte  sottodivisioni  ; 
alcune  sei  o  sette  o  anche  più.  Quando  si  dice  strumenti  musicali  si  parla 
di  cose  diversissime  e  che  hanno  valore  assai  differente.  Quindi,  per  esem- 
pio, la  voce  240,  macchine,  una  delle  più  importanti  di  tutta  la  tariffa,  ha 
le  seguenti  sottodivisioni  :  Macchine  a  vapore  :  i  fisse,  senza  caldaia,  2 
semifisse  (con  caldaie)  di  peso  sup.  a  300  kg.  :  3  altre  ;  idrauUche  e  motori 
ad  acqua  o  vento  ;  locomotive  (escluso  il  tender)  ;  locomobih  ;  marine  ; 
agrarie  di  ogni  sorta  ;  per  la  filatura  ;  scardassi  non  guarniti  ;  per  la  tessi- 
tura :  telai  da  tessere  ;  telai  da  far  maghe  ;  dinamo  elettriche  :  i  di  peso 
superiore  a  1000  chilogrammi,  2  del  peso  di  1000  chilogrammi  o  meno, 
3  accumulatori  elettrici;  da  cucire  :  i  con  sostegni,  2  senza  sostegni;  per 
far  maghe  ;  non  nominate  :  i  per  la  fabbricazione  della  carta  e  delle  paste 
per  fare  la  carta,  2  per  molini,  3  altre. 

Ciò  spiega  perchè  alcune  tariffe  abbiano  numero  di  voci  doppio  o  anche 
triplo  della  tariffa  doganale  italiana,  qualcuna  superando  di  molto'  il  mi- 
gUaio. 


600  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

La  tariffa  generale  art.  1895  conta  anche  18  voci  soggette  a  dazio  di 
uscita  e  un  sola  di  dazio  ad  valor em. 

Con  il  1917  venivano  a  finire  in  Italia  i  principali  trattati  di  conunercio 
Quattro  o  cinque  anni  prima  si  determinava  anche  assai  prima  della  guerra 
un  forte  movimento  protezionista.  Una  prima  commissione  nominata 
nel  1913  iniziò  i  lavori  per  la  riforma  del  regime  doganale.  Ma  nel  1917 
per  le  mutate  condizioni  fu  istituita  una  nuova  Commissione  con  l'incarico 
di  esaminare  la  tariffa  doganale  che  il  governo  dovea  sottoporre  all'appro- 
vazione del  Parlamento. 

Con  generale  stupore  il  9  giugno  1921  fu  applicato  dal  gabinetto  Gio- 
litti  con  decreto  catenaccio  che  modificava  i  dazi  doganali  senza  che  il 
Parlamento  ne  fosse  informato  e  senza  che  se  ne  sentisse  alcuna  necessità. 
Posteriormente  la  legge  dei  pieni  poteri  accordati  al  Governo  fino  al  3 1 
dicembre   1923    ha  impedito  qualunque  discussione. 

La  nuova  tariffa  è  essenziabnente  protezionista  :  una  delle  sue  caratte- 
ristiche è  che  le  voci  sono  aumentate  da  472  a  953  ;  ma  le  sottovoci  sono 
cresciute  in  proporzione  enorme.  Le  categorie  sono  state  aumentate  a  52. 

IV.   Misure  doganali  relative  all'  importazione  e   all'espor- 
tazione. 

177.  Anche  coloro  i  quali  sono  maggiormente  avversi  a 
ogni  forma  di  protezione  doganale  ritengono  che  in  alcuni  casi 
si  possano  accordare  premi  alla  produzione  *.  Preferiscono  que- 
sti ai  diritti  di  dogana,  quando  si  tratti  di  promuovere  una  in- 
dustria nuova  il  cui  sviluppo  sarebbe  altrimenti  difficile,  ma  che 
si  suppone  capace  di  sviluppo,  per  ragioni  molteplici.  Prima  di 
tutto  i  premi  possono  essere  accordati  come  incoraggiamento 
diretto  alla  industria  e  non  già  a  caso  ;  non  producono  alcun 
rialzo  nel  prezzo  delle  merci,  non  ostacolano  le  importazioni  : 
non  vi  è  pericolo  che  si  sviluppino  molto  perchè  essendo  di 
aggravio  diretto  al  bilancio  se  ne  risente  subito  il  risultato. 
Se  i  premi  sono  destinati  alla  formazione  di  industrie  e  con- 
sistono sopra  tutto  in  esenzioni  di  imposte,  premi  alla  produ- 
zione ecc.,  sono  in  qualche  caso  utili  ;  sempre  di  efficacia  limi- 
tata. Se  i  premi  sono  viceversa  destinati  alla  esportazione,  i 
loro  effetti  sono  anche  più  limitati  e  non  sempre  utili  al  paese 
che  li  accorda.  D'altra  parte  la  determinazione  dei  premi  non 

*  G  i  d  e  in  R.  d.  E.   P.   1891,  pag.  794  e  seg.  Anche  H.  George  so- 
stenne con  acume  questa  tesi. 


CAP.  XXI.]      PUNTI  FRANCHI,  ZONE  FRANCHE  60I 

è  più  facile  della  tariffa  doganale  :  spesso  anzi  incontra  maggiore 
difficoltà  stabilire  un  sistema  di  premi. 

Tutte  le  merci  che  entrano  nel  territorio  nazionale  devono 
esser  sottomesse  allo  stesso  regime  ;  quindi  a  base  della  ta- 
riffa deve  essere  l'uniformità,  senza  speciali  vantaggi  o  con- 
cessioni. Non  si  ammettono  esenzioni  di  favore,  né  privilegi  ; 
due  cose  assai  comuni  nel  passato.  Soltanto  gli  ambasciatori 
e  i  membri  del  corpo  diplomatico,  direttamente  accreditati 
presso  il  capo  dello  Stato,  godono,  a  titolo  di  reciprocità  e  di 
cortesia,  di  immunità  particolari  per  gli  oggetti  di  uso  loro  e 
delle  loro  famiglie.  Vi  sono  alcuni  prodotti  i  quali  vengono 
importati  non  già  per  essere  consumati,  ma  perchè  dopo  una 
nuova  lavorazione  vengano  inviati  all'estero.  Dato  ciò,  un  da- 
zio doganale  non  può  agire  che  molestamente  e  impedire  forse 
tutta  una  industria  di  lavorazione  che  avrebbe  potuto  aver 
sviluppo.  Il  drawbacks  indica  il  rimborso  fatto  alla  uscita  di  al- 
cuni prodotti  fabbricati  di  una  somma  equivalente  al  diritto 
di  entrata  che  il  prodotto  che  si  esporta  ha  pagato  sotto  forma 
di  materia  prima.  Anche  i  drawbacks  danno  luogo  in  pratica  a 
inconvenienti  non  pochi  e  spesso  a  vere  frodi. 

In  passato  vi  erano  in  Europa  molti  porti  franchi  :  alcune 
città  marittime  erano  considerate  sotto  ogni  aspetto  al  di  fuori 
del  territorio  doganale,  non  si  pagavano  dazi  di  dogana,  si  com- 
merciava come  in  una  zona  neutra.  Questi  porti  franchi  sono 
scomparsi  quasi  dovunque  ;  gl'inconvenienti  che  producevano 
erano  maggiori  dei  vantaggi.  Vi  sono  invece  o  vi  sono  stati 
depositi  franchi  {entrepots)  che  servono  ad  un  temporaneo  de- 
posito di  merci  fuori  la  linea  doganale.  Ne  esistono  un  pò  do- 
vunque e  rendono  in  qualche  caso,  più  al  commercio  d'impor- 
tazione che  a  quello  di  esportazione,  utili  servizi. 

Ma  assai  maggiore  importanza  hanno  sulla  esportazione  le 
ccà  dette  zone  doganali  franche  sul  tipo  di  quella  che  la  Germa- 
nia ha  fondato  ad  Amburgo  {Freihafé).  Una  parte  del  territorio 
viene  in  tal  caso  considerata  libera  agli  effetti  doganali  ;  si 
possono  in  tale  territorio,  che  è  circoscritto  e  custodito  da 
agenti  finanziari,  importare  merci  o  esportarne,  lavorarle,  tra- 
sformarle, ecc.  senza  pagare  alcun  dazio.  Solo  le  merci  non  pos- 
sono venire  introdotte  nello  Stato  senza  pagare  il  dazio  come 


602  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

prodotti  lavorati  :  non  possono  né  meno  essere  consumate  nella 
zona  franca.  In  tal  guisa,  le  merci  destinate  alla  esportazione  e 
di  cui  la  materia  prima  viene  introdotta  dall'estero,  godono 
gli  stessi  vantaggi  che  in  paese  assolutamente  libero  scambista*. 
Abbiamo  visto  che  le  tariffe  doganali,  come  ogni  imposta, 
sono  emanazioni  del  potere  legislativo.  Può  accadere  però  e 
accade  nella  pratica,  che  in  alcuni  casi  sia  necessario  decidere  di 
urgenza.  Altrimenti  può  avvenire  che  l'aumento  di  tariffa  sia 
evaso.  Se  un  aumento  nel  dazio  del  petroho  è  annunziato  sei 
mesi  prima,  i  grandi  importatori  fanno  rilevanti  provviste  in 
precedenza.  Cosi  sono  essi  soH  a  profittare  per  un  certo  tempo 
dell'aumento  del  prezzo  :  mentre  lo  Stato,  venendo  a  mancare 
la  importazione,  non  ricava  dalla  nuova  tariffa  alcun  vantaggio. 
In  questi  casi  si  preferisce,  a  evitare  la  speculazione,  provvedere 
con  decreti  di  catenaccio.  Il  governo,  cioè,  dispone  l'esazione  del 
nuovo  o  del  maggiore  dazio,  riservandosi  di  sottometterne  poi 
l'approvazione  al  Parlamento.  Se  questi  non  approva,  le  somme 
riscosse  -vengono  restituite  agl'importatori.  In  alcuni  paesi  i 
decreti  di  catenaccio  sono  previsti  daUe  leggi  e  vengono  loro 
assegnati  dei  Hmiti  :  in  altfi  sono  accettati  solo  per  consuetu- 
dine. Nell'un  caso  e  nell'altro  dei  decreti  di  catenaccio  è  bene 
fare  il  minore  uso  possibile  ;  tanti  sono  gli  inconvenienti  e  gli 
abusi  che  possono  derivarne.  In  Francia  esiste  una  speciale 
lai  du  catenas  (13  dicembre  1897)  la  quale  autorizza  il  Governo 
ad  applicare  in  via  provvisoria  i  progetti  di  legge  che  esso  pre- 
senta per  aumentare  i  dazi  dei  cereali  e  dei  loro  derivati,  del 
bestiame,  o  delle  carni  macellate.  Può  anche  il  Governo  in 
circostanze  eccezionali,  quando  il  prezzo  del  pane  si  elevi,  so- 
spendere in  tutto  o  in  parte  i  dazi  di  dogana  applicabili  al  grano. 

V.  Il  regime  doganale  dei  principali  stati. 

178.  Come  si  può  parlare  ora  più  di  un  regime  doganale 
dei   principali  stati  ? 

Dopo  la  guerra  mondiale,  il  fatto  più  caratteristico   è  la  for- 
mazione di  una  serie  di  piccoli  stati.   I  grandi  stati  europei 

*  Cfr.  A.  R  e  d  1  e  z  in  R   P.  P.  1901  i  G  a  d  :  Copenhagen  (ree  pori  Co- 
peahagen    1890;  Af  tallo  n  in  R.  d.  E.  P.  1901. 


CAP.    XXI.]  LA    POLITICA    DOGANALE    INGLESE  603 

erano  formazioni  storiche  secolari  :  la  politica  dei  trattati  che 
han  seguito  la  pace  di  Versailles,  ha  mirato  non  solo  a  dimi- 
nuire la  Germania  e  a  rompere  l'Austria  Ungheria,  ma  a  creare 
una  serie  di  stati,  messi  sotto  il  controllo  politico  o  economico 
di  uno  stato  vincitore  del  continente. 

Si  è  creata  in  tal  guisa  una  massa  di  piccoli  stati,  in  cui 
incerte  sono  le  condizioni  della  produzione,  incerte  le  condizioni 
dello  scambio,  incerta  la  vita  stessa  per  alcuni  di  essi,,  che  com- 
prendono elementi  non  nazionali.  Vi  era  prima  della  guerra  una 
sola  Austria  Ungheria  con  diversità  di  popoli,  di  razze  e  di 
lingue  :  vi  son  ora  molte  Austrie  Ungherie,  in  cui  gli  elementi 
non  nazionali  costituiscono  fortissime  minoranze,  o  a  dirit- 
tura sono  quasi  maggioranze  oppresse.  È  stato  perciò  detto 
giustamente  che  i  trattati  han  prodotto  all'Europa  un  danno 
economico  assai  maggiore  della  guerra. 

L'Europa  si  è  trasformata  da  continente  creditore,  in  con- 
tinente debitore  ;  ha  perduto  molta  parte  delle  sue  risorse  e  la 
situazione  di  diffidenza  ha  creato  una  serie  infinita  di  barriere, 
oltre  le  dogane.  Il  commercio  suppone  prima  di  tutto  l'ordine 
e  la  pace  :  e  nulla  è  più  dannoso  della  condizione  d'incertezza, 
creata  dai  trattati,  sopra  tutto  con  la  cosi  detta  politica  delle 
riparazioni,  che  divide  nettamente  l'Europa  in  due  parti  e 
che  pretende  mettere  direttamente  una  parte  dell'Europa 
sotto  il  controllo  dell'altra.  ^^ 

È  quindi  assai  difficile  parlare  di  una  politica  doganale 
attuale  :  che  cosa  significa  ? 

Sarà  bene  però  dare  un  breve  riassunto  della  politica  doga- 
nale dei  vari  stati  prima  della  guerra  :  questa  storia  per  quanto 
retrospettiva  ha  valore  tendenzionale  dell'economia  dei  di- 
versi   popoli. 

I  sei  stati  di  Europa  che  aveano  prima  della  guerra  oltre 
venti  milioni  di  abitanti  e  gU  Stati  Uniti  di  America,  che  rap- 
presentano da  soli  il  più  grande  mercato  del  mondo,  (e  dopo 
la  guerra  hanno  un'azione  ben  più  grande)  presentavano  forme 
doganali  diversissime  :  uno  solo  fra  essi,  l'Inghilterra,  praticava 
il  libero  scambio,  gli  altri  aveano  tutti  tariffe  doganali  con 
carattere  economico.  Ma  in  tutti  prevaleva  una  comune  ten- 
denza, un  bisogno  che  risulta  quasi  dalle  cose  :  il  desiderio  di 


604  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   II. 

evitare  nella  maggiore  misura  possibile  le  crisi  e  di  equilibrare 
la   produzione   e   il   consumo.    Donde   derivava   che   ciascuno 
cercava  orientare  la  sua  politica  doganale  in  tal  guisa  da  rag 
giungere  questo  scopo,  almeno  in  gran  parte  *. 

L'Inghilterra  soltanto  non  avea  che  dazi  fiscali  e  anche  in 
misura  assai  tenue.  Ma  l'Inghilterra  ha  avuto  per  assai  tempo  la 
protezione  in  sé  stessa  :  ha  avuto  il  primato  nfella  produzione 
mineraria  del  mondo,  poco  costose  le  materie  prime,  facili  i 
traf&ci,  mancanza  quasi  assoluta  di  concorrenti.  Per  oltre  mezzo 
secolo  l'Inghilterra  ha  avuto  un  dominio  mondiale  del  ferro,  del 
carbone,  delle  macchine,  dei  tessuti,  del  cotone.  La  sua  posi- 
zione insulare  le  ha  permesso  di  fare  a  meno  di  un  grande  eser- 
cito ;  quindi  pochfe  imposte  e  semplici.  La  sola  esportazione  dei 
prodotti  minerali  rappresenta  anche  adesso  presso  a  poco  tutta 
la  esportazione  della  ItaHa.  Le  industrie  inglesi  si  sono  formate 
in  situazione  di  monopolio  quasi  senza  concorrenti  esteri  : 
hanno  lottato  in  generale  in  condizioni  di  assoluta  superiorità 
dopo  avere  ammortizzato  nella  più  gran  parte  i  loro  capitali. 
Per  lungo  tempo  l'Inghilterra  ha  avuto  un  tale  dominio  incon- 
trastato che  non  ha  né  meno  avuto  bisogno  di  cercare  i  suoi 
clienti  :  Ji  ha  attesi.  In  tale  situazione  il  protezionismo  indu- 
striale era  inutile  e  assurdo  :  era  solo  questione  se  proteggere  le 
industrie  agrarie.  Ma  il  reddito  agrario  rappresenta  la  minor 
parte  del  reddito  inglese  e  non  si  poteva  senza  nuocere  allo  svi- 
luppo della  produzione  industriale  elevare  i  prezzi  delle  derrate 
di  consumo  popolare  f .  Così  la  riforma  liberale  inglese  non  ebbe 

*  Cfr.  L  e  X  i  s  :  Histoire  du  ptoUctionnisme  in  R.  d.  E.  P.  gennaio  1896; 
F.  Grunzel:  Handbuch  der  internationalen  HandelspoUtik,  Wien,  1898. 
t  Ecco  il  movimento  commerciale  inglese  dopo  il  1855  in  sterline  (non 
compreso   il   movimento   dei   metalli   preziosi). 

Importazioni  Esportazioni 

1855 142,542,850  116,691,300 

18Ó0 210,530,873  164,521,351 

1870 303,257,493  244,134,738 

1880 411,229,565  286,414,466 

1890 420,885,695  327,880,676 

1902 528,391,274  349,238,779 

1905 565,019,917  407,596,527 

1910 678,257,024  .         534,145,817 

1913 768,743,739  634,820,326 


CAP.   XXI.]  LA   POLITICA  DOGANALE   INGLESE  605 

negli  effetti  doganali  altra  •  origine  fuori  quella  determinata 
dalla  distribuzione  già  avvenuta  nella  forma  di  produzione  e 
dalla  statistica  delle  professioni.  Era  semplicemente  assurdo 
con  una  protezione  agricola  di  risultato  assai  incerto  paraliz- 
zare l'industria  e  il  commercio.  Non  ostante  tutti  i  progressi  della 
tecnica  e  i  grandi  investimenti  di  capitali  e  gli  sforzi  realizzati 
durante  la  guerra  l'agricoltura  inglese  è  in  grande  depressione, 
né  è  probabile  possa  uscire  da  questo  stato.  L' Inghilterra  in- 
troduce quasi  un  miliardo  e  mezzo  di  cereali  dall'estero  :  e  in- 
troduce carne,  formaggio,  zucchero,  ecc.  È  un  paese  importa- 
tore di  materie  prime  e  di  prodotti  agricoli  ed  esportatore  di 
prodotti  industriali.  Il  suo  dominio  è  stato  finora  incontra- 
stato. Le  differenze  fra  la  importazione  e  la  esportazione  erano 
e  sono  pagate  dai  benefizi  della  grande  flotta  commerciale  e 
sopra  tutto  dagli  enormi  crediti  che  l'Inghilterra  ha  sull'estero. 

L'Inghilterra  adotta  il  sistema  della  tariffa  unica,  libero- 
scambista, con  dazi,  cioè,  puramente  fiscali,  colpendo  fortemente 
il  tabacco,  lo  zucchero,  le  bevande  alcooliche,  il  the,  il  vino,  le 
uve,  la  cicoria,  il  cacao,   la  frutta  e  pochi  altri   articoli. 

La  Germania  era  prima  della  guerra  il  paese  del  continente 
che  avea  il  più  grande  commercio  e  anche  quello  che  avea  rea- 
lizzato i  maggiori  progressi.  Il  commercio  speciale  di  importa- 
zione e  di  esportazione  che  avea  già  nel  1873  raggiunto  un'al- 
tissima cifra,  dopo  essere  sceso  nel  1880,  in  seguito  alle  forme 
protezioniste  introdotte  nel  1879,  era  salito  continuamente 
negli  ultimi  anni.  La  Germania  era  ancora,  dopo  la  guerra  del 
1870,  paese  prevalentemente  agricolo,  e  che  importava  dal- 
l'Inghilterra gran  parte  dei  prodotti  industriali.  Un  regime  di 
libero  scambio  le  avrebbe  assai  diffìcilmente  permesso  di  tra- 
sformarsi ;  e  d'altra  parte,  possedendo  grandi  fiumi  naviga- 
bih,  abbondanza  di  materie  prime  e  di  combustibili,  popola- 
zione densa;  la  Germania  avea  tutte  le  condizioni  per  trasfor- 

Dopo  la  guerra  tutto  è  mutato.  Togliendo  gli  anni  di  guerra,  che  sono 
stati  eccezionalmente  influenzati  da  ima  causa  cosi  profondamente  per- 
turbatrice si  ha  in  milioni  di  sterh'ne. 

1920  importazioni  :     1,932.6     esportazioni     1.334,3 

1921  »  1.086,6  »  703,1 


6o6  SCIENZA  DELLE   FINANZE  [LIBRO   II. 

marsi.  Fu  nel  1879  che  l'Impero  germanico  incominciò  la  sua 
politica  protezionista,  che  fu  aggravata  nel  1883  e  nel  1887. 
•Da  principio  questa  politica  segnò  una  diminuzione  nel  com- 
mercio internazionale  :  furono  gli  anni  di  preparazione  della 
industria  tedesca.  Dopo  breve  tempo,  però,  il  rialzo  fu  rapido 
e  costante  :  cosi,  dopo  il  1890,  la  Germania,  lungi  dal  temere  la 
concorrenza  estera  per  i  suoi  progressi  industriali,  potè  ga- 
reggiare, spesso  vittoriosamente,  sul  mercato  mondiale  con  le 
stesse  fabbriche  inglesi.  E  cercò  allora  in  una  abile  politica  di 
trattati,  iniziata,  nel  1891,  con  i  trattati  conchiusi  con  l' Au- 
stria-Ungheria, il  Belgio,  la  Svizzera,  di  mitigare  le  forme  di 
protezionismo  antico.  La  Germania  era  prima  della  guerra 
lo  stato  del  continente  più  progredito  ;  l'elemento  industriale 
assumeva  anzi  in  essa  una  importanza  sempre  crescente  come 
rivela  la  statistica  delle  professioni.  Ciò  che  è  meravigliosa 
a  dirittura  è  la  composizione  del  commercio  tedesco  *,  supe- 

*  Commercio  speciale  della  Germania  in  migliaia  di  marchi  : 
Importazione  Esportazione 

1872 3,468  2,494 

1875 3,576  2,561 

1888 2,859  2,946 

1890 4,087  3,256 

1895    ........'        4,246  3,424 

1897 4,864  3,786 

1901 5,421  4,512 

1902 5,631  4.677 

1905 7,128  5,731 

1910 8,934  7,475 

1913 10.770  10.096 

Cfr.  fra  le  innumerevoli  pubblicazioni  :  W.  L  o  t  z  :  Le  idee  della  politica 
commerciale  tedeschi  in  B.  d.  E.  IV  serie. 

Per  effetto  della  guerra  il  commercio  della  Germania  è  stata  profonda- 
mente disordinato.  Secondo  il  trattato  di  Versailles  la  Germania  ha  dovuto 
cedere  gran  parte  delle  sue  materie  prime,  sopra  tutto  quattro  quarti  del 
minerale  di  ferro,  grandi  giacimenti  di  potassa,  grandi  quantità  di  car- 
bone. La  .Germania  orientale  è  stata  a  dirittura  divisa  in  due  parti.  Inoltre 
la  Germania  ha  dovuto  cedere  oltre  le  sue  colonie,  la  sua  flotta  mercan- 
tile, i  suoi  crediti  e  la  sua  organizzazione  commerciale  all'estero,  ecc.  Una 
serie  di  controlU  ha  paralizzato  tutto  il  movimento  commerciale  intemo. 
Nel  1920  la  Germania  ha  importato  per  98  miliardi  di  marchi  ed  esportato 
per  69  miliardi  :  la  composizione  del  commercio  è  anche  peggiorata. 


CAP,    XXI.]  LA    POLITICA    DOGANALE    TEDESCA  607 

riore  a  quella  di  tutti  i  paesi  di  Europa  ;  nel  1913  cioè  nell'anno 
precedente  alla  guerra  non  ha  importato  che  1478  milioni  di 
marchi  di  oggetti  fabbricati,  mentre  ne  ha  esportati  per  6395 
in  un  esportazione  totale  di  solo  o  che  dieci  miliardi.  Era  un 
paese  importatore  di  materie  prime  ed  esportatore  di  manu- 
fatti. Le  lotte  fra  l'elemento  agrario  e  l'elemento  industriale 
sono  adesso  assai  vive,  non  volendo  la  Germania  rinunziare 
alla  sua  agricoltura  e  non  potendo  d'altra  parte  rinunziare  al 
suo  grande  sviluppo  industriale. 

La  maggior  parte  dei  trattati  conclusi  dalla  Germania  nel 
1891  venivano  a  scadere  a  fine  del  1903.  In  previsione  dei  ne- 
goziati, cui  la  rinnovazione  dei  patti  commerciali  avrebbe  do- 
vuto dar  luogo,  il  Reichstag  adottava  una  nuova  tariffa  doga- 
nale del  25  decembre  1902.  Questa  tariffa,  più  completa  e  assai 
più  specializzata  delle  precedenti,  comprendeva  19  classi,  con 
946  articoli  ;  ed  avea  carattere  spiccatamente  protezionista, 
tanto  che  alcuni  dazi  potevano  essere  considerati  come  proibi- 
tivi addirittura.  Il  segreto  di  questa  nuova  tariffa  del  1902  è 
neUa  sua  estrema  specializzazione,  consistente  nel  dare  a  cia- 
scun prodotto  come  una  individuazione,  una  personalità  pto- 
pria,  senza  che  lo  si  possa  confondere  cgn  altri  della  stessa  fa- 
migUa  o  del  medesimo  genere.  Per  raggiungere  un  risultato 
siffatto,  il  prodotto  è  descritto  minuziosamente,  non  solo  nella 
sua  natura  e  nella  sua  specie,  ma  ancora  nel  suo  carattere,  nella 
sua  fabbricazione,  nelle  circostanze  deUa  produzione ,  in  tutte 
le  particolarità  che  lo  riguardano.  Questa  denominazione  pre- 
cisa e  completa  risponde  ai  caratteri  della  produzione  di  un 
paese  determinato,  senza  contravvenire  alla  clausola  della 
nazione  più  favorita,  ma  togliendole  molta  efficacia.  La  ta- 
riffa del  1902  non  ha  impedito  alla  Germania  di  addi- 
venire ad  una  serie  di  nuovi  patti  commerciali,  (con  l'Italia, 
ai  3  decembre  1904  ;  col  Belgio,  ai  22  giugno  1904  ;  con  la 
Russia  ai  28  luglio  1904^;  con  la  Rumania  agli  8  ottobre  1904  ; 
con  la  Svizzera  ai  12  novembre  1904,  con  la  Serbia  ai  16  no- 
vembre 1904  ;  con  l'Austria-Ungheria  ai  25  gennaio  1905), 
entrati  in  vigore  simultaneamente  col  i  marzo  1906;  trattati 
che  hanno  modificato,  in  parecchi  punti,  le  tariffe  generali  del 
1902,   ma  sempre  col   sistema  delle  specializzazioni,  in  guisa 


6o8  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

che  le  concessioni  speciali  accordate  ad  un  paese  non  potessero 
profittare,  per  la  clausola  della  nazione  più  favorita,  ad  altri. 
È  il  caso  dei  cavalli  di  razza  norica  pura  del  trattato  con  l'Au- 
stria ;  o  di  razza  fiamminga  o  del  Brabante  dal  trattato  col 
Belgio  ;  o  dei  bovini  di  razza  bruna,  del  trattato  colla  Svizzera. 
La  clausola  della  nazione  più  favorita  rimaneva  così  lettera 
morta.  A  difesa  della  tariffa  del  1902  il  Cancelliere  dello  Im- 
pero diceva  al  Reichstag.  «  La  forza  della  nostra  nuova  tariffa 
è  in  ciò  che  comprende  946  articoli  e  che  è,  quindi,  assai  spe- 
cializzata, ciò  che  significa  che  noi  possiamo  fare  concessioni 
all'Austria,  all'Italia,  alla  Russia,  senza  che  queste  concessioni  si 
debbano  applicare  necessariamente  (per  la  clausola  della  na- 
zione più  favorita)  alla  Francia.  Fra  l'articolo  francese  e  l'ar- 
ticolo russo,  italiano,  austriaci),  analogo,  si  troveranno  diffe- 
renze, assai  piccole  in  realtà,  ma  bastevoli  ad  ogni  modo  per- 
chè si  possano  applicare  articoli  differenti  w.  I  trattati  del  1904- 
T905  hanno  dimostrato  che  i  calcoli  del  Cancelliere  dello  Im- 
pero non  erano  errati  *. 

Il  trattato  di  Versailles  ha  imposto  alla  Germania  una  serie 
di  limitazioni  anche  in  materia  doganale.  La  Germania  è  ob- 
bligata senza  reciprocità  (art.  264)  a  non  colpire  le  merci  degli 
stati  vincitori  più  che  quelle  di  qualsiasi  altro  stato  ;  cioè  ad 
accordare  a  tutti  la  clausola  della  nazione  più  favorita,  senza 
averne  nulla  in  compenso.  ISon  è  libera  né  meno  d'imporre 
monopoli  ;  deve  accordare  a  tutti  gli  Stati  vincitori,  le  facili- 
tazioni che  eventualmente  accordi  a  ciascuno  di  essi.  Perfino 
parti  notevoli  del  territorio  della  Germania  sono  state  attri- 
buite al  territorio  doganale  di  stati  vincitori.  Vi  sono  anche 
alcune  clausole  molto  strane  relative  alle  falsificazioni  com- 
merciali e  industriali.  La  Germania  è  obbligata,  senza  recipro- 
cità a  reprimere  e  a  proibire  con  le  sanzioni  più  rigorose,  l'im- 
portazione e  la  esportazione,  come  anche  la  circolazione ,  la 
vendita  e  la  messa  in  commercio,  di  tutti  i  prodotti  o  mer- 
canzie  che   portano   false  indirazioni   sull'  origine,    la   specie. 


*  Su  quanto  riguarda  la  tariffa  tedesca  dell'anteguerra  confronta  ; 
Revue  de  Science  et  Lègislation  financières  del  1909,  pp.  1 31-133.  Di  là  ab- 
biamo riferito  nel  testo. 


CAP.   XXI.]  LA   POLITICA   DOGANALE   AUSTRIACA  609 

la  natura  o  la  qualità  specifica  dei  prodotti  stessi  e  delle  mer- 
canzie   (art.    274). 

Questa  disposizione,  che  non  ha  precedenti  nella  storia  dei 
trattati,  è  la  più  strana  aberrazione  morale  di  cui  sia  esempio 
in  materia  di  commercio.  Perchè  praticamente  significa  che 
i  vincitori  possono  impunemente  falsificare  i  prodotti  tede- 
schi (supponiamo  :  vini  del  Reno,  profumi ,  medicinali ,  colo- 
ri ecc.)  senza  che  la  Germania  possa  protestare.  Viceversa  la 
Germania  anche  sul  suo  territorio  deve  confiscare  e  distruggere 
quei  prodotti  che  possono  far  sorgere  dubbio  per  le  indicazioni 
con  cui  sono  presentati,  sulla  loro  origine.  La  falsificazione 
diventa  così  un  dritto  del  vincitore  :  ciò  che  è  veramente  pue- 
rile, oltre  che  immorale. 

L'Austria  e  l'Ungheria  formavano  con  tutti  i  paesi  dell'Im- 
pero una  sola  comunità  doganale  ;  la  prevalenza  era  della  pro- 
duzione agraria  ;  ma  si  affermava  ogni  giorno  più  un  notevole 
sviluppo  della  industria.  L'Austria  Ungheria  stette  fra  il  1853 
ed  il  1865  sotto  una  tariffa  generale  protezionista  :  ebbe  dopo 
un  ordinamento  liberale  delle  dogane  ;  rientrò  nel  protezioni- 
smo il  1878,  prima  della  istessa  Germania.  Più  tardi,  le  tariffe 
del  1872  e  del  1882  furono  aggravate  da  quella  del  1887.  Dopo 
il  1890,  l'Austria  Ungheria  entrò  anch'essa  nella  politica  dei 
trattati.  Nel  1912,  il  suo  commercio  di  importazione  era  di 
3.556  milioni  di  corone  ;  quello  di  esportazione  di  2.733  milioni 
di  corone  escluso  il  movimento  dei  metalli  preziosi.  Sull'esem- 
pio della  Germania,  anche  l'Austria-Ungheria  avea  riformata 
la  sua  tariffa. 

Per  effetto  dei  trattati  di  Versailles  e  di  Saint-Germain 
en  Laye,  l'Austria  Ungheria  è  stata  smembrata  in  una  serie  di 
stati  successori.  L'Austria  è  rimasta  un  piccolo  stato  e, 
quantunque  tedesca,  non  può  unirsi  alla  Germania  per  dispo- 
sizione del  trattato  di  Versailles  (art.  80).  Ha  poco  oltre  6  mi- 
lioni di  abitanti  e  una  capitale  di  circa  due  milioni.  L'Ungheria 
è  stata  ridotta  da  325  mila  chilometri  quadrati  ad  appena 
91  mila,  con  la  perdita  di  tutti  i  territori  più  ricchi,  attribuiti 
quasi  a  caso  alla  Romania,  alla  Ceco  Slovacchia  e  alla  Jugosla- 
via. È  stata  formata  la  Ceco  Slovacchia  ed  è  sorta  la  Polonia, 
che  contengono  in  proporzione  da  un  terzo  a  quasi  la  metà  di 


6lO  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   II. 

territori  non  nazionali.  Vi  sono  sette  stati  successori  dell'Au- 
stria Ungheria.  Ora  l'Austria  Ungheria  avea  relativamente 
un  modesto  commercio  estero  :  poco  oltre  6  miliardi  di  corone 
e  meno  della  metà  d'esportazione.  Ma,  data  la  sua  popola- 
zione, per  cui  era  il  terzo  stato  dell'Europa,  e  la  sua  estensione, 
per  cui,  tolta  la  Russia,  veniva  al  primo  posto  in  Europa,  e 
l'abbondanza  di  materie  prime  (cereali,  bestiame,  legnami, 
carbone,  ferro,  ecc.)  avea  sviluppato  potentemente  la  produ- 
zione per  il  mercato  intemo.  Le  grandi  fabbriche  di  Vienna, 
di  Budapest,  di  Praga,  Lemberg,  di  Cracovia,  di  Gratz,  ecc. 
lavoravano  sopra  tutto  per  il  grande  mercato  intemo.  Ora 
rotta  l'unità  economica  dell'impero  austro  ungarico  dopo  lo 
spezzettamento  del  territorio,  i  grandi  centri  industriali  sono 
stati  staccati  dai  loro  mercati  di  consumo.  Le  fabbriche  di 
Vienna  non  possono  che  lavorare  per  un  piccolissimo  stato  ed 
erano  attrezzate  per  la  grande  industria  e  il  grande  consumo  : 
molti  dei  prodotti  di  Praga  e  della  Boemia,  che  ora  fan  parte 
della  Ceco  Slovacchia,  non  trovano  più  mercato.  Quasi  tutti 
i  paesi  nuovi  hanno  cattiva  moneta  :  pessima  la  Polonia  il 
cui  disordine  finanziario  è  a  dirittura  spaventoso  ;  le  valute 
austriache  e  ungheresi  sono  profondamente  deprezzate.  D'altra 
parte  ognuno  dei  piccoli  stati  cerca  di  sviluppare  la  produzione 
interna  con  un  protezionismo  esagerato  ed  assurdo.  Così  i 
grandi  impianti  rimangono  inutilizzati  e  si  cerca  di  far  sorgere 
nuovi  impianti  dove  mancano  le  condizioni  di  sviluppo. 

Oltre  centoventi  milioni  di  uomini  che  formavano  i  due 
grandi  imperi  centrali  si  trovano  dunque  in  difficilissime  condi- 
zioni di  scambio.  Se  si  tenga  conto  che  la  Russia  non  scambia 
'  che  assai  poco  per  le  sue  stesse  condizioni  inteme  :  sono  300  mi- 
lioni di  uomini  a  cui  mancano  tutte  le  condizioni  per  riprendere 
i  traf&ci  normali.  Se  si  aggiunga  che  anche  Francia,  Belgio  e 
Italia  hanno  una  cattiva  moneta  e  quindi  le  loro  transazioni 
non  si  svolgono  in  condizioni  normali,  si  può  solo  allora  avere 
un'idea  del  disordine  economico  e  doganale  di  tutta  l'Europa. 
Alle  difficoltà  non  sfuggono  né  meno  i  paesi  che  sono  stati  neu- 
trali, in  quanto  i  paesi  a  moneta  deprezzata  hanno  necessa- 
riamente ridotto  i  loro  commerci  e  cercano,  per  non  deprezzare 


GAP.    XXI.]  LA    POLITICA    DOGANALE    FRANCESE  6ll 

ulteriormente  le  loro  valute,  di  ridurre  nella  maggiore  misura 
possibile  i   loro   acquisti. 

Dopo  molti  mutamenti  avvenuti  fra  il  1791  e  il  1857,  con 
prevalenza  ora  di  una  politica  liberale  ora  di  una  politica  pro- 
tezionista, la  Francia  era  alla  vigilia  del  1860  ancora  in  una 
fase  protezionista.  Il  23  gennaio  1860,  fu  iniziata  con  il  trat- 
tato con  l'Inghilterra,  opera  da  una  parte  degli  sforzi  di  Cob- 
den  e  di  Gladstone,  dall'altra  di  Chevalier  e  di  Rouher,  la  po- 
litica liberale  che  la  Francia  ha  seguito  lungamente.  Quel  trat- 
tato non  era,  come  si  disse,  il  libero  scambio  :  ma  invece  della 
proibizione  alla  entrata  delle  merci  inglesi,  si  introducevano  dazi 
che  non  potevano  sorpassare  30  per  cento  ad  valorem.  Le  con- 
venzioni definitive  12  ottobre  e  16  novembre  1860  ridussero 
ancora  molti  dazi  e  trasformarono  tutta  la  poUtica  doganale 
della  Francia.  Anzi,  più  che  quella  della  Francia,  la  politica 
doganale  di  tutta  l'Europa,  che  si  affrettò  a  seguire,  almeno  in 
gran  parte,  l'esempio  della  Francia  e  dell'Inghilterra.  La  Fran- 
cia aveva  già  nel  1860  fondato  la  più  gran  parte  delle  sue  mag- 
giori industrie  ;  e  potè  trovare  facile  sbocco  in  Italia  e  nei  paesi 
dove  là  sua  politica  incontrava  più  vive  simpatie,  e  gli  accordi 
commerciaci  erano  più  facili.  La  Francia  riesci  a  stabilire  facil- 
mente grande  numero  di  convenzioni  favorevoli  :  pure  la  cor- 
rente protezionista  si  manifestò,  subito.  Il  regime  del  libero 
scambio,  con  moderazioni  sempre  maggiori,  è  durato  venti  anni, 
dal  1861   al   1S80  :  la  tariffa  generale  del  7  maggio  1881   fu, 
schiettamente,  in  qualche  caso  esageratamente,  protezionista. 
Nel   1887,  denunziato  il  trattato  coli' Italia,  si  era  venuto  a 
guerra  di  tariffe  tra'  due  paesi.  La  Francia  è  nello  stesso  tempo 
un  grande  paese  agricolo  a  piccola  proprietà  e  un  grande  paese 
industriale  :  protezionismo  agrario  e  protezionismo  indu-^triale 
troppo  spesso  si  sono  aiutati  a  vicenda  e  hanno  reso  possibili 
eccessi  non  di  rado  dannosi.  I  trattati  del  1882,  conseguenza 
della  tariffa  del  1881,  parvero  ai  protezionisti  francesi  un  disa- 
stro :  tali  da  causare  «  l'invasione  del  mercato  da  parte  dei  pro- 
dotti esteri  ».  L'allarme  pubblico  fu  sì  grande  che  nelle  eiezioni 
generali  del  1889  furono,  nella  maggioranza  dei  collegi,  diffidati 
i  candidati  ad  iscrivere  nel  loro  programma  la  revisione  delle 
tariffe  del  1881.  Così  si  venne  alla  nuova  tariffa  (detta  tariffa 


6l2  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Meline,  perchè  il  Meline  tu  il  relatore  generale  della  Commissio- 
ne delle  Dogane)  degli  ii  gennaio  1892,  assai  più  protezioni- 
sta di  quella  del  1881,  e  dei  cui  effetti  i  protezionisti  francesi 
non  hanno  che  a  lodarsi.  Ciò  non  di  meno  un  vivo  movimento, 
in  senso  più  protezionista  ancora,  si  è  venuto  formando  nel- 
l'ultimo decennio,  che  mise  capo  ad  una  proposta  di  legge,  pre- 
sentata alla  Camera  francese  dall'onorevole  Giovanni  Morel, 
che  modificava  la  tariffa  del  1892.  Il  Morel,  relatore  generale 
della  Commissione  delle  Dogane,  presentava  poi,  agli  11  lu- 
glio 1908,  la  relazione  *  sulla  nuova  proposta,  cosi  giustificando 
i  chiesti  inasprimenti  di  tariffa.  «  La  tariffa  del  1892,  eccellente 
strumento  di  prosperità  materiale  è  invecchiata:  in  alcuni  punti 
deficiente,  in  altri  è  arretrata.  Presenta  anomalie,  debolezze, 
lacune.  In  qualche  punto  è  stata  rimodernata  da  leggi  poste- 
riori ;  ma  le  addizioni  e  le  rettifiche  sono  di  scarsa  importanza 
di  fronte  alle  riforme  doganali  degli  stati  vicini. Non  vogliamo 
rifare  la  nostra  armatura  economica  ;  ma  qualche  rimaneggia- 
mento s'impone.  Nuove  industrie  sono  soite  dopo  il  1892  (la 
costruzione  degli  automobih  ;  l'applicazione  elettrica  all'il- 
luminazione, ai  trasporti,  alla  forza  motrice,  alle  alte  tempera- 
ture ;  l'energia  idroelettrica  ha'  trasformato  l'industria  dell'al- 
luminio ecc.),  che  devono  essere  considerate  dal  nuovo  regime 
doganale.  Inoltre  la  tariffa  massima  del  1892,  che  non  era  spe- 
cializzata, non  è  applicata  oramai  che  ad  un  solo  Stato  :  il 
Portogallo.  Gli  accordi  intemazionali  intervenuti  dopo  hanno 
fatto  sì  che  in  Europa,  in  Asia,  in  Africa,  in  America,  la  tariffa 
minima  del  1892,  più  liberale,  sia  divenuta  la  regola.  GU  altri 
Stati  hanno  inasprito  le  loro  tariffe  e  noi  siamo  rimasti  allo 
stesso  punto.  La  principale  caratteristica  di  queste  riforme 
doganali  degli  altri  Stati  è  la  maggiore  specializzazione  delle 
tariffe.  Si  sono  create  molte  posizioni  nuove,  per  eludere  la 
clausola  della  nazione  più  favorita.  La  revisione  di  tariffa  deve 
dunque  mirare  a  includere  le  industrie  sviluppate  dopo  il  .1892 
e  a  meglio  specializzare  le  voci  »  t.  Alla  Camera  francese,  nel 

*  Vedi  il  rapporto  di  More!  nella  Revue  de  Science  et  Législation  finan- 
cierès  del  1909  :  pp.  104-165. 

t  Confr.  :  Revue  de  Science  et  législation  financières  del  1909  :  pp.  479' 
504. 


€AP.   XXI.]  LA    POLITICA   DOGANALE   FRANCESE  613 

1909,  la  proposta  riforma  doganale  fu  a  lungo  discussa.  Paul 
Beauregard  cominciò  col  dichiararsi  sorpreso  che  una  sì  impor- 
tante discussione  avvenis^'e  non  su  un  progetto  del  governo,  ma 
su  di  uno  di  iniziativa  parlamentare.  La  riforma  si  invocava  per 
una  maggiore  specializzazione  e  per  le  nuove  industrie,  non  con- 
siderate nel  1892  ;  invece  si  chiedeva  di  fatto  —  secondo  Beau- 
regard  —  una  più  dura  protezione.  A  tutti  rispose  il  Ministro 
•del  Commercio,  Gruppi,  facendo  notare  che,  per  quanto  il  si- 
stema della  tariffa  massima  e  minima  sembri  escludere  le  con- 
venzioni commerciali  cogli  Stati  singoli,  non  è  a  disconvenire  che 
resta  integra  la  facoltà  accordata  al  Presidente  della  Repubblica 
dalla  legge  costituzionale  del  i6  luglio  1875,  di  concludere 
trattati  di  commercio  (che  diventano  definitivi  dopo  l'approva- 
zione delle  Camere)  ;  facoltà  che  nella  discussione  del  1892  non 
fu  disconosciuta,  e  per  la  quale  il  governo  resta  libero  di  ac- 
cordare tariffe  intermedie  fra  la  generale  e  la  minima  e  di  di- 
scendere anche  al  disotto  di  questa  ultima.  Il  governo  francese 
■discese  al  disotto  della  tariffa  minima  colla  convenzione  franco- 
svizzera del  1906.  Vero  è,  che  questo  è  il  solo  caso  del  genere  , 
mentre  nelle  altre  convenzioni  stipulate  dopo  il  1892,  e  furono 
54  (la  Francia  ha  altri  27  trattati  anteriori  al  1892)  non  si  fece 
che  accordare  la  tariffa  minima  in  cambio  delle  tariffe  estere 
più  ridotte.  La  tariffa  del  1892  del  resto  è  stata  modificata 
da  39  leggi  (sino  al  giugno  1909)  riguardanti  137  articoli.  Il 
Ministro  notava  che  la  Francia  avrebbe  dovuto  seguire  una 
politica  di  protezione  ragionevole  e  di  elasticità  doganale.  Cruppi 
ammetteva  che  occorresse  una  nuova  specificazione  dei  pro- 
dotti e  che  si  dovessero  considerare  le  industrie  sorte  o  svi- 
luppate dopo  il  1892,  ma  i>on  che  si  dovesse  giungere  ad  una 
revisione  generale  delle  tariffe  e  concludeva  dichiarando  di  non 
potere  accettare,  a  nome  del  governo  le  proposte  più  gravi 
della  Commissione  doganale  *.  Ad  ogni  modo  una  nuova  tariffa 
delle  dogane  fu  approvata  con  legge  dei  29  marzo  1910.  La  nuova 
legge  adotta  sempre  le  due  tariffe  :  la  generale  e  la  minima. 
Molti  dazi  sono  sta.ti  elevati  e  si  è  adottata  una  maggiore  spe- 

*  La  tariffa  doganale  francese  è  nel  Bulletin  de  Statistique  et  Législation 
campar èe  di  agosto  (pp.  141 -179)  e  settembre  (pp.  258-289)  del  1910. 
Nitti.  40 


6l4  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   II. 

cializzazione,  che  equivale  ad  un  maggiore  aggravio.  La  nuova 
tariffa  francese  ha  destato  preoccupazioni  in  Inghilterra,  in 
Austria-Ungheria,  in  Germania,  nel  Belgio,  in  Italia.  La  stessa 
legge  29  marzo  1910  dà  facoltà  al  Governo  (articolo  3)  di  appli- 
care tarile  differenziali  (sino  al  doppio  dei  diritti  della  tariffa 
generale  o  uguali  al  valore  delle  merci)  alle  importazioni  dai 
paesi  che  adottassero  tariffe  di  guerra  per  le  esportazioni 
francesi.  iSiel  191 3  nell'anno  anteriore  alla  guerra  la  Francia  im- 
portava 8,421  milioni  di  franchi  ed  esportava  per  6.880  milioni. 
Per  effetto  della  guerra  la  Francia  ha  acquistato  non  solo 
territoii  molto  fertili  ;  ma  abbondanza  di  materie  prime,  ferro, 
carbone,  potassa,  ecc.  La  Francia  con  una  popolazione  che  è 
appena  quella  dell'Italia  ha  il  più  vasto  impero  coloniale.  In 
apparenza  la  Gran  Bfettagna  ha  alla  sua  dipendenza  territori 
più  estesi  :  ma  in  realtà  lo  spirito  liberale  inglese  ha  tenuto, 
man  mano  che  le  sue  colonie  si  sviluppavano,  a  dar  loro  una 
vera  autonomia  :  il  Canada,  l'Africa  del  Sud ,  1'  Australia  e  la 
Nuova  Zelanda  sono  dominions  e  non  già  colonie.  Godono  di 
piena  libertà  e  sono  unite  alla  madre  patria  più  da  un  fatto 
spirituale  e  dalla  comunità  d'interessi ,  che  da  un  vincolo  di 
dipendenza.  La  Francia  è  il  solo  paese  di  Europa  che  ha  sul 
suo  territorio  quasi  tutto  ciò  che  occorre  ai  suoi  bisogni  fonda- 
mentali. Dopo  la  guerra  la  sua  legislazione  doganale  è  diven- 
tata anche  maggiormente  protezionista  e  le  nuove  tariffe  e  i 
nuovi  trattati  conchiusi  dopo  la  guerra  sono  inspirati  a  un  vero 
protezionismo  *. 

*  Commercio  speciale  della  Francia  in  milioni  di  franchi  : 

Importazioni  Esportazioni 

1840   .....    .^.    .    .  747  695 

1850 *.    .    .  765  1.068 

1860 1.897  2.277 

1870 2.867  2.802 

1880 5.033  3.467 

1890 4.436  3-753 

1905 4.173  4-761 

1913 8.421  6.880 

Cfr.  R  a  US  eh:  Franzosische  Handels-politik.  Leipzig,  1900. 
Dopo  la  guerra  i  rapporti  si  sono  spostati.  Nel  1920  le  importazioni  sono 
state  35.404  milioni  di  franchi  e  le  esportazioni  22,434  e  nel  1921  rispetti- 
vamente 29.548  e  21.553  milioni. 


CAP.    XXI.]  LA    POLITICA    DOGANALE    ITALIANA  615 

L'Italia  non  è  sfuggita  alla  tendenza  generale  della  politica 
doganale  negli  ultimi  trenta  anni.  Prima  del  1860  il  Piemonte, 
il  Regno  delle  due  Sicilie,  lo  Stato  della  Chiesa,  ecc.,  aveano 
ordinamenti  doganali  diversissimi.  Ma  di  essi  e  della  situazione 
commerciale  di  ciascuno  dei  vecchi  stati    non  è  il  caso  di  occu- 
parsi ora  ;  diremo  solo  che  il  Piemonte,  per  opera  di  Cavour,  mi- 
tigato l'antico  protezionismo,  era  entrato,  già  dal  1854,  in  una 
politica  liberale.   Così  che,   quando  il  nuovo  regno  sorse  e  il 
Piemonte,  vincitore,  ne  fu  l'anima  e  il  nucleo,  la  politica  doga- 
nale ebbe  indirizzo  liberale.  Nel  1860  fu  conchiuso  il  celebre 
trattato  tra  l'Inghilterra  e  la  Francia  ;  l'Italia  entrò  rapidamente 
nel  regime  liberale.  Il  trattato  tra  l'Italia  e  la  Francia,  conchiuso 
il  19  gennaio  1863,  fu  informato  al  concetto  che  l'Italia,  paese 
produttore  ed  esportatore  di  materie  prime  agricole,  dovesse 
sopra  tutto  dalla  Francia  importare  prodotti  manufatti.  Fu  un 
trattato    liberahssimo  ;    il    ministro    Manna    disse    addirittura 
l'estremo  limite  dei  trattati  liberali.  Ma  in  quei  trattati,  come  nel- 
l'opera doganale  di  quel  periodo,  era  un  grave  errore  :  quello 
di  credere  che  l'Italia,   con  una  popolazione  enorme,   tenuto 
conto  della  sua  fertilità  e  delle  sue  risorse,  potesse  rimanere  un 
paese  esclusivamente  o  quasi  esclusivamente  agricolo.  Cosi  su- 
bito dopo,  formatisi  nuovi  capitali,  si  senti  il  bisogno  di  una 
politica  economica  più  avveduta.  E  si  manifestò,  insieme  a  una 
inquietudine,  una  viva  tendenza  protezionista,  che  ebbe  una 
prima  esplicazione  nei  decreti  di  Scialo] a  e  di  Sella  nel  1866  è 
nel  1872  *.  Verso  il  1870  si  manifestarono  nuove  e  vere  ten- 
denze protezioniste  :  e  la  inchiesta  industriale  compiuta  nel  1872 
mise  in  rilievo  la  convinzione  quasi  generale  del  Nord  d'Italia, 
che  senza  una  adeguata  protezione  non  fosse  possibile  il  sorgere 
e  lo  sviluppo  delle  industrie  italiane.   Si  andò  determinando 
quindi,  traverso  infinite  incertezze,  una  legislazione  timidamente 
protezionista,  che  mise  capo  alla  tariffa  generale  del  30  maggio 
1878.  Il  trattato  di  commercio  del  19  gennaio  1863  era  scaduto 
intanto  ai  19  gennaio  1876  ;  furono  intavolate  trattative  per  la 
conclusione  di  un  patto  nuovo  e  l'Italia  vi  pose  a  base  la  ta-. 

*  Cfr.  StringherinG.  d.  E.  1899  ;  e  fra  altri  S  o  m  b  a  r  t  in  R.  di 
E.  P.  del  1892. 


6l6  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

riffa  nuova,  anche  prima  che  divenisse  legge  ;  trattative  che  por- 
tarono all'accordo  dei  6  luglio  1877,  che  non  andò  mai  in  vi- 
gore, perchè,  approvato  dal  Parlamento  italiano,  nel  1878,  fu 
respinto  invece  dalla  Camera  francese.  Nel  frattempo  era  stata 
prorogata  sino  al  i»  luglio  1878  la  convenzione  del  1863  ;    ma, 
dopo  il  voto  contrario  della  Camera  francese,  l'Italia  e  la  Fran- 
cia dovettero,   dal   1°  lugho   1878,   applicarsi  reciprocamente 
la  tariffa  generale.  Fortunatamente  questo  stato  di  cose  durò 
poco.  Il  15  gennaio  1879  i  due  governi  addivennero  ad  una 
convenzione  commerciale  provvisoria,   colla  quale,   proponen- 
dosi di  negoziare  al  più  presto  possibile  un  trattato,  si  garenti- 
vano  intanto  il  trattamento  della  nazione  più  favorita  sino  ai 
31  decembre  1879,  termine  che,  pendenti  i  negoziati  perii  nuovo 
trattato  (che  porta  la  data  dei  3  novembre  1881)  fu  poi  proro- 
gato agli  8  febbraio  1882.  Il  nuovo  trattato  di  commercio,  en- 
trato finalmente  in  vigore,  sarebbe  dovuto  scadere  col  febbraio 
del  1892  ;  ma  l'articolo  18  lasciava  alle  Parti  facoltà  di  fame 
cessare  gli  effetti  col    i«  gennaio  1888,  con  denunzia  di  un  anno 
prima.  Il  nuovo  trattato  era  assai  più  protezionista  di  quello 
che,  concluso  ai  6  luglio  1877,  non  fu  accettato  mai  dalla  Fran- 
cia. Intanto  l'Italia,  messasi  su  una  via  di  maggiore  protezio- 
nismo, giungeva  alla  più  grave  tariffa  doganale  dei  6  giugno 
1885,  e  alla  fine  del  1886,  per  il  31  decembre  1887,  denunziava 
il  trattato  colla  Francia  dei  3  novembre  1881.  Un   protocollo 
sottoscritto  a  Roma  il  29  decembre   1887  protraeva  sino  al 
1°  marzo   1888  l'efficacia  del    trattato  3  novembre   1881.   In 
Italia  la  questione  doganale  era  causa  di  viva  agitazione.  Il 
trattato  del  1881  colla  Francia,  escludendo  da  ogni  trattamento 
di  favore  il  bestiame,  colpendo  di  dazi  le  carni,  i  volatili  ed  il 
vino,  prima  esenti,  avea  spaventato  gli  agricoltori.  Era  allora 
un  vero  e  profondo  contrasto  tra  la  zona  della  valle  del  Po  e 
l'Italia  meridionale.  La  prima,  con  popolazione  molto  densa, 
grandi  fiumi  navigabili  e  canali,   varietà  di  produzione,   for- 
mata la  sua  grande  rete  stradale  e  ferroviaria  (affrettata  an- 
che per  ragioni  strategiche)  molto  avvantaggiatasi  dall'unità, 
fonnando  per  la  sua  vicinanza  all'Europa  centrale  un  paese 
adatto   a   una   rapida   trasformazione  industriale,    non   potea 
conquistare  la  sua  prosperità   senza  passare  per  una  fase  di 


CAP.    XXI.]  LA    POLITICA    DOGANALE    ITALIANA  6lJ 

protezionismo.  Viceversa  l'Italia  meridionale  e  la  Sicilia  aveano 
una  produzione  quasi  esclusivamente  agricola  e  tale  che  non 
avea  bisogno  di  protezione  :  vino,  oli,  agrumi,  zolfo,  sommac- 
co,  ecc.  Il  grano  nel  versante  adriatico  era  prodotto  in  quantità 
poco  superiore  al  consumo  :  nel  versante  tirreno  in  quantità 
minore.  L'Italia  meridionale  e  la  Sicilia,  per  conseguenza,  solo 
da  un  regime  liberale  potevano  avere  il  più  grande  impulso.  In 
questo  contrasto  d'interessi  prevalsero  gl'interessi  industriali 
dell'Italia  settentrionale.  Così,  per  successive  .trasformazioni, 
si  andò  man  mano  alla  tariffa  doganale  dei  14  luglio  1887,  che 
iniziò  un  periodo  di  vero  protezionismo.  Le  trattative,  intanto, 
per  la  stipulazione  di  un  nuovo  trattato  di  commercio  colla  Fran- 
cia fallivano,  anche  perchè  la  situazione  politica  era  divenuta 
tesa,  e  i  due  stati  (la  Francia  con  legge  del  27  febbraio  1888  ; 
l'Italia  con  decreto  29  febbraio  1888)  passavano  alla  guerra  di 
tariffa,  applicandosi  reciprocamente  la  tariffa  generale  inaspri- 
ta da  sopradazi  [tariffe  differenziali).  Nel  1888-89  l'importazione 
francese  in  Italia  discese  del  47%  e  quella  italiana  in  Francia 
del  56%,  rispetto  alla  media  1880-1887.  «L'agricoltura  italiana 
ne  fu  tutta  percossa,  chiusi  gli  sbocchi  col  mercato  vicino  ;  e 
alcune  industrie  francesi,  come  quella  serica,  ne  ebbero  danno 
non  poco  per  la  mancanza  della  materia  prima,  che  per  lunga 
■consuetudine  si  ritirava  dall'Italia  «.  Gli^ffetti  del  decreto  Ita- 
liano 29  febbraio  1888  cessarono  col  1°  gennaio  1890,  poi  che 
da  quel  giorno  le  merci  francesi  all'entrata  in  Italia  furono  sot- 
toposte alla  tariffa  generale  dei  14  luglio  1887  senza  sovra  tasse; 
quelli  della  legge  francese  27  febbraio  1888  cessarono  coll'ap 
plicazione  della  nuova  tariffa  Meline  (11  gennaio  1892),  e  cioè 
col  i«  febbraio  1892,  in  quanto  si  applicavano  alle  merci  ita- 
liane in  Francia  la  tariffa  massima  senza  aumenti  differenziali. 
•Questo  stato  di  cose  durò  sino  al  1898,  quando  con  note,  scam- 
biate a  Parigi  il  21  novembre,  tra'  due  Paesi  si  gittarono  le  basi 
di  regolari  relazioni  commerciali.  «  L'Italia,  da  un  lato,  s'impe- 
gnava ad  applicare  alle  merci  francesi,  escluse  le  sete  e  le  sete- 
rie, il  trattamento  della  nazione  più  favorita  e  a  ridurre  il  dazio 
di  alcuni  voci  della  sua  tariffa  doganale  in  favore  della  Francia; 
la  Repubblica,  dall'altro,  s'impegnava  a  concedere  alle  merci 
italiane,  escluse  parimenti  le  sete  e  le  seterie,  i  dazi  della  sua 


6l8  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   II. 

tariffa  minima.  Gii  impegni  reciproci  furono  attuati  in  forma  au- 
tonoma :  in  Francia  con  la  legge  del  2  febbraio,  in  Italia  con 
la  legge  dell'ii  febbraio  1899,  Per  il  modus  vivendi  del  21  novem- 
bre 1898,  il  trattamento  della  nazione  più  favorita  deve  appli- 
carsi in  Italia  pure  ai  prodotti  delle  Colonie  francesi  e  nelle 
Colonie  francesi  ai  prodotti  italiani ,  a  eccezione  della  Colonia 
Eritrea,  tanto  all'esportazione  verso  la  Francia,  quanto  aU'im- 
portazione  dalla  Francia.  Ad  onta  dell'accordo  del  1898,  gli 
scambi  tra  i  due  paesi  non  si  risollevarono  più.  Essi,  anche  ora, 
rimangono  di  molto  inferiori  a  quelli  che  erano  nel  1887  ». 

Con  l'Austria-Ungheria  i  rapporti  commerciali  furono  rego- 
lati, sino  al  23  aprile  1867,  dal  vecchio  trattato  di  commercio 
interceduto  fra  Piemonte  ed  Austria  nel  1851.  Col  trattato  dei 
23  aprile  1867,  l'Italia  e  l'Austria-Ungheria  si  assicuravano  reci- 
procamente il  trattamento  della  nazione  più  favorita,  con  qual- 
che maggiore  agevolazione  per  i  vini.  Ai  17  ottobre  1878,  i  due 
paesi  addivenivano  ad  un  altro  trattato,  rinnovato  poi  ai  7  de- 
cembre  1887  :  l'uno  e  l'altro,  salvo  qualche  maggiore  specifi- 
cazione, non  differivano  molto  da  quello  dei  23  aprile  1867. 
Intanto  il  patto  7  deceinbre  1887,  che  doveva  scadere  ai  31  de- 
cembre  1891  fu  prorogato  di  un  anno,  e  il  nuovo,  firmato  il 

6  decembre  1891,  non  subì  mutamenti  notevoli.  In  quello  dei 

7  decembre  1887  era  già  la  clausola  di  opzione  pei  vini,  che  fu 
iscritta  anche  nel  nuovo,  andato  in  vigore  al  i»  febbraio  1892. 
Era  il  punto  più  favorevole  del  regime  convenzionale.  L'Austria 
(con  decreti  io  agosto  e  1°  decembre  1892)  riduceva  a  fiorini 
3,20  per  quintale  il  dazio  sui  vini  lombardi,  veneziani,  dell'Ita- 
lia media,  napoletani  e  siciliani  e  sui  vini  comuni  piemontesi. 
Questa,  che  fu  la  così  detta  clausola  dei  vini,  molto  giovò  ai  pro- 
duttori italiani.  Il  trattato  del  1891  scadeva  ai  31  decembre 
1903;  e,  per  impedirne  la  tacita  riconduzione,  l'Austria  lo  de- 
nunziò sin  dai  27  decembre  del  1902,  dichiarando  che  limolivi 
d'ordine  interno  e  considerazione  relative  ad  altri  Stati,  special- 
mente alla  Repubblica  francese  »,  non  gli  permettevano  di  man- 
tenere in  vigore  1  favori  relativi  ai  vini  italiani.  Ma  le  tratta- 
tive, subito  iniziate,  per  la  rinnovazione  del  trattato  non  avendo 
portato  in  tempo  utile  a  un'intesa,  venne  deliberato  con  dichia 
razione    e   protocollo  fermati  a  Roma  il  31  dicembre  1903,  di 


CAP.  XXI.]  LA  POLITICA  DOGANALE  ITALIANA  619 

prorogare  fino  al  30  settembre  1904  il  trattato  del  5  dicembre 
1891  coi  suoi  allegati;  a  eccezione  delle  disposizioni  riguardanti 
i  vini  ;  con  questo  temperamento,  che,  per  facilitare  la  solu- 
zione degli  affari  in  corso,  sarebbero  stati  ammessi  al  regime 
convenzionale  preesistente,  fino  al  31  gennaio  1904,  i  vini  di 
ognuno  dei  due  paesi  partiti  anteriormente  al  1°  gennaio.  Con 
la  dichiarazione  del  24  settembre  1904  il  vecchio  trattato  (me- 
no la  clausola  dei  vini)  veniva  prorogato.  Per  compensare  l'I- 
talia della  rinunzia  ai  favori  sul  vino,  1'  Austria-Ungheria  ac- 
cordava :  dal  15  ottobre  al  31  dicembre  1904  un  dazio  ridotto 
di  fiorini  6,50  per  100  kg.  fino  a  concorrenza  di  450  mila  quin- 
tali a  determinato  vino  bianco  da  taglio  in  fusti,  dal  15  ottobre 
al  31  dicembre  1904  un  dazio  ridotto  di  fiorini  7,50  fino  a  con» 
correnza  di  4000  quintali  al  marsala  ;  esenzioni  di  dazio  per 
mandorle,  nocciuole  e  olio  d'oliva.  L'Austria  disdisse  il  31  ago- 
sto 1904  la  dichiarazione  del  1904;  e,  agli  11  febbraio  1906, 
veniva  firmato  a  Roma  il  nuovo  trattato  di  commercio  fra 
l'Italia  e  l'impero  Austro-ungarico. 

I  rapporti  commerciali  fra  Italia  e  Germania  furono  regolati, 
a  tutto  il  18S2,  da  un  trattato  concluso  fra  Italia  e  Prussia,  a 
nome  della  confederazione  germanica  del  Nord,  ai  14  ottobre 
1867.  Il  4  maggio  1883  fu  sottoscritto  fra  l'Italia  e  l'Impero 
germanico  un  nuovo  trattato,  da  durare  sino  al  i  gennaio  1892, 
col  quale  i  due  stati  si  garentivano  il  regime  più  favorevole. 
Ai  6  decembre  1891,  si  firmava  a  Roma  il  nuovo  trattato,  che 
andava  in  vigore  al  1°  febbraio  1892,  col  quale  Germania  e  I- 
talia,  riferendosi  al  trattato  con  l'Austria-Ungheria,  comprende- 
vano nei  patti  conchiusi  rispettivamente  con  ognuno  degli  altri 
due  paesi,  non  solo  le  agevolazioni  pattuite  con  lo  stato  contra- 
ente, ma  anche  quelle  pattuite  col  terzo  stato.  Il  trattato  6  de- 
cembre 1891  scadeva  ai  31  decembre  1903,  ma,  pendenti  le 
trattative  per  il  nuovo  accordo,  fu  prorogato,  per  tacita  ricon- 
duzione, sino  a  che  il  patto  nuovo,  sottoscritto  a  Roma  ai  3  di- 
cembre 1904  venne  a  sostituire  il  precedente,  come  addizionale 
ad  esso,  modificandolo  in  alcuni  punti,  integrandolo  in  altri. 
La  modificazione  più  essenziale  è  quella  riguardante  le  ta- 
riffe speciali,  le  quali  oltre  che  per  le  variazioni  connesse  col 
nuovo  regime  doganale  della  Germania,  ^differiscono  dalle  pre- 


620  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

cedenti  perchè  più  non  contengono  le    agevolazioni    pattuite 
con  l'Austria-Ungheria. 

Sino  al  1868  i  rapporti  commerciali  italo-elvetici  furono  ba- 
sati sui  trattati  conclusi,  ai  16  marzo  1816,  ai  7  dicembre  1845 
e  ai  16  gennaio  1847  e  agli  8  giugno  1851,  fra  la  Svizzera  e  gli 
Stati  Sardi,  le  cui  disposizioni  furono  estese,  con  le  dichiara- 
zioni del  1862,  a  tutte  le  provincie  del  nuovo  regno  d' Italia. 
Nel  1868  (22  luglio)  fu  concluso  il  primo  trattato  di  commercio 
fra  l'Italia  e  Svizzera  ;  col  quale,  oltre  alla  clausola  della  na- 
zione più  favorita,  l'Italia  accorda\ta  alla  Svizzera  una  tariffa 
speciale  e  la  Svizzera  faceva  lo  stesso  verso  l'Italia.  Il  trattato 
del  1868  fu  denunziato  dall'Italia  con  effetto  del  1°  maggio 
1877,  e,  poi  che  gravi  erano  le  difficoltà  doganali  nelle  quali  si  di- 
batteva in  quel  tempo  l'Italia,  specie  nei  riguardi  della  Francia, 
si  andava  avanti  colla  Svizzera  a  forza  di  proroghe  dei  patti 
del  1868.  Ai  22  marzo  del  1883  fu  firmato  il  nuovo  trattato, 
andato  in  vigore  al  1°  febbraio  1884,  e  che  fu  denunziato  dal- 
l'Italia a  decorrere  dal  1°  febbraio  1888.  Tra  i  due  Stati  si  ad- 
divenne perciò  ad  una  convenzione  per  effetto  della  quale  si 
assicuravano  il  regime  più  favorevole  ;  convenzione ,  sine  die, 
la  quale  durò  sino  all'entrata  in  vigore  (15  aprile  1889)  del 
nuovo  trattato  dei  23  gennaio  1889  ;  che  non  differisce  molto 
da  quello  del  1883,  doveva  durare  sino  al  1°  febbraio  1892  e  fu 
disdetto  dalla  Svizzera  con  effetto  dai  12  di  quel  mese.  Dai  12 
febbraio  1891  ai  18  giugno  1892  i  due  paesi  si  applicarono  reci- 
procamente le  tariffe  generali.  In  quel  giorno  fu  ratificato  il 
nuovo  trattato  di  commercio,  sottoscritto  a  Zurigo  il  19  aprile 
1892,  non  molto  diverso  dai  precedenti,  da  finire  al  31  decem.bre 
1903.  Ai  13  luglio  1904  veniva  concluso  il  trattato  che  è  andato 
in  vigore  col  1°  gennaio  1906  e  regola  ora  i  rapporti  fra'  due 
paesi.  «  Questo  patto  non  potè  correggere  la  differenza  esistente 
tra  i  due  rami  del  commercio  italo-elvetico. Com'è  noto,  la  Sviz- 
zera compera  dall'Italia  più  merci  di  quanto  ad  essa  non  ne 
venda.  Contro  questo  stato  di  cose  cercarono  sempre,  ma 
inutilmente,  di  reagire  gli  svizzeri.  Però  tanta  differenza  deriva 
da  motivi  naturali,  sui  quali  nulla  può  il  regime  daziario. 

I  rapporti  commerciali  fra  il  Regno  d'Italia  e  la  Russia  furono 
regolati  sino  al  settembre  1863  dal  trattato  Sardo-russo  del  1845. 


CAP.    XXI.]  LA    POLITICA    DOGANALE    ITALIANA  621 

Il  trattato  del  1863  resse  a  lungo,  quasi  nove  lustri,  i  rapporti 
-commerciali  e  di  navigazione  fra  l'Italia  e  l'Impero  Moscovita. 
Gli  subentrò  il  trattato,  conchiuso  a  Pietroburgo  il  15-28  giugno 
1907,  che  ebbe  applicazione  il  17  gennaio  1908.  I  suoi  risul- 
tati riuscirono  molto  modesti  perchè  limitate  a  poche  merci  le 
concessioni  reciproche.  Venne  data  facoltà  di  daziare  a  volume 
o  a  peso  il  petrolio  nisso,  mentre  si  ri  duceva  di  poco  il  dazio 
sugli  agrumi  italiani. 

La  tariffa  del  1887  ha  avuto  vigore  sino  alla  promulgazione 
della  tariffa  del  24  novembre  1895.  Quali  effetti  queste  tariffe 
abbiano  portato,  quale  azione  abbiano  avuto  sull'economia 
delle  singole  regioni,  non  è  qui  il  caso  di  discutere.  È  bene  solo 
notare  che  l'Italia  settentrionale  ha  compiuto  in  gran  parte  la 
sua  trasformazione  industriale  *  e  che,  viceversa,  nell'Italia  meri- 

*  A  giudicare  del  progresso  industriale  di  un  paese  è  bene  tener  conto 
■del  valore  delle  materie  necessarie  all'industria  importate  dall'estero  e  di 
quello  dei  manufatti  esportati,  confrontandoli  alle  importazioni  e  alle 
esportazioni  dei  generi  alimentari  e  alla  importazione  dei  prodotti  fabbri- 
cati. Riportiamo  quindi,  per  il  1909  e  per  il  1910,  il  valore  complessivo  delle 
importazioni  e  delle  esportazioni,  distinte  in  materie  necessarie  all'indu- 
stria (greggia  e  lavorate),  in  prodotti  fabbricati,  e  in  generi  alimentari  e 
■animali    vivi. 


Materie    necessarie 

all'industria  Prodotti         Generi 

ANNI  —  fabbricati    alimentari 

greggie       lavorate 


Totale 


Importazione  (milioni  di  lire) 

1909   ....           1,127,7            571,0              754,4            658,6  3,111.7 

T910   ....           1,180,2            606,8              799,1            659,9  3,246,0 

Difif.    assoluta  -f         52,5     +     35,2       +      44,7       +       ^'3  +       I34,3 

Id.  percent.   .    +       4,6%     +       6,3%   +       5,9%     -f     0,2%  +        4,% 

Esportazione   (milioni  di  lire) 

1909  ....  279,8             617,3           475,1           494,7            1,866,9 

1910  ....  276,3  580,3  600,3  613,2  2,080,0 
Diff.  assoluta  —  3.5  —  27,0  +  125,1  +  118,5  +  213,1 
Id.  percent.   .   —  1,3%  —      4,4%  +      26,3%+    24,0%  +      11,4% 

Tra  il  1900  e  il  1909  crebbero  del  4,6%  le  importazioni  delle  materie 
;gregge  e    del  6,3%  quelle  delle  materie  lavorate  necessarie  all'industria . 


622  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   II  . 

dionale,  le  cause  di  depressione  non  sono  sparite.  I  successivi 
trattati  conchiusi  con  gli  stati  dell'Europa  centrale  hanno  modi- 
ficato il  senso  più  liberale  l'ordinamento  doganale  italiano,  che 
rimane  sempre  però  tra  i  più  protezionisti  di  Europa. 


dal  che  è  lecito  indurre  una  maggiore  attività  delle  fabbriche  nazionali, 
ciò  che  è  anche  dimostrato  dalla  maggiore  esportazione  dei  prodotti  fab- 
bricati (26,3%),  dei  quali  l'importazione  crebbe  rolo  in  ragione  di  5,9%. 
La  stessa  importazione  dei  generi  alimentari  non  aumentò  che  di  0,2%  men- 
tre l'esportazione  di  essi  cresceva  del  24%.  In  complesso  le  esportazioni 
aumentavano  di  11,4%  mentre  le  importazioni  crescevano  solo  di  4%. 

Nel  19H  cioè  nell'ultimo  anno  di  vera  pace  non  troppo  turbato  dalla 
guerra  di  Libia,  non  ancora  sconvolto  dalla  guerra  europea,  di  fronte  al 
1910,  le  importazioni  crebbero  di  112,117,669  lire  (e  cioè  in  ragione  del 
3,33  %)  ;  le  esportazioni  aumentarono  di  89,355,114  lire  (e  cioè  del  4,12%). 
In  complesso  il  1911  fu  anno  più  sfavorevole  del  precedente.  La  differenza 
fra  le  importazioni  e  le  esportazioni  fu  nel  191 1  di  lire  i,if<8,78i,i42,  men- 
tre non  era  stata  nel  1910  che  di  1,006,018,585. 

I  prodotti  che  principalmente  concorsero  a  formare,  nel  191 1,  il  valore 
delle  importazioni  sono  :  frumento  e  cereali  milioni  392,8  ;  cotone  greggio 
345,6  ;  carbon  fossile  259,2  ;  caldaie  e  macchine  146,3  ;  legname  138,4  ; 
seta  tratta  greggia  96,9  ;  lane  e  cascami  89,1  ;  pelli  crude  73  ;  strumenti 
scientifici  66  ;  lavori  e  utensili  di  ferro  e  di  acciaio  62,1  ;  animaU  bovini 
55,6  ;  tessuti  e  manufatti  di  lana  54,3  ;  tessuti  e  manufatti  di  seta  53,9  r 
rottami  di  ferro  e  ghisa  in  pani  51,1  ;  bozzoli  51,2. 

AUe  nostre  esportazioni  concorsero  principalmente,  nel  191 1,  i  seguenti 
prodotti  :  seta  tratta  e  cascami,  mihoni  383  ;  tessuti  e  manufatti  di  cotone 
178,4  ;  tessuti  e  manufatti  di  seta  103,1  ;  formaggio  62,2  ;  oUo  di  oliva 
58,8  ;  frutta  secche  57,5  ;  vini  e  vermouth  57,1  ;  canapa  44,9  ;  agrumi  44,3  ; 
uova  di  pollame  44,3  ;  frutta  fresche  43,1  ;  zolfo  4,9  ;  cappelli  39,1,  ecc.  ecc. 
Come  è  saldato  dall'ItaHa  negli  anni  che  precedettero  la  guerra  lo  sbi- 
lancio fra  importazioni  ed  esportazioni  ?  Il  comm.  Bonaldo  Stringher 
ha,  recentemente,  dedicato  alla  questione  una  importante  memoria,  che 
è  negU  Atti  della  Commissione  per  lo  Studio  del  Commercio  coli' estero,  pub- 
blicati dal  Ministero  del  Commercio.  Nel  1910,  la  eccedenza  delle  importa- 
zioni era  calcolata  in  hre  1,165,998,000.  Secondo  Stringher  a  questo  sbi- 
lancio, che  potrebbe  forse  (tenuto  conto  del  modo  onde  sono  calcolati  i 
valori  doganali  e  della  imperfezione  delle  statistiche)  ridursi  alla  somma  di 
oltre  un  miliardo  di  hre  (pag.  6),  si  oppongono  vari  elementi»  compensatori. 
Le  rimesse  dei  nostri  emigrati  andrebbero  valutate  a  450  milioni  all'anno 
al  netto  ;  le  spese  fatte  dai  forestieri  in  Italia  (calcolati  in  numero  medio 
annuo  di  922  mila)  ascenderebbero  ad  altri  450  mihoni  ;  l'ammontare  delle 
somme  che  l'Amministrazione  postale  italiana  riceve  dalle  estere  a  saldo 
di  conti  formano  una  media  di  200  mihoni  annui  ;  le  somme  pervenute 
dall'estero  per  essere  investite  in  libretti  postah  (nel  1910)  ascesero  a  lire 
62,569,579,  di  cui  solo  1,735,255  furono  ritirate  per  essere  rinviate  all'estero. 


CAP.  XXI.]  LA  POLITICA  DOGANALE   ITALIANA  623 

La  guerra  europea  sconvolse  il  commercio  italiano  molto 
profondamente. 

L'Italia  per  la  sua  grande  densità  di  popolazione  e  per  la 
ristrettezza  del  suo  territorio,  è  costretta  ad  esportare  merci  e 
uomini.  Ora  l'emigrazione  veniva  dopo  la  guerra  a  essere 
ridotta  al  minimo,  dalla  crise  di  quasi  tutti  i  mercati,  il  com- 
mercio perdeva  le  sue  correnti,  che  erano  stato  il  frutto  di 
una  lunga  e  lenta  formazione,  sopra  tutto  nell'Europa  centrale. 

Ma  avveniva  anche  che,  poco  dopo  la  guerra,  l'Italia,  se- 
guendo l'esempio  non  lodevole  degli  altri  stati  continentali 
si  spingeva  sempre  più  nella  via  di  un  esagerato  protezionismo. 

L'on.  Nitti,  ministro  del  Commercio  avea  nominato  nel 
191 3  una  commissione  che  dovea  preparare  le  tariffe  doganali; 
nel  191 7  per  le  condizioni  determinate  dalla  guerra  si  ricorse 
a  una  nuova  commissione,  la  quale  fece  proposte  in  senso 
nettam  ente   protezionale . 

Il  9  giugno  1921,  senza  che  ve  ne  fosse  alcuna  necessità, 
il  Governo  del  tempo  senza  il  voto  del  Parlamento  mise  in 
vigore  una  tariffa  per  decreto  catenaccio.  In  seguito  alla  legge 
dei  pieni  poteri  accordata  al  Governo  per  tutto  l'anno  1923  è 
diventata  esecutiva  una  tariffa  doganale,  che  non  rappresenta 
punto  il  risultato   di   una   coordinazione   avveduta  degl'inte- 


In  complesso,  la  partita  attiva  del  bilancio  dei  pagamenti  fra  l'Italia  e 
l'estero  supererebbe  lire  1,100,000,000  in  tondo.  Le  partite  passive,  cioè 
le  somme  che  l'Italia  ogni  anno  manda  all'estero,  sono  calcolate  in  133 
milioni,  risultanti  dai  pagamenti  del  tesoro  all'estero  per  servizi  dei  debiti 
pubblici  ;  dall'impiego  di  capitali  stranieri  neUe  industrie  e  nelle  imprese 
di  varie  specie  esercitate  in  Italia  ;  dalle  somme,  onde  l'ItaUa,  per  interessi 
ed  ammortizzaziom',  è  tributaria  all'estero  per  azioni,  obbligazioni,  car- 
telle fondiarie,  ecc.  Dall'attivo  di  iioo  milioni,  detratti  135  milioni  di 
passività,  restano  a  nostro  favore  965  milioni,  piuttosto  più  che  meno,  per 
fronteggiare  il  disavanzo  mercantile.  Stringher:  Stc  la  Bilancia  dei 
pagamenti  fra  l'Italia  e  VEstero,  Roma,  1912. 

È  opportuno  ricordare  che  il  Commissario  generale  delV emigrazione, 
nella  veramente  notevole  Relazione  per  l'anno  1909-910,  per  minute  in- 
dagini, ritiene  che  le  rimesse  de  nostri  emigrati  «  non  si  possano  fare  ascen- 
dere, in  condizioni  normah,  ad  un  ammontare  inferiore  ai  500  milioni  al- 
l'anno »  (pag.  396).  Il  prof.  Francesco  Coletti  in  una  Nota,  che 
è  in  appendice  alla  Memoria  citata  dello  Stringher,  (pp.  43-47)  cal- 
cola a  500  milioni,  in  complesso,  le  rimesse  degli  emigranti  per  il  1907. 


624  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

ressi  nazionali,  ma  piuttosto  una  esagerata  tendenza  di  alcuni 
ceti   industriali. 

La  tariffa  in  vigore  contiene  i  dazi  che  la  commissione  del 
191 7  avea  proposti,  ma  con  l'aggiunte  di  numerose  voci  spe- 
ciali e  con  cosi  detto  coefficiente  di  maggiorazione,  che  eleva 
praticamente  i  dazi  in  forma  assai  grave  :  elevazione  resa 
maggiore  dal  fatto  che  i  dazi  doganali  devono  essere  pagati  in 
oro  (praticamente  in  certificati  doganali,  che  seguono  il  prezzo 
dell'oro)  e  il  prezzo  dell'oro  è  altissimo  per  la  svalutazione 
della  moneta  di  carta.  Le  voci  della  vecchia  tariffa  erano  472, 
quelle  della  nuova  953,  cioè  più  del  doppio  ;  ma  le  sottovoci 
sono  poco  meno  di  30  mila.  Molto  probabilmente  questa  ta- 
riffa si  rivelerà  non  solo  un  errore  costituzionale,  ma  anche, 
ciò  che  sotto  alcuni  aspetti  è  peggio,  un  errore  economico. 

Nell'anno  che  precedette  la  guerra,  nel  191 3,  l' Italia  avea 
un  commercio  estero  di  poco  oltre  6  miliardi  :  3639  milioni 
di  importazioni  e  ;2.503  d'esportazioni.  Piccolo  commercio  per 
un  paese  così  popoloso  :  ma  che  rappresentava  già  un  pro- 
gresso notevole  e  compiuto  traverso  difi&coltà  assai  gravi  *. 

*  Commercio  dell'Italia  in  milioni  di  lire  : 


1862 

1872 

1882 

1887 

1892 

1897 

1902 

1905 

1910 

1911 

1913 • 

Per  effetto  della  guerra  l'Italia  ha  ridotto  notevolmente  le  erportazioni 
€  sviluppato  notevolmente  le  importazioni  (sopra  tutto  s  'intende  tenendo 
conto  dei  valori  doganali  per  il  mutato  valore  della  lira) . 

Lasciando  stare  le  importazioni  e  le  esportazioni  durante  la  guerra  in 
cui  il  disquilibrio  è  stato  necessariamente  enorme  ed  è  durato  e  dura  tuttora, 
nel  1920  le  importazioni  sono  state  15,862  milioni  e  le   esportazioni  7,803 


Importazioni 

Esportazioni 

830 

577 

963 

1,167 

1,332 

1,155 

1,689 

1,109 

1,217 

1,012 

1,200 

1,223 

1,775 

1,472 

2,078 

1,707 

3,245 

2,079 

3,389 

2,204 

3,637 

2,503 

CAP.   XXI.]  LA   POLITICA  DOGANALE  ITALIANA  625 

La  politica  doganale  degli  Stati  Uniti  di  America  meriterebbe 
da  sola  un  lungo  studio.  Gli  Stati  Uniti,  che  fra  i  paesi  civili 
possiedono  la  più  bella  e  immensa  estensione  di  terre  coltiva- 
bili, ottima  rete  di  fiumi  ed  eccellente  distribuzione  di  acque, 
immensi  depositi  minerari  di  gran  lunga  maggiori  di  quelli 
dell'Inghilterra  e,   a  differenza  della  Gran  Brettagna  e  della 


e  nel  1921  :  le  importazioni  sono  state  di  circa  20  miliardi  e  le  esporta- 
zioni di  circa  to.800    milioni  (cifre  non  definitive). 

La  massa  dei  debiti  che  l'Jtalia  ha  contratto  con  l'estero,  la  differenza 
fra  le  importazioni  e  le  esportazioni  e  l'abbondante  circolazione  sono  la 
causa  dei  cambi  molto  elevati.  Il  disquilibrio  della  bilancia  commerciale 
non  può  essere  pagato  con  le  rimesse  degli  emigrati  e  con  le  spese,  ormai 
esili,    dei   forestieri. 

Del  resto  la  situazione  di  crise  è  comune  a  molti  dei  paesi  usciti  dalla 
guerra  e  nei  paesi  vinti  la  depressione  è  assai  profonda. 

Per  calcolare  l'incremento  del  commercio  generale  (importazioni  e  espor- 
tazioni di  merci)  italiano,  dal  1871  al  1910,  per  medie  quinquennali,  e,  in 
fine  per  anni  singoli,  è  bene  procedere  col  metodo  dei  numeri-indici.  Si 
suppone  uguale  a  100  la  media  del  1°  quinquennio,  e  si  traducono  le  cifre 
dei  quinquenni  o  degli  anni  posteriori  in  cifre  relative  alla  media  quinquen- 
nale 1871-7*5,  uguale  a  100. 

Cifre  assolute  Cifre  relative 

MEDIA  Totale     Imp.     Esp.         Totale     Imp.     Esp. 

(milioni  di  lire) 

1871-75 2,255  1,181  1,973  100,-  100,-  100,— 

1876-80 2,257  1,189  1,067  100,1  100,7  99,4 

1S81-85 2,411  1,306  1,104  106,9  110,6  102,9 

1886-90 2,344  1,389  954  103,9  ^^7,7  88,9 

1891-95 2,127  1,154  972  94,3  97,7  96,6 

1896-900 2,621  1,398  1,223  116,3  118,4  ii3>9 

1901-905 3,347  1,829  1,517  148,4  154,9  141,4 

1906-910 4,836  2,933  1,906  224,6  248,3  176,6 

ANNI 

1906 4,420  2,514  1,905  196,-  212,0  177,5 

1907 4,829  2,880  1,948  214,1  243,9  181,5 

1908 4,642  2,913  1,729  295,8  246,6  161,0 

1909 4,978  3,111  1,866  220,7  263,4  173,9 

1910 5,325  3,245  2,079  236,2  274,7  193,7 

Nel  periodo  considerato,  le  importazioni  passavano  da  100  a  274,7  ; 
le  esportazioni  da  zoo  a  193,7  ;  il  commercio  totale  da  100  a  236,2.  Nel 


626  SCIENZA  DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

Germania,  anche  immense  cadute  di  acqua,  capaci  di  svilup- 
pare energie  elettriche  di  straordinaria  potenza,  gli  Stati  Uniti 
non  potevano  essere  soltanto  un  paese  agricolo,  ma  dovevano 
aspirare  ad  avere  il  più  grande  sviluppo  industriale.  Ciò  non 
era  o  non  pareva  possibile  se  non  attraverso  una  fase  di  pro- 
tezionismo industriale.  Così,  abbandonata  la  politica  liberale, 
nel  1871  e  nel  1874,  gli  Stati  Uniti  iniziarono  il  movimento 
protezionista,  che  si  accentuò  nel  1883  e  si  completò  nel  1890 


discorso  col  quale  inaugurava  l'Esposizione  intemazionale  dell'industria 
e  del  lavoro  in  Torino,  ai  29  aprile  1911,  il  Ministro  di  Agricoltura  poteva 
dire  :  «  Tutti  gl'indici  dell'attività  economica  segnano  un  progresso  con- 
tinuo. L'indomani  dell'unità  costituiva  grave  preoccupazione  un  piccola 
sbilancio  commerciale  ;  oggi  che  i  valori  del  commercio  internazionale 
sono  più  che  quadruplicati,  uno  sbilancio  di  oltre  milleduecento  mihoni 
si  salda  assai  agevolmente.  Anche  industrie  le  quali  trovavano  difficoltà 
di  sviluppo  si  sono  formate  e  progrediscono,  e  alcune  si  sono  nobilmente 
affermate  sul  mercato  mondiale.  Poche  industrie  appena  potettero  com- 
parire alla  prima  festa  del  lavoro  italiano  a  Firenze,  nel  1861  ;  e  come  par 
dimessa  la  veste  di  allora  di  fronte  allo  imponente  edifìcio  industriale  che 
qui  l'Italia  ha  eretto  per  cimentarsi  nel  confronto  coi  progressi  delle  altre 
nazioni  !  L'industria  cotoniera  nel  1862  non  lavorava  nelle  filature  ita- 
liane più  di  centocinquantamila  quintali,  mentre  ora  già  ne  raccogUe  due 
milioni  ;  anche  l'industria  della  seta,  che  è  tradizione  italiana,  ha  fatto 
passi  da  gigante.  Nel  1860  la  produzione  di  seta  greggia  superava  appena 
il  milione  di  chilogrammi  ;  ora  siamo  intomo  ai  sei  milioni.  A  questi  e  ad 
altri  indici  sicuri  di  progresso  industriale  e  commerciale  fa  complemento 
orgoglioso  il  progresso  della  produzione  agricola,  che  ascendeva  nel  1860 
appena  a  tre  miliardi,  vale  a  dire  ad  un  prodotto  medio  di  124  lire  per 
ettaro,  mentre  raggiunge  ora  già  i  sette  miliardi,  con  un  prodotto  medio 
per  ettaro  più  che  doppio,  e  cioè  di  circa  260  lire.  La  produzione  indu- 
striale ed  agricola  ,  non  più  ormai  di  questa  o  quella  regione ,  bensì  del- 
l'Italia tutta,  col  suo  progredire  incessante,  trova  riscontro  nel  continuo 
sviluppo  del  traf&co  intemo  ed  esterno  ».  Ed  a  conforto  di  queste  affer- 
mazioni ,  il  Ministro  richiamava  l'attenzione  sui  principah  indici  del 
movimento  economico  italiano,  durante  l'ultimo  cinquantennio,  che  sono 
pubblicati  in  Appendice  a  quel  discorso.  Confronta  :  Discorso  pronunziato 
dalVon.  N  i  1 1  i.  Ministro  di  Agricoltura,  per  l'inaugurazione  dell'Esposi- 
zione di  Torino,  Roma  Bertero,  igii,  pp.  13-64.  La  guerra  ha  tatto  sor- 
gere o  sviluppare  molte  industrie,  che  però  sono  in  buona  parte  già  cadute- 
per  il  loro  stesso  carattere  e  per  i  corsi  di  produzione  :  alcune  industrie 
si  sono  allargate,  molte  si  sono  ridotte.  In  generale  la  produzione  indu- 
striale è  diminuita  come  dimostra  il  consumo  delle  materie  prime  più  fon- 
damentali. 


CAP.    XXI.]         LA    POLITICA   DOGANALE   NORD-AMERICANA  02/ 

con  i  famosi  bills  di  Mac  Kinley.  Alla  Tariffa  Mac  Kinley 
{Mac  Kinley  act)  del  1890,  succedettero  il  Wilson  act  del  1894 
e  il  Dingley  act  del  1897.  La  trasfonr azione  industriale  degli 
Stati  Uniti,  resa  facile  da  condizioni  naturali  vantaggiosissime, 
è   stata   enorme.  ^ 

Ai  15  marzo  1909,  il  Presidente  Taft  convocava,  in  sessione 
speciale,  il  Congresso  e,  ai  16,  presentava  un  breve  Messaggio 
per  chiedere  una  revisione  della  tariffa  doganale,  che  «  assi- 
curasse una  protezione  uguale  alla  differenza  esistente  fra  il 
costo  di  produzione  all'estero  e  il  costo  di  produzione  nel- 
l'Unione ^>,  che  fornisse  entrate  nuove  e  che  servisse  da  op- 
portuno mezzo  di  rappresaglia.  Ai  17  (nel  Nord-America  si 
corre  assai)  era  presentato  il  progetto  di  legge,  che  fu  detto 
Payne  Tariti  Bill.  La  Payne  Tariff  proponeva  riduzioni  sul 
ferro  e  l'acciaio,  franchigie  per  gli  strumenti  agricoli,  un  diritto 
di  8  cents  sul  thè  ed  aumenti  su  altre  voci.  La  caratteristica  del 
Payne  Tariff  Bill  era  nelle  rappresaglie  proposte  :  tariffa  mas- 
sima più  alta,  in  genere  del  20%,  della  tariffa  Dingley,  da 
applicarsi  automaticamente  ai  paesi  che  non  accordassero  alle 
esportazioni  dall'Unione  nord-americana  il  trattamento  della 
nazione  più  favorita  ;  estensione  del  principio  dei  diritti  com- 
pensatori e  via  dicendo.  Durante  la  discussione,  furono  scartati 
i  diritti  sul  thè,  ma  il  Payne  Tariff  Bill  fu  adottato.  La  tariffa 
generale  approvata  dal  Congresso  era  in  media  di  1%  più  alta 
di  quella  Dingley.  Approvata  dal  Congresso,  la  Tariffa  fu  portata 
al  Senato.  Quivi  il  senatore  Aldrich  presentava  un  Aldrich 
Tariff  Bill,  chiedendo  fosse  sostituito  a  quello  Payne,  approvato 
già  dalla  Camera,  lu' Aldrich  Bill  proponeva  una  tariffa  massima 
più  elevata  del  25%  di  quella  Dingley  e  una  generale  che  la 
seguiva  assai  da  vicino.  Nella  discussione  molte  modifiche  fu- 
rono concordate,  e  la  Tariffa  Aldrich  fu  vivamente  attaccata, 
appunto  perchè  troppo  simile  a  quella  Dingley.  Ad  ogni  modo 
una  nuova  tariffa  (che  prese  il  nome  di  Tariffa  Payne  Aldrich) 
fu  votata  ai  5  agosto  1909.  La  tariffa  generale  andò  subito  in 
vigore,  quella  massima  fu  protratta  ai  31  marzo  1910.  In  virtù 
della  tariffa  massima,  dazi  differenziali  del  25%  saranno  im- 
posti alle  merci  dei  paesi  che  facciano  ai  prodotti  americani  un 
trattamento  differenziale  sfavorevole.  Il  Presidente  degli  Stati 


628  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Uniti  deve  giudicare  se'  esiste  o  non  questo  trattamento  diffe- 
renziale sfavorevole  :  se  non  esiste  deve  proclamarlo  ;  ove  esi- 
sta si  applica  automaticamente  la  tariffa  differenziale  nord- 
americana. La  tariffa  generale  Payne-Aldrich  è  in  media  più 
alta  di  1,10%  di  quella  Dingley,  ed  è  gravemente  protettiva  : 
quella  cnrferenziale  è  proibitiva  affatta  *. 

La  Payne  Adrich  tariff  ha  raggiunto  l'effetto  desiderato  di 
procurare  maggiori  entrate  ?  Applicata  ai  6  agosto  1909,  nel- 
l'anno finanziario  chiusosi  ai  6  agosto  1910,  le  dogane  davano 
quanto  mai  aveano  per  lo  innanzi  dato  :  le  merci  entrate  in 
franchigia  erano  solo  il  49,15  %  del  totale,  invece  del  53  % 
quanto  erano  sotto  l'impero  della  tariffa  Dingley.  Sembra  pe- 
rò che  al  maggiore  introito  delle  dogane  abbia  contribuito  il 
rush  degli  importatori  che  si  affrettarono  a  introdurre  nel  paese 
merci  in  grande  quantità,  prima  che  entrassero  in  vigore  i  di- 
ritti più  elevati  f .  Per  quanto  la  tariffa  generale  Payne-Aldrich, 
non  si  distacchi  molto  da  quella  Dingley,  il  paese,  specialmente 
le  classi  popolari,  fu  scontento  e  i  repubblicani  pagarono  nelle 
elezioni,  il  fio  di  averla  votata.  Una  maggioranza  di  democra- 
tici e  di  progressivi  fu  mandata  al  congresso,  la  quale  si  è  im- 
pegnata, nei  Comizi,  alla  riduzione  delle  tariffe.  Convocato  il 
Congresso,  democratici  e  progressisti  si  misero  all'opera,  co- 
minciando col  ridurre  dal  44%  al  29  %  ad  valorem  i  dazi  sul- 
le lane.  Il  presidente  Taft  oppose  il  suo  veto  e  annullò  la  ridu- 
zione. Lo  stesso  avvenne  in  seguito  per  gh  sgravii  votati  dal 
Congresso  sui  cotoni,  sui  prodotti  chimici,  sul  ferro  e  sull'ac- 
ciaio, nell'agosto  del  1911,  e  subito  annullati  da  Taft. 

Gli  Stati  Uniti  che  non  ne  hanno  punto  bisogno  hanno 
conservato  tariffe  protezioniste  :  anche  le  tariffe  introdotte 
dopo  la  guerra  e  le  disposizioni  doganale  sono  inspirate  a  cri- 
teri di  protezionismo. 

Gli  Stati  Uniti  aveano  prima  della  guerra,  una  posizione 
eccezionalmente  importante  ;    hanno   dopo   la  guerra   una  si- 


*  Confr.  Bogart:  Cronique  financières  (États-Unjs),  in  Revtie  de 
Sciente  et  Législation  fifiancières,  del  1909,  pp.  600-604. 

t  Conf.  Bogart:  Cronique  financières  [Écats-Unis),  in  Revue  de  Science 
et  Législation  financières  del  191 1,  pp.  103-104. 


CAP.  XXI.]  LA  POLITICA  DOGANALE  NORD-AMERICANA  629 

tuazione  di  così  grande  superiorità  da  esercitare  il  controllo 
di  molte  materie   prime. 

Se  prendiamo  le  otto  materie  prime  più  fondamentali  (ce- 
reali, lana,  cotone,  carbone,  petrolio,  ferro)  troviamo  gli  Stati 
Uniti  di  America  in  situazione  eminente  prima  della  guerra 
in  situazione  di  vera  egemonia  dopo  la  guerra.  Le  cifre  rac- 
colte e  pubblicate  dalla  società  delle  nazioni  sono  veramente 
impressionanti. 

Ora  gli  Stati  Uniti  sono  nello, stesso  tempo  il  più  gran  paese 
industriale  e  il  più  gran  paese  agricolo,  e  non  è  lontana  l'ora 
in  cui  sentiranno  il  bisogno  di  un  libero  scambio  completo  non 
avendo  più  nulla  a  temere  e  ogni  concessione  liberale  potendo 
essere  loro  di  vantaggio  *. 

Da  quanto  si  è  detto  finora  risulta  che  prima  della  guerra 
i  grandi  paesi  dell'Europa  moderna  non  consideravano  il  li- 
bero scambio  o  il  protezionismo  come  forme  economiche  pure, 
come  tipi  da  raggiungere.  Ma,  ciascuno  cercava  con  quei  mezzi 
di  politica  finanziaria  che  riteneva  più  adatti,  di  sviluppare 
il  più  grande  numero  di  risorse  possibili  :  ciascuno  sentiva  la 

*  Commercio  degli  Stati  Uniti  di  America  in  milioni  di  dollari. 

Importazione  Esportazione 

1790 23  20 

1820 74  69 

1850 173  144 

1870 435  392 

1880 667  835 

1890 789  857 

1895 731  807 

1898 6i6  1.231 

1900 849  1.394 

I9<^i 825  1.487 

1905 1.117  I-49I 

1911 1.527  2,291 

1914 1.892  2.461 

1919 3.095  7.074 

1920 5.238  6.756 

Data  la  diminuita  capacità  di  acquisto  dell'Europa  gli  Stati  Uniti  di 
America  tendono  sopra  tutto  a  sviluppare  il  loro  immenso  mercato  intemo. 
Nitti.  41    ' 


630  SCIENZA  DFXLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

necessità  di  una  grande  industria  nazionale  e  per  ragioni  de- 
mografiche e  per  la  sua  conservazione  futura,  non  rinunziava 
a  proteggere  l'agricoltura  dalla  concorrenza  dei  paesi  nuovi. 
Si  affermava  in  tutti  una  tendenza  sempre  più  manifesta  di 
equilibrare  la  produzione  al  consumo.  Mentre  non  vi  era 
quasi  in  nessuna  parte,  un  vero  ritorno  a  quelle  pratiche  libe- 
riste, che  mezzo  secolo  fa  paxeano  sacre,  e  tali  ancora  son  dette 
da  non  pochi  economisti,  si  accentuava  il  bisogno  verso  grandi 
accordi  internazionali,  intesi  a  regolare  gli  scambi  e  quindi  la 
produzione  all'interno  di  ciascuna  nazione  nel  modo  più  vantag- 
gioso. Era  non  già  un  sistema  assoluto  (vi  sono  mai  nella  pratica 
sistemi  assoluti  ?)  di  libertà  o  di  protezionismo  ;  ma  qualche  cosa 
di  mezzo  ;  ma  l'accprdo  per  evitare  i  contrasti  più  aspri  e  nello 
stesso  tempo  lasciare  la  produzione  di  ciascun  paese  sempre 
nel  bisogno  di  lottare. 

Ma,  dopo  la  guerra,  avendo  i  trattati  di  pace  voluto  non 
già  realizzare  i  principi  di  nazionalità,  di  autodecisione  e  di 
democrazia,  ma  deprimere  i  vinti  é  disordinare  la  loro  vita 
intema,  il  commercio-  intemazionale  si  è  fortemente  para- 
lizzato. Le  cifre  del  commercio  attuale,  ridotte  in  oro,  indicano 
una  profonda  depressione  :  sono  diminuiti  gli  scambi,  come 
è  diminuita  la  produzione.  La  guerra  ha  prodotto  dal  punto 
di  vista  economico  assai  minore  danno  dei  trattati  di  pace. 
È  difficile  dire  quanti  stati  vi  sono  in  Europa  ;  in  molte  parti 
i  nuovi  stati  sono  creazioni  arbitrarie.  Ora  ognuno  ha  svi- 
luppato forme  di  protezionismo  esageratissime.  D'altra  parte 
i  cambi  elevatissimi  limitano  ogni  commercio  internazionale 
e  la  loro  instabilità  è  più  dannosa  della  loro  elevazione.  Il 
commercio  internazionale  diventa  spesso  una  speculazione 
rischiosa  :  si  compera  a  un  cambio,  non  si  sa  a  che  cambio  si 
possa  vendere.  Gl'importatori  temono  ogni  diminuzione  dal 
giorno  dei  loro  acquisti  ;  gli  esportatori  si  rallegrano  di  ogni 
aumento.  La  Germania  era  il  più  grande  regolatore  e  anche  il 
più  grande  calmiere  della  produzione  continentale  e  al  suo 
sforzo  e  alla  sua  organizzazione  si  doveano  sopra  tutto  i  bassi 
prezzi.  Ora  all'interno  di  ogni  paese  si  creano  monopoli  di  fatto, 
fra  le  tariffe  doganali  protezioniste,  gli  alti  cambi  e  la  mancanza 
di  una  vera  concorrenza. 


CAP.    XXII.]  IMPOSTE    SULLA    FABBRICAZIONE  63 1 

Questo  periodo  di  disordine  si  potea  facilmente  prevedere  : 
ma  ha  superato  in  realtà  le  previsioni  più  pessimiste. 

XXII. 

Le  imposte  sulla  fabbricazione,  sulla  vendita 
e  sul  consumo  di  merci. 

179.  Le  imposte  indirette  assumono,  abbiam  detto,  fonre 
diversissime  :  ma  oltre  i  dazi  di  dogana,  principale  importanza 
hanno  le  imposte  sulla  fabbricazione  e  sullo  spaccio,  i  dazi  sul 
consumo,  le  privative  fiscali.  Hanno  minore  importanza  nei 
bilanci  moderni  le  imposte  di  riscossione  immediata. 

Una  forma,  in  apparenza  almeno,  semplice,  è  quella  delle 
imposte  di  fabbricazione.  Vi  sono  merci  di  largo  consumo  che 
si  fabbricano,  in  generale  ,  in  pochi  siti  :  invece  di  colpire  il 
consumo  si  colpisce  preferibilmente  la  fabbricazione.  Qualche 
volta  ciò  può  essere  una  economia  di  spesa,  una  semplifica- 
zione, più  spesso  ancora  si  preferiscono  queste  imposte  per  la 
loro  semplicità  e  perchè  non  mettono  gli  agenti  del  fisco  in 
diretto  contatto  con  i   consumatori. 

Le  imposte  sulla  fabbricazione  sono  d'origine  assai  recente  ; 
quando  l'industria  non  era  ancora  accentrata  doveano  riescire 
di  impossibile  applicazione.  Non  mancavano  bensì  prima  in 
qualche  paese  imposte  sullo  spaccio,  o  imposte  generali  di 
fabbricazione,  che  colpivano  ogni  produzione*. 


*  In  Spagna  esistevano  \alcavala,  che  colpiva  tutte  le  vendite  imobiliari 
delle  merci  in  vendita  e  la  bolla,  che  colpiva  nell'interno  stesso  delle  mani- 
fatture i  prodotti  labbricati.  Adamo  Smith  attribuisce  in  gran  parte  al- 
Valcavala  le  cause  deUa  decadenza  spagnuola.  Ma  a  quante  cose  questa 
decadenza  è  stata  attribuita  !  Alcuni  hanno  voluto  vederne  la  causa  nei 
gesuiti,  nella  inquisizione  e  nell'educazione  clericale  ;  altri,  nell'accentra- 
mento di  ogni  potere  ;  altri  nella  scoperta  dell'America  e  nelle  cattive  abi- 
tudini derivate  dalla  grandezza  coloniale  ;  altri  nello  sviluppo  delle  grandi 
fortune  da  una  parte  e  nell  accattonaggio  dall'altra  ;  chi  in  una  cosa  e  chi 
in  un'altra.  Tutti  coloro  che  studiano  un  solo  lato  di  un  grande  problema 
non  tengono  mai  presente  la  complessità  dei  fenomeni  della  vita  sociale. 
Certo  Valcavala  dovè  essere  molto  dannosa  se  perfino  una  grande  regina 
di  Spagna,  nel  suo  testamento,  ne  consigliava  ai  successori  l'abolizione. 


632  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Ma  fra  le  vecchie  e  le  nuove  imposte  sulla  fabbricazione  esi- 
ste una  differenza  profonda.  Quando  i  consumi  erano  scarsi 
(e  sono  ancora  in  non  pochi  paesi)  si  colpivano  i  generi  di  prima 
necessità  con  le  imposte  indirette  :  sopra  tutto  la  fabbricazione 
del  pane.  In  Italia  è  esistita  lungamente  una  imposta  estrema- 
mente vessatoria,  che  si  chiamava  appunto  il  macinato  :  in 
ogni  molino  gli  agenti  del  fìsco  colpivano  la  trasformazione 
del  grano  in  farina.  Il  numero  dei  molini  era  grandissimo  :  la 
riscossione  risultava  penosa,  mancando  mezzi  di  facile  con- 
trollo e  trovandosi  quasi  sempre  gli  agenti  del  fìsco  in  diretto 
contatto  con  i  piccoli  consumatori,  che  difendevano  giusta- 
mente il  primo  elemento  della  nutrizione  popolare  *.  Queste 
forme  quasi  selvagge  di  imposizione  sono  abbandonate  ora- 
mai anche  nei  paesi  meno  ricchi  :  e  in  generale  si  tende  a  col- 
pire alcuni  generi  non  indispensabili  e  a  cui  produzione  è  ac- 
centrata ,  come  per  esempio,  la  fabbricazione  dello  zucchero 
dell'alcool,   della  birra,   ecc. 

Le  imposte  sulla  fabbricazione,  per  essere  convenientemente 
applicate,  richiedono  che  la  produzione  sia  accentrata  in  pochi 
punti  e  in  intraprese  di  facile  sorveglianza  :  si  applicano,  o 
alle  materie  prime,   o  ai  prodotti  lavorati. 

In  questa  materia,  i  sistemi  di  accertamento  e  di  riscossione 
hanno  una  importanza  anche  maggiore  ehe  in  altre.  Le  esigenze 
fiscali  non  devono  ostacolare  i  progressi  delle  industrie  :  e  né 
meno  gli  accertamenti  avere  carattere  di  arbitrarietà.  D'ordi- 
nario, le  imposte  di  fabbricazione  si  riferiscono  a  industrie,  le 
quali  si  svolgono  in  limiti  definiti  e  per  cui,  quindi,  la  tassazione 
non  trova  ostacoli  ehe  altrimenti  troverebbe.  Spesso,  anche  le 
imposte  di  fabbricazione  hanno  non  soltanto  un'azione  fiscale  : 
ma  servono  come  correttivo  dei  dazi  esterni  di  dogana.  Così 
accade  .per  lo  zucchero.  Vi  sono  alcune  merci  che  non  potreb- 
bero essere  prodotte  in  monopolio  dallo  Stato  senza  grave 
danno,  che  sfuggirebbero  assai  spesso  alle  licenze  e  ai  dazi  sul 
consumo  e  che  si  preferisce  quindi  colpire  con  imposte  di  fab- 


*  Negli  ultimi  anni  però  i  metodi  di  riscossione  e  di  controllo  si  erano 
perfezionati  e  il  macmato  sarebbe  entrato  nelle  abitudini  senza  grandi 
difl&coltà. 


CAP.    XXII.]  IMPOSTA  SULLA    FABBRICAZIONE  633 

bricazione.  Ma  è  la  natura  stessa  dei  prodotti  che  determina 
le  forme  differenti  di  imposizione. 

Imposte  di  fabbricazione  è  forse  termine  impreciso  :  forse 
sarebbe  meglio  dire  imposte  sulla  produzione. 

Di  fatti  qualche  volta  non  si  colpisce  la  trasformazione  della 
materia  prima  (come  il  grano  in  farina  ;  la  barbabietola  in 
zucchero,  ecc.)  ma  a  dirittura  la  produzione. 

In  alcuni  paesi  vi  sono,  come  in  Italia,  speciali  imposte  sul 
vino  :  o  si  colpisce  la  quantità  di  uva  o  di  vino  ottenuta,  o  si 
colpisce  la  superfìcie  coltivata  a  viti.  Dove  non  vi  è  monopolio 
del  tabacco,  si  colpisce  la  superfìcie  coltivata  a  piante  di  ta- 
bacco. 

Si  colpisce  in  altri  paesi  non  il  consumo,  ma  la  produzione 
del  gaz  luce  e  della  energia  elettri ea  per  riscaldamento  ed  il- 
luminazione. 

Vi  sono  paesi  in  fine  che  hanno  colpito,  per  le  necessità  de- 
rivanti dalla  situazione  finanziaria  dopo  la  guerra,  anche  la 
produzione  di  merci  che  sembrano  adatte  a  questo  genere  di 
importazione:  i  saponi,  le  acque  minerali,  i  tessuti,  i  guanti, 
i  fiammiferi,  le  polveri  piriche  ecc. 

180.  Sono  soggette  in  molti  paesi  alla  imposta  sulla  fab- 
bricazione, e  in  generale  si  prestanò  meglio  a  questa  forma  tri- 
butaria, alcune  merci  di  grande  consumo  e  che  non  rispondono 
in  generale  a  bisogni  di  prima  necessità  :  l'alcool ,  lo  zucchero 
la  birra,  ecc. 

L'alcool  in  alcuni  paesi  è  monopolio  di  Stato  ;  e  si  verifica 
dovunque  una  spiccata  tendenza  verso  la  forma  di  monopolio. 
Dove  non  vi  è  monopolio  vi  è  imposta  sulla  produzione.  In 
Italia,  con  decreto  di  catenaccio  dei  21  settembre  1910,  la  tassa 
intema  di  fabbricazione  degli  spiriti  fu  portata  da  Hre  200  a 
lire  270  per  ogni  ettolitro  di  alcool  anidro,  alla  temperatura 
di  gradi  15' 56  del  termometro  centesimale.  Dopo  quella  del- 
l'alcool fra  tutte  le  imposte  di  fabbricazione,  primeggia  per 
importanza  quella   dello  zucchero. 

La  legislazione  dello  zucchero  è  fra  le  più  complicate  ed  è 
tuttavia  in  mutazione  frequente.  Lo  zucchero  costituisce  ora- 
mai uno  dei  più  grandi  prodotti  di  consumo.  L'uso,  che  prima 
era   relativamente  scarso,   si   va   sempre   più   generalizzando. 


634  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Pochissimi  prodotti  possono  vantare  una  progressione  di  con- 
sumo come  lo  zucchero.  L'Italia  soltanto  sembra  fare  eccezione 
a  questa  regola  quasi  generale  ;  il  consumo  dello  zucchero  in- 
fatti, per  le  alte  tariffe  doganali  e  le  elevate  imposte  di  fabbri- 
cazione, si  è  mantenuto  quasi  stazionario  !  In  altri  paesi,  dove 
lo  zucchero  costa  la  metà  o  un  terzo  o  anche  assai  meno  che 
non  costi  in  Italia,  invece,  il  consumo  medio  individuale  dello 
zucchero  è  cresciuto  rapidissimamente.  Or  chi  sappia  quanta 
utilità  abbia  lo  zucchero  per  l'economia  dell'organismo  non 
può  non  impensierirsene.  L'altissimo  prezzo  del  sale  e  il  de- 
bole consumo  dello  zucchero,  due  fatti  che  dipendono  da  cause 
esclusivamente  fiscali,  sono  se  non  di  pari  gravità,  almeno 
due  cose  ehe  in  Italia  non  possono  non  preoccupare  *. 

Dato  l'aumento  crescente  della  produzione  dello  zucchero, 
ora  che  la  più  gran  parte  di  esso  non  viene  dalla  canna,  ma  dalla 
barbabietola,  si  comprende  come  in  tutti  i  paesi  la  imposta 
sullo  zucchero  sia  stata  considerata  come  un  grande  cespite 
di  entrata  :  è  una  imposta  ehe,  come  ha  detto  sir  Stafford 
Nortchote,  è  divenuta  l'eroe  di  tanti  bilanci  e  il  tormento  di 
tanti  ministri.  Non  è  piccolo  problema  (e  non  è  questione  ri- 
soluta  definitivamente   in   alcun    paese)    quello   di   conciliare 

*  In  Italia  le  imposte  di  fabbrica/.ione  anche  prima  della  guerra  erano 
moltissime.  Esse  colpivano  la  fabbricazione  degli  spiriti,  deUa  birra,  delle 
acque  gassose,  delle  polveri  e  altre  materie  esplosive,  della  cicoria  prepa- 
rata, dello  zucchero  indigeno,  del  glucosio,  dei  fiammiieri  ;  la  rettificazione 
degli  oH  minerali  greggi  e  la  estrazione  degli  oli  minerali  di  resina,  di  ca- 
trame e  di  ogni  altra  materia  :  la  fabbricazione  dell'olio  di  seme  di  cotone  ; 
la  produzione  del  gaz  luce  e  della  energia  elettrica  :  la  fabbricazione  del- 
l'acido acetico  puro  e  la  rettificazione  dell'acido  impuro.  Erano  dunque 
già  tante  che  comprendevano  quelle  che  si  trovano  nella  maggior  parte 
degli  altri  paesi  Le  più  notevoli  imposte  di  fabbricazione,  dopo  quelle 
dell'alcool  e  sugli  zuccheri,  erano  quelle  sul  gas  e  sulV energia  elettrica  (0,02 
per  ogni  m.3  d-  gas  luce  proveniente  dalla  distillazione  del  caibone  ;  0,08 
per  ogni  m.3  di  gas  luce  proveniente  dalla  distillazione  di  oli  minerai , 
eccetto  pel  gas  prodotto  pei  consumi  pubblici  ;  e  L  0,60  per  ogni  cttowat 
ora  di  energia  e  ettnca)  •  l'imposta  sui  fiammiferi  (un  centesimo  per  ogni 
30  fianmiiferi  fini  ;  un  centesimo  per  ogni  60  fiammiferi  comuni  ;  un  cen- 
tesimo per  ogni  tre  fiammiferi  ascendi-scale),  quella  sulla  birra  (L.  1,20 
per  ettol.  mentre  il  dazio  doganale  è  di  tre  lire),  quella  sul  glucosio  ecc.  Dopo 
la  guerra  quasi  tutte  le  antiche  imposte  di  fabbricazione  sono  state  au- 
mentate e  molte  nuove  aggiunte. 


GAP.    XXII.]  IMPOSTE    SULLA    FABBRICAZIONE  635 

in  questa  materia  gl'interessi  della  industria  e  quelli  del  fisco  : 
coordinare  le  imposte  di  fabbricazione  e  i  dazi  di  confine  in 
modo  che  non  vi  siano  impedimenti  dannopi  da  una  parte, 
ma  né  meno  extraprofitti  immeritati  dall'altra.  La  Germania, 
avea  prima  della  guerra  il  primo  posto  nella  industria  dello 
zucchero,  ha  determinato  con  i  suoi  ordinamenti  fiscali  in 
non  poca  parte  lo  svolgersi  rapido  e  potente  di  tale  industria. 
Isella  determinazione  della  imposta  sulla  fabbricazione  dello 
zucchero  si  sono  seguiti  da  prima  criteri  esteriori  e  indiziari  e 
poi,  solo  assai  più  tardi,  l'imposta  ha  cercato  di  seguire  una 
via  meno  empirica.  Quasi  dovunque  si  è  colpita  da  principio 
la  materia  prima  e  più  tardi  soltanto  si  è  giunti  a  colpire  il 
prodotto.  La  grande  difficoltà,  è,  nel  coordinare  il  regime  do- 
ganale alle  imposte  dì  fabbricazione.  Da  una  parte  non  è  pos- 
sibile riconoscere  che  senza  un  regime  doganale  adatto  è  assai 
difficile  che  una  industria  saccarifera  nazionale  possa  sorgere. 
Dall'altra  le  imposte  sulla  fabbricazione  dovrebbero  correggere 
le  ingiustizie  derivanti  dalla  protezione  .  Drawhacks  ,  sovra 
tasse,  premi,  accordi  internazionali,  tutto,  si  può  dire,  è  stato 
tentato  in  questa  materia,  che  è  certamente  una  delle  più  com- 
plicate in  materia  d'imposizione  e  in  materia  di  dogane  *. 
La  corsa  ai  premi,  agli  incoraggiamenti  artificiali  alla  produ- 
zione interna  fu  frenata  dalla  convenzione  di  Bruxelles,  dei 
5  marzo  1902.  In  tale  convenzione  (intervenuta  fra  l'Italia, 
l'Austria  Ungheria,  il  Belgio,  la  Francia,  la  Germania,  la  Gran 
Brettagna,  i  Paesi  Bassi,  la  Spagna,  la  Svezia  e  la  Norvegia) 
si  soppressero  i  premi  diretti  e  indiretti  alla  produzione  ed 
eàportazione  dello  zucchero.  Fu  imposto  il  regime  dei  depo- 
siti doganali  sotto  sorveglianza  alle  fabbriche  e  raffinerie  ;  fu 
limitata  la  sopra  tassa  e  imposto  alla  importazione  un  diritto 

*  Cfr.  E  1 1  e  n  a  :  /  tributi  sullo  zucchero  e  sugli  spiriti  Dell'Archivio  di 
statistica,  Roma,  1878  Wolfi:  Die  Zuckersteuer.  etc.  Tubfngen  18S2 
<^strattoj  ;  B  i  v  o  r  t  :  Législalion  des  sucres  en  France  et  dans  les  princi- 
Puux  pay%  étr anger s,  Paris,  1885,  5.  ed.,  Paasche:  Zucker industrie 
und  Zuckersteuer,  1894;  (estratto)  e  die  Zuckerproduckunder  We.U,  Leipzig. 
iyo5  ,  Stringher:  Lo  zucchero  nella  legislazione  internazionale,  Roma, 
1899  (estratto) ,  Truch  y  :  La  notivelle  législation  des  sucres  in  Revue  de 
Science  e  Législuti^t  financtères  de!  1903,  p  225  e  La  Convention  sucriere 
df  1907,  nella  stessa  Rivista,  i>jo8.  p    483. 


636  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

non  minore  dell'ammontare  dei  premi  diretti  e  indiretti  ac- 
cordati nel  paese  di  origine.  Però  a  questi  vincoli  non  sono 
tenute  la  Spagna,  l'Italia  e  la  Svezia  fino  a  tanto  che  non  espor- 
teranno. 

La  convenzione  del  1902  fu  completata  dall'atto  addizio- 
nale dei  28  agosto  1907  relativamente  all'Inghilterra,  la  quale 
volle  essere  liberata  dall'obbhgo  di  colpire,  con  una  sovratassa 
uguale  al  premio,  gli  zuccheri  che  godono  premi  nei  paesi  di 
origine  ;  gli  altri  Stati  contraenti  si  sono  impegnati  a  non  con- 
tinuare ad  accordar  premi.  Col  protocollo  dei  19  decembre 
1907,  aderiva  alla  Convenzione  di  Bruxelles  anche  la  Russia, 
impegnandosi,  pur  conservando  il  suo  regime  fiscale  degli  zuc- 
cheri, a  non  garentire  ai  suoi  produttori  vantaggi  maggiori 
del  prezzo  massimo  di  vendita  del  mercato  intemo  e  a.  limi- 
tare la  quantità  di  zucchero  da  esportarsi  con  restituzione  o 
esenzione  delle  imposte  sul  consumo  intemo.  Il  nuovo  regime 
degli  zuccheri  obbligava  le  potenze  contraenti  per  cinque  anni 
a  partire  dal  1°  settembre  1908  *. 

Le  imposte  di  fabbricazione  riguardano  come  abbiam  detto 
in  generale  merci  la  cui  produzione  è  accentrata  :  non  sono 
possibili,  anzi,  o  almeno  non  sono  convenienti,  dove  questa 
condizione  non  esiste.  E  per  ciò  che,  oltre  quelle  accennate, 

*  Il  4  ottobre  1 910  lo  zucchero  valeva  L.  52,25,  il  i.  luglio  191 1  era  salilo 
a  I..  56,25,  a  fine  settembre  191 1  il  disponibile  costava  L.  59  a  tonnellata. 
La  produzione  della  campagna  1910-1911  fu  di  tonnellate  2,530.231  per  la 
Germania,  d  tonn.  1,536,143  per  l'Austria  Ungheria  di  tomi.  650.540  per  ia 
Francia,  di  tonnellate  284,474  per  il  Belgio  e  di  toim.  221.359  per  l'Olanda 
Le  altre  nazioni  hanno  avuto  una  produzione  assai  limitata,  quindi  pos- 
siamo dire  che  la  produzione  europea  nel  1910-1911  è  stata  di  tonn  5,272  - 
TX^,  a  CUI  si  possono  aggiungere  tonn.  408,423  che  corrispondono  all'am- 
montare delle  importazioni  d'oltre  Oceano.  Il  consumo  dell'Europa  con- 
tinentale ammontò  a  tonn.  2,719,762  e  le  esportazioni  sulle  quali  l'Inghil- 
terra ha  prelevato  la  maggior  parte  di  ciò  che  le  bisognava,  sommarono 
a  tonnellate  2,488,509.  La  Germania,  in  un  brevissimo  periodo  di  anni 
si  è  portata  alla  testa  della  produzione  di  zucchero  di  barbabietola.  Dopo 
aver  ottenuto,  con  469,750  ettari  di  barbabietole,  2,600,000  tonnellate 
di  zucchero,  essa  si  apprestava  a  produrne  nel  1911-1912  ancora  di  più, 
con  499,834  ettari  di  barbabietola  Dopo  la  guerra  tutta  la  produzione 
dello  zucchero  nell'Europa  centrale  è  stata  sconvolta  per  la  divisione  dei 
vari  territori  produttori  e  per  la  situazione  politica  di  molti  paesi,  fra  cui 
sopra  tutto  la  Russia. 


CAP.    XXII.]  LE   IMPOSTE   SUL    CONSUMO  637 

hanno  in  generale  grande  importanza  le  imposte  di  fabbri- 
cazione sulla  birra,  sui  fiammiferi,  sulla  produzione  della  luce 
mediante  il  gaz,  l'elettricità  e  il  carburo  di  calcio,  ecc.  ecc. 

In  generale,  nei  paesi  più  progrediti,  le  imposte  sulla  fabbri- 
cazione hanno  seguito  presso  a  poco  lo  stesso  cammino.  Hanno 
cominciato  con  colpire  materie  prime  necessarie  all'esistenza, 
il  grano  nella  sua  macinazione,  le  carni  all'atto  della  vendita, 
e  man  mano,  sono  andate  a  colpire  generi  di  grande  consumo, 
ma  non  strettamente  necessari  all'esistenza  :  alcool,  zucchero, 
birra,  polveri  piriche,  glucosio,  fiammiferi,  ecc.  Si  tratta  in 
generale  di  industrie  che  per  la  loro  specializzazione  e  i  loro 
progressi  di  fabbricazione  non  tollerano  monopoli  ;  ma  che  ri- 
guardano generi  di  largo  consumo.  Da  principio  queste  imposte 
si  applicavano  d'ordinario  sulle  materie  prime  necessarie  all'in- 
dustria :  ora  che  i  progressi  tecnici  sono  notevolissimi,  si  ap- 
plicano ordinariamente  ai  prodotti  di  ciascuna  industria. 

181.  Ma  le  merci  di  più  largo  uso  possono  essere  col- 
pite o  da  imposte  di  fabbricazione,  o  quando  ciò  non  sia 
possibile,  da  imposte  sulla  circolazione  o  sul  consumo.  Si  può, 
o  chiudendo  con  barriere  i  centri  abitati  e  inducendo  coloro 
che  introducono  merci  a  pagare  secondo  le  tariffe,  o  colpendo 
con  speciali  imposte  i  rivenditori  e  in  generale  gli  spacci  di 
merci,  ecc.  Tutte  querte  imposte  però  sono  generalmente  odiose 
quando  riescono  inquisitive.  Così  in  Italia,  dove  le  città  sono 
custodite  da  speciali  agenti  finanziari,  l'inquisizione  riesce  mo- 
lesta. Più  semplice  e  più  comodo  ?istema  è  colpire  le  riven- 
dite ;  così  si  può  spcFSO  fare  a  meno  di  turbe  di  agenti  fiscali 
e  di  inutili  molestie  ai  contribuenti. 

Vi  sono  due  sistemi  principali  in  questa  materia  :  il  sistema 
francese  {octrois)  e  il  sistema  inglese  (excises).  Parecchi  stati 
non  hanno  mai  avuto  dazi  «-ul  consumo  {octrois)  sul -modello 
francese  :  ca^ì  la  Svezia,  la  Norvegia,  la  Russia,  ecc.  ;  altri  li 
hanno  avuti  e  li  hanno  aboliti  :  così  il  Belgio,  la  Svizzera,  la 
Danimarca.  La  Francia  e  l'Italia  soltanto,  fra  le  grandi  nazioni, 
hanno  dazi  sul  consumo  :  ma  mentre  in  Francia  i  dazi  sono  sol- 
tanto locali,  in  ItaUa  alimentano  insieme  il  bilancio  dello  Stato 
e  il  bilancio  dei   comuni  *. 

*  I  dazi  intemi  sui  consumi  {octrois)  i  quali  colpiscono  i  generi  di  con- 


638  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO   II. 

In  Francia  Voctroi  costituisce  la  base  della  finanza  locale,  e 
se  non  è  simpatico  alle  popolazioni  e  non  è  rispettabile  per  i 
risultati,  è  rispettabile  almeno  per  l'età  e  per  la  tradizione. 
Quando  nel  1791  tutte  le  imposte  indirette  furono  soppresse, 
anche  Voctrois  scomparve.  Ma  poi,  sotto  l'altro  nome  di  octroi 
municipal  et  de  bienfaisance,  fu  ristabilito  nel  1799.  Fu  presen- 
tato come  avente  per  scopo  di  venire  in  aiuto  della  pubblica 
assistenza,  e  da  Parigi  fu  esteso  a  tutti  i  comuni.  Nel  1809 
furono  stabilite  cinque  categorie,  fuori  di  cui  nessun  articolo 
poteva  essere  colpito.  La  legge  del  1816  dichiarava  che  sareb- 
bero soggetti  ad  imposta  solo  i  generi  di  consumo  legale.  I 
diritti  di  octrois  possono  essere  aumentati  di  sovratasse  che  por- 
tano il  nome  di  decime  e  mezze  decime.  Gli  octrois  possono 
essere  esercitati  in  regia  semplice,  in  regia  interessata  e  dati 
in  appalto.  La  dichiarazione  è  una  formalità  obbligatoria.  Il 
viaggiatore,  come  del  resto  in  Italia,  deve  mettere  l'impiegato 
in  grado  di  verificare  se  gli  oggetti  che  porta  sono  sottomessi 
all'  octroi.  In  Francia,  come  in  Italia,  le  spese  di  riscossione 
sono  rilevantissime  e  i  dazi  intemi  sono  di  non  piccolo  osta- 
colo alla  circolazione  delle  merci  e  allo  svolgersi  degli  scambi. 
Il  combustibile  e  le  materie  prime  destinate  agli  stabilimenti 
industriali  e  alle  manifatture  dello  Stato,  possono  essere  intro- 
dotti senza  essere  sottopasti  a  dazio  ;  sempre  che  siano  destinati 
alla  produzione.  'L'octroi  è  stato  sempre  attaccato  dagli  econo- 
misti come  l'imposta  che  più  noccia  alla  libertà  di  circolazione, 
che  è  prima  condizione  della  vita  economica  di  un  paese.  Pure 
in  Francia,  non  ostante  tutti  i  tentativi  fatti  prima  e  la  grande 
ricchezza  del  paese,  solo  assai  tardi,  con  la  legge  del  29  de- 
cembre  1897,  ^  stata  fatta  una  vera  riforma  degli  octrois.  Ora- 
mai gli  octrois,  che  sono  in  vigore,  cadono  principalmente  sul- 
l'alcool, sui  vini,  sui  commestibili,  sui  combustibili,  sui  fo- 
raggi, sui  materiali  di  costruzione  e  su  altri  oggetti  diversi. 


sumo  nella  loro  circola/.ione  all'interno  di  uno  stesso  Stato  assumono  forme 
assai  diverse.  Erano  nei  Medio  Evo  ordinati  con  varietà  grande  di  criteri: 
ma  costituivano  entrate  importanti  e  spesso  assai  malefiche  allo  sviluppo 
degli  scambi.  Sono  celebri  le  riforme  fatte  in  Inghilterr.i  nel  1660  ;  ed  è 
celebre  quella  eseguita  nel  1661  da  Colbert  in  Francia. 


CAP.   XXII.]  LE    IMPOSTE   SUL    CONSUMO  639 

Le  imposte   nascono   difficilmente  :   ma,    come  dicea   L.   Say, 
muoiono  più  difficilmente  ancora. 

Dopo  la  riforma  del  1897,  gli  octrois  sono  vere  imposte  lo- 
cali sui  consumi,  possono  avere  carattere  fiscale  soltanto,  e  non 
risolversi  in  dogane  locali  interne  con  fini  di  protezione,  si  sta- 
bili'^cono  solo  quando  un  comune  non  ha  come  fare  altrimenti 
fronte  alle  spese  obbligatorie,  e  devono  cadere  esclusivamente 
sugli  oggetti  di  consumo  locale.  Gli  octrois  hanno  quindi  per- 
duta l'importanza  che  aveano  prima  della  legge  del  1897  e  danno 
ora  in  complesso  assai  meno.  L'  octroi  non  esi.'^te  ormai  che  nei 
comuni  importanti,  (nel  1909,  solo  15 16  comuni,  su  di  un  to- 
tale di  36225  comuni  francesi,  il  4,  18%,  cioè,  aveano  octrois)  ; 
ma  dove  esiste  è  la  principale  entrata  locale.  Il  prodotto  totale 
dell' octrois  è  sempre  considerevole. 

La  legge  del  1897  autorizzava  i  comuni  a  sostituire  ai  di- 
ritti di  octrois  imposte  autonome  sul  reddito  dei  capitali,  sul 
reddito  delle  professioni,  sul  valore  locativo,  licenze  municipali 
e  imposte  sulle  vetture,  sui  cavalli  ecc.  Nel  1910  solo  207  comuni 
aveano  usufruito  di  questa  facoltà,  applicando  imposte  auto- 
nome (sul  reddito  netto  dei  fabbricati,  sul  valore  venale  dei 
fabbricati,  sul  valore  locativo,  sui  velocipedi,  sui  pianoforti,  di 
licenza  ecc.) 

Le  spese  di  riscossione  degli  octrois  in  media  (1908)  rappre- 
sentavano 11,27%  dell'entrata  lorda.  Nel  maggior  numero  dei 
comuni  (886  su  15 16)  gli  octrois  erano  nel  1909  amministrati  in 
regia  semplice.  In  Italia  i  dazi  interni  di  consumo  sono  an- 
che più  molesti,  alimentando  insieme  la  finanza  dello  Stato  e 
la  finanza  locale.  Riescono  inoltre  assai  costosi  e  anche  assai 
dannosi  alla  circolazione  *. 

*  La  materia  del  dazio  consumo  ha  dato  luogo  in  Francia  a  innumerevoli 
pubblicazioni.  Cfr.  tra  le  tante  :  01  ibo  :  Code  des  contribuiions  indirectes 
et  des  octrois,  Lyon,  1878;  E.  Bonn  al  :  Tratte  des  octrois,  Paris,  1873: 
Bamberger:  Die  A ufhebung  der  indirekten  Gemeindeabgaben  in  Bel 
gien,  Holland  und  Frankreich,  Beilin,  1871  ;  Wagner:  Finanz,  pag. 
888  e  seg.;  Bloch:  L'octrois  1878.  G.  de  Greef:  Les  impóts  de  con- 
summation,  Paris,  1884  ;  A.  des  Cilleuls:  Caractères  et  diffcrences  des 
ancicns  et  nouveaux  octrois,  Paris,  1885  ;  ecc.  Qui  non  si  è  potuto  che  ac- 
cennate alla  antica  origine  e  allo  sviluppo  degL".  octrois  in  Francia  ;  ma 
senza  poter  entrare  in  dettagh  sulla  loro  organizzazione. 


640  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

182.  Secondo  rordinamento  italiano  vi  sono  comuni  aperti  e 
comuni  chiusi.  I  comuni  chiusi  sono  quelli  che  hanno  popola- 
zione più  numerosa  (sono  già  da  gran  tempo  oltre  200),  e  in 
essi  l'entrata  di  talune  merci  di  più  largo  consumo  è  colpita  dal 
dazio.  I  comuni  aperti,  e  sono  la  grandissima  maggioranza,  non 
hanno  barriere  daziarie  ;  ma  è  colpita  la  vendita  a  minuto  dei 
prodotti  tassati.  In  Italia  i  dazi  di  consumo  sono  governativi  e 
comunali.  Il  dazio  di  consumo  governativo  colpisce  merci  di  con- 
sumo generale  (come  le  bevande  [vino,  vinello,  mezzo  vino 
uva  e  liquori]  le  carne  suine,  bovine  ed  ovine,  il  riso  il  burro, 
l'olio,  il  sego,  i  semi  e  i  frutti  oleiferi  e  lo  zuccjiero)  e  il  dazio 
comunale  colpisce  di  preferenza  oggetti  di  consumo  locale 
(come  la  birra  estera  e  nazionale,  le  acque  gassose,  il  pollame, 
le  uova,  la  cacciagione  e  la  selvaggina,  i  latticini,  i  pesci  freschi 
e  salati,  gli  erbaggi,  le  frutta,  i  foraggi,  le  conserve,  i  coloniali, 
i  commestibili,  le  materie  grasse,  la  profumeria,  la  carta,  i  ve- 
tri, i  metalli  ed  i  materiali  di  costruzione,  il  mobilio,  la  neve 
ed  il  ghiaccio).  Ma  i  comuni  hanno,  per  effetto  della  legge  del 
3  luglio  1864  e  di  leggi  seguenti,  il  diritto  di  mettere  dazi  ad- 
dizionali sui  generi  colpiti  dal  dazio  governativo.  I  comuni  pren- 
devano prima,  poco  meno  della  metà  di  tutte  le  loro  entrate 
dal  dazio  di  consumo  ;  ora,  dopo  la  legge  23  gennaio  1902,  che  ha 
abolito  il  dazio  sulle  farine,  sul  pane  e  sulle  paste  ricavano  as- 
sai meno. 

La  legge  del  3  luglio  1864  disponeva  che  fossero  colpiti  dal 
dazio  governativo  il  vino,  i  liquori,  le  carni,  concedendo  ai  co- 
muni di  aggiungere  quote  addizionali  in  loro  vantaggio  fino  al 
limite  del  40%.  Potevano  inoltre  i  comuni  stabilire  dazi  su 
altri  generi  commestibili,  determinati  uno  per  uno,  e  ciò  fino 
al  massimo  del  10%  del  loro  valore  medio  dell'ultimo  quin- 
quennio ;  ma,  subito,  il  decreto  legislativo  del  28  giugno  1865, 
mentre  ribassò  dal  40  al  30%  della  tariffa  governativa  il  dazio 
addizionale  dei  comuni,  estese  il  dazio  governativo  anche  alle 
farine,  al  riso,  agli  oli,  al  burro,  al  sego,  allo  strutto,  e  allo  zuc- 
chero. In  seguito  si  continuò  sulla  stessa  via  dannosa  di  con- 
cedere allo  Stato  ciò  che  si  toglieva  ai  comuni  e  a  mettere  dazi 
nuovi.  La  legge  11  agosto  1870  allargò  notevolmente  i  diritti 
dei  comuni  in  materia  di  dazi  di  consumo  :  accordò  loro  per- 


CAP.   XXII.]  I   DAZI   DI   CONSUMO  IN  ITALIA  64I 

fino  di  tassaxe,  previo  decreto  reale,  merci  non  contemplate 
dalle  leggi  *.  Nell'ordinamento  italiano  il  dazio  comunale 
si  estende  a  tutte  le  merci  non  colpite  da  dazio  governativo  ; 
mentre  quest'ultimo  riguarda  merci  tassativamente  indicate 
dalle  leggi. 

Vi  sono  ora  comuni  aperti  e  comuni  chiusi  ;  la  tendenza  però 
è  ad  abolire  le  cinte  daziarie  ;  quindi  le  recenti  leggi  hanno  a- 
gevolata  la  trasformazione  dei  comuni  chiusi. 

E'  evidente  che,  nell'ordinamento  attuale,  il  dazio  è  sempre 
più  grave  nei  comuni  chiusi,  anche  quando  le  tariffe  non  sono 
molto  elevate.  Invece  ne'  comuni  aperti  gli  spacci  e  le  rivendite 
sono  colpiti  sempre  con  scarsa  approssimazione.  Da  questo 
deriva  che  nell'Italia  settentrionale  e  nella  centrale,  ove  è  po- 
polazione sparsa  in  assai  maggior  misura,  e  dove  quindi  gran- 
dissimo è  il  numero  dei  comuni  aperti,  mentre  il  consumo  per 
la  maggior  ricchezza  è  assai  più  grande  che  non  sia  nell'Italia 
meridionale,  il  dazio  è  meno  aspro.  E  non  solo  agli  effetti  del 
dazio  governativo  ;  ma  anche,  per  quanto  riguarda  la  finanza 
locale,  la  prevalenza  del  dazio  di  consumo  è  assai  mag- 
giore nei  paesi  a  popolazione  agglomerata.  Si  noti  che,  nel  caso 
del  dazio  di  consumo,  la  minore  educazione  politica,  il  minore 
sviluppo  e  la  minore  coscienza  delle  classi  popolari  fanno  si 
che  nel  Mezzogiorno  i  dazi  di  consumo  siano  quasi  la  base  della 
finanza  locale  ;  mentre  hanno  importanza  relativamente  assai 

*  La  legge  del  i866  divideva  i  comuni  in  quattro  classi  •  a)  di  prima 
classe  sono  quei  comuni  che  hanno  una  popolazione  agglomerata  di  oltre 
50  mila  abitanti  ;  b)  di  seconda  classe,  quelli  che  hanno  una  popolazione 
agglomerata  da  20  mila  a  50  mila  abitanti  ;  e)  di  ter-r.a  classe  quelli  che 
anno  una  popolazione  agglomerata  da  8  mila  a  20  mila  abitanti  •  d)  di 
quarta  classe  sono  infine  quei  comuni  che  hanno  una  popola/ione  agglo- 
merata inferiore  a  8  mila  abitanti. 

I  comuni  di  quarta  classe  sono  dichiarati  aperti,  cioè  pagano  in  base 
alle  imposte  sulla  vendita  al  minuto  dei  prodotti  colpiti.  Le  frazioni  dei 
grandi  comuni  posti  fuori  dell'abitato  sono  agli  effetti  della  legge  consi- 
derati come  comuni  aperti.  Comuni  chiusi  sono  tutti  quelli  delle  tre  prime 
categorie.  Nei  comuni  chmsi  vi  è  una  cinta  daziaria,  ove  tutte  le  prime 
merci  indicate  dalla  tariffa  vengono  colpite  al  loro  passaggio ,  nei  comuni 
aperti,  come  si  è  visto,  i  generi  non  si  presentano  alla  visita  daziaria  ma 
quando  sono  messi  in  vendita,  vengono  colpiti  dai  dazi  ;  e  quindi  gli  eser- 
centi riversano  a  lor  volta  il  dazio  sui  consumatori. 


642  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

f 

minore  nella  Italia  centrale  e  nella  settentrionale.  Ma  anche 
per  il  dazio  governativo  la  differenza  della  imposizione  è  spesso 
enorme  *. 

In  materia  di  dazi  sul  consumo  lo  Stato  si  è  ritenuto  tutti 
quelli  che  hanno  maggiore  importanza  e  più  grande  produttività 
fiscale,  ed  ha  lasciato  ai  comuni  di  imporre  o  di  sovraimporre 
assai  largamente.  Possono  infatti  i  comuni  imporre  un  grandis- 
simo numero  di  generi  :  l'enumerazione  che  fa  la  legge  è  piut- 
tosto una  sommaria  indicazione  di  categorie  che  non  la  speci- 
ficazione di  singoli  articoli.  Dal  punto  di  vista  dei  comuni  vi 
possono  essere  :  a)  dazi  addizionali  ai  dazi  governativi,  cosi  nei 
comuni  aperti,  come  nei  chiusi  ;  b)  dazi  speciali  dei  comuni, 
cosi  negli  aperti,  come  nei  chiusi  ;  e)  dazi  speciali  di  minuta 
vendita  sul  vino  e  sulle  carni  nei  comuni  chiusi. 

La  percezione  dei  dazi  essendo  fatta  dai  comuni  e  intera- 
mente a  loro  spese,  il  dazio  di  consumo  rappresenta  per  lo  Stato 
una  entrata  netta.  Per  i  comuni  di  Napoli  e  di  Roma  la  ri-^cos- 
sione  del  dazio  consumo  è  fatta  direttamente  dallo  Stato,  il 
quale  è  obbligato  ad  assicurare  a  Napoli  lire  13,215,000  annue, 
qualunque  sia  l'ammontare  dell'entrata  riscossa,  e  a  Roma 
15,000,000  lire,  oltre  la  metà  degli  utili  netti,  dedotta  ogni 
spesa,  della  gestione.  Bisogna  però  notare  che  per  i  comuni  le 
spese  di  riscossione  sono  enormi  e  assorbono  grandissima  parte 
di  tutte  le  entrate  :  i  comuni  chiusi  devono  mantenere  veri 
eserciti  di  agenti  o  cedere  l'esercizio  del  dazio  a  privati  appal- 
tatori con  danno  notevole  della  loro  finanza.  In  non  pochi 
comuni  le  spese  di  riscossione  assorbono  il  quarto  di  tutte  le 
entrate  ;   proporzione  enorme  la  quale  dimostra  che  mentre 


*  Lo  zucchero  paga  5  lire  nei  comuni  aperti,  io  nei  chiusi  di  prima  classe  , 
il  vino  rispettivamente  3,50  e  7  ;  i  buoi  e  1  manzi  per  capo  20  e  40;  la  carne 
macellata  fresca  6  e  12,50  ecc.  Sono  rlifforenze  enormi  non  infenoii  nel 
maggior  numero  al  100  per  %  ;  spesso  superiori.  La  letteratura  sui  dazi 
di  consumo  in  Italia  è  larghissima.  Cfr.  Ricca-SaJerno:  Le  finanze 
locali  nel  Trattato  di  Orlando,  cap.  VII  ;  ecc  Sui  dazi  di  consumo  nei 
vecchi  stati  italiani,  v  la  nota  opera  diCappeilari  della  Colom- 
ba :  Le;  imposte  di  confine,  i  monopoli  govertiativi  e  i  dazi  di  consumo  in 
Italia,  Firenze,  1866  .  Bianchini:  op.  cil.  png.  621  ;  Alessio,  op. 
di.  voi.  II,  cap.   VI  ;   ecc. 


GAP.   XXII.j  I    DAZI    DI    CONSUMO   IN   ITALIA  643 

assai  gravoso  è  il  dazio  per  le  popolazioni,  anche  per  il  suo  ca- 
rattere vessatorio  e  molesto,  le  entrate  che  si  ricavano  non 
sono  punto  proporzionali  al  danno  che  si  produce.  La  media 
delle  spese  di  riscossione  è  generalmente  elevata  :  ma  in  alcuni 
comuni  è  a  dirittura  altissima. 

I  dazi  di  consumo  sono  generalmente  assai  malvisti.  E  senza 
dubbio  essi,  colpendo  generi  di  consumo  più  necessari  alla  vita, 
riescono  più  molesti  alle  classi  povere,  che  contribuiscono  in 
misura  assai  aspra.  Un  dazio  sulle  farine  è  poco  molesto  a 
una  famiglia  agiata  :  molestissimo  a  una  famiglia  povera  *. 

Una  importante  riforma  è  stata  operata  con  la  legge  del  23 
gennaio  1902.  Questa  legge  ha  disposto  l'abolizione  del  dazio 
di  consumo  sul  pane,  sulle  paste  e  sui  prodotti  farinacei,  entro 
il  30  giugno  1904,  in  generale.  Per  quei  comuni  per  i  quali  il 
dazio  sui  farinacei  forpassava  il  40%  dell'entrata  fu  consentito 
protrarre  il  termine  dell'abolizione;  e  al  30  giugno  1907  vi  erano 
ancora  in  Italia  due  comuni  (2  soltanto)  che  profittavano  di 
tale  facoltà.  Fino  a  quando  non  sarà  provveduto  a  un  riordina- 
mento della  finanza  locale,  lo  Stato  concorrerà  ad  aiutare  i 
comuni  a  riparare  al  vuoto  portato  nei  loro  bilanci  dall'aboli- 
zione, con  un  assegno  annuo  a  favore  dei  comuni  singoli,  in 
ragione  di  otto  decimi  del  provento  lordo  dei  dazio  cessato  pei 
comuni  chiusi  e  di  sette  decimi  per  gli  aperti.  Lo  Stato  si  è 
venuto  cosi  ad  addossare  oneri  sensibili.  I  comuni  in  cui  cessa 
il  dazio  sui  farinacei  possono  disporre  di  altre  imposte  indi- 
rette e  in  alcuni  casi  aumentare  le  imposte  esistenti  (art.  io). 
È  stata  resa  più  facile  la  trasformazione  dei  comuni  chiusi  in 
comuni  aperti  ;  è  stata  fissata  infine  una  tariffa  massima  dei 
dazi  di  consumo,  che  tien  conto  dei  consumi  popolari.  Sono 
i  primi,  incerti  passi  verso  l'abolizione  totale  dei  comuni  chiusi, 

delle  barriere  messe  allo  scambio  e  alla  circolazione. 

• 

*  Si  aggiunga  il  carattere  inquisitore  e  qualche  volta  veramente  offen- 
sivo che  la  riscossione  ha  d'ordinario,  nei  comuni  chiusi.  Chi  entra  in  città 
deve  assoggettarsi  a  visite  moleste  :  tanto  pir  moleste  quanto  più  si  ap- 
partiene alle  classi  popolari.  Gli  agenti  del  dazio  ragionano  un  pò  come  i 
vecchi  canonisti  :  colunus  ergo  fur  e  anche  villicus  ergo  mendax  et  falsus  ; 
la  visita  è  tanto  più  minuziosa  e  molesta  quanto  più  si  tratti  di  contadini 
o  di  operai.  È  perciò  che  il  dazio  riesce  singolarmente  odioso  alle  popola- 
zioni ed  è  perciò  che  in  Italia  ha  determinato  non  poche  rivolte  locali. 


644  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Il  Belgio  ha  già,  con  la  grande  riforma  di  Frère  Orban,  abo- 
lito il  vecchio  sistema  di  dazi.  L'abolizione  pareva  impossibile  ; 
ma  sono  molti  anni  da  che  è  venuta  e  tutti  sono  concordi  nel 
riconoscere  i  benefizi  che  ha  portato.  Nell'America  del  Nord,  in 
Scozia,  in  Sassonia  ecc.  numerose  riforme  sono  state  fatte  e 
ovunque  si  tende  a  rinunziare  da  parte  dello  Stato  a  ogni  im- 
posta indiretta  sul  consumo  sotto  forma  di  dazi  interni.  È  una 
tendenza  che  si  va  delineando,  anche  nell'ordinamento  tri- 
butario   italiano. 

183.  Ben  diverso  è  l'ordinamento  inglese  delle  imposte  sul 
consumo  {excise).  Le  accise  colpiscono  1'  oggetto  di  consumo 
all'atto  della  fabbricazione  o  produzione,  oppure  all'atto  della 
vendita  o  dello  spaccio  :  lo  colpiscono,  cioè,  o  presso  chi  lo  pro- 
duce o  presso  chi  lo  vende.  Le  accise  costituiscono,  ora,  dopo 
le  riforme  di  Lloyd  George,  la  entrata  più  grande,  dopo  ì'in- 
come  tax,  del  bilancio  inglese.  Ma  questa  grande  entrata  è  co- 
stituita da  alcune  imposte  molto  semplici  :  diritto  sulla  birra, 
sull'alcool,  sul  tabacco,  sulle  bevande  spiritose,  sulla  cicoria  ; 
infine  i  diritti  per  la  concessione  di  licenze,  ecc.  Ma  due  imposte 
soltanto  :  quelle  sulla  birra  e  sugli  spiriti  costituiscono  la  quasi 
totalità  delle  entrate  ;  le  altre  imposte  indirette  nella  stessa  ca- 
tegoria, in  paragone,  hanno,  meno  i  diritti  di  licenza,  che,  per 
la  rifonna  di  Lloyd  George  acquistarono  maggior  peso  ,  pochis- 
sima importanza. 

Dopo  la  guerra  le  accise  sono  state  enormemente  accre- 
sciute :  basti  dire  che  soltanto  le  bevande  alcooliche  hanno 
reso  nel  192 1  non  meno  di  60,9  milioni  di  sterline,  il  malto 
(per  la  birra)  124.9  mihoni  di  sterline.  Nel  magnifico  sforzo 
fatto  dalla  Gran  Brettagna  per  colmare  con  ogni  sacrifizio  il 
deficit  del  bilancio  han  concorso  largamente  tutte  le  fonti  di 
entrata  e  tutte  le  classi  dei  cittadini. 

Chiamansi,*come  abbiamo"  detto,  dagli  inglesi  accise  quelle 
imposte  che  colpiscono  le  merci  o  generi  di  consumo  prodotti 
nell'interno  del  regno,  differenti  dalle  imposte  dei  customs, 
che  riguardano  le  merci  e  generi  di  consumo  importati  nel 
regno  da  paesi  stranieri  {dazi  fiscali  di  confine) .  La  parola  ex- 
cise (latino  excido  e  nel  basso  latino  accisia,  tagha,    imposta) 


CAP.    XXII.]  LE    ACCISE   INGLESI  645 

significa  etimologicamente  qualche  cosa  di  estratto  ;  e  l'imposta 
di  accise  può  infatti  essere  considerata  cornei  una  parte  di  ri- 
cavato dal  prezzo  del  genere,  pagata  dal  consumatore  a  bene- 
fizio dello  Stato.  Se  la  imposta  non  esistespe.  il  consumatore 
pagherebbe  naturaln^  ente  un  più  basso  prezzo  sulla  merce. 
L'im poeta  per  altro  si  com  penetra  nel  prezzo  della  merce.  Il 
prezzo  in  fatti  è  divi^'o  in  due  parti  :  una  è  sottratta  del  tutto  a 
benefizio  dello  Stato,  e  il  rimanente  va  al  venditore.  Le  accise 
appartengono  alla  categoria  delle  imposte  indirette ,  perchè 
quantunque  messe  sul  produttore  ,  ricadono  in  effetti  sul  con- 
sumatore. La  consuetudine  parlamentare  inglese,  non  pertanto, 
classifica  tra  le  accise  anche  l'imposta  sui  passeggieri  delle 
ferrovie,  che  ha  ben  altro  carattere  e  in  cui  l'incidenza  reale 
e  apparente  ricade  tutta  sulle  compagnie  delle  ferrovie,  come 
pure  un  notevole  gruppo  di  assessed  taxes,  che  consistono  in 
permessi  di  alcuni  sports,  commerci,  occupazioni,  come  per 
esempio,  permessi  di  caccia,  porto  d'armi,  licenze  a  birrai, 
venditori  all'incanto,  ecc.  *. 

Le  accise  inglesi  comprendono  generi  di  consumo  non  neces- 
sario. Come  dice  nmo  Lloyd  George  propose  riforme  anche  per  le 
accise,  concretate  nella  legge  di  Finanza  dei  29  aprile   19 io 

*  Il  sistema  fiscale  olandese  comprendeva  le  accise  assai  priaa  che  esse 
fossero  introdotte  in  Inghilterra.  In  Inghilterra  furono  mtrodotte  per  la 
prima  volta  nel  1643  dal  Long  Parliamcnt,  per  formare  i  fondi  per  la  guerra 
contro  Carlo  I.  I  primi  articoli  soggetti  all'importa  turono  da  principio  la 
birra,  il  sidro,  l'acquavite  :  in  seguito  si  aggiunsero  una  quantità  di  merci 
e  articoli  alimentari  e  vestimenti  :  carne,  sale,  vettavaglie,  allume,  ve- 
tnuolo,  cappelli,  amido,  zafiferano  e  ogni  «specie  di  seterie  o  stoffe  per  ve- 
stiti Le  merci  di  prima  necessità,  come  la  carne  e  il  sale,  furono  sottratte 
all'imposta  •  nondimeno,  dopo  il  1660,  fino  all'amimnis trazione  Walpole, 
v'è  stata  sempre  una  tendenza  all' accrescimento  delle  accise  Walpole, 
le  cui  larghe  riforme  finanziarie  portarono  grandi  vantaggi  all'Inghilterra, 
non  solo  riformò  profondamente  il  regime  doganale  inglese  (;  uiòtoms) 
ma  anche  l'ordinamento  delle  accise  ;  molte  e  vecchie  excùes  infatti  sem- 
phficò,  altre  mousse,  altre  soppresse.  Il  suo  più  importante  progetto  fu 
quello  denominato  Excises  Scheme  :  il  bill  cioè  dell'esercizio  dei  negozi  di 
vino  e  tabacco.  L'Excise  scheme  di  Walpole  fu  la  base  di  una  grande  ri- 
forma E  se  Walpole  non  potè  condurre  a  termine  la  sua  opera,  di  cui  Adamo 
Smith  fece  più  tardi  l'apologia,  essa  fu  la  base  delle  gi-andi  riforme  com- 
piute, nel  1777,  da  William  Pitt.  Cfr.  sulle  accise  inglesi  Bastable: 
F inance,  libro  IV,  cap.  5. 

Nitti.  42 


646  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

(articoli  80  a  84)  e  per  i  diritti  di  licenza  dei  fabbricanti  e  ri- 
venditori di  bevlnde  alcooliche  e  di  birra  (articoli  43  a  53). 
Furono  elevate  le  accise  sugli  alcool,  sulla  birra,  sul  tabacco. 
In  quanto  ai  diritti  di  licenza,  ricordiamo  che  essi,  nel  sistema 
inglese,  sostituiscono  le  imposte  su  la  vendita,  e  devono  essere 
pagati  per  ottenere  l'autorizzazione  a  vendere  determinati  og- 
getti, il  cui  consumo  può  ritenersi  d'interesse  pubblico.  Lloyd 
George  ha  fatto  della  riforma  dei  diritti  di    licenza    uno    dei 
capisaldi  del  suo  programma.  Nella  esposizione  finanziaria  dei 
29  aprile  1909  egli,  infatti,  diceva  :  «  È  generalmente  ricono- 
sciuto che  lo  Stato  non  ha  ottenuto  un  compenso  sufficiente 
per  l'invidiabile  monopolio  accordato  al  commercio,   coi   di- 
ritti di  licenza.  Il  valore  di  questo  monopolio  è  cresciuto  negli 
ultimi  anni,   sovra  tutto  per  la  repugnanza  dei  magistrati  a 
concedere  nuove  licenze  e  per  i  loro  sforzi  a  restringere  il  numero 
delle  esistenti.  Le  riduzioni,  inoltre,  operate  nel  numero  delle 
Hcenze  agli  effetti  della  legge  del  1904,  hanno  certo  aumentato 
il  valore  delle  licenze,  che,  cessando  di  essere  annuali,  diven- 
nero perpetue.   Il  commercio  stima  il  valore  delle  licenze  a 
3,783,000,000    di    lire    italiane,    con    un     reddito    annuo     di 
378,300,000  hre  al  10%,  sul  quale  lo  Stato  non  è  riescito  a 
percepire,   sino  al   1909,   che  lire  35,412,298.   Una  prova  del 
valore  delle  licenze  si  ha  nella  indennità  che,  agli  effetti  della 
legge  del   1904    si  sono  dovute  corrispondere  a  coloro,   cui  i 
magistrati  furono  costretti  a  ritirarle.  Tra  il  1889  e  il  1907,  il 
Consiglio  di  Contea  di  Londra  ritirò  141  licenze  a  141  epercizi, 
che  occupavano  locali,  espropriati  per  lavori  edilizi  di  varia 
natura  ;  ora  il  plus  valore  totale  attribuito  a  quei  locali  per  il 
solo  fatto  della  licenza    fu    in  complesso  di  lire  8,689,551,  e 
cioè  in  media  di  lire  61,682,46  per  locale.  La    contribuzione 
che  richiede  il  Tesoro,  è,   dunque,  ridicolmente  bas'^a.   È  es- 
senziale, cosi,  procedere  ad  una  nuova  valutazione  delle  licenze 
smila  base  delle  indennità  richieste  dagli  espropriati  (base  che 
gli  interessati  dovranno  ritenere  giusta)  ;  valutazione  da  tra- 
dursi in  valore  annuale,  sul  quale  sarà  imposto  il  diritto  di  licenza. 
Poi  che  le  operazioni  di  valutazione  richiederanno  un  certo 
tempo,  il  Governo  propone,  in  via  provvisoria,  di  aumentare  i 
diritti  di  licenza  sulla  base  della  valutazione  attuale,  portan- 


CAP.    XXII.]  LE    ACCISE    INGLESI  647 

doli  a  un  minimo  di  lire  126,10  per  i  distretti  rurali,  e  in  genere 
al  tasso  uniforme  del  50  %  del  valore  annuale  della  licenza. 
In  quanto  alle  città,  non  è  a  dimenticare  che  gran  parte  dei 
misfatti  derivanti  dal  commercio  delle  bevande  alcooliche  è 
attribuibile  ai  piccoli  e  poco  raccomandabili  esercizi,  che  non 
avrebbero  mai  dovuto  avere  licenze  ;  perciò  proponiamo  un  di- 
ritto minimo  di  lire  252,20  per  le  città  sino  a  5000  abitanti  ; 
un  diritto  minimo  di  lire  378,30  per  le  città  sino  a  loooo  abi- 
tanti ;  un  diritto  minimo  di  lire  504,40  per  le  città  sino  a  50000 
abitanti  ;  un  diritto  minimo  di  lire  italiane  756,60  per  le  città 
sino  a  looooo  abitanti  ;  e  un  diritto  minimo  di  lire  882,70  per  le 
città  la  cui  popolazione  supera  i  1 00000  abitanti.  Ma  occorre 
anche  provvedere  alle  rivendite  di  birra,  nelle  quali  io  pro- 
pongo un  diritto  di  licenza  uguale  ad  un  terzo  del  valore  an- 
nuale del  locale,  con  un  diritto  minimo  che  va  da  lire  95,66 
per  i  distretti  rurali  a  580  per  le  città  con  oltre  1 00000  abi- 
tanti. È  bene  colpire  anche  la  vendita  dei  liquori  negli  hotel s 
e  nei  restaurants  ;  ma  occorre  distinguere  gli  hótels  e  i  restau- 
rants  veri  dalle  case  in  cui  non  si  vendono  che  bevande  alcool 
che,  sotto  mentite  spoglie  :  queste  ultime  saranno  colpite  con 
un  diritto  di  licenza  piena  ;  gli  hótels  e  i  restaurants  paghe- 
ranno la  metà,  ove  ricavino  dalla  vendita  delle  bevande  alcoo- 
liche un  quarto  delle  loro  entrate,  e ,  un  terzo  del  diritto  di 
licenza,  ove  ricavino  da  detta  vendita  un  sesto  delle  loro  en- 
trate. È  anche  giusto  colpire  la  vendita  dei  liquori  e  delle 
bevande  alcooliche  {intoxicating  liquor s)  nei  clubs,  che  fanno 
ora  una  grande  concorrenza  alle  rivendite  ordinarie.*  I  clubs 
non  saranno  colpiti  dal  diritto  di  licenza,  ma  dovranno  tenere 
la  contabilità  dei  liquori  venduti  e  pagheranno  una  imposta 
proporzionale  all'entrata  (3  d.  per  sterlina).  Propongo  infine 
di  riformare  il  sistema  delle  licenze  per  i  rivenditori  e  i  fabbri- 
canti di  bevande  alcooliche,  sostituendo  agli  attuali  diritti 
fissi,  diritti  graduali,  in  massima,  e  fissi,  in  misura  più  elevati, 
in  casi  speciali  ».  L'agitazione  prodotta  dalle  richieste  di  Lloyd 
George  fu  grande  :  i  birrai  furono  i  più  validi  alleati  degliUnio- 
nisti  nelle  elezioni  generali  politiche  che  seguirono  al  rigetto 
del  Finance  Bill  del  1909  da  parte  della  Camera  dei  Lords.  Dopo 
la  vittoria  dei  liberali  nei  comizii,  anche  i  Lords  accolsero  in- 


648  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

tegralm  ente  le  proposte  di  George  e  il  nuovo  regime,  nel  primo 
anno  di  prova,  fece  si  che  i  diritti  di  licenza  passassero  da  un 
provento  di  lire  italiane  35,412,298  (1908),  ad  uno  di  lire 
198,456,154,78,  nel  1910-11.  Una  parte  del  provento  dei  di- 
ritti di  licenza  sulle  bevande  alcooliche  e  sulla  birra  va  agli 
enti    locali. 

184.  Le  imposte  indirette,  di  cui  si  è  finora  parlato,  sono 
in  generale,  fatta  eccezione  di  alcune,  imposte  di  riscossione 
mediata  :  la  legge  colpisce  il  produttore  o  il  venditore,  che  rie- 
scono solo  mediante  un  processo  di  traslazione  a  riversare 
l'onere  sui  consumatori.  Ma  vi  sono  molte  imposte  indirette  che 
si  esigono  per  ruoli,  che  colpiscono  senz'altro  il  consumatore, 
in  quanto  egli  fa  uso  di  alcuni  oggetti.  Quste  imposte  indirette 
di  riscossione  immediata  prendono  forme  assai  differenti  e  sono 
in  generale  abbandonate  alla  tassazione  locale.  Scomparse  in 
molta  parte  le  vecchie  imposte  suntuarie,  vi  sono  sempre, 
in  maggiore  o  minore  misura,  in  alcuni  paesi,  imposte  indi- 
rette sulle  vetture,  sui  domestici,  sui  cavalli,  sui  bigliardi,  .-ui 
pianoforti,  «uUe  automobili,  sui  velocipedi,  ecc.  ' 

Queste  imposte,  per  le  esigenze  dei  bilanci  sono  state  straor- 
dinariamente aumentate  dopo  la  guerra  e  hanno  assunto  in 
bilancio  importanza  che  prima  non  aveano. 

Sono  state  create  moltissime  imposte  sui  trasporti  ferroviari 
e  tram. viari  ;  imposte  che  colpiscono  i  biglietti,  le  fotografie,  i 
blasoni,  la  cipria,  i  cappelli,  i  guanti,  gli  orologi,  ecc.  In  alcuni 
paesi  pare  che  con  le  imposte  sulla  vendita  si  torni  ai  criteri 
delle  vecchie  imposte  suntuarie.  È  inutile  fare  una  enumera- 
zione di  queste  imposte:  ciascun  paese  ne  ha  create  a  suo  modo, 
le  ha  mantenute,  o  le  ha  abolite  secondo  i  casi.  Si  tratta  di  una 
finanza  quasi  tumultuaria  :  bisogna  crearsi  entrate  dovunque, 
comunque  ;  e  spesso  i  criteri  economici  e  la  logica  non  pre- 
iiedono  alle  imposte  nuove. 

Anche  la  imposta  sull'abitazione,  (o  sul  valore  locativo),  ab- 
bandonata ai  comuni,  (è  applicata  in  pochi  comuni  e  rendeva 
in  Italia,  nel  1907,  3  milioni  e  mezzo  di  lire),  è  una  imposta 
della  stessa  natura:  si  paga  in  proporzione  dei  fitti,  supponendo 
che  vi  sia  corrispondenza  fra  il  reddito  e  la  spesa  per  l'abita- 
zione. Corrispondenza  che  manca  spesso,  o  per  il  numero  dei 


CAP.    XXIII.j  I    MONOPOLI    FISCALI  649 

figli,  o  per  la  natura  diversa  delle  professioni,  o  per  altre  cir- 
costanze, ed  è  in  pochi  casi  indice  di  un  certo  valore. 

Alcune  di  queste  imposte  sono  di  riscossione  facile  e  possono, 
se  bene  applicate,  essere  molto  fruttifere,  senza  riescire  molto 
vessatorie.  Però  l'abusarne  è  estremamente  pericoloso  in  quanto 
riesce  sempre  dannoso  al  consumo  e  alla  produzione. 

XXIII. 

I     MONOPOLI    FISCALI 

185.  Fra  tutte  le  imposte  indirette,  le  privative  fiscali 
hanno  importanza  grandissima  ;  ne  avranno  senza  dubbio  una 
assai  maggiore  in  avvenire.  Lo  Stato  si  riserba  il  diritto  di  pro- 
(Jurre  o  di  vendere,  o  nel  tempo  stesso  di  produrre  e  di  vendere 
alcuni  generi  di  consumo  più  o  meno  largo.  A  differenza  della 
posta  o  del  telegrafo,  servizi  che  lo  Stato  assume  solo  per  ra- 
gioni di  utilità  pubblica  e  in  cui  non  entra,  o  non  prevale,  il 
criterio  fiscale,  le  privative  o  monopoli  fiscali  non  hanno  in  gene- 
rale aJtro  scopo  fuorché  quello  di  assicurare  un'  entrata  finan- 
ziaria, un  provento  più  o  meno  grande  all'erario.  I  monopoli 
sono  in  generale  possibili  quando  la  produzione  è  accentrata  : 
riguardano  quasi  sempre  poche  industrie  che  non  hanno  pia- 
cessi complicati  di  produzione  e  di  vendita.  Cosi,  per  esempio 
prima  della  guerra  erano  quasi  sempre  rima*=ti  monopoli  di 
Stato  il  tabacco  in  Italia,  in  Austria  Ungheria,  in  Francia,  in 
Spagna,  ecc.  ;  il  sale  in  Italia,  e  in  Austria  Ungheria,  l'alcool 
in  Russia,  in  Olanda  e  in  Svizzera,  il  lotto  in  Italia,  in  Austria 
Ungheria,  in  Spagna,  i  fiajnmiferi  in  Spagna  e  in  Francia,  le 
polveri  piriche  in  Svizzera,  in  Spagna,  in  Francia,  ecc.  La 
Germania  e  l'Inghilterra  non  aveano  monopoli,  o  perchè  non 
aveano  voluto  introdurne,  o  perchè  non  riuscirono  a  rom- 
pere le  esigenze  degli  interessati.  In  generale  le  privative  fi- 
scali ten'lono  anch'esse  a  rivolgersi  ai  consumi  voluttuari 
e  non  necessari  e,  tranne  dove  esiste  la  privativa  del  sale, 
non  riguardano  consumi  necessari  alla  vita.  Si  possono  clas- 
sificare secondo  la  loro  natura,  in  tre  specie  :  a)  privative  sui 
consumi  necessari,  in  generale  abolite  dovunque,  o  limitate  al 


650  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [lTBP.O  II. 

sale  ;  b)  privative  sui  consumi  non  necessari,  assai  importanti 
in  alcuni  Stati,  e  riguardanti  tabacco,  alcool,  carte  da  giuoco,  ecc. 
e)  privative  di  speculazioni  aleatorie  in  cui  la  certezza  di  vin- 
cita è  da  parte  di  chi  le  esercita  {lotto),  o  che  possono  essere 
disciplinate  in  guisa  da  evitare  ogni  rischio. 

La  ragione  principale  della  preferenza  per  i  monopoli  sta  nel 
fatto  che,  in  alcuni  casi,  garentiscono  una  entrata  più  alta  che 
qualsiasi  imposta  di  fabbricazione  o  imposta  sul  consumo.  Il 
benefizio  dello  Stato  è  costituito  dalla  differenza  tra  il  costo  di 
produzione  e  il  prezzo  ;  ciò  che  costituisce  la  imposta  è  la  dif- 
ferenza fra  ciò  che  i  consumatori  pagherebbero  in  regim^e  di  li- 
bera concorrenza  e  ciò  che  pagano  in  regime  di  monopolio.  Ma 
spesso  accade  che  tale  differenza  o  non  esiste,  o  la  bontà  del  pro- 
•dotto  in  regime  di  monopolio  la  compensa  dove  anche  esiste. 
Cosi,  in  generale,  i  paesi  dove  i  consumatori  del  tabacco  si  trg- 
vano  meglio,  sono  spesso  i  paesi  di  monopolio,  mentre  nei  paesi 
ove  il  monopolio  non  esiste,  se  anche  i  prezzi  sono  più  bassi,  e 
non  sempre  sono,  per  effetto  della  concorrenza  eccessiva  o  del- 
l'accaparramento che  ne  consegue,  la  c[ualità  della  m.erce  è  in 
assai  casi  inferiore.  Prima  si  diceva  contro  tutti  i  monopoli  in 
generale  che  lo  Stato  è  sempre  un  cattivo  amministratore  :  è 
una  soluzione  troppo  semplicista.  Certo  tra  i  privati  individui 
cjpie  lottano  nel  proprio  interesse  e  lo  Stato,  i  primi  fanno,  spesso, 
meglio  :  ma  tra  lo  Stato  e  una  grande  società  anonima,  dove  gli 
azionisti  siano  a  decine  di  migliaia  e  non  conoscono  né  meno  il 
carattere  dell'azienda  cui  partecipano,  si  può  dire  che  la  dif- 
ferenza sia  estrema  ?  La  lotta  fra  le  grandi  imprese  più  pericolosa 
e  ogni  giorno  più  si  attenua  l'antipatia  per  alcune  forme  di 
monopoli  fiscali,  prima  ritenute  dannose. 

D'altra  parte  lo  Stato  non  fa  spesso  che  sostituire  un  mono- 
polio nell'interesse  pubblico  a  un  monopolio  nell'interesse 
privato,  trattandosi  di  industrie  che  non  consentono  la  con- 
correnza o  non  se  ne  giovano. 

/.  La  privativa  del  sale. 

186.  Il  sale  è  la  sola  privativa  che  colpisca,  in  paesi  moderni 
i  generi  di  prima  necessità.  Si  tratta  di  un  consumo  universale, 
di  una  produzione  semplice,  che  per  il  basso  costo  di  produzione 


CAP,  XXIII.]  IL  MONOPOLIO  DEL  SALE  65I 

rende  impossibili  le  falsificazioni  e  le  sostituzioni.  Alcuni  scrit- 
tori hanno  una  grande  antipatia  per  il  monopolio  del  sale,  che 
considerano  come  un  testatico,  che  colpisce  le  famiglie  5',enza 
proporzione  con  il  reddito.  Questa  antipatia  è  però  ingiusta  se 
intesa  come  un  fatto  generale,  cioè  come  una  ripugnanza  alia 
forma  di  monopolio;  è  viceversa  giusta  se  intesa  contro  la  ele- 
vazione del  prezzo  del  sale,  che  è  un  consumo  necessario,  so- 
pra tutto  per  le  classi  popolari. 

L'Inghilterra,  il  Eelgio,  la  Norvegia,  la  Russia  e  gli  Stati 
Uniti  non  colpiscono  il  sale  con  alcuna  imposta.  Il  sale  è  col- 
pito da  una  imposta  di  fabbricazione  in  Francia  e  in  Germania  : 
in  Italia,  in  Austria,  in  Ungheria,  in  Grecia,  in  Turchia,  nel  Giap- 
pone, nei  Cantoni  Svizzeri,  nell'India  inglese,  nel  Perù  è  vi- 
ceversa un  monopoho  dello  Stato.  Il  sale  è  come  abbiamo 
detto,  un  alimento  indispensabile  alla  vita  ;  sopra  tutto  nei 
popoli  che  hanno  un'alimentazione  prevalentemente  vegetalo*. 
Gli  erbivori  sono  in  generale  ghiotti  di  sale;  anzi  il  sale  è  per 
essi  una  necessità;  là  dove  i  carnivori  ne  fanno  a  meno  assai 
spesso.  È  noto  il  celebre  principio  di  Bunge  il  quale  affeiTna 
che  in  tutti  ì  tempi  e  luoghi,  i  popoli  che  fanno  uso  di  solo 
cibo  animale  (carne,  latte),  o  non  conoscono  il  sale,  o  lo  abor- 
rono dopo  che  lo  hanno  imparato  a  conoscere  ;  mentre  quanti 
si  nutrono  a  a  preferenza  di  cibo  vegetale  hanno  pel  sale  un 
trasporto  irresistibile  e  lo  riguardano  come  una  sostanza  pre- 
ziosa e  indispensabile  alla  conservazione  della  vita.  Le  diffi- 
coltà di  digerire  l'albumina  vegetale  sono  rese  minori  solo  dal 
largo  consumo  del  sale  ;  la  cui  mancanza  predispone  a  una  non 
piccola  serie  di  malattie.  È  stato  provato  ripetutamente  che 
il  sale,  mentre  per  i  carnivori  ricchi  è  un  lusso,  per  gli  erbivori, 
e  quindi  per  le  classi  povere,  è  un'assoluta  necessità.  Tra  tutte 
le  imposte  indirette,  quindi,  quella  che,  quando  è  molto  alta, 
reca  spesso  effetti  più  dannosi  sul  popolo,  è  la  imposta  sul  sale, 
che  annulla  con  i  suoi  eccessi  uno  dei  grandi  benefìzi  della  na- 
tura, la  quale  distribuì  provvidamente  il  sale  dovunque,  come 

*  Fin  dal  suo  tempo,  Sallustio  metteva  in  evidenza  che  i  popoli  carni- 
vori fanno  poco  consumo  di  sale,  raccontando  che  Numidae  plctumque 
lacta  et  ferina  carne  vescebantur  et  neque  salein,  neque  alia  irritanienta  gulae 
quaer  ebani. 


D5'i  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [lIERO  II. 

un  elemento  necessario  alla  vita.  Bene  inteso  che  non  è  la  torma 
di  monopolio  che  riesca  dannosa,  ma  gli  alti  prezzi  del  sale, 
da  qualunque  causa  derivino  :  anzi  il  monopolio  può  in  qualche 
caso  assicurare  prezzi  più  bassi. 

,  Qualche  studioso  ha  calcolato  che  la  spesa  del  sale  rappresen- 
ta nelle  famiglie  povere  una  proporzione  di  gran  lunga  mag- 
giore che  nelle  famiglie  ricche  :  perciò  gli  alti  prezzi  sono  da 
evitare.  Non  è  da  negare  che  l'imposta  sul  sale  colpisce,  non 
solo  proporzionalmente,  ma  qualche  volta  assolutamente,  in 
maggior  misura  i  più  poveri  ;  e  che  spesso  peggiora  l'alimen- 
tazione popolare  e  nuoce  in  grave  misura  all'igiene  sociale. 
Né  si  può  negare  che  le  popolazioni  agricole  consumino  più 
sale  delle  urbane,  anche  quando  sono  assai  meno  ricche  *.  Ac- 
cade che,  dove  maggiore  è  la  povertà  e  quindi  dove  prevale 
l'alimentazione  vegetale,  e  più  vivo  è  il  bisogno  del  sale,  si  ri- 
sentono maggiormente  i  danni  di  quella  inedia  del  sale,  che  è 
veramente  dannosissima  ad  alcune  popolazioni  e  costituisce 
causa  di  depressione  e  di  malattia.  E  accade  che  le  regioni  più 
povere  e  più  prevalentemente  agricole ,  come  il  Mezzogiorno 
d'Italia,  più  risentono  la  mancanza  di  un  alimento  così  indi- 
spensabile. È  avvenuto  perfino  (  e  il  fatto  è  stato  varie  volte 
messo  in  rilievo  )  che  scemato  il  consumo  del  sale  commestibile 
si  è  avuto  aumento  di  quello  pastorizio  ;  così  la  povera  gente 
ha  dovuto,  in  alcune  regioni,  spartire  con  le  bestie  oltre  il  cibo 
anche  il   sale. 

Il  monopolio  del  sale  è  spesso  assai  conveniente,  perchè  sem- 
plice, poco  costoso  e  relativamente  assai  produttivo  :  non  me- 
rita nessuna  antipatia  e  preconcetto.  Ciò  che  invece  è  dannoso, 
trattandosi  di  consumo  di  prima  necessità,  é  di  mantenere 
alti   i   prezzi   di  monopolio. 

Abbiamo  detto  che,  oltre  che  in  Italia,  il  monopoUo  del  sale 

*  Sulla  privativa  del  sale  cfr.  Lehr:  S-tlz,  Salzsteuer  ncWHandwor- 
terbuch  der  Staatswissenschaft,  Jena,  1890  voi.  V,  pag.  404;  Alessio: 
op.  cit.,  voi.  II.  pag.  450  e  seg.  :  Ricca-Salerno;  op.  cit.,  pag.  512 
e  seg.  ;  C  e  1 1  i  in  R.  S.  del  1894.  Sulla  inedia  del  sale  e  sui  danni  che  l'alto 
prezzo  del  sale  produce  cfr.  Forster  nella  Zeitschrijt  fur  Biologie,  voi. 
IX,  pag.  19S  ;  Bunge;  Trattato  di  chimioz  fisiologica  e  pitoìogica  (tra- 
duzione Albertoni);  Nitti  in  R.  S.  del  ir'94. 


GAP.   XXIII.]  IL  MONOPOLIO    DEL  TABACCO  653 

esiste  in  Austria,  in  Ungheria,  nel  Giappone,  nei  cantoni  della 
Svizzera,    ecc. 

Il  sale,  essendo  un  elemento  indispensabile  alla  nutrizione, 
non  può  essere  colpito  fortemente  senza  danno.  La  forma 
dell'imposizione  (imposta  di  fabbricazione  o  di  vendita,  mono- 
polio, ecc.)  importa  poco.  Ciò  che  importa  è  il  prezzo.  In  Italia 
da  molto  tempo  il  prezzo  del  sale  ha  superato  40  lire  per  quin- 
tale :  è  troppo.  Anche  in  paesi  molto  fiscali  come  l'Austria 
era  prima  della  guerra  di  6  lire.  Se  con  il  sale  si  applica  la  ge- 
neraUtà  della  imposta,  nel  senso  che  si  colpiscono  tutti  i  citta- 
dini, è  anche  vero  che  si  colpiscono  in  assai  diseguale  misura. 
I  contadini,  le  famiglie  povere  che  hanno  alimentazione  pre- 
valentemente vegetale  sono  colpite  assai  più  delle  famiglie 
ricche  ;  le  famiglie  numerose  assai  più  di  quelle  che  con  red- 
dito eguale  o  superiore  sono  poco  numerose.  Vi  sono  in  forma 
tipica  tutti  i  difetti  sulle  imposte  sui  consumi  di  prima  necessità. 

II.  La  privativa  del   tabacco. 

187.  Il  più  grande  monopolio  fiscale  che  esista,  l'unico  il 
cui  sviluppo  appare  straordinario  dovunque  si  sia  riesciti  a  in- 
trodurlo, e  contro  cui  in  tutti  i  paesi  di  Europa  ninna  ragione 
valida  può  accamparsi,  è  qu^lo  del  tabacco.  Si  tratta  di  un  ge- 
nere, che  pure  essendo  di  largo  consumo,  non  risponde  certo 
a  bisogni  di  prima  necessità.  Nessun  paese  rinunzierebbe,  dove 
fosse  riescito  a  stabilirla  (è  nota  la  resistenza  dell'opinione  pub- 
bhca  e  dei  grossi  commercianti  in  qualche  paese  dell'Europa 
centrale)  a  una  imposta  sul  tabacco,  o  a  dirittura  a  un  mono- 
polio. 

Ma  se  l'Austria,  l'Ungheria,  la  Francia,  la  Spagna  e  l'Italia 
sono  riesci  te  a  stabilire  poderosi  monopoli,  altri  stati  fì  son  do- 
vuti contentare  d'imposte  sulla  coltivazione  o  sull'importa- 
zione assai  meno  redditizie.  Vi  sono  differenti  forme  di  imposta 
sul  tabacco  :  imposta  interna,  che  può  colpire  il  tabacco  greg- 
gio, cioè  di  piantagione,  o  quello  lavorato  :  imposta  sul  com- 
mercio del  tabacco  o  di  importazione  :  imposta  di  licenza  per 
la  fabbricazione,  il  commercio,  la  vendita,  ecc.  ;  monopolio 
dello  Stato,  che  e-^clude  ogni  concorrenza  *. 

*  Sulla  piivativa  del  tabacco  v.  ;  Ricca-Salerno:  loc.  cii,  ;  B  o  - 


r^S4  SGJENtA  BELLI  FlNANJlg  [USRO  U. 

Gli  ordinamenti  legiilaUvi  che  regolano  il  tabacco  dal  p\int« 
dì  vista  d^*impo»^  sono  molto  difierenti,  M^tre  il  Porto^ 
gaUo  vieta  assolatamente  la  coltivatione  d^  tabacco  e  col 
pisce  con  alti  dati  i  tabacchi*  al  mom«[ito  della  loro  importa* 
Kione,  mentre  in  Germania  e  in  Belgio  la  coltivasione  è  Uberto 
ma  colpita  da  grave  imposta  supe^fkùdé  o  di  estensione  ;  men- 
tre, come  negU  Stati  Uniti*  il  coltivatore  paò  produrre  Ubera- 
mente* ma  può  vendere  il  suo  prodotto  solo  agU  spacciatori 
muniti  di  licensa,  che  lo  rivendono  con  una  marca  o  bollo  di 
Stato  ;  mentre  le  più  diverse  torme  si  riscontrano  e  si  seguono* 
il  monopdio  rappresenta  sempre  il  sistema  più  produttivo, 
L'Inghilterra  ha*  con  la  legge  di  Finansa  dei  ^9  aprile  1910 
stabilito  un  éMUo  di  Heéwm  per  chiunque*  in  Inghilterra  e  in 
Scosia*  voglia  piantare*  coltivare  o  raccogliere  tabacco,  e  un 
diritto  di  uccisa  9ui  tabacchi  raccolti  in  Inghilterra  e  in  Scosia  ; 
ha  regolato  il  dirimback  sui  tabacchi  manifatturati  nel  Regno 
Unito  e  esportati  all'estero  ;  ha  aumentati  i  diritti  di  dogana 
sul  tabacco  impor^to  (cusioms)^  abrogando  in  pari  tempo 
(articolo  83  della  legge)  tutte  le  leggi  precedenti*  che  proibi- 
vano o  res^ngevano  la  piantagione,  la  cultura  o  la  raccolta 
del  tabacco  in  Inghilterra  e  nella  Scosia*  a  partire  dal  i«  gen- 
naio 1910.  È  cosi  un  altro  grand%  Stato,  che,  mentre  proibiva 
prima  la  coltivasione*  diventa  ora  coltivatore  di  tfibacoo. 
«Faccio  appello  al  tabacco,  diceva  nella  sua  Esposisione  Fi- 
nansiaria  dei  39  aprile  1909,  Lloyd  George  come  ad  ima  dcUc 
miKlìGri  fotUi  di  éniraitt  ».  In  Russia  il  tabacco  è  colpito  con 
\ìn*9ccisa  sulla  produsione  e  sul  consumo  e  con  un  diritto  di 
licenza  sulle  rivendite. 

Il  a  r  d  i  in  R.  S.  io  e  è$  aovembre  18^6  ;  R  0  «  e  h  @  r  ;  Finmti.  PM«  «3^ 
e  «eg.  ;  S  0  h  a  1 1  :  Té^H»  sp^itUé  «Mie  impelle  ati  msausle  di  Sohof>ob«rg 
in  R.  d.  B.*  serie. m,  voi,  XIV;  G.  voa  Msyr;  T^b^h  %mé  Tébàkè- 
sl<mrtm#nel  H(tné»oHifb¥^  itf  Slff«U»wt««^«e^/lm*  voi,  V*  psg.  176 
e  »eit.;  Pierfttoll:  ÀUen  wii4  m^tft  Li^^miMt  iw  Fm^i  iiit  téfifikbè- 
sltitnMifs/^|i$  net  Conrad' «  /«Vòtte^,  Jena  \%f%  Sulla  privativa  dei 
tabMOO  nei  vecchi  «tati  italiani  v,  CappellarL:  ^.  tU.  pag,  «40  e 
seg.  ;  Alestio:  0^.  £a.  voi  II,  pag.  337  e  «eg.  eco  ecc.  Sul  tabacco  t 
sulla  legialatione  che  lo  riguarda  8i  trovano  numerote  e  importanti  mono- 
grafie nella  Rivi&^n  ttmim  tUlU  primiiu,  già  pubblicata  in  Italia  pt^v  cura 
deUa  Direiionc  generalo  dolW  privative. 


\  IL   MONOPOLIO   DEL  TABACCO  ('S  . 

A  consigliare  il  monopolio  del  tabacco  in  molti  paesi  d'Eu- 

>pa  contribuiscono  ragioni  di  vario  ordine.   Si   tratta  prima 

i  tutto  di  materia  prima  in  generale  importata  in  gran  parte, 

»   cui    produtione  è  facilmente   accen trabile  il   consumo  è  dif- 

u.ilmente  sostituibile  con  altri  e  in  ogni  caso  non  necessario  ; 

i  produzione  non  presenta  innovazioni  tecniche  rapide  ;  è  una 

UH  tv  o  di  uso  largo  e  nello  stesso  tempo  non  utile  ;  ecc.  D'altia 

p.wtc,  chi  ha  l'abitudine  di  usar  tabacco  niente  preferisce  come 

i  fissità  dei  tipi  :  quindi  anche  i  danni  del  monopolio  riescono 

i  (|\ir^to  lato  qualche  volta  di  vantaggio.  I  paesi  in  cui  pri- 

I  >  le  11.1  guerra  il  consumo  del  tabacco  era  maggiore,  in  Eu- 
;  1  oran  il  Belgio,  roianda,  la  Germania.  Vengono  solo  a  di- 
uì/.v  l'Austria,  la  Norvegia,  la  Danimarca,  la  Francia,  l'Un- 

hcria  ;  in  ultimo  sono  l'Italia  e  la  Spagna.  Il  tabacco  è  Un 
li  mento  nervino:  nei  paesi  ove  è  sostituito  largamente  da 
Itri  alimenti  compensatori,  l'uso  n*  è  relativamente  tenue. 

l  <  t    lUre  ragioni,  nei  jxiesi  meridionali  il  cons\m\o,  fatte  poche 

(  ^  (   ioni,  è  sempre  minore  che  nei  paesi  settentrionah.  Non 

i  è  alcun    paese    che,  essendo  riuscito  a   introdurre  il  mo- 

>polio  del  tabacco  (e  non  è  riuscita,  non  ostante  ogni  sforzo 

.1  Bismarck,  la  Germania)  o  a  colpire   fortemente  il  consumo 

di  tale  merce,  jx>ssa  o  voglia  più  rinunziare  a  questa  imposta 

indiretta,  che  ò   così    redditizia. 

In  Francia,  il  tabiicco  dava  prima  della  guerra  un'  entrata 
otta  che  superava  da  parecchi  anni  l'imposta  ^fondiaria  e 
•mposta  delle  patenti  insieme.  In  Italia  rendeva  presso  a  poco 
luanto  l'imposta  sui  terreni  e  l'imposta  sui  fabbricati  assie- 
..e.  Con\e  si  j^wtrebbe  rinunziare  a  una  entrata  così  enorme  e 

pur  così  jx)co  risentita  dai  contribuenti  ì 
Come  abbiamo  detto,  esiste  il  monopolio  del  tabacco,  oltre 
he  in  Italia  e  in  Francia,  anche  nell'Austria,  nell'Ungheria  e 

lullv  Spagna,  nel  Portogallo,  nel  Giap^ìone,   nella  Romania. 

II  tabacco,  sia  sotto  la  fonna  di  monoix)lio,  sia  sotto  altre 
rmo  d'imivxsizione  costituisce  uno  dei  cespiti  più  rilevanti 
ontrat,v  della  finanza  del  più  gran  numero  degli  Stati. 


656  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

III.    L'alcool. 

188.  Il  monopolio  dell'acool  esiste  in  Svizzera,  esisteva 
limitatamente  in  Russia;  vi  è  in  Olanda,  nel  Venezuela  (dal 
1904)  :  è  stato  proposto  in  altri  paesi,  caldeggiato  vivamente 
in  Francia;  e  in  Germania  da  von  Bulow  nel  1908,  per  scopi 
fiscali  e  per  scopi  sociali  insieme.  In  Russia  le  imposte  sugli 
spiriti  erano  la  base  stessa  del  bilancio,  in  Olanda  rendono 
poco  meno  che  tutte  le  imposte  fondiarie,  la  imposta  personale 
e  la  imposta  sul  patrimonio  unite  insieme.  Il  regime  cui  gli 
spiriti  sono  sottomessi  è  diversissimo  in  tutti  i  paesi  ;  vi  sono 
sistemi  diversi  :  monopoli,  imposte  di  fabbricazione,  imposte 
sul  consumo,  ecc. 

Fino  a  tempo  non  lontano  l'alcool  si  ricavava  quasi  esclu- 
sivamente dal  prodotto  della  distillazione  del  vino.  Era  l'al- 
cool etilico  dei  chimici,  nella  forma  primitiva.  Ma  ora  tutto  è 
mutato.  L'alcool,  come  è  noto,  si  ricava  attualmente  dai  mo- 
sti zuccherati,  il  cui  zucchero  è  trasformato  dalla  fermentazione. 
Si  ricava  principalmente  dalle  frutta,  dalla  barbabietola,  dalle 
melasse,  dalle  canne  di  zucchero,  ecc.,  che  tengono  lo  zucchero 
fermentabile  allo  stato  naturale  ;  si  ricava  inoltre  da  altre 
materie  come  il  grano,  le  patate,  il  mais,  il  riso,  ecc.,  che  con- 
tengono materie  amidacee  (amido,  fecola)  che  bisogna  trasfor- 
mare in  zucchero  fermentabile  prima  di  sottometterle  alla  fer- 
mentazione alcoolica.  E'  solo  in  parte,  e  in  minor  parte,  che  lo 
spirito  si  riqava  dal  vino;  l'aqua  vitae  propriamente  detta. 

Il  consumo  dell'alcool  è  cresciuto  e  cresce  ogni  giorno  in  mi- 
sura preoccupante.  Alcuni  paesi  come  la  Francia  e  il  Belgio,  ecc., 
sono  minacciati  dall'alcoolismo  come  da  uno  dei  più  grandi 
pericoli.  L'alcoolismo  è  anzi  per  essi  un  vero  flagello,  che  ab- 
brutisce molti  esseri  e  li  degrada 

In  Italia  il  terribile  male  dell' alcool  ismo  è  minore  (sebbene 
aumenti)  ed  è  minore  o  per  mitezza  di  clima,  o  per  abitudini,  o 
perchè  la  maggior  parte  della  popolazione  vive  dell'agricoltura, 
o  per  tutte  queste  cose  assieme. 

L'alcool  puro  è  dannoso  di  gran  lunga  meno  che  tutte  le 
altre  forme  di  alcool  che  sono  in  commercio  e  che  rappresen- 
tano spesso  altrettanti  pericoli  *.  Ora,  per  quanto  i  sistemi  di 

*  Basterà,  per  far  notare  le  differenze,  ricordare  che  secondo  le  espe- 


CAP.   XXIII.]  IL  MONOPOLIO    DELL'ALCOOL  657 

sorveglianza  siano  accurati ,  non  sono  mai  fino  a  tal  punto  da 
impedire  la  frode.  E  perciò  che  alcuni  paesi  hanno  cercato  di 
risolvere  il  duplice  problema  di  dare  da  una  parte  alcool  puro; 
e  quindi  meno  dannoso,  e  dall'altra  di  assicurare  un  guadagno 
rilevante  allo  Stato.  Quasi  dovunque  lo  scopo  finanziario  ,  se  è 
stata  la  principale,  non  è  stata  la  sola  causa  del  monopoUo. 
Dal- punto  di  vista  igienico  e  morale  non  si  può  negare  che  il 
monopolio  abbia  raggiunto  spesso  risultati  notevoli.  Rialzare  il 
prezzo  della  merce  e  quindi  ridurre  il  consumo  e  nello  stes^^o 
tempo  migliorarla  ;  concentrare  la  industria  sbarazzando  il 
paese  dalla  serie  di  piccole  distillerie,  rappresentano  altret- 
tanti vantaggi.  Appunto  forse  perciò  il  monopolio  dell'alcool 
urta  contro  tale  difficoltà  e  con  tanti  interessi  che  è  assai  difiì- 
cile  introdurlo.  >Jon  vi  riesci,  non  ostante  tutta  la  sua  energia, 
Bismarck  in  Germania,  come  non  vi  riesci,  nel  1908,  De  Bulow  ; 
in  Francia,  gli  ostacoli  sono  stati  insormontabili  *. 

In  Svizzera  il  monopolio  di  fabbricazione  e  di  vendita  del- 
l'alcool esiste  dal  1886  ;  ma  è  stato  meglio  regolato  dalla  legge 
del  27  giugno  1900.  Secondo  l'ordinamento  svizzero  il  diritto 
di  fabbricare  e  importare  spiriti  appartiene  soltanto  alla  Confe- 
derazione, la  quale  ha  l'obbligo  di  provvedere  perchè  gli  spiriti 
destinati  al  consumo  siano  sufficientemente  rettificati.  L'in- 
troduzione di  spiriti  dall'estero  è  sottomessa,  oltre  che  al  dazio, 

rienze  di  Sérieux  e  Mathieu,  per  uccidere  un  cane  di  30  libbre  occorrono 
90  granimi  di  alcool  etilico,  mentre  ne  bastano  45  di  alcool  profìlico,  27 
di  alcool  butillico,  25  di  alcool  amilico. 

*  Cfr.  S  t  o  u  r  m.  :  L'impóf  sur  l'alcool  dans  les  principaux  pavs,  Paris, 
1886  ;  E  M  a  r  t  i  n  :  L^  monopole  de  l'alcool.  Paris,  188S  e  L'alcool  en  Suisse, 
Paris,  i8yi  ;  CombesdeL^strade.  La  Russie  économique  et  so- 
ciale, pag.  164  e  seg.  ;  ecc.  In  Italia  la  legislazione  sugli  spiriti  è  stata  ri- 
petutamente modificata  :  anzi  si  può  dire  sia  stata  troppo  tormentata. 
L'imposta  sulla  fabbricazione  degli  spiriti,  presenta  ditìicoltà  grandissime 
per  quanto  riguarda  l'applicazione.  In  alcuni  paesi  essa  è  commisurata 
alla  materia  prima,  cioè  alla  quantità  delle  sostanze  usate  per  la  distilla- 
zione o  dei  recipienti  che  servono  alla  fermenta/ione  :  in  altri  è  presunta, 
o  direttamente  o  indireiiamente  tenendo  conto  del  rendimento  approssi- 
mativo degli  apparecchi  di  distillazione.  La  R.  P.  P.  fece  qualche  anno 
fa  una  inchiesta  sui  regimi  di  imposte  riguardanti  l'alcool  Ne  vennero 
fuori  ordinamenti  diversissimi,  di  cui  non  è  possibile  qui  dare  né  meno  un 
cenno    fuggevole. 


658  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II' 

a  un  diritto  speciale  di  80  franchi  a  quintale.  Con  la  legge  del 
30  settembre  1887  furono  espropriate  tutte  le  distillerie  e  il 
monopolio  entrò  in  vigore  senza  grandi  difficoltà.  In  seguito  al 
monopolio  il  consumo  dell'alcool  si  è  leggermente  ridotto.  La 
Confederazione  vende  l'alcool  a  quantità  non  inferiori  a  150 
litri  almeno.  I  risultati  finanziari  del  monopolio  non  sono 
molto  importanti,  l'entrata  netta  mantenendosi  inferiore  sino 
al  1910  a  IO  milioni;  ma  dal  punto  di  vista  igienico,  il  primo 
vantaggio    è    stato    la   diminuzione   del    consumo   dell'alcool. 

La  Russia  prima  dell'attuale  rivoluzione  ha  mutato  molte 
volte  la  sua  legislazione  sull'alcool:  fino  a  che  nel  1895  il  mo- 
nojK)lio  è  stato  introdotto  a  titolo  di  sperimento  in  una  parte 
dell'Impero,  Il  m.onopolio  concerneva  la  vendita  dei  prodotti 
alccMjlici;  la  distilleria  rimaneva  libera,  salvo  l'esercizio  e  i  re- 
golamenti attuali.  Ogni  introduzione  di  alcool  nella  zona  del 
monopolio  era  interdetta  :  la  vendita  all'ingrosso  e  la  vendita 
al  minuto  erano  regolate.  Il  monopolio  dell'alcool  non  abbrac- 
ciava tutte  le  regioni  dell'Impero:  erano  escluse  le  regioni  Tran- 
scaucasiche, il  Turkestan,  l'Amour,  le  province  del  Litorale 
(Estrema  Asia),  le  Transcaspi  che  e  Sémiretchié,  nelle  quah 
vi  era  un'imposta  su?  consumo. 

In  Francia,  ne^  1888,  il  dottor  Alglave  determinò  una  vera 
agitazione  in  favore  del  monopolio  dell'alcool  :  cercava  di  di- 
mostrare come  un  tale  monopolio  potesse  facilmente  diven- 
tare la  base  del  bilancio.  Alglave  voleva,  non  un  monopolio 
di  fabbricazione,  m.a  un  monopolio  di  vendita  dell'alcool, 
adottando  l'uso  di  piccole  bottiglie,  impossibili  a  riempire 
dopo  essere  state  vuotate. 

I  paesi  che  hanno  su  larga  scala  la  viticoltura  non  hanno  vo- 
luto ostacolare  lo  sviluppo  dell'industria  degli  spiriti,  temendo 
di  perdere  un  grande  cespite  di  entrata  :  ma,  dovunque,  l'alcool 
che  SI  ricava  dal  vino  rappresenta  una  proporzione  sempre 
minore.  Gli  Stati  Uniti  di  America  sono  diventati  un  paese 
dry,  in  cui  è  vietato  qualunque  commercio  d»  vini  e  bevande 
alcooliche. 


CAP.    XXIII.]  IL    MONOPOLIO    DEL    LOTTO  659 

IV.  I.  lotto. 
i8g.  La  privativa  del  lotto  incontra  non  solo  l'avversione 
dei  teorici,  ma  anche  quella  degli  uomini  politici  più  illumi- 
nati, degli  statisti  più  avveduti.  Anzi  molti  fanno  un  torto  al- 
l'Italia di  conservare  una  istituzione,  la  c[ua  e  è  stata  abolita 
quasi  dovunque  e  che  non  è  certo  la  più  adatta  a  diffondere 
nel  popolo  l'abitudine  della  previdenza.  È  un  rimprovero"  ec- 
cessivo, perchè  fuori  d'Italia  molti  stati,  in  una  forma  o  nel- 
l'altra, mantengono  il  lotto. 

Tutti  gh  economisti  sono  d'accordo  nel  ritenere  il  lotto 
un'istituzione  condannevole,  come  quella  che  impedisce  la  for- 
m.azione  del  risparmio,  desta  l'imprevidenza,  abitua  le  classi 
popolari  a  contare  sul  caso  più  che  sulla  paziente  assiduità  del 
lavoro.  Tutte  queste  Cose  sono  vere  :  solo  non  è  vero  che  si 
giochi  perchè  esiste  un  monopolio  governativo  ;  ma  perchè 
condizioni  particolari  di  civiltà  spingono  il  grande  numero  a 
contare  sull'opera  del  caso  o  della  fortuna.  Soppresso  il  mo- 
nopolio di  Stato,  la  speculazione  privata  assumerebbe  forme 
sempre  più  gravi.  A  iSapoli  anche  ora,  vicino  al  lotto  pubbhco 
vi  è  il  lotto  privato,  il  lotto  clandestino,  le  cui  entrate  ascen- 
dono a  qualche  milione  ogni  anno  e  la  cui  base  sta  nell'ofìrire 
condizioni  un  pò  migliori  di  quelle  che  lo  Stato  non  ofìra. 

L'abolizione  del  lotto  è  più  una  necessità  morale,  che  si  im- 
porrà lentamente,  che  un  fatto  il  quale  possa  tradursi  in  atto 
da  un  momento  all'altro.  È  notevole  come  anche  i  paesi  i  quali 
hanno  abolito  il  lotto  tollerino  forme  di  giuoco  non  meno  bia- 
simevoli, le  quali  determinano  da  parte  della  popolazione  spese 
maggiori  che  il  lotto  non  faccia  in  Italia.  A  Parigi  quasi  tutte 
le  classi  della  cittadinanza  nelle  scommesse  sui  cavalli  da  corsa 
(avvengono  corse  quasi  ogni  settimana)  trovano  qualche  cosa 
che  rassomiglia  al  lotto.  \'i  sono  grandissime  bische,  Monte- 
carlo, fino  a  poco  tempo  fa  Ostenda,  ere.  con  un  movimento 
annuale  spesso  assai  superiore  a  quello  che  non  abbia  tutto  il 
lotto  in  Italia.  Le  bische  di  Ostenda  sono  state  per  molti  anni 
se  non  legalmente  in  fatto  riconosciute  dal  governo  belga  :  la 
bisca  di  Montecarlo,  tollerata  dalla  Francia,  è  la  base  finanzia- 
ria del  piccolo  principato  di  Monaco.  In  Germania  e  in  Inghil- 
terra non  m^ancano  forme  di  gioco  cui  si  ricorre  per  la  stessa 


66o  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

causa  cui  si  ricorre  al  lotto  in  Italia.  Spesso  i  giornali  inglesi 
oiganizzano  vere  lotterie  a  premi,  che  sono  presso  a  poco  un 
succedaneo  del   lotto  *. 

In  ogni  modo  la  Spagna,  la  Prussia,  l'Austria,  la  Serbia, 
l'Ungheria,  la  Danimiarca,  i 'Olanda,  hanno  lotto  o  lotterie  sotto 
forme  diverse.  Accade,  dunque,  che  in  una  forma  o  in  un'altra 
si  giochi  dovunque.  E  questo  è  ammesso  da  tutti.  Solo  non  fi 
vuole  ammettere  che  io  Stato  disciplini  il  gioco  e  regolamenti, 
diremo  così,  una  tendenza  che  non  è  certo  delie  più  morali. 
Ma  dove  esiste  il  fatto,  è  più  morale  che  lo  Stato  monopolizzi 
la  industria  e  non  che  la  lasci  ai  privati.  In  Francia  e  in  In 
ghilterra  l'abolizione  del  lotto  corrispose  alla  sua  decadenza, 
cioè  a  quando  esso  spontaneamente  finiva.  La  Prussia  ha  con- 
cludo, tra  il  1904  e  il  1905,  accordi  con  un  certo  numero  di 
Stati  tedeschi,  che  aveano  lotterie,  coi  quali  gii  altn  Stati  sop- 
primevano le  loro  lotterie  e  accordavano  alla  lotteria  prussiana 
di  Stato  un  privilegio  esclusivo  sui  loro  territori. 

190.  Quando  nessuna  causa  perturbatrice  ne  alteri  i  risul- 
tati, il  lotto  rende  né  più  né  meno  della  differenza  che  corre 
fra  quel  tanto  che  lo  Stato  dovrebbe  pagare  tenendo  banco 
alla  pari  e  queUo  che  effettivamente  paga  in  base  alla  tariffa  f. 

*  Si  è  discusso  molto  sulla  origine  del  lotto  :  e  sopra  tutto  sulla  sua  ori- 
gine italiana.  Alcuni  scrittori,  con  poco  rispetto  verso  la  magistratura  di 
una  grande  città,  attribuiscono  l'ordinamento  del  lotto  nella  forma  attuale 
alle  elezioni...  dei  magistrati  cittadini  di  Genova.  Nella  seconda  metà  del 
secolo  decimosesto,  a  Genova  fu  stabilito  che  tutti  i  cittadini  dovessero 
nominare  120  candidati  al  Serenissimo  CoUeqio.  Fra  essi  poi  per  estrazione 
a  sorte  si  sceglievano  5  destinati  a  sostituire  gli  uscenti  di  carica.  Poiché 
si  scommetteva  (o  imverenza  !)  sui  nomi  dei  5  che  dovevano  essere  sor- 
teggiati e  l'aspettativa  grande  Lnduceva  molti  al  gioco  e  si  formavano 
compagnie  e  queste  si  univano  fra  loro  formando  un  monte  delle  scommesse, 
si  andò  man  mano  verso  una  completa  organizzazione  del  gioco.  Più  tardi 
il  governo  genovese,  che  da  prima  l'avea  proibito,  lo  diede  in  appalto  e  poi 
lo  esercitò  direttamente,  in  monopolio.  Questa  è  una  delle  origini  attri- 
buite ;  ma  ve  ne  sono  anche  altre.  Il  lotto  è  così  antico  come  poco  rispet- 
tabile. 

t  «  Notate,  diceva  Sella,  alla  Camera  dei  deputati,  che  quando  si  dice 
guadagno  probabile,  siccome  si  tratta  di  un  numero  di  giuocate  che  ascende 
a  parecchi  milioni,  tanto  vale  dire  il  guadagno  vero  del  Governo,  perchè 
come  dimostra  il  calcolo  e  il  fatto  stesso,  i  risultati  di  un  gran  numero  di 
fatti  si  avvicinano  in  un  modo  veramente  singolare  e  meraviglioso  ai  ri- 
sultati del  calcolo  delle  probabilità». 


CAP.    XXIIlJ  IL  MONOPOLIO   DEL   LOTTO  66l 

Lo  Stato,  che  tien  banco,  ha  un  numero  di  combinazioni  fa- 
vorevoK  assai  maggiore  che  non  abbiano  colore  che  giocano  ; 
•e  siccome  il  banco  ha  condizioni  favorevoli  in  molto  maggiore 
numero,  ha  quindi  la  certezza  di  vincere.  Or,  se  il  benefizio 
derivante  dal  lotto  va  alla  collettività,  il  gioco,  almeno  pei  suoi 
risultati  finanziari,  è  tollerabile,  ma  sarebbe  profondamente  ira- 
morale  se  fosse  esercitato  a  benefizio  di  società  private.  In  ogni 
modo,  se  il  lotto  è  da  riprovare,  e  si  deve  tendere  ad  abohrlo, 
è  sopra  tutto  per  una  ragione  di  ordine  morale,  perchè  educa 
le  folle  alla  imprevidenza.  Franklin  diceva  :  ogni  uomo  che  vi 
dirà  che  la  fortuna  si  possa  acquistare  altrimenti  che  con  il  la- 
voro è  un  avvelenatore. 

Il  lotto  prende  due  forme.  La  forma  tipo  è  il  lotto  per  nu- 
meri come  in  Austria,  in  Italia,  in  Spagna,  come,  prima  del  1S36 
{epoca  della  sua  abolizione),  era  in  Francia  *. 

Vi  sono  in  Italia  90  numeri  che  danno  luogo  a  una  serie  gran- 
dissima di  combinazioni.  Perchè  ne  escano  tre  fra  i  90  la  pro- 
babilità è   di  cioè  la  probabilità  è  la  stessa  che  se  do. 

11.478. 
vesse  uscire  una  palla  bianca  da  un'urna  dove  ne  fossero  ap" 
punto  11,747  nere  e  una  bianca.  Viceversa  lo  Stato  non  dà,  a 
chi  gioca  I  lira  e  vince,  11,748  lire  o  una  somma  di  poco  minore, 
che  rappresenterebbe  la  vera  vincita,  tolte  le  sj)ese  dell'ammi- 
nistrazione, ma  solo  4,250  lire.  Allora,  dunque,  lo  Stato  è  di 
fronte  a  chi  gioca  al  lotto  come  11,748  di  fronte  a  4,250  nel 
caso  del  terno  :  cioè,  am.messo  il  grande  numero  di  coloro  che 
giocano,  deve  sempre  guadagnare  poco  oltre  la  metà  della  en- 
trata lorda.  Sopra  un  gran  numero  di  persone  che  concorrono 
all'estrazione,  qualcuna  vince.  Ma  la  posizione  dei  banco  è 
rappresentata  da  11,748  contro  4,250.  Si  pensi  quanto  più 
grandi  sono  le  difficoltà  del  quaterne . 

*  Sul  lotto  sulle  sue  origini  e  su  ciò  ch'era  nei  vecchi  Stati  italiani  v.  C. 
J.  P  e  t  i  1 1  i  :  //  giuoco  del  letto,  Torino,.  1S51,  ecc.  ecc.  La  storia  del  lotto 
in  Italia  e  la  base  finanziaria  e  tecnica  di  questo  antico  monopolio  sono 
stati  studiati  dall'ingegnere  E.  Gorgo  nella  Rivista  tecnica  e  di  ammi- 
nistrazione dei  servizi,  delle  privative  finanziarie.  Roma  1895,  fosc.  TV.  Cfr. 
poi  l'interessante  studio  diP.  Steghart:  Die  Offentlichen  Gliickspiele, 
Mainz,   lyoi. 

Nitti.  43 


662  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Vi  è  un'altra  forma  di  lotto,  ia  lotteria  per  classi,  che  i  tede- 
schi chiamano  KlassenhUerie,  e  che  fu  introdotta,  appunto  ad 
Amburgo,  nel  1619  :  la  base  è  essenzialmente  divei-sa,  perchè 
cui  si  tratta  di  un  numero  di  combinazioni  fissato  da  prima, 
come  nelle  lotterie  ordinarie  *. 

Cavour  diceva  che  iì  lotto  è  un'iniposta  sulla  imbecillità.  ISulla 
di  meno  vero,  sebbene  possa  parere  a  pnma  giunta  che  cosi 
sia.  Infatti,  chi  prende  parte  a  un  gioco  in  cui  sa  di  avere 
1/11,748  di  probabilità  di  vincere  e  che  vincendo  non  riceverà 
11,748  ma  4,250  può  parere  un  imbecille.  Ma  prima  di  tutto  il 
pubblico  non  si  rende  conto  di  queste  difficoltà  •  e  poi  (ciò  va 
tenuto  in  conto)  gioca  anche  chi  sa  queste  cose.  Il  lotto  non  è 
un'imposta  sulla  imbecillità  :  ma  piuttosto  sulla  sofferenza  e 
sulla  povertà.  Chi  è  in  situazione  difficile  tenta  l'ultima  risorsa, 
anche  se  appaia  inverosimile.  Chi  non  ppera  per  le  vie  regolari 
tenta  qualunque  cosa,  anche  l'incerto,  anche  l'improbabile. 
Cosi  iSlapoli,  che  è  la  grande  città  in  condizioni  più  disagiate  in 
Italia,  è  quella  dove  si  gioca  di  più..  È  innegabile  però  che  l'abo- 
lizione immediata  del  lotto  nei  paesi  dove  esiste  e  prospera  de- 
terminerebbe lo  svolgersi  dei  lotti  clandestini.  È  perciò  che  da 
molto  tempo  qualche  scrittore  aveva  proposto  di  trasformare  il 
lotto  in  un  istituto  di  previdenza.  La  proposta  è  stata  parecchie 
volte  ripresentata  in  seguito.  Se  infatti  lo  Stato  non  ave<^se 
alcuno  scopo  di  guadagno,  potrebbe,  dedotte  le  spese,  consi- 
derare come  fondi  di  risparmio  le  somme  derivanti  dal  numero 
di  probabilità  favorevoli  a  chi  tien  banco.  Chi  gioca  ora,  se  non 
vince  (accade  così  raramente  che  vinca)  perde  ogni  cosa.  Vi- 
ceversa, se  giocando  una  lira  e  avendo  la  probabilità  di  vincere 
per  un  temo  5  mi  .'a  lire,  trovasse,  anche  non  vincendo  nulla,  di 

*  È  curioso  che,  come  i  peccatori  v?Jino  a  depositare  un  obolo  per  i 
defunti,  sperando  con  un'opera  di  pietà  ottenere  indulgenze,  cosi  gli  stati 
che  esercitavano  il  lotto  in  passato  facevano  opere  di  pietà  come  per  farsi 
perdonare.  In  qualche  stato  d  Italia,  il  sacerdote  che  dicea  messa  prima 
dell'estrazione  dei  numeri  era  largamente  pagato  In  altri,  a  ognuno  dei 
novanta  numeri  corrispondeva,  in  ogni  estrazione,  il  nome  di  una  donzella 
povera,  che  concorreva  a  una  dote.  In  altri  paesi,  infine,  la  concessione  di 
Hn  banco  andava  unita  all'obbligo  di  corrispondere  ima  piccola  pensione 
a  una  faraigha  povera.  Anche  ad  Amburgo,  le  entrate  del  lotto  erano  in 
origine  destinate  a  costruire  una  casa  di  correzione. 


GAP.   XXTII.j  ALTRI  MONOPOLI   FISCALI  663 

aver  messo  a  cassa  di  risparmio  o  come  fondo  per  scopo  di  pre- 
videnza da  stabilirsi,  mezza  lira,  si  può  dire  che  il  gioco  perde- 
rebbe gran  parte  del  suo  aspetto  immorale.  L'organizzazione 
non    sarebbe    difficile.  . 

In  Italia  le  proposte  di  trasformare  il  lotto  'n  istituto  di  pre- 
videnza risalgono  al  1848,  in  Austria  al  1849  :  non  hanno  avuto 
fortuna,  per  ragioni  finanziane  ;  ma  non  si  può  dire  che  non 
ia  meritino.  Se  chi  gioca  su  un  temo  una  hra,  concorrendo 
alla  vincita  vedesse  la  differenza  fra  le  probabilità  di  vincita  e 
quelle  contrarie  registrate  in  un  libretto  di  risparmio  in  una 
somma,  supponiamo  di  60  centesimi,  il  lotto  sarebbe  una  forma 
di  previdenza.  È  stato  detto  che,  trattandosi  del  lotto,  la  mi- 
gliore riforma  è  nell'abolizione  ;  ma  è  molto  a  dubitare,  se,  non 
mutando  i  sentimenti,  l'abolizione  sia  tutta  a  beneficio  del 
pubblico.  Certo  la  più  gran  parte  degli  slati  ha  già  abolito  il 
lotto  :  ma  tollera  alcune  forme  di  gioco,  che  non  sono  ne  più 
morali,  né  migliori.  L'Austria  e  la  Spagna  hanno  il  lotto  per 
numeri  come  l'Italia. 

VI.  Altri  monopoli  ft<;i:ah. 

191.  I  maggiori  monopoli  fiscali  sono  quelli  indicati  finora. 
Ma  ve  ne  sono  stati,  ve  ne  sono  tuttavia  al tn:  qualcuno  di 
essi  è  destinato,  anche  in  avvenire,  a  rappresentare  una  parte 
importante  nella  finanza  di  alcuni  stati.  I  fiammiferi,  le  carte 
da  gioco,  gli  esplosivi  ecc.,  sono  monopolio  di  Stato  in  molti 
paesi.  Si  sono  proposti  monopoli  sul  petrolio,  sul  caffè,  sulle 
assicurazioni,  sulla  corrente  elettrica  (proposto  in  Germania 
da  Schmoller),  sul   caffè,  sulle  lampadine  elettriche,  ecc. 

La  Francia  ha  già  da  molti  anni  il  m.onopolio  dei  fiammiferi, 
che  esercitava  per  mezzo  di  una  com.pagnia  concessionaria  e 
ora  esercita  dal  1°  gennaio  1890  direttamente  :  ogni  importa- 
zione di  fiammiferi  esteri  è  proibita.  È  un  monopolio  di  eser- 
cizio non  difficile,  ma  di  produttività  non  grande.  L'Italia 
ha  avuto  durante  la  finanza  di  guerra  per  breve  tempo  un  mo- 
nopolio dei  fiam_miferi  ;  la  Spagna  lo  ha  sin  dal  1892.  Il  mono- 
polio dei  fiammifeii  fu  prima  affidato,  nella  Spagna,  ad  un 
sindacato  di  fabbricanti,  che  forniva  al  pubblico  qualità  de- 
terminate di  fiammiferi  ad  un  prezzo  stabilito  e  corrispondeva 


664  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  TI. 

allo  Stato  un  canone  annuo,  che  fu  sino  al  1900  di  4,250,000  pe- 
setas  e  avrebbe  dovuto,  per  un  contratto  del  1900,  elevai-si,  in 
seguito,  e  scomporsi  in  una  paite  fissa  di  5  milioni  di  pesetas 
e  in  una  proporzionale  alle  maggiori  vendite,  al  disopra  della 
vendita  minima  ;  ma  che  sino  al  1907  non  superò  mai  di  fatto 
i  5,000,000  di  lire.  Con  la  legge  di  finanza  dei  31  decembre  1907, 
il  governo  spaglinolo  fu  autorizzato  ad  asfjumere  la  gestione 
diretta  del  monopolio  dei  fiammiferi  ;  ma  di  fatto  la  fabbrica- 
zione ne  restò  affidata  al  sindacato.  Con  legge  29  lugLo  19 io  il 
Ministro  delle  finanze  fu  autorizzato  alle  misure  occorrenti  al- 
l'assunzione diretta  del  monopolio,  e,  con  l'articolo  11  della 
legge  di  finanza  del  1911,  furono  accordati  i  crediti  necessari 
all'esercizio  del  monopolio  dei  fiammiferi  e  al  pagamento  delle 
indennità  d'espropriazione  agli  antichi  fabbiicanti.  Con  decreto 
reale  dei  9  febbraio  1911,  finalmente,  la  Spagna  ha  avocato  allo 
Stato  il  monopolio  di  fabbricazione  e  di  vendita  dei  fiammiferi, 
dal  quale  ha  ricavato,  nel  primo  anno  di  gestione  diretta,  lire 
11,000,000.  Anche  la  Columbia  ha  un  monopolio  delle  .sigarette 
e  dei  fiammiferi. 

11  monopolio  delle  polveri  ardenti  e  degli  esplosivi  spesso 
non  ha  scopo  prevalentemente  fiscale,  ma  di  evitare  i  danni 
che  portano  alla  sicurezza  pubblica  la  fabbricazione  privata  di 
polveri  e  di  esplosivi.  Così  in  Svizzera  io  scopo  fiscale  quasi 
non  esiste.  La  Spagna  ha  il  monopolio  degli  esplosivi.  Anche 
la  Turchia  ha  un  monopolio  delie  polveri.  La  Francia  ha  il 
monopolio  delle  polveri  piriche  :  monopolio  di  fabbricazione 
e  di  vendita  :  che  ha  reso,  nel  1908,  al  lordo  18,400,000  franchi. 

Il  Giappone  ha,  oltre  il  monopolio  del  tabacco  (dal  190.4), 
del  sale  marino  {dai  1905),  dal  1903  anche  il  monopolio  di 
vendita  della  canfora  grezza  e  dell'olio  canforato.  La  canfora 
è  un  prodotto  speciale  del  Giappone,  che  ne  fornisce  tutto  il 
mondo,  in  rilevanti  quantità.  Il  monopolio  era  prima  limitato 
all'isola  di  Formosa,  nella  quale  la  produzione  della  canfora 
era  diffusa.  Col  propagarsi  della  produzione  nelle  altre  parti 
delio  Stato,  si  ebbero  svilimenti  di  prezzo  sensibili,  onde  il 
Governo,  per  restringere  la  quantità  prodotta,  mantenere  i 
prezzi  ad  un  livello  conveniente  e  assicurare  la  maggior  durata 
possibile  della  produzione,  estese,  con  legge  del  giugno  1903, 


GAP.   XXIII.j  ALTRI   MONOPOLI    FISCALI  665 

a  tutto  il  territorio  nazionale  il  monopolio  di  Stato  della  vendita 
della  canfora  e  dell  olio  canforato.  Il  Governo  acquista,  al  prezzo 
stabilito  per  legge,  i  prodotti  già  manifatturati  dai  privati  e  li 
vende  a  un  prezzo  deternànato.  Può,  in  alcuni  casi,  restnngere 
la  produzione.  È  interdetta  la  vendita  e  l'esportazione  della 
canfora  e  dell'olio  canforato  se  non  a  mezzo  dello  Stato. 

Nelle  Indie  inglesi  vi  è  oltre  che  il  monopolio  del  sale  anche 
un  monopolio  parziale  dell'oppio.  La  coltivazione  del  papavero 
è  permessa  solo  in  parte  delle  province  del  Bengala  e  delle 
Provincie  Unite  di  Agra  e  di  Onolh  ;  nello  Stato  di  Punjab  si 
danno  cinquecento  acri  di  oppio  per  il  consumo  locale.  Nei 
distretti  in  cui  vige  il  monopolio,  i  coltivatori  ricevono  dal 
Gk)vemo  anticipazioni  sufficienti  a  metterli  in  grado  di  portare 
avanti  la  produzione  e  sono  obbligati  a  vendere  ad  un  prezzo 
determinato,  tutto  il  prodotto  agli  agenti  delle  amministrazioni, 
i  quaJi  lo  raccolgono  e  io  mandano  agli  stabilimenti  governativi 
di  Patnà  e  di  Ghàzipur,  dove  lo  si  prepara  per  il  mercato. 

La  Grecia  ha,  oltre  il  monopolio  del  sale,  quelli  dei  pub- 
blici giochi,  del  petiolio  e  delle  carte  da  gioco. 

Vi  sono  altri  monopoli  di  piccola  importanza  :  e  in  qualche 
paese  di  Europa  si  è  anche  pensato  a  monopolizzare  e  si  è 
monopolizzata  per  qualche  tempo  la  vendita  di  alcuni  pro- 
dotti coloniali  come  il  caffè  o  di  alcuni  prodotti  esclusivi 
dei  paesi  stranieri    come  il  petrolio. 

I  monopoli  del  petrolio  e  del  caffè  sono  stati  troppo  legger- 
mente trascurati  in  quanto  presentano  vantaggi  conside- 
revoli. 

Un  compratore  unico  come  lo  Stato  può  acquistare  quanto 
mai  in  condizioni  estremamente  vantaggiose  essendo  i  cen- 
tri di  produzione  pochi  e,  come  nel  petrolio,  essendo  intensa 
la  lotta  fra  i  vari  sindacali. 

Anche  le  lampadine  elettriche  possono  essere  facilmente 
materia  di  monopolio.  In  alcuni  paesi  la  produzione  e  il  com- 
mercio delle  lamipadine  elettriche  sono  accentrati  in  poche 
mani  :  in  qualche  pgese  è  controllato  perfino  il  05  per  cento 
della  produzione  e  ciò  può  spiegare  più  facilmente  la  legittimità 
del    monopolio. 

L'Italia  non  ha    come  si  dice  impropriamente  il  monopolio 


666  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [libkO  II. 

del  chinino  di  Stato  ;  ma  con  legge  dei  23  dicembre  1900  e  del 
9  maggio  I90:j  lo  Stato  è  autorizzato  ad  assumere  la  produ- 
zione e  la  vendita  dei  chinino  e  non  in  regime  di  monopolio 
e  a  scopo  fiscale,  ma  per  garantire  nella  lotta  contro  la 
malaria,  terribile  riagello  di  oltre  la  metà  dell'Italia,  la  ge- 
nuinità del  prodotto  e  il  basso  prezzo. 

VII.  Monopolio    delle    assicurazioni. 

192.  Il  monopolio  di  tutte  o  di  alcune  forme  di  assicu- 
razioni è  stato,  fuori  Italia,  vagheggiato  da  molti  ;  non  sempre 
con  fini  identici,  I  più  si  proponevano,  in  passato,  ed  alcuni 
si  propongono  ancora  scopi  fiscali  ;  altri  lo  vorrebbero  per 
destinarne  le  entrate  a  scopi  sociali  (pensioni  operaie,  assistenza 
pubblica  ecc.)  ;  altri  infine  lo  invocano  a  tutela  di  una  funzione 
che  è  insieme  di  previdenza  e  di  rispannio,  e  che,  nella  società 
presente,  nella  quale  prevalgono  i  redditi  della  attività  per- 
sonale, deve  essere  dallo  Stato  gelosamente  salvaguardata. 
Può  quindi  dirsi  che  il  monopolio  delle  assicurazioni  è  stato 
sinora  guardato  :  o  come  monopolio  esclusivamente  fiscale  ; 
o  come  monopolio  fiscale  con  fini  sociali  (sul  tipo,  ad  esempio, 
della  privativa  dell'alcool  in  Svizzera,  parte  dei  cui  provventi 
sono  destinati  a  combattere  l'alcoolismo,  nelle  sue  cause  e  nelle 
sue  conseguenze)  ;  o  come  monopolio  soltanto  sociale.  Per  il 
monopolio  delle  assicurazioni  della  vita  vi  è  anche  e  prevalente 
una  preoccupazione  di  Tesoro.  Quando  un  Istituto  di  assicu- 
razione di  Stato  abbia  miliardi  di  capitale  assicurato,  può  con 
i  premi  annuali  contribuire  largamente  all'acquisto,  del  titoli 
pubblici  e  costituire  un  fondo  per  il  Tesoro  estremamente 
importante. 

Chi  vorrebbe  fare  dell'attività  assicuratrice  im  monopolio 
dello  Stato  a  scopi  puramente  fiscali  guarda  allo  squilibrio 
sempre  crescente  fra  lo  sviluppo  delle  funzioni  statali  e  la  limi- 
tazione delle  entrate  di  diritto  pubblico.  La  pressione  tributaria 
è,  in  tutti  i  paesi,  oramai  massima  ;  riconere  a  nuove  im.poste 
non  è  quasi  possibile  ;  aumentare  le  esistenti  si  può  solo  dove 
esse,  come  in  Inghilterra,  erano  prima  moderate,  onde  elasti- 
che ;  qualche  volta  si  riesce  a  trovare  un  nuovo  cespite  impo- 
nibile  (come  prima  della  guerra  i  plus-valori  immobiliari  in 


CAP.   XXTII.]  IL  MONOPOLIO  DELLE  ASSICURAZIONI  667 

Germaiua  ed  in  Inghilterra)  ;  ma  si  devono  incontrare  resi- 
stenze non  poche,  e,  vincendole,  bisogna  contentarsi  di  utili, 
almeno  sulle  prime,  modesti .  Le  funzioni  dello  Stato,  e  quindi 
le  spese  pubbliche,  sono  intanto  in  aumento  costante  ed  im- 
pressionante :  le  spese  militari  si  moltiplicano,  le  provvidenze 
sociali  s'impongono.  Sino  a  pochissimi  anni  or  sono  l'assicu- 
razione operaia  era  un  privilegio  germanico  ;  oggi  Inghilter- 
ra, Francia,  Italia  si  sono  messe  sulla  stessa  via.  Come  far 
fronte  a  tutto  ciò  ?  Per  tanti  e  tanti  anni,  si  è  ripetuto  che  lo 
Stato  deve  necessariamente  starsene  alle  sue  funzioni  di  ca- 
rabiniere, e  lasciare  indisturbate  le  vicende  della  produzione  ; 
mentre  che  il  carabiniere  diventava  medico,  educatore,  inse- 
gnante, vettore,  costruttore,  colonizzatore  ed...  anche  produt- 
tore, non  sempre  a  perdita,  perchè  quando  uno  Stato  riesce 
a  guadagnare  da  alcune  sue  imprese  qualche  miliardo,  quanto 
rendono  alcuni  monopoli  fiscali,  deve  convenirsi  che  per  un 
ex  carabiniere  il  produrre  qualche  cosa  non  è  poi  tanto 
impossibile.  Così  coloro  che  vedono  le  funzioni  dello  Stato  al- 
largarsi, per  le  necessità  della  vita  collettiva,  sempre  più  intensa, 
nelle  nostie  società  democratiche,  e  vedono,  infine,  che  a  mani- 
fatturare  tabacchi,  a  gestir  ferrovie,  a  vendere  alcool  o  magari 
canfora  od  oppio,  in  qualche  parte  del  mondo  non  si  adatta 
male  del  tutto,  hanno  pensato  e  pensano  che  il  produrre  premi 
di  assicurazione  non  deve  essere  più  arduo  del  fabbricar  sigari 
e  poi  che  la  produzione  di  siffatti  premi  qualche  cosa  rende, 
hanno  proposto  e  propongono  che  lo  Stato  l'assuma  in  regime 
di  monopolio,  unicamente  per  procurarsi  delle  entrate.  lira 
questo  il  punto  di  vista  di  molti  autori  di  proposte,  special- 
mente in  Francia.  Ora  è  a  dire  presto  che  siffatta  maniera 
di  concepire  il  problema  è  pericolosa.  Un  monopolio  fiscale  è 
una  forma  d'imposizione  indiretta,  è  un  modo  di  percepire 
un'imposta  sul  consumo.  Quando  Buisson,  relatore  alla  Camera 
francese  per  i  disegni  di  legge  Carlier  e  Cauderc  sul  monopolio 
delle  assicurazioni,  scriveva  che  "<-  comperando  una  scatola  di 
fiammiferi  ninno  s'indigna,  comperandola  cinque  volte  quel 
che  vaie  (in  Francia  vi  è  il  monopolio  dei  fiammiferi)  ;  mentre 
tutti  protesterebbero  vivamente  se  l'avviso  di  pagamento  delle 
contribuzioni  dirette  portasse  qualche  lira  di   aumento  »,   di- 


668  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   II. 

menticava  che  il  caso  dei  fiammiferi  e  dei  tabacchi  è  diverso 
da  quello  delle  assicurazioni.  Il  fumo  è  un  vizio,  è  almeno  un 
consumo  inutile,  che  risponde  a  bisogni  riflessi,  nervosi,  alla 
cui  soddisfazione  l'uomo  potrebbe  rinunziare  con  suo  vantag- 
gio presente  e  futuro.  Perciò  far  pagare  più  caro  un  sigaro  o  più 
cara  una  scatola  di  fiammiferi  è  poco  male  ;  è  un  modo  coijie 
un'altro  di  percepire  un'imposta.  Rendere  invece  più  cara 
un'assicurazione  sarebbe  da  parte  dello  Stato  un  delitto.  Ci  si 
assicura  contro  l'imprevisto,  contro  il  rischio  che  può  gittarci 
sul  lastrico,  contro  la  sorte  che  può  privare  del  frutto  del  la- 
voro nostro  i  figli  nostri.  Il  bisogno  della  previdenza  è  dell 'noma 
essenzialmente  civile,  è  delle  società  più  progredite;  è  bisogna 
individuale  che  si  risolve  in  vantaggio  collettivo,  perchè  il 
danno  di  alcuni  è,  dati  gli  obblighi  crescenti  delia  sohdanetà 
sociale,  il  danno  di  molti.  L'assicurazione  è  quindi  necessità 
individuale  e  sociale  insieme  :  ostacolarne  l'esercizio,  arre- 
starne la  diffusione,  mantenendo  elevati  i  premi  a  scopi  fiscali,, 
sarebbe  errore  e  colpa.  Ma,  dicono  alcuni,  può  lo  Stato  assumere 
il  monopolio  delle  assicurazioni  a  scopo  fiscale  senza  elevare 
le  tariffe  dei  premi,  senza  cercare  di  guadagnare  più  di  quanto 
le  compagnie  private  guadagnano  (e  non  è  poco  :  «  è  lo  stato 
diceva  alla  Camera  francese,  nel  19 io,  l' on.  CoUn,  deputato 
di  Algeri,  che  diventa  commerciante  od  industriale  per  arric- 
chire il  Tesoro  dei  benefici  normali  di  un'industria  o  di  un  com- 
mercio ».  Guardata  così  la  quistione  muta  di  aspetto  ;  ma  an- 
che simil  modo  di  guardarla  ha  i  suoi  pericoli. 

Meglio  pensano  coloro  che  vogliono  un  monopolio  fiscale  sì, 
ma  con  fini  sociali  :  che  si  preoccupano  di  procurare  mezzi  allo- 
Stato,  perchè  l'impieghi  a  determinati  scopi  d'interesse  sociale. 
Era  quanto  si  proponeva,  col  suo  disegno  di  legge  del  1908, 
il  deputato  francese  Cailier  :  monopolio  di  tutte  le  assicura- 
zioni per  far  fronte  alle  pensioni  operaie.  Qui  imo  scopo  vi  è,  ed 
altissimo.  Giacché  le  assicurazioni  fruttano  e  bene,  lasciamo 
che  fruttino  a  vantaggio  dei  meno  fortunati  :  di  coloro  che  pure 
sono,  col  loro  lavoro,  i  primi  artefici  della  fortuna  di  tutti,  e 
cui  attendono,  negli  anni  tardi,  la  disoccupazione,  l'abbandono, 
la  miseria.  La  previdenza  dei  più  agiati  servirà  a  dare  i  mezzi 
per  la  previdenza  di  chi  vive  alla  giornata  e  non  può,  solo  col 


CAP.  XXIII.]  IL  MONOPOLIO  DELLE  ASSICURAZIONI  669 

SUO,  garentirsi  contro  le  insidie  del  malsicuro  domani.  Obbie- 
zioni generiche  a  questo  modo  di  concepire  un  monopolio  delle 
assicurazioni  non  possono  esservi  ;  particolari  vi  sono  alcune. 
Quando  si  tratta  dei  più,  delle  classi  operaie,  occorre  esser 
sinceri  :  non  si  può  promettere  al  di  là  di  quanto  si  possa  man- 
tenere. Si  può  cogli  utili  del  monopolio  delle  assicurazioni 
affrontare  il  problema  delle  pensioni  operaie  e  risolverlo  ?  È 
necessario  distinguere  fra  monopolio  parziale  e  monopolio  ge- 
nerale delle  assicurazioni  e  fra  paese  e  paese.  È  una  questione 
contingente.  Se  gli  utili  dello  Stato  possono  esser  tali  da  met- 
terlo in  grado  di  assumersi  il  carico  delle  pensioni  operaie,  senza 
elevare  le  tariffe  dei  premi,  il  monopolio,  a  questo  fine,  è  per- 
fettamente giustificato.  Ma  si  deve  ponderar  bene  le  cose. 
L'onere  delle  pensioni  opeiaie  è  sempre  grave.  Se  uno  Stato 
s'impegna  a  farvi  fronte  deve,  in  ogni  caso,  evitare,  i  successivi 
elevamenti  nelle  tariffe  dei  premi,  cui  lo  scopo  fiscale  e  le  ne- 
cessità di  bilancio,  potrebbero  indurlo.  La  previdenza  è  fun- 
zione così  importante  che  occorre  metterla  al  sicuro  di  ogni 
ostacolo. 

Onde  è  assai  più  conforme  alla  natura  delle  cose  riguardare 
il  monopolio  delle  assicurazioni  come  un  monopolio  puramente 
sociale.  Si  può  aggiunger  pregio  all'opera  dando  agli  utili  una 
destinazione  prefissa  di  carattere  anch'esso  sociale,  destinan- 
doli, ad  esempio,  ad  istituti  di  pi  evidenza  per  le  classi  ope- 
raie :  ma  facendo  in  modo  che  le  due  finalità  restino  l'una 
dall'altra  distinte.  Maggiori  saranno  gli  utili  m.eglio  potrà  adem- 
piersi il  fine  cui  li  si  destina  ;  ma  se,  per  impossibile  ipotesi, 
utili  non  vi  fossero,  non  si  cercherà  di  procurarli,  ricorrendo  ad 
aun;enti  di  tariffe.  È  la  via  seguita  dalla  legge  italiana  (ISlitti) 
4  aprile  1912,  che  istituiva  il  monopolio  delle  assicurazioni 
sulla  durata  della  vita  umana.  Gli  utili  netti  sono  devoluti 
per  intero  alla  Cassa  nazionale  di  previdenza  per  la  invalidità 
e  la  vecchiaia  degli  operai. 

Bisogna  nettamente  distinguere  fra  le  assicurazioni  delle 
cose   e   le   assicurazioni    sulla   durata   della   vita   um.ana. 

Lo  Stato  compie  facilmente  quelle  funzioni  economiche  che 
non  richiedono  mutamenti  tecnici  rapidi,  né  hanno  contrasti 
d'interessi,  né  lasciano  alcuna  cosa  all'arbitrio  del  funzionario. 


670  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

Bisogna  distinguere  fra  l'assicurazione  delle  cose  (danni)  e 
l'assicurazione  sulla  durata  della  vita  umana.  L'assicurazione 
contro  i  danni  (incendi,  grandine,  disgrazie  accidentali,  rischi 
di  navigazione,  e6c.)  suppone  che  vi  sia  un  danno  che  si  possa 
o  no  verificare.  Il  danno  può  anche  essere  maggiore  o  minore, 
totale  o  parziale.  L'incendio  può  distruggere  una  casa  intera, 
o  una  gran  parte  di  essa,  o  anche  una  piccola  parte.  L'assicu- 
ratore deve  pagare  nella  misura  del  danno.  Ora  il  pubblico 
funzionario  che  deve  misurare  il  danno,  deve  per  necessità 
urtare  interessi  privati  e  può  esser  soggetto  a  pressioni  di  ordine 
pubblico. 

Invece  nelle  assicurazioni  sulla  durata  della  vita  umana, 
non  vi  è  nulla  di  arbitrario.  Le  tavole  di  moi-talità,  elaborate 
dopo  secoli  di  esperienza,  mettono  in  grado  di  misurare  con 
sicurezza  matematica  il  prem.io  ;  nessun  rischio  dunque.  A  un 
certo  tempo  dal  contratto  di  assicurazione  l'assicurato  non 
può  essere  che  vivo  o  morto  :  nessuna  frode  è  quindi  possibile. 
La  morte  o  la  scadenza  del  termine,  nelle  assicurazioni  a  tempo 
o  morte,  sono  fatti  che  non  consentono  nessuna  frode.  Non  vi 
è  nulla  di  arbitrario,  né  d'incerto  e  nessuna  impresa  si  presta 
alla  statizzazione  come  le  assicurazioni  sulla  durata  della  vita 
umana.  Un  grande  istituto  di  Stato,  come  fu  costituito  con  la 
legge  del  1912  l'Istituto  nazionale  delle  assicurazioni  in  Italia, 
costituiva  in  realtà  come  una  grande  ricchezza,  che  offriva 
il  massimo  di  sicurezza  e  il  minimo  di  spesa  per  l'assicurato. 

La  previdenza  è  non  solo  una  virtù  sociale,  ma  una  necessità 
sociale  :  i  popoli  civili  si  distinguono  per  il  loro  spirito  di  pre- 
videnza. Cercano  di  lasciare  il  meno  possibile  all'opera  del  caso  ; 
di  evitare  turto  ciò  che  possa,  per  effetto  di  un  evento  impre- 
visto diminuire  la  compagine  della  famiglia  o  scemare  l'atti- 
vità produttrice.  L^ii  minimo  di  previdenza  è  necessario  quanto 
un  minimo  di  istruzione. 

I  clamori  che  si  sollevano  contro  ogni  monopolio  delle  assi- 
curazioni dipendono  sopra  tutto  dagli  inteiessi  offesi. 

È  l'assicurazione  come  pubblico  servizio,  cosa  nuova,  cosa 
mai  tentata  ?  In  Prussia  Federico  Guglielmo,  Grande  Elet- 
tore, ha  lottato  dal  1685  al  1711  coi  suoi  sudditi  per  introdurre 
l'assicurazione    di    Stato    contro    gl'incendi  :    finalmente    nel 


GAP.  XXIII.]  II,  MONOPOLIO  DELLE  ASSICURAZIONI  6jl 

171 8  riesci  a  stabilire  quelle  casse  locali  di  assicurazione  {Brand 
Kdssen),  che  presto  si  diftusero  in  tutta  la  Prussia,  e,  di  là,  si 
propagarono  in  Sassonia  (1729),  nella  Slesia  (1741),  nel  Brun- 
swick (1742),  nello  Hannover  (1743),  nel  Wurtemberg  (1773). 
In   Prussia  le  società,  pubbliche   loca/i   conservarono,   sino  al 
1877,  una  specie  di  controllo  permanente  sulle  società  private 
di  assicurazioni   contro  gl'incendi  ;   del    1877   perdettero  ogni 
ingerenza.  Ora  in  Prussia  vi  sono  casse  pubbliche  di  assicura- 
zione contro  gl'incendi,  mutue  libere  e  compagnie  per  azioni. 
In  Baviera,  in  Sassonia,  nel  Wurtemberg  vi  sono  casse  uniche 
di  assicurazione  per  ogni  Stato.  In  Sassonia  vi  sono  oltre  l'Isti- 
tuto  nazionale   di   assicurazione   contro   gl'incendi   due   altri  : 
uno  per  l'assicurazione  contro  la  grandine  e  un  terzo  contro 
la  mortalità  del  bestiame.  In  Prussia  le  casse  pubbliche  sono 
facoltative,  meno  che  a  Berlino,  Breslau,  Stettino,  nella  Frisia 
occidentale  e  nello  HoenzoUern.   Sono  invece  obbligatorie  in 
Sassonia,  nel  Wurtemberg.  nel  Baden,  ad  Hesse,  nell'Olden- 
burg   e   nei   territori   di   Weimar,    Altenburg,    Anhalt,    Lippe. 
Waldech  ed  Amburgo.  Ad  Hesse-Cassel  e  a  Nassau,  in  Baviera 
e  nel  Brunswich  sono  facoltative  ;  ma  agiscono  in  monopolio. 
Nel  1901,  in  Germania,  le  assicurazioni  incendi  coprirono  per 
marchi  135,120,000,000  di  rischi  :  dei  quali  47  miliardi  erano 
assicurati  presso  le  società  pubbliche  e  75  miliardi  presso  so- 
cietà private.  Per  quanto  le  casse  pubbliche  siano  tenute  ad 
assumere   rischi,   che   le   compagnie   private   rifiutano,    hanno 
tariffe  di  premi  più  basse  delle  private  :   1,44  %  del  capitaJe 
assicurato  per  le  casse  pubbliche  ;  2,17  %   per  le  compagnie 
private  ;  2,57  %  per  le  mutue,  in  Prussia  ;  1,15  %  per  le  so- 
cietà  pubbliche   nelle  altre  parti   dell'Impero.   Le   cifre   delle 
indennità  versate  rappresentavano  (tra  il  1886  e  il  1890)  per  le 
casse  pubbliche  tedesche  una  media  di  84,4  %  dei  premi  incas- 
sati ;  per  le  mutue  una  media  di   77,1  %  ;  per  le  compagnie 
private  di  57,2  %.  Ma  ciò  che  più  im. porta  è  accennare  alle 
spese.  La  media  delle  spese  (generali  di  amministrazione  e  per 
commissioni)  era  di  11  %  per  le  società  pubbliche  e  di  ^i,g  % 
per  le  società  private.  Non  si  direbbe,  quindi  che  l'assicurazione 
pubblica  costi  più  della  privata.  E  si  aggiunga  che  le  società 
pubbliche  versano  ogni  anno  più  di  3.000.000  di  marchi  per 


672  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

scopi  di  pubblica  utilità*.  «La  rivalità  fra  le  casse  pubbliche 
di  assicurazione  contro  l'incendio,  con  o  senza  monopolio,  e 
le  società  per  azioni  e  le  mutue  è  del  più  grande  interesse  in 
Germania,  in  Austria  e  altrove...  Le  casse  pubbliche  rimpro- 
verano alle  private  le  grandi  spese  di  amministrazione,  scrive 
Gustavo  Schmoller,  i  loro  eserciti  di  agenti,  la  loro  reclame, 
la  loro  maniera  di  far  concorrenza,  i  loro  grossi  dividendi... 
In  ogni  caso  è  certo  che,  in  moltissimi  punti,  si  è  contenti  delle 
casse  pubbliche  e  sovra  tutto  colà  dove  esse  agiscono  in  mono- 
polio. Al  modo  stesso  è  quasi  generalmente  riconosciuto  oggi, 
che  la  concorrenza,  in  questo  campo,  è  ben  diversa  da  ciò  che 
essa  è  nel  campo  della  produzione  ordinaria,  dei  beni  t  » 

Nella  Svizzera,  tredici  cantoni  e  quattro  mezzi  cantoni  hanno 
una  cassa  cantonale  di  assicurazione  immobiliare  obbligatoria 
contro  gli  incendi  ;  Vaud  e  Glarona  hanno  casse  di  assicura- 
zione mobiliare  anche  obbligatorie.  iSeuchàtel  ha  una  cassa 
cantonale  popolare  di  assicurazioni  sulla  vita.  Anche  Vaud  ha" 
una  cassa  cantonale  di  assicurazione  sulla  vita.  Solo  tre  cantoni 
(Grigioni,  Vallese  e  Ginevra)  e  un  mezzo  cantone  (Unterwal- 
den  superiore)  non  hanno  casse  cantonali  di  assicurazione. 
Delle  diciassette  casse  cantonali,  undici  riassicurano  in  parte 
(2/3,  3/4  o  4/5)  i  loro  rischi  presso  private  com.pagnie  di  assi- 
curazione. Il  premio  è  percepito  come  le  imposte  ordinarie 
dagli  esattori  comunali  :  varia  secondo  il  rischio,  ma  a  Glarona, 
Friburgo,  Argovia  e  Zug  è  premio  unico,  proporzionale  solo 
all'ammontare  del  valore  assicurato  e  non  al  rischio.  Le  casse 
cantonali  contribuiscono  in  larga  misura  al  mantenimento 
del  corpo  dei  pom.pieri  e  al  materiale  contro  gli  incendi  e  sono 
autorizzate  (dalla,  legge  cantonale  dal  1885)  a  colpire  con  una 
tassa,  destinata  al  mantenimento  dei  pompieri,  le  compa.gnie 
private.  I  premi  sono  in  diminuzione  costante  :  da  1,57  sono 
discesi  per  le  casse  cantonali  di  assicurazione  immobiliare  a 
1.08  %  del  capitale  assicurato.  Quelli  delle  compagnie  private 


*  Conf.  PaulAlglave:  Uassurance  contre  Vincendic.  en  Alle- 
magne,   Paris,  lyoi.- 

t  G.  Schmoller:  Principes  d'Economie  Politique,  traduit  de  Tal 
lemand  par  Pollale,  II.  Partie,  Tome  IV,  Paris,  1907,  PP-  189-191. 


CAP.    XXIII.]  IL  MONOPOLIO   DELLE    ASSICURAZIONI  673 

erano  intomo  ad  1,25  %  *.  Per  le  casse  di  assicurazione  mobi- 
liare si  hanno  risultati'  anche  migliori  :  nel  cantone  di  Vaud 
i  premi  rappresentavano  1,19  %  del  capitale  assicurato  per  le 
compagnie  private  e  1,026  %  per  la  cassa  cantonale,  erano, 
dunque,  del  13  %  meno  elevati  :  nel  cantone  di  GJarona  la 
differenza  è  ancora  più  notevole  :  il  premio  della  cassa  cantonale 
era  0,50  %  di  capitale  mobiliare  assicurato  e  nella  assicura- 
zione privata  di  1,19. 

Isella  Svezia  esistono  mutue  pubbliche  di  assicurazione 
m.obiliare  e  immobiliare  contro  gli  incendi.  In  ^io^v'egia  vi  è 
una  cassa  di  Stato  di  assicurazione  contro  l'incendio.  In  Da- 
nimarca esistono  tre  classi  pubbliche  di  assicurazione  immobi- 
liare contro  gli  incendi.  Casse  provinciali  di  assicurazioni  con- 
tro gli  incendi  esistono  in  Russi'a.  In  Austria  si  hanno  casse 
pubbliche  municipali  (come  a  Praga)  o  provinciali  (come  nel 
Tirolo,  nell'Alta  Austria,  nella  Bassa  Austria,  a  Vienna),  che 
assicurano  contro  l'incendio,  sulla  vita,  contro  gii  infortuni 
e  alcuni  rischi  agricoli.  Mell'Uiaguay  esiste  il  monopoho  di 
stato  di  tutte  le  forme  d'.  assicurazione. 

Neha  Nuova  Zelanda,  infine,  lo  Stato  esercita,  in  concorrenza 
con  le  compagnie  private,  l'assicurazione  sulla  vita,  e,  dal 
1903.  quella  contro  gl'incendi.  Nel  1908  erano  in  corso  127,721 
polizze  di  assicurazione  sulla  vita,  di  cui  47,033  presso  l'Isti- 
tuto di  Stato  ;  i  premi  incassati,  sempre  per  le  assicurazioni 
vita,  ammontavano  nello  stesso  anno  a  sterline  997,089,  di 
cui  sterline  330,806  dall'Istituto  di  Stato.  L'Istituto  di  Stato 
ha  vita  oramai  quasi  quarantenne.  Di  questa  istituzione  dice 
Mètin  che  somigha  ad  un'azienda  privata,  coi  suoi  attuarli,  coi 
suoi  ispettori,  col  suo  sistema  di  polizia.  È  fuori  della  politica 
e  mira  solo  a  procurarsi  utili.  L'assicurazione  sulla  vita  è  molto 
lucrosa  nella  Nuova  Zelanda,  e  l'azienda  di  Stato  riesce  assai 
bene  f.  L'Istituto  di  Stato  per  l'asscurazione  contro  i(l'in- 
cend'  è  troppo  giovane  ancora,  ed  è  nel  periodo  della  concor- 


*  Paul  Alglave:  Les  assurances  cantre  l'incendie  par  VEtat  ou  les 
Cantons  en  Suisse,  ctc.  Paris,  1902. 

t  Confr.  A.  Métin:  L^  Sorialisme  sans  doctrines,  Paris,  1901;  pp. 
234-23Ó  ;  e  Jhe  Neu>  Zeeland  officiai  Year  Book,  1908. 


674  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO   II. 

renza  acuta  colle  compagnie  private  :  per  ora  i  premi  sono  di 
33  33  %   pi^  bassi  che  nelle  assicurazioni  private. 

Non  è  punto  vero  che  le  forme  di  assicurazione  private, 
sopra  tutto  per  la  durata  della  vita  umana,  siano  più  a  buon 
mercato  degli  istituti  pubblici  :  il  costo  enorme  degli  stessi 
medici  e  della  concorrenza  eleva  spesso  il  prezzo  delle  assi- 
curazioni . 

D'altra  parte  l'uso  delle  riserve  nelle  compagnie  private 
non  è  sempre  oculato  e  prudente  ed  è  materia  di  speculazioni 
dannose.  L'eccessive  rimunerazione  degli  agenti,  lo  scambio  di 
spese  generali,  le  aite  rimunerazioni  caratteristiche  di  questa 
industria,  sono  argomenti  sicuri  in  favore  del  monopolio  di 
Stato. 

Le  grandi  compagnie  primate  tendono  a  lor  volta  a  diven- 
tare monopolistiche  sopra  tutto  per  effetto  dei  sindacati. 
Oramai  tutti  riconoscono  che  in  materie  di  assicurazioni  è 
negativa  per  il  consumatore.  Le  più  potenti  industrie  assicu- 
rative hanno  un  mimmo  capitale  :  si  tratta  di  una  industria 
che  non  ha  macchine,  che  non  può  subire  trasformazioni  pro- 
fonde, che  non  abbisogna  di  capitali  e,  almeno  per  quanto 
riguarda  la  durata  della  vita  umana  è  la  più  adatta  al  mono- 
polio di   Stato. 

La  legge  italiana  stabiliva  nel  1912  il  -monopolio  delle  assi- 
curazioni sulla  durata  della  vita  umana  e  creava  l'Istituto  Na- 
zionale delle  assicurazioni,  con  carattere  puramente  indu- 
striale. Si  vietava  l'esercizio  delle  associazioni  fondiarie  e  di 
ripartizione.  Le  polizze,  oltre  che  la  garanzia  della  riserva, 
aveano  la  garanzia  dello  Stato.  In  una  fase  intermedia  di  dieci 
anni  le  compagnie  potevano  essere  autorizzate  a  continuare 
le  loro  operazioni  purché  adempissero  alle  condizioni  stabi- 
lite dalla  legge  e  cedendo  all'Istituto  nazionale  delle  assicu- 
razioni il  quaranta  per  cento  di  ciascun  rischio  assunto  dopo 
l'entrata  in  vigore  della  legge. 

Scopo  del  legislatore  italiano  era  di  costituire  un  grande 
e  unico  istituto  di  Stato  delle  assicurazioni  della  durata  della 
vita  umana  e  di  preparare  lo  stesso  Istituto  a  esercitare,  senza 
alcun  rischio  e  con  benefizio  dell'economia  nazionale,  Ja  rias- 
sicurazione di  tutte  le  forme  di  rischio. 


CAP.    XXTIT.J  IL   MONOPOLIO   DELLE    ASSICURAZIONI  675 

L'Istituto  Nazionale  delle  Assicurazioni  era  già  un  grande 
e  potente  organismo  e  avea  superato  tutte  le  prove,  organiz- 
zandosi in  modo  mirabile  ed  era  destinato  ed  avere  il  più  grande 
sviluppo,  quando  nel  1923,  per  effetto  della  legge  che  con- 
serva al  Governo  i  pieni  poteri,  è  stato  abbattuto  nel  suo  pieno 
rigoglio.  L'Istituto  rimane  ora  in  concorrenza  di  compagnie 
private,  che  non  hanno  se  non  l'obbligo  di  una  minima  ces- 
sione di  rischi  e  vengono  a  mancare  gli  scopi  fondamentali 
per  cui   fu  Ì!?tituito. 

NOTA 

Il  Ministro  Nitti  così  si  esprimeva  nella  sua  relazione  al  Senato  : 

K  Le  società  moderne  tendono  nella  piìi  larga  misura  possibile  a  ridurre  i 
rischi  :  lo  sviluppo  di  tutte  le  forme  di  assicurazioni  sono  la  prova  di  que 
sto  bisogno,  l'espressione  di  questa  necessità. 

«  Le  assiciuazioni  sulla  vita  costituiscono  una  forma  speciale  di  rispar- 
mio. Man  mano  che  il  senso  di  responsabilità  si  sviluppa,  gli  uomini  sen- 
tono che  non  basta  risparmiare,  ma  che  occorro  mettere  al  coperto  dai  ri- 
schi l'attività  produttrice  degl'individui  e  la  sicurezza  delle  famiglie.  Le 
assicurazioni  sulla  durata  della  vita  umana  rispondono  a  questo  bisogno. 
Coloro  che  si  assicurano  trovano  in  certa  guisa  gli  uni  negli  altri  una  garan- 
zia reciproca  :  più  grande  è  il  numero  di  coloro  che  si  associano  e  maggiore 
è  la  garenzia  e,  in  generale,  più  grande  il  buon  mercato.  Ciò  spiega  perchè, 
mentre  le  aziende  industriali,  che  sono  organismi  viventi,  invecchiando 
raggiungono  un  grado  di  esaurimento,  le  imprese  assicuratrici,  che  sono 
veri  istituti  di  deposito,  si  sentono  più  poderose  e  più  sohde,  man  mano 
che  si  espandono  e  che  invecchiano.  Idealmente  lo  Stato,  che  è  la  più  grande 
forma  di  cooperazione  sociale,  consente  di  avere  il  massimo  di  sicurezza 
e  il  minimo  di  spesa  per  gli  assicurati.  Poi  che  lo  Stato  non  "muore  e  la  sua 
longevità  è  pari  alla  fiducia  che  inspira,  s'intende  facilmente  come  sia  il 
più  adatto  a  esercitare  una  fonna  d  impresa,  che  si  basa  sullo  spirito  di 
previdenza  delle  moltitudini,  sulla  fiducia,  sulla  onestà  e  sulla  regolarità 
degU  investimenti.  E  poi  che  in  defim'tiva  tutte  le  colpe  della  imprevi- 
denza degli  individui  ricadono  sempre  sulla  collettività,  e  lo  Stato  sopporta 
tutti  gU  oneri  della  imprevidenza  niente  di  più  nobile  che  aiutare  la  mi- 
glior forma  della  previdenza  e  far  servire  i  benefizi  di  essa  a  nuovi  e  più 
alti   fini  di  previdenza  sociale. 

«  In  questa  materia  l'elaterio  della  concorrenza,  l'acredine  delle  lotte 
determinate  dall'interesse  individuale,  lungi  dall'essere  causa  della  dimi- 
nu^iione  del  costo  di  produzione,  agiscono  spesso  nel  senso  contrario.  Le 
spese  della  concorrenza  non  fanno  che  aumentare  il  costo  :  i  milioni  che  le 
Società  spendono  per  contendersi  il  campo,  hanno  un  risultato  utile  solo 
in  quanto  possono  svegliare  idee  o  desiderii  di  previdenza  in  persone  che 


676  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [lIBRO  II. 

sarebbero,  rimaste  indifferenti  ;  ma  sono  ben  lungi  dall'esprimere  o  dai 
determinare  un  progresso.  Qui  la  concorrenza  non  può  determinare  pro- 
cedimenti molto  ingegnosi,  né  far  costruire  macchine  più  perfette,  né  tanto 
meno  introdurre  perfezionamenti  di  fabbricazione.  La  industria  delle  assi- 
curazioni ha  limiti  di  sviluppo  assai  modesti,  in  quanto  riguarda  i  suoi 
progressi  tecnici,  che  si  riducono  piuttosto  in  facilitaziom  nei  mezzi  di  ri- 
scossione, in  assunzione  di  nuovi  rischi,  in  maggiore  semplicità  delle  po- 
lizze. 

«  Teoricamente,  più  iì  gruppo  degli  assicurati  è  piccx)lo  e  maggiore  è  il 
rischio  collettivo  e  più  grandi  dovrebbero  essere  le  garanzie  e  le  riserve. 
In  pratica  avviene  l'opposto  e  sono  solo  le  grandi  Società  che  presentano 
la  più  grande  sicurezza.  Ciò  spiega  come  questa  industria  tenda  a  concen- 
trarsi :  vi  sono  quasi  dovunque  dei  veri  raonopo'i  di  fatto  che  trovano  la 
loro  espressione  in  grandi  trusts.  Quando  i  grandi  sindacati  sono  la  unione 
di  capitali  effettivamente  versati  da  azionisti,  che  pagano  di  persona  i 
loro  eccessi  e  i  loro  errori,  il  fenomeno  presenta  ins  eme  a  pericoli  e  incon- 
venienti anche  vantaggi  ;  tra  cui  quello  di  Imùtare  le  spese  di  concorrenza. 
Ma  la  caratteristica  delle  imprese  di  assicurazione  è  che,  fatte  poche  ec- 
cezion ,  il  loro  capitale  è  spesso  una  quantità  trascurabile,  e  le  grandi  unioni 
che  si  formano  non  sono  unione  di  capitah,  ma  unione  di  depositi,  di  cui 
soltanto  pochissimi  individui  dispongono,  spesso  nelle  forme  più  assolute. 
Spesso  il  capitale  riceve  nelle  vecchie  Società  profitti  e  dividendi  del  100, 
del  200  per  cento  e  .incor  più. 

"  L'inchiesta  dei  Governo  degli  Stati  Uniti  si  riferisce  a  fenomeni  che 
trovano  riscontro  anche  altrove.  Nelie  forme  attuali  —  ciò  è  stato  ricono- 
ciuto  dagli  stessi  economisti  più  avversi  a  ogni  ingerenza  dello  Stato  nei 
fatti  economici  —  l'assicurazione  è  una  combinazione  onerosa  in  cui  i 
gruppi  assicurati  ricevono  appena,  con  le  indennità  per  i  rischi,  dal  50  al 
60  per  cento  delie  somme  versate,  e  spesso  assai  meno. 

«  La  concorrenza  spesso  fa  aumentare  i  costi  di  produzione  e  le  giovani 
compagnie  e  quelle  che  vogliono  penetrare  sul  mercato  pagano  provvi- 
gioni enoimi,  ignote  m  tutte  le  industrie.  Nessuno  che  voglia  vendere  co- 
toni penserebbe  nel  primo  anno  a  vendere  con  provvigioni  del  70  per  cento, 
spesso  del  90,  qualch*^  volta  di  oltre  il  100  per  cento. 

«  Anche  nei  più  grandi  paesi  sono  spesso  tre  o  quattro  compagnie  che 
fanno  il  60  o  il  70  per  cento  di  tutti  gli  affari  di  assicurazione  e  anche  l'So 
o  il  90  per  cento  delle  forme  popolari  ». 

Il  Ministro  Nitti  avea  pensato  di  fare  dell'Istituto  Nazionale  delle  assi- 
curazioni il  più  potente  ausiUo  del  Tesoro. 

La  legge  americana  vieta  alle  compagnie  di  assumere  affari  oltre  un  certo 
limite.  Le  compagnie  quindi  che  operano  in  tutto  il  mondo  devono  limi- 
tare la  loro  produzione  L'America  ha  temuto  di  creare  organismi  troppo 
giganteschi.  Ora  le  grandi  compagnie,  quando  raggiungono  il  massimo 
di  produzione,  fissato  dalla  legge,  devono  arrestarsi. 

Il  Ministro  Nitti  concepì  e  attuò  un  primo  accordo  con  The  EquUàhls 
perchè  le  compagnie  americane  cedessero  in  coassicurazione  i  loro  rìschi  ; 
si  sarebbe  cosi  potuto  fare  in  tutto  il  mondo  una  massa  enorme  di  assicura- 


CAP.    XXIII.]  IL   MONOPOLIO   DELLE   ASSICURAZIONI  677 

zioni,  alcuni  miliardi  all'anno,  senza  rischio,  senza  spesa.  Ciò  ch'era  più 
importante  è  che  l'Istituto  Nazionale  delle  assicurazioni  veniva  in  questo 
modo  a  ricevere  cambi  per  il  pagamento  dei  premi  da  tutt  i  paesi  :  dagli 
Stati  Uniti,  al  Giappone  dai  Brasile  alla  Cina  e  l'Istituto  diventava  una 
immensa  risorsa  per  il  Tesoro,  un  enorme  fonte  di  ricchezza  per  il  paese. 

Quando  l'on.  Nitti  lasciò  il  Ministero  del  Commercio  ie  convenzioni 
furono  annullate  e  l'idea  fu  abbandonata  :  venne  poi  Ja  guerra  e  non  fu 
possibile  far  più  nulla. 

Si  perdette  così  il  più  grande  e  sicuro  vantaggio  che  sia  mai  stato  offerto 
•senza  spesa,  senza  rischio,  senza  sforzo  alia  finanza  italiana. 


Nitti.  ^^ 


PARTE    V. 


LE     IMPOSTE     SPECIALI. 


XXIV. 

Imposte  speciali  con  carattere  proibitivo 
o  compensativo. 

193.  Vi  sono  alcune  imposte  (vi  sono  in  quasi  tutti  gli  stati 
moderni  e  ve  n'erano"  negli  stati  antichi)  il  cui  scopo  non  è 
già  di  assicurare  un'entrata  allo  Stato,  o  per  lo  meno  il  cui 
scopo  pieva.ente  non  è  tale.  Sono  imposte,  che  hanno  un  ca- 
I attere  limitativo  o  proibitivo  :  o  che,  senza  essere  vere  tasse, 
haimo  un  carattere  compensativo.  L'imposta,  come  abbiam  no- 
tato già  precedentemente,  ha  non  solo  scopi  fiscali,  ma  spesso 
scopi  di  altro  ordine  e  sopra  tutto  scopi  limitativi  e  compensa- 
tivi. Gli  studiosi  di  finanza  in  generale'  si  rifiutano  di  riconoscere 
la  convenienza  di  adoperare  imposte,  le  quali  abbiano  altro 
scopo  all'infuori  di  quello  produttivo.  Non  si  può  negare  però 
che  esistano  imposte  le  quali  hanno  solo  come  scopo  assai  se- 
condario, quello  di  fornire  entrate  al  Tesoro  dello  Stato  e  si  pro- 
pongono :  i  di  compensare  speciali  vantaggi  ed  esenzioni  ac- 
cordati ad  alcuni  membri  del  consorzio  politico,  a  diff^rrenza 
di  altri  (esempio  :  imposta  militare)  ;  di  fare  che  coloro  i  quali 
godono  di  benefizi  che  il  consorzio  politico  accorda,  senza  sop- 
portarne gli  oneri,  partecipino  anche  a  questi  (esempio:  im- 
poste sugli  .stranieri,  imposte  sm  viaggiatori  di  coinmexcio,  im- 
poste sui  cittadini  esteri  esercenti  professioni)  ;  2  di  impedire 


GAP.  XXIV.]  LA  IMPOSTA  MILITARE  6/9 

accrescimenti  di  patrimoni  di  enti  ritenuti  pei  il  loro  sviluppo 
eccessivo,  dannosi  alla  società  (leggi  sulle  congregazioni  re- 
ligiose) ;  3  di  impedire  o  di  limitare  alcune  manifestazioni  ri- 
tenute dannose  (leggi  suntuarie).  Molte  di  queste  disposizioni 
limitative  e  proibitive  sono  nella  pratica  inutili  :  altre  sono 
utili  o  a  dirittura  necessarie.  Ma  qualunque  giudizio  si  dia  di 
esse,  non  si  jjuò  non  tener  presente  ciò  che  esiste  e  non  studiare 
le  fonne  presenti  si  come  sono. 

Noi  ci  fermeiemo  solo  su  alcune  fra  le  più  importanti  di 
queste  imposte. 

1.  La  imposta  militare. 

194.  La  imposta  militare  anche  prima  della  guerra  esi- 
steva in  Isvi  zzerà,  in  Austria  Ungheria,  in  Francia,  in  Serbia 
e  in  Portogallo  ecc.,  e  quasi  dovunque  in  questi  paesi,  era  ap- 
plicata a  tutti  coloro  che  effettivamente  non  prestavano  ser- 
vizio militare  per  tutti  o  per  una  parte  degli  anni  in  cui  avreb- 
bero dovuto  prestame.  La  imposta  militare  in  Svizzera  e  in 
Francia,  consta  di  una  parte 'fìssa  e  di  un'altra  proporzionale  , 
in  Austria  Ungheria  e  in  Serbia  era  tutta  variabile  ;  era  fissa 
in  Portogallo.  Kei  paesi  dove  esisteva  la  imposta  militare  era 
applicata  con  un  criterio  fondamentale  unico,  colpiva  gli  essn- 
tati  e  riiormati  dallo  leve  militari,  i  quali,  fatte  le  debite  ecce- 
zioni per  gli  indigenti  e  per  gli  assolutamente  incapaci  a  la- 
voro proficuo,  si  può  dire  che  godevano  di  una  situazione  van- 
taggiosa di  fronte  alla  massa  dei  cittadini.  Il  servizio,  militare 
attivo  colpiva  i  giovani  di  sesso  maschile  nella  età  in  cui  spesso 
si  decide  dv^lle  carriere,  e  nelle  classi  operaie  si  affennano  e  si 
consolidano  i  guadagni.  Se  per  una  persona  delle  classi  medi? 
il  servizio  militare  è  spesso  un  danno,  è  danno  assai  maggiore 
per  le  persone  del  popolo  ;  anche  iielie  class'  medie,  del  resto,  la 
scelta  della  carriera  avvenendo  appunto  in  generale  dopo  i 
venti  anni,  non  si  può  negare  che  il  servizio  militare,  che  pure 
rappresenta  una  necessità,  sposti  moltissimi  interessi  privati. 
Ora  le  leggi  in  tutti  i  paesi  riconoscono  speciali  esenzioni  o 
cause  di  riforma  :  così  si  esentano  molto  spesso  i  fighuoli  unici 
e  sono  riformati  i  gobbi,  gU  zoppi  e  tutti  coloro  che  dimostrino 
difetto  o  incapacità  fisica.  Così   dunque  i  riformati  come  gli 


68o  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  II. 

esentati  (quaiunque  sia  la  causa)  godono  di  uno  speciale  be- 
nefizio ;  e  si  vuole  appunto,  che  in  compenso  di  questa  situa- 
zione privilegiata,  essi  concorrano  alle  spese  generali.  Vi  è  una 
constatazione  demografica,  che  milita  in  favore  della  imposta 
militare  :  ed  è  che,  in  generale,  i  poveri  sono  dìù  prolifici  dei 
ricchi  e  che  il  massimo  di  esentati  è  in  generale  nelle  classi 
medie  e  ricche.  Il  figlio  unico  rappresenta  nel  popolo,  assai  più 
che  non  si  creda,  una  eccezione*.  Senza  dubbio  il  caso  è  un 
pò  diverso  quando  si  tratti  di  riformati  per  difetti  fisici.  Sem- 
bra ingiusto  che  si  aggravi  la  loro  situazione,  costringendoli  a 
pagare  per  una  esenzione  che  essi  non  desideravano.  In  Fran- 
cia ia  imposta  militare  era  chiamata  appunto  la  lassa  dei  gobbi. 
Ma  non  è  nien  vero  che  se  i  gobbi  possono  lavorare  e  guada- 
gnare si  trovano  in  condizioni  vantaggiose  di  fronte  a  coloro 
che  prestano  servizio  militare.  Molti  scrittori  militari  sosten- 
gono che  l'imposta  possa  avere  anche  un'azione  utile  nel  senso 
di  impedire  alcune  pratiche  immorali.  È  generalmente  noto  che 
moltissimi  si  rassegnano  a  cure  esaurienti,  o  sformanti,  pur  di 
essere  esentati  dal  servizio  militare.  Il  desiderio  di  non  lasciar 
la  famiglia  e  più  spesso  ancora  quello  di  non  ritardar  ia  car- 
riera, inducono  a  pratiche  dannosissime.  Ora  senza  dubbio  la 
imposta  è  un  gravissimo  freno  a  queste  pratiche. 

In  Svizzera  l'imposta  militare,  applicata  con  la  legge  28 
giugno  1878,  colpiva  tutti  i  cittadini  in  età  di  prestar  servizio 
(20  a  40  anni^  e  che  non  lo  prestavano:  erano  esclusi  i  notoria- 
mente indigenti  e  gli  assolutamente  incapaci  a  lavoro  proficuo 
oltre  a  poche  altre  categorie  di  persone.  La  durata  della  ira- 
posta  era  di  24  anni.  Vi  era  una  parte  fissa  proporzionale  di  lire 
5  e  una  parte  proporzionata  alla  fortuna  (lire  1,50  per  ogni  1000 
lire)  o  al  reddito  (lire  1,50  per  ogni  100  lire).  Il  massimo  con- 
sentito dalla  legge  era  di  lire  3,000  :  ma  dopo  il  1884  era  stato 
ridotto   a   metà. 

In  Austria  Ungheria  la  imposta  militale  (23  giugno  e  17  lu- 
glio 1880)  colpiva  tutti  quelli  che  non  prestavano  servizio  mili- 
tare effettivo  ;  avea  una  durata  di  12  anni  ;  era  proporzionale 
ed  erano  stabilite  14  classi  di  cittadini,  determinate  dal  red- 

*  Cfr.  N  i  1 1  i  :  La  population  et  le  shtème  social,  Paris   1897. 


GAP.   XXIV.]  LA   IMPOSTA   MILITARE  68l 

dito  e  dal  patrimonio.  Il  massimo  era  di  loo  fiorini  :  il  minimo  di 
I  fiorino  in  Austria  e  3  fiorini  m  Ungheria.  Le  esenzioni  erano 
presso  a  poco  le  stesse  che  in  Svizzera.  In  Serbia  la  imposta 
militare  {1°  novembre  1886)  colpiva  tra  i  20  e  i  37  anni  ;  era 
proporzionale  a  ilio  delle  imposte  dirette  che  pagava  ciascun 
esentato  o  riformato.  In  Portogallo  {22  settembre  1887Ì  l'im- 
posta militare  colpiva  così  gli  esentati,  come  coloro  che  ottene- 
vano ritardi  nel  servizio  ;  esentava  gli  indigenti  ed  era  stabi- 
lita in  una  quota  fissa. 

In  Francia  la  legge  15  luglio  1889,  che  ha  introdotto  l'impo- 
sta militare,  si  applicava  a  tutti  coloro  che  nor.  prestavano  servi- 
zio militare  effettivo  minimo  di  tre  anni  (riformati,  assegnati  ei 
servizi  ausiliari,  ascritti  alla  2*  categoria  del  contingente,  esen- 
tati quelli  che  lanno  servizio  per  uno  o  du*:"  anni).  Erano  di- 
spensati i  notoriamente  indigenti  e  i  riformati  per  cause  di- 
pendenti dal  servizio.  L'imposta  durava  ló  anni  per  quelli  che 
non  prestavano  servizio,  14  per  i^uelJi  de  prestavano  servizio  di 
j  anno;  13  per  queili  che  prestavano  servizio  di  2  anni.  Vi  era 
nella  imposta  una  parte  fissa  (sei  franchi)  e  una  proporzionale. 
Quest'ultima  era  uguale  all'ammontare  principale  della  im- 
posta personale  e  mobiliare  pagata  dall'individuo  esentato  o 
riformiate.  Però  pagavano  due  terzi  di  questa  imposta  gh  in- 
dividui assoggettati  pei  1.4  anni  e  pagavano  un  terzo  «juelii  che 
erano  assoggettati  per  13  anni,  cioè  che  avevano  fatto  rispetti- 
vamente uno  o  due  anni  di  servizio*. 

Durante  e  do^x^  la  guerra  imposte  militari,  con  carattere 
autonomo  o  in  un  sistema  di  imposte  complementari  sul  red- 
dito (come  in  Italia^  sono  state  proposte  o  attuate  in  quasi 
tutti   i   paesi    bcligerariti . 

*  Sull'imposta  militare  cfr.  l'aiticolo  di  un  ex  in  R.  S.  voi.  I,  pag.  353-38  : 
gli  studi  di  Carlo  F.  Ferraris,  pubblicati  nella  Nuova  Antologia 
15  marzo  1883,  i  febbraio  18^0  e  1  giugno  1897  ,  A.  W  a  gner  :  Die  Wehr- 
steuer  neWHandbuck  der  politischen  Ocì-onomie  di  Schoenberg:Vo- 
cke:  Die  Grundzuge  der  Fùuinzwissenschajt,  Leip/.ig,  1894,  pag.  93-99  i 
Von  Treitschke:  Fu/  inneren  Lage  am  J ahresschlusse  nel  Preussi- 
schc  Jah/bucker,  dicembre  1889;  ecc.  Una  completa  bibliografia  si  trova 
negli  articoli  del  Ferraris.  In  senso  contrario  si  veda  sopra  tutto 
Schaeffle:  Die  Grundsatze  der  SteuerpolUik ,  Tubingen,  1880,  pag. 
497-503. 


682  Scienza  delle  finanze  [libro  ii. 

II.  Imposte  limitative  o  compensative. 
195.  Come  VI  sono  paesi  importatori  ed  esportatori  di 
merci,  vi  seno  paesi  im. portatori  di  nomini.  In  Europa  è  nella 
prima  cates^oria  la  Francia,  limitatamente  la  Svizzera  e  qual- 
che altro  paese  :  sono  stati  esportatori  di  uomini  l'Inghilterra,  la 
Germania,  l'Austria,  sopra  tutto  i  Paesi  scandinavi  e  l'Italia. 
L'Italia  e  il  Belgio  davano  prima  della  guerra  una  forma  di 
entigrazione  speciale,  l'emigrazione  temporanea  composta  di 
persone  che  vanno  in  una  parte  dell'anno  a  lavorare  all'estero 
e  poi  ritornano  in  patria.  Ora  i  paesi  che  sono  poco  densi  o  che 
hanno  per  alcuni  lavori  bisogno  di  mano  d'opera  poco  costosa, 
tiaggono  grandissimo  vantaggio  dalla  mano  d'opera  straniera. 
Quando  dunque  adottano  imposte  basate  sulla  diffidenza,  su 
idee  a,ssuide  di  protezione  del  lavorg  nazionale,  essi  rinunziano 
spontaneamente  a  un  benefizio  grandissimo.  Nondimeno,  in 
qualche  caso,  im^poste  specia,U  sugli  stranieri  possono  essere 
giustificate. 

Gli  stranieri  non  sono  sottom.essi  a  molti  d'agli  obblighi  che 
gravano  i  cittadini  di  una  nazione,  viceversa  risentono  i  van- 
taggi dell'azione  dello  Stato.  Così  alcuni  paesi  colpiscono  il 
commxrcio  am.bulante  esercitato  dagli  stranieri  (e  fin  qui  nulla 
vi  è  da  obbiettare)  ;  altri  richiedono  una  piccola  imposta  agh 
stranieri  che  si  stabiliscono.  Queste  imposte,  quando  sono  te- 
nuissime,  quando  non  sono  basate  sulia  diffidenza  e  sulla  avver- 
sione, possono  in  qualche  caso  essere  giustificate.  La  Francia  è 
il  paesie  di  Europa  con  maggior  numero  di  stranieri  :  sono  oltre 
i  milione,  e  sono  molti  appunto,  perchè  la  Francia  ha  una 
debole  natalità,  un  grande  territorio  e  una  notevole  ricchezza. 
E  rappresentano,  trattandosi  di  una  popò  azione  giovane  e 
adulta,  una  grande  forza  di  produzione.  INei  paesi  molto  densi, 
come  l'Italia,  gli  stranieri  sono  viceversa  pochissimi  :  erano 
65  mila  o  presso  a  poco  nel  censim.ento  del  igoi.  In  Francia  sono 
state  presentate  molte  proposte  per  colpire  gli  operai  stranieri 
con  imposte  speciali:  si  tratta  di  una  protezione  del  lavoro  na- 
zionale un  pò  arbitraria  e  assurda  e  che  sarebbe  dannosissima 
alla,  stessa  Francia.  Gli  Stati  Uniti  di  America  fanno  pagare  una 
piccola  tassa  a  tutti  gh  immigranti;  ma  ora  hanno  limitata  ri- 
gidamente l'immigrazione. 


CAP.    XXIV.]  IMPOSTE    LIMITATIVE    O    COMPENSATIVE  6S3 

Molti  pp.esi  però  hanno  imposte  speciali  sui  commessi  viag- 
giatori esteri,  che  sono  ima  estensione  legittima  delle  loro  leggi 
sui  profìtti  dell'  ndustria.  Alcuni  stati  preferiscono  una  com- 
pleta libertà,  non  chiedono  ai  viaggiatori  di  commercio  né  carte 
speciah.  ne  imposte,  né  qualsiasi  formalità.  Così  fanno  l'Inghil- 
terra e  l'Italia  ed  é  forse  ii  meglio  che  si  possa.  Altri  stati  chie- 
dono un  permesso  di  circolazione  che  è  sottomesso  a  una  Lassa  : 
cosi  la  Svizzera,  la  Geixnania,  1'  Austria  Ungheria  ecc.  Vi  sono 
poi  alcuni  stati  che  richiedono  i  diritti  di  patente  ;  il  Belgio 
20  franchi,  la  Danimarca  t6o  corone,  l'Olanda  15  fiorini,  la 
Svezia  100  corone  a!  mese,  ecc. 

Alcuni  paesi  hanno  anche  speciali  imposte  su  enti  o  congre- 
gazioni religiose.  In  quasi  tutti  i  paesi  lo  Stato  assoggetta  la 
Chiesa  al  diritto  tributario  comune  e  il  pyivilegium  immunita- 
tis  di  un  tempo  tend'^  quasi  dovunque  a  scomparire.  Ma  vi  sono 
alcuni  paesi  che  hanno  imposte  e  tasse  speciali  con  cui  colpi- 
scono la  Chiesa  o  le  chiese.  Taie  è  in  Francia  il  droit  d'accrots- 
semcnt. 

In  alcuni  paesi  lo  Stato  ha  speciali  imposte  o  tasse  che  gra- 
vano sa  Chiesa  o  gli  ascritti  a  una  determinata  confessione  : 
ma  non  hanno  carattere  fiscale  e  sono  dirette  a  benefizio  della 
Chiesa  stessa.  Sono  quote  di  concorso,  contribuzioni  dovute  dai 
fedeli   o   da   enti   ecclesiastici  *. 

HI.  Le  imposte  suntuarie. 

iq6.  Le  imposte  che  colpiscono  il  lusso  in  tutte  le  sue 
manifestazioni  hanno  avuto  una  parte  notevole  negli  ordina- 
menti portici  dei  passato.  Le  ritennero  poderoso  stromento  fli 
riforma  ;  furono  sfruttante  dalle  vecchie  democrazie.  La  que- 
stione delle  impo-^te  suntuarie  ha  appassionato  un  tempo  ;  ora 
è  quasi  indifferente.  Le  stesse  scuole  socialistiche  tendono  ora 
a  colpire  le  fonti  del  reddito  privato,  della  ncchezza,  non  le 
manifestazioni  sue.  Le  imposte  sul  lusso  per  impedire  il  lusso 
o  per  correggerlo,   rassomigliano  a  quei  rimedi  empirici  che 

*  Erano  molto  in  uso  in  Germania;  anche  in  Austria  vi  è  il  Religtonsfond- 
sbeitmg.  In  Italia  in  forza  di  antiche  leggi  non  mancano  esempi  di  queste 
imposte  speciali.  Cfr.  l'interessantissimo  studio  diF.  Ruffini:L«  quota 
di  concorso,  Milano,   1904. 


684  SCIENZA  DKLLE  FINANZE  [LIBRO  II, 

cercano  combattere  le  manifestazioni  dolorose,  non  le  cause  del 
maje.  Le  imposte  suntuarie  sono  non  solo  inutili,  ma  estrema- 
mente vessatorie  :  poiché  loro  requisito  essenziale  è  una  certa 
tendenza  inquisitoria.  Le  vecchie  democrazie  credevano  spesso 
di  correggere  i  costumi  e  mitigare  le  diftercnze  di  condizioni, 
colpendo  aspramente  con  la  im. posta  alcune  n:  anifestazioni  più 
dannose  del  lusso,  o  a  dirittura  colpendole  quasi  tutte  *. 

Ma  che  cosa  è  il  lusso  ?  La  vecchia  questione,  che  ha  fatto 
scrivere  utilmente  o  inutilmente  tanti  volumi,  è  lungi  dall'es- 
ser  risoluta.  Molte  cose  che  ora  appaiono  come  indispensabili 
alla  vita  parcano  un  tempo  lusso  rfrenato.  11  lusso  ,  è  ':tato  detto, 
•consiste  in  quella  parte  del  superduo  che  sorpassa  ciò  che  la 
generalità  degli  abitanti  di  un  paese,  in  un  tempo  determinato, 
considera  come  essenziale,  non  soltanto  ai  bisogni  della  esi- 
stenza,, ma  anche  alla  decenza  e  al  godimento  della  vita.  Anche 
accettando  questa  definizione,  noi  dobbiamo  ricordare  come  ogni 
criterio  su  questo  argomento  sia  del  tutto  relativo  e  mutevole. 
Molte  cose  che  ora  sembrano  indispensabili  alla  vita  erano 
qualche  tempo  fa  oggetto  di  lusso  :  si  può  dire  che  la  civiltà 
allontani  sempre  più  ciò  che  costituiva  la  barriera  del  lusso. 
Che  cosa  intanto  chiamiamo  oggetti  di  lusso  ?  Quelli  che  hanno 
un  prezzo  molto  elevato  e  che  quindi  sono  alla  portata  di  poche 
persone.  Ma  di  ogni  cosa  in  principio  è  accaduto  che  sia  stata 
considerata  come  oggetto  di  lusso.  In  una  società  di  trogloditi 
la  casa  sarebbe  un  lusso  ;  la  camicia,  il  fazzoletto  da  naso,  sono 
stati  oggetti  di  lusso,  in  principio,  nserbati  ai  re  e  ai  prindpi  •'•. 

Gli  studiosi  s'ono  lungi  dall'avere  per  il  lusso  la  compiacente 
am.mirazione  degli   uomini   volgari.   Le  società  m.odorne.   non 


*  Su  questa  materia,  così  studiata  da  storici,  economisti  e  filosofi  cfr. 
sopra  tutto  Roscher:  Ueher  den  Luxua  1843;  Cunningham: 
op.  cii.  voi. 'II,  pag.  230,  338  e  le  notissime  opere  di  B  a  u  d  r  i  11  a  r  t,  L  a- 
V  e  1  e  y  e,  Rogers.  .eco  Interessanti  e  acute  sono  le  osservazioni  di 
Proudhon  sulla  inutilità  delle  imposte  suntuarie. 

t  Quando  Lucullo  introdusse  il  ciliegio,  l'umile  frutto  era  riservato  ai 
ricchi  :  persino  la  patata  è  stata  un  lusso,  al  momento  della  sua  intiodu- 
rionc.  E  lo  zucchero,  il  caffè,  il  thè,  le  bevande  spiritose,  per  non  citare  che 
alcum  esempi  a  caso,  sono  stati  oggett'  di  grande  lusso  :  e  ora  entrano  in 
proporzioni  maggior-  o  minori  nelle  più  umili  famiglie  di  lavoratori.  Tutti 


CAP.  XXIV.]  LE  IMPOSTE  SUNTUARIE  685 

ostante  lo  sviluppo  della  loro  ricchezza,  sono  ancora  assai  po- 
vere perchè  ogni  dispersione  debba  essere  incoraggiata.  11  pub- 
blico è  disposto  a  considerare  le  persone  che  spendono  come 
persone  che  fanno  lavorare  e  le  persone  parsimoniose,  che  ri- 
sparmiano e  aumentano  il  loro  reddito,  come  persone  che  non 
giovano  ad  alcuno.  In  realtà,  chi  risparmia  e  capitalizza  agisce 
nello  stesso  modo  di  chi  spende  largamente,  aumenta  la  do- 
manda di  lavoro  ;  ma,  mentre  chi  sciupa  fa  lavorare  al  suo  ser- 
vizio dei  cucinieri,  dei  sarti,  dei  giardinieri,  degli  staffieri,  ecc  . 
chi  risparmia  e  capitalizza,  se  migliora  le  sue  terre,  o  fabbrica 
case,  o  anche  compra  titoli  di  ferrovie,  di  società  industriali, 
ecc.  fa  lavorare  contadini,  muratori  operai  delle  miniere  ecc. 
Chi  risparmia  e  capitalizza  non  solo  non  riduce  la  domanda  di 
lavoro,  ma  sotto  certi  aspetti  provvede  a  preparare  con  il  ri- 
sparmio quelle  derrate  che  servono  al  consumo  degli  operai, 
intenti  alla  produzione.  Onde  la  simpatia  che  ha  spesso  il  pub- 
blico per  chi  spende  largamente,  per  chi  sciupa,  è  del  tutto 
irrazionale.  Tutto  ciò  è  evidente  :  ma  vale  la  pena  di  fare  leggi 
che  impediscano  di  spendere  largamente  e  di  spender  male  ? 
Quando  ciò  non  è  assurdo,  è  inutile. 

,  Caratteristica  delle  leggi  suntuarie,  è  l'idea  di  proibire  o  limi- 
tare alcuni  consumi  o  alcune  abitudini  :  ora  leggi  suntuarie  non 
vi  sono  più.  Vi  sono  spesso  imposte  sugli  automobili,  sui  ca- 
valli, sulle  vetture,  sui  domestici,  sulle  biciclette,  sui  bigliardi, 
sui  pianoforti,  ecc.,  ma  nessun  legislatore  pensa  che  l'imposta 
deva  ridurre  il  consumo  di  tali  cose.  Sono  semplici  imposte  di 
consumo  :  solo,  data  la  natura  degli  oggetti  che  colpiscono,  sono 

i  bisogni  più  elevati  nascono  in  una  piccola  minoranza  e  poi  si  diffondono  , 
tutti  i  consumi  nuovi  sono  riserbati  in  principio  a  pochissimi  e  nessuno 
con  leggi  d'imposta  assurde  può  interdirli  Le  biciclette,  prima  di  essere 
un  mezzo  di  locomozione,  sono  state  un  oggetto  di  lusso,  domani  gli  auto- 
mobili saranno  un  mezzo  di  trasporto  a  buon  mercato,  mentre  sono  sorti 
come  oggetti  di  lusso.  Il  lusso  non  è  daimoso,  se  non  in  quanto  degenera 
in  prodigalità,  quando  non  soddisfa  che  a  bisogni  di  ordine  inferiore  di 
vanità  e  di  orgoglio.  E  il  lusso  riprovevole  non  è  solo  degli  uomini  ricchi  : 
ma  qualche  volta  anche  dei  meno  ricchi.  L'aleooUsmo,  quando  non  è  una 
trista  conseguenza  del  debole  nutrimento  e  dell'intenso  lavoro,  è  una  lorma 
di  lusso  volgare  non  però  meno  dannosa  alla  società  che  non  sia  il  cattivo 
lusso  dei  r:cchi. 


686  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  li. 

di  riscossione  immediata  e  in  generale,  trattandosi  di  cose  il 
cui  godimento  è  durevole,  si  ripetono  per  tutta  la  durata  del- 
l'oggetto. In  generale,  queste  imposte  hanno  un  valore  assai 
mediocre  e  sono  abbandonate  agli  enti  locali  *. 

Durante  e  dopo  la  guerra  è  stata  una  vera  pioggia  di  imposte 
suntuarie  :  messe  un  poco  a  caso,  senza  criterio,  o  anche  con 
il  solo  criterio  di  procurarsi  delle  entrate.  In  alcuni  paesi  sono 
stati  colpiti  un  poco  tutti  gli  oggetti  di  lusso,  le  vendite,  il 
consumo  di  ogni  merce  considerata  come  capace  di  esser  sog- 
getta a  imposizione.  L'elenco  di  queste  imposte  sarebbe  in- 
terminabile. Non  vi  è  stato  l'idea  di  mettere  imposte  suntuarie; 
ma  di  ricavare  comunque  delle  entrate.  Si  sono  prese  tutte  le 
entrate  che  era  possibile  ricavare. 

Nei  vecchi  stati  vi  erano  imposte  suntuarie  numerose  :  spesso, 
come  nelle  città  del  medio  evo,  quando  il  popolo  andava  al 
governo,  colpiva  aspramente  tutte  le  manifestazioni  del  lusso. 
Ciò  accendeva  gli  odi,  moderava  forse,  almeno  in  apparenza,  al- 
cuni stridenti  contrasti,  ma  non  risolveva  nulla.  Le  imposte 
suntuarie  sono  nello  stesso  tempo  molto  vessatorie  e  poco  reddi- 
tizie. Ve  ne  sono  state  in  passato  in  gran  numero,  e  Roscher  ne 
enumera  di  ogni  genere.  Si  sono  colpite  per  gran  tempo  tutte  le 
manifestazioni  del  lusso,  anche  quelle  che  ora  tra  noi  hanno 
perduto  tale  carattere,  anzi  rappresentano  soddisfazioni  di 
bisogni    essenziali. 

Qualche  volta  erano  i  sovrani  che  credevano  impedire  spese 
inutili  e  domare  l'orgoglio  dei  sudditi  ;  più  spesso  erano  le  de- 
mocrazie gelose,  che  pretendevano  -  ristabilire  l'uguaglianza. 
Allo  stesso  modo  che  un  medico  pretendesse  di  ricondurre  un 
malato  di  febbre  allo  stato  normale,  mettendolo  in  un  am- 
biente freddo  e  non  già  curando  il  male,  le  imposte  suntuarie 
pretendono  curare  il  fatto  esteriore,  non  la  causa  f. 

*  L'Inghilterra  ha  avuto  anche  nel  1794  (e  l'ha  conservata  fino  al  1870) 
una  imposta  sulla  cipria  Quando  i  servitori  deUe  famiglie  eleganti  inci- 
priavano le  parrucche,  rendeva  qualche  cosa  ;  ma  con  quanto  fastidio  si 


p  uo    immagmare 


t  Grandissimo  sviluppo  ebbe  ia  legislazione  suntuaria  in  Inghilterra, 
dove  ancora  adesso  larghe  tracce  rimangono  nella  legislazione  vigente, 
Notevole  numero  di  scrittori,  ti  a  cui  sopra  tutto  Gunningham  e  Rogers, 


CAP.   XXIV.J  LE  IMPOSTE   STRAORDINARIE  687 

IV.  Le   imposte   straordinarie. 

197,  Durante  e  dopo  la  guerra  europea  la  enormità  delle 
spese  e  la  enormità  dei  debiti,  per  cui  occorreva  ai  paesi  vari 
mettere  almeno  tante  imposte  quante  assicurassero  le  spese 
ordinarie  e  gl'interessi  dei  debiti  (scopo  raggiunto  dopo  cinque 
anni  dal'a  fine» della  guerra  solo  dalia  Gran  Brettagna,  che  si 
è  imposti  i  più  grandi  sacrifizi  e  ha  dato  prova  della  più  grand,e 
serietà)  ha  spinto  la  intelligenza  dei  finanzieri  veri  e  la  fantasia 
dei  finanzieri  non  veri,  questi  ultimi  spesso  assai  più  numerosi, 
ad  applicare  le  imposte  più  diverse  con  carattere  di  provviso- 
rietà. 

Dopo  esser  ricorsi  il  più  largamente  possibile  ai  prestiti 
e  alla  carta  moneta  è  stato  necessario,  anche  per  i  paesi  meno 
previdenti,  aumentare  straordinariamente  tutte  le  imposte 
esistenti  e  creare  imposte  nuove. 

Vi  sono  state  anche  speciali  imf)oste  determinate  dalla  si- 
tuazione in  seguito  alla  guerra. 

Oitre  dunque  ad  aumenti  dichiarati  temporanei  delle  im- 
poste esistenti,  vi  sono  state  imposte  sul  capitale,  in  cui  il  ca- 
pitale è  stato  obbligato  a  contribuire  una  volta  tanto  e  tutti 
i  possidenti  a  dare  una  quota  parte  del  loro  patrimonio,  per  lo 


ne  hanno  ampiamente  latta  la  storia  :  una  legge  riguardava  il  cibo  :  lo  sta- 
tuto De  cibariis  utendis  restringeva  i  pasti  di  tutte  le  classi  a  due  portate, 
con  una  straordinaria  per  i  giorni  festivi.  Questa  legge  passò  il  1356  quando 
Eduardo  III  aveva  bisogno  di  fondi  per  la  guerra  A  lui  pareva  di  mettere 
cosi  treno  alle  stravaganze  dei  popolo  che  si  trovava  impreparato  alle  lotte. 
Nel  1363  una  legge  suntuaria  inglese  riguardante  i  vestiti  destinava  ad 
ogni  classe  le  stoffe  da  usare  Per  esempio  tutti  coloro  clie  non  possedevano 
40  sterline  non  potevano  portare  panno,  ma  stoffe  di  lino  ;  nelle  classi  più 
elevate  il  panno  si  doveva  pure  portare  più  fino,  secondo  i  gradi  ;  e  i  mer- 
canti erano  obbligati  d;  venderne  per  tutti  i  gradi.  Una  classe  limitatissima 
poteva  concedersi  il  lusso  di  vestir  di  seta  e  portare  gioielli  e  pellicce  ve- 
nuti dall'estero.  Ma  come  questa  importazione  nuoceva  aUa  ricchezza  in- 
terna del  paese,  favorendo  i  paesi  stranieri,  provocò  nel  1436  la  proibizione 
dell'importazione  di  merci  estere  ;  e  le  restrizioni  divennero  anche  mag- 
giori. Solo  coloro  che  avevano  il  titolo  di  kntght  potevano  usare  ermellino, 
velluto,  raso.  Aicune  imposte  suntuarie  in  Germania  erano  veramente  stra- 
vaganti e  Roscher  ne  rifensce  moltissime,  che  ora  paiono  quasi  incredibili. 
Anche  nei  vecchi  municip'  italiani  le  imposte  suntuarie  erano  diffusissime  : 
e  vi  sono  negli  antichi  statuti  tracce  larghissime  di  esse. 


688  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    II. 

più  nella  forma  di  pagamenti  in  grosse  rate  di  cinque  o  dieci 
anni.  Vi  sono  state  imposte  sugli  aumenti  di  patiimonio,  per 
colpire  sopra  tutto  i  patrimoni  formatosi  durante  e  per  causa, 
della  guerra  :  e  imposte  smì  sovrapro  fitti  di  innerva,  cioè  sui  red- 
diti eccezionali  creati  durante  la  guerra.  Queste  imposte  in 
gran  parte  giuste  sono  state  però  spesso  applicate  senza  cri- 
terio e  molto  disordinatamente.  Ma  in  tempo  di  guerra  e  dopo 
grandi  guerre  è  difficile  fare  una  buona  finanza. 

NOTA 

Se  è  difficile  dopo  la  guerra  a  ogni  paese  faie  una  buona  finanza  è  però- 
difficile  fare  una  finanzvi  più  dannosa  e  più  distruttrice  di  ricchezza  di  quella 
che  è  stata  fatta  in  Italia  con  le  leggi  sull'avocazione  allo  Stato  dei  pro- 
fitti di  guerra  {24  settembre  1920) ,  sulla  modifica  alle  tasse  di  registro  e 
di  successione  (24  settembre  1921) ,  sui  dividendi  delie  società  anonime 
(regi  decreti  24  novembre  1919  e  22  aprile  1920)  ;  sulìa  conversione  in  no- 
minativi dei  titoli  al  portatore  (legge  24  settembre  1920;  r  sulle  automobili 
(legge  8  gennaio  1920)  ;  ecc. 

Nessun  paese  presenta  forse  l'esempio  di  un  insieme  di  provvedimenti 
finanziari  così  demagogici,  cosi  disordinati  così  diretti  a  sconvolgere  e  ad 
distruggere  la  pubblica  ricchezza. 

Le  industrie  itaìiane  dopo  la  guerra  aveano  bisogno  di  calma,  di  ordine 
bisognava  turbarle  il  meno  possibile.  Tutti  i  provvedimenti  adottati  nel 
secondo  semestre  dei  1920  e  ne;  primo  semestre  del  1921  sembrano  diretti 
non  già  a  produrre  redditi  allò  Stato,  ma  a  disordinare  la  produzione. 

Unico  paese  al  mondo  fra  tutti  :  paesi  usciti  dalla  guerra  l'Italia  faceva, 
quando  maggiore  ora  il  bisogno  di  calma,  una  inchiesta  parlamentare  sulle 
spese  di  guerra  (legge  18  luglio  iQ20i.  Tutte  le  grandi  industrie  italiane 
venivano  sottomesse  a  inchiesta  :  quasi  tutte  infatti  erano  state  fornitrici 
delio  Stato  durante  la  guerra  ed  erano  state  stimolate  a  produrre  anche 
con  criteri  non  economici.  Nei  paesi  latini  le  inchieste  sono  fatte  assai  spesso 
solo  a  scopo  di  intimorire  gli  avversari  o  di  usare  vendette  pubbiiche. 

Questa  inchiesta  in  Italia  era  tanto  più  assur^lu  in  quanto  la  legse  sul- 
l'avocazione dei  profitti  di  guerra  disponeva  che  tutti  i  profitti  realizzati 
in  guerra  oitre  un  saggio  medio  assai  basso,  dato  il  deprezzamento  della 
moneta,  dovessero  essere  versati  allo  Stato  Questa  legge  era  insieme  stu- 
pida e  disonesta  ;  se  v  erano  stati  indJstriali  voraci  e  disonesti  era  anche 
vero  che  solo  gli  ultimi  detentori  delle  azioni  venivano  colpiti  e  spesso  i.a 
forma  fatale,  perchè  i  benefìzi  erano  stati  investiti  negli  impianti  stessi 
delle  aziende.  L'Italia  mancò  in  quest-a  occasione  ai  suoi  solenni  impegni 
e  introdusse  co7i  carattere  retroattivo  provvedimenti  che  negavano  quanto 
era  diventato  obbligo. 

La  legge  sulla  nominatività  dei  titoli  è  stata  infine  la  più  grande  assurdità 
che  ricordi  la  storia  finanziaria  dei  tempi  moderni  e  solo  la  estrema  igno- 


CAP.    XXIV.]  LE    IMPOSTE   STRAORDINARIE  689 

raiiza  dei  fenomeni  economici  e  finanziari  ha  potuto  consentire  ciò  che  ogni 
altro  paese  avrebbe  considerato  come  l'inutUe  rovina.  Anche  paesi  che 
aveano  da  gran  tempo  la  nominatività  dei  titoli  aveaiio  dovuto  o  abolirla 
o  ridurla  al  minuno  (come  la  Gran  Brettagna).  L'Italia  quando  avea  biso- 
gno di  credito  e  le  sue  industrie,  per  effetto  della  crise  generale  e  del  mer- 
cato e  della  rovina  determinata  dalle  disposizioni  sull'avocazione  dei  profitti 
di  guerra,  pericolavano,  introduceva  la  nominatività  obbligatoria  ! 

I  provvedimenti  adottati  durante  l'esercizio  finanziario  1920-21  sono 
stati  la  notte  di  San  Bartolomeo  della  ricchezza  nazionale  e  per  fortuna 
i  governi  seguenti  non  li  hanno  applicati  che  in  parte,  o  non  li  hanno  ap- 
plicati di  fatto   o  li  hanno  aboliti,  come  l'assurda  nominatività. 

L'inchiesta  sulla  guerra  non  ha  portato  nessun  benefizio  all'erario  dello 
Stato  e  molto  danno  alle  industrie. 

Ha  però  provato  che  non  è  vero  che  il  disordine  e  la  scorrettez^-a  e  la 
poca  attitudine  siano  maggior  nelle  imprese  di  Stato,  che  nelle  imprese 
private.  Le  più  grandi  dispersioni  di  ricchezza,  le  più  grandi  appropii azioni 
illecite,  sono  state  compiute  proprio  da  quei  finanzieri  e  da  quei  banchieri 
che  per  mezzo  dei  loro  g  ornali  e  dei  loro  scrittori  più  gridano  contro  lo 
Stato,  più  vilipendono  la  burocrazia  e  p'ù  insultano  le  idee  di  coopcrazione 
e  di  previden;.a  sociale. 


LIBRO   III. 

LE    ENTRATE    STRAORDINARIE 
DELLO   STATO 


Le  entrate  straordinarie  minori. 

198.  Abbiamo  parlato  finóra  delle  entrate  ordinarie,  le 
quali  ricorrono  periodicamente  e  servono  appunto  a  provvedere 
alle  spese  ordinarie,  cioè  che  corrispondono  a  bisogni  di  natura 
permanente.  Ma  vi  sono  spese  straordinarie,  le  quali  non  si 
ripetono  a  periodi  fissi,  o  non  si  ripetono  addirittura  :  la  co- 
struzione di  una  strada  ferrata,  una  guerra  o  una  indennità  di 
guerra  da  pagare,  sono  cose  di  loro  natura  accidentali.  In  ogni 
tempo  lo  Stato  ha  dovuto  provvedere  ai  bisogni  di  guerra  e  ha 
provveduto  con  entrate  straordinarie;  alienazione  di  beni,  ac- 
censione di  debiti,  tesoro  di  guerra,  ecc. 

Le  entrate  straordinarie  dello  Stato  sono  di  natura  assai 
difierente,  ma  possono  raggrupparsi  dintorno  ad  alcune  forme 
principali,  ecc.  :  i  alienazione  del  demanio  fiscale  :  2  ricorso  al 
tesoro  pubblico,  uso  temporaneo  delle  riserve  del  tesoro  o 
delle  banche  di  emissione  :  3  prelevazione  di  imposte  straor- 
dinarie :  4  dichiarazione  del  corso  forzato  ;  5  accensione  di  de- 
biti. Così  i  privati,  i  quali  abbiano  bisogno  di  provvedere  con 
spese  straordinarie  a  straordinarie  contingenze,  possono  o 
ricorrere  ad  economie  messe  da  parte,  o  vendere  dei  beni,  o 
accendere  debiti.  Lo  Stato,  a  differenza  dei  privati,  ha  ancora 
qualche  altra  risorsa  :  può  dichiarare  il  corso  forzato  e  può  pre- 
levare imposte   straordinarie. 

199.  \.' alienazione  dei  beni  demaniali  è  stata  per  assai 
tempo  una  fonte  assai  grande  di  entrate  straordinarie.  L'accre- 
scimento della  popolazione  e  il  passaggio  dalla  cultura  esten- 

Nitti.  45 


694  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  HI. 

si  va  alla  intensiva  hanno  in  passato  non  poco  contribuito  a 
spingere  gli  stati  verso  la  vendita  dei  demani  boschivi  e  agri- 
coli ;  parca  anzi  buona  norma  vendere.  I  soliti  aforismi  della 
saggezza  comune,  affermavano  che  lo  Stato  è  sempre  un  cattivo 
amministratore  ;  che  migliore  e  più  prudente  cosa  è  alienare  il 
demanio  fiscale  ;  ecc.  Spesso  in  alcuni  paesi  .si  è  venduto  con  una 
larghez7a  estrema  :  demanio  boschivo,  demanio  minerario  sono 
stati  venduti  assai  frequentemente  a  condizioni  molto  svantag- 
giose. Solo  qualche  i:)aese,  con  suo  grande  benefizio,  è  sfuggito  a 
questa  tendenza.  Cosi  la  Prussia,  che  ha  il  più  grande  dema.nit) 
fondiario,  minerario  e  industriale  di  Europa  e  h^  saputo  con 
mirabile    persistenza   non   s'^lo   consei*varlo,   ma  accrescerlo. 

Invece,  ridotto  quasi  dovunque  presso  che  a  nulla  il  demanio 
agricolo,  è  penetrata  la  convinzione  che  sia  utile  conservare 
piuttosto  che  alienare  il  solo  demanio  boschivo  :  le  entrate  de- 
rivanti da  alienazione  del  demanio  fiscale  sono  però  general- 
mente assai  poca  cosa.  Solo  le  alienazioni  del  demanio  indu- 
striale, sopra  tutto  delle  ferrovie,  possono  costituire  grandi 
entrate.  Ma  in  lealtà  esiste  o  esisteva  una  tendenza  opposta  ; 
quella  cioè  da  parte  deilo  Stato  di  riscattare  piuttosto  che  di 
vendere.  Sono  solo  paesi  poveri  o  decadenti  che  vend'jno  iJ 
loro  patrinuniio  in  momenti  di  grandi  necessità  o  di  gravissime 
strettezze.  Negli  ulrimi  venti  anni  molti  stati  hanno  ri icatta+o 
in  tutto  o  in  parte  le  ferrovie.  Poiché  la  pcpolazione  cresce  rapi- 
damente, gli  scambi  aumentano  e  si  svolgono  con  ampiezza 
assai  più  grande  che  in  passato,  si  può  prevedere  che  in  .av- 
venire le  ferrovie  saranno  grandemente  fruttìfere  e  che  il  ca- 
pitale investito  in  esse  avrà  ogni  giorno  un  rendimento  mag- 
giore. Sopra  tutto,  ciò  accadrà  nei  paesi  di  grande  transito  : 
accadrà  in  forma  minore  in  ?,lcuiii  paesi  come  l' Italia,  i  quali 
per  la  loro  forma  geografica,  hanno  lunghe  linee  trasversali,  e 
non  sono  quasi  affatto  ne  saranno  mai  paesi  di  grande  tran- 
sito. 

In  generale  uno  Stato  che  è  in  buone  condizioni  non  aliena 
il  suo  demanio  :  viceversa,  se  è  in  cattive  condizioni  o  non  pio- 
spere,  lo  aliena  sempre  nella  forrna  più  svantaggiosa.  Sopra 
tutto  l'offerta  di  grandi  masse  di  beni  immobili,  quando  il  prezzo 
del  danaro  è  alto,  non  fa  che  determinare  un  peggioramento  nella 


CAP.    l]  li-    TESORO    DI    GUERRA  695 

situazione  dei  proprietari  fondiari  senza  benefìzio  molto  grande 
da   parte  dello  Stato  *. 

Ma  vendere  le  ferrovie,  o  i  telegrafi,  o  cedere  a  dirittura  1'^ 
riscossioni  doganali,  è  procedimento  da  stati  in  cond-zioni  tri- 
stissime. Come  abbiamo  detto,  nei  paes-  moderni  vi  è  da  parte 
dello  Stato  assai  più  tendenza  a  ri-scattare  le  linee  ferroviarie  e 
le  linee  telegrafiche  e  in  genera-e  tutti  i  grandi  mezzi  di  comuni- 
cazione e  di  trasporto,   che  non  a  venderli. 

In  qualche  paese,  dopo  la  gueira,  si  è  manifestata  una  ten- 
denza  ad    alienare   rapidamente,    spesso   disordinatamente   il 
dem.anio  fi5:cale    le  ferrovie  e  a  rinunziare  all'e?:ercizio  di  al- 
cuni servizi  pubblici.  In  questo  stato  d'anin^o  è  una  reazione 
contro  le  esagerazioni  della  burocrazia  ;  vi  è  la  preoccupazione 
di  ricavare  con^.unque  delle  entrate  e  vi  sono  soprattutto  ten- 
denze capitalistiche  di    appropriazione  e  di   accaparramento. 
Is;el  passato,  quando  l'uso  dei  prer.titi  pubbL'ci  non  era  molto 
diffuso  (e  non  poteva  essere)  e  d'altra  parte  vi  erano  guerre 
frequentissime,    si    usava   avere    un    grande   tesoro   pubblico. 
Oramai  il   tesoro  pubblico  negli  stati  moderni  non  ha  impor- 
tanza militare  e  non  serve  che  per  i  bisogni  della  circolazione 
e  anche  là  dove,  (come  negli  Stati  Uniti  di  America)  ha  una 
grande  importanza,  non  é  costituite  mai  per  scopi  di  guerra. 
Le  guerre  nei  tempi  m.oderni  non  costano  già  diecine  e  centi- 
naia di  milioni  :  ma  centinaia  di  miliardi  di  lire.  Non  sarebbe 
possibile  a  nespun  paese  di  sottraiTe  matis-e  monetarie  enonri 
dalla  circolazione^  aspettando  guerre  che  ]:)ossono  non  avve- 
nire e  nei  tempi  moderni  diventano  più  rare  e  in  ogni  modo 
qualunque  tesoro  di   guerra  non  ha  alcuna  importanza  agli 
effetti  delia  guerra  e  delle  azioni  mihtari. 

La  Germania  soltanto,  prima  delia  guerra  del   1014-18  se- 


*  In  Italia  dal  1860  a  oggi  lo  Stato  ha  ricavato  oltre  i  miliardo  della 
vendita  dei  beni  demaniali  e  dei  beni  ecclesiastici.  La  maggior  parte  d:  essi 
era  nell'Italia  meridionale.  Il  così  detto  demanio  antùo,  formato  da  terre 
pubbliche  in  grandissima  parte,  terre  che  lo  Stato  per  nuove  leggi  (21  ago- 
sto 1862)  o  per  applicazione  di  vecchie  metteva  in  vendita,  era  quasi  tutto 
nell  Italia  meridionale  e  in  Sicilia  :  in  poca  parte  in  Sardegna  per  beni 
exademprivili.  in  Toscana  per  beni  di  Masemnidi.  I  beni  ecclesiastici  a  loro 
volta  eiano  in  assai  maggior  misura  nell'Italia  meridionale. 


696  SCIENZA  DELLE   FINANZE  [lIP.RO  IH.. 

gnendo  un'antica  tradizione,  nella  torre  di  Spandau,  conservava 
un  tesoro  di  guerra  {Kriessschùtz).  In  quella  storica  torre  si 
custodivano  infatti  circa  150  milioni  in  moneta  metallica 
e  parecchie  centinaia  di  milioni  in  valori  e  titoli  facilmente 
realizzabili  *. 

Se  come  dice  Machiavelli  l'oro  è  il  nerbo  delle  guerre,  ciò 
va  inteso  nel  senso  di  disponibilità  di  ricchezze.  Ma  il  vero 
tesoro  di  guerra  è  una  istituzione  arcaica,  che  alla  Germania 
non  è  servita  a  nulla  e  che  ora  nessun  paese  si  prenderà  la  pena 
di    rinnovare. 

A  parte  il  Tesoro  dello  Stato,  che  serv^e  per  le  esigenze  or- 
dinarie e  della  circolazione,  tutte  le  banche  di  emissione  hanno 
o  avevano  grandi  riserve  metalliche,  che  sorpassano  spesso 
due  o  tre  miliardi.  Senza  accantonare  inutilmente  in  tempi 
ordinari  masse  ingenti  di  ricchezza,  (jiieste  riserve  sono  in 
tempo  di  guerra  il  tesoro  più  largo  e  di  più  facile  uso.  Dopo  la 
guerra  gran  parte  dell'oro  dell'Europa  si  è  trasferito  in  Anicrica. 

E  ciò  senza  tener  conto  delie  riserve  del  tesoro  dello  Stato. 
Ora  per  entrare  in  campagna  nulla  è  più  facile  a  uno  Stato,  in 
condizioni  prospere,  che  valersi  delle  riserve  del  tesoro  e  delle 
riserve  bancarie,  tranne  poi  a  reintegrarle  a  guerra  finita: 
Wagner  cercava  spiegare  l'esistenza  del  tesoro  di  guerra  in 
Germania  con  la  conformazione  geografica  di  quel  paese  ; 
ma  la  vera  spiegazione  non  era  se  non  nella  tradizione,  che  in 
certi  casi  ha  una  importanza  decisiva. 

La  Francia  nel  1814,  dopo  aver  disordinata  e  dominata 
con  Napoleone  tutta  l'Europa,  dov^ette  rientrare  nei  suoi  con- 
fini. I  popoli  vincitori  Inghilterra,  Prussia,  Russia,  ecc.  im- 
posero una  modesta  indennità  di  700  milioni,  che  la  Francia 
potè  pagare  senza  sforzo.  Ben  altri  erano  i  darmi,  i  preleva- 
menti e  le  sottrazioni  di  beni  che  la  Francia  avea  fatto  durante 
la  sua  dispotica  dominazione  militare. 

La  Prussia  vinse  la  Francia  nel  1870  ;  chiese  una  indennità 
di  guerra  di  5  miliardi,  che  la  Francia  potè  pagare  senza  troppo 
grandi   difficoltà  in  poche  settimane  j. 

*  Cir.  Lab  and  :  Das  Staafareckt  des  deuhchen  Reiches,  III,  ed.,  tom. 
II,  pag.  818  e  seg. 

t  Sull'operazione  del  pagamento   della  indennità   di   guerra   del   1870 


GAP.    I.]  l'indennità  di    GUERRA  697 

Dopo  la  guerra  europea  191 4- 191 8,  contrariamente  a  tutti 
i  precedenti  impegni  e  a  tutte  le  solenni  dichiarazioni,  che  gli 
Stati  dell'Intesa  avevano  fatti  durante  la  guerra,  il  trattato 
di  Versailles  fra  i  paesi  vincitori  e  la  Germania  e  i  trattati  di 
Saint  Germain-en-Laye  con  l'Austria,  del  'Jnanon  con  l'Un- 
gheria, di  Neuilly  con  la  Bulgaria  e  di  Sévres  con  la  Turchia, 
sanzionarono  il  principio,  della  indennità  sotto  la  forma  della 
riparazione  dei  danni  :  forma  equivoca  che  è  stata  la  maggior 
causa  di  depressione  economica  dell'  Europa,  il  pretesto  di 
tutte  le  violenze  e  la  legittimazione  di  tutte  le  rapine  *. 

La  Germania  avendo  vinto  la  Francia  nel  181 4  e  nei  1870 
non  chiese  che  una  indennità  molto  modesta  e  nel  1870  due 
province,  che  sono  da  secoU  ragione  di  lunga  contesa,  l' Al- 
sazia e  la  Lorena. 

L'articolo  231  del  trattato  di  Versailles  è  un  fatto  nuovo 
nella  storia  dei  trattati.  Esso  dice  che  i  governi  alleati  e  asso- 
ciati (gU  Stati  Uniti  di  America  tenner  sempre  a  dichiararsi 
non  alleati,  ma  semplicemente  associati  per  la  sola  azione  della 
guerra  e  per  il  tempo  della  guerra,  senza  voler  partecipare  ad 
alcuna  responsabilità)  dichiarano  e  la  Germania  riconosce, 
che  la  Germania  e  i  suoi  alleati  sono  responsabili  per  averli 
causati,  di  tutte  le  perdite  e  di  tutti  i  danni  subiti  dai  governi 
alleati  e  associati  e  da'  loro  nazionali  in  conseguenza  della 
guerra  imposta    dall'aggressione  della  Germania   e   dei   suoi 

cfr.  i.  magistrale  studio  diLéon  Say  scrtto  nel  1875  e  pubblicato  anche 
in.  appendice  all'opera  di  Goschen:  Thèorie  cUs  cìuinges  étrangers  ;  E. 
de  B  r  a  y  .  Indenniié  de  guerre  nel  Dictionnaire  des  finances  di  L.  S  a  y 
ecc.  Secondo  A.  Nejrmarck  (Val  mob.  voi.  Il),  la  Francia  pagò  alla  Ger- 
mania in  realtà  per  spese  dell'annata  di  occupazione  248,6  milioni  di  Iran- 
chi,  per  imposte  diverse  62,6  milioni,  per  rindennit\  di  guerra  5,315,  7  mi- 
lioni, per  indennità  delle  città  251  :  cioè  in  tutto  5,877  milioni. 

Pagate  tutte  le  spese  di  guerra,  i  vari  stati  tedeschi  che  aveano  preso  pai  te 
alla    guerra    ebbero  : 

Ba\'iera  marchi  270,792,297,67 

Wurtemberg        »        85,414,733,76 

Baden »         61,360,828.82 

Assia    dei    Sud »        28,8^,3,184,52 

Confederazione  de'   Nord »       443,908,146,68 

*  Cfr.  N  i  1 1  i  :  L'Europa  senzà^acé,  Firenze  ^ig'zi  e  La  decadenza  del- 
l' Europa,  Firenze,   Iì;23.  >•    .         .j  <Jf'.:'r-    ; 


OgS  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO    III. 

alleati.  Questa  dichiarazione  è  ripetuta  in  tutti  i  trattati  con 
i  paesi  vinti. 

Questa  afìermaiiione  di  responsabilità,  che  non  ha  nessun 
valore  perchè  solo  ia  storia  dirà  a  chi  e  in  quale  misura  spetti 
la  responsabilità  della- guerra,  ha  il  solo  scopo  di  far  dichiarare 
(art.  232)  che  i  governi  alleati  e  associati  ricono':cono  che  la 
Germania,  tenendo  conto  anche  dejje  perdite  della  guerra, 
non  è  in  condizione  di  riparare  tutti  i  danni  e  tutte  le  perdite. 
Ma  vogliono  che  la  Germania  prenda  /impegno  che  siano 
riparate  tutte  le  perdite  e  i  danni  causati  alla  popolazione  ci- 
vile di  ciascuna  delle  potenze  alleate  e  associate  e  ai  loro  beni 
durante  il  tempo  della  guerra  ;  ia  Germania  e  i  paesi  vinti 
devono  rispondere  in  via  generale  di  tutti  i  danni  elencati  nel- 
l'allegato I,  che  segue  l'articolo  232.  Ora  quell'elenco  con- 
tiene  perfino  i  sussidi  pagati  durante  la  gueiTa  e  le  pensioni 
che  saran  pagate  dopo  ]a  guerra  ed  è  quindi  una  vera  indennità 
di    guerra. 

La  Germania,  oltre  a  disarmare,  ha  dovuto  cedere  ie  sue  navi 
mercantili,  le  sue  colonie,  i  suoi  crediti  e  la  sua  organizzazione 
commerciale  all'estero,  alcuni  dei  migliori  suoi  territori  se  anche 
interamente  o  prevalentemente  tedeschi  ;  gran  parte  delle 
sue  risorse  minerarie  (oltre  quattro  quinti  del  minorale  di  ferro), 
miniere  di  carbone  della  Saar  date  a  perpetuità  in  compenso  dei 
danni  temporanei  prodotti  alle  miniere  del  Pas-de-Calais,  ecc. 
Deve  inoltre  pagare  sotto  la  forma  di  riparazione  di  danni 
una  indennità,  che  rappresenta  la  più  grande  assurdità  finan- 
ziaria. 

Poi  che  non  si  poteva  chiedere  una  indennità  che  sarebbe 
parsa  per  la  sua  enormità  troppo  grande,  si  è  lasciato  alla  così 
detta  Commissione  delle  riparazioni  di  stebilire  l'ammontare. 
La  Germania  deve  finché  non  ha  pagato  le  indennità  mantenere 
a  sue  spese  un  esercito  di  occupazione  dei  vincitori  sul  Reno. 

La  Commissione  delle  riparazioni  è  al  di  sopra  del  Governo 
tedesco  e  ha  diritto  di  controllare  tutti  gli  uffici  della  Germ.a- 
nia,  a  ingerirsi  in  ogni  fatto  della  vita  economica  e  finanziaria 
(art.  240)  e  può  obbligare  la  Geririania  a  far  promu  Igare  e  man- 
tenere in  vigore  e  a  pubblicare  tutte  le  leggi,  i  regolamenti  e 
i  decreti,  che  possono  essere  necessari  per  assicurare  ia  com- 


CAP.  I.]  l'indennità  di  guerra  699 

pietà  esecuzione  deile  disposizioni  del  trattato  (articolo  24T). 
La  Germania  e  i  paesi  vinti  non  hanno  quindi  più  una  vera 
autonomia,  ma  sono  sotto  il  controllo  dei  vincitori  e  praticamente 
della  sola  Francia,  fin  quando  non  avran  pagato  la  indennità. 
E  siccome  la  indennità  non  può  e-sere  pagata  si  occupano 
sempre  nuovi  territori. 

In  tutte  Je  guerre  precedenti  il  vincitore  avea  chiesto  una 
indennità  che  fosse  immediatamente,  rapidamente  liquidabile. 
È  naturale  che  coloro  che  han  perduto  la  guerra  siano  ritenuti 
anche  responsabili:  ciò  è  accaduto  veramente  un  pò  sempre.  Per 
la  prima  volta  però  la  indennità  sotto  foiTna  eufemistica  di  ri- 
parazioni, è  stata  imposta  in  guisa  che  devono  o  dovrebbero  pa- 
garla (perchè  in  fatti  non  può  essere  pagata)  non  solo  coloro  che 
per  la  loro  tenera  età  non  presero  parte  alla  guerra,  ma  anche 
coloro  che  al  tempo  della  guerra  non  eran  nati  e  anche  i  loro 
nepoti.  Tutto  ciò  ha  non  solo  sconvolto  profondamente  la  Ger- 
mania e  i  paesi  vinti,  ma  paralizzato  ogni  commercio  intema* 
zionale.  avvelenati  tutti  i  rapporti,  scosso  ledifizio  del  credito, 
rovinata  se  non  spenta  per  molti  anni  ogni  solidarietà  econo- 
mica e  nazionale. 

Le  indennità  richieste  sono  anche  quanto  di  più  stravagante 
si  possa  imaginare.  Basterà  dire  che  tutta  la  ricchezza  nazio-^ 
naie  della  Francia  era  prima  della  guerra  valutata  in  250  mi- 
liardi di  franchi.  Ora  poi  che  i  danni  prodotti  dall'esercito  te- 
desco non  riguardavano  ne  meno  un  decimo  del  territorio  na- 
zionale francese  e  la  terra  e  le  miniere,  se  bene  danneggiate, 
non  eran  certo  scomparse,  le  riparazioni  non  potevano  sor- 
passare 20  o  25  miliardi.  La  sola  Francia  chiese  nel  1920  alla 
Commiss:one  delle  riparazioni  una  indennità  di  218  miliardi, 
di  cui  141  mihardi  di  danni  e  77  di  pe.nsioni.  Secondo  i  criteri 
adottati  in  successive  conferenze  52  per  cento  di  tutte  le  somme 
date  in  conto  riparazioni  dovrebbero  essere,  date  alla  Francia, 
22  per  cento  alia  Gran  Brettagna,  io  per  cento  all'Italia,  più 
il  25  per  cento  delle  riparazioni  austriache,  bulgare  e  ungheresi 
(di  valore  quasi  identico  all'oro  della  luna),  8  per  cento  al  Bel- 
gio, 0.75  per  cento  al  Giappone  :  6,50  per  cento  agli  altri  al- 
leati, di  cui  5  per  cento  alla  sola  Jugoslavia. 

I  criteri   economici  e  finanziari  che  han  preceduto  queste 


700  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  UT. 

attribuzioni  e  il  criterio  stesso  della  indennità  costituiscono 
fatti  di  una  tale  assurdità  dal  punte  di  vista  della  scienza  eco- 
nr»mica,  che  non  vale  la  pena  di  esaminarli.  Sono,  come  ha 
detto  Clemenceau,  piuttosto  una  finanza  di  lotta  :  un  modo 
di  continuare  la  guerra  mediante  i  trattati  di  pace.  Difatti  la 
guerra  si  può  dire  che  continui  piìi  che  mai  e  solo  il  tempo 
dirà  se  questa  politica  di  trattati,  che  costituisce  un  fatto  nuovo 
nella  storia  della  riviltà  moderna,  sarà  nella  stessa  misura 
dannosa  ai  vincitori  o  ai  vinti  o  a  tutti,  vietando  all'Europa 
intera  di  progredire  e  di  r.fare  le  ricchezze  perdute  e  più  che 
altro  la  perduta  solidarietà.  Ma  queste  considerazioni  esulano 
dal  campo  finanziario  e  sarà  solo  necessario  dire  che  le  inden- 
nità richieste  sotto  forma  di  riparazioni  co.stituiscono  un'as- 
surdità economica  e  finanziaria. 

Un'entrata  non  solo  straordinaria,  ma  di  carattere  vera- 
mente eccezionale  e  spess«>  immorale,  può  essere  costituita 
dalla  indennità  di  guerra,  che  i  paesi  vinti  sono  costretti  a 
pagare  qualche  volta  ai  paesi  vincitori. 

20I.  Senza  mutare  il  regime  tributario  si  può,  in  contin- 
genze straordinarie,  accrescere  per  tempo  determinato  le  impo- 
ste esistenti  :  o  si  può  metters  imposte  nuove  per  una  durata  pili 
o  meno  breve.  In  questo  caso,  anche  le  imposte  assumono  carat- 
tere di  entrate  straordinarie.  La  possibilità  per  il  Tesoro  dello 
Stato  di  ricercare  risorse  notevoli  da  imposte  straordinarie,  è 
cosa  riguardante  la  politica  finanziaria  *  un  fatto  la  cui  conve- 
nienza deve  esser  giudicata  caso  per  caso.  iMon  mancano  né 
meno  in  Italia  esempi  in  cui  anche  prima  della  gueira,  per 
bi<5ogni  urgenti  e  straordinari  dello  Stato,  quasi  tutti  i  tributi 
abbiano  avuto  un  accrescimento  eguale  :  sono  stati  accresciuti 
di  un  tanto  per  cento.  Ma  ciò  è  tanto  più  facile  nei  paesi  che 
possiedono  grandi  imposte  generali  sul  reddito. 

Durante  la  guerra  1914-1918  e  dopo  in  quasi  tutti  i  paesi, 
anche  in  molti  che  furono  neutrali  e  che  della  guerra  soffrirono 
se  non  in  eguale  misura  dei  paesi  belligeranti,  in  grave  misura, 
vi  sono  stati  aumenti  temporanei  delle  imposte  esistenti.  Sono 
stati  dichiarati  temporanei  ;  ma  pur  troppo  l'aumento  delle 
spese  pubbliche  rende  questa  temporaneità  piuttosto  inde 
terminata    e    durevole. 


CAP.   I.J  IL  CORSO    FORZATO  701 

202.  Un'entrata  straordinaria  estremamente  pericolosa, 
ma  di  notevole  importanza,  può  essere  in  alcuni  casi  la  dichia- 
razione  di    corso   forzato  *. 

Il  corso  forzato  si  ha,  come  è  noto,  quando  il  pubblico  è 
costretto  ad  accettare  carta  moneta,  emessa  dallo  Stato  e  dalle 
banche  di  emissione,  senza  avere  in  corrispettivo  il  diritto  di 
barattarla  in  moneta.  Ora,  che  i  biglietti  siano  emessi  per  conto 
dello  Stato  da  esso  direttamente  o  da  una  banca  per  suo  conto  o 
mediante  corrispettivo,  è  sempre  vero  che  lo  Stato  ricava  dalla 
emissione  una  entrata  straordinaria.  Che  il  corso  forzato  agisca 
dannosamente  sulla  economia  del  paese  che  lo  adotta,  non  vi  è 
alcuno  che  dubiti  :  benché  in  qualche  caso,  sia  un  rimedio 
eroico,  cui  bisogna  ricorrere  per  necessità  e  per  evitare  mali 
maggiori.  Durante  il  corso  forzato  lo  Stato  paga  i  suoi  creditori 
in  carta,  che  ha  valore  convenzionale  e  precario. 

Assai  spesso  con  poca  oculatezza  molti  stati  preferiscono  gon- 
fiare la  circolazione  piuttosto  che  ricorrere  al  rimedio  doloroso 
e  onesto  di  mettere  nuove  imposte.  Cosi  si  è  fatto  in  Spagna, 
dove  per  molti  anni  la  merce  che  è  stata  esportata  in  maggior 
misura  è  il  debito  ;  e  lo  Stato  ha  contratto  debiti  da  una  parte 
ed  esagerato  e  fatto  esagerare  dalle  banche  la  circolazione  fidu- 
ciaria, fino  ad  andare  rapidamente  al  corso  forzato.  L'Itaha  ha 
abusato  anch'essa  per  molto  tempo  delle  emissioni  abbondanti 
e  si  è  salvata  solo  fermandosi  in  tempo  sulla  china  pericolosa, 
è  la  peggiore  e  la  più  dannosa.  I  danni  che  rinflazione  porta  sono 
incalcolabilmente  superiori  ai  pochi  vantaggi  immediati  e  fugge- 
voli che  arreca  alla  finanza  dello  Stato.  I  re  falsi  monetari  del 
medio  evo  lasciarono  spesso  assai  cattivo  nome  per  la  loro  in- 
genuità :  essi  erodevano  la  moneta  e  pretendevano  conser- 
varne il  valore.  Ora  vi  sono  mezzi  molto  più  semplici  :  l'emis- 
sione di  carta  moneta  a  corso  forzato  è  il  mezzo  più  sempUce 
e  anche  il  più  pericoloso.  Molti  stati  hanno  ceduto  alle  illusioni 
delle  emissioni  abbondanti  ;  ma  il  danno  che  è  venuto  loro  dal 

*  Cfr.  Ferraris  :  Moneta  e  corso  forzoso,  Milano,  1879  ,  A  r  n  a  u  n  é  : 
La  tnonnaie,  le  crédU  et  le  change,  2.  ed.,  Paris,  1902,  pag.  358  e  seg.  ;  L  a  w  • 
son  :  Hisiory  of  Banking,  London,  1855,  pag.  87  e  seg.  ecc.  Eccellente  è 
la  relai-ione  presentata  il  15  dicembre  1880  dal  nunistro  Magliani  alla  Ca- 
mera dei  deputati  per  i'abolizione  del  corso  forzato 


702  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO  III. 

debito  sotto  la  forma  di  carta  moneta  è  stato  sempre  più  grande 
di  quello  che  sarebbe  venuto  sotto  qualsiasi  altra  forma  di 
reddito  o  di  imposta. 

Quando  è  che  uno  Stato  ricorre  al  corso  forzato  ?  Quando  ha 
bisogno  di  risorse  abbondanti  e  immediate,  che  non  riesce  a  tro- 
vare altrimenti.  Allora  esso  allarga  la  circolazione,  deprezzando 
il  medio  circolante.  Non  vi  è  nulla  di  più  dannoso,  i  vantaggi 
immediati  che  ne  riceve  lo  Stato,  essendo  poca  cosa  di  fronte  al 
danno  che  ne  riceve  l'economia  della  nazione.  Deprezzare  il  me- 
dio circolante  significa  ridurre  il  valore  dei  crediti  ;  diminuire 
coloro  che  sono  pagati  a  stipendio  fisso  :  significa  inoltre  elevale 
i  prezzi  delie  derr.ate  sopra  tutto  di  quelle  che  s'introducono 
dall'estero.  In  certa  guisa  il  male  è  di  tal  natura  da  determinare 
ii.  proprio  sviluppo.  Le  prime  emissioni  a  corso  forzato  produ- 
cono infatti  un'attività  fittizia,  un'apparenza  di  prosperità  : 
così  si  verifica  spesso  un  vero  fenomeno  di  accelerazione  delle 
emissioni  e  del  deprezzamento. 

Quasi  tutti  i  paesi  civili  son  passati  per  il  corso  forzato,  e  i 
più  forti  e  i  più  civili  han  cercato  di  uscirne  come  prima  era 
possibile.  Il  miglior  modo  di  uscirne  consiste  nell'assicurare  con 
forti  economie  il  pareggio  del  bilancio  dello  Stato,  nel  fare  che 
prima  o  dopo  gli  avanzi  delle  entrate  servano  a  diminuire  la 
circolazione  malsana,  sopra  tutto  nel  non  fare  nuove  emissioni. 
Tutti  gli  altri  rimedi  servono  piuttosto  ad  aggravare  il  male 
che  a  ridurlo. 

Prima  della  guerra  del  1914-18  il  corso  forzato  era  in  Europa 
piuttosto  una  eccezione  :  o  pure  la  quantità  della  carta  moneta 
era  tale  che  le  monete  più  deprezzate  non  prendevano  quasi 
mai  più  del  io  al  20  per  cento.  Si  ricordava  in  tutte  le  scuole 
la  storia  degli  assegnati  della  rivoluzione  francese  ;  si  parlava 
dei  fallimenti  dell'Austria,  per  eccesso  di  spese  e  di  circola- 
zione e  si  ricordavano  i  suoi  sforzi  per  il  risanamento  finan- 
ziario. 

Ma,  durante  la  guerra  e  sopra  tutto  dopo  la  guerra  sono  avve- 
nuti in  Europa  i  più  strani  svolgimenti .  Si  sono  formati  nuovi 
stati,  che  per  la  loro  costituzione  non  nazionale  (ve  ne  sono 
come  la  Ceco  Slovacchia  in  cui  i  cechi  sono  una  minoranza  di 
fronte  agli  slovacchi,  ai  tedeschi,  agli  ungheresi,  ai  ruteni  ;  ecc.). 


CAP.  I.]       l'aumento  temporaneo  delle  imposte  703 

Quando  il  limite  massimo  delle  imposte  è  stato  raggiunto 
e  vi  è  stata  necessità  di  procurarsi  comunque  mezzi  di  pa- 
gamento, la  circolazione  è  stato  il  terribile  espediente  che  ha 
sconvolto  tutta  la  vita  economica  europea.  Vi  sono  stati  in 
cui  Ja  carta  moneta  non  ha  che  un  valore  minimo  :  in  cui  oc- 
corre oramai  una  somma  enorme  per  comperare  anche  le  più 
piccole  cose  necessarie  alla  vita. 

Degli  stati  belligeranti  europei  solo  la  Gran  Brettagna  con 
grande  serietà,  affrontando  ogni  sacrifizio,  imponendosi  la 
tassazione  più  dura,  realizzando  tutte  le  economie  ha  raggiunto 
il  pareggio  del  bilancio  ed  è  ritornata  alla  parità  dell'oro.  Tutti 
gli  altri  paesi  sono  in  varia  misura  sconvolti. 

È  inutile  parlare  della  Russia,  dove  la  carta  moneta  è  abo- 
lita :  ma  la  Germania,  l'Austria,  l'Ungheria,  la  Polonia,  gran 
parte  degli  stati  successori  dell'Austria  Ungheria  hanno  una 
circolazione  che  non  si   può  risanare  se  non  annullandola. 

Il  marco  tedesco  è  in  parità  monetaria  lira  1,23  un  dollaro 
5,18  e  una  sterlina  25,22  ;  ma  oramai  (fine  aprile  1923)  con 
una  sterlina  si  possono  avere  oltre  98  mila  marchi  e  con  un 
dollaro  se  ne  possono  avere  oltre  21  mila,  A  fine  aprile  1923  bi- 
sogna dare  136  lire  italiane  per  avere  100  franchi  Irancesi. 
94.15  per  avere  una  sterlina,  371  per  avere  100  franchi  sviz- 
zeri, 20,30  per  avere  un  dollaro. 

In  Europa,  Gran  Brettagna,  Svizzera,  Olanda,  Paesi  Scan- 
dinavi, Spagna  sono  a  cii colazione  sana  o  presso  che  sana  ; 
Francia  e  Italia  sono  a  circolazione  deprezzata  ma  ancora 
salvabile  ;  tutti  i  paesi  vinti  o  sorti  sulla  monarchia  austro  un- 
garica, il  Portogallo,  la  Grecia,  hanno  circolazione  di  migliaia  di 
miliardi,  che  non  si  può  più  salvare. 

Se  i  prezzi  attuali  son  cresciuti  estratti  in  cifre  approssima- 
tive e  considerati  al'a  fine  del  1922,  in  confronto  dei  prezzi 
di  anteguerra,  di  circa  170  per  100  in  Gran  Brettagna  di  150 
per  cento  negli  Stati  Uniti  di  America  e  in  Svizzera,  di  140 
per  cento  in  Australia,  di  200  per  cento  m  Danimarca,  di  80  per 
cento  in  Olanda  son  cresciuti  assai  di  più  nei  paesi  a  circola- 
zione deprezzata.  Si  calcola  che  son  cresciuti  quindi  del  300 
per  cento  in  Francia,  del  500  per  cento  in  Italia.  Ma  l'accresci- 
mento è  stato  enorme  nei  paesi  in  cui  si  è  più  abusato  della 


704  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  ITI 

circoiazione,  incluso  la  Polonia,  l'Austria,  la  Germania.  In 
Germania  eran  cresciuti  già  di  loo  a  11.400  in  ottobre  1922. 
Dopo  l'accrescimento  è  stato  anche  maggiore. 

L'abuso  de!;a  carta  moneta  sconvolge  tutti  i  rapporti  so- 
ciali distrugge  le  classi  che  vivono  di  rendite  (rendite  di  Stato, 
prestiti  obbligazioni,  ecc.)  sconvolge  'a  produzione.  È  difficile 
fare  previsioni  ma  si  può  dire  che  l'Euiopa  non  è  mai  stata 
minacciata  da  nessuna  epidemia  come  dall'abuso  di  carta 
moneta  dopo  il   1919  *. 

II 

]Sl ATURA    E    FORMA   DEI    DEBITI    PUBBLICI 

203.  Fra  tutte  le  entrate  straordinarie  dello  Stato,  la  più 
caratteristica,  la  più  nota,  quella  che  nei  tempi  moderni  ha  una 
importanza  più  grande,  è  il  debito  pubblico.  Bisogna  aggiungere 
che,  in  via  ordinaha,  è  anche  l'entrata  straordinaria  più  vantag- 
giosa. I  debiti  pubblici  hanno  oramai  nella  economia  finanziaria 
degli  stati  moderni,  un'importanza  così  grande  che  solo  mediante 
ess.  S'  sono  potute  fare  alcune  ingenti  spese,  che  altrimenti  sa- 
rebbero state  impossibili. 

Prima  di  addentrarci  nell'esame  delle  questioni  relative  a. 
debito  pubblico  sarà  bene  fermarci  prima  di  tutto  su  alcune  di- 
stinzioni fondamentali.  Le  due  forme  tipiche  del  debito  sono  : 
I  debito  ftuttiuinte  o  di  amministrazione  ;  2  debito  consolidato 
o  di  finanza.  Lo  stato  contrae  il  debito  fluttuante  per  breve  pe- 
riodo di  tempo  (m  Italia  non  oltre  l'anno  e  per  provvedere  a 
momentanei  bisogni  della  finanza).  Fra  le  entrate  e  le  spese 
non  sempre  vi  è  corrispondenza.  Le  spese  avvengono  con  una 
regolarità  relativamente  più  grande  :  le  entrate  sono  meno 
regolari.  Per  le  dogane  vi  sono  mesi  di  forte  importazione  e 
me«i  in  cui  l'importazione  è  debole.  Le  cosi  dette  tasse  sugli 
affari  in  alcuni  mesi  hanno  un  gettito  tenue,  in  altri  relatlva- 


*  L'oro  dell'Europa  si  è  molto  diminuito  dòpo  la  guerra.  Le  più  grandi 
quantità  di  oro  sono  state  per  necessità  dei  pagamenti  trasportate  negli 
Stati  Uniti  di  America  e  questa  situazione  tende  molto  ad  aggravarsi. 


CAP.   II.]  NATURA   E   FORMA  DEI  DEBITI   PUBBLICI  705 

mente  assai  più  elevato.  Deriva  da  questa  mancanza  di  corri- 
spondenza che  lo  stato  è  costretto,  mediante  operazioni  di 
tesoreria,  a  prendere  in  prestito  somme  a  breve  scadenza  o, 
ciò  che  è  lo  stesso,  a  rimborsare  i  suoi  creditori  con  promesse 
di  pagamento  fruttifere  a  breve  scadenza  {buoni  del  tesoro). 
È  un  debito  che  fluttua,  secondo  i  bisogni  del  Tesoro  :  è  di  sua 
natura  provvisorio  ed  è  formato  da  titoli  rimborsabili  *. 

Il  debito  pubblico  consolidato  è  un  vero  debito  fatto  per  sup- 
plire a  spese  cui  non  corrispondono  entrate.  Or  vi  sono  un  con- 
solidato redimibile  e  un  consolidato  irredimibile.  Il  consolidato 
redimibile  in  tempo  e  in  condizioni  prestabiliti.  Corrisponde 
dunque  l'interesse  stipulato  e  assume  l'obbligo  di  restituire  il 
capitate  preso  in  prestito  al  tempo  convenuto  in  cinque,  sei 
sette  anni  e  anche  p.ù.  Il  consolidato  irredimitile  è  la  forma  più 
importante  del  credito  pubblico.  In  questo  caso,  lo  stato  si 
obbliga  a  corrispondere  gl'interessi  senza  indicare  in  alcun  modo 
se,  e  quando  restituirà  il  capitale.  Bene  inteso,  che  chi  possiede 
una  cartella  di  rendita  ccnsolidata.  può  bene  venderla  e  quindi 
riavere  a  prezzo  di  borsa  il  capitale  prestato  (s'intende  m  più 
o  meno,  secondo  che  il  prezzo  di  borsa  è  maggiore  o  minore). 

Ogni  giorno  più  il  debito  redimibile  perde  la  importanza  spe- 
ciale che  prima  attribuivano  ad  esso  molti  finanzieri.  Infatti, 
molti  debiti  redimibili  appaiono  nello  stesso  tempo  ingom- 
branti e  molesti.  Se  bono  un  utile  richiamo,  poiché  obbligano 
io  Stato  ad  estinguerli  dentro  un  certo  termine,  sono  anche 
spesso  un  richiamo  eccessivo  e  continuo.  Ogni  rinvio  equivale, 
quando  si  tratta  di  un  termine  fisso,  a  una  dichiarazione  din- 
capacità.  Ora  è  forse,  nella  maggior  paite  dei  casi,  vantaggioso 
emettere  consolidato  irredimibile  :  poiché,  senza  che  ve  ne 
sia  obbligo,  lo  Stato  può  ammortizzare  comprando  esso  stesso 

*  In  Ingh  Iterra  vi  sono  :  Excheque.r  bills,  che  lo  Stato  deve  pagare  al 
massimo  entro  cinque  anni,  ma  che  il  portatore  ha  il  diritto  di  farsi  rim- 
borsare tutti  gli  anni  a  una  certa  data  e  anche  sei  mesi  prima  di  tale  data 
di  dare  m  pagamento  delle  imposte  ;  2  Treasury  bills,  a  scadenza  di  tre,  sei 
mesi  o  anche  più  ;  3  Deficiency  avances,  cioè  prestiti  fatti  per  uno  o  due 
mesi  e  destinati  a  provvedere  al  servizio  del  debito,  al  principio  di  ogni 
trimestre ,  4  Exchequer  bonds,  obbligazioni  dello  scacchiere  a  tre  anni  al 
più.  Gli  Exchequer  bills  e  gh  Exchequer  bonds  non  possono  considerarsi  come 
un  vero  debito  fluttuante. 


706  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [lIBKO  III  . 

quella  quantità  di  rendita  che  crede  opportuna  e  può  conver- 
tire, quando  in  seguito  a  richiesta,  il  prezzo  della  rendita  si 
faccia  troppo  alto  *. 

Una  molto  importante  distinzione  è  da  fare  tra  prestili  for- 
zali e  prestiti  volontari.  In  passato  la  forrra  più  comune  era 
quella  dei;  prestiti  forzati  ;  in  cui  lo  Stato  richiedeva  un  prestito^ 
a  interesse  o  non  :  per  scopi  patriottici,  coattivamente.  Basan» 
dosi  su  criteri  di  relativa  approssimazione,  come  i  ruoli  delle 
imposte,  lo  Stato  a  ogni  cittadino  reputato  in  condizioni  di 
prestar  danaro,  imponeva  di  prestare  una  somma  determinata. 
Ma  questi  prestiti  eiano  ordinariamente  poco  produttivi  e 
molto  vessatori.  Mancavano  in  fatti  e  mancano  criteri  per  in- 
dicare chi  possieda  danaro  disponibile.  Ison  è  punto  vero  che 
chi  sia  inscritto  nei  ruoli  delle  imposte,  come  proprietario  di 
terra  o  di  case,  abbia  risparmi  disponibili  da  investire.  E  d'al- 
tra parte,  può  bene  accadere,  e  accade  nella  realtà,  che  molta 
spesso  grandi  somme  si  trovino  disponibili  presso  persone  che 
non  sono  né  meno  in  qualche  caso  ritenute  ricche.  Nei  prestiti 
patriottici  e  forzati  il  reddito  di  ogni  cittadino  non  può  essere 
presunto  che  in  via  molto  indiziaria  e  fallace.  Benché  più  volte 
siano  stati  usati  in  Francia,  in  Italia,  in  Ispagna,  ecc.,  i  pre- 
stiti patriottici  e  forzati  hanno  assai  probabilità  di  non  rinno- 
varsi più.  Oramai  quasi  dovunque  la  forma  esclusivamente 
accolta  è  quella  dei  prestiti  ordinari,  in  cui  lo  Stato  prende  il 
danaro  a  prestito  al  prezzo  in  cui  esso  è,  e  trova  tanto  maggiore 

*  La  larghissima  bibUografia  sui  debiti  pubblici  si  trova  in  L.  C  o  s  s  a 
nel  G.  d.  E  giugno  iSy6  e  R.  Gràtzer  nella  Zeitsch,  fur  Lttteraiur  und 
Gesch.  der  Staatstwiss . ,  Leipzig,  1893,  pag.  135  e  seg.  Fra  le  opere  princi- 
pali cfr.  4  e.  Adams:  Public  dchts,  New-Vork,  1887;  R  i  e  e  a  -  S  a- 
1  e  r  n  o  .  //  debito  pubblico  in  Europa  e  negli  Stati  Uniti  di  America  nei  B. 
I.  S.  1878  e  Di  alcune  questioni  relative  al  debito  pubblico  ncìV AnnUiXrio  di 
Ferraris  1882  ;  G  i  f  t  e  n  :  Essays  in  Finance,  i.  serie,  saggio  XT  . 
B  a  s  t  a  b  1  e  :  Finance  pag.  609  ;  Hook:  Die  òffentichen  Ahgaben--  und 
Schuldcn,  Stuttgart,  1863  ,  E.  C  o  s  s  e  :  La  dette  pubUquc  et  les  droit  da  VEiat 
Paris,  1884,  ecc.,  Dufresne  Saint  Leon:  F.tudes  du  crédit  public 
et  des  dettes  publigues,  Paris,  1824;  R.  D.  Baxter:  National  debts  Lon- 
don, 1871;  Wagner:  Staatsschulder.  nel  Deutsches  Staatsuorterbuck  di 
Bluntschli  e  Brater,  1867,  voi.  X,  ecc.  Classica  sempre,  non  ostante 
le  sue  vedute  troppo  esclusive,  è  la  opera  di  David  H  u  m  e  sul  credito 
pubblico. 


CAP.  II.]  NATURA  E  FORMA  DEI    DEBITI  PUBBLICI  707 

o  minore  credito  quanto  maggiore  o  minore  è  la  sicurezza  del- 
l'investimento. I  prestiti  forzati  sono  pei  il  credito  di  uno  Stato 
quasi  tanto  disastrosi  con  la  bancarotta.  Niente  è  più  difficile 
che  ripartire  un  prestito  forzato  fra  varie  classi  di  cittadini 
che  possono  concorrervi,  gli  indizi  esteriori  non  potendo  es- 
sere indice  sufficiente.  Un  banchiere  che  faccia  commercio 
dei  suoi  capitali  può  prestare  senza  molto  danno,  ma  anche 
un  grande  industriale  può  non  avere  capitali  disponibili.  E 
d'altra  parte,  se  lo  Stato  è  in  condizioni  così  difficili  da  ricor- 
rere ai  prestito  forzato,  vuol  dire  che  il  credito  è  in  situazione 
pessima.  Allora  anche  un  ricco  industriale  riesce  difficilmente 
a  trovar  capitali  se  non  a  condizione  disastrose  per  la  indu- 
stria. Sotto  alcuni  aspetti,  sarebbe  assai  meglio  che  lo  Stato 
prendesse  alle  condizioni  che  i  creditori  gl'impongonu,  invece 
chesso  stesso  imporre  a  chi  non  ne  ha  di  ti o vare  danaro  a 
qualsiasi    condizione. 

Lo  Stato  non  può  forzare  il  patriottismo,  obbligare  i  citta- 
dini a  dare,  se  anche  costi  loro  troppo  sacrifizio  :  può  soltanto 
sollecitare  il  patriottismo.  I  cosi  detti  pyestih  patrioUici  sono 
fatti,  o  almeno  sono  tentati  a  condizioni  più  vantaggiose  per  lo 
Stato  di  quelle  che  offrirebbero  i  creditori  ordinari  ;  si  dà  per 
esempio  loo  per  ciò  che  sul  mercato  sarebbe  quotato  80.  L'espe- 
rienza ha  dimostrato  che  i  prestiti  patriottici  sono  un  insuc- 
cesso e  una  ingenuità  insieme,  e  che  è  per  lo  meno  temerario 
contare  sul  patriottismo  dei  capitalisti,  quando  si  ha  bisogno 
di  centinaia  di  milioni  ♦. 

204.  È  incredibile  l'entusiasmo  degli  scrittori  del  secolo 
passato  per  i  prestiti  pubblici.  Pareva  che,  secondo  essi,  si  fosse 

*  Il  debito  pubblico  fluttuante  secondo  la  legge  italiana,  prende  la  forma 
di  biioni  del  Tesolo.  Il  ministro  del  Tesoro,  che  come  abbiamo  visto,  pre- 
siede alla  spesa,  può  emettere  obbligazioni  al  latore  frutt  fere  a  brevissima 
scadenza  ;  3  6  o  7  m.esi,  e  al  massimo  un  anno  I  buoni  del  Tesoro,  che  in 
Italia  sono  al  latore,  devono  essere  estinti  entro  l'anno  ;  sono  di  sette  serie, 
la  minore  di  lire  500,  la  magjJoxG  di  lire  100  mila. 

L'art.  62  della  legge  di  contabilità  e  il  regolamento  disciplinano  la  emis- 
sione dei  buoni  del  Tesoro  Secondo  le  disposizioni  vigenti  in  Italia,  la  emis- 
sione dei  buoni  del  Tesoro  e  il  limite  massimo  della  somma  che  può  tener- 
sene in  corso,  sono  stabiliti  dalle  leggi  annuali  di  approvazione  dei  bilanc» 
e  delle  leggi  speciali. 


708  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IH 

trovato  il  modo  migliore  per  disporre  di  grandi  ricchezze  a 
beneficio   della   collettività. 

Vi  era  chi  affermava  che,  quando  che  fosse,  i  debiti  pubbhci 
avrebbero  sostituito  le  imposte  (Becker),  quasi  che  gl'interessi 
dei  debiti  a  lungo  andare  si  potessero  pagare  altrimenti  che  con 
imposte  ;  A.  Hamilton  si  rallietava  al  pensiero  che  il  debito 
pubblico  non  avrebbe  mai  fatto  mancare  il  capitale  alle  fab- 
briche, quasi  che  le  somme  prestate  agli  stati  non  fossero  tanti 
capitali  disponibili  sottratti  in  gran  parte  a  impieghi  indu- 
striali ;  Berkeley,  da  parte  sua,  paragonava  i  debiti  pubblici 
a  vere  miniere  d'oro  e  non  vedeva  che  in  realtà  si  trattava 
piuttosto  di  carta.  Perfino  Voltaire,  che  aveva  trovato  frasi 
così  crudeli  e  così  argute,  facea  la  strana  scoperta  che  un  Etat 
qui  ne  doit  qu'a  ìui  mime  ne  s'appauvrit  pas  *.  E  non  vedeva 
che  lo  Stato  non  deve  a  sé  stesso,  ma  ai  cittadini,  e  che  l'im- 
piego dei  denari  che  costoro  prestano  allo  Stato  può  esser 
buono  e  può  essere  cattivo  :  ma  è  non  di  rado  in  gran  parte 
destinato  a  scopi  che  non  sono  di  produzione.  Non  è  possibile 
pensare  alle  illusioni  che  i  debiti  pubblici  hanno  fatto  sorgere 
e  che  pur  troppo  sono  rimaste  ancora  in  molti  politici  f. 

205.  Si  è  discusso  lungamente  sulla  natura  dei  prestiti 
pubblici  :  e  in  pochi  argomenti  è  stato  emesso  maggior  numero 
di  sofismi  che  in  questo.  Si  è  detto  che  i  debiti  non  arricchi- 
scono, né  impoveriscono  la  nazione,  poiché  non  .si   tratta    che 

*  Questi  sofismi  in  tempo  assai  recente  sono  stati  rinnovati  da  E.  de 
Girardin  e  sopratutto  da  I.  P  e  r  e  i  r  e  •  Questions  financiéres  :  rè/orme  de 
Vimpot  par  l'smprunt,  Paris,  1876. 

t  Quante  volte  si  ripete  ancora  da  noi  che  lo  Stato  che  prende  a  prestito 
non  distrugge  né  consuma  ricchezze,  ma  ia  solo  uno  spostamento  ?  Bisogna 
leggere  gli  aiti  parlamentari  della  Francia,  dell'Austria,  dell'Italia  per  vedere 
come  le  vecchie  aberrazioni  siano  tutt'altre  che  finite  o  presso  a  finire,  e 
come  si  rinnovmo  ancora  adesso  in  forma  non  meno  pericolosa.  Queste 
esagerazioni  strapparono  a  Marx  l'amaro  rimprovero  che  il  ci  edito  pub- 
blico è  il  vero  cred  to  del  capitale.  La  mancanza  di  fede  nel  debito  pubblico, 
egli  diceva,  viene  a  pighare  il  posto  del  peccato  contro  lo  Spirito  Santo,  il 
solo  che  un  tempo  non  poteva  essere  perdonato.  La  tesi  opposta  che  il  de- 
bito sia  quasi  sempre  o  sempre  un  male  spingendo  all'imprevidenza  si  trova 
in  Hume  (o  la  nazione  distruggerà  il  credito  pubblico,  0  il  credito  pubblico 
distruggerà  la  nàziotie,  egU  concludeva),  in  A.  Smith,  in .  Montesquieu,  in 
Ricardo,  in  J.  B    Say,  in  Gladstone  ecc. 


•CAP.  II.]  NATURA  DEI   DEBITI   PUBBLICI  709 

di  trasferimenti  di  ricchezza  all'interno  di  ciascun  paese  ;  che 
il  debito  è  pagato  dalle  generazioni  avvenire  e  non  dalle  pre- 
senti ;  che  accresce  il  rispaiiriio  nazionale  ;  ecc.  Non  si  tratta 
che  di  una  fantasmagoria.  È  evidente  infatti  che  i  trasferimenti 
di  ricchezza  non  avvengono  senza  dispersione.  Non  è,  come 
dicea  superficialmente  qualcuno,  il  caso  della  mano  destra  che 
dà  alla  mano  sinistra  :  è  una  troppo  superficiale  osservazione 
che  autorizza  ipotesi  simili.  Infatti,  supponiamo  che  lo  Stato 
prenda  a  prestito  un  mihardo,  all'interesse  del  4  per  cento  : 
si  obbliga  a  pagare  40  milioni  d'interessi  all'anno,  cioè  a  pren- 
dere 40  mihoni  di  imposte  ai  cittadini  e  a  darli  a  coloro  che 
hanno  prestato  il  danaro.  Pare  a  prima  giunta  che  non  vi  sia  né 
perdita,  né  guadaguv^  per  una  nazione  se  una  classe  di  cittadini 
dà  a  un'altra.  Ma  che  cosa  accadrebbe  se  non  vi  fosse  il  debito  ? 
La  prima  classe  di  cittadini  conserverebbe  il  suo  danaro  o  lo 
investirebbe  a  condizioni  più  o  meno  vantaggiose  in  industrie  ; 
la  seconda  non  pagherebbe  le  imposte.  In  ogni  caso  la  massa 
di  capitale  privato  a  servizio  della  industria  sarebbe  assai 
maggiore. 

Bisogna  bene  aver  presente  che  lo  Stato  il  quale  prende  a 
prestito  non  aumenta,  né  diminuisce,  per  il  fatto  del  prestito, 
la  ricchezza  nazionale.  Chi  sia  creditore  di  un  proprietario  di 
terre  di  io  mila  lire,  sa  che  il  suo  credito  rappresenta  una  ric- 
chezza ;  ma  sa  pure  che  il  proprietario  di  terre,  appunto  a 
causa  del  suo  debito,  possiede  io  mila  lire  meno  di  prima.  Ora 
il  proprietario  che  ha  preso  in  prestito  io  mila  lire  può,  invece 
che  sciuparle,  averle  investite  nella  terra.  In  questo  caso  la 
terra,  valendo  io  mila  lire  di  più,  non  vi  è  nessuna  diminuzione 
nella  ricchezza.  Ma  può  invece  aver  destinato  la  somma  presa 
in  prestito  per  un  viaggio  di  piacere  all'estero.  In  questo  caso 
egli  avrà  provato  una  serie  di  piacevoli  impressioni,  ma  senza 
dubbio  la  sua  ricchezza  e  anche  quella  della  società  sono  di- 
minuite in  proporzione,  perché  io  mila  lire  sono  passate  da 
un  individuo  a  un  altro,  non  solo,  ma  anche  supponiamo  dal- 
1  Italia  in  Francia.  E  cosi  é  dello  Stato.  Supponiamo  che  vi 
sia  da  costruire  una  ferrovia  :  e  supponiamo  anche  che  questa 
ferrovia  possa  rendere  al  capitale  investito  in  essa  il  3  %  al- 
l'anno. Se  io  Stato  per  costruina,  prende  a  prestito  la  somma  di 
N  i  1 1  i.  46 


7IO  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  III, 

loo  milioni  obbligandosi  a  corrispondere  3  milioni  di  interessi 
all'anno,  è  perfettamente  al  coverto,  perchè  la  ferrovia  gli  ren- 
derà appunto  annualmente  3  milioni.  In  questo  caso  la  ric- 
chezza deila  nazione  non  è  scemata  in  nessuna  guisa  e  lo  Stata 
non  ha  avuto  un  azione  se  non  nel  determinare  l'impiego  dei 
100  milioni  disponibili  nell'economia  nazionale,  che  altrimenti, 
supponiamo  si  sarebbero  indirizzati  verso  l'industria  manifat- 
turiera. Ma  facciamo  un'altra  ipotesi.  Per  una  spesa  improdut- 
tiva, lo  Stato  spenda  500  milioni  presi:  mediante  il  debito  e  per 
cui  al  4  %  deva  corrispondere  20  milioni  di  interessi  all'anno. 
In  questo  caso,  mezzo  miliardo  di  ricchezza  nazionale  è  stato 
in  gran  parte  distrutto  e  la  nazione  dunque  si  è  impoverita 
di  tutto  l'ammontare  di  questo  debito.  E  nello  stesso  tempo, 
essendo  per  la  grande  richiesta  dei  capitali  da  parte  dello  Stato 
diventato  più  alto  il  prezzo  del  danaro  e  quindi  assai  più  diffi- 
cile la  situazione  delle  industrie,  lo  Stato  avrà  agito  nel  senso 
più  dannoso  alla  produzione.  È  sopra  tutto  la  destinazione 
la  Cjuaie  fa  sì  che  dai  prestiti  pubbhci  venga  o  non  danno.  Ma 
(guanti  eirori  si  commettono  negli  apprezzamenti  !  Quante 
-ferrovie  ritenute  indispensabili  non  danno  uè  meno  l'interesse 
del  capitale  investito  in  esse  !  Queste  cose  non  si  potrebbero 
fai  e  se  i  debiti  non  vi  fossero  !  ed  è  perciò  che  i  debiti  pubblici 
non  vanno  considerati  solo  nei  loro  effetti  economici,  ma  anche, 
e  sopra  tutto,  nella  loro  azione  politica. 

11  debito  non  differisce  dalla  imposta  se  non  nell'azione  che 
esso  ha  sull'economia  pubblica  e  sulla  politica  degli  stati.  Gl'in- 
teressi dei  debiti  non  possono  essere  pagati  in  definitivo  che  con 
entrate  ordinarie,  sopra  tutto  con  imposte.  Ma  il  debito  ha  un 
carattere  che  gli  è  particolare  :  esso  spinge  al  massimo  la  capa- 
cità contributiva  del  paese.  Ogni  inasprimento  delle  imposte  ha 
un'azione  immediata  e  i  cittadini  ne  risentono  Teff  etto  :  ogni 
emissione  di  rendita  pubblica  non  fa  che  assorbire  i  capitali 
disponibili,  e  i  suo:  effetti  sono  spesso  in  un  primo  periodo  di 
più  grande  benessere,  poiché  corrispondono  a  un  aumento  di 
spese. 

206.  Malauguratamente  il  debito  illude.  È  ciò  che  vedeva 
fin  dal  suo  tempo  con  estrema  chiarezza  Adamo  Smith.  Molte 
guerre  non  si  farebbero  senza  il  debito  ;  anche  molte  spese  inu- 


GAP.   II.]  LE   ILLUSIONI   DEI   DEBITI  7II 

tili  in  tempo  di  pace.  I  governi,  spesso  non  vogliono  urtare  i 
popolo  con  forti  accrescimenti  di  imposte,  spesso  non  hanno 
il  mezzo  di  procurarsi  con  esse  grandi  entrate  :  ricorrono  quindi 
più  facilmente  ai  prestiti.  Basta  un  aumento  moderato  d'im- 
poste per  pagare  gl'interessi  dei  più  grandi  debiti. 

Ciò  non  toglie  che  il  debito  pubblico  rappresenti  un'entrata 
straordinaria  di  grande  importanza  e  che  in  alcuni  casi  sia  pre- 
feribile alle  imposte.  Con  il  debito  si  prende  spesso  quella  parte 
di  capitale  che  non  cercava  o  che  non  trovava  investimenti  :  se 
si  potesse  dire  così,  si  prende  la  parte  meno  utile  del  capitale 
della  società.  Mentre  la  imposta  colpisce  a  diritta  e  a  manca  un 
pò  tutti,  anche  quelli  che  più  hanno  bisogno  di  capitale  :  ma  è 
questa  facilità,  che  gli  deriva  dalla  origine,  che  rende  il  debito 
più    pericoloso. 

207.  In  quali  casi  nei  tempi  ordinari  e  in  circostanze  ordi- 
narie si  può  ricorrere  al  debito  invece  che  alle  imposte  ?  Molti 
dicono  semplicemente  :  bisogna  provvedere  alle  spese  oidinarie 
con  entrate  ordinarie  e  alle  spese  straordinarie  con  entrate 
straordinarie.  È  una  soluzione  un  pò  semplicista.  Le  spese 
straordinarie  nei  bilanci  moderni  sono  ogni  giorno  più  grandi, 
anzi  finiscono  con  l'assumere  a  loro  volta  un  carattere  di  re- 
golarità. Vi  sono  molti  bilanci  in  Europa  in  cui  le  spese  straor- 
dinarie sorpassano  per  molti  anni  loo,  200  anche  300  milioni 
di  lire.  Che  significa  ciò  ?  che  un  paese  possa  fare  in  venti  anni 
2,  o  4,  o  6  miliardi  di  debiti  ?  e  che  sarebbe  dopo  il  secondo, 
o  dopo  il  terzo  ventennio  ?  Se  si  guarda  in  fondo,  le  cosi  dette 
spese  straordinarie  non  hanno  per  nove  decimi  nulla  di  vera- 
mente straordinario  :  corrispondono  in  generale  a  costruzioni, 
ad  armamenti,  ad  ampliamenti  di  pubblici  servizi.  Che  cosa 
vi  è  in  tutto  ciò  di  straordinario  ?  Dunque  questa  regola  non 
è   accettabile. 

Altri  dicono  :  si  può  ricorrere  al  debito  tutte  le  volte  che  ri 
tratti  di  investimenti  dì  capitali.  In  mo'ti  parlamenti  è  pre- 
valsa la  idea  che  il  debito,  quando  serve  a  costruzioni,  a  lavori 
pubblici  sopra  tutto,  sia  niente  altro  che  una  trasformazione  di 
capitali  :  un  ministro  itahano  di  straordinaria  intelligenza  :  ma 
disposto  a  larghezze  eccessive,  Magiiani,  diceva,  che  le  ferrov'^ie 
erano  niente  altro  che  U7i  equivalente  del  debito.   Anche  in  ciò 


712  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  III. 

non  vi  è  che  una  fantasmagoria.  Se  lo  Stato  costruisse  le  fer- 
rovie come  una  società  privata,  cioè  con  criteri  esclusivamente 
industriali,  richiedendo  saggi  d'investimenti  pari  a  quelli  of- 
ferti dal  mercato,  in  realtà  la  costruzione  di  ferrovie  sarebbe  un 
equivalente  del  debito,  cioè  una  trasformazione  di  capitali 
circolanti  in  fìssi.  Ma  lo  Stato,  in  nessun  paese,  costruisce  con 
criteri  puramente  industriali  :  esso  ha  scopi  politici,  scopi  mi- 
litari, scopi  di  civiltà  :  e  spesso  sono  questi  scopi  che.prevalgono. 
Non  è  dunque  che  generalmente  la  stipulazione  di  ciascun  de- 
bito deva  agire  allo  stesso  modo  ;  ma  ciascun  prestito  può  rie- 
sci re  utile  o  nocevole,  secondo  la  sua  destinazione,  sopra  tutto 
secondo  lo  scopo  per  cui  è  stato  latto.  Certo  però,  che  quando  si 
tratti  di  fare  dei  debiti  perchè  uno  stato  acquisti  o  costruisca 
una  ferrovia  che  renda  per  lo  meno  gl'interessi  del  capitale  in- 
vestito o  quando  il  municipio  faccia  un  debito  per  acquistare 
un  acquedotto  o  un  impianto  di  gaz,  che  adempiono  alla  stessa 
condizione,  non  si  può  considerare  il  debito  altrimenti  che 
come  una  trasformazione  di  capitale.  Ma  la  questione  è  tutta 
appunto  nel  sapere  se  il  capitale  ricavato  da  un  debito  e  inve- 
stito in  una  costruzione  o  m  un  acquisto  dia  almeno  quanto  si 
paga  per  gl'interessi  dei  debiti  *.  Poiché  questa  condizione  non  è 
adempiuta,  i  parlamentari,  la  cui  mente  è  fertile  di  invenzioni, 
parlano  sempre  di  una  produttività  indiretta  :  e  afiermano  che 
i  lavori  che  si  fanno  producono  in  via  indiretta. 

Vi  sono  altri  che  dicono  che  le  imposte  possono  essere  im- 
piegate per  le  spese  di  utilità  temporanea  e  i  prestiti  per  quelli 
di  utilità  permanente  che  riguardano  appunto  le  generazioni 
venture.  Ma  né  meno  ciò  è  troppo  chiaro.  Difendere  il  paese 
dai  nemici  estemi  :  ecco  un  interesse  permanente.  Ma  le  for- 
tezze che  oggi  si  costruiscono  domani  diventano  inutili  :  allora 

*  «Cosi  sono  piene  d'interesse  le  discussioni  sul  bilancio  austriaco  in- 
tomo alle  così  dette  spese  di  rinvestiraento,  dalle  quali  si  trae  con  quanto 
sottile  ingegno  si  cerchi  per  le  bonifiche,  per  le  ferrovie,  per  le  scuole  e  per 
somiglianti  fini,  di  creare  una  specie  di  bilancio  straordinario  coperto  dai 
debiti.  Il  che  si  faceva  una  volta  in  Italia,  troppo  indiilg^endo  alla  fatale 
teoria  delia  trasformazione  dei  rapitali,  esclusa  oggidì  col  concorso  di  tutti 
i  partiti  e  con  manifesta  utilità  del  credito  pubblico  ».  L,  L  u  z  z  a  1 1  i  : 
Esposizione  finanziaria  aiJa  Camera  dei  deputati,  ai  7  dicembre  1896. 


CAP.   II.]  IL  DEBITO   E   LA   IMPOSTA  7I3 

come  possiamo  considerarle  di  utilità  pennanente  ?  Così  è 
delle  strade,  così  di  ogni  altra  spesa. 

In  fondo  si  ricorre  al  debito  perchè  non  si  può  provvedere 
con  le  imposte,  o  perchè  si  vuole  cercare  quella  parte  del  ca- 
pitale che  è  più  disponibile,  che  ha  quindi  una  utilità  sociale 
minore.  Il  debito  può  essere  vantaggioso  solo  quando  sia  une 
vera  trasformazione  di  capitali,  cioè  quando  copra  spese  vera- 
mente produttive.  Se  i  debiti  per  la  guena  sono  una  necessità, 
nessuno  vorrà  dire  che  siano  un  bene,  e  né  meno  che  si  possa 
ricorrere  ad  essi  senza  danno. 

In  quanto  alla  idea  che  il  debito  sia  pagato  dalle  generazioni 
future  e  non  dalle  attuali,  si  tratta  anche  di  una  illusione.  Sup- 
ponendo che  una  terra  renda  il  3  per  cento  del  capitale  inve- 
stito, è  la  stessa  cosa  togliere  un  pezzo  di  suolo  che  valga 
1000  lire,  che  costringere  il  proprietario  del  fondo  a  pagare  a 
tempo  indefinito  50  lire. all'anno.  Pagando  infatti  50  lire  all'anno 
il  fondo  rimane  svalutato  di  1000  lire  :  e,  se  si  dovrà  vendere, 
varrà  allo  stesso  modo  che  se  fosse  stato  proporzionalmente 
diminuito  in  estensione.  Ora,  per  gli  abitanti  di  una  nazione, 
obbligarsi  a  pagare  a  tempo  indefinito  50  milioni  all'anno,  o 
dare  in  una  volta  sola  i  miliardo,  non  differisce  gran  fatto. 
Vuol  dire  (supponendo  che  lo  scopo  il  quale  ha  determinato  il 
prestito  o  l'imposta  sia  assolutamente  improduttivo,  come  pa- 
gare una  indennità  a  un  paese  vincitore)  che  le  generazioni  le 
quali  seguono  possono  o  non  trovare  un  capitale  di  i  miliardo, 
o  trovandolo,  pagare  50  milioni  all'anno,  cioè  tutto  quel  che 
il  miliardo  rende,  ^^el^un  caso  o  nell'altro  non  si  agisce  di- 
versamente, giudicando  le  cose  da  un  punto  di  vista  puramente 
dottrinale.  E  sono  soltanto  ragioni  di  convenienza  pratica  che 
possono  volta  per  volta  far  preferire  il  debito  o  l'imposta. 

Infine  la  idea  che  lo  Stato  facendo  debiti  ecciti  al  risparmio,  è 
semplicemente  assurda.  È  come  dire  che,  dando  prova  di  spen- 
der troppo,  si  spinga  alla  parsimonia,  poiché  se  lo  Stato  fa  de- 
biti è  perchè  le  sue  entrate  ordinarie  non  sono  sufficienti.  Quando 
lo  Stato  emette  un  debito  e  molti  piccoli  risparmi  s'investono 
in  cartelle  di  rendita  pubblica  non  è  che  si  sia  risparmiato  per 
questo  scopo  ma  è  che  lo  Stato  fa  affluire  più  facilmente  i  ri- 
sparmi esistenti  che  non  per  esempio  le  banche  di  credito  mo- 


714  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  III. 

biliare.  11  piccolo  risparmio,  sopra  tutto,  ama  la  grande  si- 
curezza :  e  si  ritiene  che  lo  Stato  inspiri  più  che  altri  questa 
sicurezza  * .  Vi  sono  però  tanti  modi  per  eccitare  il  risparmio, 
che  non  è  proprio  necessario  ricorrere  alla  forma  pericolosis- 
sima del  debito  :  e  non  è  proprio  necessario  abusare  della  im- 
previdenza, sotto  la  forma  di  debiti,  per  spingere  il  paese  ad 
essere  previdente.  Se  molto,  dunque,  si  è  discusso  relativamente 
alla  natura  dei  debiti  pubblici  e  delle  imposte,  è  evidente  che  le 
une  e  gli  altri  hanno  un  fondamento  comune.  Gl'interessi  dei 
debiti  non  possono  essere  pagati  che  con  imposte.  Ora,  ammesso 
un  interesse  di  5  e  un  tasso  di  capitalizzazione  di  20,  è  la  stessa 
cosa  chiedere  a  un  proprietario  di  terre  un  pezzo  della  sua 
terra  del  valore  di  100  lire  che  renda  5  lire  all'anno,  come  chie- 
dergli un  contributo  annuale  di  cinque  lire. 

208.  È  stato  detto  che  i  prestiti  si  coprono  più  facilmente 
quando  servono  a  uno  scopo  patriottico  ;  la  storia  finanziaria 
non  sempre  conferma  questa  ossei-vaziohe.  Spesso  chi  presta  il 
danaro  non  sa  a  che  scopo  deve  servire  :  si  può  dire  nove  volte 
su  dieci  che  non  si  occupi  della  destinazione  f. 

Certamente  la  destinazione  di  un  debito  può  molto  agire  nel 

*  Questo  sofisma  è  particolarmente  pericoloso,  perchè  contribuisce  a 
sottrarre  capitali  al  'industria  e  a  rendere  cronici  i  disavanzi  dei  bilanci. 
«  Vi  è,  diceva  L.  Luzzatti  alla  Camera  dei  deputati  italiani  il  2  marzo 
i8yi  ,  un'  azione  vicendevole  nel  bene  come  nel  male,  fra  le  condizioni 
del  bilancio  finanziario  dello  Stato  e  quelle  del  bilancio  economico  della 
nazione  ,  l'uno  sta  all'altro  come   1  gitto  alla  pressior'C  della  fonte  ». 

t  Ho  visto  anzi  frequentemente  persone  religio^^issime  possedere  ren- 
dita turca  o  egiziana.  È  noto  che  vi  sono  degli  inglesi,  i  quali  traflìcano 
nell'India  in  idoh  indiani  e  quindi  contribuiscono  a  sviluppare  la  idolatria  : 
ma  viceversa  dalla  loro  rigida  fede  anglicana,  si  credono  costretti  a  mandare 
nell'India  stessa,  a  loro  spese,  predicatori  i  quali  devono  combattere  l'ido- 
latria. Così  è,  spesso  del  debito  pubbLco.  Io  ho  conosciuto  un  rentier  reli- 
giosissimo e  anche  in  buona  fede  religioso,  i'  quale  ai  tempi  in  cui  le  più 
odiose  speculazioni  bancarie  mantenevano  alto  il  corso  della  rendita  otto- 
mana, aveva  investito  buona  parte  dei  suoi  rispanm  in  consolidato  turco. 
La  cosa  gli  pareva  naturalissima.  E  quando  io  gli  feci  notare  che  quel  de- 
naro che  egli  aveva  dato  serviva  forse  a  pagare  gli  eserciti  briganteschi  che 
taglieggiavano  i  cristiani  dall'Asia  minore,  e  che  viceversa  il  danaro  che 
egli  riceveva  era  stato  cavato  soldo  a  soldo  dai  cristiani  sofferenti,  mi  guardò 
quasi  trasognato.  Non  avea  certamente  mai  creduto  o  supposto  nulla  di 
simile. 


CAP.    II .]  I    DEBITI    PATRIOTTICI  715 

fare  che  sia  o  non  bene  accolto  dal  pubblico  :  ma  agiscono  so- 
pì a  tutto  la  quantità  dei  capitali  disponibili  e  le  condizioni  cui 
il  prestito  è  fatto.  I  prestiti  patriottici  fatti  a  condizioni  non 
buone  non  sono  quasi  mai  coverti  :  o  sono  coverti  solo  in  parte. 
Il  prestito  patriottico  francese  del  1831,  con  cui  in  realtà  si 
pagava  100  ciò  che  valeva  80,  comprando  alla  pari  le  cartelle 
5  %,  non  produsse  che  20  niilioni  e  mezzo  su  100  che  se  ne  do- 
mandavano :  il  prestito  del  1848  in  condizioni  quasi  analoghe 
non  ne  produsse  che  26.  Senza  dubbio  però,  dove  sono  molti  ca- 
pitali disponibili,  lo  scopo  di  un  prestito  può  agire  nel  richia- 
marli in  più  larga  misura.  L'enorme  slancio  del  pubblico  degU 
Stati  Uniti  nel  coprire  tutti  i  prestiti  contratti  in  occasione  della 
guerra  con  la  Spagna  non  può  essere  attribuito  che  al  fine  cui 
i    prestiti    doveano   servire. 

Accade  che  la  fjjcilità  dei  debito  è  assai  spesso  un  grande 
stimolo  alle  spese.  Le  nazioni  del  Nord,  più  prudenti  e  più 
previdenti  si  sono  spinte  un  pò  meno  di  noi  ;  ma  la  fallace 
illusione  ha  vinto  anch'esse.  Il  debito  pubblico  degli  Stati  di 
Europa,  che  nel  1825  Dufresne  Saint  Leon  faceva  ammontare 
a  38  miliardi,  era  fatto  ascendere  da  Von  Reden  a  47  nel  1850, 
da  Hor  a  56  nel  1860,  da  Legoyt  a  66  nel  1867,  da  Boiteau  a 
108  nel  1885,  nel  1895  ascendeva  a  circa  136  mihaidi,  senza 
tener  conto  della  immane  cifra  dei  debiti  degli  enti  locali, 
che  agiscono  tutti  nello  stesso  senso  e  operano  alla  stessa  guisa . 
'E  se  teniamo  presenti  i  paesi  fuori  di  Europa,  saliremo  a  cifra 
più  alta  e  minacciosa.  Non  si  è  lontani  dalla  verità  dicendo 
che  debiti  dello  Stato  e  debiti  di  enti  locali  ascendono  in  Eu- 
ropa a  circa  250  miliardi.  Tutti  sanno  come  le  democrazie 
parlamentari  abbiano  facile  l'abitudine  a  spendere.  Non  è  ve- 
ramente un  privilegio  dei  Parlamenti,  poiché  il  male  è  antico, 
ma  è,  almeno,  un  fatto  che  i  Parlamenti  hanno  esagerato*. 

*  Quando  Luigi  XIV  volle  ini7.iaie  il  periodo  delle  grandi  intraprese  e 
delle  enormi  spese,  si  trovò  indeciso  fra  l'imposta  e  il  debito.  Colbert,  ammi- 
nistratore rigido  e  onesto,  detestava  il  debito  ;  al  contrario  di  Louvois,  il 
<juale  pensava  che  le  imposte  avrebbero  rese  impopolari  in  Francia,  cos« 
la  guerra  come  le  intraprese  del  re.  Fu  chiamato  a  risolvere  la  contesa  La- 
moignon,  il  quale  fu  del  parere  di  Louvois.  Ali  uscire  dal  colloquio  col  re, 
Colbert  disse  a  Lamoignon  ;  «  Voi  giubilate  ;  voi  pensate  di  aver  fatta  una 


7l6  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [LIBRO  III. 

Il  debito  pubblico  è  una  entrata  straordinaria  :  non  può 
quindi  essere  destinato  che  a  coprire  alcune  spese  straordinarie. 
Quei  paesi  i  quali  coprono  con  il  debito  pubblico  le  spese  ordi- 
narie sono  destinati  al  fallimento.  E  una  via  pericolosa  su  cui 
s'era  incamminata  l'Italia,  la  quale,  per  fortuna,  se  n^è  ritirata 
in  tempo,  lestaurando  anzi  completamente  le  sue  finanze  :  la 
Grecia,  la  Turchia,  il  Portogallo  sono  scivolati  sino  al  falli- 
mento. È  una  via  che  ha  parvenze  seduttrici,  sopra  tutto  dove 
la  morale  pubblica  non  è  elevata.  L'abuso  del  debito  ha  alcune 
conseguenze  dannose  che  non  è  possibile  negare  :  consolida  la 
prevalenza  economica  di  alcune  classi  ;  rende  poco  plastico  il 
capitale  ;  arresta  la  diminuzione  del  tasso  dell'interesse  ;  di- 
minuisce il  fondo  dei  salari. 

L'azione  che  i  prestiti  pubblici  hanno  sull'economia  nazio- 
nale è  stata  assai  bene  studiata  da  Mill,  da  Loria,  da  de  Mo- 
linari  e  da  altri.  Essa  va  esaminata  da  molteplici  punti  di  vista  : 
sopra  tutto  da  quello  dell'aumento  delle  spese  ;  della  azione  sui 
salari,  dell'ostacolo  che  crea  alla  tendenza  a  discendere  che  si 
verifica  nel  tasso  dell'interesse. 

In  generale  i  paesi  che  più  si  spingono  sulla  via  del  debito 
pubblico  sono  anche  quelli  che  più  abusano  delle  imposte  indi- 
rette. Si  può  anche  dire  che,  se  i  debiti  pubblici  sono  fatti  con 
capitali  realmente  disponibili  nella  nazione,  il  caso  è  men«> 
grave  che  quando  si  ricorre  all'estero.  Senza  dubbio  l'inter- 
vento di  capitali  esteri  può  giovare  all'industria  nazionale  ;  ma 
gli  stati  che  assumono  troppi  impegni  verso  paesi  esteri  sono 
generalmente  soggetti  a  tutte  le  vicende  della  politica  intema- 
zionale. La  stabilità  dei  loro  consolidato  è  senza  dubbio  minore 
e  sopra  tutto  se  non  sono  glandi  stati,  diventano  in  certa  guisa 
vassalli  delle  grandi  nazioni  estere.  I  romani  dicevano  non  senza 


azione  di  uomo  da  bene.  Eh  '  non  sapevo  anch'io,  al  pari  di  voi,  che  il  re 
avrebbe  trovato  denaro  a  prestito  ?  Però  mi  guardavo  bene  dal  dirlo.  Ecco 
ora  aperta  la  via  dei  prestiti.  Quale  mezzo  rimarrà  d'ora  innanzi  per  ar- 
restare il  re  nelle  sue  spese  ?  Dopo  i  prestiti  saranno  necessarie  delle  im- 
poste per  pagarli  :  e  se  i  debiti  non  hanno  limiti,  le  imposte  nemmeno  esse 
ne  avranno  ».  Colbert  avrebbe  potuto  estendere  ancora  al  di  là  la  sua  pro- 
lezia,  ma  egli  non  prevedeva  le  nuove  forme  parlamentari,  che  rendono 
l'abuso  del  debito  anche  più  facile. 


GAP.    in.]  STIPULAZIONE   DEI    DEBITI  7I7 

ragione  :  aìienum  aes  acerba  servitus.  Non  oseremo  dire  che  il 
Portogallo  e  la  Polonia  abbiano  nella  politica  intemazionale  la 
stessa  posizione  indipendente  della  Svizzera  e  dell'Olanda. 

L'abuso  dei  prestiti  pubblici  non  va  studiato  solo  sotto  gli 
aspetti  economici  e  finanziari  ;  ma  anche  va  considerata  l'a- 
zione che  essi  esercitano  sulle  condizioni  politiche  e  morali  d^ 
ciascun  paese.  In  paesi  in  cui  le  iniziative  individuali  non  sono 
potenti,  nulla  è  peggiore  che  stimolare  con  le  emissioni  con- 
tinue l'abitudine  di  considerare  come  la  migliore  forma  di  in- 
vestimento i  titoli  di  Stato.  La  gente  che  si  abitua  al  4  o  al 
5  %,  ottenuto  automaticamente,  non  ha  coscienza  della  respon- 
sabilità politica,  ed  è  d'ordinario  la  meno  intraprendente  e  la 
meno  audace.  Ond'è  che  con  tutti  gli  sforzi  bisogna  tendere 
a  ridurre  quanto  è  possibile  l'ammontare  del  debito  pubblico 
e  non  bisogna  ricorrere  ai  prestiti  se  non  avendo  piena  cono- 
scenza delle  difficoltà  che  essi  creano  e  delle  conseguenze  che 
hanno  sull'economia  delle  nazioni. 


IIL 


Stipulazione,  conversione,  a^imortamento 
dei    debiti    pubblici. 

209.  L'emissione  dei  buoni  pel  tesoro  non  avendo  altro  scopo 
che  quello  di  provvedere  a  momentanee  deficienze  del  Tesoro, 
per  mancata  corrispondenza  delle  entrate  con  le  spese,  si  riduce 
a  un'operazione  bancaria.  Lo  Stato  colloca  i  suoi  buoni,  come 
scontasse  cambiali,  presso  banche  di  emissione,  istituti  di  cre- 
dito ordinario,  casse  di  risparmir,  ecc.  Ben  diverso  è  invece  il 
caso  della  emissione  del  vero  debito  pubbhco,  sotto  la  forma  di 
consolidato. 

La  stipulazione  dei  debiti  pubblici  può  essere  fatta  o  diretta- 
mente dallo  Stato,  o  per  mezzo  di  case  bancarie.  Nel  primo 
caso  lo  Stato  negozia  direttamente  i  suoi  titoli  per  sottoscrizione 
Stabihto  un  prezzo  minimo  delle  cartelle  emesse,  si  accordano 
a  coloro  che  offrono  un  prezzo  maggiore.  Accade  qualche  volta 
che  un  prestito  sia  coperto  dieci,  quindici  o  anche  venti  volte. 


7l8  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  III. 

Sono  preferiti  dunque  i  capitalisti  che  offrono  condizioni  mi- 
gliori e  lo  Stato  emette  direttamente. 

Ma  spesse  si  trova  conveniente  affidare  la  emissione  a  case 
bancarie.  Le  cartelle  3  %  emesse  nominalmente  a  100,  sono 
vendute,  supponiamo,  a  case  bancarie,  al  prezzo  di  90.  A  loro 
volta  sono  i  banchieri  che  cercano  di  rivenderne  al  prezzo  più 
alto,  guadagnando  sulla  differenza.  Vi  sono  molte  glandi  case 
bancarie  che  sono,  sopra  tutto  per  i  paesi  minori,  veri  nego- 
zianti di  rendita  :  acquistano  all'ingrosso  dai  governi  e  riven- 
dono al  minuto  ai  loro  numerosi  clienti. 

È  preferibile  in  ogni  caso  che  lo  Stato,  potendo,  emetta  di- 
rettamente e  ciò  fanno  gli  stati  in  migliori  condizioni  :  ma  quelli 
che  non  sono  in  situazione  cosi  vantaggiosa  non  hanno  spesso  il 
beneficio  della  scelta  e  trovano  preferibile  rivolgersi  a  case  ban- 
carie. Le  quali,  d'altra  parte,  scelgono  assai  volentieri  i  fondi 
che  possono  ottenere  al  disotto  della  pari,  come  quelli  in  cui 
più  facile  è  per  esse  la  speculazione.  Molti  stati  minori  trovaiio 
quindi  vantaggioso  affidarsi  a  case  bancarie  piuttosto  che  ven- 
dere direttamente. 

Accade  però  che  gli  stati  meno  prosperi  non  riescono  a  emet- 
tere alla  pari  e  devono  contentarsi  spesso  di  una  somma  assai 
minore  di  quella  per  cui  s'impegnano.  Si  faccia  il  caso  di  un 
paese  in  cui  il  corso  dei  fondi  pubblici  sia  a  poco  oltre  80  :  cioè 
in  borsa  un  titolo  di  100  lire  sia  quotato  80.  Se  accade  una  nuova 
emissione,  è  del  tutto  impossibile  sperare  che  possa  avvenire 
alla  pari.  Nella  ipotesi  più  favorevole  essa  avverrà  anche  a  80, 
benché  sia  da  presumere  che  l'ofierta  del  nuovo  titolo  determini 
ancora  un  corso  più  basso.  Ora  lo  Stato  contrae  un  debito  no- 
minale di  100,  avendo  in  realtà  80  :  è  vero  che  ciò  non  è  punto 
arbitrario  e  dijiende  dal  prezzo  del  danaro  e  dalla  fiducia  che 
l'emittente  gode.  Ma  non  si  può  negare  che  sia  pericoloso  assu- 
mere impegni  nuovi  in  tali  condizioni.  È  chiaro  che  l'interesse 
corrente  del  danaro  sia  la  condizione  principale  determinante 
il  saggio  di  emissione.  Se  il  prezzo  corrente  del  danaro,  suppo- 
niamo, è  6  %  se,  cioè  non  si  ha  in  prestito  danaro,  in  condi- 
zioni normali,  se  non  a  queste  condizioni,  uno  Stato  che  voglia 
emettere  al  5  %,  non  riceverà  da  un  titolo  di  100  lire  che 
83,33.  Bisogna  ancora  tener  conto  della  fiducia  che  l'emittente 


CAP.  TU.]  STIPULAZIONE  DEI  DEBITI  719 

gode  :  l'Inghilterra  e  la  Polonia,  gli  Stati  Uniti  di  America  e  la 
Romania  sono,  dal  punto  di  vista  della  fiducia  di  cui  godono  sul 
mercato  monetario,  in  condizioni  estremamente  diverse.  La 
Polonia  entra  nel  numero  degli  stati  politici,  che  non  riuscirà 
forse  mai  a  fare  una  finanza  seria. 

Gli  stati  più  ricchi  hanno  già  da  gran  tempo  sostituito  il  si- 
stema della  sottoscrizione  nazionale  a  quello  dei  prestiti  fatti 
mediante  le  banche.  Le  sottoscrizioni  nazionali  sono  il  vero  suf- 
fragio universale  :  vi  sono  molti  prestiti  coperti  20,  30,  40  volte. 
Anche  in  questo  caso  accade  però  che,  quando  hanno  interesse, 
i  banchieri  riescono  in  realtà  a  disporre  della  più  gran  parte  dei 
prestiti.  Infatti,  se  essi  sottoscrivono  per  venti  o  trenta  volte, 
assorbono  quasi  tutto  il  prestito  impedendo  ai  privati  capitali- 
sti che  non  conoscono  il  meccanismo  della  emissione,  di  otte- 
nere se  non  una  quota  minima  della  somma  sottoscritta.  Cosi, 
accade  quasi  sempre  che  i  titoli  di  debito  pubblico  non  vanno  ai 
loro  compratori  se  non  traverso  le  banche,  interessate  alla  spe- 
culazione. 

Durante  la  guerra  tutti  gli  stati  belligeranti  sono  stati  ob- 
bligati a  contrarre  prestiti  enormi  e  qualcuno  che  ha  voluto 
consolidare  il  debito  fluttuante  ne  ha  contratti  anche  dopo. 
Naturalmente  questi  debiti  sono  stati  contratti  a  condizioni 
molto  onerose  ;  emessi  a  90,  a  80  anche  a  70  per  cento  del  prezzo 
di  emissione.  Ma  vi  è  una  grande  ingiustizia  quando  si  parla, 
dell'alto  interesse  che  si  dà  ai  detentori  dei  titoli.  In  realtà  essi 
prestavano  in  una  moneta  ch'era  ancora  apprezzata  e  che 
avea  quindi  una  potenza  d'acquisto  molto  più  grande  della 
moneta  attuale.  Hanno  dato  spesso  in  realtà  più  di  quanto 
ricevono  e  riceveranno. 

Vi  possono  essere  a)  prestiti  a  capitale  fisso  e  a  interesse  va- 
riàbile, che  furono  frequenti  in  Inghilterra  nel  secolo  passato  : 
h)  prestiti  a  interesse  fisso  e  capitale  variabile,  sì  come  sono  ora 
comunemente  quasi  dovunque.  Nei  primi,  lo  Stato  indica  nel 
titolo  il  capitale  effettivamente  ricevuto  al  momento  della  sti- 
pulazione ;  supponiamo  100  milioni  a  7  %.  Lo  Stato  si  obbliga 
a  restituire  sempre  100  milioni,  ma  varierà  l'interesse  secondo 
le  condizioni  del  mercato.  Nei  secondi  lo  Stato  corrisponde  un 
aggio  d'interesse  fisso  e  il  prezzo  di  borsa  del  titolo  varia  quindi 


720  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  III. 

secondo  le  mutazioni  dell'interesse  nel  mercato.  Supponendo  che 
un  prestito  sia  stato  fatto  al  5  %,  supponendo  che  sul  mercati^ 
il  prezzo  del  danaro  sia  appena  4,  il  titolo  avrà  un  rialzo  gran- 
dissimo. Si  chiama  consolidazione  la  sistemazione  definitiva  del 
debito  nel  bilancio  dello  Stato. 

210.  I  debiti  pubblici,  come  abbiamo  visto,  hanno  tre 
forme  fondamentalmente  diverse  :  debito  fluttuante,  debito  redi- 
mibile e  debito  consolidato  irredimibile.  Ma  anche  quest'ultimo 
può  assumere  e  assume  forme  diversissime. 

In  quasi  tutti  i  paesi  l'amministrazione  del  debito  pubblico^ 
regolata  da  leggi  speciali  è  sottomessa  al  controllo  di  commis- 
sioni parlamentari.  Da  quando  Cam.bon  l'introdusse  in  Francia,, 
nel  1793,  esiste  un  gran  libro  del  debito  pubblico,  dove  sono 
registrati  tutti  i  debiti  dello  Stato:  d'ordinario  il  Gran  Libro  si 
compone  di  tanti  registri  quante  sono  le  speciali  categorie  del 
debito    pubblico. 

In  Italia  la  legge  fondamentale  del  19  luglio  1861  dispone  che 
la  prima  assegnazione  da  farsi  nel  bilancio  di  ciascun  anno  sarà 
pel  pagamento  delle  rendite  che  costituiscono  il  debito  pubblico. 
Questa  disposizione  è  comune  alle  leggi  di  molti  paesi  e  serve 
appunto  a  dare  più  ampia  sicurezza  ai  creditori  dello  Stato. 

I  titoli  di  debito  pubblico  si  dividono  in  :  titoli  nominativi,  in- 
scritti nel  Gran  Libro  sotto  il  nome  di  chi  li  possiede  ;  sono 
rappresentati  da  certificati  di  inscrizione  della  rendita  accesa 
nel  registro  de]  debito  pubblico  per  le  iscrizioni  nominative  e 
contengono  la  indicazione  dell'annua  rendita  e  la  data  da  cui  ne 
comincia  il  godimento  ;  titoli  al  portatore,  rappresentati  da  car- 
telle senza  indicazione  della  persona  che  li  possiede.  D'ordi- 
nario i  titoli  al  latore  non  possono  sottoporsi  a  vincoli  :  si  alie- 
nano con  semplice  consegna  della  cartella  ;  titoli  misti,  sono 
titoli  nominativi,  essendo  rappresentati  da  un  certificato  della 
iscrizione  della  rendita,  ma  con  le  cedole  al  portatore.  Alcuni 
paesi  come  l'Italia  e  la  Francia  hanno  tutte  e  tre  le  forme  :  ma 
vi  è  in  molti  stati  una  spiccata  tendenza  a  rendere  tutti  i  titoli 
nominativi. 

Molti  stati  accordano  alcuni  privilegi  ai  detentori  della  ren- 
dita pubblica  e  ciò  non  è  ultima  causa  della  diffusione  di  essa 
fra  i  piccoli  capitalisti.  Uno  di  tali  progetti,  e  il  più  importante 


GAP.    III.J  FORME    DI    DEBITI  72I 

fra  essi,  è  il  riconoscere  la  insequestrabililà  *  ;  un  altro  privi- 
legio è  nel  dichiarare  la  rendita  esente  da  imposte  speciali. 
Molti  stati  sono  debitori  verso  cittadini  stranieri.  Ora  se  al- 
l'interno della  nazione  è  possibile  fare  i  pagamenti  nella  valuta 
corrente,  all'estero  non  si  può  farli  se  non  in  oro.  Ma  ammesso 
che  vi  sia  corso  forzoso,  questo  fatto  può  determinare  e  deter- 
mina una  speculazione  attiva.  Coloro  che  possiedono  titoli  al 
latore  mandano  i  coupons  all'estero.  Ciò  oltre  che  creare  un 
imbarazzo  al  Tesoro,  aggrava  sempre  più  i  paesi  che,  per  le 
sfavorevoli  condizioni  coramerciaU  e  per  disordini  nella  circola 
zione,  erano  già  al  regime  del  corso  forzato.  Per  riparare  in 
parte  a  questo  fatto  si  usano  speciali  provvedimenti  come  Vaf- 
Hdavit  (chi  riscuote  presso  banca  estera  giura  di  essere  proprie- 
tario del  titolo).  Ua/fidavit  è  di  origine  inglese.  In  Inghilterra 
l'affidavit  è  la  dichiarazione  giurata  (da  parte  degli  stranieri 
residenti  in  Inghilterra)  di  possedere  fondi  di  Stato  esteri  o 
azioni  estere  di  società  commerciali.  Per  sottrarsi  al  pagamento 
deìVincome  fax  il  detentore  straniero  di  titoli  dichiarava  davanti 
a  un  console  o  a  un  notaio  che  egli  non  risiede  in  Inghiltena. 
Perciò  l'Italia  che  ha  il  corso  forzato  e  non  paga  all'interno 
in  oro,  chiede  che  i  detentori  stranieri  di  rendita  italiana,  di- 
chiarino di  essere  in  realtà  i  detentori  del  titolo  per  cui  si  paga 
all'estero  interesse  in  oro  f. 

211.  Emettendo  rendita  consolidata,  lo  Stato  si  obbliga  a 
corrispondere  un  interesse,  ma  non  mai  a  sostituire  il  capitale. 
Ben  vero  che  è  sempre  in  diritto  di  riscattare  il  suo  debito  tutte 
le  volte  che  creda  poterlo  ammortizzare.  Però  i  creditori  dello 
Stato  possono  benissimo,  desiderando  di  rientrare  nel  possesso 
dei  loro  capitali,  alienare  il  titolo  di  rendita.  Nelle  borse  com- 
merciali si  negoziano  i  titoli  di  Stato.  Ora  il  prezzo  di  tali  ti- 
toli è  determinato  (come  quello  dei  titoli  di  qualsiasi  società 
commerciale),  dal  loro  rendimento  e  dalla  loro  sicurezza.  I  ti- 
toli di  un'estrema  sicurezza  hanno  spesso  un  corso  superiore 

*  In  Francia  la  legge  8  nevoso  anno  VI  disponeva  all'art.  4  «  qu'il  ne  sera , 
plus  regu  à  l'avenir  d'opposition  sur  le  tiers  conserve  de  la  dette  p  ublique 
inscritte  ou  à  inserire  ». 

t  Però  questa  misura  ha  ora  per  l'Italia  importanza  scarsa,  visto  che, 
da  qualche  tempo  la  rendita  3.50  è  poca  cosa  in  confronto  del  consolidato  5°/o. 


722  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  III. 

a  quelli  poco  sicuri,  anche  quando  questi  ultimi  rendano  assai 
di  più.  Poiché  l'interesse  che  lo  Stato  dà  per  la  rendita  pub- 
blica non  può  variare  che  a  lungo  termine,  mediante  operazioni 
di  conversione,  il  prezzo  dei  titoli  è  influenzato  dalla  maggiore 
o  minore  richiesta  di  danaro,  e  dalle  condizioni  di  sicurezza. 
Supponiamo  che  uno  Stato  corrisponda  il  4  %  quando  il  prezzo 
del  denaro  è  5  %  nella  media  degli  investimenti,  anche  nei  più 
sicuri  vuol  dire  che  la  rendita  non  può  essere  alla  pari,  e  il 
suo  corso  all'incirca  80.  Supponiamo  che  giungano  notizie  po- 
litiche poco  rassicuranti  e  vi  sarà  ancora  discesa  ;  al  contrario 
una  situazione  politica  vantaggiosa,  diminuendo  ciò  che  in  realtà 
costituisce  il  premio  di  assicurazione,  non  può  che  giovare  al 
titolo  ed  elevarne  il  prezzo.  Si  dice  che  la  rendita  è  alla  pari 
quando  il  suo  corso  corrisponde  al  prezzo  nominale  di  emis- 
sione ;  se  è  più  in  alto  o  più  in  basso,  è  al  disopra  o  al  disotto 
della  pari.  Dunque  titoli  di  Stato,  emessi  allo  stesso  saggio 
d'interesse,  valgono  più  o  meno  secondo  la  fiducia  che  lo  Stato 
emittente  insfyir-.i.  Allo  stesso  modo  che  due  piivati  i  quali  chie- 
dono danaro  in  prestito,  pagano  un  interesse  maggioie  o  mi- 
nore, secondo  che  sono  ricchi  o  poveri,  onesti  o  disonesti, 
secondo  infine  che  sono  conosciuti  per  le  ioro  abitudini  di  pun- 
tualità o  disordine.  S'intende  bene  che  tutti  gli  avvenimenti 
i  quali  giovano  alla  sicurezza  e  alla  solidità  di  uno  Stato  elevino 
il  corso  della  sua  rendita  diminuendo  ciò  che  costituisce  il 
premio  di  assicurazione  e  viceversa  lo  deprimano  tutti  gli  av- 
venimenti nocevoli .  Come  non  si  può  rialzare  in  modo  durevole 
artificialmente  il  prezzo  delle  merci,  cosi  non  si  può  il  corso 
della  rendita  pubblica.  La  fiducia  o  sfiducia  non  sono  cose  che 
si  possano  imporre  *.  Ciò  non  impedisce  che  siano  da  consi- 

*  Il  27  luglio  1882,  Leon  Savy  diceva,  alla  Camera  francese,  ridendo  dei 
pregiudizi  sui  corsi  della  rendita  :  Ainsi  le  baissier  est  un  ennemi  pubblio 
qu'il  faut  poursuivxe  :  il  faut  tàcher  de  mettre  la  main  dessus  ;  je  sais  que 
cette  doctrine  a  coiu-s.  Il  m'est  arrivé  un  jour  une  histoire  assez  singuliére, 
à  propos  d'une  personne  qui  professait  les  mémes  doctrines,  mais  en  sens 
inverse.  J'étais  ministre  des  Finances  ;  je  vis  arriver  dans  mon  cabinet 
un  homme  qui  avait  joué  un  certain  róle  à  la  Bourse  :  il  est  mort  depuis. 
Il  me  dit  :  «  Monsieur  le  Ministre,  je  vais  vous  dire  une  chose  qui  va  bien 
veus  étonner  ;  depuis  trente  ans  que  je  suis  à  la  Bourse,  j'ai  toujours  été 
à  la  hausse,  et  je  ne  suis  pas  encore  décoré  ».  {Hilarité  generale). 


GAP.    ITI.]  IL   CORSO   DELLA    RENDITA  723 

derare  come  malfattori  coloro  che  spargono  false  notizie,  a 
scopo  di  produrre  panico  :  come  chi  producesse  artificialmente 
panico  in  una  folla  sarebbe  responsabile  generalmente  delle  con- 
seguenze   determinate. 

Qualunque  paese  può  servire  di  esempio  :  la  rendita  è  alta 
solo  se  le  condizioni  generali  sono  buone.  Dal  1793  al  1900  il 
consolidato  inglese  è  disceso  una  volta  sola  a  52,  in  seguito  a 
gueira  e  a  grande  crisi  di  comm^ercio  :  si  è  mantenuto  basso  du- 
lante  le  guerre  napoleoniche  :  è  salito  subito  dopo  e  dal  1826 
non  è  mai  disceso  al  di  sotto  di  80,  raggiungendo  il  m.assimo 
di  114  alla  vigilia  della  guerra  con  il  Tiansvaal.  Ebbene,  tutte 
le  volte  che  tra  il  1825  e  il  1900  vi  sono  state  grandi  discese 
nei  corsi  dei  consolidato,  ciò  è  dipeso  da  guerre  o  da  rivolu- 
zioni o  da  grandi  perturbamenti.  «  In  alcuni  mesi  dello  scorso 
anno  (19 11)  si  ebbe  a  lamentare  una  forte  discesa  nei  conso- 
lidati di  tutti  i  paesi,  i  motivi  turono  vari,  e  non  tutti  di  na- 
tura politica.  Vi  era  un  forte  bisogno  di  capitale  da  impiegare 
a  scopo  di  diretta  produzione  :  capitale  a  cui  arrideva  la  spe- 
ranza di  più  alto  compenso.  E  allora,  con  moto  spontaneo, 
esso  si  disimpegnò  dai  fondi  pubblici  per  investirsi  in  azioni 
di  Società  private.  Le  vendite,  divenute  per  tal  motivo  im- 
provvise e  notevoli,  cacciarono  in  basso  i  titoli  di  Stato  e  li 
mantennero  depressi  per  tempo  non  breve.  Però,  di  fronte  a 
cosi  sensibile  discesa,  il  nostro  3,75  %,  divenuto  poi  3,50, 
seppe  opporre  molta  resistenza,  la  quale  si  spiegò  non  soltanto 
col  saggio  d'interesse  corrisposto  dal  consolidato  italiano,  ma 
anche  con  la  meritata  fiducia,  che  i  detentori  esteri  riponevano 
nella  nostra  Finanza  di  Stato.  Se  esso,  nel  1911,  subì  una  qual- 
che falcidia,  ciò  si  dovette  alla  riduzione  automatica  dal  3,75 
^^  3>50  %>  riduzione  che  ebbe  luogo  dal  1°  gennaio  1912,  e  di 
cui  si  cominciarono  a  sentire  gli  effetti  sin  daJlo  scorcio  del- 
l'anno precedente.  Le  alte  quotazioni  raggiunte  dal  nostro 
consolidato  rispetto  agli  altri,  dipesero,  senza  dubbio  dall'in- 
teresse abbastanza  alto  che  da  esso  derivava  ».  La  discesa  del 
resto  dei  consolidati  prima  della  guerra  era  un  fatto  generale, 
e  avea  attratta  l'attenzione  di  molte  persone  autorevoli  per 
le  future  convenzioni.  Si  era  occupata  del  fatto  anche  la  Rovai 
Statistical  Society,  con  un  ingegnoso  studio  del  Wi^^iams,  dal 


724  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  HI. 

titolo  «  //  tasso  di  sconto  e  i  corsi  dei  consolidati  ».  Il  Williams 
prende  a  considerare  il  tempo  che  va  dal  1850  al  1910  e  lo  divide 
in  tre  periodi  :  1°  quello  dal  1850  al  1870,  durante  il  quale  i 
prezzi  e  il  tasso  di  sconto  erano  in  ascendenza  ;  2°  quello  dal 
1870  al  1895,  in  cui  al  contrario,  i  prezzi  e  il  tasso  dello  sconto 
erano  in  ribasso  ;  3"  quello  dal  1895  al  19 io  in  cui  tali  corsi  sono 
di  nuovo  in  aumento.  Al  principio  di  ognuno  di  questi  periodi 
si  constata  che  il  maximum  dell'aumento  o  del  ribasso  è  rapi- 
damente raggiunto.  Riguardo  al  modo  con  cui  i  banchieri 
impiegano  le  loro  risorse  vediamo  che  in  generale  due  sono 
i  modi  principali  :  l'uno  consiste  nell'acquisto  di  Consolidati, 
l'altro  nello  sconto  delle  cambiali,  e  allorché  il  tasso  dello 
sconto  è  superiore  al  rendimento  dei  Consolidati,  questi,  dice 
Williams,  necessaiiamente  ribassano.  Se  il  tasso  delio  sconto 
discende  al  disotto  del  rendimento  dei  Consolidati,  questi,  al 
contrario,  risalgono.  Secondo  Williams,  dunque,  il  saggio  dello 
sconto  essendo,  in  questo  periodo  in  aumento,  i  consolidati 
devono  tendere  al  ribasso.  «  Ora  non  disconoscendo  l'influenza 
che  il  tasso  di  sconto  deve  necessariamente  esercitare  sull'an- 
damento dei  corsi  dei  consolidati  non  si  deve  escludere  che 
causa  dell'odierna  discesa  di  essi  sia  la  scarsezza  dei  capitali 
di  fronte  al  progredire  dell'industrie  e  dei  commerci  per  cui 
si  fa  sempre  più  intensa  la  richiesta  di  essi,  spingendo  in  alto 
il  saggio  dell'interesse  »  *. 

*  Per  esaminare  il  grado  di  relativa  depressione  subito  dai  vari  consoli- 
dati, riportiamo  le  seguenti  cifre,  avvertendo  che  esse  riguardano  le  più 
basse  quotazioni  avutesi  nei  vari  anni.  Avvertiamo  altresì  che  le  quota- 
zioni dei  consolidati  francese,  italiano,  russo,  austriaco,  spagnuolo  e  turco- 
unificato  son  ottenute  nella  Borsa  di  Parigi;  mentre  quelle  del  consolidato 
inglese  si  ottennero  a  Londra,  e  a  Berlino  quelle  dei  consolidati  tedeschi: 


1907 

1908 

1909 

1910 

1911 

Italiano   3-75  %      •    • 

100.70 

101.42 

102.57 

102,75 

99.40 

Francese  3  % 

.   94-25 

94.70 

96.65 

97.10 

93-95 

Russo  4  % 

.  72.50 

81.80 

82  — 

93-90 

93.25 

Austriaco    4    %   .    .    . 

.  96.15 

95.35 

94-30 

94.40 

91.25 

Spagnuolo  4   %   .    .    . 

.   91.20 

93-45 

95.85 

92.75 

91.90 

Turco-im.  4  %      ... 

.  92.60 

90.25 

93-30 

91  — 

85.40 

Inglese  2    y2    %    •    •    • 

.   82  — 

83.87 

82.12 

79.10 

77-25 

Imperiale  tedesco  3  14 

%   93  — 

91.20 

93-10 

92.10 

91.80 

Prussiano  3   1/2   %    •    • 

• 

.   93.30 

91.20 

93.10 

92.20 

91.80 

CAP.  HI.]  IL  CORSO  DELLA  RENDITA  725 

Le  Operazioni  di  arbitraggio  fanno  «ì  che  presso  tutte  le  borse 
i  titoli  tendano  ad  avere  lo  stesso  corso.  1/arbitraggio  consi- 
ste nel  cercare  tra  tutte  le  operazioni  che  si  possono  fare  per 
pagare,  quelle  che  riescono  più  economiche  e  per  vendere  quelle 
che  rendono  di  più.  Gli  arbitraggi  si  fanno  d'ordinario  in  let- 
tere di  cambio,  in  metalli  preziosi  e  in  fondi  pubblici.  1  titoli  di 
stati  sono  diventati  veri  stromenti  intemazionali  di  circolazione. 
Si  spiega  facilmente  l'azione  che  il  corso  della  rendita  pubblica 
ha  su  tutti  gli  altri  valori.  Il  credito  in  certa  guisa  è  la  risul- 
tante della  solvibilità  dei  singoli  individui  ed  è  perciò  che  va- 
considerato  con  ogni  prudenza.  L'abuso  dei  debiti  pubblici 
mena  all'esagerazione  delle  imposte  ed  è,  come  dicevamo,  an- 
che più  pericoloso  per  la  facilità  con  cui  vi  si  ricorre. 

212.  Supponiamo  che  un  paese  abbia  emesso  al  5  %  e  che, 
per  le  sue  prospere  condizioni  a  per  l'abbondanza  di  danaro 
disponibile  sul  mercato,  il  titolo  sia  quotato  in  borsa  125.  Al- 
lora il  titolo  rende  in  realtà  il  4  %  ;  è  possibile  una  operazione 
che  si  chiama  di  conversione  e  che  consiste  nella  riduzione  dei- 


Come  si  vede,  anche  tenendo  conto  delle  quotazioni  più  basse,  il  nostro 
consolidato  ebbe  miglior  trattamento  di  tutti  gli  altri.  Né  le  condizioni  ac- 
cennano a  mutar  nei  primi  mesi  del  191 2.  Ecco  infatti  il  listino  della  Borsa 
di  Parigi  del  2  marzo  1912. 

Rendita    francese    3     %       94-70 

Rendita     italiana     3.50  %        97-72 

Rendita    turca    4     %       92.47 

Rendita  spagnuola  4    % 96.07 

Rendita     ungherese  93  -90 

Rendita    brasile    5    %       

Rendita    serba    4     %       88.57 

Rendita    portoghese  

Rendita    russa    3     %     1891 83.45 

Rendita    russa  4   %   %   1903 loi. — 

Rendita    russa    5     %       106.10 

Astrazion  fatta  della  russa,  che  avea  interessi  elevati,  la  nostra  rendita 
è  stata  ancora  tra  le  meglio  quotate. 

Queste  notizie  hanno  ora  valore  soltanto  storico.  Dopo  la  guerra  tutto 
è  mutato  :  vi  sono  rendite  e  consolidati  che,  espressi  in  oro,  quasi  non  valgo- 
no più  nulla  e  vi  è  stato  un  profondo  sconvolgimento  di  tutta  l'economia 
del  credito. 

Ni  tti.  47 


726  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  III. 

Tinteresse.  Lo  Stato  può  rimborsare  il  debito  antico  ed  emet- 
terne un  altro  a  condizióni  migliori.  Bene  inteso  che  lo  Stato 
il  quale  converte  il  suo  titolo,  cioè  ne  riduce  gli  interessi  in  vi- 
sta della  situazione  del  mercato,  dà  ai  suoi  creditori  la  sce  Ita  tra 
il  contentarsi  di  un  interesse  minore  e  l'essere  rimborsati  alla 
pari.  Quindi  chi  possiede  un  titolo  nominale  di  loo  lire,  al 
4  %  o  accetta  un  interesse  di  3  ^,  oppure  riavrà  il  capitale 
di  lire  100.  Ogni  altra  operazione,  la  quale  non  lasci  questa  li- 
bera scelta,  non  è  già  una  conversione,  ma  una  riduzione  for- 
zata :  può  essere  giustificata  da  suprema  necessità  finanziaria, 
ma  non  è  da  considerarsi  in  alcuna  guisa  come  una  leale  ope- 
razione di  conversione. 

Perchè  la  conversione  possa  riescire,  è  chiaro  che  alcune  con- 
dizioni sono  necessarie.  È  evidente  che,  prima  di  tutto,  si  deve 
ammettere  che  i  creditori  trovino  vantaggio  a  conservare  il 
titolo  quando  frutti  meno  :  altrimenti  ne  chiederebbero  il  rim- 
borso. E  perchè  ciò  avvenga,  occorre  che  altri  investimenti  di 
eguale  sicurezza  non  presentino  maggiore  vantaggio  ;  occorre 
che  il  prezzo  del  danaro  sia  tale  che  la  riduzione  di  interesse 
convenga  ;  occorre  infine  che  le  condizioni  generali  della  fi- 
nanza siano  taU  da  rendere  conveniente  l'operazione.  Non  è 
possibile  che  un  artifizio  di  borsa  possa  riescire  in  materia 
simile.  Difatti  se  il  rialzo  dei  titoli  avviene  per  lavorìo  di  borsa, 
al  momento  della  conversione  non  cessa  di  venir  fuori  la  situa- 
zione vera.  Perchè  conversioni  siano  rese  possibili  e  la  finanza 
sia  veramente  giovata,  bisogna  sopra  tutto  ch'essa  sia  onesta 
e  rigida.  La  Spagna  corrisponde,  per  la  maggior  parte  del  suo 
consohdato,  il  4  %  netto  :  altri  paesi  più  ricchi  corrispondono 
meno.  E  pure  accade  che  i  titoli  di  questi  ultimi  siano  pagati  di 
più  e  che  quindi  in  borsa  siano  quotati  a  prezzo  più  alto.  Ab- 
biamo visto  che  titoli  di  Stato  emessi  allo  stesso  saggio  di  in- 
teresse valgono  più  o  meno,  sono  pagati  più  o  meno  secondo 
la  -fiducia  che  lo  Stato  emittente  ispira.  AUo  stesso  modo  che  due 
privati  i  quali  chiedono  danaro  in  prestito,  pagano  un  interesse 
maggiore  o  minore,  secondo  che  sono  ricchi  o  poveri,  onesti  o 
disonesti,  secondo  infine  che  sono  conosciuti  per  le  loro  abi- 
tudini di  puntualità  o  di  disordine.  Nessuna  conversione  è  possi- 
bile dove  vi  sieno  abitudini  finanziarie  disordinate. 


CAP.    III.]  LA    CONVERSIONE    DELLA    RENDITA  727 

Nei  paesi  a  corso  forzato  e  debitori  all'estero,  prima  condi- 
zione perchè  una  conversione  possa  farsi  e  riescire  è  risanare 
la  circolazione.  Dato  il  rinvilimento  della  carta  moneta  circo- 
lante e  il  cambio  elevato,  non  è  possibile  sperare  in  alcuna 
conversione.  Ed  è  anche  perciò  che  i  problemi  della  circola- 
zione hanno  capitale  importanza. 

Vi  possono  essere  molteplici  forme  di  conversione. 

I>a  più  semplice,  la  più  naturale  è  la  conversione  alla  pari. 
Quando  la  rendita  è  sopra  la  pari  e  nelle  condizioni  già  indi- 
cate, lo  Stato  offre  ai  suoi  creditori  o  un  nuovo  titolo  o  il  rim- 
borso alla  pari.  È  la  forma  più  usata.  Qualche  volta,  se  le  do- 
mande di  rimborso  possono  essere  molto  numerose,  lo  Stato  può 
ammettere  il  rimborso  per  serie.  Non  è,  come  si  pretende,  un 
mezzo  di  intimidazione  ;  ma  una  forma  di  previdenza.  Del  re- 
sto non  nuoce  in  alcuna  guisa  ai  creditori  di  essere  pagati  al- 
cuni subito,  altri  dopo  tre,  altri  dopo  sei  mesi.  La  conversione 
può  essere  equitativa,  {avec  soulté),  come  dicono  i  Francesi, 
quando  non  è  fatta  per  ridurre  gl'interessi,  ma  per  procurarsi 
dei  capitali.  Supponendo  una  rendita  4  %  a  115,  lo  stato  po- 
trebbe fare  convenientemente  la  conversione  a  3  %,  essendo, 
il  credito  a  2,48.  Ma  in  alcuni  casi  si  preferisce  domandare  ai 
detentori  del  titolo  una  certa  somma  [soulté),  promettendo  la 
inconvertibihtà  temporanea  del  titolo.  Lo  Stato,  invece  di  ri- 
durre l'interesse  al  3,50  promette  la  inconvertibilità  per  un  pe- 
riodo, supponiamo  di  io  anni  e  in  contraccambio  chiede  su- 
bito il  vantaggio  di  dieci  annualità  di  0,50.  È  un  sistema  se- 
ducente, ma  pericoloso,  essendo  difficile  prevedere  l'avvenire. 

Vi  sono  anche  convenzioni  al  di  sotto  della  pari  che  non  pro- 
ducono alcun  benefizio  al  Tesoro  e  consistono  nell'oflrire  ai 
detentori  di  titoli  al  di  sopra  della  pari  di  scambiarli  con  titoli 
al  di  sotto.  Se  una  rendita  al  4%  èa  113  essa  frutta  in  realtà  a 
chi  la  compera  3,34.  Se  vi  è  un  3  %  dello  Stato,  a  70  esso  frutta 
in  realtà  4,28.  Ora  si  può  dallo  Stato  convertire  il  4  %  alla 
pari  e  realizzare  una  economia  sugli  interessi,  offrendo  lo  stesso 
reddito  in  titoli  3  %,  sia  pure  con  qualche  piccolo  vantaggio. 
Questa  forma  di  conversione  non  è  vantaggiosa,  perchè  au- 
menta il  capitale  del  debito  ed  è  stata  qualche  volta  usata  solo 
per  unificare  il  debito. 


728  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  III. 

Vi  sono  infine  conversioni  con  ammortamento,  le  quali  danno 
allo  Stato  un  benefizio  lontano,  ma  cominciano  con  l'accrescere 
le  spese  per  il  debito.  Vi  sono  in  questa  forma  conversioni  in 
annuita  terminabili,  che  consistono  nello  scambiare  i  titoli  di 
un  fondo  costituito  in  perpetuo  contro  nuovi  titoli  con  ammor- 
tamento regolare,  per  cui  dopo  una  serie  di  anni  il  debito  è 
estinto  ;  e  vi  possono  essere  conversioni  in  rendite  vitalizie ,  in 
cui  il  bilancio  di  ammortamento  è  variabile  secondo  la  durata 
della  vita  dei  detentori  del  titolo.  Si  tratta  di  una  vera  opera- 
zione di  assicurazione.  Vi  possono  essere  anche  altre  forme. 
Ma  la  prima,  la  conversione  alla  pari,  è  la  più  semplice  e  quella 
che  generalmente  viene  adottata. 

Lo  Stato  che  vuole  operare  una  conversione  deve  osservare 
attentamente  che  i  corsi  della  rendita  pabblica  non  solo  siano 
al  disopra  della  pari,  ma  che  lo  siano  da  un  tempo  sufficiente 
a  togliere  ogni  dubbio  che  la  estimazione  del  titolo  non  sia 
dovuta  a  circostanze  esteriori.  La  conversione  deve  presentarsi 
perchè  riesca,  nella  forma  più  chiara,  più  semplice,  più  leale  : 
ogni  combinazione  aleatoria  deve  essere  bandita  *. 

Le  conversioni  differite  consistono  nel  ridurre  l'interesse  dei 
titoli  mobiliari  non  in  una  volta  sola,  ma  in  due  o  tre  ;  gene- 
ralmente si  preferisce  non  ricorrere  a  questo  mezzo,  essendo  più 
utile  aspettare  il  momento  più  adatto  per  una  conversione 
pronta  e  completa  t-  Le  regole  che  presiedono  a  ogni  con  ve  r- 

*  Montesquieu  diceva:  «Lorsque  l'État  emprunte,  ce  son  les 
particuliers  qui  fixent  le  taux  de  l'intéret  ;  lorsque  l'État  veut  payer  c'est 
à  lui  à  le  fixer».  Esprit  des  lois,  Ub.  XXII,  cap.  XVIII. 

t  Fra  gli  studi  sulle  conversioni  cfr.  E.  W.  Hamilton  :  Conversion  and 
Redemption,  London,  1899  e  Mac  GuUoch:  A  treatise  on  the  princi- 
ples  and  practices  influence  of  taxation  and  the  funding  system,  Edimburg, 
1863,  3.  ediz.,  dove  anche  le  questioni  generali  relative  alla  conversione 
sono  )bene  esaminate;  Courtois:  Traité  des  opèrations  de  bourse,  12. me 
ed.,  Paris,  1902,  pag.  147  e  seg.  ;  H.  Labeyrie:  Théorie  et  histoire  des 
conversions  de  tenie.  Paris,  1876  ;  B  o  u  e  a  r  d  e  t  J  é  z  e,  Finance,  tom.  I, 
pag.  386  e  seg.  ;  Robert  Doucet:  La  conversion  des  fonds  d'Etat  eH 
France  au  XIX  siede  Paris,  1903  ;  P  o  1  i  z  i  o  :  Sul  miglior  sistema  di  con- 
versione, Napoli,  1904;  Sch  anz  :  Die  Konvertierung  preussischer  Staatss- 
chulden,  in  Finanz-Archiv.,  1883;  Heekel:  Konversionen  in  Handwòr- 
terbuch  der  Staatswissenschaften  di  Conrad;  F.  Garonna:  La  Con  - 
•grsione  della  Rendita,  Palermo,  1907. 


GAP.  III.]  LA  CONVERSIONE  DELLA  RENDITA  729 

sione  sono  molteplici  e  derivano  dalla  natura  dell'operazione. 
Prima  di  tutto  l'offerta  di  rimborso  deve  essere  sincera  :  se  si  dà 
ai  creditori  la  scelta  fra  un  titolo  nuovo  e  il  rimborso  del  titolo 
vecchio,  bisogna  che  la  scelta  sia  effettiva.  Bene  inteso  che  la 
conversione  si  basa  sempre  sulla  convinzione  (risultante  dalle 
condizioni  del  mercato)  che  è  più  conveniente  non  eh. edere  il 
rimborso.  La  conversione  deve  essere  obbligatoria  :  e  perciò  le 
conversioni  facoltative,  usate  qualche  volta  in  passato,  hanno 
avuto  per  effetto  di  creare  vere  ingiustizie,  alcuni  detentori 
renitenti  alla  conversione  avendo  avuto  condizioni  partico 
larmente  vantaggiose.  Infine  la  conversione  non  deve  aumentare 
il  rapporto  del  debito  ;  le  conversioni  con  aumento  di  capitali 
sono  quindi  specialmente  riprovevoli.  E  non  è  meno  dannoso 
offrire  premi  che  spesso  non  sono  indispensabili  e  che  riescono 
solo  a  creare  difficoltà  o  abusi. 

L'Inghilterra  prima  di  tutti,  e  poi  la  Francia  e  gli  Stati  Uniti 
hanno  fatto  grandi  e  ben  riesci  te  conversioni.  Che  cosa  dicono 
queste  conversioni  ?  Che  non  vi  è  nessun  artifizio  che  possa 
prevalere  se  le  condizioni  economiche  non  sono  adatte.  Il  mec- 
canismo è  semplice  :  lo  Stato  chiama  al  rimborso  il  suo  debito 
e  nello  stesso  tempo  fa  un  altro  debito  a  condizioni  più  favo- 
revoli. I  detentori  dei  titoli  di  rendita  possono  così  accettare 
il  nuovo  titolo  o  chiedere  il  rimborso.  La  conversione  si  dice 
riescita  quando  l'ammontare  integrale  del  debito  antico  si 
trova  coverto  dal  debito  nuovo,  vi  siano  stati  o  non  rimborsi  ♦. 


*  Per  la  sicurezza  sempre  crescente  e  per  il  fatto  che  il  capitale  diventa  più 
abbondante,  molte  conversioni  sono  state  operate,  in  Europa  negli  ultimi 
anni.  Si  calcola  che  le  sole  conversioni  operate  fra  il  1889  e  il  1896  abbiano 
ridotto  l'interesse  dei  diversi  debiti  pubblici  di  250  milioni.  Neymarck 
in  Val.  mob.  voi.  II,  pag.  15.  Ricardo  avea  idee  audacissime  su  questo 
punto.  Il  16  dicembre  1819  egli  diceva  alla  Camera  dei  comuni  :  «  In  quanto 
al  debito  nazionale,  io  so  molto  bene  che  le  mie  opinioni  passeranno  per 
stravaganti  presso  più  di  uno  fra  voi.  Io  credo  che  vi  sia  modo  di  rimbor- 
sarlo e  che  il  paese  sia  in  condizioni  di  farlo  in  questo  momento.  Io  non 
intendo  punto  che  deva  essere  rimborsato  alla  pari  :  il  creditore  pubblico 
non  ha  alcun  diritto  a  questo  tasso  ;  la  buona  fede  pubblica  sarà  salva  se  si 
rimborsa  al  corso  della  borsa.  Che  ciascuno  paghi  la  sua  parte  e  il  rimborso 
si  effettuerà  al  prezzo  del  sacrifizio  di  un  capitale  eguale».  Il  24  dicembre 
esponeva  poi  un  piano  assai  ardito.  Parliatnentary  Debates,  voi.  XLI,  pag 
1209  e   1577. 


730  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  III. 

Con  legge  27  giugno  1906,  in  Italia,  è  stata  eseguita  una 
conversione.  La  rendita  5  per  cento  lordo  (4  per  cento  netto) 
è  stata  convertita  in  rendita  3,50  ;  esente  da  imposte.  La  con- 
versione è  stata  operata  facilmente.  Dal  1°  luglio  19 12,  agli 
antichi  possessori  della  rendita  4  per  cento  vien  dato  3,50  per 
cento.  La  conversione  italiana  dei  27  giugno  1906  si  compì  in 
due  tempi  e  a  cinque  anni  di  distanza.  Il  primo  atto  portò 
l'interesse  dal  4  al  3,75  %  ;  il  secondo  dal  3,75  al  3,50  ^//. 
Il  bilancio  ritraeva  dal  primo  atto  un  vantaggio  di  20  milioni, 
ed  ora,  che  siamo  già  al  secondo,  ne,  ritrae  uno  di  quaranta 
milioni   all'anno. 

Quando  i  corsi  della  rendita  consentano  e  il  mercato  mo- 
netario sia  in  buona  condizione,  bisogna  senz'altro  fare  la  con- 
versione. È  a  prevedere  che  i  debiti  pubblici  dei  grandi  stati 
moderni  passeranno  per  una  serie  successiva  di  conversioni. 
Il  saggio  dell'interesse  dovrà  discendere.  D'altra  parte  l'essere 
i  grandi  lavori  pubblici  in  gran  parte  compiuti  fa  si  che  la 
richiesta  dei  fondi  da  parte  degli  Stati  si  farà  sempre  meno 
viva  quando  vi  sarà  la  vera  pace  e  diminuiranno  gli  arma- 
menti attuali. 

Ora  la  enormità  dei  debiti  contratti  durante  e  dopo  la  guerra 
rende  impossibile  per  molti  anni  grandi  conversioni  :  forse 
anche  non  consente  alcuna  conversione.  Ciò  potrà  avvenire 
quando  la  situazione  finanziaria  dei  principali  stati  si  sarà 
notevolmente  migliorata,  cosa  che  però  è  ancora  ben  lontana. 
213.  Convertire  vuol  dire  ridurre  l'interesse:  però  gli 
stati  moderni  tendono  non  solo  a  pagar  meno,  ma  sopra  tutto 
a  estinguere  i  loro  debiti.  Come  possono  estinguerli  ?  O  pa- 
gandoli, o  a  dirittura  rifiutando  di  pagarli  :  quest'ultimo  mezzo 
è  estremamente  immorale  e  non  varrebbe  né  meno  la  pena  di 
accennare  ad  esso.  Pure  non  manca  l'esempio  di  stati  che  siano 
ricorsi  alla  bancarotta,  totale  o  parziale,  e  che  abbiano  total- 
mente o  parzialmente  ripudiato  i  loro  debiti.  Il  mezzo  più  sem- 
plice per  i  paesi  che  non  hanno  assunto  impegno  di  pagare 
gli  interessi  della  rendita  in  oro,  sta  appunto  nel  pagare  in 
carta  screditata.  Ma  due  altri  mezzi  vi  sono  :  mettere  imposte 
speciali  sulla  rendita  e  ridurre  gl'interessi  annuali  senza  con- 
cordato e  senza  conversione.   Questi  procedimenti  non  sono 


CAP.  III.]  l'ammortamento  dei  debiti  731 

ignoti  in  qualche  piccolo  stato  di  Europa  e  in  alcuni  stati  ame- 
ricani :  ma  diventano  ogni  giorno  più  rari  *.  D'altra  parte, 
bisogna  pure  dire  che  i  banchieri  hanno  usato  spesso  verso  quei 
piccoli  stati  tutte  le  male  arti  della  speculazione  più  immorale. 
Ma  uno  Stato  può  volere  onestamente  pagare  i  suoi  debiti, 
ammortizzarli,  come  si  dice.  I.' ammortamento  è  quella  opera- 
zione che  ha  per  scopo  di  ricostituire  un  capitale,  mediante  il 
prelevamento  periodico  o  quasi  periodico  di  una  somma  presa 
dal  bilancio,  somma  che  alla  fine  di  ciascun  esercizio  accresce 
la  somma  totale,  la  quale  aumenta  a  causa  degli  interessi  capi- 
talizzati  che  vi  si  aggiungono.  Il  problema  dell'ammortamento 
è  di  capitale  importanza  f-  Come  può  lo  Stato  pagare  i  suoi 
debiti  ?  Isella  forma  comune  a  tutti  i  debitori,  cioè  restituendo 
in  tutto  o  in  parte,  in  tempo  più  o  meno  breve,  il  capitale  ri- 
cevuto. Senza  dubbio  la  restituzione  è  sempre  una  operazione 
penosa,  anche  quando  chi  restituisce  è  lo  Stato  :  ma  è  tanto 
più  penosa  in  quanto  i  maggiori  prestiti  sono  stati  contratti  a 
condizioni  cattive  e  si  restituiscono  100  lire,  quando  invece  si 
sono  ricevute  in  realtà  per  molta  parte  del  debito  80,  70,  60 
lire,  qualche  volta  anche  meno.  Ma  lo  Stato  non  può  né  meno 
discutere  questo  punto  perchè  non  ha  di  fronte  i  suoi  antichi 
creditori  e  ne  meno  i  loro  eredi,  ma  persone  che  in  seguito 
hanno  comperato  assai  spesso  al  disopra  della  pari.  In  tutti  i 
paesi  i  sistemi  di  ammortamento  praticati  sinora  si  basano  : 
I  sul  metodo  delle  annuita,  2  sul  metodo  delle  eccedenze  di 
bilancio,  destinate  a  un  unico  scopo,  3  sul  metodo  degli  in- 
teressi composti.  Il  primo  metodo  si  basa  sul  criterio  che  se 
gli  stati  non  ammortizzano  è  che  non  vi  sono  d'ordinario  ob- 
bligati, consiste  quindi  nel  mettere  in  ciascun  prestito  le  norme 
e  la  data  dell'estinzione.  Il  secondo  metodo  è  il  solo  praticato 
vantaggiosamente  ;  il  terzo  è  quello  che  più  dà  luogo  alla  il- 
lusione. 

*  Cfr.  Lewandawski:  De  la  protection  des  capitaux  empruntés  en 
France  Paris,   1896. 

t  Cfr.  Richard  Prie  e:  Works,  London,  i8i6,  Voi.  V,  VI,  VII,  e 
Vili;  L.  S  a  y  :  Oeuvres  voi.  Ili,  pag.  551,  scg.  ;  A.  Joubert:  L'amottis- 
sement  de  la  dette  publique,  Paris,  1895  ;  M.  Trin  q  u  a  t  :  De  Vamortisse- 
ment  des  Emprunts  d'Etat,  Paris,  1899  ;  E.  A.  Ross:  Sinking  funds,  Bal- 
timore, 1892  ;  ecc. 


732  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   III. 

In  tutti  i  tempi  gli  uomini  amano  ciò  che  toglie  loro  le  preoc- 
cupazioni. Restituire  il  capitale  dei  debiti  significa,  in  realtà, 
prendere  ogni  anno  mediante  le  imposte  una  grossa  parte  di 
ricchezza  ai  cittadini  e  destinarla  ai  creditori.  Se  si  potesse  fai  e 
a  meno  della  imposta  ?  Così  è  nata  appunto  Tidea  di  ricorrere 
a  un  mezzo  più  comodo  :  pagare  il  debito  con  il  debito.  Questa 
volta,  ceci  tuera  cela,  un  debito  uccide  raltro.  Disgraziatamente 
si  tratta  solo  di  una  fantasmagoria  che,  se  ha  avuto  i  suoi  teo- 
rici e  anche  i  suoi  pratici,  rimane  sempre  una  fantasmagoria. 
Questo  modo  di  uccidere  il  debito  prende  nome  dal  dottor  Ri- 
chard Price,  il  quale,  nel  1786,  presentò  al  Pitt  un  piano  che 
era  o  pareva  assai  semplice  per  ammortizzare  il  debito  pubblico 
inglese.  Venivano  dal  governo  destinate  200  mila  lire  all'anno 
per  acquistare  rendite  ;  le  quali  producendo  interessi  che  erano 
investiti  in  nuove  rendite,  per  il  consolidato  del  5  per  %,  si 
potevano  estinguere  automaticamente,  dopo  86  anni,  262  mi- 
lioni di  debito.  Bastava  che  lo  Stato,  secondo  Price,  destinasse 
200  mila  lire  ogni  anno  a  crescere  a  interesse  composto,  perchè 
si  potesse,  dopo  un  certo  numero  di  anni,  permettere  il  lusso  di 
fare  tre  milioni  all'anno  di  estinzioni  di  debiti. 

Roberto  Hamilton  nella  sua  opera  sul  debito  pubblico  della 
Gran  Brettagna  *  racconta  i  puerili  disegni  che  si  facevano  al 
suo  tempo,  sulla  prodigiosa  potenza  dell'interesse  composto. 
Questi  calcoli  si  fanno  anche  ora  nei  giornali  di  varietà  f  • 

*  Hamilton:  An  Inquiry  concernmg  the  National  deht  of  Greai  Bri- 
tain  and  Ireland,  Edinburgh,   181 8. 

t  Hamilton  dice  dunque  che  alcuni  suoi  contemporanei  aveano  calcolato 
che  un  soldo  impiegato  a  interessi  composti  del  5  %  al  principio  dell'era 
cristiana  sarebbe  già  diventato  una  somma  maggiore  di  quella  che  potrebbe 
essere  rinchiuso  in  500  milioni  di  globi  tanto  estesi  come  quello  della  terra  ; 
Hamilton  riferisce  oltre  questo  calcolo,  molti  testamenti  fantastici  conce- 
piti sulla  base  dell'in'teresse  composto.  Qualche  decina  di  migliaia  di  lire 
lasciata  per  testamento,  trasformandosi  col  tempo  in  centinaia  di  milioni, 
dava  modo  al  testatore  di  disporre  fondazione  di  città  nuove,  riforme  so- 
ciali profonde  destinate  a  far  sconiparire  la  povertà  dal  mondo.  Perchè 
non  si  potea  così  estinguere  il  debito  dello  Stato  ?  Collocando  una  lira  ogni 
anno  e  accumulando  gh  interessi  del  5  %  si  ottiene,  dopo  36  anni,  una  somma 
di  100  lire.  Ora  se  lo  Stato  collocava  a  interessi  i  per  100  dell'ammontare 
del  suo  debito  al  momento  che  lo  contraeva,  potea  restituire  il  capitale 
dopo  36  anni.  Il  debito  paga  il  debito  :  quale  pericolo  dirnque  nel  debito  ? 


m^. 


CAP.  III.]  l'ammortamento  dei  debiti  733 

Ogni  ricchezza  deriva  dal  lavoro  e  dal  capitale,  applicati  a 
energie  e  forze  naturali.  La  moneta  in  quantità  limitatissima, 
non  è  che  un  intermediario  di  scambi  e  una  misura  di  valore. 
Il  prestito  a  interesse  è  possibile  per  i  capitali  e  per  la  moneta 
e  avviene  quando  v'è  richiesta  di  essi  :  se  la  loro  quantità 
aumenta,  il  fitto  dei  capitai  o  del  danaro  diminuisce.  IL  se  la 
quantità  aumenta  ancora  si  deve  idealmente  supporre  che  i  ca- 
pitali non  producano  più  nulla.  Ora  dunque  il  concetto  di  Price 
e  le  illusioni  che  ne  derivano  non  hanno  bisogno  di  essere 
confutati. 

Quale  è  allora  il  migliore  modo  di  ammortizzare  ?  Il  mij^lioi 
modo  di  ammortizzare  è  quello  di  avere  una  finanza  rigida,  di 
non  fare  nuovi  debiti  e  di  operare  conversioni  tutte  le  volte  che 
<iono  possibili  :  la  conversione  non  é  che  il  primo  passo  efficace 
verso  l'ammortamento.  E  per  ammortizzare,  la  forma  più  adatta 
è  sempre  quella  di  riscattare  ogni  anno  una  parte  del  debito 
con  l'eccedenza  delle  entrate  sulle  spese.  //  migliore  ammorta- 
mente  è  quello  basato  sulle  risorse  ordinarie  del  bilancio  :  sì  come 
si  facea  già  in  Am. erica  da  prima  e  fu  introdotto  in  Inghilteria 
con  Vact  del  i<*  giugno  1829  ;  e  come  Thiers  voleva  si  facesse  in 
Francia  nel  1871.  Il  migliore  mezzo  per  pagare  i  debiti  consiste 
nell'avere  un  bilancio  forte  e  nel  dedicare  gli  avanzi  di  esso  a 
estinguere  il  debito.  Uno  Stato  che  mantiene  il  suo  credito  vede 
i  corsi  del  consolidato  elevarsi  :  ed  efictto  degli  alti  corsi  è  d'or- 
dinario la  conversione.  Avere  un  bilancio  solido,  convertire  e 
ammortizzare  :  ecco  il  programma  migliore. 

Sulla  credenza  che  l'interesse  composto  possa  dare  allo  Stato 
i  mezzi  di  estinguere  i  suoi  debiti,  molti  paesi  hanno  fatto  casse 
speciali  di  ammortamento.  Alcuni  le  hanno  abolite,  altri  le 
mantengono  ancora.  L'Inghilterra  l'ebbe  nel  1786  e  l'aboH  in 
seguito  :  la  Francia  l'ha  avuta  dal  181D  al  1817.  In  Italia  esiste 
un  Consorzio  nazionale  per  l'ammortizzazione  del  debito,  pre- 
sieduto ora  dal  duca  di  Genova.  Si  tratta  di  una  istituzione 
arcaica  e,  dòpo  gli  enormi  debiti  di  guerra,  di  una  istituzione 


Questa  illusione  di  Price  ha  per  un  tempo  dominato  i  più  noti  uomin* 
politici  di  Inghilterra  e  del  continente.  È  inutile  però  avvertire  che  tutto 
ciò  è  niente  altro  che  una  illusione. 


734  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [lIEKO  III. 

ironica.  Nondimeno  non  si  può  né  meno  affermare  che  le  Casse 
di  ammortamento  non  abbiano  alcun  vantaggio.  Solo  bisogna 
considerarle  per  quello  che  sono,  per  un  meccanismo  buono 
o  cattivo  secondo  l'uso  cui  servono.  Sono  buone  per  gli  stati 
che  vogliono  veramente  ridurre  il  debito,  e  sono  cattive  per 
quelli  che  si  creano  in  tal  guisa  delie  illusioni  per  aumentarlo. 
In  alcuni  funzionano  assai  modestamente,  in  alcuni  vi  sono 
quasi    solo    nominalmente. 

In  ogni  nazione  che  voglia  veramente  ammortizzare  il  debito 
non  deve  mai  mancare  tra  le  spese  ordinarie  una  somma  annuale 
destinata  alla  riduzione  del  debito.  E  ciò  che  fa  1" Inghilterra 
dopo  il  1875  con  l'istituzione  del  new  sinking  fund  e  faceva  la 
Prussia  con  le  leggi  del  27  marzo  1882  e  del  9  marzo  1897.  La 
Francia  ha  introdotto  anche  nel  1901  un  sistema  analogo.  Ma 
il  male  è  che  tutti  i  paesi  d'Europa  si  mostrano  più  disposti 
ad  accrescere  il  debito  che  a  diminuirlo.  Dopo  la  guerra  solo  la 
Gran  Brettagna  si  è  occupata  sul  serio  deirammortamento. 


NOT.\ 


Alcune  questioni  riguardanti  i  deb  ih  pubblici 

Il  celebre  rapporto  di  C  a  m  b  o  n,  dopo  aver  descritto  che  cosa  dovea 
essere  il  Grand  Livre  de  la  dette  publique  diceva  testualmente  così  :  «  Par 
cette  opération  simple  et  facile,  toute  la  dette  publique  non  viagère  re- 
posera  sur  un  titre  unique  J  on  verrà  disparaitre  tous  les  parchemins  et 
paperasses  de  l'ancien  regime...  Que  l'inscription  sur  le  Grand  Livre  soit 
le  tombeau  des  anciens  contrats  et  le  titre  unique  et  fondamental  de  touts 
ies  créanciers  ;  que  la  dette  contractée  par  le  despotisme  ne  puisse  etre  di- 
stinguée  de  celle  qui  a  été  contractée  depuis  la  Revolution.  Je  défie  a  Mon- 
seigneur  le  Dispotisme,  s'il  ressuscite,  de  reconnaìtre  son  ancienne  dette 
lorsqu  '  elle  sera  confondue  avec  la  nouvelle  ». 

Secondo  cifre  di  A.  Chaperon,  direttore  del  debito  pubblico,  in  Val. 
mob.   Voi.   I.   Le  spese  per  interessi  ai  debiti  erano  in  Francia: 

I  gennaio  1800  interessi  40,216,000  i  gennaio  1871  interessi  402,977,516 

I  aprile  1814  »          63,307,637  i  gennaio   1880        »        762,326,395 

I  agosto  1830  »        202,381,180  I  gennaio  1890        »        856.444,770 

I  gennaio  1852  »        242,774,478  i  gennaio  1900         »         809,881,276 


CAP.   III.]       QUESTIONI  RIGUARDANTI  I  DEBITI   PUBBLICI  735 

Sulla  storia  dei  debiti  pubblici  e  sul  loro  ordinamento  prima  della  guerra 
europea  vi  è  larga  bibliografia. 

Si  cfr.  P  i  e  h  o  n  :  De  la  constitution  de  la  dette  publique  de  la  France, 
Paris,  1824  ;  D'Audiffre:  Système  financier  de  la  France,  Paris,  1884  : 
ecc. 

La  North  American  Review  nel  1901  e  1902  ha  pubblicato  una  serie  di 
studi  sulla  storia  dei  debiti  pubblici  dei  principali  stati.  Questi  studi  sono 
di  Harold  Gox  per  la  Gran  Brettagna  e  le  colonie  britann'.che,  CE. 
Dawkins  per  l'Egitto,  H  o  n  g  t  o  n  per  la  Spagna,  Raffa  lov  ich 
per  la  Russia,  Yasufumi  Sawaki  per  il  Giappone,  M  o  r  i  z  D  u  b 
per  l'Austria  Ungheria,  Martinez  per  l'Argentina,  M.  Ferraris* 
per  l'Italia,  A.  Wagner  per  la  Germania,  Moranitz  per  la  Turchia , 
Austin  per  gli  Stati  Uniti, 

Le  variazioni  principali  del  debito  pubblico  britannico  fino  alla  fine  delle 
guerre  napoleoniche  sono  state  le  seguenti  : 

Regno    di    Guglielmo    III    (1688-1702)  sterline     15,730,436 
Regno  della  Regina  Anna,  guerra  della  succes- 
sione di  Spagna,  ecc.  (1702-13)  »          15,750,667 
Guerra   di    America    (1775-1886)  »         121,267,993 
Guerra  con  la   Francia   (1793-1815)  >        603,842,161 

Per  la  Germania  prima  della  guerra  cfr.  Wagner:  loc.  cU.  ;  Bull.  S. 
L.  C.  ottobre  1902  ;  Neymarck  in  Val.  mob.  voi.  II  ;  0.  D  a  n  d  e  r  : 
Die  VerwaUung  der  Staatsschulden  in  Kònigreich  Preussen,  Hannover» 
1885;  Krug:  Geschichte  der  Preussischen  Staatsschulden,  Breslau,  1861  ; 
ecc. 

Il  debito  pubblico  dell'Italia  ammontava,  al  31  dicembre  1911,  a  lire 
13,814,936,443,72  di  capitale  :  cifra  senza  dubbio  assai  rilevante  e  tanto 
più  notevole  se  si  pensi  al  fatto  che  l'Italia  non  è  un  paese  nuovo  e  che  la 
riproduttività  dei  capitaU  in  essa  è  lenta.  Quando  l'Italia  si  unificò,  il  Regno 
di  Napoli  aveva  il  debito  pubblico  minore  tra  gli  stati  maggiori. 

Nei  primi  tempi,  dopo  il  1860,  si  fecero  spese  enormi  :  in  gran  parte  erano 
necessarie,  in  parte  non.  Cosi  si  ricorse  a  emissioni  di  debiti  sovrabbondanti 
e  spesso  fatte  a  condizioni  disastrose. 

Tenendo  conto  della  popolazione  censita  nel  i8<ji  la  spesa  media  per  il  de- 
bito ereditato  dai  vari  stati  era  :  Regno  di  Sardegna  :  quota  annuale  per 
abitante  13,98;  Granducato  di  Toscana  ^,43;  Regno  delle  Due  Sicilie 
3,58  ;  Lombardia  2,68  ;  Ducato  di  Modena  1,32  ;  Ducato  di  Parma  1,21  , 
Ron^agna,  Umbria  0,08.  Variazioni  successive  mutarono  ancora  queste 
situazioni ,  entrò  ii  debito  del  V^eneto,  entro  la  grossa  massa  del  deb  ito 
pontificio,  22  milioni  e  mezzo  di  rendita  all'incirca  ;  alcune  correzioni  fu- 
rono latte  L'Italia  meridionale  avea,  dunque,  piccolo  numero  di  debiti 
e  in  rapporto  alla  popolazione,  tra  i  grandi  stati  autonomi  della  penisola , 
venva  ultimo  fra  tutti  per  debiti,  e  anche  a  gran  d'Stanza  dagh  a' tri.  li 


736  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [LIBRO    III, 

governo  borbonico  avea  egualmente  avversione  per  i  debiti  e  per  le  imposte  ; 
e  come  queste  tiltime  metteva  malvolentieri,  temendo  l'impopolarità,  ai 
primi  ricorreva  il  meno  che  fosse  possibile. 

Sella  parlando  del  debito  pubblico  italiano,  tra  il  1860  e  il  1870  diceva 
alla  Camera  il  14  marzo  1871  :  «  Ebbene  per  accattare  2691  milioni  eflettivi, 
ci  siamo  impegnati  per  un  debito  nominale  di  3852  milioni,  ed  in  questo 
stesso  decennio  in  cui  abbiamo  fatto  queste  operazioni,  abbiamo  pagato 
1369  milioni  per  interessi  e  per  premi  e  per  rimborsi  (però  solo  150  milioni)^ 
sopra  queste  operazioni  che  ci  fruttarono  2691.  Questa  è  la  storia  dellim- 
provvido  figlio  di  famiglia  ;  a  tal  passo  non  si  regge.  Considerate  che  tra 
perdite  sul  capitale  nominale  e  ciò  che  abbiamo  pagato  in  questo  decennio 
per  tali  operazioni  veniamo  a  scapitare  di  2630  miliom.  E  non  abbiamo 
avuto  che  2691  I  Ed  in  tal  modo  voi  vi  spiegate  l'incremento  degli  interessi 
del  debito  pubblico  a  cui  accennai  ».  Lo  Stato  dimque  s'impegnò  per  3852 
nailioni  e  ricavò  in  realtà  dal  suo  debito  2691  milioni.  Le  regioni  che  com- 
perarono nel  primo  periodo  della  nostra  unità  e  che  o  ritennero  o  rivendet- 
tero la  rendita  quand'era  d'intorno  alla  pari,  guadagnarono  ima  cifra  quasi 
uguale.  Né  dopo  le  condizioni  mutarono  per  molte  emissioni,  fatte  in  ge- 
nerale in  condizioni  sfavorevolissime. 

La  distribuzione  della  rendita  italiana  nell'esercizio  i9oi-i902. 


Italia    settentrionale 
»    centrale 
»    meridionale 

Sicilia 

Sardegna 


Al  cambio  decennale  delle  cartelle,  nel  1900,  risultò  che  il  65  %  della 
rendita  era  nell'ItaUa  settentrionale. 

Sulla  storia  dei  debiti  pubblici  dei  vecchi  stati  italiani  e  sull'ordinamento 
attuale  vedansi  :  Pasini:  Finanze  italiane  nell'Annuario  statistico  ita- 
liano anno  II,  1864;  Morpurgo:  La  finanza,  pag.  130;  Bonghi: 
La  vita  e  i  tempi  di  Valentino  Pasini,  Firenze,  1867,  pag.  871  e  Storia  della 
Finanza  italiana  pag.  237  e  lettera  XI  ;  la  pubblicazione  della  Direzione 
generale  del  Debito  pubblico  :  Sommario  storico  amministrativo  dei  debiti 
consolidati,  redimibili  e  perpetui  amministrati  dalla  Direzione  generale  del 
debito  pubblico,  Roma,  1899  ;  la  serie  delle  Relazioni  della  commissione  di 
vii^ilanza  sul  debito  pubblico,  a  cominciare  da  quella  importantissima  sulla 
gestione  degli  anni  1861-64  6no  all'ultima,  Ricca  Salerno:  Il  de- 
bito Pubblico  in  Europa  e  ne^li  Stati  Uniti  di  America  nel  B.  I.  S.  ;  Fran- 
cesco Mancardi:  Cenni  storici  sull'amministrazione  del  debito  pub- 


Popolazione 

Rendita 

Rendita   per 

1901 

I gol -1902 

abitante 

11.815.872 

211.560.077 

17.90 

7915.376 

108.698.202 

13-73 

8.399.926 

49.584.201 

5.93 

3.529.266 

18.243065 

9.17 

789.314 

2.010.735 

2.55 

32.449.754 

390.326.283 

12.03 

CAP.  III.]       QUESTIONI  RIGUARDANTI  I  DEBITI  PUBBLICI  737 

blico  e  sulk  atntntnistranoni  annesse,  ^  velami,  Roma,  1875  .  P  1  e  b  a  u  o  : 
op.  cit.,  vói.  l,  pag.  76,  Iacopo  T  i  v  a  r  o  n  i  :  Storia  del  Debito  pubblico 
del  Re^no  d'Italia  in  2  voi.  Pavia  1908-1910. 

Anche  prima  della  guerra  europea  vi  erano  nazioni  povere  in  cui  la  più 
gran  parte  delle  entrate  serviva  a  pagare  gl'interessi  del  debito.  Questa 
situazione  è  assai  più  grave  quando  si  tratta  di  paesi  che  hanno  contratti 
debiti  con  l'estero  :  questi  paesi,  se  si  ostinano  a  vivere  a  lungo  con  le  ri- 
sorse del  Tesoro  e  ad  alienare  le  loro  rendite  all'estero,  si  trovano  prima  o 
dopo  in  imo  stato  di  vera  soggezione. 

Può  parere  assai  vantaggioso  che  uno  Stato  introduca  dall'estero  ca- 
pitali vendendo  rendita  pubblica:  questi  capitali  possono  servire  a  costruire 
strade,  a  migliorare  porti,  a  sviluppare  l'agricoltura,  l'industria,  la  navi- 
gazione. E  nessuno  nega  che  sopra  tutto  per  i  paesi  nuovi  la  introduzione 
di  capitali  stranieri  sia  assai  utile  ;  spesso  è  più  che  utile,  indispensabile 
alla  loro  risurrezione.  Ma  il  caso  è  assai  diverso  quando  si  tratti  di  paesi 
antichi  di  cui  le  spese  sono  in  gran  parte  vere  spese  ordinarie,  dove  la  ri- 
produttività dei  capitah  è  scarsa,  dove  non  si  tratta  già  di  provvedere  a 
spese  di  primo  impianto,  ma  piuttosto  a  una  gestione  normale. 

L'alta  banca  è  stata  spesso  senza  scrupoli.  Un  osservatore  non  sospetto, 
Le  Play,  scriveva  :  «  Une  influence  tonte  nouvelle  tend  à  déchainer  le  fléau 
de  la  guerre.  G'est  celle  de  certains  manieurs  d'argent,  qui  appuyés  sur 
l'agiotage  des  bourses  européennes,  fondent  des  fortunes  scandaleuses  stu: 
les  emprunts  contractés  pour  les  frais  de  guerre  et  pour  les  rancons  exces- 
sìves  imposées  de  nos  jours  aux  vaincus.  La  constitution  essentielle  de  Vhu- 
maniié,  pag.  247.  E  Claudio  Jannet,  così,  dell'alta  banca  scrive  : 
Les  calamités  publiques  sont  pour  elle  occasion  de  profits  exceptionnels. 
Le  capital,  la  speculation  et  la  finance  au  XIX  siede,  pag.  413. 

I  paesi,  che  hanno  la  più  gran  parte  dei  loro  debiti  all'estero,  sono  in 
alcuni  casi  in  vero  stato  di  vassallaggio.  Ogni  fatto  riguardante  la  loro 
poUtica  ha  sulla  loro  rendita  un'azione  grandissima  :  le  oscillazioni  dei 
corsi  della  rendita  sono  brusche  ;  le  condizioni  del  cambio  sono  general- 
mente svantaggiose. 

Benché  né  meno  sia  desiderabile  in  larga  misura,  altra  cosa  è  la  vendita 
all'estero  di  titoli  di  società  industriah,  altra  l'alienazione  di  rendita  pub- 
bhca.  Nel  primo  caso  si  tratta  del  capitale  straniero  che  viene  a  investirsi 
in  intraprese,  alla  cui  vita  partecipa,  e  che  quindi  finisce  col  nazionalizzarsi 
nel  secondo  di  creditori  che  danno  per  opere  ad  essi  ignote,  che  rimangono 
stranieri  e  che  ad  ogni  stormire  di  foglie  sono  pronti  a  sbarazzarsi  delle 
rendite  che  possiedono. 

Alcuni  paesi  come  la  Turchia,  la  Grecia,  l'Egitto,  aveano  prima  della 
guerra  accettato  im  controllo  sulle  loro  finanze  :  senza  dubbio  questo  con- 
trollo riesce  loro  utile,  ma  non  é  da  alcun  Stato  desiderabile  questa  forma 
d'intervento  straniero.  Altri  paesi,  come  il  Portogallo  e  gran  parte  degh 
stati  sud-americani,  vedono  spesso  la  loro  politica  economica  più  indiriz- 
zata dai  paesi  creditori  che  non  dagli  stessi  cittadini  della  nazione. 

In  linea  generale  si  deve  ammettere  che  uno  Stato,  quando  ha  emesso 


738  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  UJ. 

debiti  senza  l'indicazione  speciale  di  debito  estemo  {dette  extétieure),  sia 
libero  di  accrescere  le  imposte  esistenti  o  mettere  nuove  imposte  sulla  ren- 
dita pubblica,  purché  non  sottoponga  a  trattamento  speciale  gli  stranieri» 
come  qualche  Stato  minore  ha  tentato  di  fare.  Quando  si  tratti  di  debito 
esteriore,  specificamente  indicato,  lo  Stato,  sopra  tutto  quando  abbia  pro- 
messo l'inconvertibilità  e  l'esenzione  di  imposte,  è,  naturalmente,  legato 
da  questo  impegno.  Alcimi  stati  minori  han  cercato  mancare  a  questi  ob- 
blighi :  ciò  non  è  assolutamente  ammissibile  né  giustificabile.  La  disonestà 
loro  é  solo,  se  non  giustificata,  spiegata  dalla  disonestà  che  spesso  i  grandi 
finanzieri  hanno  adoperata  verso  di  loro. 


II 

Alcune  valutazioni  dei  debiti  pubblici. 


Una  valutazione  comparativa  del  debito  pubblico  dei  principali  stati 
risulta  assai  difficile  :  d'altra  parte  si  cade  spesso  in  molti  errori  di  confronto, 
jcosì  calcolando  l'interesse  come  il  capitale  dei  vari  debiti.  Infatti,  suppo- 
niamo che  si  paragoni  l'interesse  dei  debiti  :  vi  sono  stati  che  pagano  un 
alto  interesse  per  la  poca  fiducia  che  inspirano  :  viceversa  il  capitale  del 
debito  non  é  alto.  Se  si  paragona  invece  il  capitale  del  debito  si  é  ben  lungi 
dall 'esprimere  la  situazione  reale  r  due  paesi,  di  cui  l'imo  sia  ricco,  l'altro 
povero,  pagano  interessi  assai  differenti. 

Se  era  dif&cil.e  calcolare  i  debiti  prima  della  guerra,  è  assai  più  diffìcile 
dopo. 

E  poi  vi  sono,  anche  quando  si  riesca  senza  difficoltà  a  raccogliere  le 
spese,  tante  cose  ancora  da  tener  presenti.  Non  si  può  paragonare  il  debito 
di  imo  Stato  unitario  a  quello  di  imo  Stato  federale,  senza  tener  conto  dei 
singoli  stati  che  formano  quest'ultimo  :  non  si  può  ritenere  identica  la 
situazione  di  due  paesi  di  cui  l'uno  abbia  i  suoi  debiti  con  cittadini,  l'altro 
con  stranieri  ;  né  identica  quella  di  tin  paese  ricco  o  di  imo  povero  che 
abbiano  lo  stesso  debito,  variando  assai  la  pressione. 

'i^eW Economiste  europèen  (4  febbraio  1898)  l'ammontare  dei  debiti  dei 
principali  stati  di  Europa,  veniva  calcolato  in  122  miliardi.  Noi  riportiamo 
quella  statistica  a  titolo  documentale,  e  poiché  anche  il  Ministero  delle 
finanze  francese  le  ha  dato  attendibihtà,  riproducendola  nel  Bull.  S.  L. 
C.  ;  ma  avvertiamo  che  la  pressione  dei  debiti  non  può  esser  valutata  dal 
debito  medio  per  ogni  abitante  ;  ma  tenendo  presente  la  ricchezza  media 
per  abitante  e  l'ammontare  della  quantità  posseduta  all'interno  della  na- 
zione e  all'estero. 


GAP.   III.J       ALCUNE  VALUTAZIONI    DEI   DEBITI  PUBBLICI 


739 


Debito  pubblico  negoziabile  dell'Europa  nel  1887  e  1897 


Stati 


Debito  pubblico  nel  1887  Debito  pubblico  nel  1897 

Differenza 
Totale  per  abitante  Totale  per  abitante  sul  1887 
migliaia        franchi        migliaia        franchi  milioni 

di  franchi  d  i  di 

franchi  franchi 


Francia 

25.869.512 

676 

26.132.723 

678 

— 

263.2 

Germania 

9.971.9S9 

212 

15.752.302 

301 

— 

5780.3 

Austria-Un- 

gheria 

T2.288.40Q 

307 

13.971  662 

321 

— 

1.683.2 

Belgio 

2.162.396 

366 

2.308.497 

355 

— 

146.1 

Bulgaria 

20.363 

6 

169814 

51 

— 

149.4 

Danimarca 

270.210 

129 

276  696 

119 

— 

6.4 

Spagna 

6.324.071 

360 

5.941.459 

330 

— 

382,6 

Gran    Brett. 

18469476 

495 

10.019.342 

402 

— 

2  450.1 

Grecia 

424.430 

194 

533.244 

228 

— 

128.8 

Italia 

10.930.789 

.-,65 

12.935.348 

413 

— 

2.004.5 

Lussemburgo 

16.170 

75 

12.000 

55 

— 

4  1 

Norvegia 

150.714 

78 

218.693 

106 

— 

67.9 

Olanda 

2.255678 

513 

2.284.364 

463 

— 

28.6 

Portogallo 

3.747.698 

583    • 

3.718.357 

736 

— 

970.6 

Romania 

578.419 

141 

1.240.433 

222 

— 

482.5 

Russia 

J3. 315.094 

154 

16  276.906 

157 

— 

2.961.8 

Finlandia 

71.245 

32 

86.365 

33 

— 

15.1 

Serbia 

320. oco 

16^ 

408.237 

173 

— 

88.2 

Svezia 

34 1-673 

72 

402.498 

8i 

— 

60.8 

Svizzera 

36.671 

12 

80,871 

26 

— 

44-2 

Turchia 

2.611.460 

5S0 
318 

3.467.850 

596 
322 

856.3 

109.356-475 

122.257.661 

12.901.1 

Ma  dopo  il  1897  quanti  avvenimenti  si  sono  svolti  !  Grandi  guerre  sono 
avvenute  in  Europa,  in  America,  in  Africa,  in  Asia,  e  il  secolo  XIX  si  è 
chiuso  con  un  tramonto  di  sangue  cui  è  seguita  la  rossa  alba  del  secolo  XX; 
il  debito  pubblico  di  alcuni  stati,  sopra  tutto  dell'Inghilterra  e  della  Spa- 
gna, è  molto  cresciuto  alla  fine  del  secolo  XIX;  nel  secolo  XX  quasi  tutti 
i  debiti  pubblici  son  cresciuti  in  proporzioni  fantastiche. 

Lo  statistico  americano  O.  P.  Austin,  capo  dell'ufl&cio  di  statistica  degli 
Stati  Uniti,  calcolava  che  alla  fine  del  1900  il  debito  pubblico  di  tutti  i 
paesi  del  mondo  ascendeva  a  34  miliardi  di  dollari  con  interessi  di  124 
milioni  di  doUari,  così  ripartiti; 


740 


SCIENZA  DELLE  FINANZE 


fLIBRO   III. 


Paesi 


Debito  Interessi  per    abitante 

e  altri  pesi  annuali    debito     interessi 
dollari  dollari  dollari      dollari 


Francia 

5. 800.691. 814 

241.762.029 

150.01 

6.28 

Russia 

3.167.320.000 

141. 519. 000 

24.56 

1.18 

Gran    Brett. 

3.060.926.304 

112.985. 531 

74.83 

2.76 

Italia 

2.583.983-780 

114. 177. 158 

81.11 

3.58 

Spagna 

1,727.994-620 

80.782.000 

95  53 

4.46 

Australia 

1.183.055-000 

45.458.000 

263.90 

10.44 

Austria-  Ungheria 

1.154.791.000 

51.175.285 

25.80 

1.14 

Stati    Uniti 

1. 107. 711. 257 

33-545  130 

14.52 

44 

India 

1.031  603.705 

33.971.400 

4.67 

15 

Ungheria 

904.941.000 

41.802.000 

47.75 

2.22 

Turchia 

726.5  II.  195 

28.419.600 

29.25 

1.14 

Portogallo 

670.221.374 

21.550.320 

143-82 

4.62 

Austria 

642.194.000 

30.969.000 

24.89 

1.20 

Imp.     Germ. 

557.626.622 

1.^.283.441 

9.96 

33 

Argentina 

509.604.444 

26.902.377 

128.85 

6.80 

Belgio 

504.459-540 

19.536. 811 

75.63 

2.93 

Egitto 

500.402.729 

20.063.637 

53.61 

2.15 

Brasile 

480.985.000 

21.500.000 

33.56 

1.50 

Paesi   Bassi 

466.419.29^ 

14.117.83S 

90.74 

2.74 

Cina 

287.123.500 

12.000.000 

72 

3 

Romania 

280.136  991 

17.904.996 

47.37 

3.00 

Colonie    inglesi 

265.541.000 

10.500.000 

26.43 

1.04 

Canada 

265.494.000 

13  392.000 

50.59 

2.55 

Giappone 

206.799.994 

18.126.702 

4.73 

41 

Messico 

168.771.428 

10.699.689 

13.36 

«4 

Grecia 

168.548.444 

6.293.730 

69.25 

2.58 

Uraguay 

124.374.189 

6.056.000 

148.06 

7.20 

Chili 

113  240.000 

965.455 

36.41 

31 

Honduras 

89.376.920 

1.125.190 

219.60 

2.76 

Svezia 

85.154.320 

3.173.388 

16.71 

62 

Danimarca 

55.795.724 

I.89r.8i2 

24.15 

82 

Altri   paesi 

2.309.960.086 

14.131-958 

Totale 

31.301.749.274 

1.214.871.504 

Gfr.  O.  P.  A  u  s  t  i  n  :  Natioml  Debts  of  the  World  nel  Monthly  Summary 
of  commerce  and  finance,  marzo  1901. 

Alla  Germania  erano  da  aggiungersi  al  debito  imperiale  i  debiti  dei  sin- 
goli stati  tedeschi  che  avéano  nel  1900  un  debito  totale  di  dollari  2,015,950  000 


CAP.  III.]        ALCUNE  VALUTAZIONI  DEI  DEBITI  PUBBLICI  74I 

contratto  sopra  tutto  per  opere  di  utilità  pubblica  ;  e  nelle  cifre  della  Gran 
Brettagna  non  sono  compresi  i  debiti  dell'Australia,  del  Canada  e  dell'India. 

Ma  oltre  il  debito  dello  Stato  bisogna  tener  conto  del  debito  deg  li  enti 
Jocali,  che  in  alcuni  paesi  supera  o  eguaglia  quello  dello  Stato.  In  tutta 
Europa,  secondo  Neymarck,  a  125  miliardi  di  debiti  di  Stato  si  contrap- 
pongono 100  miliardi  di  debiti  di  enti  locali. 

In  alcimi  paesi  di  Europa  anche  prima  deUa  guerra  gli  interessi  dei  de- 
biti assorbivano  gran  parte  delle  pubbliche  entrate.  Il  ministro  del  tesoro, 
G  Rubini,  nell'accurata  e  importante  esposizione  finanziaria  latta  alla 
Camera  italiana  il  2  dicembre  1900,  presentava  un  quadro  comparativo 
degli  oneri,  che  gravano  il  Tesoro  in  alcuni  fra  i  principali  stati  di  Europa. 
Fra  gli  oneri  del  Tesoro  figurano  gl'interessi  del  debito  le  annualità,  le 
sovvenzioni  ferroviarie  e  le  pensioni  Risulta  dal  calcolo  del  Rubini  che  la 
pressione  dei  debiti  dello  Stato  è  la  seguente: 

Percentuale   della  spesa 
Spesa  per  abitante  per  i  debiti  a  tutta 

la  spesa  dello  Stato 

Italia 25.50  48  50 

Francia 32.90  36.70 

Gran  Brettagna     .    .  20.70  28.50 

Germania 18.10  22tio 

Austria   Ungheria.   .  21.90  33.50 

Senza  tener  conto  della  Germania,  dove  esiste  un  ordinamento  federale, 
risulta  che  in  tutti  i  bilanci  buona  parte  delle  entrate  è  assorbita  dagli  in- 
teressi del  debito,  dagli  oneri  del  Tesoro,  anche  negli  stati  più  ricchi. 

«Alla  fine  del  1910  secondo  Neymarck  l'insieme  dei  valori  diversi,  com- 
presi i  debiti  dello  Siato,  negoziabili  sopra  i  diversi  mercati  europei  ed  ex- 
tra-europei, poteva  essere  valutato  a  8is  mUtardi.  In  questi  815  miliardi, 
negoziabili  nel  mondo,  da  s^g  a  600  miliardi  di  valori  appartenevano  in 
proprio  ai  cittadini  dei  singoli  Stati.  Non  bisogna  quindi  confondere  — 
notava  giustamente  Neymarck  —  l'ammontare  dei  valori  negoziabili, 
quotati  sopra  uno  o  più  mercati,  con  quello  che  appartiene  in  proprio  ai 
capitalisti  di  questi  paesi.  E  poiché  un  valore  può  essere  contemporanea- 
mente quotato  sopra  più  mercati  bisogna  stabilire  (nelle  statistiche  na- 
zionali e  intemazionali)  numerose  distinzioni  per  non  cadere  in  duplica- 
zioni   ingannatrici  ». 

«Nel  1908  fu  valutato  a  770  miliardi  l'insieme  dei  valori  mobiliari  ne 
goziabili  nel  mondo,  e  da  523  a  550  miliardi  l'insieme  dei  valori  apparte- 
nenti in  proprio  ai  cittadini  dei  singoli  Stati.  L'auutnento  di  45  miliardi  al 
meno,  che  noi  rileviamo  dalla  fine  del  1908  alla  fine  del  1910  nei  titoli  ne- 
goziabili e  nell'insieme  dei  titoli  in  proprio,  senza  contare  le  conversioni, 
ha  per  causa  ;  i  il  salire  dei  debiti  pubblici  :  prestiti  di  Stato,  Provincie 
e  comixni.  2  prestiti  contratti  per  la  creazione  o  aumento  di  capitali  degli 
istituti  di  credito  e  società  bancarie.  3  I  prestiti  contratti  per  la  costruzione 
Nitti.  48 


742  SCIENZA    DELLE   FINANZE  [LIBRO    III. 

di  nuove  strade  ferrate  o  lo  sviluppo  delle  antiche  reti.  4.  I  prestiti  fatti 
per  la  costituzione  e  sviluppo  di  società  industriali  nuove  ed  antiche,  ecc. 
ecc.». 

Queste  cifre  che  abbiamo  voluto  riportare  hanno  oramai  soltanto  valore 
storico  :  per  efietto  della  guerra  europea  del  1914-1918  la  massa  del 
debito  pubblico  è  cresciuta  ovunque  in  proporzioni  quasi  imprevedibih, 
Alcuni  paesi  hanno,  almeno  nominalmente,  aumentato  il  loro  debito  di 
cinque  o  sei  volte,  altri  di  dieci  o  di  dodici  volte  e  ancor  più  e  ciò  a  parte 
la   circolazione. 

È  stata  una  necessità  :  ma  ora  tutti  i  bilanci  sono  tormentati  dall'in- 
teresse' dei  debiti  e  la  massa  dei  consolidati  rappresenta  il  maggior  peso 
Peso  e  pericolo  assai  più  grave  è  il  debito  fluttuante,  sotto  la  forma  di  buoni 
del  Tesoro.  Per  molti  stati  è  una  vera  minaccia  trattandosi  di  un  debito 
a  breve  scadenza  e  in  generale  a  interesse  assai  elevato. 

Vediamo  prima  di  tutto  l'Italia. 

Al  31  maggio  1922  il  debito  complessivo  dell'Italia  era  di  poco  meno  che 
114  miliardi  :  prima  della  guerra  non  raggiungeva  14  miliardi.  Ma,  in  realtà 
purtroppo,  il  debito  è  superiore,  perchè  nella  cifra  sono  compresi  21.361 
milioni  di  debito  verso  la  Gran  Brettagna  e  gli  Stati  Uniti  di  America,  che 
per  semplificazione  sono  calcolati  alla  pari,  mentre  la  lira  non  vaie  ancora 
(aprile  1923)  25  centesimi. 

La  somma  di  114  miliardi  va  ripartita  nel  seguente  modo  • 

Debito  pubblico  pre-bellico milioni  13  .358 

Prestiti    nazionah »  35 .905 

Buoni     ordinari 9  25 .253 

Buoni    poliennali »  7,238 

Circolazione  bancaria  a  debito  dello  Stato  e  cir- 
colazione   di    Stato. 0  10,328 

Prestiti  all'estero  (computati  alla  pari)   ...  »  21  ,361 
Depositi   in   conto     corrente     fruttifero     della 

Cassa    depositi   e   prestiti     . »  487 

Totale   miliom     113.930 

Queste  cifre  si  riferiscono  dunque  a  fine  maggio  1922  .  ma  per  effetto 
del  disavanzo  il  debito  è  ancora  cresciuto  e  non  è  ora  (aprile  1923)  lontano 
dai  120  miliardi,  sempre  calcolando  in  parità  della  lira  i  21  miliardi  di  de- 
bito   estero. 

Ciò  che  preoccupa  è  la  grande  quantità  d  debiti  sotto  la  forma  di  buoni 
ordinar  e  poliennali.  L'on.  Nitti  avea  fatto  ogni  sforzo  per  diminuire  la 
circolazione  e  per  ridurre  i  buoni 

Cosi  dei  35.905  milioni  di  prestiti  nazionali  ben  6,245  furono  ricavati 
dal  quinto  prestito  nazionale  che  l'on.  Nitti  fece  dopo  Caporetto  come 
Ministro  del  Tesoro  e  21.097  dal  sesto  prestito  nazionale,  f.itto  sopra  tutto 
per  pagare  le  spese  di  guerra  dall'on.  Nitti  com  e  Presidente  del  Consiglio 


CAP.  III.]       ALCUNE  VALUTAZIONI  DEI  DEBITI   PUBBLICI  743 

Sono  i  due  più  grandi  prestiti  che  l'Italia  abbia  fatto  e  in  condizioni  che 
parvero   inverosimili. 

Dopo  Caporetto  tutto  pareva  perduto.  Assumendo  la  Direzione  del 
Ministero  del  Tesoro  l'on.  Nitti  trovò  non  solo  scossa  ogni  fiducia,  ma  ro- 
vinato tutto  l'edifizio  del  credito.  Basterà  dire  che  la  Cassa  del  Tesoro  era 
vuota,  al  punto  che  non  solo  non  vi  era  nulla  ;  ma  vi  erano  242  milioni  di 
deficit . 

L'on.  Nitti  affrontò  la  difficile  situazione  con  fede.  La  disfatta  militare 
avea  fatto  perdere  quasi  la  metà  del  materiale  bellico,  sopra  tutto  cannoni 
e  mitraghatrici  ;  i  grandi  depositi  di  carni,  di  cotoni,  di  lane,  di  alimenti. 
I  depositi  si  ritiravano  rapidamente:  nel  dubbio  che  l'invasione  po- 
tesse estendersi  e  decisa  ogni  resistenza,  si  trasportarono  in  luoghi  sicuri  i 
valori  delle  banche.  L'on.  Nitti  non  volle  né  meno  la  moratoria,  che  era  stata 
adottata  in  situazioni  molto  meno  gravi  all'inizio  della  guerra  europea.  Dichia- 
rò che  bisognava  aver  fede  e  che  avrebbe  trovato  i  30  miliardi  necessari  per 
la  riorganizzazione  e  per  la  resistenza.  E  per  affermazione  di  fiducia,  subito 
dopo  affermata  la  resistenza  al  Piave,  lanciò  un  grande  prestito.  Tutti  i  ban- 
chieri convenuti  al  Ministero  del  Tesoro  dichiararono  di  non  poter  assumere 
impegni  per  oltre  i  miliardo  o  al  massimo  i  miliardo  e  mezzo.  L'on.  Nitti 
dichiarò  fra  la  incredulità  generale  che  bisognava  raccoglierne  6  e  ne  furono 
raccolti  di  più  !  L'on.  Nitti  non  esitò  anche  in  quelle  difficili  condizioni  del 
Tesoro  ad  assumere  la  responsabilità  di  tutte  le  opere  che  potevano  sollevare 
il  morale  dell'esercito.  Istituì  là  polizza  per  i  combattenti  e  concepì  l'Opera 
Nazionale  per  i  combattenti.  Concepì  anche,  pur  n^elle  difficoltà  del  Tesoro, 
l'opera  dei  sussidi  diretti  alle  famiglie  bisognose  dei  militari  mobilitati. 

Quando  già  la  vittoria  era  sicvura,  il  20  ottobre  1918,  il  generale  Diaz, 
dichiarando  la  sua  gratitudine  così  si  esprimeva  nel  suo  rapporto  : 

«  Dalle  relazioni  che  mi  sono  pervenute  dai  comandi  di  grandi  unità  di 
guerra  sull'andamento  e  sui  risultati  dell'opera  dei  sussidi  da  essi  inviati 
alle  famiglie  bisognose  dei  militari  mobilitati,  per  il  periodo  di  tempo  che 
va  dal  maggio  al  settembre  e.  a.  ho  rilevato  col  maggiore  compiacimento 
che  i  benefici  morali  che  si  attendevano  da  tale  provvedimento,  possono 
dirsi  raggiunti. 

«I  Comandi  giudicano  concordemente  tale  opera  uno  dei  fattori  p%ii 
efficaci  di  propaganda  per  la  resistenza,  di  attaccamento  e  devozione  ri- 
conoscente dei  gregari  ai  capi,  di  solidarietà  fra  l'esercito  e  il  paese. 

«  Sono  stati  particolarmente  segnalati  un  roafggiore  interessamento  al 
servizio  da  parte  dei  militari  beneficati,  un  miglioramento  della  loro  con- 
dotta, una  emulazione  fra  essi  per  meritare  dai  propri  capi  il  premio. 

«  Il  pensiero  che  le  loro  famiglie  sono  assistite  economicamente  anche 
dalle  autorità  mihtari  ha  sollevato  lo  spirito  delle  truppe.  Rapporti 
di  simpatia  e  di  gratitudine  si  sono  annodati  tra  le  famiglie  dei  militari 
beneficati  e  i  comandi,  che  non  sono  più  considerati  unicamente  come  or- 
gani di  restrizione  e  di  disciplina,  ma  come  amici  dei  soldati  e  dei  loro  cari 
lontani. 

«  Della  simpatia  e  dell'affetto  che  tale  opera  guadagna  all'Esercito,  sono 
testimonianza  sincera  ed  eloquente  le  lettere,  disadorne  nella  forma,  ma 


744 


SCIENZA   DELLE   FINANZE 


[libro  in. 


ricche  di  sentimento,  che  le  famiglie  beneficate  inviano  ai  comandanti  di 
reparto  ». 

Se  dmrante  la  guerra  era  una  necessità  spendere  largamente  ed  era  pa- 
triottismo ;  dopo  la  guerra  il  più  grande  patriottismo  consisteva  nel  ri- 
durre le  spese  e  nel  dare  stabilità  alla  vita  economica  italiana. 

È  difi&cile  dire  ora  il  debito  dei  principali  stati  in  cifre  comparab  ili.  L'on. 
Paratore  nella  relazione  sullo  stato  di  previsione  della  spesa  del  Ministero 
del  Tesoro  per  l'esercizio  finanziario  1922-23  ha  riimito  alcune  cifre  molto 
interessanti. 

Secondo  i  dati  più  approssimativi  la  situazione  dei  debiti  nei  principali 
stati  era  la  seguente  : 

Debito  pubblico  intemo  Debito  estero    Totale 

consolidato        fluttuante  — 

Belgio  (in  milioni  di  franchi) 

31  dicembre  1913  4.022  337  196  4.626 

31    dicembie   1921  10.970         16.770  6.494  34-234 


Francia  (in  milioni  di  franchi) 

31    dicembre    191 3  31436  2.081 

X   settembre   1921  140.443        90.443 


—  33-537 

77306        308.193 


Gran  Brettagna  (in  milioni  di  sterline) 

31      marzo     1914                   616  90 

31     marzo     1921               4.933  1.528 

Olanda  (in  milioni  di  fiorini) 

31    dicembre   1913                1.148  13 

31    dicembre    1921              2.502  834 


1.161 


706 
7.623 


1.161 
3-336 


Italia  (in  milioni  di  lire) 

30     giugno     1914  14.130  939  —  15-071 

30     giugno     1921  54-972         30.597         20.857         106.427 


Svizzera  (in  milioni  di  franchi) 

31    dicembre    191 3  1.640 

31   dicembre   1920  3  396 

Svezia  (in  milioni  di  corone) 

31  dicembre  1913  511 

31  dicembre  1920  862 

Norvegia  (in  milioni  di  corone) 

31  dicembre  1913  21 

30   giugno   1921  445 


69 
645 


:i5 


341 


338 
433 


1.710 
4.041 


511 
1.077 


350 
1.220 


270 

36a 

399 

1.136 

8.452 

26.851 

848.248 

1.099.477 

CAP,  III.]       ALCUNE  VALUTAZIONI  DEI   DEBITI    PUBBLICI  745 

Debito  pubblico  intemo        Debito  estero    Totale 
consolidato        fluttuante 

Danimarca  (in  milioni  di  corone) 

31      marzo     1914  91  — 

31      marzo     1921  664  72 

Ceco  Slovacchia  (in  milioni  di  corone) 

31  dicembre  1921  6.083  12.315 

Polonia  (in  milioni  di  marchi) 

I     gennaio    1921         12.835         283.393 

Romania  (in  milioni  di  leu) 

I    marzo    1921  3-733  12.150  4.427  20.311 

Germania  (in  milioni  di  marchi) 

31   marzo   1914  4.915  284  —  5-199 

■30  ottobre  1921  73-945         228.708  —  302.203 

Ungheria  (in  milioni  di  corone) 

31   luglio  1921  17.852  83.193  5569  — 

Spagna  (in  milioni  di  pesetas) 

I   gennaio  1921  9.387  2.601  910  11.900 

Stati  Uniti  di  America  (milioni  di  dollari) 

31    dicembre    1913         967  222  1.189 

30    giugno    1921        16.189  7.857  23.976 


Ma  questi  dati  non  sono  comparabili  e  essi  dimostrano  solo  l'aumento 
generale  dei  debiti  pubblici.  Ma  non  dimostrano  tutta  la  gravità  della  si- 
tuazione. 

Vi  è  prima  di  tutto  la  circolazione,  che  per  la  più  gran  parte  degli  Stati 
non  è  compresa  nella  cifra  del  debito,  mentre  per  altri  è  compresa  nelle 
cifre    riferite. 

Al  31  dicembre  1921  la  circolaxione  del  Belgio  era  di  6337  milioni  di 
franchi,  della  Francia  di  36,4871  mihoni  di  franchi,  dell'Italia  di  21, 754 
milioni  di  lire,  della  Gran  Brettagna  di  438  milioni  di  sterline,  dell'Olanda 
di  1046  milioni  di  fiorini,  della  Spagna  di  4244  milioni  di  pesetas,  della 
Svizzera  di  1015  milioni  di  franchi,  della  Svezia  di  628  milioni  di  corone, 
della  Norvegia  di  419  mihoni  di  fiorini,  della  Grecia  di  2.161  milioni  di 
dracme  ;  della  Ceco  Slovacchia  di  12,130  mihoni  di  corone  ;  della  Polonia 
di  229.538  mihoni  di  marchi,  della  Romania  di  13.722  milioni  di  leu,  della 
Danimarca  di  471  mihoni  di  corone,  della  Finlandia  di  1356  milioni  di 


746  SCIENZA  DELLE    FINANZE  [LIBRO    III. 

marchi,  della  Jugoslavia  di  4.688  milioni  di  dinac,  della  Germania  di  122.497 
milioni  di  marchi,  dell'Austria  di  174. 115  milioni  di  corone,  dell'Ungheria  di 
25,175  milioni  di  corone,  degli  Stati  Uniti  di  America  di  4.351  milioni  di 
dollari.  Ma  dopo  tutto  è  precipitato  e  la  circolazione  della  Germania  ha 
da  molto  tempo  sorpassato  anche  i  2  mila  miliardi  e  le  condizioni  della 
circolazione  in  Austria,  in  Ungheria,  in  Grecia  e  in  altri  paesi  dell'Europa 
centrale  sono  veramente  gravi  ;  senza  parlare  della  Polonia  che  ha  sempre 
il  record  del  disoMine  finanziario  e  amministrativo. 

I  titoli  di  Stato  di  alcuni  paesi  espressi  in  buona  moneta  non  valgono  più 
né  meno  qualche  centesimo  di  dollaro. 

Oramai  paesi  a  finanze  sane  sono  sopra  tutto  gli  Stati  Uniti  di  America  , 
la  Gran  Brettagna,  i  Paesi  scandinavi,  l'Olanda,  la  Svizzera,  la  Spagna 
e  pochi  stati  fuori  d'Europa. 

La  Francia  e  l'Italia  hanno  situazione  finanziaria  grave  ;  ma  che  può 
ancora  con  energia  esser  salvata. 

I  paesi  vinti  e  i  nuovi  stati  dell'Europa  centrale  assai  difficilmente  po- 
tranno risanare  la  loro  circolazione  e  i  loro  titoli  di  debito  pubblico  non 
hanno  che  scarsissimo   valore.  v 

Per  gli  Stati  Uniti  di  America  e  per  la  Gran  Brettagna  bisogna  tener 
conto  dei  loro  crediti  verso  Stati  esteri,  a  causa  della  guerra. 

Gli  Stati  Uniti  erano  creditori  al  31  dicembre  1921  di  12.663  milioni 
di  dollari,  la  Gran  Brettagna  di  1963  milioni  di  sterline. 


LIBRO  IV. 

L'ORDINAMENTO    DEL    BILANCIO 
DELLO    STATO 


Nozioni  generali 

La  preparazione  del  bilancio. 

214.  L'ordinamento  del  bilancio  ha  la  maggiore  impor- 
tanza non  solo  dal  punto  di  vista  politico  o  del  diritto  pubblico, 
ma  anche,  e  sopra  tutto,  dal  punto  di  vista  finanziario.  Or  che 
si  tratta  di  disporre  di  masse  enormi  di  ricchezza  e  i  bilanci 
salgono  a  miliardi,  ciò  che  riguarda  il  loro  ordinamento  è  og- 
getto dello  studio  di  particolari  discipline.  U^bilanciq  non  è 
altra  cosa,  se  non  il  libro  documentato  delle  entrate  previste 
e  delle  spese  accreditate  allo  Stato  o  agli  ènti  amministrativi  : 
è  un  atto  contenente  l'approvazione  preventiva  deile"en'tfàte 
e  delle  spese  pubbliche*. 

I  bilanci  dei  grandi  stati  moderni  non  sono  più  di  centinaia 
di  milioni,  ma  di  miliardi,  spesso  di  parecchi  miliardi  :  lo  Stato 
e  gli  enti  locali  prendono  ai  cittadini  im  ventesimo,  un  de- 
cimo, qualche  volta  un  quarte  o  un  quinto  di  tutte  le  loro  en- 
trate. Come 'si  spende  questa  enorme  massa  di  ricchezza?  I 
bilanci  devono  contenere  tutte  le  entrate,  tutte  le  spese  ;  niente 


♦  Il  bilancio,  dice  l'articolo  5  del  decreto  regolamento  francese  del 
31  marzo  1S62,  è  l'atto  mediante  il  quale  sono  prex-iste  e  autorizzate  le 
entrate  e  le  spese  aimuali  dello  Stato  e  degli  altri  servizi  che  le  leggi  assog- 
gettano alle  stesse  regole.  In  molte  altre  leggi  di  contabilità  non  vi  è  al- 
cuna definizione  :  è  che  la  idea  di  ci-t-  che  sia  il  bilancio  si  presenta  quasi 
spont  aneamente . 


750  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV. 

deve  essere  nascosto,  nessuna  ricchezza  deve  perdersi  per  vi^ 
occulte  * . 

Il  diritto  al  bilancio,  come  vedremo,  è  il  primo  segno  d'in- 
dipendenza. I  paesi  che  fissano  le  loro  entrate  e  le  loro  spese 
pubbliche  liberamente  sono  o  autonomi  o  sulla  via  della  più 
completa  autonomia.  Cosi  le  colonie  inglesi  che  hanno  diritto 
al  bilancio  e  autonomia  finanziaria  come  il  Canada  e  le  colonie 
dell'Australia,  sono  legate  alla  madre  patria  solo  da  un  tenue 
ftlo.  È  vero  che,  secondo  la  espressione  di  Chamberlain,  spesso 
attraverso  un  filo  sottile  passano  le  più  grandi  correnti  di  elet- 
tricità. Il  diritto  costituzionale,  o  almeno  la  storia  costituzio- 
nale, si  occupa  come  di  fatto  fondamentale  del  diritto  al  bi- 
lancio. Molte  rivoluzioni  non  hanno  avuto  altra  origine  che 
controversie  sulla  funzione  dei  Parlamenti  in  materia  di  en- 
trate e  di  spese  pubbliche. 

È  evidente  che  il  popolo,  che  sopporta  le  spese,  deve  avere 
il  diritto  di  limitarle  e  quello  di  concedere  le  entrate.  Ma  non 
sempre  questo  principio  è  stato  accettato.  L'Inghilterra  ha 
preceduto  tutti  gli  altri  paesi  nell'afierm  azione  dei  principio 
che  ogni  imposta  deve  essere  consentita  dal  popolo  e  le  sue 
vecchissime  carte  costituzionali  contenevano  questa  massima, 
che  è  poi  diventata  patrimonio  di  tutte  le  nazioni  civili.  Anzi 
questa  massima  è  cosi  antica  che  gli  storici  della  costituzione 
inglese  non  hanno  potuto  ritrovarne  l'origine  f . 

*  Sul  bilancio  in  generale  si  veda  l'eccellente  studio  diRené  Stourm  : 
he  budget,  Paris,  6.  ediz.  1909,  e  quello,  anche  eccellente,  del  J  èz  e  :  Le 
Budget,  Paris,  1910.  Si  possono  vedere  inoltre  molto  utilmente  Max  v  o  n 
B  e  e  k  e  1  :  Dos  Budget,  Leipzig,  1898  ;  Max  Boucard  et  Gaston 
J  è  z  e  :  Elhnents  de  science  des  finances  et  de  législalion  financiére  francaise, 
Paris,  1892,  2.  ediz.,  voi.  I:Arcoleo:7/  bilancio  dello  Slato  e  il  sindacato 
parlamentare,  Napoli,  1881  ;  W  a  <;'n  er  :  Ordinamento  delVeconomta  ,^- 
nanziaria  in  R.  d.  E.  serie  III,  voi.  XIV;  Leroy  B  e  au  1  i  e  u  :  o/>.  cti. 
voi.  II  ;  G  r  a  z  i  a  n  i  ;  7/  bilancio  e  le  spese  pubbliche  nel  Manuale  di  diritto 
amministrativo  di  Orlando;  F.  Rosta. e  no:  Contabilità  dt  Stato , 
Napoli  188S  :  A.  De  Cupis:  Legge  sulV amministrazione  del  patrimonio 
dello  Stato  e  sulla  coiUabilUà  generale  dello  Stato,  Torino,  1896;  Brun  i" 
Contabilità  dello  Stato,  III  ediz.,  Milano,  1909  ;  De  FI  a  m  i  n  i  i  :  La  ma- 
teria e  la  forma  del  bilancio  inglese,  Torino  1904  ;Gagliardi://  Bilancio 
dello  Stato,  Torino  1908,  ecc 

t  Se  sotto  i  Tudors,  Enrico  VII  ed  Elisabetta  in  alcune  occasioni  vio- 


CAP.   I.]  IL  DIRITTO   AL  BILANCIO  751 

La  storia  del  diritto  al  bilancio  in  Frància  va  divisa,  secondo 
Stourm,  in  tre  grandi  periodi  :  i  periodo  degli  Stati  Gene- 
rali, cioè  fino  al  1614  ;  2  periodo  dei  parlamenti,  fino  al  1789  ; 
3  periodo  di  organizzazione  attuale,  dal  1789  in  poi.  Gli  Stati 
Generali  erano  la  continuazione  delle  vecchie  assemblee  feu- 
dali. Risulta  che,  fin  dal  1314,  sotto  Filippo  il  «Bello»  essi 
si  occupavano  di  quistioni  fiscali.  Ma  non  ebbero  forse  mai 
una  funzione  molto  efiicace,  dopo  il  secolo  XVI  :  ad  ogni  modo 
non  si  riunirono  più  tra  il  1614  e  il  1789. 

Nel  periodo  dei  parlamenti  gli  Stati  Generali  non  furono  con- 
vocati :  ma  i  parlamenti  cercarono  di  conquistare  essi  il  diritto 
al  bilancio.  Però  non  bisogna  dimenticare  che  allora  i  re  en- 
travano nei  parlamenti  ed  ordinavano  seduta  stante  la  regi- 
strazione di  quegli  editti  contro  cui  i  parlamenti  stessi  avevano 
protestato. 

Negli  altri  stati  d'Europa,  sopra  tutto  nei  maggiori  di  essi, 
il  diritto  al  bilancio,  è  un  fatto  recente  ;  recentissimo  in  Italia 


larono  l'antico  diritto,  fu  solo  sotto  gli  Stuarts  che,  al  decimosettimo  se- 
colo, si  cercò  veramente  di  romperlo.  Lo  sventurato  re  Carlo  I,  accettando 
il  principio  della  vice  gerenza  divina,  che  il  suo  predecessore  Giacomo  I 
aveva  proclamato  tentò  limitare  o  distruggere  il  diritto  al  bilancio  di  cui 
sì  antica  era  l'origine  in  Inghilterra.  Ma  il  tentativo  gli  costò  la  vita  e  fu 
infruttuoso.  «Tutti  i  reami  cristiani  (faceva  egli  dire  minacciosamente  dal 
suo  rappresentante  in  Parlamento)  avevano  prima  l'uso  dei  parlamenti, 
fino  a  che  i  monarchi  avendo  cominciato  a  conoscere  le  loro  proprie  forze 
e  vedendo  lo  spirito  turbolento  di  queste  assemblee,  sono  venuti  lentamente 
a  far  prevalere  le  loro  prerogative.  E  in  tutta  la  cristianità,  ad  eccezione 
del  nostro  paese,  hanno  infine  abolito  i  parlamenti  ».  In  seguito  a  queste 
affermazioni,  volle  contrarre  un  prestito  senza  autorizzazione  parlamentare . 
I  casuisti  e  i  giuristi  di  corte,  fecero  fin  d'allora  una  sottile  quistione,  se  U 
debito  e  l'imposta  dovessero  considerarsi  allo  stesso  modo  o  diversamente. 
I  giuristi  discussero,  ma  la  rivoluzione  scoppiò  e  il  re  stesso  vi  perde  mi- 
seramente la  vita.  I.a  nazione  intera,  dice  Macaulay,  prese  le  armi  per  in- 
dignazione. D'allora  in  poi  molte  lotte  vi  furono,  fino  alla  separazione  com- 
pleta della  Usta  civile  dal  bilancio,  ma  il  diritto  fondamentale  non  fu  mai 
soppresso.  Colui  che  provocò  la  resistenza  alla  Corona,  che  voleva  esigere 
imposte  non  consentite,  fu  Hampden,  che  si  foce  giudicare  e  condannare, 
per  non  pagare  solo  20  scellini.  G  u  i  z  o  t  racconta  neìVHistoire  de  la  re- 
volution d'Angleterre  :  «  Hampden  refusa  de  payer  mais  sans  colere,  sans 
bruit,  uniquement  preoccupò  de  parvenir  à  faire  juger  solennellement 
dans  sa  personne  le  droit  de  son  pays  ». 


752  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV. 

la  cui  storia  costituzionale  è  di  data  non  antica  ;  in  generale 
ha  risentito  l'impulso  rivoluzionario,  è  venuto  in  seguito  a  lotte. 
Questa  differente  origine  spiega  la  differente  struttura.  In  In- 
ghilterra il  bilancio  ha  una  parte  statica,  composta  dal  fondo 
consolidato,  che  non  è  materia  di  discussioni,  e  una  parte  di- 
namica, che  muta  sempre,  o  per  dir  meglio  può  mutare. 

È  noto  che  negh  Stati  Uniti  d'America  fu  la  difesa  del  diritto 
al  bilancio  che  determinò  la  rivoluzione  vittoriosa  e  il  distacco 
dall'Inghilterra.  Gli  Stati  Uniti  d'America,  benché  colonie,  ave- 
vano bilancio  autonomo  quando,  nel  1765,  l'Inghilterra  volle 
costringerli  a  contribuire  alle  spese  del  governo  della  metropoli, 
e  mise  prima  un'imposta  sul  bollo  che  sostituì,  due  anni  *  dopo, 
in  seguito  alle  vive  proteste,  con  altre  imposte  sui  vetri,  la  carta, 
i  colori  e  il  thè.  Erano  imposte  mitissime,  così  miti  che  nel  loro 
complesso  non  sorpassavano  un  milione  di  lire  italiane.  Non  era 
dunque  quistione  di  reagire  ad  una  gravezza,  ma  di  difendere  un 
diritto.  Washington  scriveva.  «  Di  che  si  tratta  ?  È  forse  del 
pagamento  di  una  miserabile  tassa  di  sei  soldi  sopra  ogni  libbra 
di  thè  ?  No,  è  il  diritto  solo  che  noi  contestiamo  ».  E  fu  d'al- 
lora che  cominciò  l'insieme  di  dispute  e  di  lotte  che  menò  poi 
alla  guerra,  così  grandiosa,  per  gli  Stati  Uniti.  Come  avverti- 
vamo, la  storia  del  diritto  al  bilancio  è  la  storia  vera  delle 
origini  delle  costituzioni.  E  se  volessimo  ancora  insistere  su 
quest'argomento  esso  non  potrebbe  essere  contenuto  se  non 
in  un  corso  completo  di  diritto  costituzionale. 

Il  bilancio  nei  paesi  moderni  è  oggetto  di  tutta  una  legisla- 
zione, ninno  Stato  volendo  che  entrate  e  spese  sfuggano  all'a- 
zione di  controllo.  Il  bilancio  è  una  determinazione  anticipata 
[preventivo)  o  posticipata  [consuntivo)  delle  entrate  e  delle  spese 
ordinate  ed  esposte  in  cifre,  sistematicamente. 

Negli  stati  retti  da  regime  assoluto  il  bilancio  non  è  che  un 
atto  intemo  di  amministrazione,  un  semplice  prospetto  di  en- 
trate e  di  spese.  Nel  regno  delle  Due  Sicilie,  durante  il  regime 


*  t  L'esprit  qui  résistait  en  Amérique  4  l'acte  du  timbre  était  l'esprit  qu* 
avait  autrefois  établi  cette  maxime  fondamentale  des  libertès  britanniques . 
qu'un  sujet  anglais  ne  peut  étré  taxé  sans  son  consentemeni  ».  G  o  r  n  é  * 
li  s  de  W  i  t  :  Histoite  de  Washintgon,  Paris,  1855, 


CAP.    I.]  PREPARAZIONE   DEL   BILANCIO  753 

borbonico,  i  bilanci  non  erano  a  dirittura  pubblicati  e  costi- 
tuivano quasi  un  secreto  di  Stato.  Anche  adesso  la  stessa  Rus^ 
sia,  pubblicando  i  suoi  bilanci  non  li  documenta,  né  li  arric- 
chisce di  quegli  elementi  che  sono  necessari  a  formare  un  sicuro 
giudizio.  Invece  negli  stati  ove  esiste  un  governo  costituzionale, 
il  bilancio  è  un  atto  pubblico  che  permette  alle  assemblee  le- 
gislative di  esercitare  largamente   un'azione  di   controllo. 

215.  Un  buon  ordinamento  del  bilancio  non  si  è  raggiunto 
che  lentamente  e  solo  in  modo  molto  limitato.  Or  esso  ha  la 
più  grande  importanza  non  solo  dal  punto  di  vista  costituzio- 
nale, ma  anche  dal  punto  di  vista  economico.  La  molteplicità 
delle  pubbliche  spese,  la  complessità  e  la  diversità  delle  en- 
trate, la  varietà  nei  modi  di  pagamento  non  hanno  reso  pos- 
sibile un  completo  e  logico  ordinamento  del  bilancio,  dal  punto 
di  vista  economico  e  finanziario.  Bisogna  però  riconoscere  che 
l'ordinamento  del  bilancio  italiano  è  più  semplice  e  più  evi- 
dente che  non  sia  in  molti  fra  i  grandi  paesi  di  Europa  e  che 
il  bilancio  italiano  si  è  venuto  sempre  più  semplificando  negli 
ultimi  venti  anni,  si  da  rappresentare  tecnicamente  un  progresso 
notevolissimo.  Non  si  può  entrare  qui  nelle  quistioni  di  detta- 
glio :  dal  punto  di  vista  storico  e  politico  esse  vanno  studiate 
dal  diritto  costituzionale  ;  dal  punto  di  vista  contabile  possono 
formare  oggetto  di  un  corso  speciale  di  contabilità  di  stato. 
Noi  accenneremo  solo  alle  linee  generali  dell'ordinamento  del 
bilancio,    fermandoci   più   a   lungo   sull'ordinamento   italiano. 
A  chi  spetta  la  preparazione  dei  bilanci  ?  Dovunque  è  il  po- 
tere esecutivo  che  prepara  e  presenta  il  bilancio  ed  è  incaricato 
della  sua  esecuzione  nei  modi  determinati  dalle  leggi.  Questa 
funzione  è  cosi  necessaria  e  così  evidente  che  non  è  né  meno 
indicata  in  molte  carte  costituzionali.  In  Italia  è  lo  Statuto  che 
stabiUsce  la  presentazione  del  bilancio  da  parte  del  Governo. 
In  Francia,  in  Germania,  in  Inghilterra,  in  Italia,  dovunque 
vi  é  regime  costituzionale,  il  potere  esecutivo  prepara  e  pre- 
senta il  bilancio.  Secondo  la  formola  di  Sir  StafEort  Nortchote, 
l'ufficio  del  governo  consiste  nel  proporre,  queUo  del    parla- 
mento nell'accordare.  Gl'inglesi  hanno  anche  un'altra  formula 
fra  quelle  più  comunemente  accettate  :  la  corona  chiede,  i  co- 
muni accordano,  i  lords  consentono. 


754  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [liBRO  IV  . 

Negli  stati  Uniti  di  America  soltanto  il  bilancio  è  l'opera 
dell'assemblea  legislativa,  del  congresso,  che  non  solo  lo  vota, 
ma  lo  elabora.  Praticamente  il  sistema  americano  abbandona  il 
bilancio  a  due  comitati  diversi,  uno  per  le  entrate,  l'altro  per 
le  spese  :  spesso  quei  comitati  hanno  vedute  differenti.  La  di- 
scussione del  bilancio  nelle  Camere,  lungi  dal  procedere  ordi- 
nata, come  in  molti  stati  europei,  è  spesso  incoerente  e  di- 
sordinata *. 

Quale  è  la  funzione  delle  due  Camere  in  materia  finanziaria  ? 

In  tutti  i  paesi  i  disegni  di  legge  di  finanza  vengono  pre- 
sentati prima  alla  Camera  eletta  a  suffragio  più  largo  :  in  alcuni 
paesi,  come  in  Francia,  in  Italia,  in  Inghilterra',  negli  Stati 
Uniti  questo  è  a  dirittura  un  obbligo  costituzionale.  Viceversa 
in  Germania,  in  Austria  Ungheria,  in  Svizzera  le  Camere  pos- 
siedono, almeno  dal  punto  di  vista  costituzionale,  gli  stessi 
diritti. 

Si  è  discusso  anche  in  alcuni  paesi  se  il  Senato  abbia  diritto 
di  emendamento  in  materia  di  bilanci  e  in  generale  di  leggi  fi- 
nanziarie :  se  possa  in  altri  termini  modificare  ciò  che  è  stato 
votato  dalla  Camera  dei  deputati.  Senza  dubbio  se  il  Senato  do- 
vesse limitarsi  a  «  prender  visione  »  di  ciò  che  stabilisce  la  Ca- 
mera, la  sua  opera  sarebbe  inutile  ;  ma  non  è  né  meno  dubbio 
che  sopra  tutto  in  materia  di  bilanci  la  prima  e  l'ultima  parola 
spettino  sempre  alla  Camera  dei  deputati. 

Nessuna  legge  toglie,  in  tutti  i  paesi,  meno  l'Inghilterra,    al 


*  Chateaubriand,  che  si  occupò  di  finanza  a  tempo  perso  e  certo  con 
meno  fortuna  che  di  arte,  scriveva  doversi  ritenere  regola  generale  che  il 
bilancio  deva  essere  fatto  dal  ministero  e  non  dalla  Camera  dei  deputati, 
che  è  il  giudice  del  bilancio.  Se  la  Camera,  egli  d'ceva,  facesse  il  bilancio, 
non  potrebbe  poi  domandare  a  sé  stessa  conto  del  proprio  operato  ;  e.i 
Ministero  rifiuterebbe  di  essere  responsabile  della  più  importante  parte 
dell'amministrazione.  Cosi  gli  elementi  delia  costituzione  sarebbero  spo- 
stati. (Chateaubriand:!)^ /a  monarchie  selon  la  Charte,  Paris  1 826) . 
Ciò  è  semplice  ed  evidente  ;  eppure  la  pratica  costituzionale  viene  ogni 
giorno  a  violare,  in  questa  materia,  i  buoni  principi. 

«  Comme  personne  n'a  mission,  ni  dans  le  Comité,  ni  dans  les  Chambres 
pour  les  dénoncer,  le  gaspillace  n'a  pas  de  hmites  ».  Boucardet  Jéze: 
Ftnance,  voi.  II,  pag.  44.  Cfr.  pure  Bryce:  Lm,  répuhlique  américaine ^ 
(trad.  frane.)  tom.  I,  pag.  254  e  seg. 


CAP.    I.l  PREPARAZIONE    DEL    BILANCIO  755 

Senato  il  diritto  di  emendamento,  ma  il  Senato  sente  che  noA 
può  usare  di  questo  diritto  se  non  con  estrema  moderazione  * 
e  non  vi  ricorre  quasi  mai. 

Quasi  ogni  paese,  dunque,  affida  alle  due  Camere  il  diritto 
di  votare  i  bilanci  e  le  leggi  finanziarie,  dando  alla  Camera 
popolare  maggior  larghezza  ed  autorità  in  materia  e  spesso 
accordandole  la  priorità  dell'esame.  Sino  al  191 1  anche  l'In- 
ghilterra accordava  il  privilegio  della  priorità  e  della  più  larga 
iniziativa  ai  Comuni  ;  e  ai  Lords  poteri,  ridotti,  ma  effettivi. 
Dal  19 II  è  tutto  mutato.  Quando  nel  1909  presentò  le  sue 
riforme  tributarie,  Lloyd  George,  che  avea  trionfato  ai  Co- 
muni, si  vide  battuto  dai  Lords,  che  le  respinsero.  Il  governo- 
liberale  pose  allora  netta  la  questione  sostenendo  che  ai  Lords 
non  spettasse  in  materia  finanziaria,  né  diritto  d'iniziativa,  né 
diritto  di  emendamento.  Una  lotta,  che  è  tra  le  più  interes- 
santi che  la  Storia  costituzionale  ricordi,  si  ingaggiò  ;  e  fu  chiusa 
con  la  legge  dei  18  agosto  191 1  [Parliament  Act  1911),  la  quale 
consacra  la  supremazia,  assoluta  e  quasi  incontrollabile,  dei 
Comuni,  in  materia  di  Finanza  e  di  Bilancio.  Ai  Lords  resta 
solo  la  facoltà  di  presentare  osservazioni  platoniche.  I  money 
bills  (leggi  di  finanza)  devono  essere  presentati  prima  ai  Co- 
muni e  da  questi  approvati.  Indi  si  presentano  ai  Lords  per- 
chè li  consentano.  I  Lords  però  devono  limitarsi  a  consentire 
e  a  discutere  ;  senza  poter  emendare  in  nulla  ;  e  se,  entro  un 
mese  dalla  presentazione  alla  Camera  alta  non  hanno  ap- 
provato, senza  emendamenti,  il  bill,  questo  (se  i  Comuni  non 
vogliono  altrimenti)  sarà  presentato  al  Re,  perchè  sanzioni 
a  malgrado  del  voto  contrario  dei  Lords  ;  e,  se  il  Re  accon- 
sente e  sanziona,  il  bill  diverrà  legge  dello  Stato  t  • 

Per  qualche  secolo  in  Inghilterra  è  stata  ritenuta  norma  fon- 
damentale della  costituzione  l'iniziativa  di  ogni  spesa  spettante 


*  Cfr.  G.  P  erre  au  in  R.  s.  1.  f.  1903,  tom.  I. 

t  Confr.  per  il  Testo  del  Parliament  Act  1911  il  BuUetin  de  Statistique  et 
Législation  cotnparée  di  agosto  1911  (pp.  222-227).  Sul  conflitto  e  in  gene- 
rale sulla  questione  dei  poteri  finanziari  dei  Lords  conf.  gli  interessanti 
articoli  del  J  èz  e,  in  Revue  de  Science  et  de  Législation  financiètes  di  giugno. 
1910  (p.  241  e  seg.)  e  di  decembre  191 1    (pag.  587  e  seg.). 


756  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV. 

al  governo  *.  Sono  celebri  le  parole  con  cui  Gladstorie  rifiutava 
la  proposta  di  un  membro  del  parlamento  che  proponeva  au- 
mento di  spese.  L'iniziativa  di  ogni  aumento,  egli  diceva,  spetta 
al  governo  e  non  al  parlamento,  la  cui  funzione  è  solo  di  con- 
cedere o  di  negare.  La  Camera  è  incaricata  di  consentire  l'im- 
posta, non  di  offrirla,  e  deve  in  certa  guisa  essere  la  naturale 
difesa  dei  contribuenti.  I  parlamenti  in  effetti,  per  la  loro  ori- 
gine stessa,  avevano  la  funzione  di  difendere  il  contribuente 
contro  le  esigenze  del  fisco.  Ma  con  l'entrata  di  numerosi  ele- 
menti nuovi  e  con  la  partecipazione  sempre  crescente  delle  classi 
inferiori,  è  accaduto  dovunque  e  anche  in  Inghilterra,  che  ogni 
barriera  messa  dalla  legge  o  dalla  consuetudine  all'iniziativa 
parlamentare  in  materia  di  spese  è  scomparsa  o  si  è  indebolita. 
Da  prima  un  deputato  che  avesse  proposto  aumento  di  spese 
diventava  impopolare  :  ora  gli  aumenti  sono  proposti  per  con- 
servare ed  ottenere  la  popolarità  f. 

Nella  stessa  Inghilterra,  dove  in  materia  parlamentare  la 
tradizione  ha  vero  valore  di  legge,  l'iniziativa  parlamentare  in 
materia  di  spese  non  manca.  Nel  1887  Goschen  constatava 
che  in  17  anni  le  spese  dei  servizi  civili  erano  aumentate  di 
oltre  otto  milioni  di  sterline  e  diceva  che  questo  fatto  era  da 
attribuirsi  piuttosto  al  parlamento  che  al  governo.  Nel  1893 
Harcourt,  il  vecchio  ministro  liberale,  gloriandosi  di  essere 
dell'antica  scuola,  osservava  che  nei  parlamenti  e  nel  pub- 
blico si  dimenticavano  le  regole  dell'economia  :  —  L'economia 
finanziaria,  egli  diceva,  ha  avuta  la  stessa  sorte  che  l'econo- 
mia politica  ;  e  un  cancelliere  dello  scacchiere  che  predichi  ora 
l'economia,  predica  nel  deserto.  Si  accusa  spesso  la  tesoreria 
di  avarizia.  Piacesse  a  Dio  che  fosse  più  avara  ancora  !  Oggi 


*  Negli  Standing  orders  fin  dal  1706  figura  questa  regola  della  Camera  dei 
comuni  :  —  Questa  Camera  non  riceverà  alcuna  petizione  per  alcuna  somma 
relativa  ai  servizi  pubblici,  non  esaminerà  alcuna  mozione  tendente  a  vo- 
tare un  sussidio  o  un  carico  sui  redditi  pubblici...  in  altro  modo  che  su  rac- 
comandazione della  Corona. 

t  I  ministri  inglesi  sono  in  certa  guisa  sottomessi  essi  medesimi  a  un 
ciotrollo  preventivo.  Nessun  ministro  può  proporre  nuove  spese  senza  il 
consenso  della  Tesoreria.  Il  Consiglio  della  Teserei ia  discute  con  i  capi  dei 
diversi  servizi  dell'opportunità  di  ciascuna  spesa. 


CAP.  I.]  l'iniziativa  parlamentare  757 

quando  si  viene  a  proporre  una  spesa  nuova  si  è  accolti  come 
se  si  fosse  scoperto  un  piacere  nuovo. 

La  soppressione  dell'iniziativa  parlamentare  in  materia  di 
spese  sarebbe  forse  utile,  molti  scrittori  l'hanno  proposta  e 
molti  finanzieri  l'hanno  patrocinata.  Ma  è  a  ritenere  che,  con  le 
cattive  abitudini  che  si  sono  fatte  strada,  assai  difficilmente 
riuscirebbe  efficace.  Nella  sua  esposizione  finanziaria  del  25 
novembre  1895,  l'onorevole  Sonnino  parlava  in  Italia,  nella 
Camera  dei  deputati,  dell'influenza  sempre  crescente  delle 
sollecitazioni  e  delle  esigenze  che  si  traducono  in  interventi 
parlamentari,  appena  viene  annunziato  il  ristabilimento  del 
bilancio  *. 

Nella  repubblica  Veneta  vi  era  una  istituzione  speciale  :  gli 
scanzadori  delle  spese  superflue,  che  aveano  la  funzione  di  ricer- 
care in  tutte  le  amministrazioni  pubbliche  quali  econoniie  si 
potevano  introdurre.  Negli  stati  moderni  si  abusa  nel  senso  op- 
posto :  sono  i  rappresentanti  del  paese  che  spingono  più  alla 
imprevidenza  e  la  iniziativa  parlamentare  in  materia  di  spese 
appare  sempre  più  dannosa.  I  deputati,  che  non  sono  punto 
responsabili  del  buon  ordinamento  del  bilancio,  hanno  spesso 
nel  dare  una  larghezza  di  sovrani  orientali  :  ma  il  male  è  che 
tutte  le  loro  liberaUtà  sono  pagate  dai  contribuenti. 

La  Camera  dei  Comuni  inglese  votò  il  20  marzo  1866  uj 
ordine  del  giorno  cosi  concepito  :  «  La  Camera  dei  Comuni  non 
ammetterà  alcuna  proposta  tendente  a  ottenere  un  reddito 
qualsiasi  per  i  servizi  pubblici  e  non  darà  seguito  ad  alcuna  mo- 
zione che  implica  una  spesa  da  imputare  sul  reddito  dello 
Stato,  sia  sui  fondi  costituiti  in  dotazione,  sia  sui  fondi  pro- 
posti dal  Parlamento  al  di  fuori  delle  domande  formulate  dalla 
Corona  ».  Ma  quest'ordine  del  giorno  ha  avuto  un  valore  rela- 


*  R  i  b  o  t  diceva  il  16  marzo  1900  alla  Camera  francese  a  proposito  della 
facilità  da  parte  dei  Parlamenti  nell'accordare  nuove  spese  :  «  Quand  on 
vient  nous  demander  de  nous  prononcer  par  un  vote  sollecite  éloquemment, 
ardemment,  et  sans  meme  nous  laisser  le  temps  de  la  réfllexion. . .  on  nous 
demande  quelquefois  un  effort  qui  se  trouve  au  dessus  des  forces  d'un  cer- 
tain  nombre,  entre  nous.  Il  faut  dono  prende  certaines  précautions,  non 
pas  pour  supprimer  le  droit  de  la  Chambre,  mais  pour  en  assurer  l'exercice 
d'une  fagon  plus  réfléchie  et  moins  dommageable  ». 

Nitti.  49 


758  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV. 

tivo.  Più  recentemente,  il  16  marzo  1900,  la  Camera  francese 
ha  votato  un  ordine  del  giorno  del  deputato  Berthelot  con  cui 
si  interdiceva  il  proporre  aumenti  di  spese  per  via  di  emenda- 
menti del  bilancio.  Sono  voti  piuttosto  platonici  dal  momento 
che  il  potere  parlamentare  dilaga  con  gran  danno  degli  stessi 
ordini   costituzionali  *. 

215.  Data  la  importanza  delle  spese  nei  bilanci  moderni  e 
la  grandiosità  delle  pubbliche  entrate,  i  ministri  finanziari  hanno 
un'azione  sempre  crescente.  Ordinare  una  così  grande  massa  di 
entrate  e  di  spese,  disporne  la  riscossione  e  la  erogazione  nel 
modo  più  economico  possibile,  richiede,  o  almeno  richiederebbe 
speciali   attitudini. 

In  Francia  il  ministro  delle  finanze  è  incaricato  di  tutte  le 
funzioni  finanziarie  :  entrata  e  spesa.  In  Italia  vi  è  separazione 
dei  due  ministeri  del  tesoro  e  delle  finanze.  In  Inghilterra  più  che 
negli  altri  paesi  la  situazione  del  capo  del  Ministero  finanziario 
è  prevalente  su  quella  degli  altri  ministri.  Il  primo  lord  della 
Tesoreria,  generalmente,  è  il  capo  del  Gabinetto  ;  in  ogni  caso 


*  Cfr.  Emiie  Larcher:  Uinitiative  parlementaire  en  France,  Póiris, 
1896;  L.  Michon:  Uinitiative  parlementaire  et  la  réforme  du  travail 
legislatif,  Paris,  1898,;  ecc.  Cfr.  anche  ErskineMay:  op.  cit.  cap. 
XVIII.  Bastia  t  non  senza  spirito,  a  proposito  delle  contraddizioni 
parlamentari  facea  il  seguente  ritratto  del  Ministero  delle  finanze  nei  par- 
lamenti moderni  :  e  Hélas  !  comme  Figaro  il  ne  sait  ni  qui  intendre,  ni  de 
quel  coté  se  toumer.  Les  cent  mille  bouches  de  la  presse  et  de  la  tribune 
lui  crient  à  la  fois  :  organisez  le  travail  et  les  travailleurs  ;  extirpez  l'égoi- 
sme  ;  réprimez  l'insolence  et  la  tyrannie  du  capital  ;  faites  des  expériences 
sur  les  fumiers  et  sur  les  oeuf  :  sillonnez  le  pays  de  chemins  de  fer  ;  irriguez 
les  plaines,  reboisez  les  montagnes,  fondez  des  fermes  modèles,  fondez  des 
ateliers  harmoniques,  colonisez  l'Algerie,  allaitez  les  enfants,  instruisez 
la  jeunesse,  secourez  la  vieillesse  ;  envoyez  dans  les  campagnes  les  habi- 
tants  des  villes,  modérez  les  profits  de  toutes  les'  industries,  prétez  de  l'ar- 
gent  et  sans  intéret,  à  ceux  qui  en  désirent  ;  affranchissez  l'Italie,  la  Po- 
logne,  la  Hongrie  ;  élevez  et  perfectionnez  le  cheval'  de  ?:elle  ;  encouragez 
l'art  ;  formez  des  musiciens  et  des  danseuses  ;  probibee  le  commerce  et 
créez  ime  marine  marchande  etc.  L'Ètat  a  pour  mission  d'éclairer,  de  dé- 
velopper,  de  grandir,  de  fortifier,  de  spiri tualiser  et  de  sanctionner  l'àme 
des  peuples.  Mais  loin  de  nous  les  nouvelles  taxes  1  Nous  vous  sommons 
de  retirer  les  anciennes.  Supprimez  l'impót  du  sei,  l'impót  des  boissons, 
rimpòt  des  lettres,  l'octroi,  la  patente,  les  prestations  •. 


GAP.    I.]  I    MINISTERI    FINANZIARI  '         759 

è  leader  del  partito  e  dirige  la  politica  generale  *.  Al  disotto 
di  lui  è  il  Cancelliere  dello  scacchiere,  particolarmente  incari- 
cato della  direzione  degli  affari  finanziari.  Il  Cancelliere  dello 
scacchiere  è  il  secondo  membro  del  consiglio  della  Tesoreria  e 
il  solo  personalmente  responsabile  verso  il  Parlamento  di  ogni 
cosa  fatta  da  essa  ;  egli  prepara  e  discute  il  bilancio  e  ha  anche 
funzione  di  controllo  sulle  spese  pubbliche.  Infine  tre  lords 
iuniors  e  due  segretari  della  Tesoreria  son  membri  del  Mini- 
stero e  costituiscono  in  sette  l'ufficio  delle  finanze  :  la  Treasury . 
La  tesoreria  è  sopra  tutto  un  ufficio  di  revisione  e  di  controllo 
e  cosi  il  Parlamento  può  ritenere  responsabile  la  tesoreria  di 
ogni  atto  di  spesa  che  si  verifichi  in  qualunque  ministero  f  • 
L'uf&cio  della  Tesoreria,  in  cui  sono  quasi  sempre  gli  uomini 
più  importanti  del  partito  che  è  al  governo,  ha  dunque  un'im- 
portanza straordinaria. 

In  realtà  bisogna  distinguere  nella  Tesoreria  inglese  una  fun- 
zione politica  (affidata  al  primo  lord  e  ai  Junior  Lords)  e  una 
funzione  finanziaria,  affidata  sopra  tutto  al  Cancelliere  dello 
scacchiere,  «Jie  è  il  vero  e  solo  ministro  delle  finanze.  Rara- 
mente nella  storia  parlamentare  inglese  le  funzioni  di  primo 
lord  e  di  cancelliere  dello  scacchiere  sono  state  riunite  dalla 
stessa  persona  :  il  cancelliere  dello  scacchiere  ha  una  prepon- 
deranza sui  suoi  colleghi,  ha  largo  diritto  di  controllo. 

In  Italia,  l'importanza  dei  ministri  finanziari  è  molto  minore. 
Il  ministrò  del  tesoro,  ha  avuto  fino  ad  ora  una  situazione  più 
prevalente;  èra  incaricato  particolarmente  della  spesa.  Da  lui 
dipendevano  quindi  la  direzione  generale  del  tesoro,  cui  sono 
sottomesse  le  banche  di  emissione,  la  ragioneria  generale,  la 
cassa  dei  depositi  e  prestiti,  e  la  direzione  generale  del  debito 


*  Il  primo  lord  della  tesoreria  ha  la  posizione  più  importante  ;  è  sempre 
il  ministro  che  sorveglia  tutto  rindirizzo  dell'azienda  dello  Stato  e  in  cui 
si  riconoscono  le  maggiori  attitudini.  (Lord  Broughamin  Scke tches 
of  statespten,  voi  T,  pag  278,  dice  che  in  una  conversazione  pubblica  si 
discuteva  della  quahtà  principale  richiesta  al  Primo  lord,  ed,  avendo  una 
persona  osservato  essere  l'eloquenza,  un  altra  la  sapienza,  una  terza  la 
perseveranza,  Pitt  disse:  —  No,  la  pazienza), 

t  Cfr.  A.  To  d  d  :  /i  governo  parlamentare  in  Inghilterra  (trad.  italiana), 
Torino  1886,  pag    1008  e  seg. 


760  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV  . 

pubblico.  Il  ministro  delle  finanze  si  occupava  sopra  tutto  delle 
entrate,  cioè  della  riscossione  delle  imposte  dirette,  del  catasto, 
del  demanio  e  delle  tasse,  delle  dogane  e  delle  privative.  Il 
ministro  del  tesoro  presenta  il  bilancio  alle  Camere.  Il  periodo 
della  presentazione  dipende  dalla  durata  dell'anno'  finanziario. 
Con  recente  provvedimento  i  Ministeri  del  Tesoro  e  delle  Fi- 
nanze sono  stati  unificati  e  il  Ministro  delle  Finanze  ha  sotto 
il  suo  controllo  tutta  l'amministrazione  finanziaria. 

217.  Si  chiama  anno  finanziario  o  esercizio  finanziano  il 
tempo  che  intercede  tra  l'apertura  e  la  chiusura  di  ogni  conta- 
bilità dello  Stato.  L'anno  finanziario  coincide  con  l'anno  solare 
in  Francia,  Austria  Ungheria,  Belgio,  Olanda,  Lussemburgo, 
Svezia,  Russia,  Finlandia,  Baviera,  Sassonia,  Baden,  Grecia, 
Svizzera,  ecc.  ;  va  dal  1°  aprile  al  31  di  marzo  nella  Gran  Bret- 
tagna, nella  Danimarca,  in  Romania,  Germania,  Prussia,  ecc.  ; 
va  dal  1°  luglio  al  30  giugno  in  Italia,  Portogallo,  Norvegia, 
Spagna,  Serbia  e,  fuori  di  Europa  negli  Stati  Uniti  di  America 
nel  Messico,  nel  Giappone,  ecc.  In  Inghilterra,  nel  secolo  scorso, 
l'anno  finanziario  cominciava  il  giorno  di  S.  Michele  (29  set- 
tembre) ;  ma,  a  datare  dal  1884,  l'anno  finanziario  comincia 
il  1°  aprile  e  si  chiude  al  31  marzo. 

In  Italia  per  molto  tempo  l'anno  finanziario  e  l'anno  solare 
coincidevano;  fino  al  1882  erano  identici,  ma  siccome  non, si 
riesci  va  mai  a  discutere  il  bilancio,  fu  necessario  mutare.  Ba- 
sterà dire,  che  dal  1870  al  1883  non  si  riesci,  nonostante  gh 
sforzi,  ad  approvare  il  bilancio  preventivo  prima  che  si  aprisse 
il  relativo  esercizio  finanziario  se  non  in  tre  soli  anni.  Per  tali 
ragioni,  il  primo  luglio  1884  fu  inaugurato  il  primo  anno  fi- 
nanziario 1884-85,  dopo  un  esercizio  eccezionale  di  sei  mesi 
per  il  passaggio  dal  1°  gennaio  al  30  giugno  1884. 

In  Francia  accade  che  il  bilancio  è  preparato  circa  diciassette 
mesi  prima  dell'apertura  dell'esercizio  finanziario  :  in  Inghil- 
terra gli  estimates  delle  spese  sono  fatti  solo  tre  o  quattro  mesi 
prima  che  cominci  l'anno  finanziario. 

Per  disposizioni  di  legge,  o  per  consuetudine,  in  Francia  il 
bilancio  di  previsione  vien  presentato  alle  Camere  nei  primi 
mesi  dell'anno  che  precede  l'esercizio  ;  in  Belgio  almeno  dieci 
mesi  prima  ;  in  Italia  otto  mesi.  In  Inghilterra  l'intervallo  fra 


GAP.    I.J  l'anno    finanziario  76 1 

la  preparazione  del  bilancio  e  l'apertura  dell'anno  finanziario 
non  è  che  di  cinque  o  sei  mesi. 

In  occasione  della  presentazione  dei  bilanci  il  ministro  che  ha 
la  responsabilità  della  spesa,  d'ordinario  espone  alla  Camera  dei 
deputati  la  situazione  delle  finanze.  In  Prussia  è  costantemente 
nel  gennaio  che  il  Ministro  delle  finanze  fa  al  «  Landtag  »  la  sua 
esposizione  ;  in  Italia,  poiché  l'esercizio  finanziario  comincia  più 
tardi  e  non  vi  è  regola  fissa,  l'esposizione  finanziaria  si  fa  nei 
periodi  più  diversi  ;  ma  d'ordinario  avviene  fra  il  dicembre  e 
il  febbraio.  In  generale  nei  vari  stati  non  vi  è  norma  stabile  : 
la  determinazione  dell'anno  finanziario  dipendendo  da  consue- 
tudini e  da  situazioni  differenti  in  ciascun  paese.  In  Italia  il 
bilancio  può  essere  esaminato  dalla  Camera  nei  mesi  tra  no- 
vembre e  giugno  ;  in  Inghilterra,  dove  le  discussioni  sono  brevi, 
è  presentato  solo  tre  mesi  prima  della  sua  esecuzione  ;  in  Francia 
il  bilancio,  data  la  durata  dell'anno  finanziario,  è  presentato 
troppo  prima  della  esecuzione,  ed  è  per  questo  che  vi  è  spesso 
notevole  divario  tra  le  entrate  e  le  spese  previste  e  le  entrate 
e  le  spese  effettive. 

In  quasi  tutti  i  paesi,  mentre  si  ammette  che  in  materia  le- 
gislativa ordinaria  le  due  Camere  hanno  poteri  eguali,  si  ri- 
conosce che  la  Camera  bassa  ha  come  prerogativa  il  diritto  di 
priorità  :  il  bilancio  e  in  generale  tutti  i  progetti  di  legge  di 
carattere  finanziario  devono  prima  che  alla  Camera  alta  essere 
presentati  e  discussi  dalla  Camera  bassa.  L'imposta  deve  essere 
votata  da  chi  la  paga  :  quindi  le  Camere  elette  a  suffragio  più 
largo  devono  esseme  prima  richieste  *.  In  Italia  l'art,  io  dello 
Statuto  prescrive  a  dirittura  la  priorità. 


♦  Cir.  sopratutto  Boucard  et  Jéze:  Finance,  voi.  I,  pag.  244  e 
seg. 


762  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV. 


II. 


Struttura  del  bilancio 
preparazione  e  discussione  nelle  camere  legislative 

2x8.  Un  bilancio  moderno  che  adempia  veramente  allo 
scopo,  deve  avere  alcuni  requisiti  di  cui  non  può  mai  fare  a 
meno.   Requisiti   principali   sono  : 

I  la  veridicità.  Ninna  cosa  nel  bilancio  deve  essere  taciuta, 
niuna  occultata.  Cavour  diceva  doversi  i  fondi  dello  Stato  custo- 
dire in  casse  di  vetro.  Veridicità  e  pubblicità  sono  due  cose  che 
vanno  insieme.  ISel  bilancio  devono  comparire  tutte  le  entrate, 
tutte  le  spese,  senza  che  vi  siano  finzioni  inutili,  o  misteriose 
denominazioni  :  la  verità,  per  quanto  possa  essere  dispiacevole, 
è  sempre  preferibile  alla  finzione.  Un  governo  che  mantiene 
secreta  la  sua  contabilità,  nei  momenti  difficili  non  trova  cre- 
dito e  le  angustie  sono  spesso  esacerbate  dal  sospetto  del  pub- 
blico. Gli  stati  che  pubblicano  i  loro  bilanci  e  non  nascondono 
alcuna  cosa  si  trovano  sempre  meglio  di  chi  occulta  la  situa- 
zione reale,  sia  pure  senza  cattive  intenzioni.  Le  finzioni  sono 
nello  stesso  tempo  inutili  e  dannose.  Oramai  i  grandi  istituti 
di  credito  possiedono  mezzi  di  informazione  cosi  precisi  che 
niun  artifizio  può  riescire  a  ingannarli  ;  e  se  il  mistero  o  la 
finzione  non  giovano  a  un  paese  che  non  deve  ricorrere  al  cre- 
dito, sono  a  dirittura  esiziali  a  un  paese  che  ne  ha  bisogno. 
Veridicità  e  pubblicità  dunque  occorrono,  e  occorre  che  ogni 
cittadino  possa  sapere  esattamente  l'impiego  delle  pubbliche 
contribuzioni  ; 

2  l'esatta  corrispondenza  fra  le  entrate  e  le  spese.  Pierson 
dice  a  dirittura  :  costi  qualunque  sacrifizio,  il  bilancio  non  deve 
nel  suo  insieme  chiudersi  mai  in  disavanzo*.  Un  disavanzo  cro- 
nico è  un  vero  cancro  per  la  vita  dello  Stato  :  se  vi  son  cir- 
costanze di  natura  politica  e  di  altra  natura  che  si  oppongano 
all'applicazione  di  imposte  relativamente  buone,  si  ricorre  a 
imposte  meno  buone  :  tutto  per  evitare  il  disavanzo.  Un  paese 

♦  Pierson:  Problemi,  pag.  419, 


CAP.    II.]  I    REQUISITI    DEL    BILANCIO  763 

che  spende  ogni  anno  50  milioni  più  di  ciò  che  ricava  dalle 
sue  entrate  deve  fare  50  milioni  di  debiti  e  l'anno  dopo  deve 
fare  50  milioni  più  gl'interessi  dei  debiti  precedenti  ;  e  così  an- 
cora indefinitamente.  Tutto  ciò  rovina  il  credito  pubblico  e  un 
paese  trova  danaro  in  condizioni  sempre  più  gravi.  In  alcuni 
paesi  si  è  formata  una  terminologia  un  pò  ridicola  :  si  mette 
in  burla  il  pareggio  aritmetico  e  si  dice  che  il  pareggio  deve 
essere  economico.  Che  significa  tutto  ciò  ?  Il  pareggio  non  può 
essere  che  aritmetico,  e  se  un  paese  spende  troppo  è  meglio  che 
ricorrere  a  debiti,  ridurre  le  spese  pubbliche.  Ma  niente  più  ro- 
vina una  nazione  quanto  la  dissipazione  finanziaria  ;  è  una 
vera  distruzione  di  capitale,  con  danno  grandissimo  delle  classi 
popolari  a  cui  in  un  primo  momento  può  sembrare  che  la  dis- 
sipazione riesca  vantaggiosa  ; 

3  l'unità,  cioè  che  tutte  le  entrate  e  tutte  le  spese  devono 
essere  registrate  in  guisa  che  si  sappia  non  solo  la  entrata  netta,' 
ma  l'entrata  lorda.  Bisogna  vedere  non  solo  quanto  arriva  allo 
Stato,  ma  quanto  danno  i  contribuenti  *.  Se  un  monopolio  che 
rende  200  miH-oni  determina  30  milioni  di  spese,  entrambe  que- 
ste cifre  devono  comparire,  la  prima  nella  entrata,  la  seconda 
nella  spesa  :  e  non  solo  la  entrata  netta  di  170  milioni.  Nel 
passato  l'unità  non  esisteva  quasi  mai.  Vi  erano  tanti  bilanci 
particolari  quante  erano  le  speciali  amministrazioni.  Ora,  anche 
avendo  ogni  ministero  un  bilancio  proprio,  tutti  hanno  per  base 
la  stessa  cassa  ; 

4  l'universalità.  Tutte  le  entrate  e  tutte  le  spese  devono 
figurare  nel  bilancio,  non  solo  collettivamente  ma  anche  in  modo 
particolareggiato  :  in  altri  termini  tutte  le  operazioni  di  entrata 
e  di  spesa  devono  essere  segnate  senza  alcuna  restrizione  o 
limitazione.  Lungi  dal  rendere  poco  chiari  i  bilanci,  bisogna  con 
ogni  sforzo  cercare  che  ogni  cosa  figuri  in  essi,  tutti  sia  ben 
chiaro  e  ben  definito  :  la  soverchia  complicazione  deve  essere 
in  ogni  guisa  evitata.  Il  bilancio,  è  stato  detto,  non  dev'es- 
sere una  specie  di  logogrifo  che  solo  pochi  possano  compren- 
dere, ma  dev'essere  fatto  nel  modo  più  chiaro.  Ben  s'intende 


♦  Cfr.  L.  S  a  y .  Les  finanus  de  la  France,  voi.  I.  pag.  L. 


764  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV. 

che  il  saper  bene  valutare  i  vari  elementi  del  bilancio  ,  quale  che 
sia  la  chiarezza  con  cui  esso  è  redatto,  non  sarà  mai  da  tutti  ; 

5  la  specialità.  Tutte  le  entrate  e  tutte  le  spese  devono 
in  un  buon  bilancio  comparire  specificatamente.  I  bilanci  si 
dividono  in  generale  in  categorie,  capitoli,  titoli,  articoli  :  in 
Italia  la  discussione  e  il  voto  si  estendono  fino  ai  capitoli  e  il 
potere  esecutivo  non  può,  dopo  che  il  bilancio  è  approvato, 
passare  i  fondi  da  un  capitolo  all'altro.  Il  Governo  è  stato  in 
molti  paesi  restio  alla  specialità,  che  veniva  a  ridurre  il  suo 
potere  :  e  sono  note  le  lotte  combattute  in  Francia  dove  ancora 
in  tempo  non  lontano  il  bilancio  si  discuteva  e  si  votava  per 
dicasteri.  Della  specialità  non  bisogna  però  abusare,  e  se  è 
utile  che  non  vi  siano  grossi  agglomeramenti,  non  è  utile  né 
meno  la  polverizzazione.  Il  bilancio  inglese,  essendo  per  cifra 
assai  maggiore,  è  diviso  in  quasi  un  terzo  dei  capitoli  del  bi- 
lancio  italiano  ; 

6  l'annualità  :  è  bene  che  il  bilancio  sia  fatto  anno  per 
anno  essendo  difficili  le  previsioni  man  mano  che  sono  più 
lontane.  Tranne  poche  e  poco  importanti  eccezioni,  dovunque 
il  bilancio  è  annuale,  bene  inteso  che  ciò  non  implica  che  tutte 
le  spese  (principalm.ente  queUe  per  la  costituzione)  devano  es- 
sere discusse  ogni  anno  ;  e  né  meno  le  entrate  per  alcune  spese 
fondamentali.  Anzi,  nei  paesi,  dove  il  diritto  al  bilancio  è  più 
antico  una  parte,  come  il  fondo  consoHdato  inglese,  si  consi- 
dera come  statica  e  sfugge  aUe  discussioni  annuali  e  alle  vota- 
zioni del  Parlamento. 

Infine,  il  bilancio  fra  i  moltissimi  requisiti  che  gli  sono  ne- 
cessari e  di  cui  abbiamo  enumerato  i  principali,  ne  deve  avere 
altri  : 

7  deve  essere  preventivo.  Pare  una  cosa  naturale  che  le 
entrate  e  le  spese  devono  formare  oggetto  di  previsione,  ma 
questo  principio  non  si  è  introdotto  che  attraverso  grandi  dif- 
ficoltà. Anche  adesso,  scrive  L.  Say,  molti  non  sono  lontani 
dall'ammettere  che  il  bilancio  di  previsione  sia  un  male,  per- 
ché incatena  la  volontà  del  Parlamento  *.  Ora  invece  deve  es- 
sere  ogni   spesa   prevista,   perchè  se   gl'impegni   per  le   spese 

*  IL.  S  a.  y  :  op .  cU  voi.  I»  Introduction . 


CAP.  II.]  I  REQUISITI  DEL  BILANCIO  765 

precedessero  il  voto  del  Paxlamento,  questo  si  troverebbe  im- 
pegnato e  costretto  a  dare  il  suo  assenso  : 

8  deve  rappresentare  una  personalità  contabile  :  deve  in  altri 
termini  avere  una  vita  propria.  Le  operazioni  immense  del  te- 
soro pubblico  non  potrebbero  essere  giustamente  valutate  se 
buoni  sistemi  di  contabilità  non  fossero  adottati.  Il  Parlamento, 
come  deve  fare  una  legge  per  approvare  il  preventivo,  deve 
farne  un'altra  per  approvare  il  consuntivo. 

La  previsione  in  materia  di  pubbliche  entrate  e  di  pubbliche 
spese  non  è  nemmeno  nei  paesi  bene  ordinati  cosi  facile  come 
a  prima  giunta  può  sembrare.  Confrontando  le  previsioni  e  le 
entrate  e  le  spese  effettive,  si  vede  come  anche  in  Inghilterra 
dove  il  bilancio  è  preparato,  presentato  e  discusso  breve  tempo 
prima  della  sua  esecuzione,  le  differenze  rimangono  sempre  no- 
tevolissime. 

Dal  punto  di  vista  tecnico  bisogna  fare  una  distinzione  molto 
importante  tra  bilancio  di  cassa,  e  bilancio  di  competenza,  op- 
pure in  altri  termini  tra  bilancio  di  gestione  e  di  esercizio.  Il 
bilancio  di  competenza  è  di  sua  natura  un  bilancio  essenzial- 
mente giuridico.  Vengono  in  esso  registrate  le  entrate  cui  in 
conseguenza  di  leggi  lo  stato  ha  diritto  di  riscuotere  e  le  spese 
che  per  la  stessa  causa  ha  il  dovere  di  fare.  Le  previsioni,  in 
altri  termini,  non  riguardano  il  fatto  di  riscuotere  e  di  pagare, 
ma  il  diritto.  Mentre  un  pagamento  eseguito  è  un'uscita  di 
cassa,  un  pagamento  da  eseguire  è  un'uscita  di  competenza. 
Il  bilancio  di  competenza  determina  ogni  anno  l'esistenza  dei 
residui  attivi  o  passivi  per  introiti  non  avvenuti  o  per  paga- 
menti non  fatti.  A  sua  volta  il  bilancio  di  cassa  non  indica  se 
non  ciò  che  realmente  s'introita  o  si  spende  durante  l'eser- 
cizio, L'Inghilterra  ha  il  bilancio  di  cassa,  l'Italia  *,  la  Francia 


*  Fu  nel  1869  che  l'Italia  adottò  il  sistema  attuale.  L'articolo  135  del 
regolamento  della  legge  di  contabilità  dello  Stato  dispone  :  «  Le  en  trate 
e  le  spese  che  si  inscrivono  in  questi  documenti  preventivi  rappresentano 
le  competenze  dell'esercizio,  cioè  per  le  entrate  ciò  che  si  crede  potranno 
produrre,  durante  il  suddetto  periodo,  i  diversi  cespiti  di  entrate  fisse  sta- 
bilite da  leggi  e  quelli  eventuali  che  sono  prevedibili  ;  e  per  le  spese  quelle 
che  il  Governo  è  autorizzato  a  fare  nel  corso,  dell'anno  finanziario  per  prov- 
vedere ai  pubbhci  servizi  e  agli  obblighi  assunti  dallo  Stato  ». 


766  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV. 

e  il  maggior  numero  di  paesi  hanno  il  bilancio  di  competenza. 
Anche  ciò  costituisce  una  difficoltà  quando  si  vogHano  con- 
frontare le  entrate  e  le  spese  di  paeiSi  differenti. 

Logicamente  il  sistema  di  competenza  può  parere  sotto  molti 
aspetti  preferibile.  Infatti,  dato  il  bilancio  di  c^ssa,  è  innega- 
bile che  il  potere  ministeriale  sia  molto  maggiore.  In  Inghilterra 
il  Cancelliere  dello  scacchiere  può,  con  una  piccola  trasposizione 
di  scritture,  passare  un  grande  pagamento  da  un  anno  all'altro 
e  modificare  quindi  in  apparenza  la  situazione  finanziaria.  Può, 
in  altri  termini,  mettere  trenta  milioni  che  devono  essere  pagati 
nel  marzo,  cioè  alla  chiusura  dell'esercizio,  nell'aprile,  cioè 
nell'esercizio  seguente.  Ma  in  Inghilterra  il  potere  ministeriale, 
benché  di  fatto  maggiore  che  in  Francia  e  in  Italia,  non  dà  mai 
luogo  a  questi  abusi,  e  da  questo  punto  di  vista,  da  lungo 
tempo,  nessun  governo  ha  demeritato  della  fiducia  del  Parla- 
mento. Il  bilancio  di  previsione  italiano  rimane  un  bilancio  di 
entrate  e  uscite  di  competenza. 

21Q.  Il  bilancio  italiano  che  è,  tecnicamente,  uno  dei  me- 
gUo  ordinati  in  Europa,  si  divide  in  quattro  grandi  categorie  : 
I  entrate  e  spese  effettive,  ordinarie  e  straordinarie  ;  2  movimento 
di  capitali,  formato  dall'accensione  di  debiti  e  dall'alienazione 
di  beni  patrimoniali  ;  oppure  dall'estinzione  di  debiti  e  dal- 
l'accensione di  crediti  ;  3  costruzioni  di  strade  ferrate.  È  una 
speciale  categoria  del  bilancio  e  rappresenta  da  una  parte 
quanto  si  ricava  dalla  vendita  di  cartelle  di  rendita  pubbhca  e 
da  obbligazioni  ferroviarie,  destinate  le  une  e  l'altra  a  costru- 
zioni di  ferrovie,  e  dall'altra  l'importo  deUe  nuove  costru- 
zioni, che  essendo  un  bene  patrimoniale,  si  suppone  che  pa- 
reggino l'ammontare  del  debito  ;  4  partite  di  giro.  Queste  ul- 
time hanno  niente  altro  che  un  valore  figurativo.  Per  esempio, 
lo  Stato  riscuote  il  dazio  di  consumo  di  Napoli  e  di  Roma, 
ma  paga  ai  rispettivi  comuni  un  canone  annuo.  La  somma 
rappresentata  da  questo  canone  figura  cosi  nell'attivo  come 
nel  passivo. 

220.  Presentandosi  dal  governo  il  bilancio,  la  discussione 
avviene  in  ciascun  parlamento  in  forme  e  modi  molto  differenti. 
In  Inghilterra,  negli  Stati  Uniti  di  America,-  in  Francia,  in 
Italia,  in  Germania  si  seguono  metodi  differentissimi,  che  deri- 


CAP.    II.]  DISCUSSIONE    DEL    BILANCIO  767 

vano  non  solo  da  ordinamenti  diversi,  ma  da  tradizioni  diver- 
sissime. In  Inghilterra,  appena  il  bilancio  è  presentato  (e  tra 
la  presentazione  e  l'approvazione  il  periodo  è  breve)  i  membri 
più  volenterosi  della  Camera  dei  comuni,  o  coloro  che  possie- 
dono speciali  attitudini,  senza  designazione  di  alcuno,  formano 
la  commissione  che  discute  il  bilancio.  È  una  commissione  per 
modo  di  dire  :  poiché  si  tratta  di  tutta  la  Camera  rappresentata 
liberamente  da  chi  crede  di  poter  prendere  parte  utilmente  alle 
discussioni  :  Committee  of  the  whole  House,  come  dicono  gl'in- 
glesi *.  Tutti  i  membri  della  Camera  possono  prender  parte 
alle  sedute  ;  ma,  in  realtà  vanno  coloro  che  si    credono  o  son 
creduti  più  competenti.  Le  discussioni  avvengono  in  forma  più 
familiare  del  solito.  Infatti  il  presidente  della  Camera,  il  cui 
prestigio  in  Inghilterra  è  grandissimo,  lo  speaker,  non  dirige 
le  sedute.  Quando  si  deve  iniziare  la  discussione  del  bilancio, 
una  mozione  è  presentata  da  un  certo  numero  di  deputati  : 
essa  dice  solo  «  che  il  presidente  lasci  il  suo  posto  ».  Un  altro 
presidente  è  designato  allora  dai  colleghi  :  un  chairman,  come 
dicono  gl'inglesi.  Nella  discussione  che  avviene  e  che,   come 
si  è  detto,  non  ha  nessuna  forma  solenne,  ciascuno  può  espri' 
mersi  più  liberamente  ;  può  prendere  molte  volte  la  parola,  ecc .     V. 
Vi  sono  d'ordinario  due  comitati  :  Committee  of  supply,  cioè 
la  commissione  per  le  spese,  comm,ittee  of  way  and  means,  cioè 
la  .commissione  per  le  entrate.  Quando  la  discussione  è  avve- 
nuta nella  forma  più  larga,  il  chairman  prepara  una  relazione 
verbale,   che  pronunzia  alla  Camera  presieduta  nuovamente 
dallo  speaker.  Nella  Camera  riunita  nella  forma  pubblica  e  so- 
lenne le  discussioni  sono  allora  brevissime.  Non  si  stampano 
in  Inghilterra  i  grossi  volumi  dei  bilanci  francesi  e  italiani. 
Quando  la  commissione,  formata  liberamente,   ha  esaurito  i 
suoi  lavori,  il  chairman  non  fa  che  indicare  verbalmente  le 
discussioni  avvenute  e  i  risultati.  Si  evitano  in  tal  guisa  le 
lungaggini  consuete  in  altri  parlamenti  ;  la  discussione  è  rapida  ; 


*  Il  sistema  inglese  è  formulato  dallo  Standing  order  della  Camera  dei 
cornimi  dei  29  marzo  1707,  che  prescrive  che  la  Camera  non  discuterà  al- 
cuna mozione, . alcuna  domanda,  alcun  bill  finanziario  o  una  transazione 
finanziaria  se  non  è  in  a  Commiltee  of  the  whole  house. 


768  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV  . 

non  vi  sono  esclusioni  ingiuste  e  tutti  possono  prender  parte 
alla  discussione  preliminare  del  bilancio.  Il  controllo  però  è 
meno  grande  che  non  sia  in  Italia  e  in  Francia.  È  sono  sol- 
tanto la  lunga  tradizione  parlamentare  e  le  condizioni  della 
finanza  inglese  che  rendono  possibile  un  tale  metodo,  a  cui  si 
fanno   forse   lodi    eccessive. 

Negli  Stati  Uniti  di  America  si  segue  un  metodo  differente. 
Il  Congresso  di  Washington  ha  due  comitati  permanenti,  due 
commissioni  chiuse  :  l'una  per  le  entrate  e  l'altra  per  le  spese. 
Queste  commissioni  sono  nominate  dal  Parlamento  :  26  mem- 
bri per  il  Senato  e  43  per  la  Camera.  Sono  queste  commissioni 
che  preparano  in  realtà  il  bilancio  e  che  conservano  diritto  di 
iniziativa.  La  scelta  dei  componenti  le  commissioni  spetta  allo 
speaker  e  ciò  non  è  senza  pericoli,  essendo  lo  speaker  prima  di 
tutto  la  emanazione  di  un  partito.  Le  commissioni  rimangono 
in  carica  durante  tutta  la  legislatura.  Queste  commissioni  hanno 
una  natura  singolare  ;  hanno  infatti  nelle  loro  mani  una  parte 
del  potere  esecutivo.  Infatti  non  solo  si  riserbano  l'iniziativa 
delle  proposte,  ma  trattano  direttamente  coi  capi  di  servizio 
dello  Stato  ;  hanno  dunque  vere  attribuzioni  governative.  La 
legge  americana  fissa  un  limite  di  10  giorni  alla  durata  dello 
studio  del  bilancio  fatto  dalle  commissioni. 

In  Francia  il  bilancio  segue  la  procedura  delle  leggi  ordina- 
rie :  cioè  la  procedura  degli  uffici.  La  Camera  francese,  e  cosi 
il  Senato,  si  dividono  in  un  certo  numero  di  uf&ci  ;  ciascun 
ufficio  nomina  uno  o  due  membri  di  una  commissione  chiusa, 
che  è  la  commi ssion  du  budget.  La  commissione  non  è  che  una 
emanazione  della  maggioranza  ;  e  per  essere  chiusa  o  per  avere 
un  potere  assai  largo,  riesce  in  realtà  a  esercitare  spesso  un'a- 
zione preponderante.  La  commissione  entra  qualche  volta  in 
troppi  dettagli.  Vi  è  per  il  bilancio  di  ciascun  ministero  una 
relazione  separata  e  inoltre  una  relazione  generale  sulle  en- 
trate e  sulle  spese. 

La  procedura  italiana  era  in  passato  diversa  sostanzialmente 
dalle  altre  ;  però  ha  anch'essa  per  base  le  commissioni  chiuse. 
La  Camera  dei  deputati  sceglieva  nel  suo  seno  36  membri,  i 
quali  formavano  la  giunta  del  bilancio,  che  rimaneva  in  carica 
durante   tutta   la  sessione   parlamentare.    La   commissione   o 


CAP.  II.j  DISCUSSIONE  DEL  BILANCIO  769 

giunta  eleggeva  fra  i  suoi  componenti  due  vice  presidenti  e 
tre  segretari.  Si  divideva  poi  in  cinque  sottocommissioni  : 
I  finanze  e  tesoro  ;  2  intemi  ed  estemi  ;  3  guerra  e  marina  ; 
4  lavori  pubblici,  agricoltura,  industria  e  commercio  e  poste 
e  telegrafi;  5  grazia  e  giustizia,  e  istruzione  pubblica.  Vi  era 
inoltre  una  sottocommissione  di  11  membri,  uno  per  ministero, 
per  i  conti  consuntivi.  Il  presidente  presiedeva  di  diritto  la 
sottocommissione  di  finanze  e  tesoro  e  la  sottocommissione 
dei  consuntivi,  e  riferiva  alla  Camera  sul  bilancio  di  assesta- 
mento. Ciascuna  sottocommissione  aveva  un  presidente,  un 
segretario  e  un  relatore,  ogni  relazione  doveva  essere  approvata 
dalla  sottocommissione  competente,  tranne  quella  del  presi- 
dente per  il  bilancio  di  assestamento.  Le  relazioni  erano  pre- 
sentate alla  Camera  dai  relatori  e  distribuite  a  stampa. 

Era  un  ordinamento  molto  vantaggioso  e  avea  dato  buoni 
risultati,  permettendo  anche  di  creare  la  specializzazione 
e  promovendo  studi  e  ricerche  utili.  Ma  con  il  regolamento 
approvato  in  luglio-agosto  1920  la  Camera  adottò  un  ordina- 
mento che  non  può  dare  se  non  cattivi  risultati.  I  deputati 
sono  tenuti  a  dichiarare  entro  un  breve  termine  a  quale  gruppo 
intendano  ascriversi,  anche  se  non  intendano  ascriversi  ad 
alcuno,  nel  qual  caso  fanno  parte  del  gruppo  misto .  Ciascun 
gruppo  di  almeno  venti  deputati  forma  un  ufficio.  Gli  uffici  no- 
minano i  loro  rappresentanti  nelle  commissioni  e  quindi  anche 
nella  commissione  di  finanze.  In  questo  caso  l'esagerazione 
del  criterio  della  proporzionalità  ha  molto  contribuito  a  di- 
minuire la  scelta  delle  attitudini  e  la  formazione  delle  com- 
petenze. 

Il  Senato  ha  una  commissione  di  15  membri  {Commissione 
permanente  di  finanza),  che  non  si  divide  in  sotto  commissioni  : 
ma  affida  ai  suoi  membri  il  preparare  le  relazioni  su  ciascun 
bilancio  La  commissione  di  Finanza  del  Senato  ha  essa  pure 
un  presidente,  un  vice  presidente  e  un  segretario. 

277.  In  Italia  l'art  27  della  legge  17  febbraio  1863  sulla 
contabilità  generale  dello  Stato  dispone  che  nel  mese  di  no- 
vembre il  ministro  del  tesoro  deve  presentare  ogni  anno  :  i  ii 
bilancio  di  previsione  dell'esercizio  seguente  ;  2  iin  progetto. di 
assestamento  del  bilancio  preventivo  dell'esercizio  in  corbO  ;  3  ii 


77^  SCIENZA  DELLE  FINANZE  lLIBRO  IV. 

rendiconto  generale  dell'esercizio  scaduto  il  30  giugno  prece 
dente.  Poiché,  come  si  è  già  detto,  l'esercizio  finanziario  d'uia 
in  Italia  dal  1°  luglio  al  30  giugno  dell'anno  seguente,  la  di- 
sposizione della  legge  è  chiara  Secondo  essa,  per  fornire  un 
esempio  evidente,  nel  rioven.bre  del  1912,  il  ministro  del  te- 
soro deve  presentare  il  bilancio  di  previsione  1913-1914,  l'as- 
sestamento del  preventivo  1012-1913  e  il  rendiconto  generale 
dell'esercizio  1911-1912  TI  bilancio  di  previsione  è  in  realtà 
un  bilancio  di  autorizzazione  ;  mediante  esso  il  potere  legislativo 
autorizza  speciali  entrate  e  spese 

Ma  poiché  le  previsioni  fatte  a  distanza  non  sono  sempre 
molto  vicine  alla  realtà  ;  bisogna,  quand'è  necessario,  poterle 
correggere  Così  il  bilancio  di  assestamento,  cioè  di  correzione  o 
di  rettifica,  viene  presentato  dal  ministro  del  tesoro  nel  novem 
bre  dell'anno  in  corso  ;  cioè  per  l'anno  19 12 -19 13  nel  novembre 
del  1912,  cinque  mesi  dopo  che  il  bilancio  è  andato  in  esecu- 
zione ;  il  bilancio  di  assestamento  non  include  tutti  i  capitoli 
del  bilancio  preventivo,  ma  soltanto  i  capitoli  variati  su  cui 
deve  cadere  l'esame  delle  Camere  *. 

Il  bilancio  consuntivo  o  rendiconto  generale  delio  Stato  é  pre- 
sentato ogni  anno  in  Italia  nel  novembre  seguente  all'anno  che 
contempla.  Quindi  il  consuntivo  del  bilancio  1911-1912  che  si 
chiuderà  il  30  giugno,  sarà  presentato  dal  ministro  del  Tesoro 
nel  novembre  1912  In  Italia  il  rendiconto  generale  si  divide  in 
due  parti  :  l'una  segue  da  vicino  anche  nella  forma  le  partizioni 
del  bilancio  di  previsione,  l'altra  indica  le  variazioni  avvenute 
nella  situazione  patrimoniale  dello  Stato,  nell'attivo  e  nel  pas- 
sivo, durante  l'anno  fino  al  termine  dell'esercizio.  Il  bilancio 


*  Secondo  l'art.  29  della  legge  di  contabilità  .  «  il  progetto  di  legge  per 
l'assestamento  del  bilancio  dell'esercizio  in  corso  comprende  .  i  il  pro- 
spetto dei  capitoli  del  bilancio  da  variarsi  sia  per  legge  votata  dal  Parla- 
mento, sia  per  nuove  concorrenze,  ovvero  per  prelevamenti  già  approvati 
sul  fondo  di  riserva  ;  2  il  riepilogo  del  bilancio  di  previsione  rettificato  colle 
modificazioni  e  aggiimte  risultanti  dalle  variazioni  suddette  Vi  sarà  unita 
la  presimta  situazione  delle  attività  e  passività  dell'amministrazione  del 
tesoro  alla  fine  dell'esercizio  ».  L'articolo  20  dispone  inoltre  :  t  Colla  legge 
di  assestamento  del  bilancio  si  approvano  i  capitoli  portanti  variazioni  e 
il  riepilogo  del  bilancio  di  previsione  rettificato  nonché  i  provvedimenti 
che  abbisognassero  per  assicurare  il  pareggio  delle  entrate  colle  spese». 


GAP     II.]  ORDINAMENTO   DEL   BILANCIO  77I 

consuntivo  come  il  preventivo,  distingue  tra  :  entrate  e  spese 
effettive,  movimenti  di  capitali,  costruzioni  di  strade  ferrate , 
partite  di  giro.  La  gestione  dei  residui  è  tenuta  separata  : 
quindi  vi  è  ora  distinzione  fra  la  competenza  e  i  residui. 

I  residui  derivano  o  da  entrate  non  riscosse  e  sono  residui 
attivi  ;  o  da  pagamenti  non  fatti  e  sono  residui  passivi.  Minute 
sono  le  norme  per  la  classifica  e  la  sistemazione  dei  crediti 
arretrati  nell'ordinamento  italiano.  Si  è  voluto  in  ogni  modo 
evitare  la  confusione  tra  il  conto  dei  residui  e  quello  della  com- 
petenza. I  residui  ottenuti  in  ogni  capitolo,  alla  chiusura  di  ogni 
esercizio,  passano  nell'anno  seguente  e  rimangono  nel  conto  del 
bilancio,  separati  dal  conto  della  competenza.  Nei  limiti  fissati 
il  governo  dispone  dei  residui.  I  residui  passivi  non  pagati  nel 
quinquennio  sono  perenti,  secondo  l'art.  32  della  legge  di  con- 
tabilità agli  effetti  amministrativi.  Ma  possono  riproporsi  in  un 
capitolo  speciale  del  bilancio  successivo. 

Come  si  è  visto,  il  bilancio  di  previsione  viene  presentato  se- 
paratamente per  ciaspun  nànistero  ;  e  cosi  il  bilancio  dell'en- 
trata. In  Italia  il  bilancio  di  ciascun  ministero  viene  votato  ca- 
pitolo per  capitolo  ed  è  vietato,  dopo  l'approvazione,  il  pae- 
saggio di  somme  da  un  capitolo  a  un  altro.  Il  ministro  che  di- 
spone la  distribuzione  in  articoli  delle  somme  stanziate  in  cia- 
scun capitolo,  non  può  però  dispome  il  passaggio  da  un  capi- 
tolo all'altro.  Da  prima  il  bilancio  si  votava  per  grandi  se- 
zioni. In  Francia,  nel  bilancio  di  Necker,  1789- 1790,  le  entrate 
erano  divise  in  42  sezioni  e  le  spese  in  30.  Fu  solo  dopo  il  1830 
che  la  Francia  adottò  il  sistema  del  voto  per  capitolo.  In  Italia 
i  bilanci  si  discutono  e  si  votano  capitolo  per  capitolo  :  e  così 
la  discussione  può  svolgersi  largamente  :  qualche  volta,  come 
abbiamo  già  avvertito,  forse  troppo  largamente. 

222.  Tutte  le  entrate  e  tutte  le  spese  devono  andare  an- 
nualmente in  discussione  ?  In  Italia  e  in  Francia  non  vi  è  al- 
cuna limitazione,  benché  moltissime  spese,  sopra  tutto  quelle 
riferentisi  alla  costituzione  politica  e  al  debito  pubblico,  cioè  a 
impegni  costituzionali  o  contrattuali  non  danno  mai  luogo  a 
discussione.  Quasi  dovunque  il  bilancio  è  annuale,  cioè  è  di- 
scusso e  votato  ogni  anno  e  per  l'anno  seguente. 

Bismarck,  cui  le  lunghe  discussioni  e  gli  ordinamenti  costi- 


772  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   IV. 

tuzionali  moderni  erano  ugualmente  ingrati,  tentò  invano,  nel 
1880  e  nel  1881,  di  rendere  il  bilancio  della  Germania  biennale. 
Gli  esempi  di  bilanci  biennali  tra  gli  stati  tedeschi  non  man- 
cano Hanno  bilanci  biennali  la  Baviera,  il  Wurtemberg,  il 
Baden,  il  regno  di  Sassonia  e  il  Brunswick.  La  Baviera  fino 
a  qualche  tempo  fa  votava  i  bilanci  per  5  anni  :  ora  ogni  bien- 
nio. In  altri  stati  tedeschi  il  bilancio  è  triennale  (Assia),  o  qua- 
driennale (Sassonia-Coburgo  e  Gotha).  In  alcuni  stati  della 
Confederazione  Ivi  ord-Americana  la  Costituzione  prescrive  che 
la  legislatura  non  si  convochi  tutti  gli  anni  :  in  quegli  Stati, 
quindi,  il  bilancio  non  è  annuale.  Ma  sono  eccezioni  quasi 
senza  importanza,  tanto  il  principio  dell'annualità  è  genera- 
lizzato. 

Più  grave  è  l'altra  questione  se  tutte  le  spese  e  le  entrate 
devano  andare  in  discussione.  A  che  serve  infatti  mettere  in 
discussione  spese  le  quali  non  possono  essere  ridotte,  né  au- 
mentate ?  L'Inghilterra  ha  la  istituzione  del  fondo  consolidato  : 
Consolidated  fund.  Di  questa  istituzione  fondamentale  del  dritto 
pubblico  inglese,  si  ritiene  che  sia  un  utile  freno  alle  velleità 
parlamentari  da  una  parte  ;  ai  possibili  abusi  della  corona  dal- 
l'altra. Nel  fondo  consolidato  inglese  sono  contenute  quelle  spese 
le  quali  si  riferiscono  all'esistenza  politica  dello  Stato,  (lista 
civile,  debito  pubblico,  stipendi  dell'alta  magistratura,  dello 
speaker  dei  comuni,  dei  diplomatici)  ;  ora  questo  fondo  è  votato 
definitivamente  una  volta  per  sempre  all'avvento  di  ciascun 
sovrano.  E  l'uso  ne  fu  introdotto  in  Inghilterra  all'avvento  al 
trono  del  re  Guglielmo  III,  nel  1688.  Poiché  a  ogni  spesa  deve 
corrispondere  una  entrata,  vi  sono  alcune  imposte  le  quali  son 
considerate  come  tali  da  supplire  ai  bisogni  del  Consolidated 
fund.  Tutte  le  imposte  (tranne  V income  tax  e  quella  sul  thè, 
che  sono  considerate  come  precarie  e  aventi  bisogno  di  voto 
annuale)  formano  la  parte  attiva  del  fondo  consolidato,  poiché 
sussistono  finché  una  legge  speciale  non  le  modifichi. 

Si  è  voluto  in  tal  guisa  evitare  non  solo  le  discussioni  inu- 
tili, ma  le  sorprese  spiacevoli.  Ma  è  a  notare  che  le  spese  con- 
tenute nel  fondo  consolidato  non  raggiungono  in  Inghilterra 
i  27  milioni  e  mezzo  di  sterline;  mentre  il  bilancio  é  molte  volte 
superiore  a  questa  cifra.  Invece  il  fondo  consolidato  nella  parte 


GAP.    III.]  IL   RIFIUTO   DEL  BILANCIO  773 

attiva  è  molto  più  largo.  Cosi  va  in  discussione  ogni  anno  nel 
parlamento  inglese  solo  una  parte  delle  entrate.  È  un  savio 
ordinamento  costituzionale  ;  ma  ha  solo  limitata  importanza,  in 
quanto  non  prevede  i  risultati  del  rifiuto  del  bilancio. 

In  Germania  vi  è  stato  il  celebre  settennato  militare,  voluto 
da  Bismarck.  Come  è  noto,  la  costituzione  tedesca  del  1871 
non  solo  mette  l'esercito  alla  dipendenza  del  sovrano,  ma  dà  a 
questi  un  potere  molto  più  largo  che  in  altri  stati.  Bismarck 
si  valse  appunto  di  questo  articolo  della  costituzione  germanica 
perchè  le  spese  militari  fossero  consolidate  per  sette  anni  *. 

In  Italia,  come  neila  massima  parte  degli  Stati,  non  vi  è 
alcuna  limitazione.  Tutte  le  spese,  e  per  conseguenza  tutte  le 
entrate,  vengono  discusse  anno  per  anno  e  il  bilancio  è  annuale. 
Non  è  dubbio  però  che  l'ordinamento  inglese  presenti  una  serie 
di  vantaggi,  che  sono  per  sé  stessi  evidenti. 

III. 

Il   rifiuto   del   bilancio   e   l'esercizio   provvisorio. 
Il  controllo  del  bilancio. 

223.  Il  rifiuto  del  bilancio  da  parte  della  Camera  è  un  fatto 
gravissimo  e  di  cui  le  conseguenze  pericolose  sono  evidenti. 
Respingere  il  bilancio,  cioè  rifiutare  le  entrate  e  le  spese,  si- 
gnifica rendere  in  fatto  impossibile  il  funzionamento  dello  Stato. 
Del  rifiuto  si  servono  quindi  le  camere  legislative  in  periodi 
eccezionali,  qualche  volta  solo  a  titolo  comminatorio.  Cessando 
le  imposte  di  diventare  esigibili,  non  vi  possono  essere  né  en- 

*  L'art.  63  della  costituzione  germanica  dice  .  «  L'imperatore  ha  l'eser- 
cito sotto  i  suoi  ordini,  così  in  pace  come  in  guerra,  ed  è  per  lui  un  dovere 
mantenerlo  sempre  al  completo,  pronto  a  combattere,  e  di  assicurarne  il 
meglio  che  sia  possibile  a  questo  scopo,  la  sua  esistenza  materiale  e  morale, 
ia  sua  mobilizzazione,  i  suoi  mezzi  di  azione  in  campagna  ».  Bismarck  non 
poteva  tollerare  che  ogni  anno  le  spese  militari  fossero  oggetto  di  lunghe 
discussioni.  L'ii  gennaio  1887  egli  diceva  al  Reichstag  :  «  Il  nostro  eser- 
cito deve  essere  dell'imperatore  o  del  Parlamento  ?  Ecco  la  questione. 
L'effettivo  di  pace  deve  essere  discusso  ogni  anno  ?  no,  non  deve  essere». 
Per  la  legge  del  7  marzo  1874  il  bilancio  della  guerra  tedesca  si  trovò  in- 
fatti votato  per  sette  anni. 

Nitti.  50 


774  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV. 

trate  ne  spese  *.  Il  rifiuto  del  bilancio  può  essere  un'arma  di 
lotta  in  periodi  di  rivoluzione,  può  essere  una  minaccia  in  tempo 
di  lotte  ardenti  ;  ma  in  un  paese  bene  organizzato  questo  pro- 
cedimento, ritenuto  troppo  pericoloso,  non  è  mai  applicato  : 
l'arma  arruginisce  nell'arsenale  delle  leggi  costituzionali,  dice 
con  pittorica  frase  Erskine  May  f- 

In  realtà  il  preteso  diritto  al  rifiuto  del  bilancio  è  in  con- 
traddizione con  l'organismo  dello  Stato  moderno  :  è  niente 
altro  che  un  mezzo  rivoluzionario  che  può  essere  in  casi  estremi 
spiegabile,  mai  forse  utile.  Pretendere  che  tutte  le  entrate 
si  arrestino  e  tutti  i  servizi  pubblici  siano  paralizzati,  è  in 
realtà  pretendere  che  sia  proclamata  non  solo  la  decadenza  di 
una  forma  di  governo,  ma  anche  l'anarchia.  Onde  alcuni  paesi 
hanno  giustamente  limitato  questo  diritto.  In  Inghilterra 
il  fondo  consolidato  rappresenta  la  parte  statica  del  bilancio^ 

*  «  Une  assemblèe  polUique,  diceva,  nel  1846,  De  Donald  alla  Camera 
francese,  n'a  pas  plus  le  droit  de  re/user  le  budget  au'un  nomme  n'a  le  droit 
de  se  dètruire  lui-méme  de  scs  propres  mains  1.  Vi  è  un  pò  di  esagerazione 
forse,  ma  è  evidente  che  non  si  può  ammettere  che  in  tempi  normali  sia 
respinto  il  bilancio  senza  riconoscere  le  conseguenze  gravissime  che  poli- 
ticamente questo  fatto  avrebbe. 

t  Nondimeno  non  mancano  precedenti  in  cui  U  Parlamento  abbia  re- 
spinto il  bilancio  È  celebre  la  lotta  impegnata,  nel  1764,  in  Inghilterra, 
WiUiam  Pitt,  allora  primo  ministro,  non  aveva  che  24  anni.  Il  re  Giorgio  III 
aveva  in  lui  piena  fiducia  :  molta  avversione  gii  dimostravano  invece  le 
Camere.  L'opposizione,  guidata  da  Fox,  per  rovesciare  Pitt,  si  valse  di 
tutte  le  armi,  anche  del  rifiuto  del  bilancio.  Ma  Pitt,  che  era  uomo  di  atti- 
vità straordinaria,  ottenuto  il  voto  della  land  fax,  mediante  ii  fondo  con- 
solidato, riesci  ad  andare  avanti  per  qualche  mese,  finché  potè  formarsi 
la  maggioranza.  D'allora  in  poi  la  Camera  dei  comuni,  nemmeno  a  titolo 
comminatorio,  ricorse  mai  più  al  procedimento  del  rifiuto  del  bilancio. 
L'arma  pericolosa,  dunque,  arruginisce  da  assai  più  d'un  secolo.  In  Francia 
è  celebre  la  lotta  dei  1879  tra  la  Camera  e  il  Ministero  :  rifiutandosi  la  Ca- 
mera, per  opera  di  Gambetta  e  di  Jules  Ferry,  di  discutere  il  bilancio,  rie- 
sci con  questa  minaccia  ad  aver  ragione  dei  procedimenti  del  governo. 
Nei  paesi  nuovi,  dove  le  lotte  sono  spesso  più  ardenti  ma  i  pericoli  di  esse 
assai  meno  grandi,  poiché  non  vi  sono  vicini  da  cui  si  è  dimisi  da  secoli  di 
storia  e  da  vittorie  o  disfatte  non  dimenticate,  accade  non  di  rado  che  1 
bilanci  siano  respinti.  Il  parlamento  di  Melbourne  in  Austraha  ha  respinto- 
una  volta  tutti  i  bilanci.  Sono  procedimenti  tumultuosi  di  paesi  non  ancora 
educati  alla  vita  costituzionale  :  in  Europa  si  può  dire  che  siano  anche 
procedimenti   dimenticati. 


CAP.   III.]  n-  RIFIUTO  DEL  BILANCIO  775 

che  non  va  in  discussione,  che  non  si  può  respingere.  In  Ger- 
mania, e  sopra  tutto  in  Prussia  *,  non  solo  le  leggi  costituzio- 
nali, ma  anche  la  tradizione  e  la  dottrina  hanno  reso  impossi- 
bile che  il  rifiuto  dei  bilanci  venisse  a  paralizzare  la  vita  della 
nazione.  Ma  negli  altri  stati  europei  in  generale,  il  principio 
francese  che  considera  il  bilancio  come  derivante  ogni  anno  da 
un  voto  del  Parlamento,  vige  sempre,  benché  la  pratica  costi- 
tuzionale ne  abbia  assai  attenuata  la  importanza  j. 

224.  'L'esercizio  provvisorio  è  necessario  allorquando  il  bi- 
lancio non  è  stato  sottoposto  in  tempo  al  Parlamento,  o  non 
è  stato  in  tempo  approvato.  Supponiamo  che  il  bilancio,  che 
deve  andare  in  esecuzione  in  luglio,  non  fosse  stato  in  giugno 
approvato  ;  il  governo  chiede  l'esercizio  provvisorio  per  dodice- 
simi :  per  cinque,  per  sei,  per  sette  dodicesimi,  cioè  per  cinque, 
per  sei,  per  sette  mesi.  Tutti  i  paesi  seguono  lo  stesso  metodo, 
che  è  oramai  abbastanza  antico.  Quando  apparve  fu  ritenuto 
un  grandissimo  pericolo  :  un  pericolo  costituzionale  e  finanzia- 
rio. Ma  in  realtà  i  danni  che  si  temevano  non  si  sono  mai  ve- 
rificati. Non  vi  è  alcun  paese  di  Europa  che  non  sia  ricorso  agli 
esercizi  provvisori.  In  Inghilterra  e  nel  Belgio,  anzi,  la  pratica 
di  essi  è  stata  cosi  ben  disciplinata  che  si  può  dire  non  avvenga 
quasi  alcun  inconveniente.  L'Italia  però  è  ricorsa,  in  passato,  un 
pò  spesso  agli  esercizi  provvisori  e  ciò  faceva  che  le  discussioni 
del  bilancio  avvenissero  spesso  quando  esso  era  già  in  gran 
parte  eseguito.  Si  discute  molto  se  accordando  l'esercizio  prov- 


*  Non  mancano  dunque  costituzioni,  come  quella  di  Prussia,  le  quali 
ragionevolmente  dispongono  (art.  100)  che  se  anche  il  Parlamento  rifiutasse 
il  bilancio,  l'esazione  dei  tributi  avverrebbe  allo  stesso  modo. 

t  Se  logicamente  si  può  ammettere  che  il  diritto  di  rifiutare  il  bilancio 
vi  sia,  non  è  meno  vero  che  la  pratica  costituzionale  ha  già  corretto  i  danni 
che  possono  derivare  da  questo  diritto,  che  rimane  solo  come  diritto  po- 
tenziale, non  esperibile  nella  realtà,  almeno  in  tempi  normali.  Non  bisogna 
dimenticare  che  in  materia  di  bilancio  il  diritto  della  Camera,  che  non  ha 
essa  l'iniziativa,  è  principalmente  di  controllo.  Si  può  ammettere  bene  che 
il  Parlamento  neghi  la  sua  fiducia  a  un'amministrazione  e  che  quindi  la 
costringa  ad  andar  via  ;  ma  non  mai  che  a  ogni  amministrazione  si  neghi 
l'approvazione  dei  bilanci.  Nel  primo  caso  il  rifiuto  non  è  che  un  piccolo 
avvenimento  pohtico,  e  dal  punto  di  vista  amministrativo  come  da  quello 
costituzionale,  non  ha  nessuna  importanza. 


776  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV. 

visorio  deve  andare  in  esecuzione  l'ultimo  bilancio  discusso  o 
approvato,  o  il  nuovo  presentato  dal  Governo.  D'ordinario  è 
il  nuovo.  Ma  non  si  può  negare  che  questo  fatto  determini  al- 
cune spese  che  non  sono  state  in  qualche  caso  mai  discusse  dal 
Parlamento.  Non  mancano  quindi  scrittori  i  quali  preferireb- 
bero che  andasse  in  esecuzione  l'ultimo  bilancio  approvato. 

Bisogna  ricorrere  il  meno  che  sia  possibile  agli  esercizi  prov- 
visori :  solo  circostanze  eccezionali,  casi  di  forza  maggiore, 
possono  giustificare  il  Governo  che  chiede  l'esercizio  provvi- 
sorio ;  la  lentezza  tacita  ed  ostentata,  l'imprevidenza  dei  mi- 
nistri e  delle  camere  legislative  sono  sempre  biasimevoli, 

225.  È  il  bilancio  una  legge  ?  Senza  dubbio  il  bilancio  segue 
la  procedura  delle  leggi  ordinarie,  per  quanto  riguarda  la  sua 
approvazione  e  la  sua  sanzione.  Ma,  mentre  per  alcuni  scrittori 
è  una  vera  legge,  per  altri  non  è  che  una  legge  formale  * . 

Non  bisogna  dimenticare  ciò  che  il  bilancio  è  in  realtà  ;  un 
conto  di  amministrazione,  un  conto  preventivo  delle  entrate  e 
delle  spese,  o  un  rendiconto  di  esse.  La  legge  del  bilancio  è 
l'approvazione  di  un  conto,  quindi  non  deve  avere  un'impor- 
tanza maggiore  ;  il  bilancio  non  contiene  norme  di  diritto,  non 
modifica  o  crea  rapporti  se  non  indirettamente.  In  questo  senso 
non  è  una  legge  materiale.  Ma,  dato  il  suo  carattere  obbliga- 
torio, data  la  procedura  della  sua  approvazione,  non  si  può 
negare  che  sia  una  legge  formale.  Bisogna  distinguere  fra  leggi 
costituzionali,  leggi  ordinarie  e  leggi  di  bilancio  e  riconoscere 
una  diversa  forza  esecutoria.  In  generale  si  ritiene  che  il  bi- 
lancio, benché  sia  una  legge,  non  possa  derogare  alle  leggi 
fondamentali.  Per  esempio,  non  si  può  con  modificazioni  di 
bilancio  aumentare  l'imposta  fondiaria  ;  ma  occorre  una  legge 
speciale  ;  non  si  può  del  pari  abolire  una  università,  ma  occorre 
modificare  prima  le  leggi  sulla  istruzione  superiore.  A  questa 
buona  norma  vengono  spesso  meno  le  camere  legislative  ;  ma 
non  si  può  dire  che  scelgano  la  via  migliore,  né  seguano  la 
più  corretta  norma  costituzionale.  In  quasi  tutti  i  parlamenti 
vi  sono  cattive  abitudini,  che  il  tempo  ha  reso  invincibili. 

*  Confr.  G.  Vitagliano:  //  conUnuto  giuridico  della  legge  del  Bi- 
lancio :  Roma,  1910. 


CAP.    III.J  LA    LEGGE   DEL   BILANCIO  777 

Occorre  che  la  funzione  di  controllo  sia  il  più  che  si  possa 
larga.  Il  controllo  parlamentare,  di  cui  abbiamo  già  detto,  è 
inefficace,  in  quanto  non  ha  forma  preventiva,  né  regolare. 
Occorrono  dunque  organi  speciali,  magistrature  che  integrino  il 
controllo  parlamentare,  che  possano,  rimanendo  al  di  fuori  delle 
ingerenze  del  potere  esecutivo,  agire  come  più  largo  e  continuo 
potere  di  controllo.  Vi  sono  quasi  dovunque  speciali  corti  dei 
conti.  Ora  in  alcuni  paesi  esse  hanno  funzioni  limitate  al  con- 
trollo susseguente  delle  spese  (Francia,  Prussia,  Germania, 
Austria  Ungheria,  ecc.).  In  altri  paesi  hanno  un  controllo  pre- 
ventivo sulle  spese  (cosi  in  Italia,  in  Belgio,  in  Spagna,  in 
Olanda,  ecc.).  Mentre  nei  paesi  come  la  Francia,  la  corte  dei 
conti  rimane  un'emanazione  governativa,  il  cui  controllo  è 
fatto  nell'interesse  dell'amministrazione  ;  nei  paesi  come  il 
Belgio,  la  corte  dei  conti  è  una  vera  delegazione  parlamentare 
con  poteri  preventivi.  La  storia  del  controllo  del  danaro  pub- 
blico, ha  scritto  Mill,  per  quanto  riguarda  il  modo  di  dispome 
la  spesa  e  di  specificarlo,  può  considerarsi  come  un  continuo 
indicatore  dello  sviluppo  della  libertà  inglese  *. 

226.  Bisogna,  quanto  più  si  può,  ridurre  al  minimo  le 
spese  di  riscossione  delle  imposte  ;  i  mighori  sistemi  sono  quelli 
che  maggiormente  raggiungono  questo  scopo.  Ciò  che  i  con- 
tribuenti danno  deve  andare  nella  maggiore  misura  possibile 
allo  Stato:  i  sistemi  tributari  che  hanno  spese  di  riscos.sione 
elevate  sono  da  condannarsi  :  vuol  dire  che  la  pressione  tribu- 
taria è  massima,  o  le  imposte  sono  male  ordinate,  o  l'una  e 
l'altra  cosa  insieme.  I  sistemi  tributari  moderni  tendono  a 
spogliarsi  di  tutte  quelle  formalità  che  in  passato  rendevano 
più  odiose  alcune  imposte  e  spesso  le  rendono  tuttavia  :  per- 
quisizioni domiciliari,  sorveglianze  speciali,  giuramenti,  ecc. 
Lo  Stato  può  esigere  direttamente  le  imposte,  può  appaltarle  : 
questa  seconda  forma,  in  alcune  condizioni,  è  non  solo  neces- 
saria, ma  utile,  sopra  tutto  quando  gli  appalti  siano  sottoposti 
a  condizioni  precise  e  circondati  da  tutte  le  cautele.  Ma  tutte 


*  Mill:  On  liberty,  cap.  XIV,  Cfr.  Besson:    Le  contróle  des  budgets 
cn  Frutice  et  à  rètranger,  Paris,  1899;  ecc. 


778  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV ; 

le  volte  che  si  può,  senza  danno  e  senza  perdita,  la  riscossione 
diretta  è  preferibile. 

Le  imposte  indirette,  le  più  importanti  fra  tutte,  sono  d'or- 
dinajìo  percepite  direttamente  dallo  Stato  ;  le  dogane  sempre  ; 
quasi  sempre  le  imposte  inteme  sul  consumo,  i  monopoli,  il 
registro  e  il  bollo.  Oramai  solo  qualche  Stato,  ridotto  in  con- 
dizioni assai  miserabiU,  appalta  le  dogane  e  le  dà  ai  suoi  cre- 
ditori in  garenzia.  Anche  i  monopoli,  che  prima  erano  dati 
frequentemente  in  regia,  sono  oramai  esercitati  direttamente 
dallo  Stato  quasi  dovunque.  Le  imposte  indirette  colpiscono 
d'ordinario  un  atto,  un  fatto  uno  scambio  :  la  forma  di  riscos- 
sione è  indicata  dalla  loro  natura. 

Le  imposte  dirette  sono  riscosse  per  ruoli  nominativi  ;  per 
ritenute  dirette  o  indirette  ;  per  rivalsa  :  molto  spesso  sono  date 
in  appalto.  Non  mancano  alcuni  esempi  di  imposte  dirette  che 
si  applicano  in  base  alle  divisioni  amministrative  in  guisa  che 
tutti  i  contribuenti,  sopra  tutto  nelle  imposte  di  contingenza, 
sono  sempre  costretti  a  pagare  la  somma  loro  imputata  com- 
plessivamente, se  anche  alcuni  fra  essi  non  paghino  *. 

Le  imposte  e  le  tasse  fanno  ogni  giorno  affluire  allo  Stato 
masse  ingenti  di  ricchezza  :  d'altra  parte  lo  Stato  fa  ogni  giorno 
spese  enormi.  La  funzione  del  tesoro  dello  Stato  diventa  sempre 
più  importante,  non  solo  dal  punto  di  vista  della  circolazione, 
ma  dal  punto  di  vista  di  tutta  l'economia  nazionale.  Lo  Stato 
riscuote  ed  eroga  somme  in  ogni  parte  del  territorio  nazionale  : 
quindi  la  funzione  del  tesoro  è  tale  da  agire  poderosamente 
sulla  situazione  monetaria  e  sul  credito.  In  molti  paesi  la  fun- 
zione di  tesoreria  rimane  affidata  alle  banche  di  emissione  : 
cosi  esse  riscuotono  spesso  gratuitamente  le  somme  versate 
dagli  agenti  fiscali  e  fanno  i  pagamenti  per  conto  dello  Stato. 

L'emissione  della  moneta,  l'amministrazione  delle  varie  forme 
del  debito  pubblico,  la  sorveglianza  degli  istituti  bancari  di 
emissione  danno  al  Tesoro  negli  stati  moderni  una  importanza 


♦  Cfr.  Ricca:  op.  cit.,  pag.  174  e  seg.  ;  Stourm:  Le  Budget,  pzg 
395   e  seg. 


CAP.    III.]  FORME    DELLA    RISCOSSIONE  779 

sempre  maggiore.  Importanza  grandissima  ha  il  Tesoro  sopra 
tutto   negli    Stati   Uniti   di   America*. 


NOTA 

La  Corte  dei  conti  italiana  ha  funzione  sopra  tutto  di  controllo  pre- 
ventivo .  I  presidenti  e  i  consiglieri  sono  nominati  su  proposta  del  Consi- 
glio dei  ministri  :  non  possono  essere  revocati,  né  collocati  a  riposo  se 
non  con  il  parere  conforme  di  una  commissione  speciale,  costituita  dai 
presidenti  e  vice  presidenti  del  Senato  e  della  Camera  dei  deputati.  La 
Corte  dei  conti  esercita  in  Italia  funzioni  molteplici  :  rispetto  all'opera 
dei  fimzionari  del  potere  esecutivo  ha  funzioni  di  controllo  costituxionaU 
o  di  controllo  giudiziario  :  quest'ultimo  è  però  soltanto  un  controllo  sus- 
seguente e  non  preventivo.  Secondo  l'ordinamento  amministrativo  e  con- 
tabile italiano  devono  andare  alla  Corte  dei  conti  per  la  registrazione 
tutti  i  decreti  reali  quale  che  sia  il  loro  oggetto  e  i  decreti  ministeriali 
che  riguardino  in  qualsiasi  guisa  servizi  finanziari,  o  che  determinino 
spese.  Il  visto  della  Corte  dei  conti  implica  non  solo  la  conformità  del 
decreto  alle  leggi,  ma  ancora,  quando  si  tratti  di  spese,  l'esistenza  dei 
fondi  per  provvedere. 

Se  la  Corte  nega  la  registrazione  e  respinge  con  deliberazione  motivata  11 
decreto,  il  Ministro  competente  può  chiedere  al  Consiglio  dei  ministri  che 
la  registrazione  sia  fatta.  Se  il  Consigho  aderisce,  il  decreto  è  rinviato  alla 
Corte  dei  conti,  che  deve  riesaminarlo.  Se  essa  persiste  nel  suo  rifiuto,  la 
registrazione  del  decreto  è  fatta  con  riserva.  I  decreti  registrati  con  riserva 
devono  ogni  quindici  giorni  essere  spediti  alle  Camere.  In  materia  di  paga- 
menti le  norme  sono  numerose.  I  mandati  di  pagamento,  imputati  al  ca- 
pitolo del  bilancio  cui  si  riferiscono,  controfirmati  dal  capo  della  ragioneria 
di  ogni  ministero,  sono  spediti  alla  Corte  dei  conti.  Quando  essa  visti  il 
decreto,  questo  viene  rinviato  al  Direttore  generale  del  tesoro,  che  lo  am- 
mette al  pagamento.  Il  rifiuto  della  Corte  dei  conti  di  apporre  il  visto  non 
sospende  la  esecuzione  del  credito,  tranne  che  manchino  i  fondi  stanziati 
nel  capitolo  di  bilancio,  né  si  possa  sopperire  con  i  fondi  di  riserva  ;  o  quando 
il  mandato  riguardi  un  capitolo  già  esaurito.  L'ordinamento  della  Dire- 
zione generale  del  tesoro  e  il  servizio  di  Tesoreria  meriterebbe  uno  stu- 
dio a  parte,  che  si  può  far  megho  in  un  corso  speciale  di  contabilità  di  stato. 
In  generale,  si  cerca  quanto  più  è  possibile  di  sottrarre  la  funzione  di 
controllo  preventivo  da  ogni  ingerenza  politica  ;  ma  non  si  può  dire  che 
vi  si  riesca  sempre.  I  modi  come  si  effettuano  le  entrate  sono  in  Italia  estre- 
mamente vari;  sopra  tutto  il  sistema  di  accertamento  e  di  riscossione  delle 


♦  Una  larga  bibliografia  su  questo  argomento  si  trova  in  Alessio: 
La  /unzione  del  Tesoro  nello  stato  moderno,  Padova,  1S04.  Cfr.  pure  Bou  - 
card  et  Jéze:  Fitiances,  voi.  II,  pag.  1145  e  seg. 


-780  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  IV. 

imposte  dirette.  Così,  se  lo  spazio  consentisse,  andrebbe  studiato  anche 
largamente  il  modo  come  si  effettuino  le  uscite. 

La  Corte  dei  conti  italiana  rappresenta  un  tipo  intermedio  fra  l'ordina- 
mento belga  e  l'ordinamento  francese,  con  maggiori  tendenze  verso  il  primo. 

In  Italia  la  legge  20  aprile  1871  regola  la  riscossione  delle  imposte  di- 
rette ;  è  stata  modificata  da  leggi  posteriori.  Il  testo  unico  ora  vigente  è 
del  29  gennaio  1902.  Le  imposte  dirette  e  le  sovraimposte  locali  sono  ri- 
scosse dagli  esattori  comunali,  o  consorziali.  Gli  esattori  sono  retribuiti 
dai  comuni,  o  dai  consorzi  di  comuni  mediante  aggi  che  non  possono  in 
niun  caso  superare  il  6  per  cento.  L'esattore  riscuote  le  imposte  in  confor- 
mità dei  ruoU  a  lui  consegnati,  controfirmati  dall'agente  delle  imposte 
e  dal  sindaco.  Le  scadenze  ordinarie  per  il  pagamento  delle  imposte  di- 
rette sono  ripartite  in  sei  rate  bimestrah  eguali  :  il  io  dei  mesi  di  febbraio, 
aprile,  giugno  agosto,  ottobre,  dicembre.  Trascorsi  cinque  giorni  dalla 
scadenza,  se  il  pagamento  non  è  avvenuto,  l'esattore  procede  per  mezzo 
dei  suoi  messi  al  pignoramento  dei  beni  mobiU  esistenti  nel  comune  in  cui 
è  dovuta  la  imposta.  L'esattore  non  può  procedere  alla  esecuzione  su  immo- 
biU  del  debitore  se  non  quando  sia  tornata  insufficiente  la  esecuzione  dei 
beni  mobili.  Nel  capoluogo  di  ogni  provincia  vi  è  un  ricevitore  provinciale, 
il  quale,  a  tutto  suo  rischio  e  pericolo  e  coll'obbligo  del  non  riscosso  per 
riscosso,  riscuote  dagli  esattori  comunali  le  somme  dovute  allo  Stato  e 
alla  provincia.  Entro  dodici  giorni  dalla  scadenza  di  ciascuna  rata,  l'esattore 
versa  l'ammontare  delle  somme  dovute  al  Governo  e  alla  provincia  per 
imposte  fondiarie  e  gli  otto  decimi  delle  somme  dovute  per  imposte  non 
fondiarie.  GU  ultimi  due  decimi  di  queste  devono  esser  versati  nel  corso  del 
bimestre.  Esattori  e  ricevitori  provinciah  sono  tenuti  a  prestare  cauzione. 
L'esattore  ha  diritto  al  rimborso  delle  imposte  o  sovraimposte  inscritte 
nei  ruoli  che  non  ha  esatto,  purché  faccia  constare  :  o  che  la  esecuzione  non 
ha  potuto  aver  luogo  per  assoluta  mancanza  di  beni  mobili  e  immobili 
del  debitore  nella  provincia  ;  o  che  la  esecuzione  è  tornata  insufficiente. 
Nel  primo  caso  il  Governo  esonerando  l'esattore,  conserva  il  diritto  di 
escutere  il  debitore,  in  qualunque  parte  del  Regno  abbia  beni  mobili  e  im- 
mobili. 

Le  imposte  indirette  sono  tutte  riscosse  dallo  Stato,  e,  finita  quella  del 
tabacco,  non  vi  è  più  in  Itaha  alcuna  regia  per  monopoli. 


LIBRO  V. 
LA    FINANZA    LOCALE 


Il  governo  locale. 

227.  Lo  Stato  è  prima  di  tutto  una  forma  politica  coerci- 
tiva :  e,  benché  le  sue  funzioni  sociali  aumentino  ogni  giorno  e 
relativamente  le  funzioni  politiche  diminuiscano,  pure  la  sua 
natura  originaria  non  muta,  né  può  mutare.  Quindi,  oltre  lo 
Stato,  vi  sono  forme  minori  di  cooperazione  sociale,  forme  di 
cui  lo  sviluppo  é  crescente,  poiché  l'attività  è  crescente.  Vi 
sono  bisogni  collettivi  che  hanno  carattere  generale  a  cui  lo 
Stato  adempie,  e  vi  sono  bisogni  particolari  a  ciascun  gruppo  e 
a  cui  meglio  adempiono  gli  organi  della  vita  locale.  Cosi  la 
nettezza  urbana,  i  mezzi  urbani  di  comunicazione,  l'acqua 
potabile,  l'illuminazione,  ecc.,  sono  esclusivamente  devoluti 
agU  organi  della  vita  locale  ;  altri  servizi  sono  in  varia  misura 
da  questi  esercitati  insieme  allo  Stato  :  servizi  di  '^assistenza 
pubblica,  d'igiene,  di  previdenza  sociale,  d'istruzione  ecc.  La 
vita  locale  è  più  o  meno  sviluppata  secondo  le  circostanze 
storiche,  la  situazione  geografica  e  l'ordinamento  politico  di 
ciascun  paese  :  ha  fra  gli  stati  unitari  la  maggiore  espansione 
in  Inghilterra,  la  minore  in  Francia  ;  l'Italia  rappresenta  un 
tipo  medio  :  cosi  non  si  trova  in  essa  né  l'accentramento  della 
Francia,  né  il  grande  decentramento  della   Inghilterra*. 

Se  lo  Stato  ha  funzione  essenzialmente  politica,  intesa  nel 
senso  più  largo  della  parola,  il  comune  è  un  aggruppamento  di 
famiglie  con  scopo  essenzialmente  economico  e  la  cui  forma- 
zione è  dipesa  quasi  sempre  da  cause  economiche  :  così  gli  al- 
tri organi  amministrativi  hanno  a  loro  volta  gli  stessi  caratteri, 

•  Cfr.  libro  I,  cap.  IX. 


784  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  V. 

se  non  la  stessa  origine  e  la  stessa  importanza  *.  Naturalmente 
il  crescere  e  l'intensificarsi  dei  rapporti  sociali  nella  civiltà  mo- 
derna ha  dato  alle  attribuzioni  dei  comuni,  sopra  tutto,  una 
più  larga  estensione  ;  e  funzioni  di  carattere  intellettuale 
(l'istruzione)  o  sociale  (l'igiene)  si  sono  venute  sempre  più  svi- 
luppando. In  ogni  modo  la  vita  locale  ha  scopo  prevalente- 
mente, non  mai  esclusivamente,  economico  :  cosi  non  occorre 
che  la  imposizione  si  basi  sul  criterio  delle  controprestazioni  ; 
ma  può  bene  avere  in  mira,  almeno  ih  larga  parte,  la  capacità 
contributiva  dei  cittadini.  Poiché  occorre  provvedere  ai  bi- 
sogni della  vita  locale  con  speciali  entrate,  la  finanza  locale 
è  in  stretta  connessione  con  quella  dello  Stato.  Ciascun  paese 
ha  ordinamenti  propri  e  i  principi  che  regolano  la  finanza  lo- 
cale sono  assai  differenti  :  le  origini  di  alcune  imposte  locali 
sono  anzi  più  antiche  di  quelle  dello  Stato.  D'ordinario  i  red- 
diti degli  enti  locali  sono  costituiti  da  speciali  imposte,  o  da 
imposte  sui  consumi  locali,  o  da  aumento  sulle  imposte  dirette 
dello  Stato.  L'ordinamento  della  finanza  locale  nei  differenti 
paesi  è  anche  più  vario  che  non  sia  quello  della  finanza  dello 
Stato  ;  rappresentano  tipi  assai  differenti  l'Inghilterra  e  la 
Francia,  la  Prussia  e  l'Italia,  la  Russia  e  gli  Stati  Uniti  di 
America. 

Il  principale  organo  della  vita  locale  è  il  comune,  che  ha,  come 
abbiam  detto,  carattere  prevalentemente  economico  ;  ciò  è  la 
differenza  principale  con  lo  Stato,  che  ha  carattere  prevalente- 
mente politico.  La  tendenza  che  si  riscontra  nella  finanza  dello 
Stato  a  basarsi  sopra  grandi  imposte  indirette  da  una  parte  e 
grandi  imposte  dirette  personali  dall'altra,  fa  riscontro  alla 
tendenza  del  comune,  che  mira  a  ricavare  le  sue  entrate,  se  non 
esclusivamente,  prevalentemente  da  grandi  imposte  dirette 
reali .  È  assai  difficile  che  un'imposta  più  gravosa  ci  costringa  ad 
andare  da  uno  Stato  ad  un  altro  :  perciò  anche  le  grandi  im- 


*  Questo  concetto  è  magistralmente  sviluppato  nella  memoria  che  il 
Ministro  Miquel  presentò  al  Landtag  in  appoggio  dei  suoi  tre  progetti  fi- 
scali :  che  riguardavano  anche  la  finanza  locale.  Denkschrift  V.  12  nov. 
1892  ZM  den  Entwùrfen  der  preussischen  Steuenejortn.  V.  anche  Fiedberg  : 
Die  Besteuerung  der  Gemeinden,  Berlin,  1887,  pag.  3. 


CAP.    I.]  IL    GOVERNO    LOCALE  785 

poste  dirette  personali  sono  compatibili  con  la  esistenza  di 
uno  Stato.  Ma  in  un  comune  non  si  può  chiedere  ai  cittadini 
che  paghino  in  proporzione  della  loro  situazione  economica  in 
generale  :  vi  sono  anche  molti  individui  che  hanno  interessi 
ed  affari  in  molti  comuni  e  non  potrebbero  pagare  in  tutti  in 
proporzione  del  reddito  complessivo  che  percepiscono  ;  ma 
soltanto  degli  interessi  che  hanno  in  ciascuno. 

La  complessità  dei  rapporti  della  vita  moderna  impone  in 
ogni  modo  che  l'accertamento  del  reddito  complessivo  non  av- 
venga nella  cerchia  ristretta  di  un  comune  :  la  faciltà  con  cui  si 
può  passare  da  un  comune  all'altro  contribuisce  a  sua  volta 
a  dare  alla  finanza  locale  come  base  le  imposte  reali. 

La  maggiore  difficoltà  nell'ordinamento  della  finanza  locale 
sta  in  ciò  che  essa  è  in  diretto  contatto  con  quella  dello  Stato  e 
in  certa  guisa  dipende  da  essa.  Ai  contribuenti  importa  pagare 
non  eccessivamente  e  non  ingiustamente.  D'altra  parte,  se  è 
logico  che  lo  Stato  sia  libero  nella  scelta  delle  sue  imposte, 
rappresentando  una  grande  collettività,  dove  le  oligarchie  non 
sono  possibili  o  non  sono  limitate,  non  si  può  lasciare  che  i 
comuni  scelgano  liberamente  le  loro  imposte  e  tanto  meno  che 
fissino  a  piacere  le  aliquote.  In  quasi  tutti  i  paesi,  dunque,  lo 
Stato  fissa  le  imposte  che  gli  enti  locali  possono  applicare  e  ne 
determina  le  modalità.  Naturalmente,  poiché  in  uno  stesso  paese 
possono  esservi  comuni  al  disotto  di  100  abitanti  e  città  di  molte 
centinaia  di  migliaia  di  abitanti,  bisogna  che  la  finanza  locale 
si  adatti  alle  forme  più  diverse,  lasciando  una  certa  libertà  di 
scelta  :  la  pesante  uniformità  che  è  nell'ordinamento  della  fi- 
nanza locale  francese,  e  non  meno  in  quella  italiana,  non  può 
considerarsi   come   vantaggiosa. 

228.  Quali  sono  le  funzioni  più  importanti  del  governo  \ 
locale  ?  In  generale,  in  quasi  tutti  i  paesi  vi  sono  servizi  che 
hanno  un  carattere  prevalentemente  nazionale  e  giovano  a  tutti 
i  cittadini  in  generale  :  altri  che  hanno  un  carattere  locale  e 
danno  un  particolare  vantaggio  ai  contribuenti  di  una  zona  de- 
terminata. La  differenza  spesso  non  è  molto  evidente  ed  è  per- 
ciò che  alcuni  servizi  spettano  nello  stesso  tempo  allo  stato  e 
agli  enti  locali.  Questi  ultimi  mancano  di  sovranità  :  il  diritto 
all'imposta  deriva  ed  è  riconosciuto  solo  dallo  Stato.  Dal  punto 


786  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  V. 

di  vista  sociale  si  può  dire  che  le  amministrazioni  locali,  sopra 
tutto  i  comuni,  rappresentino  in  parte  la  nazione  o  l'unità  po- 
litica  nazionale  *. 

Il  comune,  la  forma  più  spontanea  di  organizzazione,  rimane 
dovunque  il  fondamento  della  vita  locale  ;  ma  fra  esso  e  lo  Stato 
vi  sono  numerosi  enti  intermedi  ed  è  qui  in  generale  che  la 
differenza  è  più  grande  fra  i  vari  paesi  moderni. 

L'ordinamento  amministrativo  inglese  è  essenzialmente 
diverso  da  quello  dei  paesi  del  continente  :  esso  è  una  formazione 
storica  che  non  ha  riscontro  altrove  e  presenta  una  grandissima 
vitalità.  La  contea,  il  borgo,  la  parrocchia,  i  comitati  speciali 
per  la  sanità  pubblica,  per  le  vie  di  comunicazione,  per  l'inse-^ 
gnamento  primario,  vivono  ciascuno  di  una  vita  propria,  frutto* 
di  trasformazioni  lente  e  secolari.  Londra  ha,  da  parte  sua, 
sopra  tutto  dopo  la  legge  del  13  agosto  1888,  un  ordinamenta 
speciale.  La  vita  degli  enti  locali  in  Inghilterra  è  così  intensa,, 
che  le  loro  spese  sono  di  gran  lunga  superiori  a  quelle  di  ogni 
altro  paese  di  Europa  e  comprendono  moltissime  attribuzioni 
che  altrove  sono  dello  Stato. 

Il  principale  organo  della  vita  locale  è  la  parrocchia,  la  quale- 
è  una  circoscrizione  civile  ed  ecclesiastica  insieme,  che  gode  di 
grande  economia.  La  direzione  della  parrocchia  era  eletta  prima 
dalla  vestry  (assemblea  degli  abitanti  che  pagano  l'imposta)  :  la 
legge  del  1804  ha  allargata  la  base  elettorale  e  prendono  parte 
alla  nomina  del  governo  della  parrocchia  gli  elettori  politici  della 
contea  che  in  essa  risiedono.  Le  parrocchie  possono  unirsi  fra 
loro  e  costituire  per  scopi  comuni,  sopra  tutto  di  assistenza, 
unions  ;  possono  anche,  per  scopi  di  viabilità,  entrare  negli 
highwaysdistricts. 

La  contea,  che  è  l'esempio  più  significativo  della  persistenza 
delle  istituzioni  politiche  inglesi,  poiché  le  contee  con  lievi  mo- 
dificazioni durano  da  dieci  secoli,  ha  a  capo  lo  sceriffo,  che  da 
prima  rappresentava  il  potere  del  monarca  e  avea  funzioni 
asssi  complicate  di  giustizia,  finanza,  polizia,  forza  armata  ecc. 
Anche  adesso  ninno  può  essere  nominato  scheriff  se  non  ha  nella 

*  Cfr.  H  a  u  r  i  o  u  :  Prècis  de  droU  adtninistratif,  3. me  edit.,  Paris,  1897^ 
pag.   26. 


GAP.   l]  IL   GOVERNO   LOCALE    INGLESE  787 

contea  proprietà  sufficienti  per  servirgli  di  cauzione  di  fronte 
alla  Corona  e  al  popolo.  Dopo  la  creazione  dei  giudici  di  pace, 
la  funzione  dello  sceriffo  è  molto  diminuita  :  ma  rimane  ancora  * 
importante  per  la  vita  locale.  I  giudici  di  pace,  nominati  dal 
sovrano,  hanno  funzioni  estese  in  riguardo  alla  polizia,  alla 
giustizia,  alla  viabilità,  alla  igiene,  ecc.  ;  ora  però  molte  delle 
loro  attribuzioni  sono  passate  ai  consigli  di  contea.  In  quanto 
alla  vita  municipale,  che  è  diversissima  sopra  tutto  per  le  grandi 
città,  bisogna  appunto  distinguere  fra  le  cosi  dette  città  in- 
corporate {corporate  towns)  e  i  borghi  municipali  {municipal 
boroughs) . 

L'Inghilterra  e  il  Paese  di  Galles  sono  divisi  in  61  contee, 
compresa  quella  di  Londra,  di  grande  estensione  e  assai  più 
importante  delle  altre  :  un  county  council,  consigUo  di  contea, 
è  a  capo  ognuna.  Le  contee  amministrative,  a  eccezione  di 
quella  di  Londra,  sono  divise  in  distretti  sanitari,  urbani  o  ru- 
rali :  i  distretti  rurali  racchiudono  d'ordinario  alcune  parroc- 
chie. I  proprietari  e  i  contribuenti  delle  parrocchie  urbane 
eleggono  ogni  4  anni  i  membri  del  board  of  guardians,  che  diri- 
gono e  amministrano  le  work  houses. 

L'ordinamento  locale  inglese  è  estremamente  complesso.  Dal 
punto  di  vista  amministrativo  si  può  dire  che  il  territorio  na- 
zionale è  diviso  in  contee,  entro  cui  sono  i  borghi,  che  godono  di 
un'autonomia  quasi  completa,  anche  di  fronte  alle  autorità  delle 
contee.  La  parrocchia  è  una  istituzione  che  sta  nei  limiti  dei  bor- 
ghi e  delle  contee.  GU  enti  locedi  sono  generalmente  assai  liberi 
e  solo  dal  1871  esiste  un  Locai  government  board,  con  funzioni 
di   controllo   abbastanza   larghe  *. 

Quali  sono  le  spese  degli  enti  locali  in  Inghilterra  ?  Da  pa- 
recchi anni  (1902)  per  tutta  la  Gran  Brettagna  hanno  sorpassato 
i  3.800  milioni  di  lire  cioè  da  sole  superavano  i  bilanci  di  alcuni 


*  Cfr  fra  1  molti  autori  :  M.  D.  Ghalmers:  I^cal  government,  Lon- 
don, 18S3  :  T  W.  Probyn:  Locai  government  and  tavattan,  London,. 
1878  e  Locai  government  and  taxation  in  thf  United  Kingdom,  London,  1862 
P.  B  e  r  t  o  1  i  :  //  governo  locale  inglese  ecc.  Torino,  1897  ;  A  r  m  i  n  j  o  n  : 
L'adminisiration  locale  df  l'Angleterre,  Paris,  1895;  Vauthier:  Le 
gouvernement  locai  de  l'Angleterre,  Paris,  1885  ;  ecc. 


788  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  V. 

fra  i  maggiori  stati  del  continente  europeo.  Hanno  importanza 
prevalente  le  spese  per  la  pubblica  beneficenza  :  fra  le  spese 
delle  municipalità  sono  anche  assai  importanti  quelle  per  la 
viabilità,  per  la  istruzione  ecc.  *. 

229.  Rappresenta  un  tipo  tutto  affatto  diverso  l'ordina- 
mento locale  francese,  su  cui  è  modellato  in  gran  parte  quello 
dell'Italia.  Gli  organi  importanti  della  vita  locale  (poiché  gli 
arrondissements  come  i  circondari  italiani  sono  soltanto  circo- 
scrizioni burocratiche  e  giudiziarie)  sono  i  dipartimenti  e  i 
comuni.  Tra  le  funzioni  dei  dipartimenti  sono  in  Francia  sopra 
tutto  quelle  della  viabilità  e  dell'assistenza  pubblica  ;  que- 
st'ultima comprende  a  titolo  obbligatorio  l'assistenza  degli 
alienati,  dei  fanciulli  assistiti,  dei  malati  a  domicilio  ;  a  titolo 
facoltativo  tutte  le  istituzioni  di  assistenza  pubblica  che  il 
consiglio  dipartimentale  crea.  Le  attribuzioni  dei  comuni  sono 
in  Francia  minori  che  in  Inghilterra  e  anche  in  Italia  ;  i  comuni 
hanno    regime    uniforme**. 

'  I  due  grandi  organi  di  diritto  amministrativo  sono  in  Italia 
la  provincia  e  il  comune  :  la  provincia  però  non  ha  una  funzione 
ben  definita.  Sopra  tutto  per  il  suo  carattere  di  ente  interme- 
dio fra  i  comuni  e  lo  Stato,  spesso  ha  circoscrizione  territoriale 
molto  angusta,  spesso  non  ha  tradizione,  spesso  non  corrisponde 
né  meno  alle  tradizioni  regionali.  Le  province  sono  in  Italia  69, 
i  comuni  8262.  La  legge  comunale  e  provinciale  stabihsce  quali 
siano  le  spese  obbligatorie  delle  provincie  e  dei  -comuni  :  fissa 
in  altri  termini  quale  deve  essere  la  sfera  minima  di  attività 
degli  enti  locali  f.  Anche  in  Italia,  come  in  Belgio  e  in  altri 
paesi,  è  ammessa  la  costituzione  di  consorzi  particolari  con 
fini    speciali. 

In  Italia  le  spese  delle  amministrazioni  locali  si  distinguono 

*  Secondo  lo  StatisHcal  AbstraU  (1906,  firty-third  number)  le  spese 
locali  sono  state  sterline  152,167,096  nel  1902-3  e  le  entrate  152,295,439  l 
nel  1903-4  le  entrate  sono  state  158,253,849  Le  sole  spese  locali  superavano 
in  Inghilterra  l'ammontare  del  bilancio  dello  Stato  in  Francia,  in  quel  tempo! 

**  Sulle   varie   forme  del   Governo   municipale  nel  continente   europeo 
cfr.  Albert  Shaw:  Municipal  Government  in  the  Continent  of  Europe, 
New- York,    1896. 
.    t  Articoli  174  e  175  della  legge  4  maggio  1898. 


CAP.    II.]  LA   MUNICIPALIZZAZIONE  789 

in  obbligatorie  e  facoltative  :  le  prime  sono  determinate  dallo 
Stato  e  possono  essere  sinanco  iscritte  di  ufficio  dal  potere  go- 
vernativo nei  bilanci  comunali.  Le  spese  obbligatorie  riguardano 
i  servizi  di  polizia,  igiene,  sicurezza  pubblica  e  giustizia,  l'i- 
struzione, il  culto  e  la  beneficenza.  Non  sempre  i  limiti  fra 
l'azione  dello  stato  e  la  locale  sono  rispettati  nei  compiti  che  lo 
Stato  impone  obbligatoriamente  ai  comuni  e  nei  piccoli  co- 
muni le  spese  obbligatorie  assorbono  la  maggior  parte  del 
bilancio. 

Le  spese  facoltative  riguardano  tutti  gli  altri  scopi  q.  civiltà 
e  di  benessere  che  gli  enti  locali  possono  proporsi.  Le  spese 
facoltative  preponderano  nei  maggiori  centri  e  mancano  quasi, 
a  volta,  nei  bilanci  dei  comuni  minuscoli,  oberati  dalle  obbli- 
gatorie. Disgraziatamente  non  sempre  i  comuni  si  limitano  a 
spese  facoltative  di  civiltà  e  di  benessere  :  in  molti  casi  riguar- 
dano cose  tutto  altro  che  utili  o  almeno  utili  per  la  maggio- 
ranza dei  cittadini. 

Le  spese  obbligatorie  si  dividono  in  ordinarie  e  straordinarie, 
effettive  e  non  effettive.  Le  non  effettive  provengono  da  re- 
sidui passivi,  da  partite  di  giro  e  da  contabilità  speciali.  Le 
spese  ordinarie  sono  in  aumento  continuo,  specie  le  scolastiche, 
quelle  per  l'igiene  e  per  l'assistenza  pubblica  ;  crescono  anche 
più  le  straordinarie  di  viabilità,  di  fornitura  di  acque,  di  fo- 
gnatura, di  sistemazione  ediUzia,  di  costruzione  di  case  ope- 
raie   ecc. 

Il  governo  locale  è  più  plastico  che  non  sia  il  governo  dello 
Stato  :  rispecchia  in  certa  guisa  meglio  l'indole  di  ciascuna  na- 
zione :  il  governo  municipale  sopra  tutto  è  destinato  a  svol- 
gersi più  largamente,-  rappresentando  in  generale  aggregazioni 
naturali    e    spontanee. 

II. 

La    finanza   locale 

230.  Donde  il  governo  locale  ritrae  le  sue  risorse  ?  A  quali 
funzioni  provvede  d'ordinario  ?  Delle  spese  abbiamo  già  somma- 
riamente parlato.  Importanza  maggiore  ha  in  questa  materia 

Nitti.  5» 


790  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  V. 

l'argomento  delle  pubbliche  entrate.  La  finanza  locale  è  inne- 
gabilmente in  stretto  contatto  con  quella  dello  Stato  :  non 
solo  perchè  i  contribuenti  dello  Stato  concorrono  poi  per  le 
amministrazioni  locali  dei  paer.i  ove  risiedono  o  dove  hanno 
interessi,  ma  perchè  vi  sono  spesso  fini  comuni  da  raggiungere . 
Vi  sono  spese  locali  che,  se  fruttano  particolarmente  ai  compo- 
nenti una  collettività,  si  riflettono  in  certa  guisa  a  benefizio  dello 
Stato  :  e  vi  sono  spese  di  quest'ultimo  che  fruttano  particolar- 
mente ad  alcune  circoscrizioni  territoriali.  Le  spese  relative  a 
scopi  di  Stato  hanno  una  tendenza  o  politica  o  generale  :  così^ 
anche  quando  lo  Stato  le  mette  a  carico  dei  comuni,  le  dichiara 
in   generale   obbhgatorie. 

Anche  per  gli  enti  locali  vi  sono  entrate  originarie  ed  entrate 
derivate  ;  e  anche  per  essi  prevalgono  in  generale  le  prime,  il 
demanio  e  gli  esercizi  industriali  avendo  importanza  minore.  Il 
demanio  industriale  è  frequente  sotto  forma  di  boschi,  di  edi- 
fizi  pubblici,  ecc.  :  spesso  il  demanio  pubbUco  e  il  demanio  indu- 
striale in  certa  guisa  si  compenetrano.  Le  strade,  per  esempio» 
sono  di  demanio  pubblico  ;  ma  se  una  società  privata  vi  colloca 
binari  per  linee  di  tramways,  paga  un  canone  ;  così  il  demanio 
diventa  fruttifero. 

Hanno  sviluppo  notevole  in  molti  paesi  le  pubbliche  imprese 
da  parte  dei  comuni  sopra  tutto  nelle  grandi  città  ;  la  munici- 
palizzazione, come  si  dice,  di  alcuni  pubblici  servizi. 

Vi  sono  alcuni  servizi  di  utilità  generale  che  d'ordinario  ten- 
dono ad  assumere,  almeno  in  parte,  la  forma  di  monopoli  e  che 
si  basano  in  generale  sulla  occupazione  del  demanio  stradale. 

Noi  abbiamo  già  accennato  alla  natura  di  queste  intraprese, 
che  quasi  sempre  escludono  la  concorrenza.  Dove  è  una  so- 
cietà per  la  produzione  del  gaz,  difi&cilmente  se  ne  impianta  una 
seconda  (in  Italia  solo  Torino  ha  due  società),  più  difficilmente 
ancora  una  terza,  quasi  mai  una  quarta.  In  ogni  modo  l'accre- 
scere il  numero  non  significa  che  fare  una  dispersione  di  ric- 
chezza :  cioè  moltiplicare  inutilmente  le  spese  di  impianto.  Dove 
vi  sono  industrie  limitate  in  numero  e  viceversa,  per  lo  sviluppo 
della  popolazione,  sottomesse  alla  legge  economica  della  produt- 
tività crescente  e  dove  queste  industrie  non  possono  formarsi 
senza  occupazione  di  demanio  pubblico,  occorre  che  siano  disci- 


CAP.    II.]  LA   MUNICIPALIZZAZIONE  791 

plinate  in  guisa  da  impedire  forme  di  sfruttamento  e  benefizio 
di  privati  imprenditori.  La  concorrenza  è  inutile  o  dannosa  o  non 
è  possibile  quando  non  si  tratti  di  industrie  che  forniscono  pro- 
dotti indispensabili,  occupano  particolarmente  spazi  di  terreno 
in  situazione  favorevole  ;  provvedono  generi  o  servizi  che  de- 
vono essere  consumati  sul  luogo  dove  esiste  l'impianto  e  in 
connessione  di  questo  ;  possono  accrescere  l'offerta  dei  prodotti 
e  dei  servizi  senza  aumento  proporzionale  di  spesa  o  debbono 
essere  armonicamente  sotto  un'unica  direzione  * .  Molti  co- 
muni tendono  perciò  a  esercitare  direttamente  i  tramways, 
il  gaz,  la  luce  elettrica,  gli  acquedotti  per  l'acqua  potabile,  ecc. 
•Alcune  volte  queste  imprese  sono  molto  remunerative  :  ma 
anche  qualche  volta  non  sono.  Nella  stessa  Inghilterra  mol- 
tissime intraprese  municipali  non  danno  un  vantaggio  apprez- 
zabile ;  molte  a  dirittura  sono  in  perdita.  L'idea  dunque  che 
il  comune  eserciti  largamente  intraprese  di  utilità  pubblica  va 
giudicata  solo  da  un  punto  di  vista  della  convenienza  economica. 
Ma  non  è  a  credere  possa  riescire  vantaggioso  o  ammissibile 
l'esercizio  di  farmacie,  di  teatri,  ecc.  come  spesso  è  stato  pro- 
posto ;  si  tratta  qui  di  industrie  non  limitate,  in  continua  mu- 
tazione e  dove  i  privati  fanno  assai  meglio  che  le  pubbliche 
amministrazioni  f- 

Anche  la  panificazione  municipale  (quando  non  concorrano 
circostanze  eccezionalmente  favorevoli,  come  la  utilizzazione 
dei  cascami  o  dechets  di  energia  elettrica)  è  una  intrapresa 
assai  pericolosa  e  di  nessun  vantaggio. 

I  soli  casi  dunque  in  cui  si  può  ammettere  utilmente  la  mu- 
nicipalizzazione di  un  servizio,  è  quando  rivesta  i  caratteri  già 
indicati  ;  quando  il  comune  può  produrre  a  un  costo  eguale,  se 


*  Cfr.  Supino:  La  concorrenza,  pag.  33-34. 

t  La  letteratura  larghissima  siilla  municipalizzazione'  si  trova  fino  al 
1900  in  R,  C,  Brooks:  A  bibliography  of  municipal  problems,  pag,  340 
in  Mumcipal  Affairs,  marzo  1901.  Cfr.  Morelli:  La  mitnicipalizzazione 
dei  servizi  pubblici,  Torino,  1901  ;  G.  Montemartini:  Municipaliz' 
zazione  dei  pubblici  servizi,  MOano,  1902;  M.  RoyMalthie:  Munici- 
pal functions,  New- York,  1898;  V.  Mata  j  a  in  R.  S.  del  1895;  Mun- 
sterberg:  Die  Aufgaben  Stdttscher  Sozialpolitik.  Ambiirg,  1896  ;  B  e  r  - 
nis:  Municipal  monopolies,  New- York,  1898;  ecc. 


792""^  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  V. 

non  inferiore,  ai  privati  ;  e  quando,  mediante  l'assunzione  di  un 
pubblico  servizio  in  economia  diretta,  si  può  avere  un  vantag- 
gio finanziario  che  permetta  diminuire  le  vecchie  imposte  ed 
evitarne   nuove. 

Ciò  che  riesce  particolarmente  pericoloso  nelle  imprese  muni- 
cipali è  che  la  gestione  di  grandi  aziende  dà  al  comune,  o  per 
dir  meglio,  ai  suoi  amministratori,  potenti  mezzi  di  corruzione  e 
di  dominio,  forma  una  classe  privilegiata  di  operai,  che  tendono 
piuttosto  a  considerarsi  come  impiegati  con  danno  evidente 
della  impresa  ;  isterilisce  molte  attività  che  si  sarebbero  deter- 
minate. La  esperienza  della  stessa  Inghilterra  non  ha  da  questo 
punto  di  vista  un  valore  decisivo  ;  i  comuni  che  hanno  munici- 
palizzato largamente  i  pubblici  servizi  non  avendone  in  gene- 
rale ricavato  i   benefizi   che  si   ripromettevano  in   principio. 

Un  gran  passo  si  farà  quando,  smesse  le  illusioni  frequenti 
in  questa  materia,  si  tenderà  a  restringere  la  municipalizzazione 
a  quei  grandi  serv-izi,  che  sono  specialmente  indicati  dalla  loro 
natura  (illuminazione,  acqua,  tramways)  e  a  piccole  intraprese 
che  la  convenienza  pratica  può  indicare  in  ciascuna  città  ;  ma 
sopra  tutto  quando  si  terrà  presente  che  intrapresa  a  benefizio 
di  un  municipio  non  vuol  dire  intrapresa  esercitata  dagli  am- 
ministratori di  un  municipio.  Molte  volte  è  preferibile  che  il 
comune  faccia  esercitare  per  conto  proprio  una  pubblica  intra- 
presa da  una  società  privata  :  i  benefici  della  gestione  privata 
sono  così  uniti  al  vantaggio  di  vedere  i  proventi  di  essa  de- 
stinati alla  collettività.  Molte  volte  anche  bisogna  che  il  muni- 
cipio, per  non  moltiplicare  le  spese  di  gestione,  di  controllo, 
di  riscossione,  ricorra  a  più  semplici  forme.  Cosi,  un  municipio 
che  eserciti  un  acquedotto  può  colpire  tutti  cittadini  in  vista  di 
un  consumo  medio  probabile  secondo  le  professioni  e  il  fitto 
dell'abitazione  e  riscuotere  la  quota  di  consumo  mediante  la 
forma  semplice  dei  ruoli  delle  imposte  dirette.  La  legislazione 
dovrà  tendere  appunto  a  dare  ai  comuni  le  più  vaste  intra- 
prese che  possano  assicurare  un  reddito  rilevante  ;  ma  anche  a 
darle  in  modo  che  non  rappresentino  una  inutile  e  dannosa 
distruzione   di   ricchezza. 

In  Italia  molti  comuni  hanno  municipalizzato  non  poche  in- 
traprese industriali  :  un  progetto  già  approvato  dalla  Camera  dei 


CAr.    II.]  LE    IMPOSTE    LOCALI  793 

deputati  contiene  le  norme  che  regoleranno  d'ora  in  poi  questa 
materia  *. 

231.  Tolte  queste  entrate  originarie  degli  enti  locali,  come 
possono  essere  concepite  le  entrate  derivate  ?  La  finanza  locale 
per  queste  ultime  può  essere  basata  o  su  un  criterio  di  auto- 
nomia :  imposte  separate  da  quelle  dello  Stato  ;  o  su  un  criterio 
di  unione  :  imposte  addizionali  alle  imposte  di  Stato  (sovraim- 
poste  locali).  Se  molti  paesi  tendono  verso  questo  ultimo  si- 
stema, è  ch'esso  presenta  più  grande  facilità  per  la  riscossione. 
Ma  non  si  può  negare  che  il  sistema  delle  sovraimposte  locali 
spinga  alla  prodigalità  :  che  ai  contribuenti  manchi  spesso  ogni 
criterio  di  distinzione  fra  l'onere  che  impone  loro  lo  Stato  e 
l'onere  che  impongono  gli  enti  locali  e  che  le  riforme  finanziarie 
dello  Stato,  anche  le  più  utili,  diventino  per  questo  sistema 
assai    difficili . 

L'ordinamento  tributario  inglese  rappresenta  tipicamente  il 
sistema  delle  imposte  autonome  :  la  Francia  il  sistema  delle  so- 
vrimposte. 

Quali  imposte  sono  più  adatte  al  sistema  tributario  locale  ? 
La  finanza  municipale  sopra  tutto  su  quali  elementi  deve  ba- 
sarsi ?  Le  imposte  più  generalmente  ammesse  sono  le  imposte 
dirette  reali  ;  non  solo  perchè  le  spese  locali  vantaggiano  in  più 
larga  misura  coloro  che  possiedono  immobili  o  esercitano  indu- 
strie nella  zona  in  cui  le  spese  avvengono  ;  ma  anche  perchè 
sono  meno  inquisitive.  Per  le  stesse  ragioni  hanno  importanza 
sempre  maggiore  i  contributi  di  miglioria  {beiierment  taxes),  già 
esaminati  altrove,  che  si  pagano  dai  proprietari  d'immobili  in 
una  volta  sola  in  corrispettivo  di  speciali  vantaggi  recati  loro 
da  un'opera  di  pubblica  utilità  e  le  imposte  speciah  sull'incre- 
mento di  valore  delle  aree  ediiizie. 

L'importanza  di  queste  entrate  è  limitata  però  ai  più  grandi 
comuni,  alle  città  in  sviluppo  rapido,  non  a  quelle  minori  dove 
il  movimento  della  popolazione  e  delle  industrie  è  lento.  In 
generale  su  di  esse,  come  sulla  municipalizzazione  dei  pubblici 
servizi,  esistono  molte  illusioni  :  perchè  si  prendono  a  esempio. 


*  Una  inchiesta  sulla  municipalizzazione  dei  pubblici  servizi  in  Italia 
è  stata  pubblicata  da  R.  B  a  e  h  i  in  R.  S.  15  gennaio  1903. 


794  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  V. 

d'ordinario,  alcune  città  inglesi  o  americane,  in  sviluppo  rapi- 
dissimo e  in  condizioni  quasi  eccezionali.  In  quasi  tutti  i  si- 
stemi tributari  locali  l'elemento  reale  predomina  sull'elemento 
personale  :  alcuni  paesi  a  dirittura  hanno  anzi  cercato  di  dare 
le  imposte  dirette  reali  ai  comuni  e  di  lasciare  allo  Stato  le  im- 
poste dirette  personali.  Queste  ultime,  se  sono  sempre  di  diffì- 
cile attuazione,  sono  difficilissime  quando  si  tratti  di  piccole 
collettività,  dove  le  investigazioni  sono  destinate  a  suscitare 
gelosie,  a  turbare  e  offendere  interessi.  Perciò  alle  imposte 
sul  reddito  complessivo  in  pratica  si  preferiscono  imposte  sulle 
manifestazioni  esteme  del  reddito  stesso  :  così  l'imposta  sul 
valor  locativo,  che  in  definitiva  è  una  vera  imposta  di  con- 
sumo che  si  paga  sulla  spesa  per  l'abitazione,  considerata  come 
indizio  di  reddito.  È  vero  che  si  tratta  di  indizio  poco  sicuro 
nelle  città,  trascurabile  nelle  campagne,  ma  è  in  ogni  modo  un 
indizio  che  è  comodo  tener  presente  in  molti  casi. 

È  chiaro  che  le  imposte  dirette  reali  escludono  quasi  del 
tutto  la  grande  massa  dei  cittadini,  che  non  possiedono  beni 
immobili,  o  non  possiedono  industrie  ;  se  le  spese  locali  sono 
prevalentemente  a  vantaggio  delle  persone  più  ricche,  non  sono 
però  esclusivamente.  Anzi  vi  sono  alcune  spese  sanitarie,  altre 
per  la  istruzione,  che  sono  prevalentemente  a  benefizio  delle 
persone  povere.  Le  imposte  indirette  non  vanno  quindi  escluse 
dalla  finanza  locale.  Ma,  mentre  lo  Stato  tende  ogni  giorno  più 
a  basare  le  sue  entrate  su  grandi  imposte  indirette  e  come  cor- 
rezione o  compensazione  su  imposte  personali  sul  reddito  e 
imposte  di  successione,  i  comuni  tendono  a  basarsi  sulle  imposte 
dirette  reali,  senza  escludere  alcune  imposte  indirette  sul  con- 
sumo. Ma  in  questo  caso  sono  preferibili  le  imposte  indirette 
immediate  anzi  che  quelle  mediate  sul  consumo  ;  e  inoltre  per 
le  prime  è  bene  preferire  alcuni  generi  di  consumo  largo  e 
poco  soggetti  a  mutamenti  improvvisi.  Alcune  imposte  indirette 
su  consumi  di  vero  lusso,  vetture,  domestici,  cavalli,  biciclette 
sono  spesso  redditìzie  e  di  facile  riscossione.  Fra  le  imposte 
indirette  locali  le  più  dannose  sono  i  dazi  intemi,  sopra  tutto 
quando  elevano  barriere  all'interno  di  ogni  Stato  :  quando  ren- 
dono più  difficile  la  circolazione  delle  merci  e  determinano 
forme  locali  di  assurdo  protezionismo. 


CAP.    II.]  LA   FINANZA   LOCALE   INGLESE  795 

Spesso  in  alcuni  paesi  lo  Stato  accorda  ai  comuni  dotazioni 
e  sovvenzioni  :  le  prime  per  una  più  generale  estensione  dei 
compiti  dei  consorzi  politici  comunali  ;  le  seconde  in  generale 
in  corrispettivo  dell'obbligo  di  corrispondere  a  nuovi  servizi. 
Dotazioni  e  sovvenzioni  sono  assai  sovente  rese  necessarie  dalla 
incapacità  degli  enti  locali  di  provvedere  ad  alcuni  obblighi. 
232.  Ora  vediamo,  a  cominciare  dall'Inghilterra,  cioè  dalla 
nazione  ove  laC  vita  locale  è  più  intensa,  le  linee  generali  della 
finanza  locale  nei  vari  paesi  *.  L'Inghilterra  ha  divisione  netta 
fra  imposte  di  Stato  e  imposte  locali  ;  base  di  queste  ultime  è 
la  poor  rate,-  l'imposta  dei  poveri,  istituita  nel  1601  dalla  re- 
gina Elisabetta  come  tributo  parrocchiale  e  poi  successivamente 
modificata.  Sono  colpiti  dalla  imposta  dei  poveri  tutti  i  posses- 
sori di  miniere,  di  boschi,  di  diritti  reali,  di  beni  immobili  in 
generale  tutti  coloro  che  possiedono  redditi  fondati.  Le  entrate 
dei  corpi  locali  in  Inghilterra  sono  in  larga  parte  costituite  da 
tasse  di  carattere  speciale,  aventi  una  destinazione  particolare, 
così  come  la  poor  rate,  vi  sono  tasse  sanitarie,  tasse  scolastiche  : 
tasse  di  polizia,  tasse  di  illuminazione,  ecc.  Però  tutte  queste 
rates  speciali  non  sono  che  una  percentuale  aggiunta  alla  poor 
rate.  L'imposta  dei  poveri  è  come  il  regolo  su  cui  si  modellano 
le  altre  imposte  locali.  E  se  queste  ultime  sono  autonome,  sono 
sempre  proporzionali  alla  poor  rate  \ .  Le  entrate  demaniali  sono 


♦  Nei  paesi  anglosassoni  la  vita  locale  è  molto  intensa.  Ne  dà  la  misura 
l'ammontare  delle  spese  locali.  Nel  19 14,  prima  della  guerra,  negli  Stati 
Uniti  di  America  l'ammontare  delle  spese  dei  comuni  e  degli  enti  locali 
superava  a  dirittura  le  spese  degli  stati  e  del  Governo  federale.  Nel  1914 
in  Inghilterra  le  spese  dello  Stato  erano  di  194  miUoni  di  sterline,  quelle 
degli  enti  locali  di  171- 

t  P  algr  a  V  e  (in  J.  R.  SS.,  pag.  136)  annoverava  44  speciali  autorità 
<5he  prelevano  rates  per  scopi  differenti.  In  Inghilterra  gU  enti  locali  o  ritrag- 
gono le  loro  entrate  dalla  poor  rate  o  da  imposte  speciali  sulle  bevande  al- 
cool! eh  e, -sulle  rivendite,  su  alcune  materie  di  lusso.  Secondo  dati  che  si 
riferivano  al  1916-17  {Statesman's  Yearbook,  1920)  le  entrate  degli  enti 
locali  erano  di  199  milioni  di  sterline  :  88  derivavano  dalla  poor  rate,  32 
dagli  esercizi  di  gaz,  acqua,  luce  elettrica,  -13  dalle  tramvie,  28  dai  con- 
tributi governativi,  11  da  prestiti,  27  da  entrate  varie.  Ciò  senza  tener  conto 
delle  sovvenzioni  {grants)  che  derivavano  dal  Tesoro  e  che  ammontavano 
a  25  milioni  di  sterline. 


796  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  V, 

a  bastanza  alte  per  i  corpi  locali  nella  Gran  Brettagna  :  ogni 
giorno  più  si  sviluppano  poi  anche  in  essa  i  redditi  derivati  da 
concessioni  di  monopoli  industriali,  acqua,  gaz,  ecc.  ;  le  sovven- 
zioni dello  Stato  ai  corpi  locali  sono  anche  assai  rilevanti.  L'or- 
dinamento della  finanza  locale  inglese  si  basa  dunque  su  impo- 
ste e  tasse  speciali,  prevalentemente  dirette  e  reali  e  in  gran 
parte  destinate  a  speciali  servizi,  su  molte  imposte  indirette  sui 
prodotti  demaniali  e  sui  servizi  pubblici  e  in  larga  misura  su 
sovvenzioni  dello  Stato  o  grants.  Questi  sussidi  sono  in  gene- 
rale destinati  alle  autorità  locali  per  determinate  spese,  da  ese- 
guirsi sotto  il  controllo  e  con  la  revivsione  dello  Stato.  Da  al- 
cuni anni  a  questa  parte,  ma  sopra  tutto  dopo  il  1858,  lo  Stato 
ha  preso  su  di  sé  molte  spese  che  prima  erano  dei  comuni  (come 
per  esempio  quelle  per  le  carceri)  e  ha  sviluppato  il  sistema 
dei  grants,  o  sussidi  condizionali,  che  ha  trasformato  poi  nel 
1888,  cedendo  agli  enti  locali  non  poche  entrate  di  Stato,  de- 
rivanti sopra  tutto  da  imposte  indirette  e  anche  da  una  parte- 
cipazione alla  imposta  di  successione.  È  un  ordinamento  spe- 
ciale dunque,  dove  le  imposte  dello  Stato  e  quelle  degli  enti 
locali  rimangono  divise  :  mentre  nella  più  gran  parte  dei  paesi 
del  continente  le  imposte  locali  sono  prevalentemente  o  al 
meno  in  parte  addizionali  di  quelle  di  Stato. 

La  finanza  locale  francese  si  basa  su  criteri  interamente  di- 
versi. I  dipartimenti  francesi  non  hanno  che  imposte  dirette,  cioè 
i  centesimi  addizionali  sulle  grandi  imposte  dirette  dello  Stato. 
Vi  sono  centesimi  ordinari  e  straordinari,  che  si  suddividono  in 
centesimi  generali,  senza  designazione  speciale  e  centesimi  spe- 
ciali cioè  con  particolare  designazione  (per  esempio  :  il  catasto, 
le  strade  vicinali,  ecc.).  Questi  centesimi  sono  stabiliti  dal  Consi- 
glio generale  del  dipartimento  nei  limiti  fissati  annualiiiente 
dalla  legge  di  finanza.  Le  entrate  dei  comuni  in  Francia  sono 
rappresentate  dai  centesimi  addizionali  sulle  imposte  dirette 
dello  Stato,  che  presentato  gli  stessi  caratteri  delle  imposte  dei 
dipartimenti  :  da  alcuni  prelevamenti  su  speciali  imposte  di 
Stato  (patenti,  cavalli  e  vetture,  velocipedi)  :  da  alcu»^  imposte 
e  tasse  speciali  e  dalle  imposte  sul  consumo  locale  "^pctrois). 
In  Francia  i  dazi  di  consumo  sono  molto  molesti  agli  scambi 
e  la  loro  produttività  è  relativamente  scarsa.  Le  spese  di  riscos- 


CAP.    II.J  LA    FINANZA    LOCALE  797 

sione  anche  nelle  città  maggiori  superano  in  media  il  6  per 
cento,  in  alcune  sorpassano  il  io,  in  qualcuna  perfino  il  20. 
Si  può  osservare  che  la  finanza  locale  francese  è  troppo  stret- 
tamente legata  a  quella  dello  Stato  e  che  ancora  adesso  attende 
un  diverso  e  più  moderno  indirizzo. 

Le  finanze  locali  della  Prussia,  riordinate  in  base  alla  legge 
del  14  luglio  1893,  offrono  un  esempio  importantissimo  delle 
nuove  tendenze  che  prima  della  guerra  si  erano  manifestate  in 
questo  campo.  La  legge  prussiana  del  1893,  partendo  dal  prin- 
cipio che  le  imposte  reali  sono  più  adatte  ai  comuni,  le  imposte 
personali  allo  Stato,  cercò  di  fare  in  guisa  che  ogni  abitante 
partecipasse  alle  spese  comunali  e  pagasse  le  imposte  in  pro- 
porzione soltanto  del  vantaggio  ricavato  da  queste  spese.  II 
comune  deve  prima  di  tutto  valersi  delle  risorse  demaniali,  dei 
contributi  relativi  a  pubbliche  imprese,  delle  tasse  :  solo  in 
caso  che  questi  cespiti  siano  insufficienti  può  stabilire  imposte, 
dando  prima  la  preferenza  alle  imposte  indirette.  Dovendo 
ricorrere  a  imposte  locali  dirette,  la  legge  favorisce  la  forma- 
zione di  imposte  reali  speciali,  la  legge  non  permette  ai  comuni 
alcuna  imposta  sul  reddito,  se  non  in  alcuni  casi  sotto  forma  di 
centesimi  addizionali  all'imposta  di  Stato.  Le  imposte  dirette 
reali  (Realsteuern)  sono  tre  :  quella  sulla  proprietà  fondiaria 
rurale  e  urbana,  quella  sulle  patenti  industriali,  quella  infine 
sui  grandi  magazzini  creata  con  legge  18  luglio  1900.  Dalle 
imposte  indirette  sono  esenti  la  ca,me,  i  cereali,  le  paste,  le 
patate  e  i  combustibili,  cioè  gli  oggetti  di  prima  necessità. 
In  fondo  la  finanza  locale  prussiana  si  basa  largamente  sulle 
entrate  demaniali,  sulle  tasse,  sulle  imposte  dirette  reali  ;  su 
imposte  indirette,  che  escludono  i  consumi  di  prima  necessità. 
I  comuni  prussiani  sono  rigidamente  controllati  dallo  Stato, 
mediante  il  Ministero  dell'interno  nella  loro  gestione  finanziaria. 

La  finanza  locale  dell'Italia  *  si  basa  su  un  complicato  si- 
stema di  imposte  dirette  e  indirette.  Le  province  alimentano  i 
loro  bilanci  quasi  esclusivamente  con  centesimi  addizionali  alle 
due  imposte  fondiarie  sui  terreni  e  sui  fabbricati. 

*  Cfr.  Derbanne:  op.  cit.,  pag.  56  e  seg.  ;  W  a  g  n  e  r  in  F.  A.  de 
1 891-2  ;   Seligman:  Essay  ;  Anntiaire  de  Ugislation  étrangère,   Paris , 
1894;  ecc. 


798  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO  V. 

Il  sistema  finanziario  dei  comuni  poggia  : 

1  sulla  sovraimposta  alle  contribuzioni  dirette  sui  terreni 
e  sui  fabbricati  ; 

2  su  minori  imposte  dirette,  come  l'imposta  di  famiglia  o 
fuocatico  ; 

3  su  un  gran  numero  di  imposte  indirette.  Principale  fra 
tutte  è  il  dazio  di  consumo,  autonomo  o  addizionale.  Seguono 
l'imposta  sul  valor  locativo  delle  abitazioni,  le  imposte  sulle 
bestie  da  tiro,  da  soma  e  da  sella,  l'imposta  di  esercizio  e  ri- 
vendita, l'imposta  sul  bestiame  agricolo,  sui  domestici,  sui  cani, 
sulle  vetture  private,  ecc.  Con  legge  ii  decembre  1910  è  stata 
consentita  ai  Comuni,  che  siano  stazioni  climatiche  o  balnearie, 
l'imposizione  di  una  tassa  di  soggiorno,  la  quale  non  può  su- 
perare le  lire  io  per  ogni  persona  che  si  rechi  nel  Comune  a 
scopo  di  cura  e  vi  dimori  oltre  quattro  giorni.  Tasse  simili 
di  soggiorno  ebbero  origine  e  sviluppo  negli  Stati  dell'Europa 
centrale  {Kurtaxe).  Furono  poi  consentite  in  Francia  (legge  13 
aprile  19 io)  e  in  Italia. 

Manca  per  tutte  queste  contribuzioni  un  opportuno  coordi- 
namento :  il  sistema  tributario  locale  è  stato  formato  da  suc- 
cessive sovrapposizioni  ed  ha  risentito  l'azione  continua  dei 
bisogni  nuovi  della  finanza  dello  Stato  * . 

233.  L'imposta  è  prerogativa  sovrana  dello  Stato,  gli  enti 
di  diritto  amministrativo  è  solo  dallo  Stato  che  ricevono  il  di- 
ritto alla  imposta.  Or  lo  Stato  può  in  alcuni  casi  aiutare  lo  svol- 
gersi di  particolari  associazioni  o  consorzi  professionali  o  con- 
fessionali, accordando  loro  come  fondamento  il  diritto  a  pre- 
levare contributi  da  coloro  che  ne  fanno  parte.  Possono  essere 
costituiti  e  funzionare  in  tal  guisa  camere  di  commercio,  con- 
sorzi agrari,  consorzi  industriali,  ecc.  Qualche  volta  lo  Stato 
può  anche  obbligare  gli  ascritti  a  una  religione  che  non  è  quella 

*  Cfr.  fra  le  numerose  pubblicazioni  sulla  finanza  locale  in  Italia  :  L  a  - 
cava;  La  finanza  locale  in  Italia,  Torino  1875;  Alessio  nella  R  S. 
del  1896  e  nel  G.  d.  E.  del  iSgq  ;  M  agli  ani  :  La  questione  finanziaria 
dei  comuni  nella  Nuoim  Antologia  del  1878,  sett.  e  ott.  ;  Conigliani  : 
La  rijorma  delle  lessai  sui  tributi  locali,  Modena,  1898  ;  Caronna:  /  tri- 
buti comunali  in  Italia,  Palermo  1900;  De  Francisci-Gerbino  : 
Studii  sui  presiiti  comutuili,  Palermo  1909. 


CAP.    II  .J  LA    FINANZA    LOCALE   IN    ITALIA  799 

della  maggioranza,  né  quindi  quella  dello  Stato,  a  versare 
contribuzioni  speciali  alla  propria  chiesa  per  assicurarne  l'esi- 
stenza. In  ogni  modo  dunque,  poiché  la  imposta  é  prerogativa 
sovrana  dello  Stato,  esso  solo  può  imporre  contribuzioni  coat- 
tive a  vantaggio  di  speciali  associazioni  o  consorzi,  di  carattere 
economico  o  sociale. 


NOTA 


In  Italia  due  sono  gli  organi  essenziali  della  vita  amministrativa  :  la 
provincia  e  il  comune. 

Le  amministrazioni  provinciali  devono  adempiere  a  due  ordini  di  spese  : 
l'imo  riguardante  il  loro  funzionamento  (costituzione  e  conservazione  del 
patrimonio,  personale   amministrativo,  ecc.),  l'altro  una  serie  di  servizi 
pubblici  in  cui  prevale  l'interesse  locale.   Bisogna  aggiungere  che  fra  le 
spese  obbligatorie  delle  provincie  ve  ne  sono  alcune,  le  quali  non  rispondono 
in  alcima  guisa  a  una  ripartizione  razionale  :  molte  volte  lo  Stato  non  ha 
fatto  che  riversare  sulle  province  e  i  comuni  spese  che  avevano  carattere 
generale,  senza  badare  affatto  alla  loro  natura.  Le  spese  obbligatorie  più 
importanti  sono  quelle  che  riguardano,  oltre  il    fvmzionamento  dell'ammi- 
nistrazione provinfciale  :  le  opere  pubbliche  designate  dalla    legge  ;  il  man- 
tenimento dei  manicomi  e  degli  esposti  {beneficenza)  ;  l'accasermamento 
di  carabinieri  e  il  locale  e  il  mobilio  per  le  autorità  di  pubbUca  sicurezza 
{sicurezza  pubblica)  ;  il  concorso  al  servizio  forestale,  ippico  o  antifilosse- 
rico  {agricoltura)  ;  il  concorso  ad  alcune  spese  per  la  istruzione  pubblica  ; 
la  conservazione  del  vaccino  ;  le  ispezioni  sanitarie  nel  caso  di  epidemie, 
epizoozie  ecc.  {sanità  e  i-2,iene)  ;  e  infine  una  serie  di  servizi  senza  speciale 
•carattere  :  come  concorsi  per  giunte  tecniche  per  la  imposta  fondiaria, 
concorso  per  il  tiro  a  segno  nazionale,  fornitura  di  alloggio  e  mobili  ai  pre- 
fetti   e   sottoprefetti. 

Le  province  le  quali  non  eccedano  nella  sovraimpostazione  più  di  cLi- 
quanta  centesimi  per  ogni  hra  di  imposta  provinciale  erariale  sui  terreni 
e  sui  fabbricati  possono  assumere  altre  spese,  che  non  è  necessario  indicare, 
poiché,  avendo  carattere  facoltativo,  sono  diversissime. 

Le  spese  effettive  delle  69  province  del  Regno  d'ItaUa,  secondo  i  bilanci 
di  previsione  per  l'anno  1909  raccolti  dalla  Direzione  Generale  della  Sta- 
tistica e  pubblicati  nella  Gazzetta  Ufficiale  del  25  giugno  1910  ammonta- 
vano a  lire  130.106.456;  la  parte  obbHgatoria  di  taU  spese  assorbiva  lire 
121. III. 362  e  le  facoltative  lire  8.995.094  e  cioè  su  100  lire  di  spese  in  to- 
tale le  spese  facoltative  rappresentavano  lire  6.9. 
Le  spese  erano  così  ripartite  : 


800  SCIENZA  DELLE  FINANZE 


[libro  V. 


Cifre  effettive         Cifre  proporzionali  a 
100   di  spesa   totale 


Oneri  patrimoniali lire  11.480.890 

Spese   generali »  12.465.771 

iRÌene ••>  774.ov2  0.6 

Sicurezza    pubblica »  5. 315. 170  4.1 

Opere    pubbliche »  55-875.284  43.0 

Istruzione  pubblica »  7.638.015  5.9 

Agricoltura  industria  e  commercio  »  1.900.847  1.4 

(   esposti ,  6.223.215  4.8 

Beneficenza    <   maniaci   ....   »  26.115.786 


9.5 


20.1 


altre  spese   ...»      2.317.386  1.8 


lire  130.106.456 


Dalle  cifre  sopra  riportate  si  rileva  che  circa  il  70  per  cento  delle  spese 
effettive  stanziate  nei  bilanci  delle  Provincie  è  destinato  ad  opere  pubbHche 
ed  alla  beneficenza,  particolarmente  a  vantaggio  degli  alienati  poveri  ; 
questi  due  scopi  infatti  assorbono  91  mihoni  circa  sopra  un  totale  di  130 
milioni 

È  notevole  il  fatto  che  per  le  Provincie  come  per  i  comuni  le  spese  fa- 
coltative non  rappresentano  che  una  minima  parte  •  quasi  tutte  le  entrate 
sono  assorbite  dagli  oneri  che  la  legge  impone  e  che  solo  in  parte  hanno 
interesse  locale.  Per  molti  anni,  per  presentare  il  bilancio  d'alio  Stato  in 
pareggio,  si  è  usato  riversare  sulle  Provincie,  e  sui  comuni  moltissime  spese, 
le  quali  è  addirittura  assurdo  che  gravino  gli  enti  locali. 

Le  entrate  effettive  delle  69  province  del  Regno  erano  previste  per 
l'anno  1909  in  L.  121.661.877,  delle  quali  113. 396. 231  erano  costituite  da 
entrate  ordinarie  e  8.265.646  da  entrate  straordinarie  (cioè  concorsi  per 
opere  pubbliche,  per  la  pubblica  istruzione,  altri  concorsi,  rimborsi,  alie- 
nazioni d'immobili  fuori  d'uso,  ecc.). 

La  maggior  parte  della  entrata  della  provincia  è  data  dalla  sovraimposta 
provinciale  sui  terreni  e  sui  fabbrirati  che  si  prevedeva  dovesse  dare  nel 
1909  lire  107.182.479  e  cioè  il  94.5  per  cento  delle  entrate  ordinarie  pre- 
\'iste.  Le  altre  entrate  hanno  tutte  una  piccola  importanza,  intatti  le  ren- 
dite patrimoniali,  rappresentano  il  2.6  per  cento  delle  entrate  previste,  i 
proventi  diversi,  il  2.7  %,  le  tasòe  e  diritti  il  0.2  % 

È  utile  confrontare  le  principali  risultanze  della  statistica  dei  bilanci 
provinciali  per  l'anno  1909  con  quelle  della  statistica  del  1899  Le  entrate 
e  le  spese  delle  province  che  nel  1909  si  bilanciavano  come  si  è  detco,  in 
L.  183.772.634,  nel  1899  si  bilanciavano  in  L.  131.676.329.  Facendo  i  con- 
fronti «eparatamente  per  i  titoli  principali  delle  entrate  e  delle  spese,  si 
nota  che  le  entrate  effettive,  le  quali  nel  1899  ascendevano  a  lire  94.857.667 
salirono  nel  1909  a  lire  121. 661. 877,  con  un  aumento  di  oltre  27  milioni, 
pari   al  28  %   circa. 


CAP.  II.]  LA  FINANZA  LOCALE  IN  ITALIA  8oi 

L'aumento  maggiore,  in  cifre  assolute,  è  dato  dalla  sovraimposta  sui 
terreni  e  fabbricati,  la  quale  da  86.810.289  lire  nel  1899  è  salita  a  L.  107.182  - 
479   nel    1909. 

Passando  alle  spese  "^i  trova  che  quelle  effettive,  le  quali  furono  di  lire 
97  143  495  ^^^  1899  salirono  nel  1909  a  lire  130.106.456  con  un  aumento 
di  ben  33  milioni,  pari  al  34  %  ;  aumento  superiore  a  quello  verificatosi 
nell'entrate  effettive,  sia  in  cifre  assolute,  sia  in  cifre  proporzionali. 

Esaminando  le  spese  secondo  i  titoli,  l'aumento  più  torte  avvenne  nelle 
spese  obbligatorie  ordinarie  e  straordinarie,  essendo  cresciute  le  prime  da 
lire  68.382.556  nel  1899  a  lire  92.744.460  nel  1909,  e  le  altre  da  lire  19. 281. 172 
a  28. 366.902  ;  mentre  nelle  spese  facoltative  si  è  verificata  una  diminuzione 
di  circa  mezzo  milione,  da  lire  9.479-767  nel  1899  a  lire  8.995.09.Ì  nel  1909. 

Considerando  invece  le  spese  secondo  i  principali  titoli  di  esse,  troviamo 
che  l'aumento  di  33  mihoni  verificatosi  nel  decennio  per  il  complesso  delle 
spese  effettive  è  per  la  massima  parte,  ossia  per  ben  26  milioni,  assorbito 
dai  due  titoli  :  spese  per  opere  pubbliche,  che  da  lire  41  398.852  nel  1899 
salirono  a  55.875.284  lire  nel  1909  e  spese  per  il  mantenimento  dei  maniaci 
che  da  lire  14.420.585  nel  1899  salirono  a  lire  26.115.786  nel  1909.  Anche 
gli  altri  titoli  di  spese  presentano  un  aumento,  ma  in  misura  più  modesta. 
Infatti  gli  oneri  patrimoniali  da  9755. 529  lire  nel  1899  salirono  a  11.480.890 
nel  1909  ;  le  spese  generali  da  10.244.336  a  12.465.771  ;  le  spese  per  l'igiene 
da  276.603  a  774.092  ;  quelle  per  la  sicurezza  pubbhca  da  5.207.624  a 
5,315.170;  per  l'istruzione  pubblica  da  5,807.127  a  7.638.015  e  finalmente 
le  spese  per  l'agricoltura,  l'industria  ed  il  commercio  salirono  da  lire  1.457.627 
a  lire  1.900.847. 

L'ultimo  anno  di  cui  abbiamo  notizia  per  i  bilanci  provinciali  di  previ- 
sione è  il  1915.  Ammontavano  nel  complesso  a  259  milioni.  Le  entrate 
ordinarie  erano  costituite  da  3.7  milioni  di  rendite  patrimoniali,  solo  10.2 
milioni  di  proventi  diversi,  da  143.1  milioni  da  sovraimposte  tasse  e  di- 
ritti (di  cui  141,2  milioni  da  sole  sovraimposte),  11  milioni  da  entrate  stra- 
ordinarie ;  50.4  mihoni  da  movimento  di  capitali,  cioè  sopratutto  da  debiti. 

Ma  in  questi  anni  l'aumento  delle  spese  provinciali  è  stato  grandissimo, 
se  bene  in  proporzione  assai  minore  dei  comimi  e  quindi  il  deficit  dei  bi- 
lanci provinciah  è  assai  rilevante. 

Nel  191 5  le  spese  erano  costituite  sopra  tutto  da  opere  pubbliche  per 
46.3  milioni  di  spese  obbhgatorie  ordinarie  e  49  nùlioni  di  spese  obbliga- 
torie straordinarie;  da  beneficenza  e  principalmente  manicomi,  per  50.1 
milioni  di  spese  ordinarie  e  2.4  di  spese  straordinarie. 


Hanno  assai  maggiore  importanza  ed  estensione  le  spese  dei  comuni,  le 
quali  rappresentano  più  fedelmente  lo  sviluppo  della  vita  locale.  Come  per 
le  Provincie  cosi  per  i  comuni,  la  legge  italiana  indica  quali  siano  le  spese 
obbhgatorie.  Oltre  quelle  che  riguardano  il  funzionamento  dell'anunini. 
ttrazione  comunale  e  la  gestione  del  patrimonio,  sono  per  i  comuni  obbli. 
gatorie  le  spese  che  riguardano  la  manutenzione  delle  strade,  delle  piazze 


V. 


8o2  SCIENZA   DELLE    FINANZE  [LIBRO  V. 

delle  opere  idrauliche  per  la  difesa  dell'abitato  {opere  pubbliche)  ;  dei  ci- 
miteri, delle  guardie  campestri  e  iirbane,  della  illumiaazione  delle  vie  e 
delle  piazze,  del  sen'izio  sanitario  per  i  poveri  (polizia  locale  e  igiene).  Inol- 
tre la  legge  15  luglio  1877  poneva  sui  comuni  tutto  U  peso  dell'insegnamento 
elementare,  che  ò  obbligatorio  e  gratuito  {isUuzione  pubblica). 

La  legge  8  giugno  luii  sulla  istruzione  primaria  modifica  in  parte  la 
dispo'.izione  della  legge  del  1877  e  pur  creando  nuovi  aggravi  anticipa  ai 
comuni  la  spesa  necessaria  all'obbligo  della  istruzione.  Oltre  queste  spese 
obbligatorie  principali,  ve  ne  sono  altre  minori  :  come  U.  concorso  al  man- 
tenimento degli  esposti  e  degh  inabih  al  lavoro  e  ad  alcimi  servizi  di  culto. 
Infine  la  legge  mette  fra  le  spese  obbligatorie  dei  cornimi  alcune  che  in 
ninna  guisa  possono  considerarsi  come  d'interesse  locale.  Così,  per  esempio, 
la  tenuta  dei  registri  dello  stato  civUe,  le  spese  per  le  elezioni,  la  custodia 
dei  detenuti  nelle  carceri  mandamentali,  il  aiantenimento  degli  uffici  di 
concihazione  e  perfino  quote  di  concorso  per  altii  uffici  giudiziari.  Solo 
quando  i  comuni  abbiano  adempiuto  a  queste  spese  di  carattere  obbliga- 
torio, possono  fare  spese  di  altra  natura,  dette  quindi  facoltative.  Ma  le 
spese  obbligatorie  sono  tante  e  di  così  diversa  indole,  che  la'^ciano  poco 
margine. 

Difetto  fondamentale  dell'ordinamento  italiano  è  la  uniformiià  di  tutte 
le  disposizioni  riguardanti  la  vita  locale  :  comuni  di  100  abitanti  (e  ve  ne 
sono  II  che  hanno  meno  di  100  e  oltre  50  che  hanno  fra  100  e  200)  hanno 
gli  stessi  ordinamenti,  sono  retti  dalle  stesse  norme  che  i  comum'  di  oltre 
mezzo  milione  di  abitanti.  Unità  non  vuol  dire  uniformità  :  e  la  pesantezza 
dell'ordinamento  amministrativo  italiano  è  sopra  tutto  nella  sua  deso- 
lante uniformità.  Anche  quando  in  ima  provincia  si  mamfestano  incon- 
venienti e  fatti  di  natura  speciale,  ninno  osa  proporre  leggi  e  ordinamenti 
speciali.  Il  pregiudizio  ùeW uniformità  (che  nulla  ha  che  fare  con  il  senti- 
mento della  unità)  è  \m  vero  letto  di  Procuste. 

Le  spese  effettive  dei  comimi  nel  1899  erano  di  467,7  milioni,  di  cui  meno 
di  55  facoltative.  Ciò  dimostra  ancora  ima  volta  come  le  gravi  spese  degU 
enti  locali,  di  cui  la  proporzione  di  accrescimento  è  stata  rapidissima,  sono 
state  non  già  determinate  da  spirito  di  dissipazione  dei  comuni,  ma  im- 
poste dalle  leggi.  Di  tutti  i  467-7  milioni  di  spese  fatte  nel  1899  fra  obbli- 
gatorie e  facoltative,  81  milioni  rappresentavano  oneri  patrimoniali,  di 
cui  51  interessi  di  debiti  ;  98.2  mihoni  spese  generali  costituite  in  gran  parte 
da  paghe  degli  impiegati  e  salariati  e  aggi  ai  tesorieri,  pensioni,  spese  per  il 
personale  per  la  riscossione  del  dazio  di  consumo,  ecc.  ;  92.6  milioni  rap- 
presentavano spese  per  polizia  locale  e  igiene  ;  10.7  mihoni  spese  per  si- 
curezza pubblica  e  per  giustizia  ;  76.1  spese  per  opere  pubbliche  ;  80  spese  per 
istruzione  pubblica  ;  3.2  spese  per  culti  e  34.6  milioni  spese  per  beneficenza. 
Nel  191 2  poco  prima  della  guerra  le  spese  dei  comuni  erano  saHte  a  1.339 
mihoni  :  89.1  milioni  di  oneri  patrimoniali  per  interessi  dei  debiti  ;  567  di 
spese  obbhgatorie  ordinarie  (di  cui  125.7  di  spese  generah,  sopra  tutto  per 
impiegati,  125.3  di  polizia  locale  e  igiene,  3.8  di  sicurezza  pubbhca  e  giu- 
stizia, 57.8  di  opere  pubbliche,  135.7  di  istruzione  pubblica,  2.3  di  culti, 
27  di  beneficenza)  ;  300  di  spese  obbligatorie  straordinarie  (di  cui  93.6 


GAP.   II.]  LA    FINANZA    LOCALE    IN    ITALIA  803 

di  pulizia  e  igiene,  loi  di  spese  pubbliche,  58  di  istruzione  pubblica),  92 
di  spese  facoltative  quasi  tutte  per  gli  stessi  scopi. 

Le  entrate  effettive  non  erano  che  766  milioni  ;  ciò  che  dimostra  come 
da  molti  anni  i  comuni  italiani  vivano  in  gran  parte  sul  debito  e  come  vi 
siano  disavanzi  cronici  e  pericolosi.  Delle  entrate  ordinarie  200  milioni 
derivavano  dal  dazio  consumo,  117  dalla  sovraimposta  comimale  sui  ter- 
reni, 77.3  dalla  sovraimposta  sui  fabbricati,  ecc. 

Ma  che  cosa  è  accaduto  dopo  il  1915  ? 

Per  effetto  dell'aumento  dei  prezzi  e  spesso  anche  per  abuso  come  nei 
maggiori  comuni  gli  stipendi  sono  stati  duplicati,  tripUcati,  quadruplicati, 
in  molti  cornimi  assorbono  la  quasi  totalità  delle  entrate  ordinarie  effettive. 
Fenomeni  veramente  morbosi  di  uà  periodo  che  deve  considerarsi  come 
transitorio. 

Per  provvedere  a  entrate  così  rilevanti  i  comuni  possono  contare  in  mi- 
nima parte  su  rendite  patrimoniali:  esse  rappresentano  74.4  milioni  nel 
1912  e  sono  ben  lungi  dal  costituire  l'entrata  principale.  Sono  sempre  le 
imposte  che  costituiscono  la  base  di  tutte  le  entrate,  le  stesse  tasse  liiuni- 
cipali  avendo  importanza  assai  minore. 

Non  essendo  possibile  fare  un  esame  dettagliato,  sarà  dato  un  cenno  di 
ciascuna  imposta  e  tassa. 

I.  Principalissima  fra  tutte  le  imposte  comunali  è  il  dazio  di  consumo , 
che  ha  reso  da  solo  nel  191 2  oltre  di  200  milioni.  Sono  soggetti  a  dazio  esclu- 
sivamente comunale  le  tarine,  il  pane  e  le  paste  nel  limite  del  io  per  100, 
estensibile  con  decreto  reale  fino  al  15  per  100.  I  comuni  sono  anche  in 
diritto  di  imporre  fino  al  20  per  100,  la  introduzione  dei  seguenti  generi  : 
birra  ed  acque  gazose,  pollame,  uova,  cacciagione  e  selvaggina,  latticini, 
pesci,  erbaggi,  frutta,  foraggi,  dolci,  generi  coloniali,  conserve,  combusti- 
bili, materie  grasse,  profumerie,  carte,  cristaUi,  metalli,  legnami  d'opera, 
mobili,  utensili  di  legno,  materiali  da  costruzione,  neve,  ghiaccio.  Possono 
essere  soggetti  anche  a  dazio  altri  prodotti,  sentito  il  parere  della  Camera 
di  commercio  e  del  Consiglio  di  Stato  ed  in  seguito  a  decreto  reale.  Data 
però  la  scarsezza  del  consumo  e  la  povertà  di  molte  province,  si  può  dire 
che  il  grosso  cespite  di  entrata  sia  stato  costituito  finora  dai  generi  fari- 
nacei. Su  i  generi  colpiti  da  dazio  governativo  vi  possono  essere  sovraim- 
poste  comunali,  che  però  non  devono  sorpassare  50  per  100  del  dazio  go- 
vernativo, il  quale  deriva  dalla  differenza  fra  il  dazio  riscosso  al  netto  delle 
spese  e  il  canone  annuo  di  abbonamento  doviito  allo  Stato.  Come  abbiamo 
già  detto  altrove  la  legge  del  23  gennaio  1902  ha  aboUto  entro  il  1904  il 
dazio  sui  farinacei.  Lo  Stato  contribuisce  all'abolizione  con  speciali  quote 
di  concorso  in  ragione  di  otto  decimi  del  provento  del  dazio  abolito  per  i 
comuni  chiusi  e  di  sette  decimi  per  i  comuni  aperti.  A  favore  dei  cornimi 
in  cui  viene  a  cessare  il  dazio  sui  farinacei  sono  state  concesse  altre  tasse 
e  il  diritto  di  metter  dazi  siiUe  carni,  sui  foraggi,  sui  materiali  di  costruzion 
di  edifici  nuovi,  sul  consumo  del  gaz  luce  e  della  energia  elettrica  per  illu 
minazione  :  e  anche  ove  i  mezzi  indicati  fossero  inefficaci,  di  elevare  la  so- 
vraimposta,  ecc. 


8o4  SCIENZA    DELLE  FINANZE  [LIBRO   V. 

Dopo  il  decreto  legge  28  aprile  191 8  che  ha  sospeso  i  canoni  di  abbona- 
mento governativo  il  dazio  consumo  in  alcune  città  è  riesci to  a  rappresen- 
tare nei  bilanci  comunali  di  alcune  grandi  città  l'entrata  fondamentale, 
anzi  la  entrata  su  cui  si  regge  prevalentemente  la  finanza  comunale. 

2.  segue  m  ordine  di  importanza  la  sovraimposta  sui  terreni  e  i  fabbri- 
cati che  giusta  la  legge,  non  deve  eccedere  i  50  centesimi  delia  imposta  pa- 
gata allo  Stato,  né  la  sovraimposta  stabilita  nei  bilanci  del  1894.  Per  ec- 
cedere il  limite  del  50  per  100  i  comuni  dcyono  prima  aver  esaurito  altre 
risorse,  cioè  aver  stanziato  in  bilancio  il  dazio  di  consumo,  le  tasse  di  eser- 
cizio sulle  vetture  e  i  domestici,  di  licenza,  e  almeno  una  delle  tasse  di  fa- 
miglia, valor  locativo  e  bestiame  agricolo.  Il  limite  del  50  per  100  nei  cen- 
tesimi addizionali  è  generalmente  sorpassato  ;  poiché,  invece  di  rimanere 
al  di  sotto  di  100  milioni,  i  centesimi  addizionali  rendevano  nel  1912  la 
somma  di  L.  194.3,  di  cui  n7  per  imposta  sui  terreni  e  77.3  la  imposta  sui 
fabbricati.  Con  i  decreti  legge  6  gennaio  191 8  e  13  febbraio  191 9  il  Go- 
verno permise  fino  all'anno  seguente  alla  pace  la  disegnata  sovxaimposi- 
zione  dei  terreni  e  dei  fabbricati  senza  alcun  limite.  Il  decreto  legge  4  mag- 
gio 1920  ammise  anche  che  i  redditi  per  industriali  e  professionali  delle 
categorie  B.  e  C,  esclusi  i  redditi  tassati  per  rivalsa,  possano  esbere  colpiti 
per  non  oltre  dieci  centesimi  per  ogni  lira  di  imposta  erariale. 

Vi  é  poi  un  svariatissimo  sistema  di  tasse  e  di  imposte  :  sopra  tutto  im- 
poste sul  consumo,  di  natura  assai  diversa.  Vanno  ricordate,  oltre  le  due 
imposte  fondamentali  di  cui  si  é  detto  ; 

3.  la  imposta  di  esercizio  e  di  rivendita  sui  generi  non  soggetti  a  mono- 
polio governativo,  la  quale  può  essere  applicata  a  tutti  gli  esercenti  una  pro- 
fessione, un  commercio  o  un'industria,  non  dipendente  dalle  amministra- 
zioni pubbliche.  Per  l'apphcazione  di  questa  imposta  i  comuni  sono  divisi 
in  sei  classi,  secondo  il  numero  degli  abitanti  ed  è  fissato  per  ogni  classe 
il  massimo  imponibile.  Rendeva  nel  191 2  circa  14.6  mihoni.  Risale  alla 
legge  II  agosto  1870.  Colpisce  l'esercizio  di  un'arte,  di  un  commercio  o  di 
un'industria  qualsiasi  e  la  rivendita  di  qualunque  merce.  È  una  specie  di 
imposta  sulle  patenti.  L'ammontare  della  imposta  è  commisurato  al  red- 
dito ricavato  dall'esercizio  oppure  al  dazio  di  consumo  pagato  per  la  ri- 
vendita delle  merci  oppure  infine  al  reddito  per  imposta  di  ricchezza  mo- 
bile attribuito  all'esercizio  della  rivendita  obbhgatoria  pei  comuni  che 
eccedono  il  limite  della  sovraimposta.  Può  riscuotersi  ripartendo  in  ca- 
tegorie i  soggetti  :  le  quali  variano  da  4  a  30,  secondo  la  popolazione  ; 

Modificata  successivamente  con  i  decreti  legge  30  ottobre  191 5  e  7  aprile 
1921  ha  ora  limiti  d'imposizione  nolto  alti  nelle  grandi  città  e  spesso  è  una 
vera  imposta  di  patente  non  bene  organizzata.  Questa  imposta  è  obbli- 
gatoria per  i  comuni  che  eccedono  i  limiti  legali  della  sovraimposta  ; 

4.  la  imposta  sul  valore  locativo  delle  abitazioni,  è  pagata  da  qualsiasi 
persona  che  abbia  a  sua  disposizione  un  appartamento  con  mobili  propri 
o  di  altri.  Questa  imposta  prende  la  spesa  per  l'abitazione  (reale  o  presunta/ 
come  indice  di  agiatezza.  È  applicata  in  forma  proporzionale  con  l'ahquoti 
massima  del  2  per  100  o  con  il  sistema  graduale  nei  limiti  dal  4  al  io  per 


CAP.    II.  LA  FINANZA  LOCALE   IN   ITALIA  805 

cento.  È  applicata  in  pochi  comuni  e  rendeva  nel  1907  circa  3  milioni  e 
mezzo. 

È  imposta  indiretta.  Colpisce  la  rendita  complessiva  di  qualimque  pri- 
vato assumendo  come  criterio  di  rendita  il  valore  locativo  della  abitazione, 
il  quale  si  desume  a  sua  volta  dal  suo  affitto  reale  o  presunto.  É  riscossa  a 
mezzo  di  ruoli  per  dichiarazione  del  contribuente  accertata  da  apposita 
commissione.  Può  essere  applicata  con  saggi  proporzionali  non  più  alti 
del  2  %  o  progressivi  graduati  dal  4  al  io  %  (legge  28  giugno  1866). 

Rendeva  4.3  milioni  nel  1912  ;  ora  è  straordinariamente  aumentata. 
Sono  esenti  gli  opifici  e  gli  stabilimenti  industriali  con  i  magazzini  che  ne 
dipendono,  i  locali  degli  uffici  pubblici,  delle  scuole,  delle  società  di  mutuo 
soccorso   e   degli  istituti   di   beneficenza  ; 

5.  le  imposte  su  alcuni  consumi  ritenuti  di  lusso  o  di  godimento  : 
le  vetture,  pubbliche  e  private,  i  domestici,  i  cani,  e  le  imposte  sul  bestiame, 
ecc.  La  imposta  sulle  vetture  colpisce  o  le  vetture  pubbUche  o  le  vetture  pri- 
vate, e  queste  ultime  secondo  la  importanza  del  comune.  I  comuni  sono 
divisi  in  5  classi  a  seconda  della  popolazione.  Le  vetture  si  dividono  in  ca- 
tegorie, secondo  la  loro  capacità  e  secondo  il  numero  di  ruote  e  di  cavalli. 
L'imposta  è  facoltativa.  La  imposta  sui  domestici  di  poca  importanza  e 
anche  di  poca  simpatia  può  essere  applicata  a  chi  ha  persone  al  suo  ser- 
vizio col  limite  di  IO  hre  per  ogni  uomo  e  di  5  per  ogni  donna  e  può  essere 
raddoppiata  per  i  domestici  che  indossano  divise  speciali  o  livree.  La  im- 
posta sui  cani  esenta  i  cani  destinati  alla  custodia  del  gregge  e  degli  edifizi 
rurah,  i  cani  lattanti,  i  cani  che  servono  di  guida  ai  ciechi  e  queUi  non  ap- 
partenenti a  persone  che  hanno  stabile  dimora  nel  comune.  La  imposta 
sul  bestiame  è  di  due  forme  differenti  :  colpisce  il  bestiame  agricolo  e  be- 
stie da  tiro,  da  sella  e  da  soma.  L'imposta  sul  bestiame  agricolo  è  spesso 
singolarmente  dannosa  e  ingiusta  e  ha  dato  luogo  in  pratica  a  inconve- 
nienti gravi.  Tutta  la  imposta  ha  reso  20,4  milioni  nel  1912  ; 

.  6.  la  imposta  di  famiglia  o  fuocaiico,  colpisce  ciascuna  famiglia  in  prò 
porzione  della  sua  agiatezza.  Ha  un  hmite  massimo  e  minimo  stabiUto  dal 
regolamenti  municipali  ;  è  una  vera  imposta  sui  reddito  con  limiti  molto 
rigidi  :  ha  reso  nel  191 2  oltre  35  mihoni.  Questa  imposta  diretta,  se  fosse 
meglio  organizzata,  potrebbe  avere  molta  importanza  in  un  assetto  mi- 
gUore  della  finanza  locale  ;  se  non  fosse  più  opportuno  cambiare  a  dirittura , 
nel  senso  della  Prussia,  l'orcUnamento  della  finanza  locale.  Ora  dà  luogo 
in  pratica  a  molti  inconvenienti. 

L'imposta  (comunemente  e  impropriamente  detta  tassa)  di  famiglia  o 
fuocatico,  risale  alle  legge  26  lugho  i?68.  «Colpisce  il  reddito  complessivo 
delle  famighe  o  delle  persone  unite  da  vincoli  di  parentela  o  di  affinità  o  di 
agnazione  o  di  cognazioni  viventi  insieme  con  patrimonio  unico  o  comune  », 
È  apphcata  distinguendo  le  famiglie  di  ogni  comune  in  classi  entro  i  limiti 
stabiliti  dai  regolamenti  provinciali  a  seconda  della  loro  agiatezza  presunta  ; 
ad  ogni  data  classe  corrisponde  una  quota  fissa  di  imposta.  Il  reddito  si 
accerta  in  base  ai  ruoli  di  ricchezza  mobile  o  alle  somme  pagate  per  le  im- 
poste sui  terreni  o  sui  fabbricati  e  più  generalmente  in  base  alla  agiatezza 
Nitti.  52 


8o6  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [LIBRO   V. 

presunta  con  esenzione  dei  redditi  minimi.  I  comuni  possono  o  pur  non 
adottarla  :  lo  devono  però  quando  vogliono  eccedere  i  limiti  legali  della  so- 
vraimposta  e  non  hanno  ancora  applicata  la  tassa  (imposta  sui  bestiame)  ; 

7.  le  tasse  scolastiche,  che  rendono  molto  poco.  La  scuola  primaria 
essendo  obbhgatoria  e  gratuita,  queste  tasse  sono  ricavate  dalle  scuole 
secondarie  municipali,  dagli  asili  d'infanzia,  ecc.  ; 

8.  le  tasse  sulle  occupazioni  di  spazi  ed  aree  pubbliche,  che  colpisccmo 
sopra  tutto  coloro  che  occupano  suolo  pubblico,  le  mostre,  le  vetrine,  le 
tende  sporgenti; 

9.  le  tasse  di  licenza,  ^ox  apertura  o  vidimazione  annuale  delle  licenze, 
per  alberghi,  cafiFè,  osterie,  locande,  liquorerie,  sale  da  bigliardi  o  bagni 
pubblici.  Hanno  reso  meno  di  mezzo  milione  nel  1907; 

10.  le  tasse  di  macellazione  ; 

11.  una  serie  di  tasse  minori,  e  di  pìccole  i mposte  che  comprendono  i 
diritti  di  peso  e  misura  ;  ima  tassa  sulle  fotografie,  bizzarramente  ideata  e  che 
non  è  stata  mai  attuata  in  nessun  corhune,  una  tassa  sulle  insegne,  una 
partecipazione  ai  dritti  negli  atti  dello  stato  civile,  di  segreteria,  sugli  atti 
dei  giudizi  di  concihatori,  ecc.  ; 

L'ordinamento  della  finanza  locale  in  Italia  appare  formato  per  succes- 
sive sovrapposizioni,  spesso  contraddittorie,  con  imposte  e  tas.-e  di  natura 
diversissima. 

Ogni  utile  ritorma  finanziaria  deve  cominciare  dalla  finanza  locale. 

Alla  fine  del  1911  i  debiti  dei  comuni  ammonta  vario  a  1.659  milioni, 
i  debiti  delle  province  a  304  miliom  ;  ora  il  debito  locale  ammonta  forse  a 
oltre  3  miHardi. 

Converrà  in  avvenire  quando  l'Italia  avrà  una  situazione  di  credito  sta- 
bile i)  consolidare  il  debito  deile  grandi  città  e  unificare  il  debito  dei  co- 
muni riducendolo  al  tasso  stesso  della  rendita  pubblica  ;  2)  passare  alle 
province  e  ai  comuni  interamente  la  imposta  fondiaria  sui  terreni  e  sui 
fabbricati  ;  3)  dare  allo  Stato  tutto  il  dazio  di  consumo,  trasformandolo  sul 
tipo  delle  accise  inglesi  ;  4)  completare  le  deficienze  eventuali  che  ne  ve- 
nissero alla  finanza  dello  Stato  con  una  moderata  imposta  generale  sul 
reddito  con  carattere  personale  da  sovrapporsi  alle  imposte  dirette  reali 


appe;ndice  I. 


1      SISTEMI     DIMPOSTE. 

Nessun  paese  ha  avuto  mai  un'imposta  unica  :  è  probabile  che  nessuno 
l'avrà  mai.  Come  i  redditi  assumono  forme  assai  diverse,  cosi  anche  i  si- 
stemi tributari  :  qumdi  le  imposte  sono  assai  differenti  ora  da  quelle  del 
passato,    tendono   ancora   a   mutare. 

Spesso,  come  abbiam  già  notato,  si  esagerano  le  virtù  civili  di  alcuni  paesi 
che  esentano  i  consumi  di  prima  necessità  :  ciò  dipende  dalla  loro  ricchezza. 
Colpendo  i  consumi  voluttuari  o  non  necessari  essi  ricavano  in  esuberanza 
ciò  che  occorre  loro  :  perchè  colpirebbero  i  consumi  necessari  ? 

Si  constata  anche  assai  spesso  che  nei  paesi  più  progrediti  le*  imposte 
dirette  reali  hanno  un'importanza  sempre  minore  e  che  viceversa  le  imposte 
dirette  personali  assumono  una  importanza  crescente.  E  bene  ;  anche  ciò 
è  meno  un  merito  di  una  finanza  più  illuminata  che  di  una  condizione  di 
cose  migliore  e  più  vantaggiosa.  L'imposta  reale  è  indispensabile  ai  paesi 
poveri,  come  la  sola  che  permetta  di  colpire  il  reddito  alla  fonte  senza  ec- 
cezioni o  mitigazioni  personali  :  l'imposta  personale,  perduto  il  primitivo 
carattere,  corrisponde  a  condizioni  più  floride  della  economia  e  della  fi- 
nanza pubblica.  Cosi  l'imposta  applicata  col  metodo  di  contingenza  è  so- 
stituita ogni  giorno  dall'imposta  di  quotità,  dove  le  riscossioni  sono  più 
facili  e  più  sicure  e  l'economia  pubblica  in  sviluppo. 

Le  imposte  indirette  sono  la  base  di  tutta  la  finanza  moderna  :  rappre- 
sentano in  alcuni  paesi  la  quasi  totalità  delle  entrate,  in  tutti  sono  pre- 
valenti. Ma,  mentre  i  paesi  poveri  ricavano  le  loro  grandi  entrate  dalle  im- 
poste indirette  sui  consumi  di  prima  necessità  :  grano,  sale,  cotone,  pe- 
trolio, ecc.,  i  paesi  ricchi  non  colpiscono  che  i  consumi  voluttuari,  sopra 
tutto  gli  alimenti  nervini  (tabacco,  thè,  caffè,  cacao,  alcool  ecc.),  e  in  ge- 
nerale consumi  non  necessari  alla  esistenza.  Ciò  non  prova  un  migUore  stato 
d'animo,  ma  una  migliore  situazione.  L' Inghilterra,  esclusivamente  da  un 
piccolo  dazio  di  entrata  sul  thè,  ricava  poco  meno  del  doppio  che  la  Spagna 
non  ricavi  da  una  asprissima  imposta  sul  sale. 

Le  imposte  dirette  a  loro  volta  tendono  nei  paesi  ricchi  a  esentare  i  red* 
diti  minori,  ad  abbandonare  i  sistemi  di  contingenza,  a  dare  una  prevalenza 
sempre  più  grande  all'elemento  personale. 


8o8  SCIENZA  DELLE    FINANZE  [APPENDICE  I, 

Ciò  che  avvertiamo  ci  sarà  reso  più  evidente  dall'esame  sommario  del- 
l'ordinamento finanziario  di  alcimi  paesi. 

Noi  desideriamo  dare  le  linee  dei  sistemi  finanziari  dei  principali  stati. 
Ma  quali  sono  ora  questi  sistemi  negli  stati  continentali  di  Europa  usciti 
dalla  guerra  ?  Molti  si  possono  ritenere  già  falliti  :  vivono  sulla  carta  mo- . 
neta.  Nuove  emissioni  si  succedono  ogni  giorno  :  vi  sono  paesi  che  emettono 
diecine  di  milioni  di  carta  moneta  ogni  giorno,  altri  centinaia  di  milioni. 
È  la  finanza  del  fallimento.  Anche  i  paesi  vincitori  ricercano  le  entrate  dove 
possono,   come  possono,  faticosamente. 

Per  dare  dunque  un'idea  dei  sistemi  finanziari  bisogna  parlare  dei  si- 
stemi finanziari  prima  della  guerra.  Pariare  della  situazione  attuale  è  de- 
scrivere un  periodo  assolutamente  eccezionale.  E  se  pur  troppo  questo  pe- 
riodo durerà  per  molti  anni,  non  è  meno  vero  che  il  suo  carattere  patolo- 
gico non  può  inspirare  altro  concetto  che  quello  della  descrizione  di  una 
fase  patologica  delia  vita  delle  nazioni. 

Nessuno  può  prevedere  quando  l'Europa  entrerà  in  un  periodo  di  sta- 
bilità. Molti  nuovi  stati  che  non  hanno  formazione  nazionale,  come  la  Po- 
lonia, è  anche  difficile  che  sopravvivano  nella  forma  attuale.  Il  disordine 
delle  finanze  politiche  è  poca  cosa  di  fronte  al  disordine  dell'economia  pub- 
bhca  e  più  ancora  al  disordine  che  deriva  dalla  gara  delle  nazioni,  desti- 
nate  inevitabilmente   a   urtarsi. 

Bisogna  distinguere  prima  di  tutto  tra  finanza  dei  paesi  unitari  e  finanza 
dei  paesi  federali.  L'ordinamento  è  assai  diverso  ;  e,  per  necessità,  lo  stato 
federale  €  gli  stati  che  ne  fan  parte  si  dividono  alcune  entrate,  secondo 
forme    differenti. 

In  Germania  si  deve  distinguere  infatti  fra  il  bilancio  dell'Impero  e  quello 
degli  stati  che  lo  compongono.  La  legge  14  maggio  1904  avea  regolata  la 
divisione  fra  le  finanze  dell'Impero  e  quelle  degli  stati,  prevista  già  dall'ar- 
ticolo 70  della  costituzione  dell'Impero.  Secondo  tale  articolo  le  spese  co- 
muni dovevano  essere  coperte  dai  contributi  degli  Stati,  nella  parte  che  non 
è  coperta  dai  prodotti  delle  dogane,  dalle  imposte  di  consumo  e  dalle  altre 
imposte  riserbate  allo  Stato  federale.  I  contributi  matricolali  erano  la  sola 
parte  del  bilancio  che  richiedeva  ogni  anno  il  voto  del  Reichstag.  Nel  1879 
fu  deciso  che  i  prodotti  delle  dogane  solo  fino  a  130  mhoni  di  marchi  sa- 
rebbero andati  alla  confederazione  :  il  resto  ai  singoli  Stati,  in  proporzione 
de'  loro  contributi.  Questo  criterio  fu  apphcato  anche  per  le  altre  imposte. 
Le  fluttuazioni  delle  entrate  doganali,  l'inutilità  di  versare  l'eccedenza  delle 
dogane  agii  Stati  e  poi  di  riprenderla  sotto  forma  di  contributi  hanno  me- 
nato alla  legge  del  1904,  che  destinava  allo  Stato  federale  i  diritti  di  dogana  * . 


*  L'art.  2  della  legge  14  maggio  1904  è  così  concepito  :  «L'art.  70  della 
Costituzione  è  modificato  come  segue  .  «  LXX  ».  Per  coprire  tutte  le  spese 
comuni,  si  farà  prima  di  tutto  uso  delle  entrate  comuni,  provenienti  dalle 
dogane  e  dalle  imposte  comuni,  dei  prodotti  delle  ferrovie,  delle  poste  e 
telegrafi  e  degli  altri  rami  dell'Amministrazione.  Se  le  spese  non  sono  co- 


APPENDICE  I.]  LA   FINANZA    GERMANICA  809 

Una  seconda  riforma  avvenne  nel  1906,  giustificata  dal  disavanzo  cronico 
delle  finanze  imperiali  *,  e  tendente  ad  eliminarlo.  Ma  neanco  nel  igo6  si 
riesci  a  conseguire  il  pareggio  ;  nell'esercizio  1907  908  si  era  ancora  ad  im 
disavanzo  di  quasi  653  milioni  di  lire.  Da  ciò  il  progetto  di  riforme  finan- 
ziarie che  il  Cancelliere  De  Bulow  presentava  al  Reichstag,  nella  seduta  del 
3  novembre  1908.  De  Bulow  diceva  allora  :  «Noi  abbiamo  sempre  pensato 
che  bastasse  costruire  la  casa  bene  e  rapidamente  ;  e  abbiamo,  come  il 
giovane  del  Poema  dello  Schiller,  lasciata  la  questione  finanziaria  al  secondo 
piano  ».  Le  spese  dell'Impero  erano  in  aumento  continuo,  mentre  non  si 
era  mai  affrontato  con  serietà  il  problema  della  entrata.  Tra  il  1872  e  il 
1907  erano  aumentate  tutte  le  spese.  Facendo  uguali  a  100  le  spese  del 
1907  e  paragonando  ad  esse  quelle  dei  1872  si  aveva  che  le  spese  per  l'eser- 
cito erano  passate  da  •jo  a  loo,  quelle  per  la  marina  da  12  a  zoo,  il  servizio 
del  debito  pubblico  da  2  a  100  ;  le  spese  dell'amministrazione  da  7  a  100  ; 
quelle  per  la  politica  sociale  (dal  1891-92  al  1907)  da  24  a  100,  le  pensioni 
da  21  a  100.  Anche  per  l'entrata  vi  era  un  aumento  notevole  (le  dogane 
erano  passate  da  16  a  100,  le  imposte  sul  consumo  da  29  a  100,  le  imposte 
sulle  transazioni  da  4  a  zoo)  ;  ma  non  tale  da  eliminare  lo  sbilancio  e  di 
risolvere  il  problema  finanziario  federale.  Poche  volte  un  disegno  di  riforma 
tributaria  fu  più  coscenziosamente  preparato  di  quello  del  De  Bulow.  11 
Governo  imperiale  lo  avea  fatto  precedere  da  una  pubblicazione  notevohs- 
sima,  in  quattro  volumi  {Denkschriftenhand  zur  Begrundung  eines  Entwurfs 
cines  Gesetzes  hetreffend  Aenderungen  im  Finanzwesen,  Berlin,  1908)  nella 
quale  è  esposta  la  storia  economica  e  finanziaria  dell'Impero  e  dei  singoli 
Stati,  sono  studiate  le  presenti  loro  condizioni  dal  punto  di  vista  della 
organizzazione  economica  e  della  finanza  pubblica,  non  solo  ;  ma  insieme 
è  guardata  la  legislazione  finanziaria  dei  principali  paesi  e  la  pressione  tri- 
butaria  in  ciascimo  di  essi  ;  è  infine  studiato  lo  sviluppo  del  benessere  ia 
Germania  dal  1870  in  poi.  In  base  ai  risultati  di  questo  studio,  vera  miniera 
di  informazioni  per  gli  studiosi  e  gli  uomini  politici,  De  Bulow  potea  dire 
che  il  carico  tributario  non  era  in  Germania  né  grave  né  ingiusto  e  che  «lo 
sviluppo  della  fortuna  pubblica  rendeva  legittime  le  nuove  esigenze  fi- 
scah  del  legislatore».  Infatti  la  fortuna  complessiva  della  Germania  era 
stimata  (Steinmann  Bucher)  nel  1908  in  319  miliardi  di  marchi,  e  il  carico 


perte  da  queste  entrate,  saranno  coperte  per  mezzo  di  contributi  versati 
da  ciascun  Stato  confederato  e  il  cui  ammontare  sarà  fissato  dal  Cancelliere 
dell'Impero,  fino  a  concorrenza  della  cifra  del  bilancio.  Se  questi  contributi 
non  sono  coperti  dalle  ripartizioni,  saranno  restituiti  alla  fine  dell'esercizio 
ai  differenti  stati  federali,  nella  misura  in  cui  le  entrate  ordinarie  dell'Im- 
pero sorpasseranno  i  bisogni  di  questo  ultimo.  Le  eccedenze  degli  anni  pre- 
cedenti dovranno  servire,  quando  non  sia  deciso  altrimenti  dalle  leggi  di 
finanza,  a  coprire  le  spese  comuni  straordinarie  ». 

*  O.Gerlach:Zva  Riforme  desfinances  de  V  Empire  allemand,  in  Revu* 
d4  Science  et  de  Législation  Firuincières,  del  1906  ;  pag,  455  e  seguente. 


8lO  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [APPENDICE    I. 

tributario  totale  del  contribuente  tedesco  (per  quanto  pagava  agli  Stati 
e  all'Impero)  non  era  che  di  marchi  48,97  a  testa  (marchi  25,80  per  imposte 
dirette,  comprendendovi  le  successioni,  e  marchi  23,20  per  le  indirette)  ; 
carico  non  certo  eccessivo  e  non  ingiustamente  ripartito,  meno  che  per  le 
imposte  sui  consumi,   che  cadevano  necessariamente  di   più  sulle  classi 
povere.  Nel  1906,  infatti,  il  carico  tributario  era,  in  Germania,  tra  il  5,25 
e  il  6  %  del  reddito  pei  redditi  inferiori  ai  4000  marchi,  tra  il  10,66  e  il  13% 
pei  redditi  fra  4000  e  10000  marchi,  tra  il  13  e  il  16  %  pei  redditi  superiori 
ai   10,000  marchi.  È   dunque  possibile,  concludeva  De   Bulow,  chiedere 
nuovi  sacrifizi  ai  contribuenti  e  dare  una  larga  autonomia  aUa  finanza 
federale.  Nel  1907  i  contribuenti  pagarono  in  tutto  agli  Stati  e  all'Impero 
marchi  3,058,900,000,  di  cui  1,579,200,000  per  imposte  dirette  e  1,479,700,000 
per  imposte  indirette  (compresa  la  suécessioneì.  È  erroneo,  riteneva  De 
Bulow,  continuare  a  far  dell'Impero  un  pensionario  e  un  pensionarlo  assai 
oneroso  degli  Stati,  col  sistema  delle  contribuzioni  matricolari  •  è  un  entrata 
autonoma  che  gU  occorre.  Perciò  proponeva  di  aumentare  ancora  le  im- 
poste sulla  birra  di  altri  100  milioni  di  marchi  ;  di  chiedere  100  milioni  di 
marchi  al  monopoUo  degli  alcools,  limitato  alla  vendita  all'ingrosso,  di 
introdurre  una  imposta  addizionale  sui  tabacchi  e  sulle  sigarette,  che  avrebbe 
gittato  77  milioni  di  marchi  ;  di  chiedere  50  milioni  di  marchi  ad  un'imposta 
moderata  sul  consumo  del  gas  e  deD'elettricità,  39  milioni  di  marchi  ad  una 
imposta  sugli  annunzi,  20  milioni  di  marchi  ad  un'imposta  sui  vini,  92  mi- 
lioni alle  modifiche  della  imposta  sulle  successioni,  e,  infine,  25  altri  mi- 
li  on'  alle  contribuzioni  matricolari,  portando  da  40  a  80  pf.  per  abitante 
la  somma  che  può  essere  richiesta  a  ciascuno  degli  Stati  confederati.  Dopo 
lunga  discussione,   1  Reichstag  respinse  .a  riforma  della  importa  sulle  suc- 
cessioni, il  monopolio  degli  alcools  e  l'impost?  sugli  annunzi  ;  sostituì  per 
gli  alcools  al  monopolio  un'imposta  sul  consumo,  ridusse,  meno  quella  sulla 
birra  (che  restò  prev'Sta  in  100  m^lioa.  di  marchi\  le  altre  imposte  pro- 
gettate, e  cioè  l'addizionale  sul  tabacco  e  suLe  sigarette  da  77  a  45  milioni, 
''imposta  sul  coiisumo  del  gas  e  della  elettricità  da  50  a  20,  l'i-.nposta  sui 
vmo  di  20  a  5  :  ai  diritt.  sui  consumo  degH  alcools  si  chiesero  80  milioni  di 
marchi.  Il  Reichstag  accordava  cosi  250  miUoni  di  imposte  nuove  sui  con- 
sumi. In  sostituzione  delle  imposte  non  consentite  (riforma  delle  succes- 
sioni, imposta  sugli  annunzi,  monopolio  di  vendita  dell'alcool)  e  a  supple 
mento  di  quelle  ridotte,  per  far  fronte  alle  necessità  del  bilancio  federale, 
il   Reichstag   accordava      1°   un'imposta  sui   plu--vaiori  immoblìarì    (da 
•    entrare  in  vigore  fra  tre  anni  con  un  gettito  di  40  mil.  di  marchi)  ;  2°  un'im- 
posta da  2,  5  a  IO  marchi  %o  di  capitale  nominale,  a  seconda  del  valore 
imponibile,  sui  coupons  ;  3^  un  aumento  dei  diritti  di  bollo  imperiale  sui 
titoli  stranieri  ;  4°  un'imposta  sugli  chéques  e  sulle  cambiaU  ;  5»  un  aumento 
delle  imposte  sul  consumo  del  cafié  e  del  thè  e  un'altra  sui  fiammiferi 
Aumentava,  infine,  da  40  a  80  centesimi  per  abitante  le  contribuzioni  ma- 
tricolari, (in  complesso  di  25  milioni  di  marchi)  e  lasciava  in  vita  le  imposte 
suUo  zucchero  e  sui  biglietti  ferroviari!  di  cui  De^ulow  avea  proposto  l'abo- 
lizione. Così  500  mil'oni  di  nuove  entrate  erano  assicurate   all'Impero  ; 
ma  il  bel  piano  di  De  Bulow  era  scombussolato.  Aumentavano  le  imposte 


APPENDICE  T.]  LA   FINANZA    GERMANICA  8ll 

sui  consumi  senza  corrispettivo,  mentre  De  Bulow  avea  proposto  di  rifor- 
mare le  imposte  sulle  successioni  con  fini  compensativi  ;  diventava  più 
cara  la  vita  dei  meno  agiati  in  conseguenza  delle  nuove  imposte  (è  stato 
calcolato  che  è  divenuta  più  cara  di  io  marchi  al  mese  per  l'aumento  di 
prezzo  della  birra  del  thè,  del  caffé,  dei  fiammiferi)  e  la  questione  fonda- 
mentale—  l'autonomia  delle  finanze  dello  Impero —  non -è  stata  risoluta, 
né  i  pericoli  di  un  nuovo  deficit  sono  stati  eliminati.  Nella  seduta  del  Reich- 
stag  dei  IO  luglio  1909.  il  successore  di  De  Bulow,  Bethmann-Hollweg, 
dichiarava  «  che  il  governo  era  obbligato  ad  accettare  la  riforma  del  Reich- 
stag,  malgrado  dei  suoi  difetti  »  per  le  necessità  impellenti  del  bilancio 
federale  *. 

Prima  della  guerra  l'Impero  Germanico  aveva  una  sola  imposta  diretta, 
quella  sui  plus-valori  immobihari,  e  un'imposta  federale  sulle  successioni- 
L'impero  ricavava  le  sue  maggiori  entrate  dai  dazii  di  confine,  di  cui  si  è 
parlato,  e  dalle  imposte  sui  consumi,  che  cadevano  sul  tabacco,  sulle  si- 
garette, sullo  zucchero,  sul  sale,  sugli  alcool,  sui  vini,  sugU  apparecchi  di 
illuminazione,  sui  fiammiferi,  ecc.  L'Impero  esercitava  le  posto  e  i  telegra 
e  alcune  ferrovie.  Le  entrate  postali  e  telegrafiche  venivano  per  importanza 
subito  dopo  quelle  sui  consumi  e  superavano  anche  quelle  delle  dogane  con- 
siderate separatamente.  Al  terzo  posto,  in  ordine  di  entità,  venivano  le 
imposte  sui  trasferimenti  e  i  diritti  imperiali  di  bollo,  che  cadevano  sulle 
carte  da  gioco,  suhe  cambiali,  sugli  chéques  ecc.  ,  e  succedevano  al  quarto 
posto  le  contribuzioni  matricolari.  Tra  le  entrate  d'  una  certa  importanza 
seguiva  al  quinto  posto  quella  delle  ferrovie  imperiali.  Per  il  1911-12,  le 
entrate  complessive  dell'impero  Germanico  erano  previste  in  lire  nostre 
3,603,115,730,275  ;  di  cui  lire  1,497,003,274  per  le  dogane  e  le  imposte  sui 
consumi  (le  sole  dogane  per  lire  788,288,385)  ;  lire  906,689,570  per  le  en- 
trate postali  e  telegrafiche;  lire  334,344,271,50  per  le  imposte  sui  trasferi- 
menti e  il  bollo  imperiale;  lire  261,825,804,50  di  contributi  matricolari; 
lire  159,182,855  per  le  entrate  ferroviarie.  L'Impero  germanico  non  avea 
monopoli,  come  non  ne  aveano,  meno  per  il  sale,  gli  Stati  che  lo  compongono. 
I  contributi  matricolari,  che  fanno,  come  diceva  Bulow,  dell'Impero  il  pen- 
siojiato  oneroso  degli  Stati,  cadevano  su  tutti  i  ventisei  Stati  della  Confede- 
razione germanica,  in  ragione  di  80  pf  per  abitante,  cioè  in  ragione  della 
popolazione  di  ciascimo  di  essi  ;  quindi  paga  più  di  tutti  la  Prussia  (oltre 
la  metà  :  132  mihoni  di  marchi  quasi  su  212  milioni  di  marchi).  Occorre 
notare  che  la  Baviera,  il  Baden,  l'Alsazia  Lorena  e  il  Wurtemberg  non 
cedevano  allo  Impero  i  proventi  della  imposta  sul  consumo  della  birra  ;  che 
la  Baviera  e  O  Wurtemberg  avean  un'amministrazione  particolare  delle 
poste  e  dei  telegrafi  e  che,  in  compenso,  pagavano  un  contributo  matricolare 
più  elevato  di  quello  oltre  che  avrebbero  dovuto  in  proporzione  dei  loro 
abitanti.  Degli  stati  che  fanno  parte  dello  Impero  ognuno  ha  forme  speciali 
di  finanza.  La  Prussia  che  rappresenta  la  più  gran  parte  dello  Impero  ha 

*  Conf.  G.  Escarra:  Cronique  financière  :  Alterna  gne  ;    in   Revue  de 
Science  et  de  Législation  financières  del  1909,  pp.  461-477. 


8l2  SCIENZA  DELLE   FINANZE  [APPENDICE   I. 

un  grande  demanio  fiscale,  sopra  tutto  boschi  e  miniere  :  esercizio  diretto 
delle  ferrovie  e  quindi  le  grandi  entrate  da  esso  derivanti  ;  ha  poche  im- 
poste indirette.  La  imposizione  diretta  si  basava  su  una  grande  imposta 
sul  reddito  {Einkommensteuer)  con  carattere  progressivo  e  basso  limite  di 
esenzione  dei  redditi  minimi  e  ima  imposta  complementare  sul  patrim  onio, 
diretta  sopra  tutto  a  correggere  l'imposta  sul  reddito  che  non  ha  discri- 
minazione fra  le  varie  categorie  di  redditi  ;  avea  però  tutta  la  imposizione 
diretta  importanza  assai  limitata.  La  imposizione  diretta  reale  rimaneva 
in  Prussia  quasi  interamente  agli  enti  locali. 

Dopo  la  guerra  la  finanza  della  Germania  è  stata  interamente  sconvolta. 
Sottomessa  a  tutti  i  tormenti  del  trattato  di  Versailles,  dovendo  pagare 
per  sole  truppe  di  occupazione,  più  di  quello  che  non  abbia  mai  speso  per 
il  suo  esercito  e  la  sua  flotta,  avendo  perduto  quasi  tutte  le  sue  ricchezze 
trasferibili  e  gron  parte  delle  materie  prime,  la  Germania  ha  visto  diminuire 
tutte  le  fonti  di  entrata  e  aumentare  spaventosamente  tutte  le  spese.  Così,' 
a  traverso  l'inflazione  più  assurda,  la  sua  circolazione  raggiunge  ora  cifre 
assolutamente  inverosimili  e  quali  non  erano  mai  state  raggiunte  da  alcun 
paese  ! 

Il  bilancio  per  il  1921  e  per  il  1922  è  più  che  altro  ima  serie  di  ipotesi,  le 
imposte  stesse  e  le  spese  variando  ogni  giorno  per  effetto  della  svalutazione 
del  marco  e  ninna  previsione  essendo  assolutamente  possibile.  Tutte  le 
imposte  sono  state  enormemente  aumentate  e  alcune  sono  cresciute  in 
proporzione  quasi  ignote  altrove.  Ma  ninna  stabilizzazione  è  possibile  fin 
che  dura  la  pohtica  dei  trattati. 

La  finanza  federale  degh  Stati  Uniti  non  può  essere  intesa  se  non  da  chi 
conosca  la  storia  costituzionale  di  quel  paese  :  è  una  finanza  con  caratteri 
del  tutto  speciali. 

Già  dieci  anni  or  sono  il  bilancio  federale  degli  Stati  T'niti  era  pari  a 
quello  dei  maggiori  Stati  di  Eiuropa  :  benché  non  rappresentasse  che  la 
minor  parte  delle  spese  pubbliche.  Il  governo  federale  si  basava  esclusi- 
vamente sulle  imposte  indirette  e  su  alcuni  servizi  pubblici  (poste  princi- 
palmente). Le  dogane  sopra  tutto,  con  carattere  fiscale  e  protettivo  insieme, 
costituivano  la  grande  entrata.  Entrata  anche  importante  era  un  insieme 
di  imposte  indirette  che  forma\ano  VinUrnal  revenue.  Quest'ultimo  era 
composto  sopra  tutto  dall'alcool,  dal  tabacco,  dalle  bevande  fermentate  ; 
lo  stesso  bollo  aveva  poca  importanza.  Perii  1912-13  le  entrate  della  Confe- 
derazione nord-americana  erano  valutate  in  1.014  miUoni  di  dollari.  L'en- 
trata più  importante  era  costituita  dalle  dogane,  che  doveano  dare  318,8 
miliom  di  dollari  ;  venivano  dopo  le  entrate  interne  {internai  revenue)  va- 
lutate in  314  milioni  di  dollari  :  e  ad  esse  seguivan  le  entrate  postali  che 
raggiungevano  206  milioni  di  dollari.  È  a  ricordare,  in  fine,  il  diritto  federale 
sulle  società  {corporation  tax).  Il  reddito  degli  stati  che  fanno  parte  della 
confederazione  era  ricavato  in  generale  dalle  imposte  dirette  ;  e  la  più  grande 
entrata  era  la  tax  upon  general  property,  una  imposta  che  colpiva  in  modo 
uniforme  o  di  un  tanto  per  cento  tutta  la  proprietà  personale  e  reale,  non 
dichiarata  esente.  In  molti  stati  questa  imposta  riguarda  la  scia  propiietà 


APPENDICE  I.]  LA  FINANZA  DEGLI    STATI  UNITI  813 

reale.  La  general  property  tax  colpisce  quasi  sempre  l'insieme  dei  beni. Vi 
sono  in  essa  due  tendenze  diverse.  Negli  Stati  dell'Est  sopra  tutto,  le  en- 
trate dello  Stato,  erano  costituite  dalle  Imposte  sulle  corporazioni  e  dalla 
imposta  di  successione,  e  la  general  property  tax  era  abbandonata  agli  enti 
locali.  Negli  Stati  del  Sud  e  dell'Ovest  l'imposta  generale  era  base  delle  en- 
trate dello  Stato  e  per  lo  più  tutti  i  beni  erano  colpiti  con  un  tasso  uniforme. 
Le  tasse  sugli  affari,  suUe  successioni  e  sulle  società  commerciali  prendevano 
ogni  giorno  sviluppo  e  in  alcuni  stati  tendevano  a  sostituire  o  a  supplire 
le  deficienze  della  imposta  generale  sulla  proprietà;  altre  entrate  degli  stati 
erano  alcune  imposte  sulla  circolazione,  sopra  tutto  sulle  società  finan- 
ziarie, le  successioni  e  le  patenti  sulle  successioni  e  sul  commercio  e  data 
la  diversità  di  legislazione,  alcuni  stati  non  avevano  imposte  sulle  corpora- 
zioni o  ne  avevano  mitissime  :  quindi  le  società  commerciali  si  formavano 
spesso  in  essi.  New  Jersey,  chiamato  spesso  lo  stato  perfido,  the  ttaitor 
State,  ha  attirato  con  la  sua  facile  legislazione  molti  trusti>,  dando  loro  la 
personalità  giuridica  ;  così  ha  potuto  ricavare  entrate  ingenti,  ridurre  le 
tasse  e  fare  a  meno  della  general  property  tax.  Ma  altri  stati  ora  seguono 
New  Jersey  nella  larghezza  e  faciUtà  dei  procedimenti  :  e  così  il  guadagno 
è  dùninuito  subito. 

Negli  ultimi  anni  grandi  modificazioni  tributarie  sono  avvenute  anche 
negU  Stati  ^Tniti  di  America  e  la  guerra  ha  determinato  anche  lì  la  necessità 
di  aumentare  le  entrate.  Ne  abbiamo  già  parlato  a  lungo  in  parecchi  ca- 
pitoh  di  questo  libro, 

U  bilancio  di  previsione  del  1922-23  porta  le  entrate  a  3.338  mihoni 
di  dollari.  Ma  le  basi  del  bilancio,  per  efietto  della  introduzione  delle  imposte 
sul  reddito  sono  mutate.  Di  fatti  il  bilancio  ricava  ora  1.940  milioni  dalle 
imposte  dirette  e  i.ooi  milioni  dalle  indirette,  È  stata  una  mutazione  com- 
pleta dell'antica  finanza  federale. 

In  Svizzera  le  eiitrate  dello  Stato  federale  sono  costituite  dalle  dogane, 
da  alcuni  servizi  pubblici  (poste,  telegrafi,  telefoni,  ferrovie,  banca  di  cmis- 
zione  federale),  dal  monopoho  dell'alcool.  Tutte  le  imposte  dirette  e  le  altre 
imposte  indirette  sono  abbandonate  ai  cantoni  e  agli  enti  locali. 

L'ordinamento  degli  stati  unitari  è  diverso  e  spesso  più  semplice. 

L'Inghilterra,  come  abbiamo  visto,  ricava  molto  dalle  imposte  indirette  : 
ma  può,  per  la  sua  straordinaria  ricchezza,  Umitarsi  a  colpire  generiche  non 
sono  di  prima  necessità.  Osserviamo  la  finanza  dell'anteguerra.  Accanto 
alle  imposte  indirette  sul  consumo  e  alle  imposte  sul  bollo,  si  .trovano  una 
grande  imposta  diretta  {income  tax)  con  caratteri  personali  e  reali  insieme, 
una  imposta  sulle  successioni,  progressiva  e  con  esenzione  dei  redditi  mi- 
nori e  alcune  imposte  reali  sulla  proprietà  fondiaria  :  imposte  sui  plus- 
valori immobiliari,  house  duty  e  land  tax.  L'Inghilterra  ha  un  piccoHssimo 
demanio  fiscale  :  non  ha  monopoli  fiscali  :  non  esercita,  all'infuori  delle 
poste  e  dei  telegrafi  (in  parte),  grandi  servizi  pubbhci  :  le  ferrovie  sono  nelle 
mani  dei  privati.  Così  le  grandi  entrate  dello  Stato  sono  costituite  dall'w- 
cotne  tax  dalle  dogane  {customs),  dalle  accise  {excises),  dal  bollo  e  dalle  suc- 
cessioni. Le  accise  non  riguardano  che  le  bevande  spiritose,  la  birra,  la  ci- 


8l4  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [APPENDICE    I. 

coria,  il  caffè,  il  tabacco  :  le  dogane  colpiscono  oltre  quelle  poche  merci, 
il  cacao,  il  thè,  alcune  frutta  secche  ;  consumi  non  necessari,  in  generale. 
L'imposta  sulle  successioni  ha  avuto  un  grande  sviluppo.  L'importanza 
proporzionale  dell'incorna  tax  è  cresciuta  dopo  le  riforme  del  George.  Le 
linee  generali  della  finanza  inglese  sono  quelle  di  un  paese  assai  ricco  e  ad 
assai  grande  accentramento  di  ricchezza  ;  la  finanza  dell'Inghilterra  rap- 
presenta, più  che  un  indirizzo,  una  situazione  speciale. 

Le  riforme  del  igro,  dovute  a  fJoyd  George,  hanno  in  parte  mutato  le 
linee  fondamentah  della  finanza  inglese. 

Il  bilancio  consuntivo  dell'  anno  191 3-1 4,  cioè  dell'  anno  finanziario 
anteriore  aUa  guerra  faceva  ascendere  le  entrate  ordinarie  delia  Gran  Bret- 
tagna a  210.9  milioni  di  sterline  :  35.4  milioni  dalle  dogane  (di  cui  20.8  dal 
tabacco,  3.3  dallo  zucchero,  5.4  dalle  bevande  spiritose,  6.5  dal  thè,  ecc.)  ; 
39.5  milioni  di  sterline  dalle  accise  (di  cui  21.2  dalle  bevande  spiritose,  13.8 
dal  malto  per  la  fabbricazione  della  birra)  ;  37,3  milioni  dal  bollo  ;  2.7  mi- 
lioni dalla  imposta  fondiaria  e  sui  fabbricati  ;  47.2  milioni  daìVincome  tax  ; 
21.1  milioni  dalle  poste,  9.6  milioni  dai  telegrafi  e  dai  telefoni. 

Ma  dopo  la  guerra  nessun  paese  di  Europa  si  è  imposto  i  duri  sacrifizi 
della  Gran  Brettagna,  per  avere  la  buona  moneta  e  raggiungere  il  pareggio 
del  bilancio  ;  due  scopi  che  ha  raggiunti  con  serietà  ammirevole.  Ma  tutte 
le  imposte  sono  state  accresciute  ;  molte  nuove  imposte  sono  state  intro- 
dotte e  niun  sacrifizio  è  stato  risparmiato  al  capitale  e  al  lavoro. 

Sopratutto  le  classi  ricche  han  dato  prova  di  grande  coraggio,  soppor- 
tando i  più  gravi  pesi  con  rassegnazione,  pur  di  raggiungere  la  sanità  fi- 
nanziaria. 

Il  bilancio  consimtivo  del  1920-21  si  basava  su  entrate  ordinarie  di 
1425  milioni  di  sterline  ricavati  134  dalle  dogane  (di  cui  62,2  dal  tabacco, 
29.9  dallo  zucchero,  20.7  dalle  bevande  alcooliche,  16,8  dal  thè,  2.9  dal 
vino,  ecc.)  ;  199  dalle  accise  (di  cui  60  dalle  bevande  spiritose,  124  dal  malto 
per  la  birra,  ecc.),  7  milioni  dalle  automobili,  74,3  milioni  dal  boUo 
2.5  milioni  dalle  imposte  fondiarie,  ecc.  Dalla  imposta  generale  sul  reddito, 
Incnme  tax  e  da  imposte  varie  sul  reddito  si  ricavavano  per  ben  394.1  mi- 
lioni di  sterline,  219.8  milioni  dai  profitti  di  guerra,  49.5  milioni  dalle  poste 
dai  telegrafi,  dai  telefoni  ;  313.3  milioni  erano  costituite  da  entrate  diverse 
di  carattere  piuttosto  transitorio.  Ma  nei  due  esercizi  seguenti  affrontando 
tutte  le  difficoltà  e  anche  la  disoccupazione,  pur  di  avere  il  pareggio  del 
bilancio  la  Gran  Brettagna,  ha  potuto  con  mirabile  coraggio  sistemare  la 
sua  finanza  e  avere  non  solo  il  pareggio,  ma  l'avanzo.  Mentre  la  Francia 
manteneva  quasi  tutte  le  sue  spese  e  metteva  in  bilancio  la  indennità  te- 
desca, la  Gran  Brettagna  si  dichiarava  disposta  (con  la  nota  di  lord  Bal- 
four)  non  solo  a  rinunziare  ai  suoi  crediti  per  riparazioni  verso  la  Germania 
(crediti  più  che  tre  volte  «superiori  a  qaelU  promessi  all'ItaUa),  ma  all'e- 
norme credito  verso  la  Francia  e  l'Italia  e  tutti  gli  altri  stati  debitori  di 
guerra,  purché  gli  altri  paesi,  per  la  causa  della  pace,  si  dichiarassero  ani- 
mati dallo  "stesso  spirito  di  sacrifizio.  Mirabile  esempio,  che  se  non  è  stato 
imitato,  rimarrà  sempre  gbria  della  Gran  Brettagna,  che  come  fu  fattore 


APPENDICE  I,]  FINANZA  DELLA   GRAN   BRETTAGNA  815 

decisivo  della  guerra  ha  desiderato  di  essere  fattore  decisivo  della  pace  e  ha 
cercato  le  sue  risorse  non  nella  spoliazione  dei  vinti,  ma  nel  proprio  sforzo 
di  lavoro  e  nella  ripresa  della  sua  attività  economica. 

La  Francia  anche  prima  della  guerra  rappresentava  un  indirizzo  finan- 
ziario del  tutto  diverso,  come  diversa  è  la  situazione  economica  e  sociale. 
La  ricchezza  largamente  suddivisa  non  permetteva  alti  limiti  di  esenzione 
nelle  imposte  dirette  ;  le  imposte  dirette  reali  prevalevano  largamente  sulle 
imposte  personali  :  le  imposte  indirette  erano  la  base  del  bilancio. 

La  Francia  aveva  uno  scarso  demanio.  Le  varie  imposte  dirette  non 
rappresentavano  che  la  parte  minore  delle  entrate:  vi  era  l'imposta  fondiaria 
la  imposta  personale  e  mobiliare,  la  imposta  di  porte  e  finestre,  l'imposta 
delle  patenti.  Il  bilancio  di  previsione  del  1914,  anno  in  cui  fu  dichiaratala 
guerra  era  di  5.189  milioni,  ma  soltanto  635.9  erano  costituiti  dalle  imposte 
dirette,  2.873  dalle  imposte  indirette,  1034.5  dai  monopoli  e  dai  servizi 
pubblici,  410  da  entrate  diverse.  In  cifra  tonda  con  5  miliardi,  oltre  4  mi- 
liardi erano  di  imposte  indirette  :  registro,  bollo,  dogane,  licenze,  mono- 
polio del  tabacco,  ecc.  Il  solo  registro  era  previsto  in  834  milioni  mentre 
tutte  le  imposte  dirette  messe  assieme  non  davano  che  Ò35.9  milioni. 

La  spina  dorsale  del  bilancio  francese  era  dunque  costituita  dalle  imposte 
sui  trasferimenti  della  ricchezza,  dalle  dogane  ;  dalle  imposte  indirette 
sulla    fabbricazione   e    dai    monopoli. 

La  finanza  francese,  avendo  bisogno  di  entrate  enormi,  manifestava  una 
grande  tendenza  per  le  imposte  indirette  :  l'indole  degli  abitanti,  o  le  pre- 
venzioni politiche,  o  le  tradizioni  davano  alla  imposizione  diretta  una 
spiccata  tendenza  verso  le  forme  reali. 

Ma,  dopo  la  guerra,  anche  la  Francia  ha  dovuto  provvedere  diversamente 
alle  sue  finanze.  Prima  di  tutto  essa  ha  un  debito  enorme,  quasi  tre  volte 
superiore  a  quello  dell'Italia.  Non  si  tratta  più  di  un  bilancio  di  5miliardi, 
ma  di  un  bilancio  in  cui  bisogna  mettere  l'interesse  dei  debiti  di  circa  350 
miliardi.  Secondo  i  dati  forniti  dal  governo  francese  alla  Società  delle  na- 
zioni il  bilancio  francese  per  il  1922  era  di  24.788  milioni  di  entrale  :  15-743 
milioni  di  imposte  e  tasse,  2.920  milioni  di  monopoli  e  servizi  pubblici, 
797.8  milioni  di  recettes  d' ordre,  4.870  mihoni  di  economtes  exceptionnelles. 
Ma  la  Francia,  come  nelle  spese  mette  molta  contabilità  fuori  bilancio, 
cosi  neUe  entrate,  calcola  (ancora  nel  bilancio  del  1922)  la  somma  di  12 
miliardi  dalle  indennità  tedesche,  cifra  assolutamente  fantastica.  Per  il 
1921  le  imposte  dirette  erano  soltanto  2.389.5  milioni  e  le  imposte  indirette 
11.901  milioni,  di  cui  2.952  dal  registro,  528  dal  bollo,  ecc.  e  i  monopoli 
rendevano  2.910.1  milioni.  È  continuato  dunque  lo  stesso  indirizzo  per  cui 
le  imposte  indirette  e  i  monopoli  formano  la  base  del  bilancio  e  le  imposte 
dirette,  se  bene  molto  aumentate,  sono  la  minor  parte.  Anche  ora  il  registro 
rende  più  che  tutte  le  imposte  dirette. 

L'Austria  prima  deUa  guerra  aveva  a  base  le  imposte  indirette  le  quali 
non  esentavano  né  alcuni  generi  di  prima  necessità,  né  altri  di  largo  con- 
sumo popolare,  e  ricavava  solo  in  minor  parte  le  sue  entrate  dalle  imposte 
dirette.  Aveva  fra  queste  ultime  una  imposta  diretta  progressiva  sul  red- 


8l6  SCIENZA  DELLE    FINANZE  [APPENDICE    I. 

dito  con  esenzione  dei  redditi  miniini  :  era  una  imposta  principale  sotto  di 
cui  vi  erano  imposte  reali  complementari.  Aveva  infine  una  imposta  sulle 
successioni. 

n  bilancio  comune  dell'Austria  Ungheria  riguardava  sopra  tutto  le  spese 
dei  ministeri  militari,  del  ministero  degli  affari  esteri,  del  ministero  delle 
finanze  e  della  Corte  dei  conti,  e  le  entrate  erano  costituite  dai  contributi 
matricolari,  cioè  dalle  contribuzioni  delle  due  parti  dell'impero. 

I  paesi  rappresentati  al  Reichsrat,  che  formavano  l'Austria,  aveano  entrate 
demaniali  di  non  rilevante  importanza.  L'Austria  basava  le  sue  entrate 
sulle  imposte  indirette  ;  esse  costituivano  il  fondamento  di  tutto  il  bilancio 
e  comprendevano  oltre  le  dogane  e  imposte  di  consumo  sulla  birra,  sull'al- 
cool, sul  vino,  sul  bestiame,  suUo  zucchero,  sul  petroho,  alcuni  grandi  mo- 
nopoli, come  il  sale  e  il  tabacco  ecc.,  parecchie  imposte  sulla  circolazione. 
L'Austria  era  costretta  a  colpire  anche  i  generi  di  prima  nece?sità.  La  im- 
posizione diretta  era  varia  e  molteplice,  sebbene  avesse  importanza  assai 
minore.  In  Ungheria  aveano  importanza  proporzionalmente  maggiore  le 
entrate  demaniali  e  le  imposte  dirette  ;  ma  anche  in  essa  prevalevano  di 
gran  lunga  le  imposte  indirette. 

Ora  gli  stati  successori  dell'Austria  Ungheria  sono  in  gran  parte  un  vasto 
campo  di  rovine  finanziarie  :  alcimi  paesi  come  la  Polonia  hanno  il  disor- 
dine più  grande  e  non  fanno  che  vivere  di  carta  moneta.  Parlare  degli  or- 
dinamenti finanziari  attuali  di  molti  di  quegli  stati  :  Austria,  Polonia, 
Ungheria,  Romania,  ecc.  non  ha  alcun  interesse  dal  punto  di  vista  della 
tecnica   finanziaria.   La  circolazione  è  sempre  l'entrata  più  grande. 

L'Olanda,  mentre  ricava  anch'essa  le  sue  entrate  principali  dalle  imposte 
indirette,  può,  per  causa  stessa  della  sua  ricchezza,  limitarle  ai  consumi 
voluttuari.  Ha  un'imposta  sul  patrimonio  combinata  con  un'imposta  sui 
redditi  professionali  e  con  un'imposta  personale  :  ha,  come  complemento, 
una  imposta  fondiaria  reale  e  una  imposta  di  successione. 

II  Giappone,  non  ostante  la  sua  grande  popolazione,  ha  un  piccolo  bi- 
lancio. Dato  lo  scarso  sviluppo  della  ricchezza  ricava  le  sue  entrate  sopra 
tutto  dalle  maposte  indirette  su  consumi  necessari.  L'impero  giapponese  ha 
ima  piccola  imposta  fondiaria  ;  una  imposta  progressiva  sul  reddito,  che 
colpisce  1  redditi  da  300  yen  in  su  ;  una  imposta  sulle  patenti.  Ha  tm'imposta 
sulle  successioni.  Le  imposte  indirette  colpiscono  sopra  tutto  il  saké,  (be- 
vanda non  distillata  ottenuta  dalla  fermentazione  del  riso)  la  birra,  l'al- 
cool e  le  bevande  alcoohche  sopra  tutto  lo  shoyn  (hquido  preparato  eoa 
sai  marino  e  sostanze  vegetali),  lo  zucchero.  Ha  il  bollo  e  1  imposta  sulle 
operazioni  di  borsa.  Il  Giappone  ha  poi  alcuni  monopoli  (tabacco,  canfora). 
Tutte  le  imposte  cono  estremamente  gravi;  ma  hanno  uno  -carso  rendi- 
mento. È  la  finanza  di  un  paese  povero  e  grande,  dove  tutti  i  cittadini  hanno 
dato  prova  di  una  delle  più  nobili  abnegazioni  che  la  storia  ricordi  *. 

*  Cfr.  Japon  in  the  be^inning  0/  the  XXth  Century  (pubblicato  per  l'Espo- 
«izioae  di  S.  Louis),  pag.  481  e  seg.  e  VAnntuitre  statistique  du  Japon 


APPENDICE  I.j  LA  FINANZA  ITALIANA  E  RUSSA  V,.    817 

Della  finanza  italiana  parleremo  a  parte. 

La  Russia,  in  cui  il  passaggio  dell'economia  naturale  a  la  economia  mo- 
netaria è  stato  assai  tardivo,  avea  prima  della  guerra  per  base  imposte  in- 
dirette piti  alte  che  in  tutti  gli  altri  paesi  in  paragone  delle  dirette;  e  per 
necessità  era  costretta  a  non  esentare  alcuni  consumi  necessari.  Le  imposte 
dirette  e  fondiarie  reali  poco  redditizie  si  completavano  con  una  miposta 
di  successione  i  cui  proventi  non  erano  elevati.  Ora  è  difficile  dire,  in  tanto 
disordine,  che  cosa  sia  la  finanza  della  Russia. 

Ogni  paese  ha,  si  può  dire,  un  suo  particolare  ordinamento  ;  ciascuno 
assegna  alle  varie  imposte  una  ditìerente  funzione,  secondo  il  grado  di  svi- 
luppo economico  che  esso  ha  raggiimto.  Ma  vi  sono  dovunque  imposte  mol- 
tepUci  e  in  nessun  paese  vi  è  una  tendenza,  s'a  pure  poco  accentuata,  verso 
la  unicità  della   imposta. 

La  finanza  pubbhca  trova  rapporti  esistenti  e  che  essa  non  può  mutare  : 
quindi  in  tutti  i  paesi  riveste  forme  particolari.  La  finanza  dei  paesi  ricchi 
differisce  completamente  da  quella  dei  paesi  poveri  ;  la  finanza  dei  paesi 
industriali  da  quella  dei  paesi  agricoli  ;  la  finanza  dei  paesi  in  cui  è  accen- 
tramento di  ricchezza  da  quella  in  cui  è  frazionamento.  Si  notano  solo  in 
tutti  i  paesi  moderni  alcune  tendenze  che  rappresentano  sotto  certi  aspetti 
un  bisogno  stesso  della  produzione.  Le  imposte  indirette,  soverchiando  di 
gran  lunga  le  dirette,  fendono  nei  paesi  ricchi  a  esentare  i  consumi  di  prima 
necessità  :  le  imposte  dirette  tendono  d'altra  parte  a  esentare  i  minori 
redditi  sopra  tutto  per  compensare  gli  efietti  delle  imposte  indirette.  Nuove 
forme  demaniali  sorgono  :  i  servizi  industriaU  si  sviluppano  in  tutti  gli 
stati.  Fra  le  imposte  indirette  assumono  importanza  crescente  i  monopoli 
fiscaU,  che  in  alcuni  paesi  rappresentano  già  le  entrate  più  grandi  e  qualche 
volta    meno    odiate. 

L'ampio  ed  interessante  studio  che,  per  incarico  del  De  Bulow,  fu  fatto 
dall'Ufficio  del  Tesoro  imperiale  di  Germania,  quando  nel  1908,  il  Cancel- 
liere presentò  al  Reichstag  i  suoi  progetti  di  riforma  finanziaria,  tenta 
alcune  comparazioni  intemazionali  intomo  all'ammontare  del  carico  tri- 
butario nei  principali  paesi.  La  stessa  cosa  avea  tentato  prima  von  Kauff- 
mann,  nel  suo  studio  sulle  finanze  comunah  della  Gran  Brettagna,  della 
Francia  e  della  Russia.  Il  Bulktin  de  Statistique  et  Législatton  comparèe, 
edito  dal  Ministero  delle  Finanze  di  Francia,  ha  rifatto  per  conto  suo  i 
calcoli  della  pubblicazione  ufficiale  tedesca,  rettificandoli  in  qualche  punto, 
per  la  Francia,  l'Inghilterra  e  l'Itaha.  Si  ha  cosi  una  serie  di  elementi  di 
confronto,  relativi  agU  anni  tra  il  1906  e  il  1908.  Quale  il  valore  di  codesti 
elementi  ?  La  pressione  tributaria  è  stata  calcolata  proporzionando  l'am- 
montare complessivo  delle  imposte  pagate  al  numero  degU  abitanti  :  il 
quoziente  ottenuto  rappresenta  cosi  il  carico  tributano  per  capo,  nei  vari 
paesi.  Che  un  simile  metodo  porti  5  risultati  apprezzabili  nixmo  vorrà  dire. 
La  ripartizione  del  carico  tributario  per  capo  è  assolutamente  inadatta 
a  farci  sapere  come  l'onere  deUe  imposte  è  diviso  fra  i  contribuenti  di  di- 
ritto, che,  naturalmente,  non  sono  tutti  i  cittadini  di  uno  Stato  ;  la  pressione 
tributaria  inoltre  non  può  essere  mai  calcoilta  se  non  in  confronto  della 


8l8  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [APPENDICE  I. 

ricchezza  privata  :  il  che  non  è  fatto.  Giudicando  da  risultati  assolutamente 
empirici,  come  quelli  cui  il  metodo  accennato  conduce,  si  giunge,  a  con- 
clusioni erronee  :  a  constatare,  ad  esempio,  che  il  carico  tributario  del  con- 
tribuente inglese  è  superiore  a  quello  dei  contribuenti  di  paesi  in  cui  la 
ricchezza  privata  è  tanto  più  scarsa.  Si  aggiunga  che  la  distinzione  fra  im- 
poste dirette  e  indirette,  nei  calcoli  citati  è  assai  incerta  :  è  calcolata  ad 
esempio  tra  le  imposte  dirette  la  imposta  sulle  successioni  e  fra  le  indirette 
si  comprendono  le  altre  imposte  di  registro.  Questi  calcoli,  infine  sono  an 
teriori  alle  grandi  riforme  inglesi  del  1910  e  alle  riforme  federali  tedesche 
del  1909  :  per  l'Inghilterra  e  la  Germania  non  rispondono  più  alla  realtà. 
Ad  ogni  modo,  è  bene  accennare  ai  risultati  di  ricerche,  lodevoli  per  lo 
sforzo  che  sono  costate  e  degne  di  esser  divulgate  come  indici  di  un'approssi- 
mazione, grossolana  e  imprecisa  quanto  si  voglia,  ma  utile  in  mancanza 
di    meglio. 

L'onere  delle  imposte  di  Stato  in  Francia  sarebbe  stato,  nel  1906,  dì  lire 
78,92  per  abitante  (lire  23,27  per  imposte  dirette)  ;  quello  delle  imposte 
locali  di  lire  21,70  :  in  complesso  (imposte  di  Stato  e  locaii)  di  lire  100,62, 
In  complesso  (Stato  e  enti  locali)  le  imposte  dirette  gravavano  per  lire 
37,64  e  le  indirette  per  lire  62,98  per  abitante.  Le  imposte  dirette  rappre- 
sentavano quindi  il  37,40  %  e  le  indirette  (compreso  il  registro  ed  escluse 
le  successioni)  per  62,60  %  àel  totale. 

In  Inghilterra,  l'onere  delle  imposte  di  Stato  (1905-906)  era  di  lire  69,91 
per  abitante,  (di  cui  lire  27,41  per  imposte  dirette),  quello  delle  imposte 
locah  di  lire  45,88  per  abitante  :  m  complesso  (imposte  di  Stato  e  locali) 
di  Hre  115,79  per  abitante.  Le  imposte  dirette  gravavano  in  complesso 
(Stato  ed  enti  locali)  per  lire  70,06  e  le  indirette  per  45,73  per  abitante; 
le  imposte  dirette  rappresenta\ano  il  60,51  %  e  le  indirette  solo  il  39,49  % 
del  totale.  Una  sproporzione  cosi  grave  a  favore  delle  imposte  dirette  si 
spiega  col  modo  di  distinzione  fra  le  une  e  le  altre,  adottato  dagli  autori 
dei  calcoM.  Basterebbe  infatti  sottrarre  dalle  dirette  la  successione  (il  cui 
carico  prende  oltre  un  terzo  dell'onere  delle  dirette  di  Stato),  e  basterebbe 
portare  alle  indirette  alcune  tra  le  imposte  locali,  che  indirette  sono  (come 
quelle  che  basano  sul  valore  locativo)  per  spostare  completamente  la  pro- 
porzione  di   sopra. 

In  Italia  l'onere  delle  imposte  di  Stato  (1906-907)  era  di  lire  45,89  per 
abitante  (di  cui  lire  14,98  per  imposte  dirette),  quello  delle  imposte  locali 
(province  e  comuni)  di  Iure  14,71  per  abitante  :  in  complesso  (imposte  di 
Stato  e  locah)  di  lire  60,60  per  abitante.  Le  imposte  dirette  gravavano  m 
complesso  (Stato  ed  enti  locaU)  per  lire  23,32,  le  indirette  per  lire  37,28 
per  abitante.  Le  imposte  dirette  rappresentavano  quindi  il  38,48  %  e  le 
indirette  il  61,52  %  del  totale. 

In  Germania,  l'onere  delle  imposte  liercepite  a  favore  dello  Impero,  dei 
singoli  Stati  e  degli  enti  locali  era  in  complesso  di  lire  60,23  per  abitante; 
queUo  delle  sole  imposte  dirette  di  Ure  30,80  (escluse  le  successioni)  per 
abitante.  Le  imposte  dirette^rappresentavano  52,65  %  del  totale  e  le  m- 
dirette  47,35  %  del  totale. 


APPENDICE  I.] 


I  SISTEMI  D  IMPOSTE 


819 


Benché  questi  confronti  abbiano  solo  carattere  storico  e  retrospettivo  è 
stato  utile  riprodurli. 

È  bene  limitarsi,  per  gli  altri  paesi  a'  dati  riassuntivi,  che  si  riferiscono 
nella  tabella  che  segue. 

Quadro  riassuntivo  dell'ammontare  dell'onere 
tributario  per  abitante. 
{in   ordine    decrescente) 


Paesi 


Imposte  sul 
Imposte    Successioni   consumo       Imposte       Totale 
dirette  e  Dogane     sugli  aflan 

(hre)  (lire)  (lire)  (lire)  (lire) 


Inghilterra    (1906-907)  62,51 

7,55 

40,97 

4,76 

115,79 

Francia    (1906)   ,    .    .    30,94 

6,70 

48,85 

14,13 

100,62 

Stati  Uniti  del  Nord- 

America    (1906-907)  58,00 

— 

39,79 

2,50 

100,29 

Svizzera  (1907)    .   .    .     — 

— 

— 

— 

85.00 

Italia     (1906-907)   •    .   22,07 

1,25 

30,34 

6,94 

60,60 

Germania     (1907)   .    .  30,80 

0,89 

23,04 

5,50 

60,23 

Austria    (1906)    .    .    .    23,38 

0,98 

20,91 

6,03 

51,30 

Russia    (1908)    ...     3,05 

— 

20,62 

2,00 

25,67 

Giappone  (1906)    .    .   12,13 

0,31 

12,97 

— 

25,41 

V 

Gjnfr.  Bulletin  de  statistique  et  lègislation  campar èe  di  giugno  1907 
(pp.  658  a  663)  ;  di  aprile  1909  (pp.  473-478)  ;  e  di  maggio  1909  (pp.  560- 
567)' 

Ma  dopo  la  guerra  del  1914-1918  queste  cifre  hanno,  è  utile  avvertirlo 
ancora  una  volta,  solo  un  valore  storico.  Anche  riimendo  tutte  i  dati  a  co- 
minciare da  quelli  della  conferenza  finanziaria  di  Bruxelles  del  1920  e  il 
Memorandum  sur  les  fiimnces  ptibhques  del  1921  pubblicato  dalla  Società  delle 
nazioni,  è  difficile  orientarsi.  La  tempesta  finanziaria  dura  ancora  e  durerà 
per  molti  anni  ;  sono  poche  le  navi  degli  stati  che  navigano  in  acque  tran- 
quille. Alcune  navi  sono  anche  vicino  al  naufragio. 


APPENDICE  II. 
Notizie  sommarie  sul  bilancio  dello  Stato  in  Italia. 


Lo  Stato  prendeva  in  Italia  ogni  anno  negli  ultimi  esercizi  che  prece- 
dettero la  guerra  circa  2  miliardi  e  mezzo  ai  contribuenti  per  imposte  e 
tasse  di  ogni  specie  ;  e  spendeva  all'incirca  la  stessa  somma  per  servizi 
pubblici  di  ogni  natura.  Donde  ricavava  questa  somma?  come  la  spendeva? 
La  storia  del  bilancio  italiano,  dal  1862  (unificazione  del  sistema  tribu- 
tario) a  ora,  è  ancora  da  fare;  noi  accenneremo  solo  ad  alcime  questioni 
fondamentali  e,  nello  stesso  tempo,  tracceremo  le  linee,  in  base  all'ultimo 
consuntivo,  del  bilancio  nazionale.  Ma  questi  cenni  fuggevoli  sono  ben 
lungi  dall'avere  carattere  di  completezza.  Per  le  ragioni,  che  abbiamo 
più  volte  accennato,  il  bilancio  dello  Stato  ha  in  Italia  nella  economia  della 
nazione  un'importanza  assai  superiore  a  quella  che  ha  in  ogni  altro  paese  : 
così  sulla  vita  e  sullo  sviluppo  delle  singole  regioni  l'indirizzo  della  finanza 
ha  avuto  in  Italia  im'azione  maggiore  che  negli  altri  paesi. 

L'Italia  in  passato  è  ricorsa  in  larga  misura  al  debito  e  in  molti  anni  ha 
provveduto  anche  a  spese  ordinarie  con  entrate  straordinarie. 

L'aumento  delle  spese  intangibili  e  delle  spese  militari  fino  al  1914  è 
stato  tale  che  il  bilancio,  non  prcbcntava  alcun  margine  e  non  aveva  ela- 
sticità alcuna.  E- stato  osservato  con  ragione  che,  se  le  risorse  effettive  del 
bilancio  giungevano  a  più  di  2  miliardi,  vi  erano  obbUghi  del  Tesoro  per  800 
milioni,  vi  erano  100  miUoni  che  rappresentavano  quasi  interamente  altri 
oneri  del  Tesoro  nascosti  in  diversi  bilanci.  Erano  900  mihoni  per  obbli- 
ghi indeclinabili.  Il  vero  bilancio  dunque,  quello  che  andava  in  discussio- 
ne, non  sorpassava  che  di  poco  un  miliardo.  Poco  meno  della  metà  di 
questa  somma  era  dedicata  alle  spese  di  guerra  e  di  marina  ;  le  quali  rap- 
presentavano circa  il  30  %  del  bilancio  disponibile.  Dal  1862  al  1914»  gli 
oneri  del  tesoro  sono  cresciuti  di  quattro  volte  "  sono  aumentati  di  600  mi- 
lioni. Seicento  milioni,  che,  capitalizzati,  equivalgono  ad  una  cifra  con- 
siderata prima  della  guerra  enorme.  Dal  1862  al  1896,  diceva  l'on.  Rubini, 
presidente  della  Giunta  generale  del  bilancio,  abbiamo  fatto  un  milione 
al  giorno  di  debiti.  È  una  delle  poche  cose  in  cui  i  governi  che  si  sono 
succeduti  sono  stati  concordi.  Però  non  è  possibile  negare  che  l'Italia  avea 
compiuto  progressi  grandissimi. 


APPENDICE  II.]  IL    BILANCIO    ITALIANO  821 

Ora,  dopo  la  guetra,  è  dijBficile  dare  le  linee  di  quella  che  dovrà  es$«re  il 
regime  di  finanza  normale. 

Esaminiamo  quindi  l'ultimo  bilancio  di  prima  della  guerra.  Daremo  poi 
poche  notizie  su  qualcuno  dei  più  recenti  bilanci  del  dopo  guerra. 

Consuntivo  del  1913-14 

EntraU  effettive  ordinarie  : 

Redditi  patrimoniali  • , 340.989.961 

Redditi  di  terreni  e  fabbricati  del 

demanio 10.168.739 

Proventi  dei  canali  Cavour     .    .  3.395020 

Reddito    dell'Asse    ecclesiastico  528.610 

Reddito  patrimoniale  di  enti  mo- 
rali amministrati  dal  Demanio  828.185 

Titoli  di  credito  e  azioni  indu- 
striali posseduti  dal  Tesoro  .  454.238 

Interessi  dovuti  sui  crediti  del- 

rAmministrazione  dello  Stato  1.024. 164 

Ricupero  fitti       39-898 

Prodotto  netto  dell'esercizio  di- 
retto delle  Ferrovie  non  con- 
cesse aUa  industria  privata   .  28.068.062 

Partecipazione  dello  Stato  ai  pro- 
dotti lordi  di  ferrovie  concesse 

alla  industria  privata      .    .    .  269  418 

Imposte  dirette       540.688.812 

imposta  tondiaria  sui  terreni   .  81.63^.362 

»                sui     fabbricati   .  11 2. 833. 381 

Ricchezza  mobile  per  ruoli   .    .  260.736.703 

»                per    ritenute  .    .  85.479.366 

Tasse  sugli  affari 338.310.010 

Successioni 50.451.453 

Manomorta b.017.257 

Registro 94.431. 641 

Bollo      81. 901. 840 

Tasse  m  surrogazione  del  Regi- 

gistro  e  bollo 28.613.807 

Ipoteche n. 137. 261 

Concessioni  governative      .    .    .  14.138.909 

Velocipedi,  automobili,  motoci- 

ch 7.236.916 

Tassa  sul  prodotto  del  movimen- 
to delle  ferrovie 43.436.209 

Sigilli  delle  legazioni  e  consoli- 
dati all'estero 942.717 

Nitti.  5S 


822  SCIENZA   DELLE  FINANZE  [APPENDICE  11 . 

Imposte  dirette  sui  consnmi 625.280.597 

Imposte    di   fabbricazione  : 

Spiriti        43  060.830 

Birra      9  433-256 

Acque  gassose      152.104 

Polveri  ed  esplodenti     .    .    .    .  3,921.172 

Cicoria  preparata        3  167.966 

Zucchero  indigeno       .....  139.359.130 

Glucosio         1.233.845 

Fiammiferi        11. 959.313 

Rettificazo  ne  olii  minerali  .    .    .  1.800 

Gaz  luce  ed  energia  elettrica   .  17.729.y46 

•  Dogane  e  diritti  marittimi 
Non  compreso  il  dazio  sul  grano     259.068.677 
Dazio  nell'importazione  del  grano     83.593.030 
Dazi  intemi  di  consumo  (esclusi 

Roma  e  Napoli) 48.628.980 

Dazio  consumo  di  Roma', .    .    .         3-34I-390 

Privative  e  chinino  dilStato 550.312.860 

Tabacchi       349827. 344 

Sah 90.064.410 

Lotto  e  tassa  sulle  tombole  .  .  107.127.543 
Chinino 3.167.270 

Proventi  di  servizi  pubblici: 218.407.293 

Poste 126.586.499 

Telegrafi 2). 983. 184 

Telefoni 16.877-542 

Proventi  delle  carceri  ....  6.061.916 
Tasse  suU'insegnamento.  .  .  .  17.504.693 
Altri  proventi       17-393-459 

Rimborsi  e  concorsi 87.901.212 

Entrate  per  reintegrazione  di  fondi  in  b ilancio   .    .       17-520.368 

Riassumendo  nelle  quattro  categorie  le  entrate  dello  stato  nel  1913-M 
si  avea  la  seguente  ripartizione  : 


I.»  Categoria:  Entrate  effettive: 

ordinarie 2.489-766.631) 

straordinarie 33-979-157 

in    complesso 2.523-745-788 

2.»  Categoria  :  Costruzioni  di  strade  ferrate  .    .    •  50.000.000 

3.»  Categoria  :  Movimento  di  capitali 516.127-982 

4.»  Categoria  :  Partite    di    giro 70.356.272 

In  complesso 3.160.230.042 


APPENDICE  II.] 


IL   BILANCIO    ITALIANO 


823 


Le  spese  effettive  nell'esercizio  191 3-1914  raggruppate  per  Ministeri  fu- 
rono le  seguenti  : 

•  SPESE 


Spese  ordinarie    Spese  straordinarie    Totale 


1.  Tesoro 

2 .  Finanze 

3.  Grazia  e  giustizia  e  culti 

4.  Affari  esteri 

5.  Istruzione  pubblica 

6.  Interni 

7.  Lavori  pubblici    .    .    . 

8.  Poste    e    telegrafi   .    . 

9.  Guerra    . 

10.  Marina 

11.  Agricoltura,    industria 
commercio. 


682.428.051 

306.3jo.741 

58.240.946 

27.486.847 

139.137-457 
140.090.109 
46.152.626 
136.680.581 
395.454-661 
24^278.836 

28.414.172 


21.223.239 

5.718.283 

426.696 

4-354-545 

10.798.293 

12.613.797 

126.702.653 

11.457.628 

213.644.717 

66.807.258 

11.218.973 


703.651.291 
312.01.9.024 
58.667.642 
1.841.392 
149.935.751 
152.703.906 

172.855.279 
148.138.209 
609.099.379 
309.086.094 

39.633.145 


Totale  2.202.695.031        484.966.086     2.687.661.117 

La  situazione  dei  debiti  pubblici  dello  Stato  al  30  giugno  1914,  cioè  alla 
vigilia  della  guerra  europea,  era  la  seguente  ; 

in   rendita  in   capitale 

Debiti    pubblici    consolidati  e  perpetui        359-662.387        10.051.107.362 

•  »       redimibili   .    .         163.676.461  4.788.592.593 

Totale  .   .         523-338.748        14.839.759.955 

Buoni    del    Tesoro    ordinari 13.840.615            379.984.500 

Anticipazioni  statutare  degli  istituti  di 

emissione 

Conti    correnti  fruttiferi 2.137.365              61.381,356 

Biglietti    di    Stato  a  corso  legale    .    .    .  490.513.090 

Totale   generale 539..318.228       15.771.638.901 

Titoli  di  proprietà  dello  Stato  non  alienati 
e  che   gli    vengono   rimborsati  {da   de- 

dursi)      45.072.208         1.304.768.739 

Debito  effettivo   dello  «S^o 494.244.020  14466.870 

In  cifre  tonde  e  di  approssimazione  dunque  lo  Stato  italiano  spendeva 
2  miliardi  e  mezzo  ;  avea  un  debito  di  14  miliardi  e  mezzo.  La  spesa  dello 
Stato  per  interessi  del  debito  era  di  539  milioni,  oltre  alcuni  altri  obblighi 
di  Tesoro. 

L'Italia  era  riuscita  anche  a  ridurre  molto  il  suo  debito  verso  l'estero.  I 
pagamenti  per  debito  pubblico  erano  nel  1910-11  di    493.4   milioni  all'in- 


824  SCIENZA    DELLE    FINANZE  [APPENDICE  II. 

temo  e  di  69,6  milioni  all'estero.  Erano  un  poco  cresciuti  i  debiti  verso 
l'estero  sopra  tutto  per  l'impresa  di  Libia.  Nel  1913-14  i  pagamenti  all'in- 
terno erano  stati  428.6  milioni  ;  quelli  all'estero  94.8  milioni. 

Le  entrate  e  spese  dell'Azienda  deUe  Ferrovie  dello  Stato  erano  state 
nel  1913  le  seguenti  :  entrate  lire  629.835,875,  spese  535.087.800. 

•    II 

Esaminiamo  ora  le  varie  partite  del  bilancio  1913-14,  che  rapprese&ta 
dunque  il  bilancio  normale  dell'anno  anteriore  alla  guerra. 

E  cominciamo  dalle  entrate  effettive  ordinarie. 

a)  Vi  è  prima  di  tutto  un  grosso  nucleo  di  entrate  :  i  redditi  patrimo- 
niali dello  Stato  :  ciò  che  lo  Stato  ha  dai  suoi  possedimenti  di  ogni  natura. 
Lo  Stato  in  Italia  non  ha  un  grande  demanio  ;  a  differenza  della  Prussia  : 
ma  ne  ha  assai  più  che  l'Inghilterra.  I  redditi  patrimoniali  hanno  fruttato 
44  milioni  di  lire.  Ma  questa  cifra  può  dare  molte  illusioni.  Lo  Stato  dai 
suoi  redditi  demaniali  fondiari,  minerari,  industriaU  ricava  pochi  milioni. 
Il  più  grosso  nucleo  è  dato  dalla  partecipazione  dello  Stato  ai  prodotti  lordi 
delle  ferrovie  costituenti  le  reti  principali  e  secondarie.  Lo  Stato  è  pro- 
prietario di  molte  ferrovie  e  la  più  gran  parte  esercita  direttamente,  parte- 
cipando ai  prodotti  lordi  di  essi.  Dunque  lo  Stato  in  Italia  ha  un  demanio 
relativamente  scarso  ;  ciò  non  vuol  dire  che  deva  in  avvenire  rimanere  tale. 
Tutto  fa  credere  che  con  le  sue  acque  pubbhche,  capaci  di  sviluppare  forze 
grandissime,  prima  o  dopo  l'Italia  avrà  un  grande  demanio  ; 

b)  seguono  le  imposte  dirette  il  cui  provento  nel  1 910-911  è  stato  di 
540.6  milioni  ripartiti  nel  seguente  modo  : 

Imposta  sui  fondi  rustici milioni      81.6 

Imposta  sui  fabbricati »         112.8 

Imposta  sui  redditi  di  ricchezza  mobile  .         »         346.1 

Poco  meno  che  mezzo  mihardo  era  dunque  ricavato  dalle  i  nposte  dirette- 
L'imposta  di  ricchezza  mobile  per  circa  2  terzi  è  stata  riscossa  per  ruo  li  ; 
il  resto  mediante  ritenuta  o  è  stata  direttamente  versata  in  tesore  ria.  1 
soli  detentori  d^l  debito  pubblico  contribuiscono  pe^  circa  16  milioni.  Dopo 
la  conversione  del  1906  l'imposta  del  20  %  sui  redditi  della  categoria  Ai 
dei  detentori  di  rendita  pubblica  5  %  è  abolita.  L'Italia,  come  abbiamo 
avuto  parecchie  volte  occasione  di  osservare,  è  fra  i  grandi  paesi  di  tiiropa 
uno  di  quelli  che  paga  imposte  dirette  in  più  larga  misura  ; 

^  e)  le  così"  dette  Msse  sugli  affari  amministrate  dal  Ministero  delle  fi- 
nanze comprendono  un  insieme  di  imposte  e  tasse  di  assai  diversa  natura . 
Aveva  dato,  nello  stesso  anno,  340,9  milioni,  derivanti  da: 


APPENDICE  II.]  IL    BILANCIO  ITALIANO  825 


Imposta  di  successione      mili 

>         manomorta 

Tasse  di  registro 

»    di  bollo 

»    in  surrogazione  del  registro  e  del  bollo    .... 

»    sulle  ipoteche      

1    su  varie  concessioni  governative 


50.4 
6.— 

94 -.4 
81.9 
28.6 
II. I 
14. 1 


Bisogna  poi  aggiungere  le  tasse  sugli  affari  in  amministrazione  dei  mi- 
nisteri dei  lavori  pubblici  e  degli  esteri.  ; 

d)  le  imposte  sul  consumo  (escluse  le  privative)  aveano  una  parte  molto 
importante  nelle  entrate  ;  il  più  grosso  nucleo  era  formato  dalle  dogane 
e  dai  diritti  marittimi  :  342.6  milioni  :  seguivano  il  dazio  di  consumo  con 
48.6  milioni  e  le  imposte  di  fabbricazione;  queste  ultime  imposte  acqui- 
stavano importanza  sempre  più  grande,  sopra  tutto  a  causa  dello  sviluppo 
della  produzione  dello  zucchero  ; 

e)  importanza  crescente  aveano  le  tre  grandi  privative  fiscali  che  da 
s<de  hanno  reso  circa  499  milioni,  cioè  : 

Tabacchi milioni     349.8 

Sali       '. »  90- 

Lotto    . »       107.1 

L'entrata  per  il  chinino  è  stata  di  3.1;  ma  è  entrata  che  dovrebbe  au- 
mentare. Impropriamente  il  chinino  viene  messo  ira  le  privative  fisca  h  : 
esso  è  amministtato  dalla  Direzione  generale  delle  gabelle  ;  ma  è  lungi 
dall'essere  un  monopolio  di  Stato  La  vendita  del  chinino  da  parte  dello 
Stato  costitiùsce  un  vero  servizio  pubblico.  Come  è  noto,  l'Italia  è  il  paese 
di  Evuropa  che  più  soffre  la  malaria,  sopra  tutto  l'Italia  meridionale,  che 
ha  oltre  i  milione  di  individui  all'anno  colpiti  da  malaria.  Ora  contro  la 
malaria  il  chinino  è  non  solo  il  migUor  mezzo  di  cura,  ma  anche  il  miglior 
mezzo  di  preservazione.  I  prezzi  al  dettaglio  del  chinino  nelle  farmacie 
delle  zone  malariche  rimanevano  altissimi,  senza  che  la  merce  fosse  sempre 
buona.  Lo  Stato  adesso  fabbrica  e  vende  il  chinino  e  la  recente  legislazione 
rende  la  cura  preventiva  del  chinino  obbligatoria  pei  lavoratori  delle  zone 
malariche.  Pure  essendo  agli  inizi  questo  nuovo  servizio  pubblico,  lo  Stato 
avendo  ridotto  i  prezzi  del  chinino  al  mmimo,  non  ha  avuto  alcuna  per- 
dita. È  un  tentativo  eccellente  , 

/)  *  proventi  dei  servizi  pubblici  erano  costituiti  da  entrate  assai  diverse 
e  numerose  e  davano  178  milioni,  fra  cui  : 

Poste milioni  126.5 

Telegrafi  e  telefoni    ...» >  26.9 

Tasse    sul    pubbHco    insegnamento.   .    .  »  16.8 

Proventi  delle   carceri .  »  6 — 


826  SCIENZA   DELLE   FINANZE  [APPENDICE   II. 

g)  rimborsi  e  concorsi  nelle  spese  87.9  milioni  formati  per  la  maggior 
parte  da  crediti  dello  Stato  verso  gli  enti  locali  per  lavori  pubblici  eseguiti 
e  dal  rimborso  dei  vari  ministeri  per  le  spese  delle  pensioni  ordinarie  ; 

h)  entrate  diverse  :  ricuperi  di  spese  di  giustizia,  profitti  netti  annual  i 
della  Cassa  depositi  e  prestiti,  ecc.  ecc.  Erano  all'incirca  17.5  milioni. 

Queste  erano  nelle  loro  linee  generali  le  entrate  effettive  ordinarie. 

Le  spese  effettive  ordinarie  andrebbero  studiate  capitolo  per  capitolo  : 
o  almeno  per  ciascun  servizio  pubblico  separatamente  ;  solo  per  facilità 
accenneremo  a  quelle  che  erano  spese  effettive  di  ciascun  ministero.  Le  spese 
effettive  ordmarie,  nel  1913-14,  sono  state: 

a)  Ministero  del  Tesoro  :  703  milioni  di  spese  effettive.  Dal  Ministero 
del  Tesoro  dipendono  :  la  direzione  generale  del  Tesoro,  la  Tesoreria  cen- 
trale del  Regno,  la  direzione  generale  del  Debito  Pubblico,  la  direzione 
generale  della  Cassa  dei  depositi  e  prestiti.  La  più  gran  parte  di  questa 
spesa  è  assorbita  dagli  interessi  del  debito  pubbUco,  dalla  lista  chnie,  ecc. 

Nel  1913-914  le  principali  spese  del  Ministero  dei  Tesoro  sono  state  : 

Interessi  di,  debiti  perpetui milioni  359.6 

»  »        redimibili »  89.3 

Debiti    variabili       »  165.2 

Dotazioni    alla    casa    reale t  r6.o 

Spese   per   le   Camere   legislative   ...  4.6 

È  compresa  nel  bilancio  di  questo  ministero  anche  la  spesa  per  la  Corte 
dei  Conti.  Il  Ministero  del  Tesoro  ora  è  unito  al  Ministero  delle  Finanze; 
6)  Ministero  delle  Finanze:  312  milioni  spese  effettive,  di  cui  306.3 
ordinarie.  Rappresentavano  in  generale  le  spese  di  amministrazione  e  di  ri- 
scossione delle  imposte.  Dipendevano  dal  Ministero  delle  finanze  le  seguente 
direzioni  generali  :  gabelle,  privative,  demanio  e  tasse  sugli  affari,  imposte 
dirette,  catasto.  Le  direzioni  generali  sono  state  successivamente  mutate  ; 

Fra  le  principali  spese  del  Ministero  delle  finanze  sono  quelle  che  si  at 
tengono  all'esercizio  delle  privative,  sopra  tutto  al  lotto  e  ai  tabacchi  e 
alla  riscossione  delle  imposte  ; 

e)  Ministero  di  grazia  e  giustizia  :  58.6  milioni.  Dipendevano  da  que- 
sto Ministero  oltre  gh  affari  civili  e  penali,  i  culti  e  U  notariato,  anche  una 
speciale  direzione  generale  del  fondo  per  il  culto  e  del  fondo  di  beneficenza 
della  città  di  Roma.  Recentemente  anche  la  Direzione  generale  delle  car- 
ceri è  passata  al  Ministero  che  si  chiama  della  Giustizia  e  per  gli  affari  di 
culto  ; 

d)  Ministero  degli  affari  esteri  :  31.8  milioni,  compresa  la  spesa  per 
tutti  1  rapresentanti  all'  estero,  e  il  contributo  dello  Stato  per  le  spese 
d'Africa  ; 

e)  Ministero  della  pubblica  tstruziofie  :  149.9  milioni  di  spese  effettive 
di  cui  107.5  ordinarie.  Dipendono  da  esso  la  istruzione  superiore  e  artistica 
e  la  istruzione  media  e  normale,  i  musei,  le  gallerie,  le  biblioteche,   gli  scavi. 


APPENDICE    II.]  IL   BILANCIO   ITALIANO  827 

ecc.  L'istruzione  elementare  è  a  carico  dei  comuni  e  Jo  Stato  non  provvede 
che  con  sussidi. 

/)  Ministero  éUW interno  :  152.7  Dipendevano  da  questo  ministero, 
oltre  il  controllo  delle  amministrazioni  locali,  anche  la  pubblica  sicurezza, 
le  carceri,  la  sanità  pubblica  e  gli  archivi  di  Stato,  ecc. 

g)  Ministero  dei  lavori  pubblici.  461  milioni  di  spese  ordinarie  126.7 
di  straordinarie.  Le  Ferrovie  di  Stato  hanno  im  bilancio  a  parte.  Tutti  i 
lavori  pubblici  dello  Stato  sono  sotto  il  controllo  di  questo  ministero,  che 
in  passato  ha  assorbito  gran  parte  delle  entrate.  Dipendono  da  esso  oltre 
le  Ferrovie  dello  Stato,  anche  le  direzioni  generali  di  pcMiti  e  strade  e  delle 
opere    idrauliche  ; 

h)  Ministero  di  poste  e  telegrafi:  136.6  milioni  di  spese  ordinarie  for- 
mate in  generale  dalle  spese  per  Ife  poste,  i  telegrafi,  i  telefoni;  14^  mi- 
lioni di  spese  straordinarie; 

i)  Ministero  della  guerra  :  395,4  miUoni  di  spese  ordinarie  e  213.6 
di  spese  straordinarie.  La  spesa  militare  di  questo  Ministero  era  minore; 
poiché  oltre  le  pensioni  vi  erano  le  spese  per  i  carabinieri  reah  che  non 
hanno  servizio  militare,  ma  solo  di  pubblica  sicurezza  ; 

/)  Ministero  della  marina  :  242.2  milioni  di  spese  ordinarie  e  66.8  mi- 
lioni di  spese  straordinarie  :  in  generale  in  questo  ministero  le  spese  straor- 
dinarie sono  rilevanti. 

m)  Ministero  di  agricoltura  industria  e  commercio  :  28,4  miUoni,  oltre 
11,2  miUoni  di  spese  straordinarie.  Dipendevano  da  questo  Ministero, 
oltre  che  l'agricoltura  l'industria  e  il  commercio,  anche  la  statistica  ge- 
nerale del  Regno,  l'ufficio  del  lavoro  e  altri  servizi  speciali,  che  riguarda- 
vano le  miniere,  le  acque,  ecc. 

Il  Ministero  di  Agricoltura  industria  e  commercio  è  stato  poi  diviso  in 
tre  Ministeri  dell'Agricoltura,  dell'Industria  e  del  Commercio,  e  del  Lavoro. 
Poi  il  Ministero  del  Lavoro  è  stato  abolito. 

Se  riuniamo  :  interessi  del  debito  pubbUco,  dotazioni  della  Corona  e 
delle  Camere  legislative,  e  pensioni  e  gU  obbhghi  del  tesoro  di  ogni  natura 
si  avrà  che  questi  raggiungevano  quasi  il  miUardo  nel  loro  complesso. 

In  cifra  tonda,  circa  900  milioni  erano  disponibih,  di  cui  quasi  la  metà 
erano  reclamati  dai  ministeri  mihtari  e  il  resto  dovea  bastare  a  tutti  i  serviti 
pubblici  dello  Stato.  Ora,  poiché  le  imposte  eran  già  molto  elevate,  il  bi- 
lancio dello  Stato  presentava  un'assai  debole  elasticità.  La  facihtà  con  cui 
erano  stati  contratti  debiti,  contribuì  non  poco  a  codesto  fatto. 

Le  entrate  effettive  erano  per  circa  85  %  formate  da  imposte  e  tasse, 
appena  per  6  da  redditi  patrimoniaU  dello  Stato.  Le  spese  erano  assorbite 
in  grandissima  parte  da  debiti  e  oneri  del  Tesoro,  da  spese  militari,  e  da 
spese  di  riscossione  e  di  amministrazione.  Tutti  i  servizi  civiU  formavano 
appena  la  quinta  parte  deVe  spese. 


828 


SCIENZA  DELLE  FINANZE 


[appendice  II. 


Ili 

Una  interessante  pubblicazione  della  Ragioneria  Generale  dello  Stato, 
il  Bilancio  italiano  nel  7°  cinquantennio  della  unificazione  del  Regno,  ci 
dà  la  storia  del  Bilancio  dello  Stato  che,  come  si  vede  dalla  seguente  tabella, 
era  in  un  cinquantennio,  aumentato  di  più  di  un  miliardo  e  mezzo.  Dopo  la 
guerra  è  cresciuto  in  proporzioni  assolutamente  imprevedibili. 

ENTRATE   EFFETTIVE   ORDINARIE 

Esercizi  finanziari 

1862  Proporzione  1909-910  Proporzione 
a  100  a   100 

del    totale  del    totale 

Redditi  patrimoniali 
Imposte    dirette     . 
Tasse   sugli   affari 
Tasse    di    consumo 

Privative 

Servizi   pubblici  .   . 
Rimborsi    e    concorsi 
Entrate    diverse.   .    . 
Entrate    per    reìntegra 

zione  di  fondi  nel  bi 

lancio    passivo    .    .    . 


35.086.369.20 

7.5 

60.621.156.07 

2.8 

128.845.127.66 

27.5 

464.176.216.38 

21.0 

54.972.460.61 

II. 7 

304  691.663.46 

13.8 

82.604.897.83 

17.6 

533-528.579.57 

24.2 

136.407.197.27 

29.1 

470.515-205.59 

21.3 

19.336.126.30 

4.1 

168  791.854-85 

7.6 

3.224. 001.41 

0.7 

145.969.577.12 

6.6 

8. 582. 122. 71 

1.8 

40.456.007.68 

1.8 

1.8     19.725.356.85 


0.9 


469.058.302.99  loo.o  2.208.475.617.57       lOO.O 

SPESE   EFFETTIVE   ORDINARIE 

Esercizi  finanziari 


Debiti    perpetui      .    .    . 

Debiti  redimibili       .    .    . 

Debiti    variabili      ... 

Debito    vitalizio      .    .    . 

Dotazione  al  Sovrano  ed 
ai    Principi      .... 

Spese  per  le  Camere  le- 
gislative   ...... 


1862   Proporzione  1909-910  Proporzione 
a  100  a  100 

del  totale  del  totale 

133.954.948.13     18.2     380.042.627.72         19-7 


14  401.785.70 
16.003.198.58 
33,310.165,65 

16,850,000,00 

I. 01 7. 800. 00 


2.0 
2.2 
4,5 

2.3 


82.580.014.10 

113.709.017.87 

91,808,661,93 

16,050,000,00 
2.636.073-95 


4-3 
5-9 
4.8 

0.8 


APPENDICE  II.]  IL  BILANCIO  ITALIANO  829 


Spese  della  amministra- 

zione civile  .    .    .    .    . 

20.240.637-82 

2.8 

70.230.801.92 

3.6 

Spese  di  commissioni,  di 

cambio  e  altro  per  pa- 

gamenti   all'estero   .    . 

284.000.00 

— 

434.839-48 

— 

Spese    di    riscossione.    . 

112  016.308.27 

15.3 

261.662.744.60 

13-5 

Magistratura  (spese  di 

ufficio  di  personale)   . 

19.340.718.64 

2.6 

32.749-155.71 

1-7 

Spese    di    giustizia  .    . 

4-589.235^03 

0.6 

7.005.II9-72 

0.4 

Diplomazia           .... 

2.270.400.QO 

0.3 

10.062.836.09 

05 

Servizi    pubblici      .    .    . 

I25.234.043.i'i 

17.1 

340.949.738.86 

17.6 

Asse  ecclesiastico   .    .    . 

— 

— 

419.686.69 

— 

Ministero  della  guerra  . 

172.307.350.00 

23.5 

266.196.020.55 

13.8 

Ministero    della    marina 

51.754.031-53 

7.1 

I40.3II.889.37 

7.3 

Spese     diverse   .... 

10.477.866.94 

1.4 

10.903.052.85 

0.6 

Reintegrazione  di  fondi 

— 

— 

19.725.356.85 

I.O 

Rimborsi  dei  vari  mini- 

steri al   Tesoro   della 

spesa  del  debito  vita- 

lizio     ....... 

— 

lOO.O 

84.904.732.46 

4-4 

Totale 

734-052.459.40 

1.932.382.470,72 

lOO.O 

Se  le  entrate  e  le  spese  del  bilancio  dell'esercizio  finanziario  1909-1910 
si  confrontano  con  quelle  del  1862  si  ha  che,  per  cento  Ure  di  entrata  o  di 
spesa  per  le  singole  voci,  si  avevano,  nel  1909-910,  i  valori  riportati  nelle 
seguenti  tabelle  : 

Entrate  effettive  del  Regno  d'Italia  nell'esercizio  finanziario  1909-910 
per  cento  lire  di  entrate  nel  1862 

Redditi     patrimoniali 172.8 

Imposte  dirette 360.3 

Tasse  sugli  affari .554.3 

Tasse  di  consumo   ...    : 645.8 

Privative 344-9 

Servizi   pubblici  . 872.9 

Rimborsi   e  concorsi 4527.6 

Entrate  diverse 471-4 

Entrate  per  reintegrazione  di  fondi  del  bilancio  passivo  — 

470.8 


Spese  effettive  del  Regno  d'Italia  nell'esercizio  finanziario  1909-1910, 
per  cento  hre  di  spese  nel  1862  : 


830  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [APPENDICE  II. 

Debiti    perpetui 280.3 

Debiti  redimibili .  573.4 

Debiti    variabili 710.5 

Debito    vitalizio 275.6 

Dotazione  al  Sovrano  ed  ai  principi 100. o 

Spese  per  le  Camere  legislative .  258.9 

Spese  dell'amministrazione  civile 346.9 

Spese  di  commissioni,  di  cambio  ed  altro  per  pagamenti 

all'estero 153. i 

Spese  di  riscossione       233.6 

Magistratura  (spese  d'uf&cio  e  di  personale) 169.3 

Spese  di  giustizia 152.8 

Diplomazia 443-2 

Servizi     pubblici        272.2 

Asse    ecclesiastico      — 

Ministero    della    guerra 154-5 

Ministero    della    marina 271. i 

Spese    diverse      104. i 

Reintegrazioni    di    fondi       — 

Rimborsi  dei  vari  ministeri  al  Tesoro  della  spesa  del  de- 
bito vitalizio — 


Totale  263.2 

Le  entrate  effettive  ordinarie  dello  Stato,  dal  1862  al  1909-1910,    sono 
state  le  seguenti  : 

ENTRATE   EFFETTIVE   ORDINARIE   DAL   1 862    AL  I909-9IO 

Entrate   effettive  ordinarie 

1862   al   1909-910       Proporzione  a  100 
del   totale 

Redditi    patrimoniali 3.386.240.342.45 

Imposte   dirette         18.243.443.084.14 

Tasse  sugli   affari      8.759.960.290.15 

Tasse  di  consumo      ......  14. 516. 663. 315. io 

Privative '    14. 182. 501. 784. 42 

Servizi    pubblici 3.596.257.972.80 

Rimborsi    e    concorsi       ....  1.220.187.257.43 

Entrate    diverse 953-332.899.34 

Entrate     per     reintegrazione    di 

fondi    nel    bilancio    passivo  .  21 7. 943. 182. 41 


65.076.508.128.24 


52 

28.0 

13-5 

22.3 

21.8 

5.5 

1-9 

1-5 

0.3 

APPENDICE   II.j 


IL   BILANCIO    ITALIANO 


831 


Dunque,  non  tenendo  conto  delle  entrate  straordinarie  e  di  quelle  de- 
rivanti soprattutto  da  debiti  o  diminuzioni  di  patrimonio,  1  Italia  ha  ri- 
cavato le  sue  più  grandi  entrate  dalle  i  japoste  :  principalmente  da  Uè  im- 
poste dirette  e  dalle  tasse  di  consumo.  Insieme  queste  due  voci  danno  più 
della  metà  delle  entrate  del  Bilancio  italiano. 

Nello  stes?o  periodo  le  spese  effettive  ordinane  hanno  raggiunti'  quasi 
63.000.000.000  e  gli  oneri  dello  Stato  (interessi  di  debiti,  dotazioni,  pen- 
sioni» ecc.)  ne  hanno  assorbito  quasi  la  metà 

SPESE  effettivi:  ORDIfJARIE  DAL  1862  AL  I909-9IO 

spese   effettive  ordinarie 


Debiti    perpetui          ....... 

Debiti    redimibili 

Debiti   variabili      

Débito    vitalizio      

Dotazione  al  Sovrano  ed  ai   Prin- 


cipi 


Spese   per   le    Camere    legislative 

Spese    generali    dell'  Amministra- 
zione Civile        

Spese  di  commissione;  di  cambio  ed 
altro  per  pagamento  all'  estero. 

Spese    di    riscossione 

Magistratura   (spese  d'ufficio  e   di 
personale).   .    .    . 

Spese    di    giustizia 

Diplomazia  .    . 

Servizi   pubblici 

Asse    ecclesiastico 

M'nistero    della    Guerra 

Ministero    della    Marina 

Spese     diverse       .    .    . 

Rimborso  dei  vari  ministeri  al  Te- 
soro della  spesa  del  debito  vitahzio 

Reintegrazione  di  fondi 


862  al  1909.910 

Proporzione  a  loo 

del    totale 

18.522.466.889.51 

29-5 

3-572.936. 518.19 

5-7 

3.966.301.89704 

6.3 

2.882.626.394.91 

4.6 

746  143.430.96 

1 .2 

96.095.920  86 

0.2 

1.755  005.041  99 

2   8 

81  474.328.5y 

O.I 

7.482.763.937.96 

II. 9 

1.198,280.978.25 

1.9 

258.530.679.42 

0.4 

293.404.289.87 

0.5 

7.683,409.738.97 

12.3 

131.661,187.31 

0.2 

10.023.794.933.70 

16.0 

3.464.087.940.57 

5.5 

196.790.194.80 

0.3 

168,721.533.33 

0.3 

192,404.641.15 

0.3 

62.716.898.075.38 


IV 


Per  effetto  delle  grandi  spese  fatte  durante  la  guerra  la  situazione  è  ve 
nuta  del  tutto  a  mutare. 


832 


SCIENZA  DELLE  FINANZE  [APPENDICE  II. 


Secondo  il  Rendiconto  consuntivo  per  l'esercizio  finanziario  igio-zi  la 
spesa  effettiva  dei  vari  Ministeri  (spesa  ordinaria  e  straordinana)  è  stata 
U  seguente  in  migliaia  di  lire  . 


Ministero  del    tesoro 15.019. 913 

delle    finanze 1.899.958 

della  giustizia   e   degli   affari   di 

culto •    168.870 

degli  affari  esteri 109.615 

delle  colonie        232.409 

dell'istruzione  pubblica      ....  863.000 

dell'interno 824.338 

dei  lavori  pubblici 1.306. 018 

delle  poste  e  dei  telegrafi.   .    .    .  884.1  n 

della  guerra      •    •    •  3-727.481 

della  marina .  1.331.850 

dell'  agricoltura        69.000 

per  r  industria  e  il  commercio  .  1.500.004 
per  il  lavoro  e  la  previdenza  so- 
ciale   84.983 

»        per  le  terre  Ubera  te 671.938 

Totale  28.763.488 


migliaia  di   lire 


Le  spese  effettive  durante  l'esercizio  1920-21  sono  state  quindi  di  28.783 
milioni. 

Durante  la  guerra  sono  stati  creati  alcuni  Ministeri,  Commissariati  e 
segretariati  generali  :  alcuni  sono  finiti  anche  con  la  guerra,  o  poco  dopo, 
le  Armi  e  Munzioni;  i  Trasporti,  gL"  Approvvig'onamenti.  le  Terre  liberate, 
ecc. 

Al  30  aprile  1922  la  situazione  del  debito  era  la  seguente  espressa  in 
milioni  di  lire  : 

Debiti    prebellici milioni  13.453-6 

Prestiti  nazionali »  35  816.1 

Prestiti   all'estero »  21  361.5 

Buoni  del  tesoro  poliennali  ....  >  26.037.- 
Circolazione  bancaria  per  conto  dello 

Stato »  8.359.8 

Circolazione  dei  biglietti  dello  Stato  ■  2.627.  - 
Conto  corrente  fruttifero  con  la  Cassa 

depositi  e  prestiti »  487-7 

Totale  milioni     H4.579-5 


Le  spese  principali  per  il  1921-22  si  riassumono  così  : 


APPENDICE  II.]  IL  BILANCIO    ITALIANO  8^33 

Interessi  di  debiti 5.300  milioni 

Pensioni  di  guerra  e  assistenza   u^alidi   .  1.900  » 

Risarcimenti  di  danni  di  guerra     ....  2.41 1  » 

Disavanzo  ferroviario       960  » 

Disavanzo  approvigionamenti        ....  600  • 

Spese  per  la  Guerra 2.492  » 

Spese  per  la  Marina 2. 112  » 


Totale  I5.?i4 

Naturalmente  tutte  le  più  grandi  spese  si  sono  dovute  fare  con  debiti 
e  in  parte  con  aumenti  di  circolazioni,  che  sono  la  forma  più  pericolosa 
del  debito. 

Dall'anno  anteriore  aUa  guerra  1913-14  al  1922-23  si  sono  avute  en- 
trate e  spese  effettive  nelle  seguenti  proporzioni 

Entrate  effettive    Spese  effettive      Disavanzo 

(in  milioni) 


1013-14 

2.523.7 

2  687.6 

163.9 

I9I4-I5 

2.559.6 

5.395  3 

2.835.1 

I9I5-X6 

3733.7 

10.625.2 

6.891.5 

1916-17 

5-345- 

17.395.2 

12.250.2 

19x7-13 

7.332.8 

25.298.8 

17.766- 

19IS-I9 

9.675.8 

32.451.5 

22.775  7 

1919-20 

15.207.5 

■   23.098.4 

7.885.) 

1920-21 

18.071  - 

34.041.6 

16.570.6 

1921-22 

18.120 

24721.7 

6.487.7 

1922-23 

18.202 

22200 

3.800- 

Fu  durante  il  1919-io  (gabinetto  Nitti)  che  furono  aumentate  effetti- 
vamente tutte  le  entrate  e  ricominciò  l'opera  di  restaurazione  della  finanza 
che  ha  richiesto  e  richiederà  grandissimi  sacrifizi. 

Come  è  noto  in  ItaUa  l'emissione  dei  biglietti  di  banca  è  affidata  a  tre 
istituti,  Banca  d'Italia,  che  è  una  società  per  azioni,  Banco  di  Napoli  e 
Banco  di  Sicilia,  che  sono  istituti  autonomi,  derivanti  da  antiche  fonda- 
zioni. La  sola  circolazione  degli  istituti  di  emissione  era  al  31  gennaio  1922 
di  18.755  milioni.  Al  31  maggio  1922  la  circolazione  degli  istituti  di  emis- 
sione era  in  complesso  di  17.495.0  miliom,  quella  dei  biglietti  di  Stato 
2  268  miiioni. 

Ciò  ha  quindi  molto  contribuito  a  deprezzare  il  cambio  italiano . 

Il  cambio  è  anche  l'effetto  della  grande  differenza  fra  l'ammontare  delle 
mportazioni  e  quello  delle  esportazioni. 

Un  dollaro  in  parità  vale  5,18  lire,  una  sterlina  25,22,  im  franco  svizzero 
z  lira. 


834  SCIENZA  DELLE  FINANZE  [APPENDICE  II. 

I  cambi  medi  mensili  sono  stat  espressi  in. ragione  percentuale  : 

Londra        Svizzera        New  York 

Media  anno  1913-14  100.96  100,78  100.72 


1914-15 

106.79 

105.15 

106.89 

luglio  1917 

136.43 

154-94 

139-57 

luglio  191 8 

169.33 

226.66 

168.23 

luglio  1919 

148.84 

151.36 

162.47 

luglio  1920 

266.84 

305.53 

333-43 

luglio  1921 

317.28 

363-55 

422.59 

Il  4  maggio  1923  a  Milano  una  sterlina  si  paga  94,70,  un  dollaro  20.46, 
100  franchi  svizzeri  369.25. 

Da  ciò  la  necessità,  volendo  combattere  l'altezza  dei  cambi ,  che  deter- 
mina in  molta  parte  l'asperità  dei  prezzi,  di  ridurre  la  circolazione,  di  fare 
grandi  economie  in  tutte  le  spese  pubbUche  e  di  aumentare  e  consolidare 
le  entrate. 

Secondo  il  consuntivo  del  1921-22  le  entrate  principali  dello  Stato  ita- 
liano sono  state  :  3.785  milioni  d  imposte  dirette,  alcune  però  di  carattere 
transitorio  come  gli  extraprofitti  di  guerra  e  gli  aumenti  di  patrijaonio 
derivati  dalla  guerra.  Le  imposte  sui  fondi  rustici,  sui  fabbricati,  sulla 
ricchezza  mobile  e  sul  patrimonio  contribuiscono  con  2.001  milioni.  Le  im- 
poste sui  trasferimenti  della  ricchezza  hanno  reso,  a  causa  dei  gravi  au- 
menti 2.178  milioni;  le  imposte  sui  consumi  2.233  milioni,  i  monopoli 
industriali  3.388  milioni,  di  cui  2688  il  solo  tabacco,  157  il  sa  e  e  183  i 
fiammiferi  e  le  carte  da  gioco.  I  servizi  postah,  telegrafici  e  telefonici  han 
reso  633  milioni;  ma  l'azienda  è  sempre  molto  passiva.  È  forse  inutile 
entrare  nell'esame  dettagliato  delle  singole  entrate,  in  quanto  non  solo 
sono  state  molto  mutate,  ma  molte  delle  imposte  attuali  dovrebbero  es- 
sere soggette  a  nuova  revisione. 


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